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“La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.”

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Emmanuel Carrère: “A Calais” (4/4)

9 Febbraio 2017

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #320 del 9 febbraio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 4 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
Blixa Bargeld, Bassthema [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Auf Freiem Feld [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Somewhere Over The Rainbow [Blixa Bargeld]

 
 

Copertina:
Il graffito realizzato da Banksy su un muro di cemento all’ingresso della “Giungla” di Calais. L’amministrazione comunale aveva avuto la bella pensata di farlo cancellare, ma poi si è resa conto che si trattava di un’opera d’arte e, come se non bastasse, di un’opera dello street artist più celebre e più pagato al mondo, che ormai fa parte del patrimonio della città non meno dei Borghesi di Calais di Rodin. Il murale, che ritrae Steve Jobs con una sacca e un computer vintage, ci ricorda che all’inizio anche il fondatore della Apple era un bambino arrivato negli Stati Uniti da Homs, in Siria. Certo, la situazione non è esattamente la stessa, il parallelo è forzato, tanto più che Steve Jobs era solo di origine siriana, è nato a San Francisco ed è stato adottato, ma non importa.”

 
 

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