Se è vero che siamo quello che mangiamo, credo sia corretto affermare che più spesso di quanto immaginiamo ci nutriamo di pubblicità: nelle acque minerali, per esempio, l’utilizzo di etichette con tonalità calde e pet trasparente collocano la bottiglia in una fascia di prezzo più bassa rispetto alla medesima acqua imbottigliata dalla medesima azienda in un elegante pet azzurro associato al nome di un santo, così da sottolinearne purezza e freschezza.
Nel grande mondo dell’enogastronomia, tra le diverse categorie, amatori, esperti, appassionati, fanatici, ignoranti e via di aggettivi credo sia corretto inserirne una, quella dei pirla. Perché è così che mi sono sentita quanto il signor Mc ha deciso di sposare la dieta mediterranea, dichiarando in pompa magna di inserire nei suoi hamburger l’asiago (quale asiago, stravecchio?) e la crema di carciofi (quali carciofi, le castraure?).
“Soppravolando” sul fatto che il pane morbido grazie alla quantità industriale di grassi aggiunti (ma si, tipo il pane da sandwich) diversi dall’olio più o meno vergine non è propriamente tipico, ma tante’è.
E’ come quando in profumeria acquisti una crema antirughe pagandola come un fine settimana tra le bellezze dell’Italia meno cafona, pubblicizzata da una ragazzina non ancora maggiorenne o da una signora di età avanzata ma non trascorsa trasformata in ragazzina: lo sai che non diventerai mai come la testimonial di turno, visto che non possiedi il medesimo dna o non utilizzi con la medesima maestria il Photoshop….ma non c’è nessun patrocinio di nessuno ministero.
E che c’azzeggia pardon, che c’azzecca la pancetta (quale pancetta?) e le cipolle (quali cipolle?) nel reiterato tentativo di hamburger marchiato di italianità gastronomica? Ah si, c’è anche il pane con la farina di grano saraceno, morbido come il pane americano pieno di grassi, ma un po’ più scuro, così da darti l’impressione che la farina priva di glutine e meno proteica non si fermerà sul girovita con la cariolata di calorie che il pacchetto completo propone. Anche questo patrocinato dal Ministero per le politiche Agricole.
Come se non bastasse, ci si mette pure la Ue con il marchio Stg, eccellenza agroalimentare europea, per la pizza napoletana: lodevole iniziativa, per carità. Ma la pizza fatta con che cosa? Con la cagliata importata da chissà dove, l’olio greco, la passata spagnola o la farina dal Nord Africa o dall’Ucraina… tutto fantasticamente pan-europeo ma che non c’entra nulla con la sottolineatura data dal ministero (“la multinazionale dei contadini italiani”) e relativa tutela di un prodotto che dovrebbe essere “italiano” per eccellenza, a partire dalla provenienza della materia prima.
E che dire della Iolanda transgenica e della patata furiosa? Potrebbe essere un nuovo libro della mitica Luciana Littizzetto invece sono io, mentre ascolto la notizia della decisione presa dalla UE circa le coltivazioni trangeniche che diventeranno possibili in Europa, quindi anche in Italia. Pensate, un paio di campi a patata modificata, un paio di campi di limbo, un paio di cambi certificati bio…ed alle api che impollinano qua e là dalla notte dei tempi chiederemo di passare per il body scanner così da vedere che tipo di polline stanno trasportando.
La superpatata, anzi la patata Frankestain! Gene ululà? No, gene ululì.
Visto i retroscena, tra l’altro ampiamente prevedibili, della “maiala”, che si è trasformata in una “bufala”, non potrei proprio immaginare in cosa potrebbe divenire la “patata”.
Anzi no. Un’idea ce l’ho. E sono le decine di suicidi di contadini indiani disperati, nuovi servi della gleba della tecnologia e della genetica “modificata”, illusi che con l’acquisto delle sementi modificate avrebbero risolto per sempre i problemi legati ai parassiti che attaccavano le loro coltivazioni. Purtroppo i moltiplicatori si usano solo per i profitti di coloro i quali non sanno nulla di quelle terre, di quei contadini, di quei raccolti.
La solita fanatica dell’aratro a mano e delle mani callose?
No, tutt’altro. La tecnologia deve servire per liberare l’uomo dal sudore della fronte e non a ridurlo in miseria.
Scusate, ma non credo più a nessuno quanto mi sento dire “stiamo lavorando per voi”.
Tendo a divenire furiosa.
Ricetta del purè di PATATE NO OGM!
Più che una ricetta mi ci vorrebbe una camomilla… ma siccome sono una donna di spirito (anche alcolico, quando serve) credo che la denuncia sotto forma di sbeffeggiamento possa interessare di più di pagine e pagine di pistolotti che non leggerà mai nessuno.
Impariamo a denudare il re e qualcuno se ne accorgerà e lo dirà ad altri. La risata, come lo sbadiglio, è contagiosa!
Abbiamo parlato di patate e facciamoci un bel purè. Mettete via subito quelle bustine e tirate fuori un kg di patate, lavatele per bene e mettetele in una pentola d’acqua fredda con una manciata di sale grosso (così non si aprono durante la cottura) e, dal bollore, contate almeno una mezz’ora. Provate ad infilzare il tubero con una forchetta: se entra facilmente è cotto.
Scolate, raffreddate, pelate e schiacciatele con un passapatate direttamente in una pentola capace, unite burro, latte, noce moscata, regolate di sale ed il parmigiano reggiano alla fine della cottura, mescolando il tutto con un mestolo di legno. Non ci avete messo più di cinque minuti! Se volete renderlo un po’ insolito nell’aroma, magari per accompagnare una carne marinata, potete unire una bustina di zafferano, durante la cottura finale. E se mescolate una bella porzione di purè con un tuorlo d’uovo avrete un pranzo completo, magari con l’aggiunta successiva di un frutto.
[ Pubblicato on-line il 11 marzo 2010 ]