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Recensione dell'Ep d'esordio dei Blue Hole

A cura di Matteo Molon

10 Agosto 2017

L’animo dei Blue Hole ad un primo impatto appare dispersivo, senza un reale fine artistico, ma presto si capisce, dopo vari ascolti consecutivi, che in realtà i pezzi non sono la classica composizione diretta alla massa del pubblico, nascono da un lavoro più introspettivo che fa propri gli elementi della dispersione e dell’isolamento.

All’inizio il suono dell’ep si dilata senza restituire una idea chiara del percorso musicale del gruppo aquilano, si perde in frammenti di roccia gettati all’aria, come se un asteroide si fosse scontrato contro un altro asteroide. Solo successivamente tutta la materia si ricondensa e trova definita espressione divenendo un sistema organico. E qui risalta il tema dell’isolamento, soprattutto grazie alle parole. Doveroso specificare come il lavoro avvenga sia sotto l’aspetto compositivo che lirico.

La canzone Cosmonaut è la giusta cifra di quanto detto:

“Here I am, in the camp, living my dream,

in my lightning spacesuit, full of fears and feelings

..

And these engines will blow me away

out of the atmosphere..

..

no more communications, isolated and in trouble;

and I realized that my cosmic journey would be

the last chapter of my life”

Dal testo si evince la dimensione ovattata in cui si trova il protagonista, un cosmonauta (nome russo dell’astronauta), il quale partito per vivere il suo sogno spaziale si ritrova invece perso in un’altra dimensione, parallela a quella reale, ma non meno concreta. Lisergica, ma concreta.

Inseguire l’universo significa lasciare il mondo comune per trovare la propria quadratura, rimanendone anche in balia, senza legami, consci che quella è l’ultima e unica opportunità per Esistere pienamente.

La diretta conseguenza è racchiusa nel testo di Home:

“My home is everywhere, in everyone that I met,

in every minute I spent, the roots I put and I kept.

My home is here, in my heart, is in these streets that I walk down,

in every night I got drunk , in every day I felt lost.

My home is this cold land, with white mountains all around,

it’s something you can’t explain

with any word that you learned”

Lungo la strada il concetto di “casa” diventa il mondo intero, ogni luogo dove l’agire e la decisione hanno lasciato un segno che ha restituito un significato intimo e personale. Casa è qualsiasi luogo che si è fatto proprio. Colpisce il senso “freddo” che è stato dato al concetto, come se dovesse per forza esservi sempre e comunque un distacco necessario ad essere liberi (di scegliere), essenziale per lasciare andare e ri-partire di volta in volta.

Questo Ep, al di là di una sottile rifinitura sulla produzione che avrebbe giovato a una resa complessiva più forte e solida, è la narrazione di un viaggio, è dedicato a chi ha il tempo di camminare e pensare, e concretizzare quanto ragionato. Non è adatto all’orecchio facile e dal vivo i ragazzi sembrano cavarsela piuttosto bene. Delle quattro canzoni inserite Cosmonaut e Home sono le più intriganti.

Alessio Di Francesco (voce e chitarra), Stefano Iannello (basso) e Marco Panepucci (batteria) sono da mettere sulla mappa e seguire con interesse, ricordandosi di andarsi a leggere i testi di ogni brano una volta ascoltati.

Seguiteli su Facebook: www.facebook.com/BlueHole2/

 
 

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