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SOHN – Rennen

by Aria (Vinylistics)

7 Febbraio 2017

Uno degli aspetti più affascinanti del linguaggio è il modo in cui esso possa assumere significati diversi a seconda del contesto in cui esprime qualcosa.

Quando tre anni fa SOHN, aka Christopher Taylor, esordì da solista e protagonista con Tremors, il messaggio arrivò forte e chiaro: i “tremori” dell’artista londinese non erano altro che frammenti di una densa ricetta sonora le cui scosse non sarebbero partite dalla terra sotto i nostri piedi, bensì, dalle terminazioni nervose che rivestono i nostri corpi. Quella formula potente, combinata tra una voce emozionante e un’elettronica raffinata strizzante l’occhio al nu-soul, fece sicuramente sussultare (solo per un attimo, sia chiaro) James Blake che di questa sperimentazione sonora era sovrano indiscusso. Nel corso di questi ultimi anni sono stati in tanti, troppi, a seguire questo filone electro-minimalista sposato ai generi musicali delle culture oltreoceano e, bisogna dirlo, Blake ancora adesso ne reincarna uno dei più esemplari portabandiera.

SOHN, invece, che di londinese ha solo le origini, non bada molto alle tendenze del momento e ai paragoni che si possono fare tra i vari artisti. Lui abbraccia più bandiere e continua la sua corsa (che guarda caso è il significato di “rennen” in tedesco) verso orizzonti sempre nuovi e panorami sonori variegati. Il suo spirito cosmopolita l’ha portato nel giro di poco tempo a piantare le proprie radici da Londra a Vienna (luogo di nascita di Tremors) a Los Angeles. Nel mezzo ci son stati un matrimonio e l’arrivo di un figlio. Il buon Christopher non si è fatto mancare proprio nulla e quindi, visto che le esperienze ci son state, la luce della creatività è sempre rimasta accesa, il momento propizio per sfornare il sophomore non poteva che essere questo.

Rennen, però, vede la luce all’inizio di un anno che ancora una volta ci offre come portata principale la ricetta dell’elettronica ricercata e suggestiva. Pochi giorni fa si faceva lo stesso discorso parlando del nuovo dico di Bonobo, oggi per fortuna si può uscire dal claustrofobico giro di parole sempre uguali e parlare di un disco con una forte impronta personale e poco interessato a immedesimarsi nelle emozioni comuni rispetto ai disagi odierni. Infatti, la prima cosa che colpisce dei dieci brani che compongono questo lavoro è il modo di esprimere afflizioni e fragilità da un punto di vista strettamente personale, mettendo prontamente in chiaro che questo non è un disco per il sociale, nonostante le liriche siano rivolte in più di un pezzo a temi politici e ambientali.

Tutto in questo disco suona come un continuo invito a ricercarne il vero significato. Il produttore londinese corre alla ricerca di un nuovo luogo? Di una nuova avventura? Oppure è una corsa contro le avversità e le proprie debolezze?

È sempre stato il gioco di SOHN, in effetti: creare diramazioni sonore delicate, intime, capaci di diventare qualsiasi cosa nella loro esecuzione. Signal è uno dei frutti più luminosi di questa multidimensionalità: una delicata ballata atmosferica che quasi richiama il precedente Tremors, si trasforma, man mano, in un turbinio di transizioni elettroniche sospese. L’onirismo di questo mood soffuso si protrae per buona parte dell’album, passando per brani che finalmente tornano a toccare le corde black dell’ r’n’b come la successiva Dead Wrong più oscura, oppure quelle “blues” della minimale Still Waters. Su quest’ultima scia anche l’accoppiata iniziale di Hard Liquor e Conrad, quest’ultima a tema ambientalista con i suoi riferimenti ai cambiamenti climatici. La prima, invece, dà il via alle danze con un intrigante soul, carico di ritmo e immediatezza sonora. Poi c’è Primary, scritta durante l’inizio delle elezioni presidenziali degli USA, che si lancia in un sentitissimo “Give me patience to wait for another day…” (ahimè, molta di più te ne servirà, caro Chris) e ancora una volta l’intimismo scarno iniziale si trasforma in un accelerato tappeto sonoro all’insegna delle manipolazioni elettroniche. Gli umori di Taylor cambiano repentinamente nel corso delle dieci trace; la tensione nervosa di Proof (che tanto ricorda Thom Yorke nei suoi ultimi lavori da solista) contrasta l’ipnotica Falling. L’unica costante resta il suo timbro vocale che emerge in ogni brano dando a ognuno di esso  la giusta morbidezza.

SOHN stavolta riduce al minimo indispensabile ogni pavimentazione sonora ma coinvolgendo nelle sue produzioni impeccabili molteplici correnti stilistiche. Paradossalmente, questa risulta essere una scelta più coraggiosa di quanto si possa immaginare: nessuna rivoluzione sonora, nessun adeguamento all’eccentricità, a volte esasperante, del periodo. Eppure gli ingredienti di questo lavoro, pochi ma ben selezionati, mettono a punto un sound limato e ben confezionato che riesce a raggiungere picchi eclettici ed emotivi pur rimanendo di base immediato e accessibile a tutti...continua su Vinylistics

 
 

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