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Gorillaz – Humanz

by MonkeyBoy (Vinylistics)

5 Maggio 2017

Gorillaz sono sempre stati un progetto piuttosto strambo. Per i primi due – notevoli – album la band virtuale di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha rappresentato qualcosa di fresco ed in parte innovativo, uno sfogo concesso all’incessante creatività del leader dei Blur allorquando il ciclo vitale di questi pareva esaurirsi per sempre. È curioso pensare che se con la sua main band non era mai riuscito a sfondare in America, coi Gorillaz il buon Damon finalmente ci riuscì. Inoltre, avere hip hop, trip hop, elettronica, rap, rock, britpop, dub e quant’altro tutti insieme nella stessa stanza era una sensazione straniante ma comunque dotata di una visione, di un’idea. Dall’ultimo lavoro The Fall, sono ormai passati sei anni, e per resuscitare 2-D, Noodle, Murdoc e Russell serviva più di un semplice pretesto tipo ‘bella rimpatriata tra amici’. Perché Humanz potesse nascere, occorreva qualcosa che fosse così penetrante e carico di significato da convincere loro due a comporre un nuovo disco e noi ad ascoltarlo.

Quando verso la fine del 2015 Albarn comincia a radunare il solito stuolo di amiz/collaboratori, per motivarli rivolge loro – l’aneddoto ci è raccontato da Pusha T ma vale per tutti – il più classico dei what if?: cosa succederebbe se accadesse, che ne so tipo a novembre 2016, qualcosa di così sconvolgente da cambiare il mondo come lo conosciamo? Come sarebbe se vincesse LUI? Di certo non sarà stato l’unico a porsi la domanda – sarà stato uno dei pochi a farsela un anno e mezzo fa – ma ora che è stato pubblicato dopo così tanto tempo il rischio è che Humanz possa finire nel calderone delle espressioni artistiche post-Trump insieme alle innumerevoli altre. Ed è un peccato perché, almeno sulla carta, dietro c’è un progetto che parte da lontano e si snoda in mille posti, tra cui Londra, Parigi, NYC, Chicago e la Jamaica. Composto per la maggior parte sull’iPod di Albarn, il quinto LP dei Gorillaz è una risposta emotiva del suo autore alla politica dei nostri giorni, la conseguenza (un po’ di pancia un po’ di cervello) di un evento inaspettato.

I brani che mordono alla gola il tema politico-sociale sono disseminati qua e là senza un preciso costrutto. Il singolo di lancio Hallelujah Money – che vanta Benjamin Clementine alla voce principale – è un notevole elettro-gospel contro il capitalismo, la Let Me Out in cui si alternano Mavis Staples e Pusha T è stata scritta durante un viaggio in treno e si snoda a ritmo di hip hop su cupe meditazioni (“Together we mourn, I’m praying for my neighbors”), mentre l’unico episodio in cui si fa riferimento esplicito a The President è in The Apprentice, forse la migliore delle bonus-track dell’edizione deluxe. Quella di tenere la figura di Trump in ombra è stata una scelta espressamente voluta da Albarn, che paga i maggiori dividendi nell’ottima Ascension, dove il poderoso flow di Vince Staples può essere piuma (“The sky’s falling baby, drop that ass ‘fore it crash!”) o ferro (“This is the land of the free […] Where you can live your dreams long as you don’t look like me. Be a puppet on a string, hanging from a fucking tree”) senza soluzione di continuità.

Humanz, vale la pena ricordarlo, è stato presentato come un party-album, un disco da club. Analizzandolo da quest’ottica, se Saturn Barz – impreziosito dalla geniale performance auto-tunizzata di Popcaan – fa da apripista, l’elementare Charger – che resuscita l’altrettanto giamaicana Grace Jones (!) in duetto con il ‘vecchio’ 2-D – si addentra decisamente nell’intimità notturna (“I am the ghost. I’m the soul. I’m gonna take you for a ride. No antennas”) ma è Andromeda a cristallizare alla perfezione le atmosfere del vecchio nightclub di Colchester in cui si suonava il soul. Qui Damon, insieme a D.R.A.M. (e ai cori di Roses Gabor), ci invita nei suoi ricordi adolescenziali in pieno mood Billie Jean e dà vita, con la successiva Busted And Blue, all’unico e vero ‘momento Albarn’ dell’album. Dagli inizi, l’ingombro del songwriter si è via via affievolito, finendo per relegarlo quasi solo a mero accompagnatore, lontano dal faro illuminante cui eravamo abituati. La contraddizione che si è andata creando dà come risultato il non capire più se i Gorillaz sono al meglio quando Albarn c’è o quando non c’è, e tutto ciò si ripercuote anche sul resto. Tipo che alla fin fine, per essere un qualcosa di ballabile, di dance qui c’è solo Sex Murder Party, un pezzo house sì nobilitato da Jamie Principle e Zebra Katz ma di certo non memorabile.

Dunque se lo schema teorico di partenza è lo stesso di sempre – scenario apocalittico imminente dipinto da un narratore di ritorno da un futuro oscuro e distopico – quello reale ricalca la tradizione fatta di ospitate e collaborazioni con qualche problema in più nell’amalgama e nell’equilibrio della formula. Ciò fa inevitabilmente di Humanz più una playlist (o mixtape) che un concept vero e proprio. Si vive di episodi, alcuni come Submission – con Danny BrownKelela e la chitarra di Graham Coxon – sono per forza migliori di altri, soprattutto quelli che non riescono a sfruttare in pieno il loro potenziale. È il caso di Momentz, dove De La Soul, Jean-Michel Jarre (!) ai synth e pure quell’Azekel che avevamo apprezzato coi Massive Attack sono così sottoutilizzati da far venire le lacrime agli occhi pensando a quello che sarebbe potuto essere e invece no.

Purtroppo non sono pochi i brani trascurabili (tra cui StrobeliteCarnival o She’s My Collar) tuttavia vengono ampiamente compensati da una produzione impeccabile, frutto anche del lavoro di The Twilite Tone of D/\P, Remi Kabaka Jr. e Fraser T. Smith. Insieme ad Albarn confezionano un prodotto che tutto sommato funziona (ottima la scelta di seminare lo Humanz Choir ovunque) nonostante l’eccessiva lunghezza (gli intermezzi narrati da un Ben Mendelsohn a metà tra il Pope di Animal Kingdom ed il Krennic di Rogue One può essere spassoso quanto noioso) e che si conclude in gran bellezza coi 2 minuti e poco più di We Got The Power. Nel synth-punk che tira giù il sipario si respira l’aria dei bei tempi andati che furono, con tutte le cose al posto giusto: la vivacità di Jehnny Beth, la classe di Jarre ed il duetto tra Albarn e quello furbo dei Gallagher a mettere il fiocco ad un ventennio ormai quasi dimenticato...continua su Vinylistics

 
 

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