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Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni

Intervista a Cristiano Deison a cura di Mirco Salvadori

4 Marzo 2017

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

www.deison.net

 
 

 
 

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