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"I Signori della Cenere", il penetrante ritorno di Tersite Rossi

Intervista agli autori del romanzo, Marco Niro e Mattia Maistri.

20 Febbraio 2017

A cura di Anna Irma Battino

Mercoledì 22 febbraio, al Centro Sociale Bruno di Trento, ci sarà la presentazione dell'ultimo romanzo di Tersite Rossi, nella figura sdoppiata di Marco Niro e Mattia Maistri. Per questa occasione abbiamo realizzato un'intervista agli autori, per scavare a fondo sui diversi significati intrecciati che questo romanzo vuole mettere in luce.

Per iniziare e rompere il ghiaccio una domanda facile, forse: com'è stato ritrovarvi a scrivere a quattro mani dopo qualche anno dal vostro ultimo romanzo? È cambiato qualcosa nel vostro modo di collaborare?

Mettersi a scrivere è stato naturale come se avessimo finito da quattro giorni, non da quattro anni. Anche perché in questo arco di tempo non siamo stati con le mani in mano, ma abbiamo preparato la struttura su cui poggia l'intero romanzo. Ci siamo trovati arrugginiti, lo confessiamo, al momento di tornare tra il pubblico con le presentazioni; ma solo un po’, perché la ruggine ce la siamo lasciata presto alle spalle. Il nostro modo di lavorare, invece, non ha subito sostanziali cambiamenti.
Anche per questo terzo romanzo il metodo è rimasto quello consueto: individuazione comune del soggetto a partire da un nostro bisogno di conoscenza, stesura della scaletta con la scansione precisa dei capitoli, scrittura individuale e contemporaneo lavoro di editing dei capitoli dell'altro.
Come si dice: metodo vincente, non si cambia.

Rispetto al vostro ultimo romanzo, “I Signori della Cenere", abbiamo visto un fitto intreccio tra diversi protagonisti: il personaggio di Lorenzo Rettura rivela il comando della finanza sulle nostre vite. Come si può uscirne senza la nostalgia del tempo che fu e che non ritornerà?

Rimettendo la finanza al suo posto, ovvero al servizio dell’economia. E a sua volta rimettendo l’economia al suo posto: al servizio della collettività. In altri termini, questo significa reagire duramente ogni qual volta qualcuno – giornalisti, politici, economisti, imprenditori – ci dice che dobbiamo preoccuparci perché il PIL non cresce, perché i mercati non gradiscono, perché lo spread sale. Tutte idiozie che con i bisogni reali delle persone non c’entrano nulla, montate ad arte per fare in modo che l’economia finanziarizzata, tossica per chiunque non la comandi, continui a rimanere il fine ultimo del modello. Quello che ci serve è cambiarlo radicalmente, il modello. Ce ne occorre uno dove l’uomo, e le collettività, siano riposizionate al centro, con i loro bisogni, quelli reali e non quelli indotti: non ci serve l’ultimo smartphone, ci servono il pane e le rose.

Invece il personaggio di Aldo Colombo esprime la rabbia sorda che solo rare volte si inerpica verso l'alto, ma costantemente e sapientemente viene indirizzata verso gli ultimi da parte dei penultimi, come spiegare questo meccanismo mass-mediatico senza scivolare in narrazioni da "great complotto"?

Colpire l'ultimo per evitare di diventarlo tu stesso fa parte di una reazione naturale dell'individuo, che denota la miopia con cui siamo soliti osservare la nostra esistenza. Soltanto alzando lo sguardo dal nostro metro quadrato è possibile notare l'assurdità delle guerre tra poveri e dei conflitti endogeni nelle classi subalterne, per scorgere non tanto un grande complotto, quanto una dinamica sociale che da secoli è stata sapientemente descritta: il predominio dell'élite sulla massa, che viene progressivamente convinta di non essere tale ma di poter ambire, a livello micro, cioè individuale, a diventare essa stessa élite. Come diceva "quel" tale: l'ideologia dominante corrisponde all'ideologia della classe dominante. E in virtù di questa trasposizione, milioni di Aldo Colombo, privi però della sua presa di coscienza, esplodono la loro rabbia dalla parte sbagliata, finendo per fare il gioco dell'élite, ovvero di quelli che noi chiamiamo “i Signori della Cenere”.

Il personaggio di Petra Venturini rivela invece l'inesplorato in un tempo in cui le società non erano solo competitive ma molto più cooperanti, dove le differenze di genere non erano subito ed autonomamente rapporti di potere. In questo contesto la situazione della Rojava in Siria e le teorie e la pratica  del confederalismo democratico possono diventare per dirle alla Langer "un’utopia concreta": voi a cosa vi siete ispirati per descrivere e creare questo personaggio?

Il personaggio di Petra Venturini ne “I Signori della Cenere” ci porta in dono il tassello che ci mancava. Dopo aver capito i meccanismi tecnici che hanno portato allo scoppio della crisi del 2007-08, ci siamo resi conto che le ragioni profonde della medesima non erano economiche e in fondo nemmeno politiche: avevano a che fare con qualcosa di molto più lontano, con l’antropologia, con la natura umana. Abbiamo quindi ripreso in mano alcuni testi di cui già conoscevamo a grandi linee i contenuti, per rileggerli alla luce di questo nostro nuovo obiettivo. Parliamo delle ricerche archeologiche di Marija Gimbutas e di quelle antropologiche di Riane Eisler, due donne – non casualmente – che, ciascuna nel suo campo, hanno dedicato la vita intera a riportare alla luce la memoria dell’esistenza, vera e reale, di antiche civiltà preindoeuropee, esistite in Europa, da nord a sud, fino a tremila anni fa, e poi improvvisamente, e misteriosamente, scomparse per sempre.
Si trattava di società prospere, ben evolute, i cui insediamenti – ci dicono gli studi archeologici - non presentavano fortificazioni, dove le armi non erano diffuse, dove le sepolture non presentavano grandi differenze, dal punto di vista della ricchezza materiale, tra ruoli sociali e nemmeno tra uomini e donne. Società mutuali, cooperative, egualitarie, dove anche le relazioni sessuali, che oggi definiremmo promiscue, avevano la funzione di appianare le tensioni e di favorire la pace sociale.
Il modello alternativo, quindi, è realmente esistito, anche se a scuola non ce lo dicono. Ed è in nome di questa “utopia concreta”, appunto, che va trovata la forza di continuare a lottare per favorire il cambio di modello.

In un tempo di ripresa dei nazionalismi è possibile pensare che gli Stati "ormai svuotati di senso" (se non dal punto di vista repressivo) possano sperare riprendere le loro funzioni di collante sociale o inaspriranno invece le divisioni per poterci poi controllare meglio?

Il nazionalismo e la conseguente repressione non sono causati dall'esistenza dello Stato, ma dalla sottomissione della macchina-Stato all'ideologia liberista che proclamando l'inutilità dello Stato stesso ha generato, per reazione, un ritorno dei nazionalismi. Se pensiamo all'Italia e allo Stato repubblicano e costituzionale non possiamo che attribuirgli il ruolo di ultimo baluardo della protezione sociale e dello sviluppo collettivo di fronte alla barbarie del liberismo economico e del transnazionalismo politico dell'élite. Per questo, come si sente spesso a sinistra, confidare nella fine dello Stato per dare realizzazione alla libertà dei popoli è miope e pericoloso, perché sottrae ai popoli stessi lo strumento per il governo del bene pubblico. E' quello che è avvenuto in Europa, dove siamo finiti tra Scilla e Cariddi: da un lato l'esaltazione della dissoluzione statale anarco-capitalista che ci ha lasciato in mano ai tecnocrati e dall'altro i rigurgiti nazional-fascisti che pretendono di riportare le lancette della storia a prima della seconda guerra mondiale. In mezzo: una pallida democrazia sociale che muore assieme allo Stato costituzionale.

Presentazione del romanzo "I Signori della Cenere", Mercoledì 22 febbraio, al Centro Sociale Bruno di Trento.

 
 

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