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Al Bivio

un racconto di Mirco Salvadori

22 Marzo 2017

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

 
 

 
 

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