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Brunori Sas e Verano live @Sherwood Festival 2017

a cura di Matteo Molon

21 Giugno 2017

Si fa sera il 16 giugno su Padova e arrivo al Festival giusto per prendermi da bere e calmare il caldo che oggi tartassa oltre ogni modo il corpo. L’estate è qui nel bene e nel male. Mi rinfresco e mi calmo, giunge anche un filo di vento e la tranquillità si fa spazio, rendendomi pronto per il concerto di Brunori, aperto da Verano.

Verano, nome di Anna Viganò, ex Officina della Camomilla, ha dalla sua un Ep di synth pop molto sofisticato e ben prodotto, dalle melodie romantiche, ariose, rifinite di poesia agrodolce nei testi. Mi aspetto di vivere live le stesse atmosfere sospese assaporate in Cielo su Milano, Nevada, Ginger e Fred.

Il risultato finale mi lascia un sottile amaro in bocca: le capacità, la ricerca dell’eleganza in studio ci sono, ma sono rese opache da sbavature nel canto, nella resa del lato strumentale. Prendiamo ad esempio la sospensione emotiva di Ginger e Fred in originale: dal vivo è un sali e scendi, tecnico ed emotivo, continuo. Si perde di intensità, ed è un peccato.

L’apertura di Anna diventa l’introduzione al libro che Dario Brunori e la ricca band, con tanto di fiati, scriveranno lungo le due ore di esibizione. Un compendio del presente e del passato, dall’ultimo Lp “A casa tutto bene” al primo “Brunori Sas, vol.1”.

C’è da dire che Dario è anche un gran intrattenitore, riuscendo a superare indenne la pausa per difficoltà tecniche con una scioltezza rara; “in verità è tutto fatto apposta cosi che diciate: bravo Brunori, nonostante quello che è capitato ha portato avanti lo spettacolo senza problemi!” esclama con ironia, e sarà cosi per il resto del tempo speso sul palco.

Si passa senza timori dai canti de La Verità, Canzone Contro La Paura, L’Uomo Nero, a Italian Dandy, Kurt Cobain e il Costume Da Torero.

Ho una mia idea precisa su quella che sia la poetica dell’artista calabrese e del perché ha presa su un pubblico così trasversale. Dai ventenni ai cinquantenni.

Musicalmente è pop ma elegante, non ha niente a che vedere con l’urgenza giovanile dell’indie italiano. È sempre uno stile alternativo ma più maturo: per i ragazzini e ragazzi è un giovane zio, per chi è adulto un compagno di avventure.

Dario scrive un libro aperto di parole dove si ritrovano la malinconia delle paure e la liberazione di chi le esorcizza confessandole a chi ha vicino, o a chi ha conosciuto da poco tempo, umano foglio bianco. Brunori annulla il peso del passato, del rimorso, per farti considerare solamente quanto di buono hai appreso, dagli errori, dagli eventi. L’apice infatti è Canzoni Contro la Paura che più eloquente non può essere. Ascoltarlo significa leggere un libro di formazione, come un Hemingway in adolescenza.

Mi accendo una sigaretta e sulle note di piano di Guardia ’82 ritrovo la placida concretezza di ciò che mi sta attorno, delle strade marginali, dei campi brulli dimenticati fra città e campagna, ed è metafora della condizione umana, cantata da Dario: esseri soli, scordatisi di ciò che li rende forti, delle qualità, illuminate da una lunatica manciata di canzoni, intonate in una afosa, stanca notte estiva. Dei toreri sconfitti in procinto, se vogliono, di dare consistenza al proprio vissuto.

Guardia ’82 dal pianoforte si erge in una folata di sassofono, sostenuta dal sangue della batteria. Amore in circolo, fra pubblico e musicisti. Le luci si affievoliscono e chiudiamo il libro.

 
 

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