<![CDATA[Diserzioni | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/109/diserzioni/articles/1 <![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]>

Lo si sa da sempre, a Venezia e nel suo hinterland vige l'antica regola della sigla ecumenica che risale ai tempi della Serenissima Repubblica: RRJ - Reggae, Rock, Jazz. Chi tenta di porsi trasversalmente a questa regola viene messo all'angolo e non gode del favore del folto pubblico che solitamente affolla i rumorosi luoghi nei quali i poveri musicisti tentano di farsi sentire, sopra un palco che non riesce a sovrastare il baccano procurato dagli avventori del bar sottostante e il frastuono creato dalle bottiglie di birra che rotolano sotto i tavoli. Gran rispetto quindi nei confronti del locale di Marghera che tenta una manovra decisamente controcorrente. Allo Spazio Aereo ci si va per ascoltare suono di altra matrice culturale, un suono comunemente definito con il termine 'elettronica' che a dir il vero non ha una sua specificità, significa tutto e niente ma, almeno dalle nostre parti, serve ad indicare una modalità di pensiero innovativo, altro.

Come si diceva prima, il termine 'elettronica' non ha una sua specificità se non viene abbinato alle molte derivazioni artistiche che vivono al suo interno. Pur essendo per i più forma espressiva 'minore' (soprattutto qui in terra serenissima) ha la facoltà di esprimersi in svariate modalità che partono dal dancefloor per giungere alla ricerca più sperimentale. Questo il campo d'azione del manipolo di coraggiosi utopisti che quotidianamente combattono contro l'invisibilità di un mondo nel quale a malapena si distinguono, scambiati per strani esseri alieni che si esprimono attraverso l'uso di sonorità altrettanto aliene. E' un mondo invisibile che agisce con la baldanza data dalla completa autonomia e indipendenza, sotto l'egida dello spericolato sperimentalismo.

Da qualche tempo un critico musicale toscano ha deciso di prendere in mano la situazione chiamando a raduno tutti gli intererssati che intendessero partecipare ad una sorta di campagna rivendicativa per imporre la propria identità artistica oltre il loro ristretto confine, nella convinzione che ogni suono ha libertà di appartenenza e deve essere riconosciuto e ascoltato a tutte le altitudini. Un pensiero utopistico che ha spinto molti musicisti e performers a farsi avanti e apparire nelle molte pagine che compongono quella sorta di enciclopedia del suono alternativo della nostra penisola che è Solchi Sperimentali Italia – 50 anni di italiche musiche altre. Una vera e propria raccolta di storie e nomi dello sperimentalismo italiano curata da Antonello Cresti per la casa editrice CRAC, un libro a cui è seguita, grazie all'opera del crowdfunding, la creazione di un dvd di prossima pubblicazione. Con questa sigla si è aperta anche un'etichetta discografica e altre iniziative si sono avviate tra cui una serie di serate che hanno toccato molte località della penisola sbarcando anche allo Spazio Aereo, lo scorso fine settimana.


Da semplice descrittore mi limiterò a commentare la serata, senza valutare personalmente un'operazione a livello nazionale che è oggettivamente positiva ma altresì inutile per colmare quel gap sempre esistito tra musica di consumo e musica altra. Da assertore dello 'snobismo sonoro' come arma di offesa, ho sempre pensato si debba mantenere le distanze tra due mondi impossibilitati ad interagire per problemi legati ai rispettivi dna.


Nel corso della serata si sono esibiti quattro interpreti, appartenenti a quattro diverse scuole di pensiero e a tre diverse 'ere musicali', come a rispettare il tratto inconfondibile del pensiero crestiano che usa la mescolanza di periodi e stili musicali spesso incompatibili se riuniti sullo stesso palco.

Alessandro Ragazzo è un sound artist veneziano che fa ricerca sul territorio usando come base il field recording sul quale agisce sovrapponendo e manipolando il rumore naturale che normalmente ci circonda. Il suo è stato un set altamente immersivo nel quale la dislocazione liquida del suono, filtrata attraverso l'uso della macchina, ha agito come leva aumentando la percezione, rendendo quasi visibile e palpabile il muro sonico creato in loop innanzi all'ascolto. Forse la presenza dei visuals avrebbe ancor di più aiutato il salto comunque notevole dentro la normalità che quotidianamente ci circonda ma di cui non riusciamo realmente a percepire la vera essenza.

Artcore Machine, duo formato da Moreno Padoan e Roberto Beltrame, due alchimisti che provengono da Rovigo e conoscono bene l'animo della bestia sonica. Autori di un set dal crescendo micidiale, hanno liberato dalle gabbie che le imprigionavano le cieche creature sintetiche, permettendo loro di studiare una via di fuga attraverso il tracciato di scie elettriche che le teneva prigioniere. Gli esseri hanno annusato le barriere, le hanno scoperte ed abbattute con furore di divinità che si erge imperiosa, mentre lo spazio perde forma piegato dall'urlo che disconosce il 4/4 e si esprime con violente onde d'urto schiumanti velocissimi bpm lanciati contro insormontabili muraglie di basse frequenze. Impressionanti.

Fausto 'Degada Saf' Crocetta rappresenta uno dei salti temporali cui si accannava prima. Fondatore dei Degada Saf, esponenti di spicco dello stilo sinth-pop degli anni '80. Autore del mai dimenticato vinile intitolato 'No Inzro', per la storica fanzine Rock Garage, nel corso degli anni non ha mai abbandonato gli strumenti. Lo ritroviamo sul palco con un set che ripercorre in chiave rivista e corretta quelle sonorità permeabili al quattro quarti che tanto hanno fatto danzare i new wavers del tempo. Una prima parte forse indecisa, in bilico tra sonorità d'ambiente incompiute e ripetitivi impulsi ritmici che sfocia però in una rivisitazione de La Rhumba De Shang Hai che ancora fa battere il cuore a chi, quegli anni colmi di fermento, li ha vissuti in pieno.

Opus Avantra rappresenta l'ennesimo ampio salto indietro nel tempo. Band seminale del rock progressivo e del crossover d'avanguardia italiano degli anni '70, da sempre considerata una formazione culto grazie anche alla vocalist Donella Del Monaco autrice tra i tanti, di un album in collaborazione con Elliot Sharp e Steve Piccolo. L'ensamble ha presentato un mini-live dal sapore forse troppo antico, dedicato a chi ancora è ancorato a sonorità che risultano appartenere ad una memoria ferma al periodo del prog-rock celebrativo di quegli anni. Musicisti estremamente preparati, il flautista Mauro Martello in testa, incapaci però di reinterpretare un suono che molto ha fatto per la crescita musicale di qualità ma che oramai è relegato nella memoria, impossibilitato a competere con la velocità e l'intensità del pensiero post-moderno.

Sia gloria quindi a questi indomiti sognatori e al suo (in?)coerente condottiero a cui va tutto il rispetto dovuto per la caparbietà e coraggio dimostrati nel continuare a segnare profondi solchi di sperimentalismo su terreni non sempre fertili.

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È nel buio che il suono galleggia
perché l’oscurità è assenza,
è un vuoto e non si vede
ma è lì che si rivelano gli spazi aperti
dell'immaginazione

 

VVV: Talking in the Dark

Mininome: Abode

DJ Heroin - Conciliator

r.roo: Sad Party In Outer Space

Bloom: Efflorescence

skeler: SEE_ME

SØVVAVE – Downtown

Tyler Frost: Way to Heaven

Kosikk: All you can see

Jellis: Richness Lies Within

Blackbird: Night


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<![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

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<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

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La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

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<![CDATA[Diserzioni: Luce leggera]]>

come un riflesso
che attraversa il suono dilatato,
nero come la notte,
profondo come l’oceano,
che vibrando nell’aria
e fluttuando nel vuoto
diffonde lentamente calore
e una luce leggera

 

 

Max Richter: On the Nature of Daylight (Monocherry Remix)

Avella: Petals

Andy Leech: Skylight

Faodail: Coalesce

Direct: Make Me Feel

Shipwrecked & Cloudburn: Departure

Balmorhea: Natural World

Noveller: Deep Shelter

Jonny Nash: lime

Gigi Masin: Lovloop

Abul Mogard : All This Has passed Forever

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]>

Tornare indietro nel tempo, quanti di noi vorrebbero farlo. Tornare a rivedere chi non c'è più, tornare ad assaporare un tempo diverso, vivo, ancora capace di sorprendere. Capitombolare a tutta velocità nel soffice suono non più alieno, non più scontato come può esserlo un racconto meccanicamente letto per troppo, troppo tempo. Rinascere scoprendo che è ancora possibile ritrovare un suono da indossare, perfetto per la tua anima imbolsita dall'ascolto reiterato, freddo, esente dalle pulsazioni che riescono a far battere il muscolo del ricordo.

Avevo già vissuto questo magico fenomeno legato alla dislocazione animo-temporale, questo salto a piè pari dentro un universo illuminato dal sole, una luce che accompagnava un viaggio a due, fianco a fianco sul bagnasciuga di una spiaggia che si perdeva lontano, fino a quel confine oltre il quale era permesso il passaggio solo ad uno dei due amici. Vdb23/Nulla è andato perso, l'apparente incomprensibile formula che serviva come password per il salto indietro nel tempo. Era il 2014 e quel lavoro scritto da Claudio Rocchi e Gianni Maroccolo riscaldò per molto tempo il mio cuore.

Penso spesso a quella pausa, al momento di rigenerazione donatami da quell'ascolto. Con speranza ho cercato di ritrovarlo all'interno di altri lavori che tentavano una traduzione sperimentale del Rocchi pensiero ma il salto non è avvenuto, troppo pesante la celebrazione e artefatto lo sperimentalismo. Tentavo di rallentare la mia inquietudine negli ascolti di tutti i giorni finché non tornarono a giungermi quelle note, provenienti da un triplo album registrato dal vivo, un disco che contiene al suo interno l'edizione limitata di un 7” con due inediti dell'amato e mai scordato sciamano. Nulla è andato perso, un disco registrato durante l'omonimo tour che ha visto Gianni Maroccolo girare l'Italia durante i primi sei mesi del 2016.

Tornare nuovamente indietro ora si può.

 La Compagine:

Una serie di concerti che ha visto tanti nomi succedersi sopra il palco, molte collaborazioni com'è d'uso in casa Maroccolo: Alessandra Celletti, Ginevra di Marco, Federico Fiumani, Cristiano Godano, Francesco Magnelli, Ghigo Renzulli, Miro Sassolini, per citarne alcuni. Tanti gli artisti che hanno accompagnato la formazione composta da Marok all'inseparabile basso: alla voce un Andrea Chimenti in stato di grazia, Antonio Aiazzi colpevole di usare le tastiere come lame affilate create per incidere il cuore, il ritmo del viaggio regolato da Simone Filippi e ondate di antichi aromi orientali affidati alle corde del maestro Beppe Brotto; la perfezione. Il tutto stampato con la storica Contempo Records di Firenze, una ritrovata etichetta che ha contribuito non poco alla nascita del suono indipendente italiano.

 Il Contenuto:

diversamente dalla matrice originaria, la documentazione live contenuta nei tre albums esplora altri mondi, altri suoni. Non solo la galassia Rocchi, che ovviamente è la colonna portante del disco ma anche omaggi a Vinicio Capossela, Litfiba, CSI, sorprendentemente Philip Glass, i CCCP, Maroccolo stesso con la bella Elianto cantata da Ginevra Di Marco, sorprendentemente i Residents, ovviamente l'immancabile Battiato amatissimo dal Marok, un brano dello stesso Chimenti e un grande omaggio all'amata Sardegna con un canto tradizionale scritto negli anni '20, interpretato anche da Maria Carta e qui cantato in coro con il pubblico, si presume sardo.

La Filosofia:

Parafrasando Vdb23 userò anch'io un acronimo: ITeA - Indipendenza totale e assoluta. Nessun intermediario, nessuna major a controllare la stampa del disco, nessun management ad occuparsi dei live. Tutto il progetto è stato ideato, voluto, costruito e messo in atto da Gianni Maroccolo assieme a artisti seri, gente che ancora usa reverenza verso il termine 'indipendenza', sinonimo di libertà espressiva.

 La Musica:

Sembra di esser tornati ai tempi nei quali ci si ritrovava nel negozio di dischi preferito per commentare il nuovo album appena uscito. Sembra di esser tornati ai tempi nei quali si attendeva l'apertura del negozio – sempre quello del negoziante di dischi preferito – per ritirare il pacco di copie ordinate la settimana prima. Sembra di esser tornati ad ascoltare il rumore del vinile che scivolava fuori dalla sleeve che lo conteneva. Sembra di aver ritrovato il coraggio di ascoltare, per Dio! Ascoltare e riascoltare per ore lo stesso disco, un vinile piombato come un fulmine a stravolgere la tua discoteca. Sembra di esser tornati in quel luogo segreto dove si coltiva e fiorisce il ricordo perenne della giovinezza, un angolo di cielo non inquinato dal mercato, dalle finte celebrazioni, dalla retorica e dal rimpianto. Sembra di essere entrati nell'atelier di un artista che sa magicamente interpretare e tradurre i sogni altrui, stanze accoglienti nelle quali si sorride di commozione, convinti che nulla andrà mai perso.

PS: Sia per te un buon viaggio Claudio!

 

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<![CDATA[Diserzioni: Cieli scuri]]>

Se potessi fermare il cielo,
per conservarne la bellezza,
non sceglierei la chiara limpidezza del giorno
e nemmeno i mezzi colori dell’alba e del tramonto,
ma le mille sfumature della notte
con i suoi cieli scuri



Twisted Psykie: Dark Skies

Luminance: Dark Skies

Jessaudrey: E X I S T

Seventeen X Yasu: Prussian Blue

Loner: Hound

Haven x Holy Rain: Fantasy

Congi: Contours

Biome: Turn

Eikona: Out Of Reach

Clau M.About Me & You

Seventeen: surō w: dedflwrs

Hrím:Huldufolk

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<![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]>

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

www.deison.net

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<![CDATA[Diserzioni: No future]]>
C'è un grido che ritorna
Uguale ma diverso
per condividere ancora
inquietudini e intimità
magari aiutandoci a guardare meglio
dentro il nostro cuore di tenebra.
E a vedere qualcosa nel buio
che sempre più fitto ci avvolge.


Moirè: Opposites

Monolog & Subheim: Wone

Marcus Fjellström: Schmerzrot

CvO: Vans

Hermei: Together

Anubis XIII: Black Opal

4by4: Dissociate (w/ Icy)

WRCKTNGL: Destiny

Toastr: Wishes

Aarne: Tears (w sake. & STAHL)

Nevaeh: Eternal Light

Venice: Untitled

MYSTXRIVL x KAREFUL: Give Everything

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<![CDATA[Diserzioni: Tenera malinconia]]>

T'incatena

come un suono amato nel passato

e mentre confronto l'attuale ascolto

con il sublime trascorso

mi ritrovo a ripercorrere

la stessa intensa via

piena di tenera malinconia

 

 

Lowhitey: Sadness In The Most Beautiful Way

Brimstone: Fidelity

lusine: Witness

Tim Schaufert x Rift:Desolate

Fyoomz x Just Connor: Dawn s Glory

Ecepta: Horizon

Synkro: Inhale (ft. Faib)

Kori:Then She Spoke

Aetherworld: Apathia

Owsey: To Dream Is My Only Way Of Being With You

Naadyn: Moon (Ghost Ark Remix)

Waller: Aegis

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<![CDATA[Diserzioni: Neve luminescente]]>

scivoliamo lenti

in questa nuvola di suono

curvando piano nel silenzio

per poi riprendere la discesa

seguendo una dolce scia disegnata

sulla neve luminescente



Bloom : Luminescence

Lion Forest : Snow Crunching

Deepcosmo: Podvodoy

Bluffsound: Obtekaniye

Shelta: Cruel

Blut Own: Fading

Astral Planes: Exodus

Rhian Sheehan: Somnus

Raine:The Burra

Message To Bears: They Ran

haven: dead in the water

Yagya: Substorms On a Winter Night

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<![CDATA[Diserzioni: Pianto silente]]>

Tutti abbiamo nostalgie

e guardiamo addietro

nel calendario della vita,

assaporando i ricordi

nella speranza, nell’illusione, forse,

di non sentire la cadenza inesorabile

della goccia del tempo che scava

come un pianto silente

 

 

A Guy Called Gerald: Silent Cry

Bucky.Never Be

Sibewest X Sloati: Summer Park

Black Paper – Pulse

Cadeu: Slowall

Kazukii - Need

Letherette: Frill

The Penguin District: Vice Grip

Sangam: Tears (Didn't Mean Nothing)

Okada: An Endless Battle Of Memories

Emika: Grief (Prelude)

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<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]>

solo quando si trovò sulla soglia della cecità Nietzsche smise di leggere le opere altrui e si concentrò sulla scrittura delle proprie, senza più maestri, né guru” (L.V. Arena – Brian Eno Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014)

 

L'ho accolto in casa con una certa freddezza, un comportamento che si addice quando l'ospite risulta troppo ingombrante o gli si vuol celare l'ansietà dell'incontro. L'ho tenuto in disparte per un lungo periodo, lasciando che la mia curiosità ancora galleggiasse assieme al battello che per qualche tempo è rimasto ormeggiato a Palazzo Tè, in quel di Mantova.

Una mostra, un disco che hanno saputo nuovamente colpirmi nell'intimo anche se qualcosa di ancora più nascosto e lontano mi sussurrava che non era abbastanza, ci voleva di più, più giù, più in fondo.

  Ho posato il nuovo cd di Eno nel lettore una settimana fa, da una settimana sto levitando ben oltre i territori conosciuti, viaggio mentre il tempo si annienta e l'idea stessa del confine da raggiungere diventa un racconto lontano, immerso nel ricordo di un passato indefinito mentre continuo a volare leggero tra un rimbalzo e l'altro di note che si confrontano tra loro nell'istante senza fine di un riflesso.

 Quando uscì Reflection, un mese fa circa, sentii il bisogno di esprimermi usando però modalità di scrittura diverse. Cercavo un approccio più scientifico, cattedrattico, lucido e distaccato. Dovevo valutare ciò che ascoltavo seguendo pareri, ricordi, tesi, calcoli che apparivano nei vari testi letti, pagine che avevano come minimo comune denominatore Brian Eno, uno dei maggiori assertori del “non insegnamento”, praticamente era pura contraddizione.

 “E' una tragedia che l'educazione sia giunta al punto di dirti che non dovresti provare a farti tue teorie sulla filosofia, ma soltanto imparare ciò che ha detto o fatto il filosofo” (Brian Eno, Lezione alla Red Bull Music Academy)

 Conoscevo questo suo lato, così come conosco l'appartenenza della musica di Eno alla scuola cosiddetta popular. Quando ti imbatti nei suoi suoni sai che non stai viaggiando nel paludato e stretto spazio del pensiero contemporaneo, lì dove anche la non regola è regola ferrea da seguire sullo spartito sospeso nell'assenza del non silenzio. Sai che Mr. Le Baptiste de la Salle ha senz'altro guardato – non certo studiato - quegli spartiti ma lo ha fatto con ancora vivo il ricordo delle piume che adornavano il suo costume, in quel tempo lontano trascorso assieme all'altro Brian, nei Roxy Music.

Credo sia fondamentale tenere a mente le sue origini per meglio comprendere il suo percorso. Così come è importante conoscere il motivo che lo ha indotto a lasciare il palco imbellettato del rock per andare alla ricerca della materia primaria, il vero suono che non ha bisogno di frontmen, assoli impossibili di synth, folle ondeggianti sotto al palco. Un'idea, un viaggio iniziati nel 1975 con Discreet Music o, come asserisce lui stesso, nel '73 con Robert Fripp o forse con la prima traccia musicale da lui registrata alla Ipswich Art School nel 1965.

 Penso al suo lungo percorso di crescita, di ascolto infinito, di instancabile ricerca. Penso al nostro notevole debito nei suoi confronti. A come ora, per esempio, possiamo facilmente dare un indirizzo musicale ambient alla nostra etichetta digitale informando velocemente e con precisione coloro che non conoscono la nostra linea editoriale. Penso mentre il suono fluido continua a sgorgare da casse mai sazie del suo silenzioso e dolce fluire.

 Ascolta Reflection qui

 Più scrivo e più mi allontano dallo stile che intendevo usare. Tutte le nozioni acquisite esplodono al rallentatore davanti ai miei occhi mentre l'immagine sfocata prende forma. E' un enorme sfera di suono, quella che sto attraversando. Si espande in continuazione mentre le note che la compongono si rigenerano senza fine. Il pensiero matematico si unisce a quello filosofico e il tutto si nutre di musica. Suono illimitato, questo il motivo della nascita di Reflection, la app creata da Eno assieme a Peter Chilvers, capace di generare all'infinito molteplici suoni, mai simili tra loro. Un viaggio che il lettore del cd non può permettersi, fermando a 54 minuti circa la sua corsa silenziosa. Una sorta di compromesso con il mercato musicale, o ciò che ne è rimasto. Racchiudere un lavoro di tale portata all'interno di un cd equivale a far crescere una splendida balena azzurra all'interno di una boccia per i pesci rossi ma...così funzionano le cose.

Insisto nell'ascolto o forse è l'ascolto che mi ha inglobato trasportandomi in luoghi lontani da me stesso. L'attesa dell'usuale e famigliare tocco di pianoforte è vana. Sono le macchine e la loro sensibilità ultramondo a governare questo spazio. L'uomo ha interagito con loro il tempo necessario per istruirle. Per noi un lungo dialogo appena iniziato. Per loro, abituate alle distanze incommensurabili degli anni luce, uno spazio temporale breve come il brillare di un lampo. Forse sta giungendo il tempo dell'abbandono da parte dell'uomo dell'idea stessa di musica suonata, irrigidita dentro regole di stile o ritmiche. Forse è ora di incontrarsi non più negli spazi riempiti di assordante e antica elettricità o canonica e colta elettronica. Forse è giunto il momento di abbracciare il silenzio e il suono che esso trasporta, capace di avvolgere e rigenerare anche anche l'ambiente che ci circonda.

Utopie?

  “...non è tanto una questione di suonare ma di saper ascoltare” Brian Eno

--> Brian Eno – Reflection – Warp - Gennaio 2017

--> Brian Eno/ Peter Chilvers – Reflection – Opal – 2017 (generative app)

 

Lettura consigliata:

--> Leonardo Vittorio Arena – BRIAN ENO Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014

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<![CDATA[Diserzioni: Midnight Prayer]]>

C'era un silenzio
come d'attesa
lungo la strada
che portava all'oscurità

C'era un silenzio
che scendeva nella notte
accompagnato da un lieve rintocco di suono
che assomigliava ad una sussurrata preghiera

Lynchobite: Midnight Prayer

S P A C E O U T E R S: Night Melancholy

SKY H1: NightFallDream

AyyJay: Missing

Spectre: Abandon

Future Sound Of London: Egypt

Austra: We Were Alive

Extence: Advice

Yally: Sudo

Black Merlin: Hope

Naaahhh: Empty Rituals

Amnesia Scanner: Atlas

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<![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]>

La Vulnerata

Scorcio interno

Cerchi disperatamente di trasformare ai suoi occhi ciò di cui ti accusa − la tua volubilità, quando in realtà quel che vorrebbe da te è solo una sovrumana disponibilità alla rassicurazione, per tamponare la sua insicurezza e la sua ansia di controllo congenite − in una specie di relativismo gnoseologico nel momento in cui gli scrivi (sull’agenda del collezionista copertinata di velluto azzurro che stai riempiendo di questo amore): «Per mia natura, sin dall’infanzia, non sono mai riuscita a prendere delle posizioni radicali che escludessero le alternative. Finora l’avevo considerata come una certa capacità di comprensione delle differenze, un mio essere sempre in movimento, interiormente intendo, come se dentro di me ci fosse una massa magmatica che non riesce né vuole cristallizzarsi, ma che si alimenta di tutto ciò che conosce», metà della pagina occupata dalla fotografia di un quadro intitolato Milano vecchia − Carosello dei tram in Piazza Duomo con neve.

Su un’altra pagina, una delle prime, hai incollato invece il tuo disegno, con didascalia, del “mattone Ti Amo”, in risposta a un suo discorso che ti aveva colpita fino alle lacrime, tenuto a tarda notte, in macchina, davanti alla lenta rotazione delle pale di un vecchio mulino montano, discorso con cui ti catechizzava sul peso delle parole d’amore («Sono come dei mattoni») e sulla nostra responsabilità nel loro uso. Senza ancora arrivare a proiettare sulle tue esperienze relazionali passate quel senso di vacuità e fallimento che il suo giudizio avrebbe presto scatenato, con patetica sollecitudine, sotto il tuo mattone, gli hai scritto: «È più friabile di una zolletta di zucchero. Vorrebbe solo sciogliersi dentro di te e darti nutrimento (un cibo dolce e leggero, un tepore soffuso, una segreta energia), senza saziarti né pesare». Quel che non avevi ancora intuito quando scrivevi era che il problema stava proprio lì: nella faccenda della sazietà. Lui non si sarebbe mai sentito appagato, pieno, nutrito da te e dai tuoi sforzi; ne avrebbe chiesti sempre di più una volta constatata la tua disponibilità a concederne.

Metaforizzando (lo ammiri così tanto per la naturalezza con cui lo sa fare), ti ha parlato di una stanza dalle molte finestre che potrebbero aprirsi come anche restare chiuse per sempre, e intanto, giorno dopo giorno, ti sta murando viva mentre tu, completamente fuori strada, dall’agenda azzurra dei pittori gli dici, metaforizzando, che il tuo amore si è fatto spazio aperto e lui deve solo respirarlo, gli dici di essere fiduciosamente accoccolata su una solida roccia circondata dalla distesa delle possibilità e di attendere che dal mare arrivino messaggi, gli dici di voler fare della tua vita qualcosa di bello, di pulito, di arioso. E tutta quest’aria, questo respiro, questa ruah sta soltanto nelle tue parole, per il resto è una lenta asfissia, malgrado la tua ostinazione a fare di lui il punto di arrivo («La mia vita passata ha tinte smorte, è lontanissima. Ho vissuto sinora perché dovevo arrivare a questo, dovevo arrivare a te»).

«Tu sei stato l’arco che mi ha scagliata al centro di me stessa» gli hai scritto, metaforizzando, in una pagina che in alto a destra ha la foto di un quadro intitolato Malinconia (cinque persone vestite di allucinato giallo e rossoarancio sedute ai tavoli di un bar, nessuno sguardo reciproco, solo una pentade di solitudini).

Cazzate. Ciò che ha fatto e continua a fare, di quel centro di te che gli hai così docilmente consegnato, è una camera del sarcofago. Vedi forse delle aperture, un’uscita?

Da Planctus.

 


Inizia così questo incontro con Laura Liberale, con la lettura di un estratto tratto dal suo romanzo Planctus (Meridiano Zero 2015). Poche righe che rivelano la forza di una scrittura dirompente. Piccole gocce di analisi interpersonale ad alto potenziale esplosivo che deflagrano micidiali una volta assunte tramite la lettura. Una lunga chiaccherata attorno al personaggio e al mondo che lo circonda, una assaggio dell'universo letterario di un'autrice che nutre il suo fascino nella fierezza di una scrittura dura e femmina.

Per essere come sempre coerenti con l'argomento trattato, la scrittura, parto subito con una domanda riguardante il rock in casa Liberale, giusto per metterci a nostro agio curiosando nella vita di una poetessa che ama il basso.

Ho iniziato a suonare il basso a diciannove anni. L'esperienza più lunga e appagante è stata con le École Maternelle, un gruppo torinese tutto al femminile (e, per un certo periodo, femminile per 3/4). Sono cresciuta con la musica dark e new wave, il rock e il punk. E tanti concerti dal vivo.

Mi sono sempre chiesto quale sia la differenza tra scrittrice e poetessa, in realtà una mia idea ben precisa ce l'ho ma vorrei sentire il parere di una poetessa che è anche scrittrice o il contrario, come meglio preferisci.

Giovanni Giudici ha detto che la poesia è spesso una conquista casuale, va perseguita con discrezione e poche pretese affinché si manifesti. Se così è, e per me lo è, il narratore rappresenterebbe invece l'ostinazione dello scavo, l'intenzionalità massima. Quanto a me, è il porsi che cambia: mettersi in ascolto, in un caso, e sforzarsi di parlare, nell'altro.

Prima di iniziare la grande corsa attraverso la tua vita letteraria, mi premeva chiederti il motivo della scelta che ti ha portato al dottorato in Studi Indologici, dopo una laurea in Filosofia e Religione dell'India e dell'Estremo Oriente. Quale motivo ha stimolato la tua attrazione verso questa complessa materia filosofico-religiosa.

All'esame di terza media feci un tema su Gandhi. Mi piace vederlo come un assaggio di futuro, una finestrella aperta per un attimo su quel che sarebbe venuto, con grande passione, poi, al tempo dell'università. La cultura orientale è vastissima, le sue filosofie sono per lo più sconosciute o (mal)reinterpretate in chiave new age... Introdurne lo studio nei nostri licei sarebbe un grande passo in avanti. Il motivo? Il principale? La concezione che alcune di queste visioni filosofiche hanno del dolore, e le vie pratiche indicate per il suo superamento. 

Un percorso questo che ti ha aiutato nella scrittura?

Mi ha aiutata nella vita, dunque sì, anche nella scrittura.

Veniamo al tuo lavoro. Come definiresti la tua passione iniziata inspiegabilmente da ragazzina e proseguita con la pubblicazione di raccolte poetiche, romanzi, premi letterari, corsi di scrittura creativa e qui mi fermo sapendo di poter proseguire, volendo.

Un modo possibile di stare al mondo, e di interpretarlo.

In te esistono i due mondi legati, uno alla poesia e l'altro alla scrittura pensata per il racconto. Dato per certo che la poesia stessa è racconto, quale la diversità tra questi due universi e in quale la tua anima meglio si raccoglie.

Credo di aver già risposto sopra.

Il poeta non è personaggio molto conosciuto, al giorno d'oggi. Si pensa alla poesia come a certa musica sperimentale, una realtà nascosta frequentata solo dagli appassionati. Un ristretto circolo nel quale tutti si conoscono e che difficilmente apre le porte palesandosi alla realtà che lo circonda.

In realtà, oggi molti lamentano una deleteria diffusione "a macchia d'olio" della poesia, o sedicente tale, un suo impoverimento, un appiattimento. Sicuramente esistono i circoli massonici(\massificati) anche in questo appiattimento, il "chi fa parte di", ecc. ecc. Ma ha importanza? Il punto non è: conoscersi tutti e/o palesarsi alla realtà. Il punto dovrebbe essere: poesia come conoscenza e palesamento della propria realtà.     

Sono un semplice de-scrittore di suoni, non mi pregio della qualità di critico letterario ma azzardo una sorta di sensibilità che mi fa percepire i tuoi versi come scritti provenienti da un mondo altro, lì dove regna la dura saggezza della femmina e non si fanno sconti nella descrizione dei sentimenti espressi. Parole contenenti aguzzo fascino che irrimediabilmente attira e taglia lasciando cicatrici che si rimarginano solo usando la saliva, un agglomerato chimico antico come la natura umana.

Ne sono onorata. Dici "femmina", e non sbagli. L'archetipo della Grande Madre è fondamentale per me, sia negli studi indologici sia nella scrittura. Vado esplorandone l'ampiezza e la profondità nelle sue manifestazioni tanto positive quanto negative.

Laura Liberale, sei autrice di svariati testi poetici, compari nella raccolta Nuovi Poeti Italiani 6 per Einaudi e stai uscendo con una nuova raccolta di poesie per Oedipus intitolata La Disponibilità della Nostra Carne. Ne parliamo?

Non c'è da dire altro rispetto a quanto scritto in quarta di copertina: La disponibilità della carne: che sempre oscilla fra l’apertura ad accogliere l’altro e l’abissale libertà di decidere per lui, di disporne, appunto.
 Nel mezzo, la verità e la responsabilità delle parole. È una poesia "ossificata", in cui il dato biografico tenta di asciugarsi in direzione epigrammatica. Vi è anche una sorta di dialogo esplicitato tra alcuni versi e le fonti letterarie della sapienza indiana.

È ritornato il grande morto
per riportarti ai morti piccoli
per darti infine casa.

Gli duole il petto a camminare
e la Gran Madre è un tempio
che non riconosci:
finestre di alghe e muschi
una cova d’acqua.
Il cuore che gli tocchi

si rivela un grumo di foglie marce.
***
Quando ti attornieranno i vivi
chiedendoti: Mi riconosci?
non sentirai che la membrana
di due bocche a sfiorarti
il pochissimo dei pugni nelle orbite
a strappare lo sguardo che negasti.
Vedranno sé stessi una volta sola
attraverso i tuoi occhi liminari:
Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

I parenti circondano il moribondo e dicono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”.

Chāndogya-upaniṣad, VI, 15, 1

 Da La disponibilità della nostra carne.


Non solo poesia. Anche la scrittura narrativa accompagna il tuo andare. Nei romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero 2009) e Planctus (Meridiano Zero 2015) elabori la temuta morte, sulla figura femminile è incentrato Madreferro (Perdisa Pop 2012). Amerei tu ci spiegassi il tuo scrivere raccontando quanto è contenuto in quelle righe e nelle altre che compongono la tua bibliografia in forma di romanzo.

In Tanatoparty volevo parlare di rimozione della morte nella società contemporanea, e al contempo della sua spettacolarizzazione; già lì "dialogavo" con l'Oriente (le pagine sono incorniciate da citazioni del Libro tibetano dei morti). Madreferro è un piccolo viaggio nella genealogia familiare, nel mio matriarcato, un sinistro omaggio ai luoghi della mia infanzia e giovinezza. Planctus ha a che fare con il lutto e la sua elaborazione, nella finzione narrativa e nella mia stessa vita.  Sono storie massimamente condensate, addensate nel respiro breve.

 Alla tua attività abbini anche quella formativa con corsi di scrittura creativa. Domanda: quanto può servire la frequentazione a tali corsi ai fini di un possibile futuro letterario.

 I corsi di scrittura possono servire ad accrescere la consapevolezza critica, la "potenza di fuoco" della lettura; aiutano a smontare i testi altrui e i propri, ad affinare l'artigianato. Non insegnano il talento e non dovrebbero alimentare false illusioni. Inoltre, non esiste un generico "corso di scrittura". Esistono delle persone, degli scrittori si suppone, che portano un'esperienza, un percorso, degli strumenti, una visione peculiare da condividere con altre persone. È il docente a fare il corso di scrittura.  

 

Com'è la vita vista attraverso il foglio scritto e com'è quel mondo che a noi sembra così pieno di passione e urgenza espressiva. Secondo te esiste una componente egocentrica nello scrivere, se si che rilevanza ha?

 Ti rispondo con due citazioni. "Credeva di aver scelto la vita, e invece aveva scelto la pagina seguente", parola di P. Roth. "Nessuna lode, nessun onore, se lo merita, gli toglierà di restare ai propri occhi il pover'uomo che è", parola di Sbarbaro.

Chiuso un libro se ne apre un altro, che programmi nascondi tra quelle nuove pagine.

Al momento vorrei chiudere un saggio indologico sugli inni dei nomi di Śiva. Ci lavoro da tanto − un lavoro filologico, comparativo − ma non con la dedizione che dovrei riservargli. Poi c'è l'idea di un romanzo horror, ma è ancora presto per parlarne, e potrebbe anche non vedere mai la luce. Diciamo che, negli ultimi tempi, sto molto più dietro ai lavori dei corsisti che ai miei.

Grazie, Mirco, per le domande, il tempo e l'ospitalità.

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<![CDATA[Diserzioni: Oscura tranquillità]]>

Altra cura sembra non ci sia

se non la lontananza dalla realtà

se non la sottrazione al rancore

e allora per riuscire nell'intento

mi nascondo nel suono con la speranza

di ritrovare l'oscura tranquillità


Koan: Dark Tranquillity

Throwing Snow: Recursion

Intriguant: Recluse

Tim Schaufert: Unearth

Mr. Mitch: The Man Waits (Talbot Fade's Extension Cord To The Abyss Mix)

Logos: Night Flight

Ocoeur: Progression (Field Rotation Rework)

Yui_Onodera: Cromo2

Ian Hawgood: Komaya (For Lee, Danny, and Clem)

Feminine : Coral Face

Piano Magic: Closure

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<![CDATA[Diserzioni: Inquieto sentire]]>


Non saranno poi così importanti

le sensazioni che nascono dall'ascolto

Non saranno poi così importanti

i suoni che mi stanno attorno,

Non saranno poi così importanti

però entrano in sintonia

con questo mio inquieto sentire

blΔnc: This Feeling

Eric Dingus: Winter

Taras Bazeev: brood

Kosikk: The Stranger

Jedi G: HK calling

Quok: Similacrum

Fraunhofer Diffraction: Exhalation

SMiTH x Honeyruin: Home

DVRMS: Catch Sky

Airthrive: Exhale

Phenom: Special Needs

V A N D A I I: Sleepwalking

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<![CDATA[Diserzioni: Cicli Lunari]]>

la crescita, il mostrarsi,

la decrescita, il nascondersi

la pienezza, l’assenza,

come cicli lunari

come tutto ciò che vive

come il nostro respiro

come il suono che amiamo

 

Synkro: Lunar Cycle (Phase I)

Edisonnoside: Step Out Of The Mist

Samuke: You Link

Pablo Nouvelle:  All I Need

Liar: Garland Noose

ENiGMA Dubz:  Ready To Be With You

kyddiekafka: blue eyes

my.head: Vacuum

Burial:  Stolen Dog (Asiah Edit)

VVV: Lannis In Recovery

Yves Tumor: Perdition

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<![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]>

Usare il suono al pari di una matrice su cui allineare gli elementi che sviluppandosi andranno a comporre la formula algebrica capace di unire calcolo matematico e purezza visionaria, una costruzione virtuale che passa attraverso la musica trasformandosi in visione. Andiamo a conoscere Edisonnoside, uno di questi alchimisti abitanti dell'universo virtuale, li dove l'esperienza immersiva è regola.

 

First of all: spiegami il significato del tuo moniker, sempre ne abbia uno.

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<![CDATA[Diserzioni: Nel caos dell'inquietudine]]>

Calarsi a proprio agio

nel caos dell'inquietudine

perché è lì che scopri

la forma non definita

della bellezza del suono



Max Cooper: Order From Chaos

Soulsavers: Hal (wolfgang Voigt Mix)

Aether x Pensees – Nocturne

OGLΛK: Love Can't Be Defeated

Onhold: Lost Touch.

Om Unit: The Lake

Sister Grott: Videotape

Motorama: Deep

r.roo: again and again

Bohren & Der Club Of Gore: Maximum Black

Fogh Depot: Oscar

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<![CDATA["Dubstep" di Giuliano Delli Paoli]]>

Guardate con attenzione la copertina di questo libro. Un'ombra si proietta sulla metropoli.

Un'immagine scelta, o almeno a me così è sembrato, perchè esprime un “mood”. Un modo di essere dettato dall'ascolto di sonorità cosiddette “introspettive”, quelle che invitano a guardarti dentro. All'introspettivo capita spesso di avere visioni totalmente inaspettate di se stesso che gli vien da pensare: “non sono io, deve essere la mia ombra”.

Convivere con le mie ombre è una delle cose che questo suono mi ha insegnato. Ho sempre prediletto la musica intimista e il dubstep soprattutto quello “buraliano” è stata l'ultima di queste passioni sonore. Prima di queste sonorità molte altre mi avevano insegnato l'introspezione: la dark wave, il trip hop, il post rock/ shoegaze, l' elettronica d'ascolto (idm e ambient), downtempo...ora il post dubstep ha ereditato qualcosa da ognuna di esse, ha comunicato e comunica vuoto e malessere, freddezza e bisogno d'umano, frigidità e sensualità da una nuova e più attuale prospettiva.

L'allungamento dei bassi è il faro di segnalazione ma tutto intorno traballano un mare di rumori e silenzi, di voci fantasmatiche e tastiere oniriche, di echi melodici e ritmi lenti e asincroni, come fossimo a bagno nel liquido amniotico che ci nutre delle inquietudini di questo nuovo millenio. E proprio questa capacità di assorbire ogni luce e restituire solo ombre che da subito mi ha attratto. Le ombre dello sfruttamento precario, della miseria crescente (materiale e umana), dell’incertezza di un futuro, messe in musica.

Il dubstep sembra quindi più un mood, un umore che uno stile musicale. Un sentire nato a Londra e in Inghilterra ma oramai diventato mondiale. Un virus che ha intaccato ogni genere underground e non solo.

Dopo oltre quindici anni dalla nascita del dubstep ancora mancava (almeno in Italia) un indagine su questi suoni. Mancanza colmata da questa pubblicazione della Crac edizioni.

Un libro che ripercorre le origini e le mutazioni di questo fenomeno musicale, indispensabile per capire l'essenza di un mood che continua ad evolversi in mille rivoli sonori.

Resta un'interrogativo: cosa vede quell'ombra che si stende nella metropoli, o meglio che si stende nella rete globale odierna. Cosa la fa allungare come i bassi che l'accomapagnano. Lo scopriremo aiutati da questo “Dubstep. Burial e altre alchimie sonore” di Giuliano Delli Paoli. Lo scopriremo continuando ad ascoltare questi suoni.

Buona lettura quindi e buon ascolto!

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<![CDATA[Diserzioni: Il Suono dell’ombra]]>

non t'abbandona mai

quella protesi oscura

che s'allunga e si restringe

e proietta te stesso

dando forma all'ombra

della tua anima sonora

 

AMyn: Best Heard in Shadows

Sieren: Relicts

Kiro Rox: My Light

Burial: Young Death

Sorrow. Arisen

Nite Flights: Take Off (CVRL Remix)

Sloati: October Wind

Opium Camp: Travel

Mieke: Small Talk

Neskre: Saviour

Subheim: Trails

Stefano Pasqualin: Il Mondo Dalla Collina Di Sherwood Festiva

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<![CDATA[Diserzioni: Lasciami volare]]>

Il suono m'accompagna

quando cado giù

nel mio cuore di tenebra

ma anche quando m'arrampico

per lasciar volare alto

la mia immaginazione


 

Banshee: High Let Me Fly

Da Vosk Docta: Medusa

ZeM: Love Fever

DubSp∆ce x_Tru.anT: Alone

Ghostek: November

Neurosplit: N98

Solve: Witch

goldy47: Pull up

DPS Beats: Piano pulse

Sheltered - Grieve (Intro)Sheltered

John Beltran:  Everything at Once

Fred P:  Fly High

Dedekind Cut: ☯

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<![CDATA[L’accecante amore per l'ancora rock]]>

“Brothers” è il titolo di una traccia tratta dalla colonna sonora di Paris, Texas, film Palma d'Oro nel 1984 firmato Wim Wenders con  Ry Cooder come compositore della colonna sonora. Un'atmosfera che senz'altro molti conoscono, suoni che rimangono sospesi nel silenzio assordante di una cittadina dal nome altisonante, persa nel cuore polveroso di un deserto che sa accecare di bellezza e solitudine. Brothers come Hermanos, due fratelli che ad ascoltarli sembrano usciti da un isolamento salvifico, appartati in una immaginaria città ai bordi di un fascinoso e solitario mood musicale.

 

Partiamo con una definizione: Rock/Wave. Cosa significa e che reale importanza ha per voi questo termine.

Come capita spesso, le etichette danno qualche indicazione, ma non dicono tutto. Per noi il riferimento è ad un certo rock dei primi anni ’80  che si allontanava dalla tradizione in modo tale che già  allora definirlo rock risultava riduttivo. Siamo comunque legati da sempre ai suoni dei primi U2, quelli di Boy e October, a quelle atmosfere. Ma anche ad altri gruppi più  decisamente  new wave come Lotus Eaters,  Tears For Fears, Talk Talk e Prefab Sprout.

Ho citato il termine non a caso, visto che molti definiscono la vostra musica rock-wave. Per tal motivo sono interessato a capire meglio cosa ancora vi lega a questo genere e, cosa importante, se riuscite ancora a ricevere quel giusto impulso creativo da un suono che, per certi aspetti, ha esaurito il suo compito primario di istigazione e sollecitazione all'alternatività .

Noi siamo cresciuti con quei suoni e quelle atmosfere, siamo poi passati attraverso altri generi, abbiamo esplorato mondi musicali diversi ma ancora dopo molti anni il suono che esce dai nostri strumenti è quello. D’altra parte ci siamo sempre preoccupati più dell’aspetto evocativo della musica, per questo utilizziamo un genere se è funzionale all ’ immagine che vogliamo creare.

I fratelli Brussato che traducono il loro nome in un misto di espressioni ispaniche e anglosassoni. Una sorta di introduzione al vostro mondo?

Nostra madre da piccoli  ci parlava in spagnolo, siamo rimasti folgorati dai western B–movies italiani e dalle immagini che i registi italiani ci hanno dato di quel mondo, totalmente affascinati dalle colonne sonore di Morricone e da tutti quei gruppi che hanno saputo mescolare i generi senza preoccuparsi troppo dell’etichetta (Calexico).

Qual'è la vostra storia.

Suoniamo assieme dai primi '90 e con noi si sono avvicendati vari batteristi. Siamo passati attraverso il metal, il rock e l’elettronica senza mai restare strettamente legati ad un genere specifico.  Questo forse è  stato il nostro più grande limite ma anche la molla che ci ha fatto sempre andare avanti, permettendoci di fare ciò che ci piaceva. Alcuni anni fa con il progetto “Mendoza”, in seguito alla morte del nostro storico batterista, terminammo  il nostro percorso. Poi lo scorso inverno, ancora una volta assieme chiusi in studio, abbiamo cominciato a suonare e, senza prefiggerci una meta, abbiamo ripreso a viaggiare. Così  è  uscito “Blinding Love”.

Da dove giungete musicalmente parlando, chi vi ha fatto da balia e cresciuto attraverso gli altoparlanti dei vostri hi-fi?

A casa nostra si è  sempre ascoltata tanta musica, soprattutto per merito di nostra madre che aveva un giradischi portatile e soprattutto tanti 45 giri in vinile. Ma la folgorazione è  avvenuta con Sunday Bloody Sunday e New Year’s Day degli U2.

Vi ritenete sopravvissuti del suono indie o preferite immaginarvi nuovi rockers, interpreti di un mondo mai del tutto dimenticato?

Sinceramente non ci siamo mai posti la domanda, credo si sia dei vecchi musicisti  non nostalgici.

La mia tarda età solitamente fa da filtro al suono che ascolto ma devo confessare che con il vostro album le usuali barriere sono rimaste abbassate per lasciar fluire il piacere creato da un lavoro interessante, per nulla scontato anche se rock-oriented. Blinding Love contiene alcuni pezzi che da soli rappresentano le chiavi di volta di un disco costruito nel modo dei modi possibili. Personalmente le ho riscontrate in Chili Groove – tangueri chillosi che si avvinghiano su accordi di chitarre mediate dalla fusion e dal latin-jazz.  Dust e Blinding Love - commovente manifesto new-wave con spruzzate pop -. Stars - celebrazione della neo-psychedelica desertica americana degli anni '80 -. Sentiamo il vostro parere, portateci dentro il vostro nuovo disco.

Hai detto tutto in queste poche righe!   Dentro Blinding love c’è una buona parte del nostro mondo, i componimenti sono legati assieme solo dall’ immagine che abbiamo di questo mondo, per cui  c’è il deserto, il caldo,  la polvere, l’acqua che la dilava, la notte stellata lontano dalle luci accecanti della città. C’è la lontananza, il senso di vuoto, la solitudine. Se pensi a questo, secondo noi, un pezzo come Dust può stare con l’ ironica indolenza di La Danza de Los Mosquitos. E mi fa piacere che tu abbia colto il riferimento di D-Stars, perché è proprio li che volevamo andare a parare. Scherzando, potrei dire : gli U2 che incontrano l’ America di The Joshua Tree , dove bazzicano i Kyuss ed E.Morricone che scrive le Musiche per “Il mio Nome e nessuno” con Terence Hill.

Una curiosità a proposito dei suoni contenuti in Blinding Love. Ascoltando Salsa Guaca non può non saltare all'orecchio un'assonanza con certe sonorità usate dai Tuxedo Moon. E' un tributo o solo una coincidenza?

Una coincidenza direi visto che colpevolmente non conosciamo i Tuxedo Moon (che a questo punto mi andrò ad ascoltare). Direi che abbiamo più pensato ai Beasty Boys di “Paul’s Boutique”. Sono sempre rimasto affascinato dai gruppi che hanno saputo mescolare I generi senza risultare mai fuori luogo.

Domanda tecnica per gli appassionati: come vi dividete i compiti in sala registrazione? Dal vivo vi fate aiutare da altri musicisti o siete solo e sempre voi due?

In studio io (Giorgio) preparo dei groove e poi cominciamo a suonarci sopra improvvisando, registriamo sempre tutto e poi ci concentriamo sulle idee che più ci convincono. Poi , una volta scelta la direzione da far prendere al pezzo, faccio suonare un bel po ‘  di Take di chitarra a mio fratello . In seguito taglio, cucio e aggiungo le tastiere. Dal vivo, oltre alle sequenze, ci sarà  almeno un batterista “vero”, perché comunque in fondo restiamo sempre rockers!

Quali le sollecitazioni che vi aiutano a scrivere i vostri brani?

Con Blinding love è  venuto tutto molto spontaneamente ci siamo solo lasciati guidare dalle immagini, che come detto, ci eravamo dati e alle quali siamo comunque legati culturalmente. Mio fratello (Roberto), lo scorso inverno,  era stato nella contea di Orange a Los Angeles e aveva fatto alcune foto (che poi sono finite nella copertina) e anche quelle ci hanno aiutato.

Testi: di che si parla, hanno rilevanza basilare o servono solo da corollario per creare al meglio l'atmosfera?

I testi possono anche essere slegati come argomento trattato, ma mi lascio comunque guidare dalle immagini e dal mood creato dalla musica. Per me sono comunque molto importanti e non lascio mai le parole al caso.

Quale la vostra percezione rispetto al mondo musicale italiano, come lo vedete dalla vostra postazione?

Siamo vecchi e disincantati e forse per questo ci divertiamo ancora. Non vorrei sembrare superficiale, ma ci piace pensarci come musicisti internazionali, non per il riconoscimento che abbiamo, ovviamente, ma piuttosto perché ci confrontiamo attraverso la rete con musicisti di tutto il mondo è questo per me è molto più  affascinante e stimolante.

Blinding Love dal vivo dove e quando?

Per ora solo prove tranne il live del 2 Dicembre per la presentazione del disco. Stiamo adattando i pezzi per essere suonati in tre e ci piacerebbe comunque restituire live l’atmosfera del disco.

Ultima domanda: quanto conta l'equilibrismo nel saper creare ottimo rock-sound, per nulla scontato e di buona fattura?

Equilibrio! Si giusto! Credo proprio ci voglia anche questo. Equilibrio,  buon gusto e la voglia comunque di osare, senza essere per forza contro o volgari,  e di questa voglia purtroppo, ne vedo sempre meno in giro.

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<![CDATA[The Blackbeat - Grindadrap]]>

Porfirio sosteneva che: gli Animali non solo comunicano i flussi e i movimenti plurali dell’anima, ma pensano al loro vissuto interiore prima di emettere la voce.

Deleuze ci dice nel suo Abecedario: Cosa mi affascina di un animale? La prima cosa è che ogni animale ha un mondo. E’ curioso, perché ci sono un sacco di enti umani che non hanno mondo, ambiente, vivono una vita qualunque.

Kafka nella metamorfosi ci racconta il senso del divenire-scarafaggio del protagonista del racconto, Gregor Samsa, inteso come un processo metamorfico per accedere ad una via d’uscita da una situazione antropica insostenibile.

Secondo zoologi, geologi, climatologi e oceanografi siamo ormai entrati nell’ Antropocene, l’era geologica del pianeta determinata dalle attività umane che rendono il clima instabile bruciando idrocarburi, e minacciano la sopravvivenza di tutte le specie, inclusa quella umana. Insomma trovare una via di fuga da una situazione antropica insostenibile non è più solo un'esigenza kafkiana ma oramai un'esigenza improrogabile e necessaria.

Nonostante questo esistono malvagità che dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, come l’umano abbia perso ogni sensazione di appartenere ad un mondo che contiene molti altri mondi.

Ad esempio la pratica della Grindadrap è una delle più macabre e violente tradizioni ancora in atto tra le popolazioni delle Isole Faroe nella civile Danimarca Europea durante la quale, ogni anno, vengono massacrati centinaia di globicefali. Le immagini di tale mattanza ormai sono sotto gli occhi di tutti, la rete implacabile le diffonde regolarmente. 

Fortunatamente esistono anche umani che non hanno dimenticato che il mondo contiene molti mondi e che questa biodiversità è la bellezza della vita. Ad esempio ci sono gli attivisti di Sea Shepherd con le loro battaglie, ci sono artisti che per sostenerli non hanno paura di guardare nel buio delle malvagità umane cercando di combatterle attraverso la bellezza della loro arte.

GRINDADRAP - the BLACKBEAT from Giorgio Ricci on Vimeo.

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Questo video nasce dall'esigenza di diffondere ulteriormente attraverso altri canali, non necessariamente documentativi, una denuncia contro questa atrocità utilizzando un linguaggio più vicino alla videoart.

Elemento fondamentale di questo lavoro è Alice Rusconi Bodin, attivista volontaria di Sea Shepherd, organizzazione da sempre in prima linea per la difesa dei mari, che ha vissuto direttamente l'esperienza della grindadrap quando con altri attivisti ha fatto scudo tra gli abitanti delle Faroe, armati di uncini e coltelli, e le balene portate a riva dalle barche. Alice ha un background di danza contemporanea unita ad altre esperienze nel campo dell'arte. Il video prova a descrivere, attraverso il movimento del corpo, l'esperienza drammatica e traumatica che questi preziosi animali si trovano ad affrontare. La voce di Romina Salvadori (Estasia, Ran..) utilizza un testo scritto da Captain Paul Watson, fondatore di Sea Shepherd mentre la parte sonora è curata dai Blackbeat.

Blackbeat è un progetto di Giorgio Ricci, Simone Scarani e Massimiliano Griggio un vero e proprio collettivo che si occupa di produzioni multimediali e discografiche sotto svariati nomi: First Black Pope, Templebeat, Monosonik, Templezone e inoltre hanno collaborato con band europee quali Wumpscut, Suicide Commando, Tying Tiffany, Delenda Noia e altri ancora. 

Il video di Grindadrap vede anche la collaborazione di Luciano Calore alla direzione della fotografia e Lara Guerra al Make up.

Quando accade che attivismo ed arte si intersecano, cosa che avviene assai raramente in questi ultimi anni, quando una danza riesce a creare profonda empatia con l'altro da sè, quando succede che voce e suono si ritrovano per ricreare sintonie già sperimentate e amate, quando una eclissi sonora riesce ad illuminare di risplendente bellezza, ecco che la speranza di trovare vie d’uscita da questo mondo malato si riaccende magicamente. Che poi è lo scopo di questo splendido lavoro.

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<![CDATA[Diserzioni:Orchestra per viaggi mentali]]>

Chiudi gli occhi e viaggia.

Separa dal corpo la mente,

lasciala vagare nell’infinito suono

di una suggestiva e inquieta

orchestra immaginaria

 

Adam Kroll: Orchestral_Mindtrip

Michael Afanasyev: The Path

Deadzone: When There Are No Words

OAKK: sleepless

Lux Natura: Our Backs To The Sun

BeGun: Nari

Zemfira: Земфира: Житьвтвоейголове (Limitless Wave Remix)

Limitless Wave: Storm Inside

IM: I Won't Ask How Are You Doing

Focus on the Breath: Apnea

Steve_Hauschildt: Same_River_Twice

Mischa Blanos: Stoic Dance

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<![CDATA[Homo Electronicus]]>

Autunno è giunto e con esso la nebbia sulle irte paline (pali d'ormeggio nei canali veneziani) che piovigginando sale così come sale il bisogno improvviso di analizzare l'influenza della materia elettronica che permea la vita di certi ascoltatori.

In questa stranamente calda e nebbiosa mattinata di Novembre appare una domanda: può un percorso legato all'ascolto elettronico intenso, quel lento dilagare lungo vie frequentate da pochi, lì dove sorgono suoni non convenzionali, antitetici di natura, spigolosi e odiosi, sintomaticamente esplosivi e sintetici, musiche anni luce lontane da qualsiasi melodia fischiettabile o da eseguire come bandiera o svago, partiture nate avanti in un tempo ancora a venire, possono mi chiedo, condizionare il punto di vista generale di un Homo Electronicus?

Ultimamente sto notando l'amplificazione di sintomi che da sempre hanno accompagnato la mia esistenza e reso sensibile nei confronti dei rapporti con i miei simili. Analizzando con dovizia le cause che impongono calma e obiettività nel trattare questo argomento, sono giunto alla conclusione che gran parte del carico causato dalla mancata empatia verso l'altro, è la mancanza di sintonia sonica.

Decido di suddividere in categorie le persone, giusto per semplificare e scorgo alcuni tòpos (pur sempre matematico è il suddividere) raggruppati in: gli infrequentabili, i medi che nulla accettano, i possibili amici, i veri fratelli e i veri impossibili fratelli.

*Gli Infrequentabili, la parola stessa lo dice, sono persone che nulla di nulla di nulla hanno in comune con te. Ascoltano suoni inqualificabili e questo azzera le possibilità empatiche sul nascere.
*I Medi sono coloro che pensi possano forse aver qualche tratto in comune con te, tratto che scompare al primo reale confronto per mancanza di apertura mentale su qualsiasi argomento. Ascoltano rock desueto, lontanissimo nel tempo, morto..
*I Possibili Amici sono coloro con cui tratti qualsiasi argomento, scendi anche in profondità ma riesci a toccare solo il fondo, senza scendere oltre il limite concesso. Ascoltano di tutto ad ottimo livello ma la mescolanza di stili te li rende insopportabili, specie quando attaccano a parlarti di Zappa collegandolo agli Iron Maiden passando per il Kronos Quartet e Cage.
*I Veri Fratelli sono coloro con i quali ti riconosci subito, gente che ha eliminato i fronzoli e punta subito al sodo. Con loro puoi parlare di tutto e tutto viene recepito in un battibaleno. Letture, suoni, arte, filmografie, vissuto; una favola. Ascoltano esattamente ciò che ascolti tu e hanno ascoltato esattamente ciò che tu hai ascoltato.
*I Veri Impossibili Fratelli sono coloro che andrebbero oltre la soglia del Vero Fratello. Avrebbero potenzialità superiori, detengono esplosiva capacità empatica ma assolutamente e sfortunatamente, non comprendono il tuo linguaggio di Homo Electronicus.
La musica che si ascolta - o non si ascolta affatto - è lo specchio di chi si è. Oramai ho la certezza dell'infallibilità di questa tesi. Dietro l'ascolto - o l'assenza di esso - si nasconde la persona che hai di fronte, il percorso musicale è il percorso di crescita non solo sonoro fatto da quella persona, un viaggio che può avere molti punti in comune con il tuo o non averne affatto.

Tornando ai Veri Impossibili Fratelli, creando degli esempi semplificativi: se il tuo interlocutore non ha neanche la minima idea di cosa sia una digital label nè che tipo di suoni proponga. Se non riesce a recepire musicalità che non siano classicamente catalogate in schemi. Se non conosce le regole Creative Commons pur creando musica e arte. Se pur giovane o molto giovane - e questa è la categoria peggiore - senti e vedi (e soffri) che si pone anni addietro rispetto alle tue attuali proposte da oramai anziano ascoltatore e lo fa convinto di produrre innovazione, se comunque tenti di spiegare chi sei e cosa fai ad interlocutori troppo legati a canoni (per loro) d'avanguardia libertaria e sonora morti e sepolti decenni addietro, se continuamente succede di fare i conti con queste figure significa che qualcosa non funziona o sei in un posto sbagliato, lontano anni luce da dove dovresti trovarti...e questo succede 9 volte su 10.
Molti penseranno questa sia paranoia o leggerezza dello scrivente nella considerazione delle persone ma posso assicurare che personalmente valuto assai bene e con calma chi ho davanti prima di aprire le porte dei miei appartamenti e posso altresì assicurare che l'esperienza oramai mi ha insegnato.
Si continua quindi a vivere appartati con qualche piccolo e magnifico sprazzo luminoso che si accende di ancor più abbagliante mistero quando l'alchimia raggiunge l'apice dell'insondabile che succede, della sorpresa che si tramuta in realtà artistica.
Per il resto si vive come unici numeri romani, chiusi dentro un angusto spazio di prezioso marmo rovinato dal tempo, numeri solitari assai vicini ad altri ma pur sempre separati.

ATTENZIONE: I video scelti a correlare l'articolo appartengo ad ascolti (per molti IN) sostenibili per pochi

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<![CDATA[Diserzioni: Quando arriva l'inverno]]>

Lo senti? E’ pungente

e giunge freddo nell’aria,

austero e solitario,

con gli occhi che lacrimano

e quei lunghi tramonti chiaroscuri:

è il suono dell'inverno che arriva


Grayera: When Winter Begins

Broken: An End Of The Beginning

Vacant: Realm

Zomby: Tenkyuu (Feat. Hong Kong Express)

(((O))) : ЦветыЗла

Shlohmo: Alone_With_Me

Gxitt: Suffocate

Distance: Sink Or Swim

Blay Vision: DT Dutty

Submerse: Tears

Rabit & Dedekind Cut–R&D-IV

Sangam: Blurred

Helios: Isostacy

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<![CDATA[Libri da Bruciare]]>

“È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.” (Ray Bradbury)

Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.” (Philip Roth)

 

 Fabrizio Loschi, la prima ovvia domanda che intendo porti in quanto parte di questo nuovo collettivo editoriale riguarda ovviamente la follia. Quale genere di folgorazione collettiva coglie chi decide, in un paese letteralmente allo sbando anche in campo editoriale e per quanto riguarda il numero sempre minore di persone che acquista e legge libri, decide – dicevo - di aprire una nuova casa editrice e non solo letteraria.

 Libri da Bruciare nasce come conseguenza ad uno “stato delle cose”; una fase storica, questa che tutti noi viviamo, dove si tende a pubblicare consenso o, in alternativa, dissenso ammaestrato. Sono figlio della stagione fertile delle fanzine, delle autoproduzioni, dei libri fatti in casa; dell'urgenza delle idee e del dare loro un corpo. Tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso l'esperienza editoriale in Italia e in Europa è stata un incredibile laboratorio culturale; un momento dove abbiamo assistito alla fusione di musica, pensiero filosofico e molteplici altre discipline artistiche. L'avanguardia era davvero alla portata di tutti, bastava entrare in libreria o andare dall'edicolante sotto casa, era sufficiente essere curiosi; dote rara di questi tempi, anche se si vive nell'illusione collettiva dell'iper informazione. Oggi lo stesso materiale non troverebbe vie di diffusione, anzi si finirebbe probabilmente tutti in tribunale. E' stata una stagione irripetibile di cui ancora adesso vediamo le conseguenze, le costolarità; ma sono eco opache che ci arrivano da un tempo finito. Libri da Bruciare nasce a tavola, da un momento conviviale tra amici. Un piccolo gruppo eterogeneo, un carotaggio di umanità superstite. Siamo perfettamente consapevoli di aver intrapreso un'azione suicida, o perlomeno fortemente masochista, ma la voglia di dare voce a pensieri “altri e alti”, in forma tipografica o sonora, si è evoluta in necessità. Fondare Libri da Bruciare è stato sostanzialmente un gesto artistico: un'azione di neosituazionismo post industriale.

Libri da Bruciare: quale è stata la spinta propulsiva e come siete riusciti a creare dal nulla una realtà culturale di non facile realizzazione.

 La spinta, o motivazione iniziale è semplice. Circa due anni fa sono stato contattato da un importante gruppo di stampatori italiani che mi aveva proposto la direzione artistica della loro casa editrice. Ho lavorato parecchio per organizzare un progetto che prevedesse tipologia di investimento, rientri, ripartizione degli utili con gli autori, tempistiche ecc. Ma quando ho proposto il primo titolo (uno splendido libro di grafica che pubblicheremo noi a breve) mi è stato risposto che il loro pubblico avrebbe potuto fraintendere e che loro non erano disposti a "rischiare"; quindi mi è stato chiesto di passare alla seconda proposta. Ovviamente mi sono molto arrabbiato e sono uscito senza più rientrare. Ho lasciato che passasse qualche mese, in altri casi si potrebbe parlare di elaborazione del lutto, poi ho fatto la mia proposta ad un gruppo di amici. Ci siamo autotassati istituendo un'Associazione Culturale senza scopo di lucro, infatti tesseriamo i nostri lettori e le librerie che decidono di lavorare con noi; è l'unica modalità legale per iniziare a lavorare senza spendere troppi soldi nella fondazione di una nuova società.

Chi ha appiccato il fuoco sacro, chi siete e che percorsi avete?

 Se, come ti dicevo, è esistita una motivazione iniziale definirei il nostro agire come un "girotondo tra incendiari"; individualismi che scontrandosi danno vita ad un'azione corale. Siamo otto persone che provengono da ambienti sociali, politici e culturali molto diversi e spesso in contrasto tra loro; siamo un piccolo gruppo di amici che hanno in comune l'amore per il pensiero individuale, per l'arte in ogni sua forma espressiva e che riconoscono il loro agire nella definizione "non allineati e non collaborazionisti"

 


Il nome che avete dato alla casa editrice son certo creerà dibattiti a non finire tra gli amanti e i detrattori dell'arte provocatoria. Perchè “Libri da Bruciare”, una definizione che simultaneamente porta alla memoria roghi mai veramente spenti o storie colme di calore ad alto grado nella scala Fahrenheit. In realtà so che esiste un'idea di fondo ed una solida spiegazione.

 Libri da Bruciare è una provocazione dichiarata, voluta e consapevole. Ogni volta che una dittatura prende il sopravvento sulla società che la genera, la prima azione che viene messa in atto è fare tabula rasa delle idee o memorie definite ostili. Il consenso generalizzato è da sempre il primo obbiettivo di ogni dittatura. Il consenso generalizzato è un'arma di distruzione quanto di distrazione di massa. La storia millenaria dell'umanità ce lo dimostra e anche oggi nel terzo millennio dell'orgoglio da onanismo tecnologico le cose restano immutate. Ogni volta che si distrugge scenzientemente un libro, uno spazio o un'opera d'arte, per quanto a noi possa apparire lontana o avversa, vince solo l'afrore della mediocrità intellettuale e la pochezza, espressioni dirette di ogni partiismo. I Libri da Bruciare siamo noi; siamo consapevoli di essere l'elemento sacrificabile sull'ara del libero pensiero.

Conoscendo il tuo agire e quello degli artisti che frequentano il vostro circolo culturale, so che il termine trasversale è la chiave d'entrata che aiuta a capire il vostro pensiero, lo stesso che vi ha spinto ad inaugurare una casa editrice. Un pensiero forte che non tiene conto delle matrici politico-culturali ma le rifugge, va oltre, cerca una nuova via espressiva che sia realmente libera da schemi nei quali bene o male tutti noi siamo da sempre legati. Un'operazione non facile, ad alta gradazione provocatoriamente utòpica. Spiegami.

 Ognuno di noi, intendo il gruppo degli incendiari fondatori, ha una storia personale fatta di appartenenze a gruppi, simboli, ideologie dei quali si sente profondamente orfano. Non riteniamo possibile attuare, o perlomeno tentare, l'elaborazione di un nuovo pensiero se la "rivoluzione" non inizia da noi come singoli. Tutti noi conveniamo che in questi ultimi venti anni sia stato messo in atto un processo di disinnesco progressivo di ogni ideologia attraverso una lobotomia collettiva che vede la comunicazione di massa tra i colpevoli più accreditati. Abbiamo provato sulla nostra pelle i pesi e le sconfitte ereditate da dogmi del secolo scorso; oggi mi onoro di condividere il mio tempo, le mie elucubrazioni e la mia tavola con persone che in tempi passati avrei definito nemici. Il pensiero individuale è la vera forma di terrorismo culturale perseguibile oggi; e questo è un pensiero che mi pregio di avere forgiato in tempi non sospetti, molto prima di Libri da Bruciare. La trasversalità è l'elemento fondamentale per un agire longevo e scevro da preclusioni intellettuali. Fare cultura è fare politica, quindi aprirsi, a proprio rischio e pericolo, all'altrui giudizio. Non sono un utopista, anzi a volte vengo accusato di eccesso di pragmatismo, ma l'arte è sempre un sogno suicida che diviene materia attraverso un progetto. Il nostro progetto è portare in superfice l'esperienza umana dell'etereroglossia; dissenso compreso ovviamente.

 In relazione a quanto detto, credi l'uso della provocazione abbia ancora un valore e un senso. Avete pensato di attuarla in qualche modo all'interno delle uscite legate alla casa editrice?

 La provocazione ha un senso solo se anticipa un progetto, se dietro al gesto teatrale albeggia un divenire. Oggi si provoca spesso in modo gratuito ma il risultato è solo una comicità da guitti, come pulviscolo che non sedimenta mai; boutades di basso teatro gestite più per distrarre che per generare riflessioni. Siamo nell'epoca del comico tuttologo, del cuoco filosofo e urbanista, delle divinazioni da telecomando. Io tutto questo lo trovo inquietante, ridicolo oltre che terribilmente pericoloso. Naturalmente queste posizioni hanno un forte riflesso sulle nostre proposte e sono il motivo per cui, nonostante l'abbondanza di materiale che ci è già pervenuto, continuiamo un'opera di selezione attentissima: pochi titoli molto meditati e fortemente voluti.

Torniamo ai Libri da Bruciare e alle prime due uscite nella collana i Cerini. Puoi illustrarcele?

 Il primo titolo che abbiamo pubblicato è "Lunga vita al Genius Loci" di Gianruggero Manzoni, un intellettuale che non ha certo bisogno di presentazioni, visto la sua ricchissima biografia; un personaggio complesso quanto poliedrico che si è espresso negli anni in più discipline dalla scrittura alla critica d'arte senza dimenticare la sua attività pittorica. Il saggio che abbiamo pubblicato è un’opera che amo definire inversamente proporzionale, vista la forma editoriale tascabile in contrapposizione al contenuto. Lo sintetizzo, per amore di brevità, come l'anticamera ragionata al dissenso organizzato. E' davvero uno scritto di grande spessore dove l'autore, senza ambire a conclusioni pregiudiziali, accompagna il lettore nella disanima di una contemporaneità malata ed influenzata dai poteri mercantili e massmediatici. Un libro denso e documentatissimo che permette al lettore diverse direzioni di ricerca personale. Il secondo titolo uscito per la collana "i Cerini" è "Phabulae" l'esordio editoriale di Stefano Bonfreschi; più che una serie di racconti brevi lo definirei una modalità di racconto. Si tratta di una serie di scritti che l'autore modenese ha raccolto in trent'anni di gelosa pazienza e dove confluiscono tutti i temi fondanti della sua formazione culturale. Nell’italiano di Bonfreschi, usato con grande gusto e parsimonia, si ritrova un mondo; quello di una Italia minuta che vive di sottili ombre metafisiche, nutrendosi di mutevoli nuvole, e che oggi ci appare lontanissima. Le Phabulae potrebbero essere le esatte trascrizioni di antiche leggende popolari invece sono belle cartoline, spedite in tempi remoti, da un mondo che oggi non esiste più; la fantasia incantata della curiosità più colta. Credo che questo libro si possa definire una piccola perla ed un esordio folgorante.

So che ci sono già altre uscite in programma e non solo letterarie, puoi darci alcuni ragguagli in anteprima?

 Posso anticipare che le prossime uscite saranno i due titoli che andranno a inaugurare la collana "Molotov"(formato 29 x 29 cm.) dedicata alle arti visive, pittura, grafica e fotografia; a seguire i primi due titoli della collana "suoni da Bruciare"; una serie di supporti fonografici in forma, per ora. di cd. che tendono al far emergere ricerche condotte su territori sonori, il termine musicale sarebbe riduttivo, non ancora esausti. Mi scuso per la riservatezza sui nuovi titoli ma da neofiti stiamo affrontando l'esperienza del contratto editoriale e preferiamo mantenere un adeguato riserbo su autori e pubblicazioni fino a che l'opera non avrà trovato forma e produzione definitiva.

Come avete organizzato la vendita del catalogo, i vari titoli si potranno trovare nelle librerie e/o negozi di dischi della penisola?

 Possiamo dire che ci troviamo agli albori di noi stessi, siamo solo all'inizio di un percorso a noi molto chiaro come direzione, ma terribilmente accidentato. I nostri libri, e non solo, si possono acquistare direttamente attraverso il nostro sito www.libridabruciare.it ; abbiamo scartato le offerte dei vari distributori, compreso quelli digitali, imponendoci un capillare lavoro di ricerca sulle librerie indipendenti. Il nostro obiettivo sarebbe quello di avere, come punto di riferimento fisico, una libreria indipendente in ogni città... ma siamo solo all'inizio e la strada è lunghissima.

Fabrizio Loschi, indomabile e libero artista quale la tua previsione, sarà un fuoco breve ma di forte intensità o le braci arderanno a lungo e per molto tempo, continuando a scaldare il pensiero dei molti errabondi naufraghi in questo mare di precotta e inscatolata cultura.

 Ciò che penso sullo stato dell'arte nel triste panorama del nostro accadente è manifesto da tempo; l'esperienza oramai decennale di Democratura parla da sola: il dissenso non paga. Non ci aspettiamo certo dei risultati imprenditoriali esaltanti e sicuramente questa di Libri da Bruciare è un'azione dove il pareggio di bilancio sarebbe visto come un successo. Non abbiamo altri sponsor oltre noi stessi e siamo orgogliosi di non vantare alcun appoggio di tipo partitico; detto questo non posso negare uno straordinario desiderio di continuità, ulteriormente motivato dalla lettura e dall'ascolto di opere e autori di cui conoscevo poco o niente. Permettere all'arte di manifestarsi nella sua incondizionata libertà di espressione è a sua volta una forma d'arte. Noi generiamo ciò che ci nutre.

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<![CDATA[Diserzioni: Finché cade la notte]]>

E' così che diveniamo malinconici,

con il suono che disegna ombre

per nascondere dal luccicante bagliore

l'intimo bisogno di un silenzio che duri

almeno finché cade la notte

Black Marble: a_million_billion_stars

Carla dal Forno: Fast Moving Cars

Kamandi: Shorty Loves Me

Holod: No mercy

ʞlyK_Bl▲ir:_N¡gh†_P▲††Σrns

¥mŁŁ:▲-▲r▲-Ɵk

Gnothi_Seauton: Moment of silence

Mostapace & Bl∆nc: Nass

Kosmonavt feat. EGO.IS: Control Your Soul

Inner_Sadness: Dawn

Alivvve: Eternity

Phelian: Ashen

Otik: Ember

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<![CDATA[Il silenzio dei tuoi passi (13/Silentes)]]>

la prefazione a cura di Mirco Salvadori:

Venezia è città di ombre. 
Lo è per quell'abitudine sociale che conduce i pochi anziani rimasti di osteria in osteria, a consumare quell'ombra da pochi soldi sommandola alle ciaccole infinite che sgorgano frizzanti come il fresco vino versato nei piccoli bicchieri. Un'allegra confusione velata di malinconia che si plasma con l'andare delle ore nel silenzio di una notte senza tempo, un lungo magico istante nel quale l'Ombra si riappropria della sua vera accezione. Le basta un attimo e dove prima regnava l'orrore della moderna perdizione turistica, lì dove le ferite ancora pulsano per il dolore inferto dall'ignoranza culturale e dal poco rispetto altrui, attorno ai giganteschi cartelloni che indicano la via per il nuovo luna park lagunare, sopra questa fragile ed unica realtà oramai perduta, lei scende. L'oscurità avvolge di solitudine e struggimento quanto di più prezioso un tempo si specchiava dalle rive dei canali. Pensieri questi, avvolti in una sorta di novello pessimismo cosmico che trova riscontro nelle foto di Stefano Gentile capace di colmare con apparente e dilatata calma immagini nelle quali l'individuo ritratto appare isolato, sofferente, anche se si accompagna ai suoi simili. Scatti colmi di lucida verità, persone che procedono solitarie lungo calli deserte, gruppetti illuminati dall'unica luce oramai possibile in una città snaturata: quella artificiale dei pochi negozi ancora aperti. Piccoli nuclei familiari che si affrettano verso mete sicure, mentre l'alta marea ghermisce la striscia di fondamenta rimasta all'asciutto, donne che si sostengono l'un l'altra lungo gli stretti passaggi di una città che sa essere labirinto senza uscita. Coppie che vagano avvolte nel chiaroscuro di un futuro difficile da decifrare, al pari dei graffiti che segnano di insensata confusione la malandata serranda di un negozio chiuso da anni. Giovani immortalati nella loro longilinea silhouette, immobili nell'avanzare del passo, vecchi dall'andatura incerta, curvi come le arcate dei sottoporteghi che li accolgono. Un'umanità del ventunesimo secolo scolpita nell'ombra dominante, solo a sprazzi illuminata dal vuoto elettrico ed accecante di vetrine che lasciano intravvedere ciò che rimane di una realtà un tempo vitale. Sono i nuovi Nighthawks, quei nottambuli cari ad un Hopper dal segno forse troppo metropolitano per la città lagunare ma che racchiude quello stesso dolce ed intenso sentore di spleen contenuto negli scatti del nostro fotografo vittoriese. 
Una storia per immagini tutta da guardare ed ascoltare, grazie anche ai suoni di un intenso Gigi Masin, autore di poesia racchiusa in note che ti accompagnano magiche, lungo i padiglioni di una splendida mostra sospesa tra il silenzio e l'eco soffusa dei tuoi passi.

Mirco Salvadori – Giugno 2016


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<![CDATA[Andrea De Rocco: Diserzioni]]>

Alcuni dicono io sia, assieme al mio fratello 93Max93, colui che ha insegnato ad alcune generazioni collegate via etere il gusto dell'ascolto diverso. Sembra io e Max si sia riusciti a contaminare tante persone con un segnale che per parecchi anni ha invaso la modulazione di frequenza visibile solo ai molti tra i pochi ascoltatori decisi a osare il cambiamento.
Solo alcuni però, tra questi pochi, poi decisero di proseguire quanto noi di "Nocturnal Emission" avevamo iniziato, quasi esistesse una dinastia della condivisione che portava i più appassionati a proseguire l'opera ideata da coloro che per primi si erano inventati un programma dedicato ad una radio utopisticamente dissimile, irregolare, per nulla uguale a quanto si proponeva (e si propone) negli insopportabili palinsesti radiofonici di mezzo mondo.
Ho ancora ben presente i nomi dei vari programmi e le espressioni dei ragazzi che li conducevano, cari amici con i quali tutt'ora ci si confronta musicalmente.
Tra tutti questi pionieri dell'etere però solo uno è riuscito a resistere all'onda d'urto causata dal cambiamento post-2.0, ha tenuto duro dentro quel fortino smilitarizzato dal quale si predicava e si predica tutt'ora la Diserzione senza se e senza ma. Andrea De Rocco è il Disertore, colui che da anni, da molti anni, se ne sta di vedetta, solitario nella sua torretta di osservazione e lancia segnali durante le "...notti insonni dedicate alla feroce passione per il suono...".
"Diserzioni" è l'ultimo nostro intimo baluardo contro l'assimilazione del suono e delle modalità con le quali viene proposto nei network radiofonici. Dal 1989 ad oggi, settimana dopo settimana, cambiando suoni e metodologia di trasmissione, sempre con lo sguardo in avanti e quella poca nostalgia ben celata nei ricordi.
Una trasmissione costruita sui suoni ma anche sulle parole, parole scritte da Andrea e pubblicate sul Blog che prende il nome dal suo programma e trova spazio nella sezione musica e cultura del portale Sherwood.it. Pensieri scritti mentre il suono vaga nella notte, annotazioni di viaggio riunite in una preziosa raccolta prima che il tempo le disperda.
Da buon amico e cattivo maestro del magnifico disertore, da naufrago nello stesso meraviglioso mare perennemente in tempesta , non posso che consigliare la lettura di queste pagine.
Sará un bell'andare, credetemi.

Mirco Salvadori

la versione cartacea del libro  si può acquistare qui:Support independent publishing: Buy this book on Lulu.

PS: nelle pagine del libro compaiono molti e importanti suggerimenti d'ascolto. Aggiungo perciò anche il mio dedicandolo ad Andrea. E' materia da usare durante la lettura di Diserzioni o in notturna, il momento piú bello da dedicare al suono.
A tutt'ora questa è la mia personale scelta d'ascolto dell'anno: The Eye of Time su Denovali.

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<![CDATA[Diserzioni: Ultima danza]]>

all'infinita abbondanza
di suoni e musiche da ascoltare
corrisponde la scarsità assoluta
di aria per respirare, di tempo per godere
ed oggi più che mai
al principio di “crescita infinita”
per le cose da consumare
preferisco quello di “ultima danza”
per le cose da amare

 

The Eye Of Time: A Last Dance For The Things We Love

Mogway: After the flood

Rising Sun: Oskar (Le Petit Prince Mix)

Croatian Amor: An Angel Gets His Wings Clipped

Snekula: Sparkle - Disappear

Archive: blue faces

Crystal Castles: Their Kindness Is Charade

Keosz: Outgoing

Santinela: This War Of Mind

Pntnrtrn: Eyes

LowXY: Lost Paradise

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<![CDATA[Diserzioni: Sussurri sommersi]]>

in tempi di frastuono

abbiamo bisogno di sospiri,

di carezze sonore,

di voci che urlano mute

di sussurri sommersi da suoni

che pian piano cedono

al silenzio della notte.

Faltydl: Whisper Diving

Cloud Boat: Gaia

Kuedo: In Your Sleep

Christian Loffler Feat Mohna: Wilderness

The Heavens: Young Love

Kastle: How 2 Love

Shojuen: Distance

Wayves: Conjure The Rain

Sincerityisdead: Night Comes

Zelmershead: Right Now

Sk2wn: Unwanted Visitors

Sombra: 5 30 am

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<![CDATA[Come un giovane incensiere all'alba di un villaggio globale]]>

Cerco di ricordare come, a 17 anni, percepivo ciò che usciva dai solchi di dischi acquistati con molta curiosità ma di cui poco sapevo. Era musica italiana ma suonava diversa, strana per i più, decisamente affascinante per noi che si accingevamo ad intraprendere un lungo viaggio dentro il suono non convenzionale. A distanza di anni vivo ancora nell'anomalia sonora, c'è sempre molta musica che gira nella mia stanza ma a testimoniare il suo passaggio non ci sono più i vecchi turiboli, sostituiti da nuovi incensieri che sanno disperdere nell'aria ondate contorte di poesia urlante metallo e silenzio. Liturgie future create da gente nata in una realtà globale tutta racchiusa in un piccolo villaggio affollato di potenziometri di segnale e valvole di intercettazione che riconoscono e condividono i suoni a venire, gli stessi suoni prodotti dal nostro interlocutore: Anacleto Vitolo.


Tu nasci nel 1985, nel 1998 già ti metti a far cose in ambito musicale. Praticamente hai atteso solo 13 anni per iniziare a suonare. E' d'uopo una breve storia della tua vita artistica, dagli albori ad oggi.

Dunque a 13 anni ho cominciato a “suonare” affascinato dal turntablism. Lo scratch mi aveva folgorato , ed in primissima battuta mi interessava davvero poco la produzione, l'idea di far dei “beat”  o dei brani miei…

Poi un carissimo amico, Angelo a cui devo il fatto stesso di aver cominciato a giocare con i suoni, mi fece ascoltare “Funcrusher Plus” dei Company Flow, dove c’era il pezzo che mi ha fatto decidere di dedicarmi al beatmaking: “The fire in which you burn”. Folgorazione totale! Da li in poi, una cosa tira l’altra, la curiosità mi ha guidato e portato ad ascolti sempre diversi. Dall’hiphop (sempre molto cattivo e sperimentale a dire il vero, fondamentalmente quello di casa Def Jux, i Dälek di Absence in particolare , che invece uscivano sulla Ipecac di Patton, etc) mi sono avvicinato al Post Industriale degli ultimi Throbbing Gristle, ai Coil etc. Parallelamente, ho cominciato a suonare la batteria, mosso dalla mia seconda passione: il death metal! Anche li, durante gli studi, ho avuto modo di avvicinarmi a tanti altri ascolti, come il Jazz, il progressive rock dei King Crimson e della scena di Canterbury, la Mahavishnu Orchestra… Tutto il resto è venuto da sé, spinto dalla curiosità e dai continui link tra artisti, dischi, etichette, etc.

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Come molti sound artists, se mi permetti questa definizione altrimenti riempi lo spazio seguente con una parola che ti definisca meglio…....... ti muovi su più piani e con progetti diversi, oserei dire assolutamente diversi. Puoi iniziare ad elencarceli uno ad uno con le loro caratteristiche?

Diciamo che, in linea di massima, i progetti, ma più che altro le identità musicali che utilizzo per distinguere, le sonorità delle varie pubblicazioni sono sostanzialmente 3: AV-K - K.lust - Kletus.K

Parto da quest’ultimo che , cronologicamente parlando, è stato il primo nome con cui ho cominciato a far uscire le mie cose. Le coordinate sono quelle delle mie passioni originali: l’hip hop mutante e deviato di El-P, e Dalek. Con questo AKA ho fatto uscire il mio demo del 2008, concretizzatosi poi in un ep uscito in free download con RXSTNZ un annetto dopo (anche se i brani sono un po’ più datati , a dire il vero) dove si alternano i beat con alcun cose più vicine ai Jesu o al noise-drone, oltre che le 2 release a nome Internos (in collaborazione con Domenico Stellavatecascio). Nel 2011 invece ho pubblicato un disco come K.lone (da cui viene , per evoluzione, il progetto K.lust) dalle tinte decisamente più solari e un sound che ricordava più telefon tel aviv ed apparat. Da qui la necessità di utilizzare nomi diversi per le differenti produzioni e sonorità che intendevo pubblicare. E da qui nasce anche la sigla AV-K prod. , in primis un marchio per accomunare le varie cose che pubblico,  e in seconda battuta, quello che considero ad oggi il mio progetto principale, AV-K, per l’appunto. Con questo moniker ho, in ordine, rilasciato 12 tracce con un contratto publishing per l’inglese FatCat rec. , il mio primo album ufficiale con Laverna , dal titolo “A centripetal Fugue” (2014), un album, “Fracture” per Manyfeetunder, (che gestisco insieme a Vincenzo “dramavinile” Nava, con il prezioso supporto media-video-grafico del bravissimo Andrea “Kanaka” Maioli), e un disco di remix per l’anniversario dei 10 anni di attività di Laverna.net label, alternando sonorità più ambient/drone al post-techno/noise di Fracture (entrambi usciti nel 2015). Diciamo che con questo moniker rilascio quello che considero il materiale più sperimentale, se così si può dire. Nello stesso anno ho pubblicato il disco “Algebra del Bisogno”, una collaborazione, nata a partire dalle celebrazioni per la nascita di W. Burroughs,che vede Michela Coppola alla viola, Antonino Masilotti come voce recitante e me all’elettronica. Quest’anno ho invece pubblicato 3 lavori: uno nato dalla collaborazione con il contrabbassista Francesco Galatro , X(i)NEON, che come Algerba, considero un progetto av-k /Vitolo , viste le sonorità, dei 2 lavori (per altro con Michela Coppola c’è in progetto una pubblicazione in una data ancora non ben definita, a partire dal materiale prodotto per le sonorizzazioni filmiche alle quali abbiamo lavorato recentemente). Il secondo album del 2016 è il sopracitato “K.lust” (l’album si intitola “Liven”) dalle sonorità più technoidi e tribali, dove ho messo dentro tutto il mio amore per le poliritmie e le polimetrie, partendo dal concetto di circolarità che è poi la base stessa su cui si concentra tutto l’album uscito per la anglo-romana Stochastic Resonance. Con questo moniker ho fatto uscire anche alcuni remix per alcune formazioni di estrazione più pop/rock come N.rec e Mamavegas. e c’è in programma un’altra uscita in solo, oltre che una collaborazione per l’anno a venire. Ultimo nato “ZOLFO”, in compagnia dell’ottimo Gianluca Favaron, uscito come co-produzione tra 13/Silentes (del sempre ottimo Stefano Gentile) e Manyfeetunder, che mette insieme le nostre varie influenze,  dalla musica concreta, al drone, al noise. Un lavoro di cui sono davvero tanto contento, che considero un momento di crescita, avendo la possibilità di collaborare con una persona del calibro umano, culturale ed artistico come Gianluca.

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Cosa ti spinge a lavorare in ambiti così diversi e quali sono le cose che li accomunano.

La curiosità, l’amore che ho per suoni anche molto distanti tra loro. Ascolto tante cose diverse e sono innamorato di cose che, almeno formalmente, risultano anche abbastanza distanti tra loro, ma che,  con un sorta di immaginario filo conduttore che io stesso faccio fatica a descrivere. Probabilmente è qualcosa che ha a che fare più con la sfera emotiva che con il lato tecnico/sonoro.

Da più parti vieni definito come uno dei migliori esponenti della nuova espressività elettronica italiana. Quoti tale affermazione, condivisa per altro anche dallo scrivente?

Non potrei quotarla senza passare per un presuntuoso o un narcisista quindi mi tocca dirti NO! ahahahahah! Scherzi a parte, cotanta considerazione mi onora, soprattutto considerando che in Italia son nati / vivono / operano alcuni dei sound artist più talentuosi che ci siano oggi in circolazione. Non ti sto a far nomi, che per altro tu conosci anche meglio di me, potrei sciorinare un elenco lunghissimo, ma davvero l’Italia, a mio avviso, non ha nulla da invidiare al resto d’Europa , e al panorama internazionale,  in quanto a talenti artistici e non solo.

Quale suono crea Anacleto Vitolo aka AV-K o K.lust quando impiega la sua creatività a favore dell'algoritmo. Cosa si nasconde dietro lo schermo del laptop e che materia trasportano i cavi collegati alle casse.

Il laptop come mezzo, più che scopo. In realtà, sempre in maniera del tutto naturale, ho trovato nel computer il mezzo a me più congeniale per mettere in musica le mie idee. Non sono molto attaccato alla categoria della musica elettronica, in generale sono molto poco interessato alle categorie e agli incasellamenti. In quello che faccio ci sento, certo, tanta influenza della musica elettronica nelle sue sfaccettature più varie, ma ci sento anche tanto metal e tanta altra musica che in generale poco ha a che fare con l’elettronica in senso stretto. Sicuramente la componente drone e, nell’ultimissimo periodo, l’elettroacustica ma anche una forte componente tribale hanno influenzato tanto le mie ultime composizioni. Lascio poi agli altri, sempre che ne abbiano voglia o interesse, l’onere dell’incasellamento.

Il tuo è un approccio colto alla materia, cerchi di rielaborare il pensiero musicale concreto o usi esclusivamente la tua propulsione immaginativa?

In generale, il mio approccio alla musica, è innanzitutto emotivo, come si suol dire “di pancia”. Certo, inevitabilmente, gli ascolti, le letture, l’arte in senso più generale, ma soprattutto, le esperienze di vita forniscono spunti e riferimenti, a volte volontari, a volte del tutto spontanei, a ciò che si è ascoltato/letto/studiato durante la propria vita. Mi è capitato anche di fare delle cose come una specifica rielaborazione di brani / opere di musica colta o comunque provenienti dalla cultura “classica”, ma, in linea di massima, mi sento molto più punk di quanto non possa trasparire, nel mio approcciare alla musica, di qualsiasi natura essa sia.

Un ragazzo di 31 anni che crea suoni usando la matrice elettronica per la propria ricerca quali nomi ha come riferimento e quanto sono utili per il suo lavoro.

Come ti dicevo prima, potrei farti un elenco lunghissimo che spesso ha poco a che fare con la musica elettronica. Se dovessi farti dei nomi ti direi che hanno avuto certamente un ruolo fondamentale nella mia formazione musicale, oltre che la musica dell’adolescenza, certamente il suono Warp di fine anni 90 , inizio 2000 - Autechre in primis, i Throbbing Gristle di Part Two: The Endless Not,i Coil di The Ape of Naples, i Jesu,  i più recenti Vladislav Delay, Ben Frost e Tim Hecker. Però hanno certamente avuto ruolo fondamentale nella mia formazione i dischi di Coltrane, dei Death, dei King Crimson, e della Def Jux in generale. Questo è innegabile.

Sei indubbiamente in buona compagnia, quali i sound artists italiani con i quali hai collaborato e quali quelli con cui vorresti interagire per comuni affinità.

Come ti dicevo in Italia ci sono un sacco di bravissimi musicisti, elettronici  e non , con i quali condivido rapporti umani, collaborazioni e che stimo sotto il profilo umano ed artistico. Fare nomi mi sembrerebbe ingiusto nei confronti degli altri, da un lato, e dall’altro voglio riservarmi la sorpresa di chiamarli in causa quando le suddette collaborazioni (più o meno a stretto giro) saranno ufficializzate. Di sicuro c’è da parte mia e delle persone con cui ho già avuto modo di collaborare, la volontà di pubblicare ancora lavori in coppia (o in collettivo). Penso a Gianluca, a Michela Coppola, a Francesco Galatro, tanto per fare dei nomi. Altre cose verranno ma per ora non voglio svelarle!

Tu sei di Avellino, noto che da un po' di tempo il Sud si fa sentire dal punto di vista innovativo, sia come artisti sia per l'aspetto live. Molte rassegne e concerti. Ci spieghi a cosa si deve questa sterzata live verso il suono d'avanguardia  nell'Italia del Sud?

In realtà, anche se tutti mi associano ad Avellino per ovvie ragioni legate a Manyfeetunder da un lato, o a realtà come Flussi dall’altro, io sono Battipagliese, quindi Salernitano di provincia,  l’unico del mio collettivo. Non so dirti esattamente a cosa sia dovuto questo crescente interesse nei confronti del suono elettronico nelle nostre zone. Certamente una grande responsabilità va data a realtà come Flussi e Dissonanze che hanno avvicinato i più giovani a questo tipo di suoni. Ma la cosa che mi rende felice è vedere questo interesse del tutto fuori dal trend del momento e senza alcuno scopo di lucro di giovanissime realtà che stanno affacciandosi sul nostro territorio proponendo il suono che porto amo. Queste cose son quelle che mi fanno essere più speranzoso e ottimista. Da parte mia non posso che gioire di tutto ciò e supportare questa piccola rinascita in atto! Avanti così!

Com'è la risposta del pubblico? Impera ancora il reggae/dub/hiphop/rock o qualcosa si muove?

Beh, sicuramente , almeno nei numeri, hanno ancora una presa maggiore dell’elettronica, almeno di un certo tipo, ma vedo un interesse sempre crescente e la cosa non può che farmi piacere!

Torniamo alla tua produzione, da poco è uscito un lavoro di cui si parla parecchio: Zolfo, nato dalla collaborazione con Gianluca Favaron, parlacene.

Zolfo è un disco nato in un modo del tutto naturale. Ho conosciuto Gianluca per un paio di concerti qui a sud, promossi da noi di MFU in collaborazione con realtà come il (EX) L’asilo (Filangieri) di Napoli, e il Ynot bar di Avellino, che da sempre supportano il nostro lavoro. A un certo punto è nata l’idea, spinta dal reciproco apprezzamento umano e musicale, di mettere assieme le nostre 2 visioni , quasi opposte, del suono e confrontarci su un terreno comune. Da una serie di sessioni, di scambi di idee e materiali, su cui abbiamo lavorato per 2-3 mesi in totale, è nato Zolfo. È un lavoro di cui sono molto fiero e che mi ha dato la possibilità di confrontarmi, ancora una volta, con qualcosa di diverso che andasse al di la di ciò che sono in grado di creare da solo. Come sempre lavorare con altri musicisti o in contesti differenti da quelli canonici, almeno per me, mi stimola tantissimo.

Nel tuo percorso sonoro, una parte importante la riveste il suono fornito in free download attraverso una netlabel di cui sei co-owner e co-art director assieme a Vincenzo 'dramavinile' Nava, la Manyfeetunder. Spiegaci.

Vincenzo mi ha coinvolto in MFU prima ancora che ne diventassi co-art director assieme a lui. La cosa è avvenuta quando, alla proposta di pubblicare Fracture come prima release fisica di MFU, in modo del tutto naturale, abbiamo deciso di collaborare per portare avanti questa realtà. Credo molto nel free download , così come amo le release fisiche, che continuo a comprare in tutti i formati possibili, senza nessuna preferenza o feticismo particolare. Non trovo affatto che sia una scelta di ripiego, ANZI, ti posso dire che scegliamo con la  stessa accuratezza che usiamo per i dischi Concrete,  i lavori da pubblicare in digital free download su Homemadelabel. Ne ho pubblicati e ne pubblicherò ancora di dischi in free download! questo è poco ma sicuro!

Come vedi la situazione italiana, pensi esistano aperture verso i suoni di ricerca o il club esclusivo continua a rimaner tale?

Beh, sarei ipocrita dicendoti che non trovo che sia un circolo abbastanza ristretto, quello del suono di ricerca, in Italia… e non credo solo qui da noi. D’altra parte, come ti dicevo, noto un certo interesse crescente per queste sonorità, il che mi fa ben sperare per il futuro. Non mi aspetto, come è giusto che sia, che diventi un suono di massa, ma son contento che una certa attenzione in materia si stia palesando. Spero non sia frutto solo di qualche sorta di moda passeggera, ma , come si suol dire, chi vivrà vedrà!

Una domanda per gli esoterici tecnologici, quale strumentazione impieghi sul palco?

Grosso modo la stessa che uso in “studio”. Un laptop, una scheda audio, un paio di controller, mixer e qualche effetto esterno. Di più in studio uso i microfoni che mi occorrono per registrare la materia sonora che di volta in volta tratto per costruire i miei suoni. Non sono un feticista dell’analogico o del digitale. Quello che conta per me è il suono. Punto.

Ed ora che succede, qualche progetto?

Adesso ho appena finito di lavorare a una sonorizzazione filmica per i 400 anni della morte di Shakespeare, con spezzoni di film muti che inscenano alcune delle sue opere più importanti. A breve usciranno un piccolo Ep in free download per IYE label a nome AV-K , poi ci sono alcune collaborazioni in cantiere che non so bene quando verranno pubblicate nel corso dell’anno prossimo, un nuovo EP come K.lust dopo di che vorrei concentrarmi per un po’ solo sul prossimo Album sempre a nome AV-K che credo vedrà luce fine 2017 - inizio 2018.

Ultima domanda: da dove giunge il tuo amore per il pestato pesante di connotazione pesantemente rock ;)

Ahahahaha ti rispondo solo che , quando ho cominciato a studiare e suonare la batteria, avevo in testa Reign in Blood degli Slayer e Symbolic dei Death. Non credo serva aggiungere altro :D

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<![CDATA[Diserzioni: Le porte del sogno]]>

Ad occhi chiusi,

con le cuffie in testa,

a volte riesco a bussare

alle porte del sogno

e chiedere il permesso

di entrare ancora



Sophie Hutchings: Dream Gate

Olafur Arnalds: Oldurot

Murcof x Vanessa Wagner - Valentin Silvestrov - Farewell, O World, O Earth

Eluvium: Movie Night Revisited

Bvdub:13

Loscil: Monument Builders

Biosphere: You Want To See It Too

Spicules: Slowly, Everything Washes Away

Alaskan Tapes: If I Will

Owsey & Nori - Back To You

Barnacle Boi - Memories

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<![CDATA[Diserzioni: Fuori nel buio]]>

Dall'oscura e fitta foresta

escono voci e richiami

che come d'incanto mi trasportano

nel buio della mia stanza

avvolto da suoni

e mi rendono amica

anche la notte più fonda



Rlyeh1 - Out There In The Dark

Swarms: Kyoto

Zomby: Reflection

Starkey: Anomaly

Pixelord: Gear Soul

Klatu: Always Forward

Melldu & Bucky – Feel

Alivve: Night With Me

mrlbshrmrlbshr: S o l u s

Pensee: Lanaa

Eternall & Blure: Beauty And Resistence

Resonata X Subsets - Yuletide (Feat. Cartography)-Xandra Remix

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<![CDATA[Micromega “Cosmogonia di cose in arrivo”]]>

“Non affermo nulla: mi accontento di credere che sono possibili più cose di quante non si pensi.” Cit.

C’è una dote che ho sempre ammirato, c’è una mancanza che troppo spesso inonda il mondo d’oggi soprattutto quello dei social: la misura e il senso della misura. Siamo nell’era dell’eccesso, del tutti che parlano di tutto, un vero tripudio di cattivo gusto, rancore, rabbia postata in modo esagerato e per stupire. Senza pudore ognuno si sente autorizzato di dare giudizi anche e soprattutto su cose che non conosce. Forse ci sarebbe bisogno del ritorno di quei due enormi alieni del “Micromega” di Voltaire e del loro libro contenente il "Senso della Vita” per ridarci il senso della misura. Ma a ben guardare gli alieni in questo mondo ci sono, basta cercare. Uno lo abbiamo trovato in Ottodix ovvero Alessandro Zannier che guarda caso intitola il nuovo concept digitale proprio “Micromega” .


Misura e il senso della misura, hanno avuto un ruolo in questo tuo nuovo progetto?

Direi che hai centrato in pieno il fulcro su cui ruota tutto il progetto. “Micromega” sarà una sorta di allegoria digitale della cultura enciclopedica illuminista, una rappresentazione necessariamente arbitraria, artistica e sintetica del mondo organizzato per livelli e ispirato dalla mia musica e dai miei testi. Avverto da sempre un trasporto emotivo molto forte nei confronti del rigore scientifico, dell’ineluttabilità della matematica, lontana dai punti di vista viziosi e viziati dell’uomo contemporaneo. Inoltre credo che fisica, chimica, astronomia e biologia siano l’ultima fonte inesauribile di ispirazione profonda rimasta agli artisti. L’ultimo baluardo di argomentazioni oggettive in un mare di “tuttotologia” spiccia, di qualunquismo, di dialettica vacua e gridata, da una parte, di sterili sofismi e non-detti minimal, dall’altra, dove ognuno è in grado di ribaltare l’evidenza, di difendere e esaltare l’indifendibile, di spacciare un vuoto di idee per un colto silenzio, di rivalutare l’impresentabile, solo perché dotato di una tastiera e di un accesso a un blog. I miei toni acidi sono più vicini a quel vecchio bilioso di Schopenhauer, più che a Voltaire, lo so, ma è comunque a quel mondo di riflessione laica, fatto di catalogazione, di bisogno di riordinare lo scibile, che guardo istintivamente oggi per proporre una nuova via e per scindere le cose concrete dalla “fuffa”. Con l’ultimo lavoro sulle chimere del ‘900 ho suggerito un rogo delle utopie fallite. Mi sembrava dunque giusto proporre poi come artista una riflessione costruttiva, dal tono illuminista, un inno all’intelletto scientifico come via possibile, tra scienza, ambiente e tecnologia, in mezzo alla vastità informe delle cose esistenti, in cui l’uomo dovrebbe tentare di darsi una posizione. E una bella ridimensionata.

Sì, Micromega cerca in modo sarcastico di ricordare all’uomo quanto sia numericamente un ingranaggio prescindibile nella vastità dell’ordine delle grandezze delle cose. Solo riaffacciandosi al mondo dei numeri, delle scale e delle distanze reali ci si può risvegliare da questo ipnotismo collettivo auto indotto di onnipotenza che ci siamo dati, da questa bolla autoreferenziale. La natura vera delle cose lì fuori fa paura, quando ti rendi conto della finitezza insulsa della tua specie. Mi piaceva l’idea ironica di un’operazione che facesse il verso al Rinascimento, rimettendo l’uomo al centro del mondo, non per esaltarlo come protagonista, ma per ridimensionarlo e ridurlo alle dinamiche matematiche che regolano le cose, all’uguaglianza e appartenenza particellare con ogni forma più debole e piccola o più grande e forte.

Hai presentato in anteprima questo lavoro in Cina alla "Biennale Italia Cina", raccontaci com’è andata?

E’ stata un’esperienza davvero importante per me e per il mio lavoro recente. Un riconoscimento alla mia ricerca nelle arti visive arrivato da un Paese insospettabile, con una forte cultura millenaria e una attuale, un battesimo perfetto per Micromega, concept in cui l’idea di “punto di vista”, di ribaltamento e di vicino e lontano viene messa puntualmente in discussione. Quale migliore situazione per presentare un brano dal titolo “Planisfera”, che dalla parte opposta del globo? La cosa più emozionante della Cina è vedere quanto poco sappiamo di un popolo che comunque è presente in modo massiccio da decenni nella nostra società. I contrasti del loro furibondo e compulsivo sviluppo economico e culturale con la tradizione li leggi negli occhi stanchi dei friggitorie di pannocchie lungo le strade di periferia o nel rigattiere che trascina una bici carica all’inverosimile di cartoni. Le dinamiche verticali e avveniristiche della city rampante, svettanti sulla quotidianità delle esistenze orizzontali degli Hutong, il contatto con la classe intellettuale e degli artisti cinesi e poi l’immersione quotidiana nei mezzi pubblici traversando da una periferia all’altra questo unico organismo umano-urbano tentacolare di 20 milioni di persone che è Pechino, fanno capire molte cose. Fanno capire ad esempio come un’ideologia come quella comunista (genialmente reinventata in un capitalismo sui generis, ossimoro perfetto) abbia potuto attecchire così in profondità lì e non altrove, non creando uno strappo tra la cultura antecedente e quella attuale. L’approccio filosofico estremo orientale dell’uno facente parte di un tutto, dell’appartenenza a un disegno più complesso, ha fatto sì che questo popolo metabolizzasse più facilmente di quelli occidentali (individualisti) un’organizzazione collettiva così spersonalizzante ai nostri occhi. La velocità di apprendimento di un sistema o di un modello“alieno” e la sua integrazione col proprio background sono cose che mi hanno profondamente fatto riflettere. Ho esposto la mia installazione (Micromega, facente parte del progetto) nei pressi del noto Art District 798, quartiere in cui tutte le principali gallerie del mondo hanno una sede di rappresentanza e dove artisti super star come Ai Wei Wei hanno i loro laboratori. E’ un quartiere-compound, una vecchia zona industriale, ristrutturata con i crismi occidentali più contemporanei e “cool” della riqualificazione industriale, in stile berlinese-londinese, con locali e ristoranti molto cosmopoliti. Poi di sera si spengono le luci del set e tutto si smorza. Una sorta di Cinecittà incastrata nella periferia reale di Pechino, un laboratorio di studio sulla vita “trendy” delle città occidentali, ma circoscritto ad un’area-attrazione. Studiano, circoscrivono l’esperimento e se funziona lo integrano nell’organismo. L’inaugurazione della Biennale Italia Cina a cui sono stato invitato a partecipare, si è svolta in tre ambienti molto diversi. La sala principale in cui esponevo anch’io la mia scimmia-cavia montata su una parabola, era un vecchio magazzino presso la Being 3 Gallery, risistemato da zero in tre soli giorni da uno sciame di inservienti straordinari, in cui io e mia moglie con avvitatori e martello ci siamo mescolati allegramente. Poi la galleria TaiHe nel District 798 che ha ospitato la conferenza stampa congiunta dei due Paesi e infine il museo privato Le Manet, gestito da collezionisti cinesi, una bolla surreale di lusso newyorkese alla periferia ovest di Pechino, dove ha avuto luogo un vernissage con red carpet e accoglienza mediatica da Festival di Cannes o di Venezia.

Il progetto "Micromega" è tuttora in cantiere, come si sta sviluppando?

Sto lavorando su più fronti con una modalità per me nuova, vista la distanza geografica con i collaboratori e dunque molto impegnativa. Sviluppo i brani nel mio home studio, dopo averli stesi e pensati per un anno tra Treviso e Berlino. Mando i files con le voci a Santa Monica in California dove lavora il mio storico collaboratore di studio Alberto Gaffuri, poi li giro a Barcellona a Flavio Ferri con cui sto co producendo l’album. Contemporaneamente seguo lo sviluppo di forma e contenuti della piattaforma digitale (che sarà la vera sorpresa di questo progetto) con un’equipe di programmatori e web designer tra Ferrara e Milano (Pierfranceso Soffritti e Anna Magni, che ha realizzato di recente l’artwork di L I M) e con un supervisor da Londra per la standardizzazione su più piattaforme digitali. Oltre a questo devo produrre una notevole quantità di opere d’arte “fisica” e di installazioni, che andranno a comporre il lato visivo del progetto e la mostra collegata, che partirà dal 2017 assieme all’album. Devo a breve iniziare a coordinare una vasta serie di collaborazioni con remixer e ospiti anche prestigiosi che integreranno il contenuto audio di Micromega arricchendolo e spostando il baricentro del mio “genere” verso mondi più vicini alla musica di ricerca. Anche per i concerti ci saranno grosse sfide, soprattutto per il periodo psico drammatico che la musica live “non allineata” sta vivendo in Italia. Speriamo bene! Insomma un lavoraccio enorme, ma che mi sta mettendo molto in gioco.

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Scrivo queste domande viaggiando al buio. Ancora non so cosa ascolteremo e come lo ascolteremo. Sento voci di “grandi opere” in corso per cui vado a tentoni e parto con la prima domanda.

Una nuova produzione affidata ad un sound artist e produttore non da poco. Siamo tutt'orecchie.

Più che affidata, vista la distanza geografica, direi condivisa. Si, ho deciso di accettare l’invito di Flavio Ferri, dopo anni che ci conosciamo e in cui abbiamo condiviso palchi in giro per l’Italia e remix di miei brani da parte sua. Con i DeltaV ho sempre avuto il privilegio di avere in qualche modo a che fare e questo è un po’ un coronamento. L’album, previsto per marzo 2017, sarà co prodotto in modo molto rispettoso delle idee reciproche e del mio intento iniziale. E’ la prima volta in vita mia, dopo tentativi continui, che mi faccio convincere a cedere una parte della produzione del suono ad altri! Siamo due arrangiatori provenienti da ambiti simili, abbastanza rari nel nostro genere in Italia, ovvero quello dell’elettronica melodica e armonizzata al servizio della forma canzone, anche pop, ma con un’attenzione palese verso un sound più di ricerca. Era lecito prevedere l’effetto dei due galli in un pollaio, per questo ho deciso di fare le valigie e di andare a Barcellona a casa sua con il materiale dei miei provini già in fase di produzione avanzata, per mettermi in gioco. In realtà i pezzi li aveva ascoltati e ne era rimasto entusiasta, quindi sono partito molto carico. Ci siamo trovati a discutere sui massimi sistemi e su ogni singola nota, a tavola, in giro e in studio, come piace a me e anche a lui. E’ stato un confronto davvero approfondito e sano, d’altri tempi, con una persona colta.

Possiamo azzardare una domanda riguardante lo stile? Dobbiamo prepararci a dei cambiamenti, si alzeranno i toni elettronici di ricerca a sfavore del tuo oramai riconosciuto marchio elettro/alt-pop? Quali saranno i contenuti presenti nei testi?

Puoi azzardare e io posso azzardare una risposta dato che tutto è ancora in cantiere. Due cose di certo posso dirle. Sarà un album più fruibile e snello del precedente “Chimera”, ma filosoficamente altrettanto carico e propositivo. I contenuti saranno come sempre visionari, ma ispirati al mondo della scienza, della fisica, dell’astronomia e di tutto ciò che si relaziona con approccio analitico, curioso, inventivo e contemplativo alla natura delle cose e alle regole matematiche (e non divine) che dispongono e formano il tutto. Il tutto ovviamente sottoforma di allegoria per parlare di dinamiche umane strettamente attuali e contemporanee. Ci saranno iperboli più rock, ma tendenzialmente sarà un album più elettronico - sinfonico, più del precedente, con aperture aeree e siderali e ambient, con riletture di un certo sound ’90 con cui io e Flavio ci siamo formati e su cui convergiamo ad istinto. Sarà un album molto Ottodix nella scrittura, nei singoli più pop e nelle armonie ricche di orchestre curate da me personalmente. Tuttavia e proprio per la natura anomala del formato-album (che non vi anticipo), darà anche spazio anche a molta più ricerca sonora del solito, con un numero macroscopico di riletture.

Per l’uscita del disco stai lavorando anche alla produzione di video?

Flavio curerà anche ben due videoclip di questo album, come regista, con l’aiuto del suo brillante socio Fabrizio Rossetti, con cui ha realizzato lo splendido progetto Girls Bite Dogs. E’ in programma anche un breve docufilm e un trailer sui concerti.

MICROMEGA: cosa nasconde questa “cosmogonia di cose in arrivo”, come tu la definisci.

“Micromega”, questo è il titolo, sarà un album atipico, un vero contenitore di musica, di arte e di contenuti scientifici ramificati. La cosmogonia di contenuti sarà integrata da una nutrita serie di opere di arte visiva, che andranno ad indagare creativamente la scienza, o a focalizzarsi sulle analogie nei meccanismi che costituiscono il micro e il macro cosmo. E’un progetto di arte etica sostenuto e prodotto da ARTantide, una realtà dell’arte contemporanea italiana che crede da tempo nel mio lavoro.

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Ottodix & Giorgio Ricci suoneranno live al PUK di Castelfranco Veneto domenica 27 novembre...restate connessi


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Alessandro Zannier

Visual artist, musician-composer, performer

ART: www.alessandrozannier.com

MUSIC: www.ottodix.it

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<![CDATA[Lost (in) love]]>

…Donare libri a chi legge è un un’incognita…il fatto è che io amo viaggiare a vista, sfidando il caso. Spero quindi questo viaggio sia per te sconosciuto e di gradimento. Le note di un pianoforte poi aiutano ad inoltrarsi dentro i territori sconfinati della propria immaginazione. Ancora tanti auguri Isa, sperando che anche questa volta il caso sia benevolo con noi, assetati viaggiatori d’infinito”.

Se ne sta seduto sullo scalino del porticato che conduce al negozio di dischi più fornito della città, la sta aspettando. A dire il vero non ha mai smesso di aspettarla neanche per un singolo minuto. Neanche quando tentava di inoltrarsi devotamente dentro i pensieri di altre donne o quando cercava di innamorarsi di occhi diversi. Lei era sempre lì: prima, durante o dopo, sempre presente. La loro storia era durata molto, forse troppo: aveva avuto soste, riprese, addii, ritorni, pause, ripensamenti ed arditi ricongiungimenti e poi si era definitivamente spezzata, frantumata in mille pezzi impossibili da rimettere assieme. Il colpo di grazia lo aveva dato la notizia del matrimonio: Isabella si sarebbe sposata con un noto professionista bolognese. Di tempo oramai ne era trascorso parecchio ma questa notizia era troppo assurda per non tentare di capire direttamente da lei il perché della cazzata globale, la ragione di un così assurdo ed improbabile gesto. Rimane seduto rileggendo quella stupida dedica stringendo tra le mani due Einaudi Economica e una rara edizione ECM. La conosce troppo bene, sa che le la dedica le piacerà, per non parlare del suono e questo lo rende serenamente agguerrito, crea come una sensazione di benessere e tranquillità prima del loro probabile ultimo incontro. Ed eccola arrivare con il suv del futuro marito. Eccola lì con i sui quarant’anni nascosti dentro quel corpo guizzante, con quell’espressione da eterna presa in giro, con quel viso dai lineamenti troppo belli per permettere al tempo di rovinarli, con quel suo insostenibile carattere bastardo ed incosciente, mimetizzato dietro l’azzurro impossibile degli occhi. Superato l’imbarazzo iniziale creato dal mostro meccanico la conversazione prende avvio, parlando del più e del meno Isabella chiede se frequentasse ancora la “Devota” e “La Antina”: due locali che erano diventati loro nel corso dei molti anni passati seguendo il proprio istinto, ubriacandosi e tirando tardi, tentando di sentirsi vivi in un luna park lagunare oramai vietato ai residenti. Gli sguardi sono diretti come le parole che si scambiano, le carezze partono istintive come non fosse trascorso del tempo. E’ eccitazione pura la cosa che si respira all’interno dell’abitacolo dell'elegante ammasso di vernice nera. E’ un’eccitazione alimentata dalla consapevolezza che niente e nulla avrebbe potuto mai interrompere la loro fitta, silenziosamente invisibile conversazione attraverso il tempo ed i suoi accadimenti, quasi fossero due viaggiatori che coprono distanze sconfinate a bordo di una vecchia moto con il side-car, due persone che sfidano il tempo e le sue insidie percorrendo migliaia di chilometri di vita assieme: uno alla guida e l’altro seduto di fianco, vicino quel tanto per permette alle mani di toccarsi e stringersi, sapendo di non essere soli a bordo di quell’obsoleto e meraviglioso mezzo meccanico.

Il fiume d’asfalto della tangenziale, illuminato dai mille fari di auto dirette verso destinazioni sconosciute, li accolse quasi fossero foglie cadute direttamente dall’albero nella placida corrente che li stava trasportando verso un approdo che a Max era sconosciuto. Quante volte aveva percorso quella tangenziale: di ritorno dai concerti bolognesi o dal massiccio acquisto di dischi a Firenze, ad orari improbabili dopo notti assurde trascorse nella provincia emiliana in compagnia dell’unico fidato amico e di un manipolo di irriducibili giovinastri, uniti tutti dalla voglia irrefrenabile di sentire la vita scorrere fin dove era possibile, trentenni allora e per tutta la vita. Erano trascorsi più di dieci anni, una parte del manipolo continuava nel percorso di autodistruzione, una parte aveva acquisito moglie e figli e una parte insignificante, lui, ora si trovava con la sua ex a bordo di un’astronave spinta a diesel. Riuscì a riconnettersi con Isabella giusto in tempo per intuire una domanda riguardante la sua attuale compagna, c’era come una punta di ironia nel suono della sua voce e lo sguardo celava un non so che, come dire “…tanto so che anche stavolta dura quel che dura e poi ciao”. Il lettore sul cruscotto aveva appena iniziato a leggere le note dei Minox, appoggiò la testa sulla spalla di quell’elfo saputello non curandosi di rispondere e riuscendo a riportare l’intimità dentro l’abitacolo di un’auto che sapeva per certo non poteva contenerne altre, di così virulente e indistruttibili. Il profumo maschile solitamente usato da Isa gli penetrò direttamente nel cervello, sentiva la mano di lei stringergli la coscia per poi salire fin su alla ricerca del contatto interrotto, alla ricerca di quel sentiero segreto mai dimenticato, nascosto nel folto di una boscaglia che lui sapeva fatta di mille volti, di storie finite, di tempo trascorso irrimediabilmente, di angoscia per un sogno che solo ora riusciva a decifrare ma che non era riuscito a sognare quando le notti lo permettevano.

…Parcheggiò in un garage riservato situato nei sotterranei di un palazzo costruito in perfetto stile hi-tech; girando la chiave nel cruscotto non spense solo il motore ma anche i mille pensieri che le avevano riempitola testa le ore prima dell’arrivo di Max. Sapeva cosa stava succedendo e voleva succedesse: praticamente un duplice suicidio in diretta, un farsi e fare del male oltre ogni limite, vivere una notte nel loro limbo per bruciare il resto della sua vita nel paradiso dell’altro...

 

Le porte dell’ascensore si aprirono direttamente nel salone centrale di un enorme loft all’ultimo piano. Il pavimento era rivestito in legno pregiato e l’arredamento, essenziale ma centratissimo, tradiva l’impronta di colei che ora si stava togliendo quel tacco dodici firmato dirigendosi verso la cucina. L’angolo dedicato al suono sembrava lo stesse chiamando e Max vi si avventò contro cominciando a scrutare i titoli dei cd sparpagliati ovunque senza una logica: c’erano decina di sue compile, decine di cd passati dal suo masterizzatore, praticamente quella era una piccola parte della sua discoteca veneziana trasferita a Bologna. Questo lo fece sentire leggermente più a suo agio in un luogo che assolutamente non gli apparteneva. Scelse di ascoltare un furbastro ed intrigante Broadway Project che riscaldò subito quell’enorme sala tutta costruita attorno a soffitti con travi a vista, a mobili firmati, all’imponente home theatre e, soprattutto, attorno ai molti soldi di chi questa casa la possedeva. Il suono usciva suadente dalle casse e Max sentiva sempre più il disagio crescergli dentro: che cazzo ci faceva lontano dalla sua isola preferita, che stracazzo andava cercando un quel loft che nulla aveva a che fare con il suo amato mini lagunare, cosa pensava di riuscire a ripescare tuffandosi in piena notte nelle profondità insondabili di un buco nero lontano oramai anni luce dal suo sistema solare? “ … Cos’è? come sempre fai girare i dischi giusti al momento giusto tu?…” La voce di Isabella era velluto che gli accarezzava la pelle, si girò e la vide con addosso solo una corta sottoveste ricamata che lasciava intravvedere tutto, tutto quel vasto territorio su cui lui aveva scorrazzato per anni fino allo sfinimento, fino all’annientamento. Isabella stava versando del vino bianco  in finissimi calici firmati Venini: “…come vedi sto già usando i vari regali dei parenti…” disse con quel suo consueto tono ironico e dissacrante. “…Bella casa, è del futuro pover'uomo?…”, era la prima frase che pronunciava da un bel po’ e, soprattutto, era una frase interrogativa che non avrebbe mai voluto pronunciare. Un “si” secco fu la risposta di Isabella alla quale seguì il tintinnare del brindisi: “…Un brindisi alla tua felicità…”, recitò convinto Max. “…Un brindisi alla nostra eterna condanna…”, lo corresse Isabella immergendo la sua lingua nella bocca famelica di un uomo che era ancora alla ricerca della risposta impossibile. 

 

Conosceva bene i movimenti di quella lingua, sapeva bene come assecondarli, come incrementare un fuoco che avrebbe trasformato la futura elegante moglie del manager nella più splendida delle puttane. La sottoveste volò a coprire il maxi schermo al plasma, i vestiti caddero sull’ovunque firmato di tutto quel ben di Dio lasciando una scia che partiva dal salone e si dirigeva verso un’altra stanza. Era uno dei bagni dell’appartamento e pullulava di vita. Sotto la superficie trasparente del pavimento nuotavano decine di pesci tropicali in mezzo a finti coralli e piante acquatiche, l’illuminazione arrivava direttamente dal basso, grazie a piccoli fari alogeni posizionati direttamente nell’acquario. Ovviamente i sanitari erano firmati, compreso il vaso sul quale Isabella si era accovacciata cominciando a contorcersi in preda ad una irrefrenabile sete di contatto . Le sue mani correvano su e giù accarezzando ogni millimetro di pelle, soffermandosi sui seni e sul sesso. Il suo sguardo totalmente perso era rivolto verso Max che in quel preciso istante l’aveva raggiunta. Il loro respiro all’unisono formava una cupola trasparente sotto la quale i due amanti avrebbero dato il via ad un rito di iniziazione segretamente celato nella penombra di un improbabile acquario. Era proprio questo che stavano facendo, si stavano unendo realmente. Folle, astruso eppur vero. Isabella e Max, due corpi che ben si conoscevano, due sessi che per mille volte erano scivolati l’uno dentro l’altro, due persone che solo ora, per la prima volta realmente si ritrovavano, annusandosi come animali, cercando con frenesia il sesso dell’altro. Max sentì due mani che lo afferrarono sulle natiche, stringendole. Il respiro caldo di Isabella gli inondava il ventre mentre si aggrappava ai suoi capelli. Il contatto con l’altro corpo fu come una frustata elettrica ad alto voltaggio. Attraverso il suo membro teso Max riusciva a sentire tutte le dolcezze e asperità del corpo dell'amata. Le mani di Isabella spinsero il suo ventre ad accarezzarle i seni per poi passare al viso, al collo e poi nuovamente giù, in una posizione che lo vedeva dominare in piedi una creatura che a sua volta lo dominava con lo sguardo e con la bocca. L’ansimare si fece ancor più veloce, mentre le sue dita stringevano frementi i suoi capelli e una lingua percorreva sapiente i dolci viali dello spasimo. Due corpi ricoperti di fiero sudore che scivolavano uno sull’altro nell’impossibile ricerca di felicità. Forse era questo ciò che Max sperava di trovare in quello stupido acquario: l’attimo che precede la felicità? Si guardò intorno ma tutti quei pesci colorati che tranquillamente nuotavano sotto al pavimento lo convinsero che era lì per qualche cosa di diverso, forse era lì proprio esclusivamente per usare il suo sesso, era lì per far godere di piacere una sconosciuta…ancora, nuovamente, per l’ennesima volta. Rotolarono sul pavimento, avvinghiati in un lunghissimo e profondo bacio. Era la prima volta che Max baciava così la bocca di Isabella, avrebbe voluto staccarsi la lingua ed inserirla ancor più in profondità, per riuscire a raggiungere l’anima dell’essere amato. Le sue dita le accarezzavano i seni, correvano giù per la schiena spremendo quella carne tonificata, scivolosa, bagnata. Con le mani iniziò ad accarezzarle il ventre che ritmicamente sussultava ad ogni passaggio mentre la sua bocca si trasformava in uno strumento capace di accarezzare, mordere, leccare, bere, dare piacere! Questa era una cosa che lo faceva sentire forte e invincibile allo stesso tempo. Scrutò lo sguardo di Isabella e ciò che vide furono due occhi persi nel puro piacere, il piacere di chi è lì perché ora deve assolutamente compiere l’atto finale, risolutivo Isabella afferrò prepotentemente il pene di Max trascinandolo verso l’entrata dell’altro mondo, iniziando una cavalcata attraverso lo sconfinato fiume in piena dei sensi finalmente portati allo scoperto, delle emozioni urlate a squarciagola, dell’amore oramai perduto e, forse per questo, così prepotentemente ritrovato. Non era solo Max che penetrava il sesso di Isabella, era quest’ultima che stringendolo con le braccia e con le cosce abbatteva fisicamente quella barriera oltre la quale nessuno era mai passato, gli si avventava addosso frantumando ogni resistenza, lo stringeva come mai nessuno aveva fatto, lo avvolgeva con un terribile e doloroso abbraccio, urlando e piangendo il suo piacere, mentre sul sesso di Max colava il fiume bollente della pace raggiunta.

 

“…i’m inside i’m outside, i’m with you without you, don’t love me don’t leave me, don’t trust me believe me, embrace me release me, denied me than feed me, so distant so near to me...”

La voce di Dot Allison usciva dai finestrini spalancati di una station wagon ferma alle cinque di un mattino rabbioso di nebbia in una piazzola di sosta sull’autostrada Bologna-Venezia, Max si stava accendendo l’ennesima sigaretta pensando a quanto ancora fossero rimasti abbracciati, quasi fossero anche loro dei piccoli pesci tropicali investiti all’improvviso da una minacciosa corrente di acqua gelida. Pensava a quanto lei lo avesse tenuto stretto a sé finchè quella domanda bastarda non gli uscì di bocca in modo spontaneo, quasi ironico: “Allora, quando te lo sposi il manageriatra?” Innestò la prima cercando di allontanarsi da tutti quei pensieri a velocità sempre più sostenuta. Premendo sul comando aumentò al massimo il volume di ascolto attivando la modalità repeat. Attorno a lui solo il grigio sfuggente dei teloni dei tir, il bianco sporco di una nebbia fittissima ed il nero sconfinato di una risposta ricevuta immerso dentro un acquario tropicale: “domani Max, domani “.

Mirco Salvadori

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<![CDATA[Diserzioni: Oscura innocenza]]>

C'è qualcosa che preme da dentro

nella parte più profonda di noi

qualcosa che vuole far emergere

l'innocenza del nostro lato oscuro

perché riesca a sorprenderci ancora



Revglow: Panic

Phoria: Mass

Xandra – Divergence

Blue Foundation: Watch You Sleeping (feat. Mark Kozelek)

Minor Victories: For You Always

2814: Eyes Of The Temple

Darkpyramid: Pyramid Of Light

S U R V I V E: Low Fog

Trentemoller: One Eye Open

Eagulls: Head Or Tails

Aeurs: Still

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<![CDATA[XII Congresso Post-Industriale]]>

E si ritorna al Congresso Post-Industriale, il dodicesimo per l’esattezza. Bologna resta la capitale, Kindergarten il tempio eletto, location che per inciso ben si adatta in stile all’evento. Anno fortunato il 2016 con ben due manifestazioni e per chi è dirimpettaio al capoluogo emiliano, una gran bella fortuna. Gente da tutt’Italia, non pochi dall’estero e oramai un po’ ci si riconosce, quasi fosse una sagra per concittadini non di luogo ma di grande passione comune. Pubblico in aumento di congresso in congresso, tendenza confermata anche in questa occasione essendo rispetto le precedenti, un po’ più speciale delle altre ma qui si tocca il tasto dolente, affrontiamolo così ce ne sbarazziamo in fretta. Grande clamore e rilievo per la partecipazione del maestro Maurizio Bianchi. Epiteto forse altisonante ma come altro definire il padre del power noise italiano, un riferimento non solo nazionale, per tutta la scena industrial. I primi lavori risalgono agli anni ’70 e ad oggi non si contano i progetti e le collaborazioni da lui firmate. Eppure mai lo si è visto dal vivo. Annunciata la presenza al Congresso, l’hype è salito alle stelle per crollare con sgomento il giorno stesso dell’evento, quando Rodolfo Protti, organizzatore e padre-padrone delle benemerita Old Europa Cafè, ne annuncia la defezione per gravi motivi familiari. Sconcerto di qualcuno, dispiacere per molti, voglio sperare che in pochi abbiano rinunciato alla serata per la defezione di Bianchi e nel caso è stata una scelta sbagliata dato il valore delle rimaste forze in campo, ma procediamo con ordine.

Apre le danze Venerance, moniker del meglio noto Sean Ragon e se lo colleghiamo ai Cult of Youth lo riconosciamo ancor meglio. Statunitense, più precisamente newyorkese e la giovane età non inganni, l’esperienza è da bimbo grande e si sente. Set strumentale minimo ma è stata la caratteristica di quasi tutti i partecipanti. Il suo è un rumore cattivo, rabbioso, stilettate in alta frequenza che tolgono il fiato. Frustate sonore che si alternano e rimbalzano, un muro compatto impenetrabile, poi qualche breccia che intrappola chi tenta di attraversarlo. Venerance in fondo rappresenta la tradizione canonica del power noise, quella fatta di suono solido espressione di uno stato interiore, il gesto come in pittura e scultura che diviene materia fluida, densità da attraversare a proprio rischio e pericolo. È così che l’esperienza d’artista si trasmette allo spettatore, uno scambio non soltanto mentale ma fisico e mentre Sean si contorce sull’hardware, la sua forza s’amplifica sulla portante della distorsione. Nulla di nuovo ma una bella riprova della valenza artistica di un genere, il rumore, che è soprattutto stile e personalità.

E parlando di personalità, come non pensare a Henrik Nordvargr Björkk, il colosso svedese dai lunghi trascorsi, dalle tante identità che ci piace riassumere nella sua creatura più nota, gli Mz.412. Un gigante della musica, a lui si attribuisce la nascita del black industrial ma gigante pure di fatto con due metri d’altezza e corporatura possente da preferirlo sul palco piuttosto che in battaglia come deve essere accaduto ai suoi avi.

Se durante il X Congresso abbiamo avuto l’onore di assistere al live italiano in anteprima assoluta, lo ritroviamo in veste “solo” come Hydra Head Nine, identità molto attiva all’inizio del decennio scorso. Ecco, se come si diceva il rumore può essere fisico, la performance di Nordvargr impressione due volte. Abbandonati i suoni più cupi e strutturati degli Mz.412 sul palco s’abbandona all’istinto, un ritorno alle origini sanguigno ed emotivo. In poco tempo ciò che poteva essere ricondotto ad una forma estemporanea di harsh noise, si tramuta in azione fisica, rabbia primigenia che sa più di Fluxus che rock’n’roll. I sensori divengono estensione e delirio, il corpo si pone come resistenza diretta e variabile, fusione mistica, divineggiante, moderno ecce homo dal capo coperto di elettrodi e non spine. Quella di Nordvargr è passione, è teatro e un bel pezzo di anima, certo è che quando un colosso di due metri prende a martellate qualcosa, l’attenzione diviene una necessità e l’impressione non è soltanto artistica. Prima volta in Italia sotto queste spoglie, spero per chi non c’era non sia anche l’ultima.

Dal Giappone con furore e ammetto sia scontato dirlo ma pure dall’Italia non si arriva tranquilli.

CazzoKraft che sa d’imprecazione italo-teutonica, ricostituisce in suggestione un ipotetico Asse. Si tratta invero del duo composto dall’italiano Piero Stanig e dal giapponese Masahiko Okubo rispettivamente Cazzodio e Linekraft, da qui la crasi del nome di un progetto congiunto che qualche anno fa ha dato la luce ad un album pubblicato dalla Old Europa Cafè. L’italiano alla strumentazione, il giapponese pure ma più incline all’azione, trasforma anch’egli l’energia del momento in prestazione fisica. L’ idioma di Okubo non ha bisogno di traduzione per essere compreso quando staccandosi dall’elettronica, si scaglia sulle percussioni a terra e ancora una volta il rumore nella sua forma più dura, è protagonista di un suono compatto, anche monocorde, limite regolare e definito di un ipotetico confine che il giapponese disintegra a rabbia e mazzate. Lo sfondo è eccessivamente inerte, forse troppo ripiegato sul sodale performativo e si apprezza il gesto, meno il risultato che non emerge troppo in qualità del suono.

Torniamo in Italia, completamente, totalmente, sospinti anche dalla curiosità di cosa sarebbe stato dello spazio rimasto vacante dalla defezione di Bianchi. Certo, sapevamo della compartecipazione di Giovanni Mori, artista per il quale ho smisurata ammirazione e che proprio in occasione di un precedente Congresso ho avuto modo di vedere in esclusiva per la prima volta. Come due edizioni fa, si ricostituisce il duo Mori / Bandera o se fa piacere Le cose Bianche / Sshe Retina Stimulants ed è davvero un gran piacere averli insieme sul palco, soddisfazione che lenisce la perdita del setup previsto. Qui si punta alla scontro frontale e pare il leitmotiv di questa edizione. La distorsione è accentuata ed allargata alla voce che oltremodo distorta smarrisce il senso del messaggio per entrare in una dimensione apocalittica e terrificante. Senza alcun dubbio Mori è un grande interprete e lo dico nell’accezione di una vocalità che narra, vive, trascina. Doveva essere una “colonna sonora per la fine del mondo tecnocratico” e anche senza Bianchi così è stato tra le ferocia di Bandera, il dolore smisurato di Mori e “Allucinazione perversa” del grande Adrian Lyne a sottolineare nell’uso visual, una realta’ artefatta, forse tutta una comoda allucinazione dal quale presto o tardi ci si dovrà svegliare. E non sarà bello per nessuno.

Decisamente bello invece il penultimo appuntamento della serata, il più anomalo visto il clima ma anche il più complesso e articolato. Bad Sector, al secolo Massimo Magrini è informatico e musicista, abbinamento a me molto caro e oggi come oggi un’ottima ipoteca sulla qualità quando si parla di avanguardia e sperimentazione. Ora, seppur vero è che al Congresso s’è ascoltato il rumore industriale in tante declinazioni e altrettanto si può dire di Magrini che nella sua lunga carriera ha affrontato stili e tecniche diverse ma il suo show si è staccato nettamente dallo sfondo degli altri musicisti tuffandosi nell’elettronica più pura ai confini dell’electro industrial, organizzata, ritmata dove il filo conduttore dei messaggi in onda corta, lega tra loro i brani, un vero e proprio concept-show. Il pubblico gradisce, i corpi ondeggiano, si è innanzi un set raffinatissimo che non nasconde la natura sperimentale pur evocando fantasmi tribali e massificati. Sappiamo che Magrini costruisce parte della sua strumentazione aggiungendo quel tocco di alea performativa che somma spessore teorico alla resa tecnica. Nuovo sciamano ondeggia le mani su sensori di distanza, theremin digitale per profeti del nuovo millennio. In una edizione del Congresso quale è stata la XII, una delle più compatte tematicamente parlando, Bad Sector compie un salto tecnico importante energizzando ambiente e spettatori, nobilitando l’algida elettronica digitale alla stregua di fulminante potenza industriale. Serata speciale anche per i suoi 50 anni compiuti sul palco, in prima linea, un regalo che Magrini ha fatto a noi. Non lo nego, mi ha emozionato.

Ed infine… la fine e come accade nei grandi eventi, i fuochi d’artificio chiudono la serata e assicuro che Andrea Chiaravalli nei lugubri panni di Iugula-Thor di luce e botti ne ha fatti parecchi. Ad accompagnarlo Paolo Bandera, tra Virgilio e Caronte, guida degli abissi sonori e ancora grande protagonista dell’evento. Chiaravalli lo conosciamo, potente, arrabbiato ed una pelle non gli basta se he bisogno di mutare, trasformarsi, adattare forma e volto a seconda del momento dello show. È il mostro che apre le danze, predator meccanico, un abisso che dal profondo della gola non trova la superficie ma anzi trascina al suo interno. Poi il guscio cade e compare il mutante, fattezze protoumane che Bandera sottolinea con un crescendo sonoro ed emotivo del miglior power noise possibile. Ciò che dovrebbe corrispondere ad un avvicinamento all’umanità non coincide con l’urlo sempre più primitivo e drammatico, biforcazione tra forma e sostanza, un viaggio che risalendo, precipita nell’abisso psichico, un viaggio che termina al cadere della maschera rivelando l’uomo, Chiaravalli senza freni tra fumi e visual di distruzioni, incendi ed esplorazione della materia, un gran lavoro che dallo stile suppongo appartenere a Bandera. È a questo punto, nell’orgasmica ultima parte che ritroviamo Giovanni Mori al basso, scambio di favori a ruoli invertiti di quanto si vide al X congresso dove fu Iugula-Thor a duettare col musicista romano. È profluvio di alte frequenze, risonanze di power industrial in contrappunto col basso di Mori che in aperta sfida tenta la strada del temperamento equabile, inserendosi come un cuneo nelle distorsioni di Bandera. Lavoro non facile ma dalle resa affascinante e comunque la piena rappresentanza italiana sul palco, conferma ancora una volta come le eccellenze di casa nostra abbiano molto da insegnare al resto del mondo.

In conclusione ancora un grande evento, un sentito grazie a Protti (anche se in altre occasioni mi ha fatto più sconti sull’acquisto dei cd J ), a tutta la crew e come si dice in questi casi DO THE CONGRESS!

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<![CDATA[Gianluca Favaron: Nearly Invisible ]]>

La loro è una piccola armata che molto sta facendo per l'innovazione – scusate il termine oramai desueto ma così è – dell'ascolto in terra italiana. La vibrazione che produce il loro muoversi lungo lo stivale varia dall'ambient più silenzioso all'elettroacustica più coinvolgente, dall'iperealtà del field recording piegato al gioco del mixaggio musicale alla dura realtà della ricerca che non concede compromessi. Gianluca Favaron appartiene a quest'ultima categoria. Un sound artist che crea arte digitale piegato sul proprio laptop, l'orecchio sempre in ascolto dei suoni a venire, quelli che si producono nell'indefinito, quasi invisibile, mondo elettronico.


La prima informazione di cui si ha bisogno, senza iniziare con la classica domanda relativa al percorso musicale. Quasi un moto dell'animo dopo aver ascoltato il tuo ultimo lavoro prodotto assieme a Vitolo. Una domanda impellente rivola a chi ha attraversato lo spazio sconfinato del suono elettronico ed è riuscito ad andare oltre. Cosa c'è al di là dell'immenso territorio chiamato, tout court, musica elettronica

Vorrei risponderti con quel che scrisse Luciano Berio quarant’anni fa:. Non credo ci siano un oltre o confini da superare: la musica elettronica semplicemente esiste in una miriade di forme e modalità diverse, dando ad ognuno la possibilità di esprimersi e trovare il proprio suono. La differenza, a mio avviso, la fanno la cultura e il buon gusto (ma questo non solo nella musica elettronica).

Alternative religion, metal music machine, lasik surgery, zbeen, under the snow, ab'she, forse me ne sono scordato qualcuno. Tutti monikers dietro ai quali si cela Gianluca Favaron. Te la senti di ripercorrere con noi quel cammino iniziato seriamente, se non vado errato, nel 2010.

In realtà si tratta di progetti e momenti piuttosto differenti tra di loro. Alternative Religion è stato il primo approccio con la musica, avevo poco più di 14 anni ed era fine 1979 o inizio del 1980. Quindi classico gruppo punk (o, forse, meglio già post-punk) del periodo, in cui cantavo. Si salta poi al 2009, quando l’amico Pietro Zanetti, già con me negli Alternative Religion, mi chiama per una reunion degli stessi e dopo un unico concerto mi chiede di entrare a far parte dei Metal Music Machine, che era il suo gruppo in attività al periodo. Quindi dopo quasi trent’anni di inattività, torno a far musica e da lì una serie di uscite, sia in solo che in collaborazione, che continuano sino ad oggi.

Il tuo nome spesso è legato a progetti creati con altri sound artists. Da che deriva questa capacità di condivisione, cosa ti dà rispetto al lavoro solista.

Non credo di avere capacità particolari, anzi. Si tratta soprattutto di stima e affinità con alcuni bravissimi artisti che sono, prima di tutto, degli amici.
Esistono poi amici, che sono bravissimi artisti e che stimo, con cui non collaboro perché conoscendomi sono sicuro finirei con l’entrare in conflitto.
Per questo parlo di affinità: mi baso molto sulla prima impressione e raramente mi sbaglio.
Nei progetti collaborativi che ho in attività (e parlo di Under the Snow con Stefano Gentile; Zbeen con Ennio Mazzon ed ai duo con Corrado Altieri, Cristiano Deison e Anacleto Vitolo e al recente Vetropaco con Andrea Bellucci) soprattutto mi appaga confrontarmi con metodi di lavoro, storie e gusti diversi e, quando possibile, presentare i lavoro dal vivo dove si ha riscontro del livello di interazione personale.

Torniamo alla materia sonica, quali sono le tue radici, come hanno influito sul tuo lavoro odierno e come definiresti il tuo suono.

Le radici in campo sonoro sono sicuramente la musica concreta e le sperimentazioni elettroacustiche degli anni cinquanta e sessanta, il punk e il post-punk degli anni settanta e ottanta, la techno e l’elettronica digitale in genere degli anni novanta. Tutti questi elementi, in modo più o meno diretto, hanno influenzato ciò che produco, di cui potrei dire appartiene al contesto dell’elettroacustica, che mi pare sia quello meglio rispondente ai miei interessi.
Altrettanta importanza hanno gli scrittori di lingua tedesca, l’arte minimale e concettuale e il buon cibo.
Sulle definizione del suono sono dell’avviso che non sia, oggi, possibile la produzione di lavori ‘pienamente originali’ che richiederebbero una cesura totale e radicale con il passato, mentre ritengo si sia ancora, e nonostante le apparenze, nel pieno della fase post-moderna del riciclo, con il perdurare del suo valore simbolico.

Cosa ti ha spinto ad inoltrarti in territori indubbiamente aspri e di difficile fruizione per un pubblico che non abbia volontà di confronto con realtà contemporanee altre rispetto alla classica proposta elettronica più o meno di tendenza.

Semplicemente mi interessa fare quel che mi piace: non ho pretese artistiche, non ho urgenze esistenziali e nemmeno mi interessa la visibilità. Mi trovo ‘a casa’ in determinati suoni e mi sono scoperto in grado di produrli con un certo appagamento personale.
Se poi c’è qualcuno che li trova interessanti sono certamente contento, come sono contento che ci sia qualcuno che mi chiami a suonare, soprattutto come occasione di incontro con persone magari conosciute via internet, con cui passare un po’ di tempo e aprire la strada a nuove possibilità di collaborazione
Però, sinceramente, non trovo che quelli che frequento siano territori musicali aspri e difficili, in fondo sono solo suoni che una persona può aver voglia o meno di affrontare. Forse non vanno bene come sottofondo per l’aperitivo, ma con un po’ di curiosità e voglia si può godere anche del rumore.

Una domanda che sovente pongo a chi si occupa di avanguardia è quella riguardante la melodia. Nei vostri lavori non c'è traccia di questa attitudine musicale a meno che non sorga spontanea dall'intreccio della sovrapposizione dei noises, magari un attimo prima di trasformarsi in white-noise. Spiegami.

Per quanto mi riguarda, la melodia intesa come struttura di suono diretta a generare una linea individuabile e cantabile non ha ragione di esistere nel mio lavoro, perché non compongo brani in forma canonica. Quel che mi interessa è la ricognizione del quotidiano che è, per me, elemento imprescindibile del fare musica. Ciò che cerco è alterare e modificare il materiale sonoro preesistente in un paesaggio dato, cioè i suoni che ci circondano per dar loro una nuova veste e, di conseguenza, importanza, fornendo al contempo all’ascoltatore la possibilità di riconsiderare i rapporti emozionali e psicologici con l’ambiente.

Che storia si nasconde dietro il muro elettrico che normalmente crei intrecciando le voci delle tue macchine. Esiste una sceneggiatura, una voglia di raccontare o è esclusiva essenzialità algoritmica.

Le macchine sono solo uno strumento che ti permette di raggiungere i risultati voluti, non hanno una voce propria più di un qualsiasi strumento acustico: se lo sai usare hai dei risultati, altrimenti la pochezza risulta evidente.
Venendo allo specifico della tua domanda, in genere non decido a priori il suono che un lavoro dovrà avere.
Procedo con improvvisazioni casalinghe con synth, microfoni, oggetti e con il raccogliere in modo abbastanza libero field-recordings, nel senso che mi porto dietro lo Zoom e raccolgo quel che trovo al momento (generalmente in occasione di qualche viaggio)
Solo successivamente i vari suoni vengono utilizzati, organizzandoli e accostandoli secondo schemi che variano in base sia al materiale di origine che al progetto specifico, sia esso un disco in solo o una collaborazione.
Una volta costruito in questo modo lo scheletro delle tracce, si va a completarle con ulteriore materiale registrato ad-hoc.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, direi che non esiste una sceneggiatura, ma il testo viene a costruirsi mentre lo scrivo, salve le revisioni successive.

Tu appartieni ad una piccola ma ben agguerrita avanguardia che molto sta facendo per il suono elettronico di ricerca qui in Italia. Com'é lo stato dell'arte visto da un addetto ai lavori?

Sinceramente mi pare che lo stato sia di ottima salute. Non faccio nomi, che finirei con lo scordarmi qualcuno, ma ci sono tantissimi artisti \ musicisti che producono materiale di assoluta validità. Direi che qui in Italia ci sono certamente alcuni dei nomi migliori dell’intera scena europea e sarei contento vedere per loro un maggiore riconoscimento, anche al di fuori della piccola nicchia della cosiddetta ricerca.

Ultimamente sei in uscita con tre lavori, rispettivamente: “Zolfo”con Anacleto Vitolo, “Vetropaco” con Andrea Bellucci e il nuovo Under The Snow con l'inossidabile Stefano Gentile. Parliamone.

In effetti, per una serie di coincidenze e non per volontà, escono tre lavori in un breve lasso si tempo.
Zolfo e Vetropaco sono i primi frutti delle collaborazioni con Anacleto ed Andrea e sono due lavori assolutamente diversi tra di loro.
Vetropaco è frutto della maestria di Andrea nel comandare le sue macchine e della sua capacità di trattare una materia, quella ritmica, che non sono assolutamente in grado di dominare. Tutto il merito del risultato è suo, io ho solo messo a disposizione qualche idea e una serie di suoni.
Zolfo, invece, è un lavoro più nelle mie corde ed è nato dalla volontà mia e di Anacleto di fare qualcosa assieme dopo esserci conosciuti in Irpinia in occasione di un paio di miei live. Si tratta di un lavoro pienamente a due mani dove si incontrano e scontrano i nostri suoni e le nostre diverse concezioni di costruzione dei brani e mi pare che il risultato non sia trascurabile.
Da ultimo, il nuovo Under the Snow, previsto per dicembre, sarà un lavoro diverso dai precedenti: interamente basato su field-recordings e senza chitarra è una riflessione (a modo nostro) sul mondo delle popsongs.

Che altro succederà in quei territori dai quali invii i tuoi segnali meta-sonici.

Presto sarò live con Anacleto per la presentazione di Zolfo e per il 2016 direi che è abbastanza.
Nell’immediato futuro, sicuramente ci saranno i nuovi dischi dei progetti con Corrado Altieri e Cristiano Deison e poi vedremo cosa arriverà.

Grazie Mirco!

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<![CDATA[Diserzioni: Sussurri di pietra]]>

Tutto pare fermo

quando le parole sono inutili,

quando sussurra il silenzio,

ma nel suono che sembra immobile,

anche lì, c'è una vibrazione

che vola lontano..,ascoltala!



GILA - Tuff Whisper

Chilllito – I Know

Massive Attack: Come Near Me (feat. Ghostpoet)

dBridge: Better Than The Pain

Clams Casino –Be Somebody (Instrumental)

Shackleton: Rinse Out All Contaminants

Inkke: Ghost World

FaltyDL: Sexy Lady

MJ Guider: Lit Negative

Kaiju: Lust

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<![CDATA[Diserzioni: Naufragi nel suono]]>

la versione cartacea del libro  si può acquistare qui: Support independent publishing: Buy this book on Lulu.      compra su Amazon  

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Diserzioni è una trasmissione radiofonica in onda da più di 10 anni su Radio Sherwood  che attraverso i nuovi suoni elettronici, ambient, post dubstep, witch house, future garage, post rock, ethereal, modern classic, shoegazing, dark e wave.. cerca vie di fuga, stimoli per danze neurali. 

Ideata e condotta da Andrea De Rocco

Dal 2011 Radio Sherwood è diventatata una piattaforma multimediale che ci ha permesso di andare oltre la comunicazione radiofonica (che continua ad esistere) sfruttando le potenzialità che oggi ci offre la rete. Per "Diserzioni" ad esempio la Webzine è diventata una vera e propria rivista online dove approfondire le tante facce della cultura e della produzione indipendente.

Questa è un libro/raccolta di riflessioni (o deliri, forse) sul mondo sonoro che ogni settimana viene indagato all'interno della trasmissione.

Pubblicati su sherwood.it dal 2011 al 2016

La prefazione di Mirco Salvadori la potete leggere qui

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<![CDATA[”Viaggio al termine della notte”]]>

A volte mi dispiace e all'epoca dei “mi piace” non è bello. Mi dispiace perché sembra che oggi molti parlino con la pancia ed alla pancia. La comunicazione al tempo dei social è rancorosa invettiva e moltissimi post e commenti sono improntati al lamento, all’accusa e al vittimismo. Si bevono e si mangiano qualsiasi “bufala” pur di inveire contro il diverso da sè. A tal punto da essere usciti dalla vita e per la vita. La digestione di tutto ciò è un atto complicato che li assorbe in tutto e per tutto, dal cervello al corpo.
Insomma al tempo dell'intelligenza collettiva non si trovano che apparati digerenti. Si fatica a trovare un essere umano con testa e cuore in fondo a questa melma mediatica.
Allo stesso tempo però non vorrei cadere nella nube tossica del politicamente corretto. Non vorrei, che per apparire rispettabili, perdessimo di vista quello che nutre la vita, l’intensita’ e il coraggio delle idee e delle azioni. Anche a costo di finire nella lista dei cattivi.

Ecco perchè sono stato attratto dallo spettacolo di Teho Teardo e Elio Germano”Viaggio al termine della notte” tratto dal romanzo di Louis Ferdinand Céline.
Céline, proprio lui. Il più maledetto di tutti. Il nemico della patria, delle buone maniere, della bella scrittura, dei luoghi comuni. E infine nemico del genere umano.
Perchè a Céline ci ho sempre girato attorno ma rispettando le misure di sicurezza, un'attrazione troppo scorretta, forse.
Per fortuna c'è chi può essermi d'aiuto per entrare in un contatto più diretto con l'opera di Céline:
Teho Teardo e Elio Germano. due artisti che amo e rispetto da tempo. Chi meglio poteva convincermi ad affrontare Céline senza remore.
L'intensa lettura di Elio Germano è sicuramente il punto di forza di questo viaggio negli inferi Celiniani rinforzata dalle intonatamente ossessive, grevi e oscure composizioni di Teho Teardo. La colonna sonora è quasi un itinerario parallello, una “sideline” di dolce violenza che ti fa entrare nell'atroce racconto.
Sul palco con Teho Teardo alla chitarra ed elettronica ci sono anche Elena de Stabile al violino, Ambra Chiara alla viola, Laura Bisceglia al violoncello e naturalmente Elio Germano che con due semplici microfoni e una lampada riesce al meglio a rappresentare gli orrori della guerra ed il progressivo degrado umano descritto da Céline.
Uno spettacolo emozionante ed intenso come pochi, un modo originale per descrivere e per capire a fondo l'origine di tanto deterioramento dell'umano, anche nell'oggi. Per digerirlo e vomitarlo vivendolo fino in fondo.
Perchè il mondo lo si capisce sicuramente meglio vivendolo che giudicandolo da dietro una tastiera.

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<![CDATA[L'arcipelago notturno dei 101 sogni ]]>

Cercare di avvicinarsi all'universo della musica contemporanea senza quel senso di disagio diffuso tra chi usualmente percorre altre vie sonore è sensazione diffusa. Si viene a contatto con una realtà paludata che usa il termine ricerca al pari di uno scudo dietro al quale nascondersi e rendersi invisibile, quasi difendersi da un mondo altro che può contaminare una purezza creata in anni e anni di irreale isolamento. Il viaggiatore che giunge sotto le alte mura di questo impenetrabile castello, il più delle volte lo fa seguendo il richiamo che proviene proprio dall'interno di quelle mura. Voci che appartengono a pochi e magici visionari divenuti, magari a loro insaputa, maestri dei maestri. Tra questi uno in particolare, un 'non-maestro' per definizione, una voce da sempre fuori dal coro e per questo poco valutata dai colleghi dell'epoca: Giacinto Scelsi (1905-1988), il compositore che si firmava con un cerchio sospeso sopra una linea, colui che ha viveva in bilico sulla linea indefinita che unisce suono e pensiero filosofico. Due componenti fondamentali che accomunano Scelsi e Leonardo Vittorio Arena, filosofo, accademico e studioso di Storia delle Religioni, docente di Storia della Filosofia Contemporanea e Filosofie Orientali all'Università di Urbino, autore di una vasta serie di saggi e romanzi pubblicati dalle maggiori case editrici italiane, con all'attivo monografie su John Cage, David Sylvian, Robert Wyatt e Brian Eno. Instancabile ricercatore sonoro armato di iPad, a volte come Atman Sound Project, a volte assieme ad altri musicisti contemporanei.
E' da poco uscito per l'instancabile CRAC Edizioni un interessante volume dedicato al musicista italiano, Scelsi: Oltre l'Occidente, una lettura non immediata ma illuminante che ben descrive la componente filosofica orientale insita nell'opera del Conte di Ayala Valva.
Ne parliamo con l'autore.

 

Un cerchio ed una linea, al di sotto di questi due segni un centinaio di pagine dedicate ad un anticipatore visionario, colui che si definì un postino che riceve messaggi da trasmettere, e si accinge a consegnarli. Dopo le biografie su Sylvian, Wyatt, Cage e Eno, ecco un altro volume dedicato alla figura di Giacinto Scelsi. Quale il motivo che ti ha indotto a scrivere questo testo.

Soprattutto, una simpatia e un’affinità nei confronti di Scelsi, outsider a tempo pieno. Non tanto una identificazione, però. Nella scelta tra musica e filosofia, imponderabile, ho scelto la seconda. Da qui le divergenze, che non sono di intenti, bensì di mezzi, detto in generale. Poi l’Oriente, che pure mi accomuna a Scelsi. Anche l’idea di un messaggio da recapitare, come dici, mi pare buona analogia. Direi il non-metodo di Scelsi. Lo spirito di una comunicazione da mente a mente, come si direbbe nello Zen: dal musicista all’ascoltatore e viceversa. Da cuore a cuore.

 

Scelsi: Oltre l'Occidente” si intitola la tua pubblicazione. Un intenso, a volte difficile e per nulla scontato viaggio dentro ed attraverso un mondo colmo di suoni e spiritualità. Quale e a che livello è iniziato il dialogo tra Leonardo Vittorio Arena, docente di Storia della Filosofia Contemporanea e Filosofie Orientali e il 'non-musicista' Giacinto Scelsi.

 Nel mio libro Nonsense o il senso della vita avevo scritto che la musica è l’organon del nonsense, indicando i musicisti che più si erano accostati all’approccio “nudo”, non logico-formale: Terry Riley, Webern, Cage. Un collega mi disse: “Manca Scelsi”. Cominciò da lì: la mia curiosità ne fu più che stimolata. Scelsi doveva essere trattato. La distinzione tra musica e filosofia mi è sempre parsa angusta e, con i miei limiti, ho tentato di superarla. Scelsi, come Cage e altri, mi ha dato strumenti. Nei 70 credevo che la filosofia si trovasse nella musica: elettronica, classico-contemporanea e prog rock. Ce n’era abbastanza per iniziare il dialogo.

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Il titolo stesso lo suggerisce: “Oltre l'Occidente”, un confronto continuo ad altissimo livello tra il suono di un innovatore e un pensiero che fa capo ad una serie di discipline filosofiche orientali di non semplice acquisizione. Riusciresti, da accademico ma anche da ricercatore sonoro quale sei, a descrivere questa particolare relazione?

 Ci provo, indicando alcuni tratti in ordine sparso. La concezione diversa del musicista, che non è un virtuoso, e si abbevera alle fonti del suono, cercando di diventare nudo, alieno ai generi, alle mode e agli stili, per dar corpo alla sua essenza – attraverso un non-metodo. Qualcuno che non presume di essere qualcosa, si siede davanti allo strumento e suona, come Scelsi, quello che viene, l’improvvisazione radicale; lo stesso se si trattasse di una conferenza, una relazione, una lezione. Qualche spunto c’è, poi si procede verso il nulla, un panorama di orizzonti sterminati. Non lo direi buddhismo, brahmanesimo o taoismo, anche se è tutto questo.

 

Il redattore a questo punto fa una pausa e “scende a terra” per chiedere al Leonardo Vittorio Arena sperimentatore sonoro, un parere sul Giacinto Scelsi studioso 'avanguardista' sonoro e sul mondo della musica contemporanea che in quei tempi lo ha sempre tenuto alla lontana, un mondo tutt'ora chiuso, che difficilmente si apre al dialogo con culture musicali altre. Mi riferisco, per esempio, a certa musica elettronica ritenuta impresentabile perché di derivazione popolare.

 L’artista nonsensical non distingue una elettronica colta dall’altra; si muove secondo gli umori del momento, i suoi, mediati dallo spirito del tempo. Amo lo Scelsi che insisteva sullo stesso accordo al pianoforte, secondo l’autobiografia, o sulla stessa nota, il compositore; egli non cerca, trova, sempre con umiltà. Lo Scelsi che rincorreva il non-suono e ammette di non averlo raggiunto. Ne ho ascoltato i nastri registrati all’ondiola alla Fondazione Scelsi e ne amo la non collocabilità. Lo Scelsi wabi/sabi, distaccato, che non ricerca la perfezione, né il prodotto finale. Lo Scelsi che poteva servirsi di un synth e non lo fece, inattuale fino al midollo. Il suo carattere chiuso, introverso, lo emarginò, più che i suoi brani. Lo Scelsi prigioniero del suo karma, per dire, che non sgomita per farsi sentire. Lo Scelsi che vorrebbe essere trasmesso in Rai, e se ne frega pure. Lo schizo-Scelsi, se mi si passa il termine. Sublime, dal mio punto di vista. Un esempio e un modello.

 

Rimanendo in argomento e secondo il tuo parere, chi in ambito contemporaneo deve qualcosa al compositore e Conte di Ayala Valva.

 Se parliamo di filiazione diretta, non saprei. Su altri piani, potrei dire Cage stesso, Demetrio Stratos, restando italici e non, perfino Stockhausen, ma non vorrei allargarmi. L’omissione di nomi ovvi non è ovvia. Passando al rock, azzardando, molte cose di David Sylvian, e di Fennesz. Pazienza, se qualcuno storcerà il naso! A onta di contraddizione, direi che Scelsi è quanto mai presente e assente nel mondo della musica contemporanea.

 

Mi rivolgo ora all'insegnante, anche se non è questa la tua materia, ovviamente. Una guida veloce all'ascolto del compositore ligure.

 L’estetica è ramo della filosofia, quindi, perché no? Anziché una meticolosa lista dei brani “indispensabili” per capire “veramente” Scelsi – attitudine dalla quale rifuggo – e in spirito scelsiano ne nomino uno solo: i Canti del capricorno, sul quale si potrebbe restare una vita intera per trarne spunti, musicali e non. Accenno anche alle composizioni per una nota sola, magari consigliandole dopo l’ascolto dei Canti, i quali non mi pare siano stati sondati a fondo – con l’anima dico, non con la musicologia.

 

La classica domanda di chiusura che non si risparmia nessuno, men che meno ai docenti universitari, meglio ancora se ricercatori musicali sul campo: programmi letterari e musicali futuri?

 I più immediati; altre opere sulla mia filosofia del nonsense e del nudo (e qui bisognerebbe scrivere un'intervista a parte-n.d.r.); un panorama della filosofia giapponese moderna e contemporanea; attività da solo e in gruppo, con artisti e performer visivi, all’insegna della improvvisazione radicale; i miei ipad hanno sostituito ingombranti sintetizzatori e computer inaffidabili. L’anno prossimo, un libro sulla filosofia di Ryuichi Sakamoto. Con una formazione “classica”, in trio, con violino e piano, sto suonando musiche di Scelsi e Gurdjieff – a novembre saremo a Roma, alla Fondazione Scelsi. Sono su Facebook e su wordpress, il nome per intero. I miei libri li presento in duplice veste: filosofica e musicale, parlo e suono.

 

 

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA:

Giacinto Scelsi – Il Sogno 101 - Quodilibet

 

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<![CDATA[Esistono ancora dischi da isola deserta?]]>

Quest'estate mi ritrovo a leggere sempre più spesso di vecchi dischi.

Sarà l'età (non credo) o la ricerca di approdi (probabile) dopo anni di deriva nel mare magnum delle nuove sonorità.

Ed alcune domande sorgono spontanee: è proprio vero che non escono più i dischi che ti cambiano la vita, quelli che dividono l'esistenza in un prima e un dopo? Oppure più semplicemente non esiste più il prima e il dopo?

La musica degli ultimi anni è stata semplicemente il prodotto perfetto di un mondo che non è più capace di riprodursi, ma solo di autoclonarsi?

In effetti si ha la sensazione che non sia più in grado di rigenerarsi, ma solo di espandersi istericamente e in modo incontrollato sembrando alla fine appiattita.

O forse quello che a noi sembra pare un appiattimento è invece il lento formarsi di un'altra percezione del tempo, una percezione combinatoria e non lineare. Forse il suono sta diventando capace di concepire contemporaneamente diversi piani dell'esperienza, passata, presente e futura e di convivere con apparati tecnologici ipercomplessi e iperveloci, insomma di avere una percezione non storica della temporalità.

Da capire semmai se questo esclude che le alte maree della musica ancora lascino nella spiaggia oggetti e ricordi da custodire gelosamente. Se surfare trasportati dall'oceano di suono attuale ci impedisce di scendere da quel surf per vedere cosa resta nella spiaggia.

Insomma se si possano trovare ancora dei suoni da portare nell'eventuale isola deserta.

Giocando all'eterno ritorno della musica ho scelto 5 album tra le migliaia che riempiono le pareti della mia discografia dividendoli per decenni. Un gioco che ha escluso l'ultimo decennio per il rischio annegamento nella liquidità di file sonori che riempiono i miei hard disks.

E la domanda resta senza risposta:

Esistono ancora i dischi da isola deserta?


'60 - Nick Drake: Five Leaves Left

'70 - Joy Division: Unknown Pleasures

'80 - This Moral Coil: It'll End In Tears

'90 - Aphex Twin: Selected Ambient Works Volume II

 

'00 - Burial: Untrue

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<![CDATA[L'albero e il poeta]]>

Ognuno di noi ha un albero.

Non parlo dell'albero genealogico, nemmeno l'albero della vita della tradizione cabalistica, ma un albero vero di quelli con le radici ben piantate a terra. E' sotto quell'albero che formuli i primi pensieri, dove costruisci la prima capanna, dove ascolti suoni che sembrano raccontare. Almeno per me è stato così.

Nel basso Piave spesso gli alberi crescono lungo le sponde dei fossi o dei canali, ma oramai ce ne sono sempre meno e sembra non valgano più nulla, che abbiano perso senso, come le parole del resto. Legna da ardere, al massimo, ma assai più spesso fonte di pericolo per gli uomini e i loro beni (gli alberi, non appena possono, schiantano al suolo travolgendo tutto) e fonte di sporco (perdono foglie, fiori, frutti, rami. Perdono di tutto e di più). Come dicono da queste parti, l'albero “intriga”.

Quando qualche anno fa traslocai in Grassaga, piccola frazione del sandonatese che prende il nome dal canale che l'attraversa, notai subito quel l'enorme pioppo lungo il canale proprio al centro del paese. Forse perché, proprio come il “mio” e come succede spesso agli alberi che crescono sulle sponde dei corsi d'acqua, era storto. Si sporgeva pericolosamente come attratto dall'acqua e lì specchiava le sue forme. Un po' come accade a noi nati lungo i fossi: cresciamo “storti” e attratti dall'acqua . L'acqua era compagna dei giochi estivi e si trasforma in ghiaccio in quelli invernali. Questa stortura è la scoperta del bello dove non te lo aspetteresti, è lo specchiarsi nell'altro, sia nel paesaggio naturale che in quello culturale. Mentre quello che è dritto e sembra normale altro non è che l'igienizzazione di tutto ciò che “intriga” e crea quel deserto nel quale non cresce più nulla. Oggi sembra che del significato della parola “intrigare” resti solo l'accezione dialettale ossia che ingombra, e non quella dell'italiano ovvero ciò che interessa, incuriosisce, attrae.

Ma per fortuna c'è chi continua ad essere così “storto” da sembrare strano, con una crescita non lineare, con radici piantate qui ma con la tendenza a riflettersi nell'altro da sè. Noi fatti così non sappiamo scegliere tra cielo e acqua, tra i merli e le carpe, tra le ninfee e le ortiche perché ci piacciono i colori di tutti questi mondi. Come gli alberi storti siamo di confine tra terra e acqua, tra cielo e mondo sommerso e ci piace sporgersi oltre le frontiere, anche quando sembra pericoloso. Disgraziatamente quell'albero lungo il Grassaga qualche tempo fa è caduto dopo un temporale. E' stato un giorno triste alleviato solo dalla speranza che le spore sparse facciano crescere altri alberi che brillino riflessi nell'acqua.

Successivamente ho saputo che quell'albero fu piantato dal nonno del poeta Evandro Della Serra il giorno della sua nascita, insomma era il suo albero. Ora che il poeta ci ha lasciati il dolore è alleviato solo dalla speranza che le spore da lui sparse sparse (le sue parole, le sue poesie) facciano crescere altri “storti” che si sporgano alla scoperta di mondi dall'indefinibile bellezza.

Opere di Evandro Della Serra:

•Controversi, Chioggia 2009. Con Mery Nordio.

•Di Sabbia e di Sassi, Chioggia 2010. Con Mery Nordio.

•De Amor e de altri strafanti, Jesolo 2010. Con Giovanna Digito.

•Verrà la morte e avrà il tuo naso, 2011 con Pietro Vanessi.

•Scaraboci. Quarto d'Altino 2011. Ed.Mimisol.

•Didascalie. San Donà di Piave, 2012 Con Mascia Melocchi.

•Faive. Milano 2014,ed. del foglio clandestino.

•Existenz Roma 2015, Con Pietro Vanessi.

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<![CDATA[L'Icona Arthur Rimbaud]]>

Mi arriva notizia che verso fine estate, la Ronzani editore pubblicherà la revisione di alcune poesie di Arthur Rimbaud. Il post mi arriva accompagnato dall'immagine più celebre che lo ritrae.

La celeberrima foto di Carjat. "La sua bellezza sta negli occhi" disse Delahaye "di un azzurro pallido irradiato di un azzurro scuro – i più belli che abbia mai visto – con un'espressione di coraggio pronta a qualsiasi sacrificio quando era serio, di una dolcezza infantile, squisita quando rideva, e quasi sempre di una profondità e di una tenerezza stupefacenti".

Quell'immagine che divenne icona di una vita intensa e sregolata, come quella di un rocker ante litteram che ispirò fortemente diversi musicisti “rock”.

Un'immagine che ha accompagnato la mia giovinezza. Una foto e una spilletta che comprai a Parigi nel mio primo viaggio autonomo, che addobbarono per anni la mia camera e le mie giacche.

Ma pensandoci la ricordo anche in alcune copertine di dischi della mia collezione, così comincio la ricerca nel mio archivio vinilico. Il primo disco ispirato da una foto del giovane Rimbaud che mi viene in mente è della poetessa rock per eccellenza

Lui era dannattamente giovane” Patty Smith

la canzone “Easter” di Patty Smith fu ispirata da una foto che ritraeva il giovane Rimbaud e il fratello Frederic negli abiti della prima comunione e immagina che il poeta bambino in processione con i coetanei verso la chiesa ad un tratto rompa le righe e conduca i suoi compagni a correre sui prati e verso le acque chiare del fiume. Patty era invaghita dall'immagine del giovane poeta, dalla sua irrequietezza e dall'indole libertaria e anti-borghese. Del resto fin da piccolo aveva rifiutato la severa educazione della madre tentando più volte la fuga dalla nativa Charleville verso Parigi. Partecipando, più idealemente che sulle barricate, all'avventura rivoluzionaria della comune parigina.

Il giovane e spavaldo Rimbaud che simpattizzava con la classe operaia ma al tempo stesso rifuggiva ogni tipo di lavoro “normale”, la sua irriverenza nei confronti delle convenzioni nonchè la sua blasfemia religiosa lo fece divenire la romantica icona del decadentismo musicale Dark.

Ecco che la sua immagine compare nel disco d'esordio del principale gruppo italiano del genere:

dopo Rimbaud” sentenzia Jean Cocteau “il poeta invece di appagare terrorizza”

quindi inutile cercare la sua eredità nel tranquillo fluire del già conosciuto, meglio cercare nell'innovativa sperimentazione in bilico fra urbanesimo deragliante e primitivismo spontaneo dei Rip Rig & Panic. Infatti nel loro disco “I'm cold” ricomapre in copertina la famosa immagine di Rimbaud disegnata da Pablo Picasso

Sahara Blue (Made To Measure, 1992) è un omaggio al poeta Rimbaud, diretto da Hector Zazou ma affidato a molti nomi illustri (John Cale, David Sylvian, Keith Leblanc, Malka Spigel, Lisa Gerrard, Gerard Depardieu, Anneli Drecker, Ryuichi Sakamoto, Samy Birnbach, Sussan Deihim...), e l'immagine del poeta rimane assieme alla sua poesia essenziale ispirazione per tutti gli artisti coinvolti da Hector Zazou nel progetto.

Una fotografia che rappresenta quel “per sempre giovane” , quella vita intensa, breve, romantica, eccitante e sventurata. Come quella di tante rockstar....e se vi ha colpito l'immagine vi invito a scoprire la sua poesia che resta al di là del tempo e dello spazio...

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<![CDATA[Il viandante straniero]]>

Ho fatto un sogno stanotte, un brutto sogno.

Ero stato condannato e non sapevo perché, ma mi dovevano arrestare e giustiziare.

Ero braccato e dovevo fuggire, ma dove?

Fa caldo, molto caldo e non si riesce a pensare a vie d’uscita.

Mi ritorna alla mente l’estate de “Lo straniero” di  Albert Camus , quella calda, soffocante dell’Algeria, dove descrive l’estraneità, quella che spesso separa l’ uomo dal mondo.

Mi sveglio d’improvviso e realizzo che era un sogno, ma la sensazione d’estraneità resta, come il caldo soffocante che non lascia spazio al pensiero.

E una cosa mi ossessiona, ed è il pensiero che va a tutti quelli che vivono questo mio sogno (anche gli incubi sono sogni) sulla loro pelle. Condannati dalla miseria, perseguitati per le loro idee, profughi, migranti, stranieri e semplici estranei in un mondo senza umanità.

C'è una canzone che risuona nella mia testa: “The Wayfaring Stranger” (trad. il viandante straniero). Conosciuta anche come I Am a Poor Wayfaring Stranger,è un brano popolare inglese interpretato da moltissimi cantanti e gruppi musicali in epoche diverse ma che ancora emoziona nel suo racconto delle sofferenze  del migrante. Un viandante povero, eppure ricco di quella insopprimibile speranza chiamata libertà.

Ho scelto un paio versioni di questo brano, quelle più vicine alla mio sentire:

Nell'estate del 1968, Tim Buckley registra una serie di session per dare seguito all'album Goodbye And Hello. Un paio di pezzi registrati in queste live session finiranno nell'album Happy Sad e tra quelle non usate c'era questa versione di “The Wayfaring Stranger”

Più recentemente una versione del cantante scozzese Jamie Woon colpì con la sua  voce calda e ammaliante un certo  William Bevan in arte Burial al punto da voler missare la stessa "Wayfaring Stranger". Ne usci questo piccolo capolavoro

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