<![CDATA[Diserzioni | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/109/diserzioni/articles/1 <![CDATA[Mark Lanegan live a Sexto 'Nplugged]]>

Mark Lanegan parla poco, molto poco, si limita ad un “thank you” ogni tanto e a dichiarare suo nemico il caldo di questa sera d’estate. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla, da trent’anni, attraverso canzoni dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Riesce a parlare con la sua bellissima, cavernosa voce, anche a chi, come il sottoscritto, si è allontanato da tempo dall’ascolto del “rock”, e lo fa non rinunciando alla sua camicia nera a maniche lunghe a costo di ricorrere spesso ad un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi. È così che questa calda serata d'apertura di Sexto 'Nplugged si tinge di nero trasmettendo un feeling “dark” attraverso un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, ma soprattutto attraverso il canto rauco e profondo di Lanegan che ci accompagna nell' abisso del suo animo.
Ma partiamo dall'inizio. Sexto 'Nplugged, ovvero quando il luogo determina la musica, ed il luogo è il sagrato dell’abbazia di Santa Maria, a Sesto al Reghena (PN), location splendida dove da anni si svolge un festival unico e non solo per la bellezza del posto. Un luogo dove appena iniziano i concerti si chiude il bar e si spengono gli smartphone e si lascia spazio solo alla musica. Qui, in questo spazio magico, a sorpresa alle 20:30 ad aprire il live ci sono due inattesi musicisti (scopriremo che fanno parte della band di Lanegan) con due performance minimali ed intime ma di grande impatto emotivo. Lyenn e Duke Garwood accompagnandosi con la sola chitarra ci fanno capire che i loro sono nomi da tener d’occhio.
Alle 21.45 puntuale sale sul palco Lanegan con la sua band. Fin da subito è evidente come abbia trovato nella chitarra Jeff Fielder la spalla ideale ma è tutta la band ad essere affiatata. Il setlist del concerto alterna songs dall'ultimo "Gargoyle" a quelle degli album precedenti mantenendo un sound malato ed oscuro. A mio avviso "Nocturne", dall'ultimo disco, è la vetta della performance con quel incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave.
Dopo un’ora e un quarto di musica di grande impatto, la band saluta e se ne va. Tornerà acclamata dopo poco e quel basso darkwave risalterà ancor di più con le cover di “Atmosphere” e "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division.
Mark Lanegan parla poco, molto poco e a volte usa parole di altri (in questo caso quelle di Ian Curtis) ma lo fa andando sempre al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa: la parte più profonda e oscura dell'animo umano.

Ps) a Sexto 'Nplugged il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller. Non mancate!

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Setlist Concerto Mark Lanegan

Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot in My House
No Bells on Sunday
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Harvest Home
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
The Killing Season

BIS

Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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<![CDATA[Diserzioni: Viaggio notturno]]>

Lungo una strada bagnata
scorrevano le mie emozioni
e attraverso le gocce sul finestrino
scivolavano nell'ignoto
riflettendosi nell'orizzonte buio
di un viaggio notturno

 

Les Discreet: Virée nocturne

Mark Lanegan: Nocturne

Hante: Eternite

Hunϯer.ѧnѧmi: Orlog.in

Noire Shapes: Claire

ZéM: True

Wu Wei - Automated Shadows

Neozaïre: Blue Bell Treasure

Slowdive: Falling Ashes

Telefon Tel Aviv: Something Akin To Lust

Stefano Guzzetti: Night

 

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<![CDATA[Eraldo Bernocchi & Netherworld: Himuro]]>

Sintoniazziamo il nostro battito, lo avvolgiamo nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili abbracciandolo stretto mentre vibra cadenzato, lento; mentre inspira ed espira note indissolubilmente legate alla religiosa dottrina del silenzio e del suo infinito riverbero. Un procedimento in divenire, una creatura che lentamente cresce, affiora lieve mentre immerge le sue sensibili vibrisse bene a fondo nell'immaterialità del nostro ascolto. Procediamo nella ricerca della sintonia agganciando stabilmente quel segnale che giunge da lontano e ancor più lontano ci condurrà, in un viaggio dentro la percezione del bianco e delle sue ghiacciate e solitarie pianure.

Siamo parte del tutto racchiuso nell'immensa vastità di una particella di ghiaccio che si nutre del respiro ritmico del suo grandioso custode, l'iceberg. Im-mobile ed instabile solcatore di correnti oceaniche e autostrade oniriche, creatura dalla gelida anima avvolta nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili, l'Himuro.

Così ci piace pensarlo, come un tessuto fine che mantiene incredibilmente la temperatura sotto lo zero, la conserva e preserva rendendo fruibile quanto avvolge, anche nei periodi di piena siccità musicale. Chi ha ideato tale materia appartiene al mondo altro, quello della sovranità del silenzio e della maestosità del gesto sonoro, il mondo dal quale provengono Eraldo Bernocchi e Netherworld, al secolo Alessandro Tedeschi.

Sei pericolosissime tracce che rilasciano ipnotici filamenti ambient immersi sotto la superficie spaziale di un mare immoto sul quale galleggia la massa imponente di una creatura che pulsa lento dub tecnologico e narcotici intrecci sonici sprigionati da baritone guitars e field recordings, essenza elettronica trattata e macchine sensibili al sogno. Una liturgia del freddo che scalda il cuore e infiamma la visione. Elegia per un'intimità di confine.

Tu sei bella, o bianca distesa!
Il lieve gelo mi riscalda il sangue!

S.A. Esenin

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<![CDATA[Diserzioni: Deep down]]>

sconfinare nel silenzio
oppure in suoni emozionanti
quelli che ti scuotono dolcemente
quelli che spingono l'animo
a coltivare la sensibilità
ad andare in profondità

Vacant: Deep Down

Vagrant: Riverboat

Ecepta: By My Side

Deadboy: Cabalero

Tim Schaufert & Cashforgold: Lost

Axel Grassi-Havnen: Arcane

Tru.Ant: My Dreams

Marco Shuttle : Adrift

Burial: Beachfire

Fis & Rob Thorne: Phase Transition.

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<![CDATA[Diserzioni: Spiegare le ali]]>

a volte può sembrare una prigione
anche l'immaginazione
chiusa a chiave dalle catene della formattazione
sono sbarre da spezzare per farla ancora volare
liberandola da recinti e barriere
perché possa finalmente le sue ali spiegare


100 Day Delay: Raise Your Wings

Forest Swords: Border Margin Barrier

Forest Biz: In the glen

Drohves - _Escape

Insomnia: Unpleasant

Bucky: Meltdown

aLone: Black

Lynchobite: Need You.

Nuage: Wild

KOSIKK: Expanse

Jack-o -Lantern: Wonderful Times

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<![CDATA[I tre gradi di separazione e le referenze degli addetti ai lavori del mondo culturale italiano]]>

Ben sapendo di incorrere in una generica sanzione o, più semplicemente, nella definizione di Paranoico, espongo pubblicamente un pensiero ricorrente. Sembrerebbe, quest'ultima, una frase tratta da qualche lirica firmata Battiato, in realtà è un vissuto che da sempre segna il mio procedere verso quel luogo indefinito dove tutti coloro che si adoperano culturalmente spererebbero di trovare limpide acque con le quali, finalmente e dopo un lungo cammino, calmare vincenti e riconosciuti la propria sete di passione.

L'occasione mi è stata data dalla lettura di un post su Facebook nel quale si leggeva come richiedere l'accredito per partecipare alla vernice di “Light Music”, la mostra che Brian Eno ha inaugurato a Trani dove gli inviti venivano concessi solo a “persone referenziate”. A prescindere dal metodo di selezione, sul quale si potrebbe aprire un altro confronto, la lettura di questa notizia mi ha sollecitato una domanda: chi sono le “persone referenziate” che affollano un mondo culturale sempre più alieno e infrequentabile.


Credo esistano almeno tre Gradi di Separazione che distinguono i frequentatori di questo mondo.

Coloro che nascono in famiglie da sempre a contatto con il “mondo dell'arte e della cultura” inteso in senso lato. Queste persone non troveranno certo difficoltà nel loro procedere verso luoghi ad altri “proibiti” o raggiungibili solo attraverso pesanti fatiche e pratiche infernali. Prescindendo dalla preparazione e bravura, fanno parte di un sistema elitario loro malgrado, conoscono personalmente chi potrà aprir le porte, sanno a chi rivolgersi e come farlo e difficilmente aiuteranno altri ad entrare, tenendo ben stretta la chiave d'accesso.

Ci sono poi coloro che nascono comuni mortali ma da subito iniziano un percorso altro, legato alla cultura artistica contemporanea che non prevede “aperture popolari”. Per loro il cammino è comunque difficile, comunque devono armarsi di preparazione e bravura ma si muovono in una realtà ben circoscritta, che continuamente si confronta solo con sé stessa e fatica a capire e concedere dialogo a chi proviene dal mondo esterno.

Il terzo grado di separazione riguarda gli altri, coloro che sulle spalle hanno un lungo percorso di normale crescita culturale legata però all'espressione artistica popolare indipendente, nel mio caso musicale. Anni di pubblicazioni su mensili storici nazionali tutt'ora non riconosciuti come cool magazines, giornali che seppur indipendenti, ahimè non “fanno moda”. Una militanza radiofonica decennale, lunghe frequentazioni giovanili come programmatore nel circuito delle discoteche un tempo chiamate “di tendenza”, una declinazione sonora partita dal rock trasformatosi nel corso degli anni in suono elettronico e di ricerca. Una solida appartenenza ad un mondo di mezzo costruito anche sulla diffusione culturale digitale, una presenza concreta distinguibile solo da chi lo frequenta ma incredibilmente invisibile se visto da fuori, da coloro che appartengono alle realtà sopra descritte. Quando raramente avviene il contatto, la sensazione che si percepisce è quella di un'accettazione critica immersa in una sorta di paternalismo ironico che cade dall'alto, assolutamente inaccettabile per una persona con un lungo bagaglio di esperienza sulle spalle, che supera largamente il mezzo secolo di età, come lo scrivente.

Chi vive questa condizione fatica moltissimo, non dico ad imporsi ma proprio a farsi notare. All'irruenza giovanile che permetteva un faticoso, continuo e inconsapevolmente inutile tentativo di aperture verso la visibilità, si sostituisce una sorta di serena calma nella continuità di un percorso indissolubilmente legato alla passione ma che prevede lunghi periodi di 'inattività' con qualche breve licenza espressiva, quasi sempre mai pagata – e qui si dovrebbe aprire un'altra lunghissima parentesi -. Un viaggio infinito all'interno del limbo dei passionari indipendenti che raramente trovano la via della 'redenzione culturale pubblica'.

Fin qui il racconto personale che descrive però una diffusa realtà italiana nella quale vige l'estrema osservanza dei gradi di separazione. Guai a ritrovarsi soggetto autonomo, battitore Libero all'interno di una macchina culturale ben confezionata che assolutamente non ama ricevere sollecitazioni esterne, non le prevede e comprende. O sei parte dei suoi complicati ingranaggi, o sei irrimediabilmente fuori, relegato al ruolo marginale di strillone che cerca di distribuire il suo quotidiano ad un pubblico di addetti ai lavori che ne userà le pagine per pulirsi le scarpe, senza neanche tentare di leggerlo. Con questo ci si deve confrontare quotidianamente, con persone che non conoscono il termine modestia, o lo usano falsamente per nascondere la loro irrinunciabile presunzione.

Per concludere non posso che ringraziare la mia inesauribile passione, unica eroica Amica che mi permette di continuare la frequentazione di un mondo altrimenti ostico, mai riconoscente o amico. Un ingombrante universo nel quale non è consentito lo scambio alla pari, nel quale devi sempre presentare le tue referenze prima di varcare i suoi ben controllati confini.

'Cause we're lovers, and that is a fact
Yes we're lovers, and that is that …

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<![CDATA[Diserzioni: Lacrime Frattali]]>

Percorro suoni, che si incrociano
in infinite scie senza fine,
un eterno divenire di piccole mutazioni,
sfumature e riflessi di eterni flussi
che lentamente scivolano giù
e goccia dopo goccia si infrangono
come lacrime frattali

 

Skit: Fractal Tears

CLFRD:  timeframe

Whisper: Where the Wild Things Are

Holly x VVV - C4C8E3

TPOCTHNK189: breathe

Quantum Optics: I'm near

Mr_Mitch: If I Wanted

Curtis Heron: we will pray for you

Nebula: Rarity

Shumno (feat. blΔnc): Swiftly

Alva Noto: Milan (for Kostas Murkudis)

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<![CDATA[Diserzioni: Perso nel pensiero]]>

per sopportare l'assurdità
di questo mondo malato,
per fuggire dal rancore
di chi mi sta attorno,
mi immergo nel suono
e mi perdo totalmente nel pensiero

 

Elyon: Lost In Thoughts

Annie Smart: Blow Me a Kiss (Tru.anT Edit)

Vacant & Sorrow: Requiem

Sorrow : My Love (Spheriá's Rework Version)

Dark_Sky: Angels

Giz: Worlds Within Us

Pensee: Laguna

Gaussian Curve: Ceremony

Clem Leek: The Breeze

Dreissk: Near The Shore

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<![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]>

Ho avuto modo di vederli, vederli e ascoltarli. Li ho accolti con il cuore libero da ricordi, ricordi per me fondamentali, vitali come i ricordi che appartengono al periodo più veloce della tua vita a cavallo tra i '70 e gli '80. Li chiamavo per nome, i miei cantautori preferiti. Divoravo i loro dischi, cantavo a memoria tutti i loro testi, parole che erano le mie e quelle di una generazione che molto aveva da dire e molto ha fatto per dirlo. Ho avuto modo di vederli, ora, i “nuovi cantautori”. Li ho visti dietro i loro nomi, sempre più arditi e giocosamente cool, appiattiti al limite della triste resa immaginativa. Li ho visti intonare una canzone, mettere assieme degli accordi, tentare una recita di liriche per me aliene. Ho visto la loro spavalda pochezza, vestita di vuota convinzione poetica e inascoltabile superbia pseudo-sociale. Eccomi quindi testimone della decadenza intimista italiana di ultima generazione, un diluvio del nulla che genera vuoto assoluto e crea irresistibile voglia di passato, anche in chi se lo è lasciato alle spalle e corre veloce verso l'oltre.

Nulla di nostalgico ben s'intenda! Ad ognuno la sua stagione, oggi vuota e muta, un tempo viva e straripante.

Nulla di nostalgico, dicevo, anzi. Le celebrazioni d'antan hanno sempre portato con loro disastri come le reunion o le riapparizioni che solo tristezza sanno donare. Quella stagione ha segnato tutti, tutti abbiamo perso qualcosa. Il nostro sguardo si perde spesso nel vuoto e le costole ancora dolgono per le batoste ricevute. Comunque però si canta, a volte lo si fa con fierezza a fianco di chi non c'è più, a volte con chi porta lo stesso nome ma continua a calpestare le assi dei palchi portandosi dentro il grande freddo e il calore di una poesia lucida e incredibilmente attuale.

Claudio Lolli torna con un suo ennesimo album completamente autoprodotto grazie alla raccolta fondi tramite crwodfounding. Torna e rinnova quella magia che mai ha abbandonato l'ascolto dei suoi lavori.

      

Ora lo spazio è pieno, direbbe qualcuno. I testi si riappropriano del loro ruolo, la poesia riesplode finalmente libera. Niente mode insulse, niente gratuito e ignorante nichilismo ma 'semplici' testi che riescono, come un tempo, a rapire l'attenzione.

Non discutere più di niente
i biglietti sono già pagati
le valigie chiuse da qualche parte
con quegli stracci dimenticati

Con quella vita da dimenticare
persa nel sole di un povero mare
e pensare che ci avevo creduto
io, il solo che parla in un cinema muto

E non importa se è un gioco di carte
oppure un racconto fantascientifico
ma in questo mondo io sono
un prigioniero politico

Pensa le strade le risonanze
gli autobus fermi e il futuro meccanico
pensati nuda quando piangevi
solo davanti a un mio “ciao” malinconico

E pensaci insieme nel caldo del tempo
stretti negli occhi e risate magnifiche
pensaci lì tra la Russia e l’America
la gioventù che pescava i suoi numeri

E non importa la luce negli angeli
né la bellezza di un sorriso equivoco
ma nei tuoi occhi io ero
un prigioniero politico

E poi la storia lancia ossi di seppia
e pagliacci che recitano nel seminterrato
ma anche lei ha bisogno di nebbia
e soprattutto di riprendere fiato

La vecchiaia è una tassa impagabile
e la poesia l’accompagna lontano
poi le sorelle camminano sempre
e le sorelle si danno la mano

Ma non è chiaro se è rosso il futuro
o se è il passato che si finge pacifico
ma a questo punto io mi dichiaro
un prigioniero politico

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“Il Grande Freddo” è questo, uno splendido libro di poesia contemporanea ed intimista, questa si veramente intimista! scritto da di chi sa come raccontare un vissuto a cavallo tra il cuore e la passione, tra il privato e il pubblico, un percorso comune a molti di noi. Un lavoro che punta sulle parole con arrangiamenti che sostengono la voce e raramente prendono la scena, se non per le note di un sax che difficilmente si può dimenticare.

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link utili:

http://www.sem.gte.it/claudiololli/

http://www.associazionemusicalbox.com/claudio-lolli.html

https://www.facebook.com/Lolli.Claudio.Bologna/

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<![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]>

Vite aggrappate ad una realtà vuota, anonima. Uno stanzone asettico sulla cima di un grattacielo che domina un'umanità resa schiava dal controllo assoluto sulle proprie vite. Nella stanza si aggira una donna, tra sedie in plastica e distributori automatici di numeri, nel vuoto totale dell'attesa. Vicino, in un'altra stanza, il controllore. Un ragazzo che spia la vita altrui e la valuta. Due solitudini che forse si incontreranno, forse riusciranno a sopravvivere nel sottovuoto vitale, forse useranno la poesia per abbattere la fredda determinazione tirannica. Teatro, danza e musica, quella composta da Teho Teardo per questo nuovo dramma firmato Enda Walsh. Una collaborazione nata con Ballyturk nel 2014 e proseguita con Arlington, il nuovo dramma che debutta a New York in questi giorni.

Il suono di Teardo ci accoglie come sempre acquattato, nascosto nell'angolo più oscuro del nostro ascolto. Si fa intravvedere ma lentamente, molto lentamente. Scivola verso di noi con la sapiente eleganza del mago che sa dosare lo stupore in chi lo guarda. Oramai conosci il tocco, l'andamento ondivago, ipnotico del suono. Attendi solo il suo classico stacco finale, il momento nel quale il puro silenzio irrompe, ed è lì che ti getti a capofitto e cadi. Cadi dentro le immagini che via via ti suggerisce, le suggestione che riesce a richiamare, la grave potenza del suo lieve tocco classico volutamente e amorevolmente contaminato di splendida poetica contemporanea.

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Pur non avendo visto le due anime vagare sul palco riesci a percepire la loro tensione, il drammatico gioco che le unisce, l'incredibile danza di respiri e sguardi che forse le unirà. Il mestiere dell'attore si trasforma in arte poetica così come il suono di Teardo che commuove, fitto com'è di sentimento vero, udibile, concreto.

E' sempre più complicato ascoltare, di questi tempi. Si fatica notevolmente nel trovare produzioni che possano soddisfare un'antica e nobile esigenza, nata con il vinile e mai sopita. Teardo è uno dei pochi che permettono il salto indietro nel tempo, quando ci si alzava più e più volte dalla sedia, mai stanchi nello spostare nuovamente il braccio del giradischi sul primo solco di un disco già ascoltato decine e decine di volte.


Arlington è disponibile dal 28 Aprile solo attraverso download digitale su iTunes.

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<![CDATA[Diserzioni #book: Derive o approdi?]]>

Andrea De Rocco è uno storico conduttore di Radio Sherwood e uno dei nostri redattori più attivi. In occasione della pubblicazione del libro che porta il nome della sua trasmissione abbiamo deciso fare una chiacchierata assieme a lui e di condividerla con voi.

 

Per iniziare ed evitare preamboli, una classica domanda. Come è nata l’idea di questo libro?

Diserzioni innanzi tutto è una trasmissione radiofonica in onda ininterrottamente dal 1989 che si occupa di nuovi suoni elettronici, e che attraverso il suono cerca di leggere il mondo attuale e contemporaneamente cerca vie di fuga, stimoli per danze neurali. L’avvento della comunicazione 2.0 ha permesso di andare oltre la comunicazione prettamente radiofonica (che continua ad esistere) sfruttando le potenzialità che oggi ci offre la rete. “Diserzioni” ad esempio è diventata anche un blog all’interno del portale sherwood.it dove cercare di raccontare il suono proposto, narrare le tempeste e gli arcobaleni di questi naufragi nell'oceano di suono. Questo volume è una raccolta di riflessioni sul mondo sonoro che ogni settimana viene indagato all’interno della trasmissione. Originalmente pubblicati su sherwood.it (dal 2011 al 2016).

Nel libro, infatti, si parla molto di radio. Qualche anno fa Radio Sherwood ha abbandonato l’FM per passare esclusivamente al web. Come è fare radio oggi?

La radio negli ultimi anni è molto cambiata: quando ho iniziato c'erano le onde musicali da seguire, si distingueva facilmente chi faceva musica commerciale e chi seguiva la musica indipendente. Le trasmissioni che si occupavano di musica indipendente erano chiamate "specializzate" e tra conduttori e ascoltatori di quest'ultime ci si riconosceva come tra creature simili. La musica era un tratto identificativo, le onde collettive facevano in modo che riconoscersi attraverso la musica ascoltata fosse molto più attrattivo che riconoscersi in base alla provenienza geografica o alla squadra di calcio tifata. Io, per esempio, sono cresciuto ascoltando Nocturnal Emission ideata e condotta da Mirco Salvadori (autore della prefazione del libro) e Massimo Caner, trasmissione che qui in Veneto negli anni ‘80 ha formato un’intera generazione di wavers.   Ora non esistono più le onde musicali, non c'è la new wave e nemmeno la no wave perché l'onda è il mondo sonoro stesso, un mare burrascoso e senza fine. Tutto si è fatto più ricco, ma anche molto più complesso e difficile da decifrare. Una trasmissione radio per essere interessante non basta più che segua un’onda musicale, anche perché non sarebbe possibile, ma deve, a mio avviso, disegnare mappe o meglio indicare scie dove più dolce la deriva nell'oceano di suono attuale, deve rendere il naufragio intrigante. Per rendere felice ciò che sembra disperato bisogna accantonare le convinzioni del passato e portare la propria passione nell’indecifrabile mondo sonoro attuale, lasciare i facili approdi e non aver paura di andare alla deriva.

“Diserzioni” sembra un insieme di istantanee, di pensieri scritti mentre il suono vaga nella notte, di intimità condivise ...

Sono parole scritte spontaneamente, nate per lo più dall’indagine che per anni ho fatto nel compilare le playlist della trasmissione. Alla ricerca sempre e comunque dei suoni a me più congeniali nell’underground più oscuro. Forse agli estranei a queste sonorità, me ne rendo conto, le parole di questo libro possono stravolgere ogni logica razionale di comprensione perché non c’è narrazione bensì una sorta di monologo interiore fatto di piccoli stupori, di scatti e distrazioni, di associazioni libere; allo stesso modo dei suoni che racconta, in questo libro le parole a volte balbettano, si ripetono, a volte sembra di guardare delle GIF animante o dei loop video. Ma le parole come il suono creano un’atmosfera, o almeno lo spero.

Tanti parlano di fine della musica e della sua forza nella formazione della cultura giovanile. Cosa pensi a proposito?

L’avvento della musica liquida sembra aver rafforzato il senso d’impotenza rispetto alla storia e ai grandi eventi collettivi alimentando questa ribellione “da cameretta” o “isolazionista” segnata da una profonda sfiducia nella società e nella politica. Nonostante tutto questo, nonostante la morte dell’autore, la fine della visione romantica dell’artista come genio, il rifiuto dell’aspirazione totalizzante, mai come oggi si produce tanta musica. E spesso nel non luogo chiamata rete si condividono intenti e suoni, tanto che si formano dei collettivi virtuali. In Russia ad esempio c’ è una scena underground molto attiva non solo nel web, ma anche nei club che rivendica diritto di espressione, soprattutto in ambito LGBT. Stessa cosa sta avvenendo in alcuni paesi del medio oriente. Il problema è come porsi di fronte a cambiamenti epocali nel modo di usufruire e produrre musica, come raccontarli e come dare visibilità alle produzioni più interessanti.

E dovendo dare dei consigli per gli ascolti?

Non mi sento di dare dei consigli ma solo di mettere alcune boe di segnalazione in questo oceano sonoro, lo faccio ogni settimana dalla mia trasmissione e alcune boe le faccio galleggiare anche all’interno del libro. Sperando siano utili per cominciare un viaggio, sapendo che le bussole oggi servono a poco, ma ricordando anche che se si resta ancorati al passato la scoperta di mondi nuovi viene preclusa per sempre.

In appendice ci sono alcune pagine dedicate alla tua terra, il basso Piave. Come mai questa scelta in un libro che parla di musica?

Come dicevo all’inizio di questa chiacchierata attraverso il suono cerco di leggere il mondo. Il mio mondo è questo spicchio di Veneto dove vivo, terra di acqua, di bonifica, di fiumi e canali che diventano di grande attualità solo nelle emergenze. Pochi si accorgono che con questi elementi abbiamo un rapporto quotidiano, intimo e che proprio nella negazione di questo rapporto stanno le vere cause delle catastrofi, della perdita di identità, del continuo degrado del paesaggio, inteso nella sua dimensione relazionale tra uomo e territorio. Ho dedicato molto tempo ed energie nei comitati ambientali del basso piave perché credo che sia decisivo occuparsi del posto in cui si vive sia dal punto di vista ambientale che da quello culturale.

Dove si può trovare il tuo libro?

La versione cartacea del libro è pubblicato da Lulu.com e si può acquistare in rete – su Amazon.com, su BarnesandNoble.com, Mondadori e su altri siti di vendita al dettaglio online. Inoltre, il lavoro è inserito tra i titoli di Ingram Book Company e può essere ordinato, quindi, nelle librerie tradizionali. Se invece preferite la versione digitale trovate il pdf proprio qui a fianco, nella colonna risorse dell’articolo. Dulcis in fundo lo troverete allo Sherwood Festival, naturalmente.

Per concludere si può dire che "Diserzioni" racconta più di derive che di approdi musicali.

Direi proprio di sì.

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<![CDATA[Diserzioni: Danzando nel fumo]]>

Quante volte sono uscito
nel buio e nella nebbia.
Ascoltavo e scrutavo
l'appena percettibile vibrazione
del suono nelle cuffie
e di figure che apparivano
come danzando nel fumo

 

Actress: There’s An Angel In The Shower

Ø: Atomit

Dopplereffekt: Exponential Decay

Rautu: White Night

Module One: The Stars Will Guide

Blanck Mass: Hive Mind

Ambassadeurs: Lotus

The XX: A Violent Noise (Four Tet Remix)

SILENTNIGHT: Endless Wandering

AyyJay: Num

Speh: The Shattered

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<![CDATA[Selections From A Broken Frame]]>

Perchè soffermarsi a scrivere di musica elettro-pop? Perchè voler soffrire, fissando il proprio sguardo sulla consunzione della materia a causa del tempo? Perchè insistere, struggendosi nell'attesa del miracolo che mai ci sarà. Domande che risalgono in superficie ogni volta che i tre superstiti dell'era del prodigio si rifanno sentire, annunciando quel disco magico che dovrebbe riportarli lì dove li avevamo lasciati: nel culmine nero fluorescente di un suono che apparteneva solo alle loro anime dannatamente accoglienti. Per questo si decide di soffrire, lo si fa per riconoscenza verso chi ha saputo esprimere grandiosa creatività, per chi non ha mai rinunciato alla soggettività riuscendo a piegare al proprio volere il mondo sottile, trasparentemente inutile del mainstream, senza minimamente accettare quel diffuso compromesso del riff sottobanco, della facile melodia, della resa totale all'arrangiamento facile. Per questo ancora ci si sofferma e lo si farà ogni volta, ancora e ancora. Si indosseranno le cuffie e si soffrirà sorridendo di malinconia, perché questo succede quando si ama.

Si sa, l'ironia è parte integrante del pensiero dei tre dell'Essex e non a caso, forse, il titolo del loro nuovo singolo contiene una domanda retorica che non ha bisogno di ulteriori risposte: Where's The Revolution. Non c'è più nessuna rivoluzione da frequentare, i vecchi combattenti si sono quietati dopo averne passate di tutti i colori, essersi dispersi e ritrovati, dopo aver inventato e sperimentato, riempiendo i nostri occhi e il nostro udito di canzoni uniche e irripetibili. Where's The Revolution quando non esiste più la possibilità di creare nuovi modelli culturali, prede facili della rete che subito li trasforma in esili mode del momento, tutte imbellettate e allineate sull'attenti. Where's The Revolution quando il termine stesso – rivoluzione – appartiene ad un passato musicale remoto, stretto ancora nel pugno chiuso dei nostalgici abitanti del pianeta ricordo. L'unica soluzione quindi è arrendersi sguainando per l'ultima volta la lama affilata dell'ironia, mostrandosi vecchi e incerti mimi dalle barbe posticce che gettano le bandiere allontanandosi mestamente.

Tentare di farsi piacere Spirit è facile, le barriere dell'attenzione sono abbassate ed è agevole, ma a quale prezzo? Quanto dobbiamo contrattare con noi stessi per ammettere che la strada intrapresa verso gli ascolti altri è l'unica possibile quando finalmente si decide di andarsene da questo mondo poppettaro e tutto sommato, sempre ostinatamente immobile. Dodici tracce che non serbano più il dono della pura vibrazione: Cover Me ed Eternal sanno stremare l'ascolto, Poison Heart è trip-hop riesumato e ritardatario, So Much Love è il copia incolla di A Question Of Time, anthem del 1986 che ancora mantiene intatto il suo furore, falsamente iniettato in questa nuova canzone. A seguire una serie di tracce acquistate alle bancarelle dell'usato scontato, e non mi riferisco al prezzo. Solo il singolo sa ritagliarsi un momento di vecchia e ritrovata gioia ma lo fa nella versione video, grazie all'ironia di cui sopra. Neanche i remix contenuti nel secondo cd riescono a smuovere gran che, a parte forse il mio tallone che si muove al ritmo di un inutile versione techno-minimal d'antàn di So Much Love.

Mentre devio il mio ascolto verso altri lidi meno e meglio frequentati, si affaccia però un dubbio e mi chiedo: e se i Depeche Mode avessero compreso che l'unica via per la vera comprensione dell'estetica moderna è percorribile solo con l'ironia?

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<![CDATA[Diserzioni: Suono solitario]]>

Da questo impetuoso mare
troppo suono giunge
al mio orecchio assorto,
però resto lo stesso in ascolto
per riconoscere nell’eccedenza
quello introspettivo e solitario
che come una sirena mi cattura

Slacker: Amen to the Lonely

The Last Fox. Penumbra

Vagrant: Morning

Rift: Alive With You

The Clue: Pulkovo Arrival

Frenchfire: three generations of slavish devotion to an unknown god.

Closeyoureyes: Effort

Lawrence English: Moribund Territories

Elegi Hvor Her Er Odselig

Shed: Xtra

Tegh and Kamyar Tavakoli: Fractal

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<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]>

Mi avvicino con passo guardingo, fingo di non conoscere l'essere impalpabile che governa il mondo nel quale mi trovo. So per certo che al minimo cenno lui si volterà, cercherà i miei ricettori sensoriali e trovati, inizierà la danza circolare che pian piano avvolgerà tutte le mie difese trascinandomi tanto così, vicino alla sorgente della sua magia.                               

 Succede sempre, immancabilmente da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi lavori, nel 2009. Brock Van Wey in arte BVDUB espande nuovamente l'eco irresistibile della sue visioni, la sostanza metafisica che le compone e lo fa attraverso una delle più prestigiose labels in circolazione, l'italiana Glacial Movements che produce l'ultima possente produzione del sound artist americano: Epilogues For The End Of The Sky.

 Il suo tratto, oramai noto, ha la capacità di non stancare. Al pari di qualche misteriosa soluzione chimica, una volta assunta richiede di essere riproposta all'ascolto per un numero svariato di volte. Ad ogni assunzione i particolari si sommano ai particolari, la base ambient allarga all'infinito le sue spire accogliendo al suo interno esplosioni musicali che si dilatano e abbracciano e si mescolano in un unico codice d'ascolto che si erge maestoso al limite dello spleen e dello splendore tardo romantico. Iterazione infinita, voci in loop, echi, droni e uso massiccio di melodia, questa la riserva immaginaria che serve per raggiungere l'angolo remoto dove termina il cielo.

La traversata continua, abbandonati i cieli infiammati dal dolce languore elettronico, mi ritrovo nel vasto territorio abitato dai suoni taglienti e dolorosi di Maurizio Bianchi che occupa una side delle due che compongono questo split EP prodotto assieme ad Abul Mogard. Due mondi decisamente lontani che hanno in comune un luogo d'origine: la fabbrica. Da sempre referente sonico per MB e la sua filosofia industriale, reale luogo di vita lavorativa per Abul Mogard, abbandonato solo dopo la raggiunta pensione.

Come sempre il suono di MB ci penetra da parte a parte, non permette tregua, si irradia lucido e diretto usando i canoni della ripetitività industriale. Tutto attorno il caos di un mondo in delirio che gira vorticoso attorno al ritmo della battuta imposta dalle macchine. Danza folle, trasfigurata belle èpoque meccanica, trionfo del vuoto dell'anima schiacciata dagli ingranaggi di un'ansia che appare come Hydra, creatura che si rigenera, ferita dopo ferita

 

Tutto si placa, all'improvviso. Una dolce, gentile litania sale lenta iniziando ad avvolgermi. Abul Mogard è qui, vicino a me. Lo sento. Ascolto le amate antiche onde soniche del suo synth modulare, la soffusa melodia del Farfisa, la grazia sconfinata di un suono che non riesco ad abbandonare. Il suo gesto artistico è colmo di antica gentilezza e celata poesia, la sua musica colloquia con te, ti permette di aprire pagine di lettura intima. Con lui a fianco ti commuovi pensando ad un passato per sempre fermo nell'attimo del ricordo.

Durante questo breve viaggio ho incontrato varie tipologie di sound artists ma quello che mi attende nell'angolo più buio e metropolitano del paesaggio sonoro che sto attraversando, è forse il più misterioso e complicato da capire. Si chiama Ran Slavin, principalmente si occupa di video installazioni, ma il suono ha sempre accompagnato il suo respiro.

Digital Junkies In Strange Times è il suo ultimo lavoro, l'ennesimo per la portoghese Crònica che lo distribuisce in free download via Bandcamp. Un titolo che meglio non poteva rappresentare l'attualità di un popolo curvo sul proprio pc, totalmente assuefatto al suono che quei circuiti producono, musica che veste perfettamente la taglia di questi strani tempi. Quattro traccie che non rispondono a nessun canone di genere, sbandano volutamente tra l'ambient, il jazz, il soul, la ricerca e l'improvvisazione. Un melting pot metropolitano nel quale stranamente ci si riconosce e 'piacevolmente' ci si immerge, convinti di far parte di un mondo abitato da junkies digitali, con i motori di ricerca sempre spinti al massimo della potenza.

BVDUB – Epilogues For The end Of The Sky – Glacial Movements 2017

MB+ABUL MOGARD – Split Ep – Ecstatic 2017

RAN SLAVIN – Digital Junkies In Strange Times - Crònica2017

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<![CDATA[Il Soffice Toner Onirico di Maria Assunta Karini]]>

Vivo in una terra dai confini indistinti, un luogo nel quale la vita scorre come soffice allegato alle immagini. Forme, apparenze in-definite che emanano inebrianti odori capaci di rapire e rendere dipendenti. Sono uno sniffatore di sogni e questa è la mia storia.

 Potrebbe iniziare così il racconto mai scritto, ideato come preambolo all'opera artistica di Maria Assunta Karini, un film meravigliosamente intitolato Dreamsmellers.

Si oltrepassano i quaranta minuti di visione entrando ed uscendo dalla materia indefinita che la contiene, scivolando soffici attraverso tentativi descrittivi che evaporano al solo contatto con l'alfabeto che tutto tende a racchiudere e catalogare.

Immaginare visioni, viverle mescolandole con la realtà del presente che subito si inceppa perché incapace di sostenere il ritmo della lenta corsa: la nuotata del pesce appeso che ancora conserva il ricordo del ranocchio che fatica a camminare, immerso com'è nel cotone. Il canto delle cicale lungo le assolate distese estive mentre una ragazzina sogna di essere donna. Lo spago annodato alle dita dei piedi sporchi di terra madre, la stessa che forse ora li sta tirando a sè.

Siamo tutti dei Dreamsmellers, tutti amiamo sognare e tutti vorremmo vivere i nostri sogni, vorremmo vederli realizzati ma pochi sono coloro che riescono a fermare il momento nel quale il sogno si struttura, pochi riescono a carpirne la forma e il vero odore. Karini è una di questi medium che sanno vedere oltre il semplice scorrere delle immagini, un'artista che usa il bianco e nero in modo stupefacente, creando poesia anche nell'attimo semplice del raccogliere in un sacco cemento con le mani. Una regista che sa altresì riprendere contatto subitaneo con la durezza della realtà rappresentata da una figura femminile goffamente danzante sullo scheletro in cemento armato di uno stabile in costruzione. Sogni nei sogni che si amalgamano con la realtà anch'essa sognata ma realmente vissuta.

Dreamsmellers è una sorta di nuovo sur-realismo che usa tecniche diversamente moderne per creare lo stesso stato di sospensione dal reale usato da Man Ray con l'obbiettivo della sua cinepresa puntato sulle infinite sfaccettature di un vetro che rendeva indistinta la visione. Karini usa lo stesso metodo alternando immagini e dialoghi a visioni, piegando le stesse e portandole in dimensioni altre, solo apparentemente simili al reale. Inutile indagare sul significato di quanto si vede, importante è capire quanto si immagina, perché in fondo tutti tentiamo di usare quel soffice toner che ci permette di trasportare vicino a noi qualcosa che appartiene ad un mondo altro, quello dei sogni.

Dreamsmellers viene fornito in un pacchetto speciale con incluse foto originali 20x20 cm, DVD, note e crediti stampate su carta trasparente (inglese / italiano) e due 20x20 cm forex.

Limitato a 30 copie numerate a mano e firmate dall'artista.

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http://www.dreamsmellers.com

Edito da 13_silentes - store.silentes.it

 

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<![CDATA[Diserzioni: Voci urbane]]>

Sotto le macerie del nostro mondo
sotto cumuli di inutili parole
sotto il rumore sordo della città
disperatamente apriamo varchi
per far riemergere il pulsare vitale
di nuove sotterranee voci urbane

 

Craset: Urban Voice (glo remix)

Overtone: A Voice In The Darkness

Koa: Karma Police (Radiohead Cover)

Mihai Zăvoian: Chesten

Ferven & Clau M: Lonely Planet

Stumbleine: Emulator

enjoii: ethera

Dētatek: Ghost Dealer

Lazarus Moment: In The Glen

The Bug vs Earth: Another Planet

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<![CDATA[Diserzioni: Oscuri desideri]]>

siamo invasi dall’affanno
corriamo e mai rallentiamo
ci perdiamo, ci ritroviamo
e pur di non fermarci
inseguiamo senza pensieri
anche i più oscuri desideri



Singular Mind: Dark Desires

K A I D O:  Storm Elements

Pajonear: Scotopia

Bimbotronic: Night Wind

AESTRAL: last breath

Kazukii: Time We Lost

AK: Wanderlust

kyddiekafka: everlasting

Ambyion: Reaching for the Stars

Sky H1: Huit

Jacaszek: To Perenna

Lorenzo Masotto: Arctic Summer

Benjamin Finger:  Ghostflowers

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<![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]>

Lo si sa da sempre, a Venezia e nel suo hinterland vige l'antica regola della sigla ecumenica che risale ai tempi della Serenissima Repubblica: RRJ - Reggae, Rock, Jazz. Chi tenta di porsi trasversalmente a questa regola viene messo all'angolo e non gode del favore del folto pubblico che solitamente affolla i rumorosi luoghi nei quali i poveri musicisti tentano di farsi sentire, sopra un palco che non riesce a sovrastare il baccano procurato dagli avventori del bar sottostante e il frastuono creato dalle bottiglie di birra che rotolano sotto i tavoli. Gran rispetto quindi nei confronti del locale di Marghera che tenta una manovra decisamente controcorrente. Allo Spazio Aereo ci si va per ascoltare suono di altra matrice culturale, un suono comunemente definito con il termine 'elettronica' che a dir il vero non ha una sua specificità, significa tutto e niente ma, almeno dalle nostre parti, serve ad indicare una modalità di pensiero innovativo, altro.

Come si diceva prima, il termine 'elettronica' non ha una sua specificità se non viene abbinato alle molte derivazioni artistiche che vivono al suo interno. Pur essendo per i più forma espressiva 'minore' (soprattutto qui in terra serenissima) ha la facoltà di esprimersi in svariate modalità che partono dal dancefloor per giungere alla ricerca più sperimentale. Questo il campo d'azione del manipolo di coraggiosi utopisti che quotidianamente combattono contro l'invisibilità di un mondo nel quale a malapena si distinguono, scambiati per strani esseri alieni che si esprimono attraverso l'uso di sonorità altrettanto aliene. E' un mondo invisibile che agisce con la baldanza data dalla completa autonomia e indipendenza, sotto l'egida dello spericolato sperimentalismo.

Da qualche tempo un critico musicale toscano ha deciso di prendere in mano la situazione chiamando a raduno tutti gli intererssati che intendessero partecipare ad una sorta di campagna rivendicativa per imporre la propria identità artistica oltre il loro ristretto confine, nella convinzione che ogni suono ha libertà di appartenenza e deve essere riconosciuto e ascoltato a tutte le altitudini. Un pensiero utopistico che ha spinto molti musicisti e performers a farsi avanti e apparire nelle molte pagine che compongono quella sorta di enciclopedia del suono alternativo della nostra penisola che è Solchi Sperimentali Italia – 50 anni di italiche musiche altre. Una vera e propria raccolta di storie e nomi dello sperimentalismo italiano curata da Antonello Cresti per la casa editrice CRAC, un libro a cui è seguita, grazie all'opera del crowdfunding, la creazione di un dvd di prossima pubblicazione. Con questa sigla si è aperta anche un'etichetta discografica e altre iniziative si sono avviate tra cui una serie di serate che hanno toccato molte località della penisola sbarcando anche allo Spazio Aereo, lo scorso fine settimana.


Da semplice descrittore mi limiterò a commentare la serata, senza valutare personalmente un'operazione a livello nazionale che è oggettivamente positiva ma altresì inutile per colmare quel gap sempre esistito tra musica di consumo e musica altra. Da assertore dello 'snobismo sonoro' come arma di offesa, ho sempre pensato si debba mantenere le distanze tra due mondi impossibilitati ad interagire per problemi legati ai rispettivi dna.


Nel corso della serata si sono esibiti quattro interpreti, appartenenti a quattro diverse scuole di pensiero e a tre diverse 'ere musicali', come a rispettare il tratto inconfondibile del pensiero crestiano che usa la mescolanza di periodi e stili musicali spesso incompatibili se riuniti sullo stesso palco.

Alessandro Ragazzo è un sound artist veneziano che fa ricerca sul territorio usando come base il field recording sul quale agisce sovrapponendo e manipolando il rumore naturale che normalmente ci circonda. Il suo è stato un set altamente immersivo nel quale la dislocazione liquida del suono, filtrata attraverso l'uso della macchina, ha agito come leva aumentando la percezione, rendendo quasi visibile e palpabile il muro sonico creato in loop innanzi all'ascolto. Forse la presenza dei visuals avrebbe ancor di più aiutato il salto comunque notevole dentro la normalità che quotidianamente ci circonda ma di cui non riusciamo realmente a percepire la vera essenza.

Artcore Machine, duo formato da Moreno Padoan e Roberto Beltrame, due alchimisti che provengono da Rovigo e conoscono bene l'animo della bestia sonica. Autori di un set dal crescendo micidiale, hanno liberato dalle gabbie che le imprigionavano le cieche creature sintetiche, permettendo loro di studiare una via di fuga attraverso il tracciato di scie elettriche che le teneva prigioniere. Gli esseri hanno annusato le barriere, le hanno scoperte ed abbattute con furore di divinità che si erge imperiosa, mentre lo spazio perde forma piegato dall'urlo che disconosce il 4/4 e si esprime con violente onde d'urto schiumanti velocissimi bpm lanciati contro insormontabili muraglie di basse frequenze. Impressionanti.

Fausto 'Degada Saf' Crocetta rappresenta uno dei salti temporali cui si accannava prima. Fondatore dei Degada Saf, esponenti di spicco dello stilo sinth-pop degli anni '80. Autore del mai dimenticato vinile intitolato 'No Inzro', per la storica fanzine Rock Garage, nel corso degli anni non ha mai abbandonato gli strumenti. Lo ritroviamo sul palco con un set che ripercorre in chiave rivista e corretta quelle sonorità permeabili al quattro quarti che tanto hanno fatto danzare i new wavers del tempo. Una prima parte forse indecisa, in bilico tra sonorità d'ambiente incompiute e ripetitivi impulsi ritmici che sfocia però in una rivisitazione de La Rhumba De Shang Hai che ancora fa battere il cuore a chi, quegli anni colmi di fermento, li ha vissuti in pieno.

Opus Avantra rappresenta l'ennesimo ampio salto indietro nel tempo. Band seminale del rock progressivo e del crossover d'avanguardia italiano degli anni '70, da sempre considerata una formazione culto grazie anche alla vocalist Donella Del Monaco autrice tra i tanti, di un album in collaborazione con Elliot Sharp e Steve Piccolo. L'ensamble ha presentato un mini-live dal sapore forse troppo antico, dedicato a chi ancora è ancorato a sonorità che risultano appartenere ad una memoria ferma al periodo del prog-rock celebrativo di quegli anni. Musicisti estremamente preparati, il flautista Mauro Martello in testa, incapaci però di reinterpretare un suono che molto ha fatto per la crescita musicale di qualità ma che oramai è relegato nella memoria, impossibilitato a competere con la velocità e l'intensità del pensiero post-moderno.

Sia gloria quindi a questi indomiti sognatori e al suo (in?)coerente condottiero a cui va tutto il rispetto dovuto per la caparbietà e coraggio dimostrati nel continuare a segnare profondi solchi di sperimentalismo su terreni non sempre fertili.

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<![CDATA[Diserzioni: Parlando al buio]]>

È nel buio che il suono galleggia
perché l’oscurità è assenza,
è un vuoto e non si vede
ma è lì che si rivelano gli spazi aperti
dell'immaginazione

 

VVV: Talking in the Dark

Mininome: Abode

DJ Heroin - Conciliator

r.roo: Sad Party In Outer Space

Bloom: Efflorescence

skeler: SEE_ME

SØVVAVE – Downtown

Tyler Frost: Way to Heaven

Kosikk: All you can see

Jellis: Richness Lies Within

Blackbird: Night


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<![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

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<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

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La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

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<![CDATA[Diserzioni: Luce leggera]]>

come un riflesso
che attraversa il suono dilatato,
nero come la notte,
profondo come l’oceano,
che vibrando nell’aria
e fluttuando nel vuoto
diffonde lentamente calore
e una luce leggera

 

 

Max Richter: On the Nature of Daylight (Monocherry Remix)

Avella: Petals

Andy Leech: Skylight

Faodail: Coalesce

Direct: Make Me Feel

Shipwrecked & Cloudburn: Departure

Balmorhea: Natural World

Noveller: Deep Shelter

Jonny Nash: lime

Gigi Masin: Lovloop

Abul Mogard : All This Has passed Forever

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]>

Tornare indietro nel tempo, quanti di noi vorrebbero farlo. Tornare a rivedere chi non c'è più, tornare ad assaporare un tempo diverso, vivo, ancora capace di sorprendere. Capitombolare a tutta velocità nel soffice suono non più alieno, non più scontato come può esserlo un racconto meccanicamente letto per troppo, troppo tempo. Rinascere scoprendo che è ancora possibile ritrovare un suono da indossare, perfetto per la tua anima imbolsita dall'ascolto reiterato, freddo, esente dalle pulsazioni che riescono a far battere il muscolo del ricordo.

Avevo già vissuto questo magico fenomeno legato alla dislocazione animo-temporale, questo salto a piè pari dentro un universo illuminato dal sole, una luce che accompagnava un viaggio a due, fianco a fianco sul bagnasciuga di una spiaggia che si perdeva lontano, fino a quel confine oltre il quale era permesso il passaggio solo ad uno dei due amici. Vdb23/Nulla è andato perso, l'apparente incomprensibile formula che serviva come password per il salto indietro nel tempo. Era il 2014 e quel lavoro scritto da Claudio Rocchi e Gianni Maroccolo riscaldò per molto tempo il mio cuore.

Penso spesso a quella pausa, al momento di rigenerazione donatami da quell'ascolto. Con speranza ho cercato di ritrovarlo all'interno di altri lavori che tentavano una traduzione sperimentale del Rocchi pensiero ma il salto non è avvenuto, troppo pesante la celebrazione e artefatto lo sperimentalismo. Tentavo di rallentare la mia inquietudine negli ascolti di tutti i giorni finché non tornarono a giungermi quelle note, provenienti da un triplo album registrato dal vivo, un disco che contiene al suo interno l'edizione limitata di un 7” con due inediti dell'amato e mai scordato sciamano. Nulla è andato perso, un disco registrato durante l'omonimo tour che ha visto Gianni Maroccolo girare l'Italia durante i primi sei mesi del 2016.

Tornare nuovamente indietro ora si può.

 La Compagine:

Una serie di concerti che ha visto tanti nomi succedersi sopra il palco, molte collaborazioni com'è d'uso in casa Maroccolo: Alessandra Celletti, Ginevra di Marco, Federico Fiumani, Cristiano Godano, Francesco Magnelli, Ghigo Renzulli, Miro Sassolini, per citarne alcuni. Tanti gli artisti che hanno accompagnato la formazione composta da Marok all'inseparabile basso: alla voce un Andrea Chimenti in stato di grazia, Antonio Aiazzi colpevole di usare le tastiere come lame affilate create per incidere il cuore, il ritmo del viaggio regolato da Simone Filippi e ondate di antichi aromi orientali affidati alle corde del maestro Beppe Brotto; la perfezione. Il tutto stampato con la storica Contempo Records di Firenze, una ritrovata etichetta che ha contribuito non poco alla nascita del suono indipendente italiano.

 Il Contenuto:

diversamente dalla matrice originaria, la documentazione live contenuta nei tre albums esplora altri mondi, altri suoni. Non solo la galassia Rocchi, che ovviamente è la colonna portante del disco ma anche omaggi a Vinicio Capossela, Litfiba, CSI, sorprendentemente Philip Glass, i CCCP, Maroccolo stesso con la bella Elianto cantata da Ginevra Di Marco, sorprendentemente i Residents, ovviamente l'immancabile Battiato amatissimo dal Marok, un brano dello stesso Chimenti e un grande omaggio all'amata Sardegna con un canto tradizionale scritto negli anni '20, interpretato anche da Maria Carta e qui cantato in coro con il pubblico, si presume sardo.

La Filosofia:

Parafrasando Vdb23 userò anch'io un acronimo: ITeA - Indipendenza totale e assoluta. Nessun intermediario, nessuna major a controllare la stampa del disco, nessun management ad occuparsi dei live. Tutto il progetto è stato ideato, voluto, costruito e messo in atto da Gianni Maroccolo assieme a artisti seri, gente che ancora usa reverenza verso il termine 'indipendenza', sinonimo di libertà espressiva.

 La Musica:

Sembra di esser tornati ai tempi nei quali ci si ritrovava nel negozio di dischi preferito per commentare il nuovo album appena uscito. Sembra di esser tornati ai tempi nei quali si attendeva l'apertura del negozio – sempre quello del negoziante di dischi preferito – per ritirare il pacco di copie ordinate la settimana prima. Sembra di esser tornati ad ascoltare il rumore del vinile che scivolava fuori dalla sleeve che lo conteneva. Sembra di aver ritrovato il coraggio di ascoltare, per Dio! Ascoltare e riascoltare per ore lo stesso disco, un vinile piombato come un fulmine a stravolgere la tua discoteca. Sembra di esser tornati in quel luogo segreto dove si coltiva e fiorisce il ricordo perenne della giovinezza, un angolo di cielo non inquinato dal mercato, dalle finte celebrazioni, dalla retorica e dal rimpianto. Sembra di essere entrati nell'atelier di un artista che sa magicamente interpretare e tradurre i sogni altrui, stanze accoglienti nelle quali si sorride di commozione, convinti che nulla andrà mai perso.

PS: Sia per te un buon viaggio Claudio!

 

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<![CDATA[Diserzioni: Cieli scuri]]>

Se potessi fermare il cielo,
per conservarne la bellezza,
non sceglierei la chiara limpidezza del giorno
e nemmeno i mezzi colori dell’alba e del tramonto,
ma le mille sfumature della notte
con i suoi cieli scuri



Twisted Psykie: Dark Skies

Luminance: Dark Skies

Jessaudrey: E X I S T

Seventeen X Yasu: Prussian Blue

Loner: Hound

Haven x Holy Rain: Fantasy

Congi: Contours

Biome: Turn

Eikona: Out Of Reach

Clau M.About Me & You

Seventeen: surō w: dedflwrs

Hrím:Huldufolk

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<![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]>

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

www.deison.net

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<![CDATA[Diserzioni: No future]]>
C'è un grido che ritorna
Uguale ma diverso
per condividere ancora
inquietudini e intimità
magari aiutandoci a guardare meglio
dentro il nostro cuore di tenebra.
E a vedere qualcosa nel buio
che sempre più fitto ci avvolge.


Moirè: Opposites

Monolog & Subheim: Wone

Marcus Fjellström: Schmerzrot

CvO: Vans

Hermei: Together

Anubis XIII: Black Opal

4by4: Dissociate (w/ Icy)

WRCKTNGL: Destiny

Toastr: Wishes

Aarne: Tears (w sake. & STAHL)

Nevaeh: Eternal Light

Venice: Untitled

MYSTXRIVL x KAREFUL: Give Everything

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<![CDATA[Diserzioni: Tenera malinconia]]>

T'incatena

come un suono amato nel passato

e mentre confronto l'attuale ascolto

con il sublime trascorso

mi ritrovo a ripercorrere

la stessa intensa via

piena di tenera malinconia

 

 

Lowhitey: Sadness In The Most Beautiful Way

Brimstone: Fidelity

lusine: Witness

Tim Schaufert x Rift:Desolate

Fyoomz x Just Connor: Dawn s Glory

Ecepta: Horizon

Synkro: Inhale (ft. Faib)

Kori:Then She Spoke

Aetherworld: Apathia

Owsey: To Dream Is My Only Way Of Being With You

Naadyn: Moon (Ghost Ark Remix)

Waller: Aegis

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Neve luminescente]]>

scivoliamo lenti

in questa nuvola di suono

curvando piano nel silenzio

per poi riprendere la discesa

seguendo una dolce scia disegnata

sulla neve luminescente



Bloom : Luminescence

Lion Forest : Snow Crunching

Deepcosmo: Podvodoy

Bluffsound: Obtekaniye

Shelta: Cruel

Blut Own: Fading

Astral Planes: Exodus

Rhian Sheehan: Somnus

Raine:The Burra

Message To Bears: They Ran

haven: dead in the water

Yagya: Substorms On a Winter Night

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Pianto silente]]>

Tutti abbiamo nostalgie

e guardiamo addietro

nel calendario della vita,

assaporando i ricordi

nella speranza, nell’illusione, forse,

di non sentire la cadenza inesorabile

della goccia del tempo che scava

come un pianto silente

 

 

A Guy Called Gerald: Silent Cry

Bucky.Never Be

Sibewest X Sloati: Summer Park

Black Paper – Pulse

Cadeu: Slowall

Kazukii - Need

Letherette: Frill

The Penguin District: Vice Grip

Sangam: Tears (Didn't Mean Nothing)

Okada: An Endless Battle Of Memories

Emika: Grief (Prelude)

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<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]>

solo quando si trovò sulla soglia della cecità Nietzsche smise di leggere le opere altrui e si concentrò sulla scrittura delle proprie, senza più maestri, né guru” (L.V. Arena – Brian Eno Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014)

 

L'ho accolto in casa con una certa freddezza, un comportamento che si addice quando l'ospite risulta troppo ingombrante o gli si vuol celare l'ansietà dell'incontro. L'ho tenuto in disparte per un lungo periodo, lasciando che la mia curiosità ancora galleggiasse assieme al battello che per qualche tempo è rimasto ormeggiato a Palazzo Tè, in quel di Mantova.

Una mostra, un disco che hanno saputo nuovamente colpirmi nell'intimo anche se qualcosa di ancora più nascosto e lontano mi sussurrava che non era abbastanza, ci voleva di più, più giù, più in fondo.

  Ho posato il nuovo cd di Eno nel lettore una settimana fa, da una settimana sto levitando ben oltre i territori conosciuti, viaggio mentre il tempo si annienta e l'idea stessa del confine da raggiungere diventa un racconto lontano, immerso nel ricordo di un passato indefinito mentre continuo a volare leggero tra un rimbalzo e l'altro di note che si confrontano tra loro nell'istante senza fine di un riflesso.

 Quando uscì Reflection, un mese fa circa, sentii il bisogno di esprimermi usando però modalità di scrittura diverse. Cercavo un approccio più scientifico, cattedrattico, lucido e distaccato. Dovevo valutare ciò che ascoltavo seguendo pareri, ricordi, tesi, calcoli che apparivano nei vari testi letti, pagine che avevano come minimo comune denominatore Brian Eno, uno dei maggiori assertori del “non insegnamento”, praticamente era pura contraddizione.

 “E' una tragedia che l'educazione sia giunta al punto di dirti che non dovresti provare a farti tue teorie sulla filosofia, ma soltanto imparare ciò che ha detto o fatto il filosofo” (Brian Eno, Lezione alla Red Bull Music Academy)

 Conoscevo questo suo lato, così come conosco l'appartenenza della musica di Eno alla scuola cosiddetta popular. Quando ti imbatti nei suoi suoni sai che non stai viaggiando nel paludato e stretto spazio del pensiero contemporaneo, lì dove anche la non regola è regola ferrea da seguire sullo spartito sospeso nell'assenza del non silenzio. Sai che Mr. Le Baptiste de la Salle ha senz'altro guardato – non certo studiato - quegli spartiti ma lo ha fatto con ancora vivo il ricordo delle piume che adornavano il suo costume, in quel tempo lontano trascorso assieme all'altro Brian, nei Roxy Music.

Credo sia fondamentale tenere a mente le sue origini per meglio comprendere il suo percorso. Così come è importante conoscere il motivo che lo ha indotto a lasciare il palco imbellettato del rock per andare alla ricerca della materia primaria, il vero suono che non ha bisogno di frontmen, assoli impossibili di synth, folle ondeggianti sotto al palco. Un'idea, un viaggio iniziati nel 1975 con Discreet Music o, come asserisce lui stesso, nel '73 con Robert Fripp o forse con la prima traccia musicale da lui registrata alla Ipswich Art School nel 1965.

 Penso al suo lungo percorso di crescita, di ascolto infinito, di instancabile ricerca. Penso al nostro notevole debito nei suoi confronti. A come ora, per esempio, possiamo facilmente dare un indirizzo musicale ambient alla nostra etichetta digitale informando velocemente e con precisione coloro che non conoscono la nostra linea editoriale. Penso mentre il suono fluido continua a sgorgare da casse mai sazie del suo silenzioso e dolce fluire.

 Ascolta Reflection qui

 Più scrivo e più mi allontano dallo stile che intendevo usare. Tutte le nozioni acquisite esplodono al rallentatore davanti ai miei occhi mentre l'immagine sfocata prende forma. E' un enorme sfera di suono, quella che sto attraversando. Si espande in continuazione mentre le note che la compongono si rigenerano senza fine. Il pensiero matematico si unisce a quello filosofico e il tutto si nutre di musica. Suono illimitato, questo il motivo della nascita di Reflection, la app creata da Eno assieme a Peter Chilvers, capace di generare all'infinito molteplici suoni, mai simili tra loro. Un viaggio che il lettore del cd non può permettersi, fermando a 54 minuti circa la sua corsa silenziosa. Una sorta di compromesso con il mercato musicale, o ciò che ne è rimasto. Racchiudere un lavoro di tale portata all'interno di un cd equivale a far crescere una splendida balena azzurra all'interno di una boccia per i pesci rossi ma...così funzionano le cose.

Insisto nell'ascolto o forse è l'ascolto che mi ha inglobato trasportandomi in luoghi lontani da me stesso. L'attesa dell'usuale e famigliare tocco di pianoforte è vana. Sono le macchine e la loro sensibilità ultramondo a governare questo spazio. L'uomo ha interagito con loro il tempo necessario per istruirle. Per noi un lungo dialogo appena iniziato. Per loro, abituate alle distanze incommensurabili degli anni luce, uno spazio temporale breve come il brillare di un lampo. Forse sta giungendo il tempo dell'abbandono da parte dell'uomo dell'idea stessa di musica suonata, irrigidita dentro regole di stile o ritmiche. Forse è ora di incontrarsi non più negli spazi riempiti di assordante e antica elettricità o canonica e colta elettronica. Forse è giunto il momento di abbracciare il silenzio e il suono che esso trasporta, capace di avvolgere e rigenerare anche anche l'ambiente che ci circonda.

Utopie?

  “...non è tanto una questione di suonare ma di saper ascoltare” Brian Eno

--> Brian Eno – Reflection – Warp - Gennaio 2017

--> Brian Eno/ Peter Chilvers – Reflection – Opal – 2017 (generative app)

 

Lettura consigliata:

--> Leonardo Vittorio Arena – BRIAN ENO Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014

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<![CDATA[Diserzioni: Midnight Prayer]]>

C'era un silenzio
come d'attesa
lungo la strada
che portava all'oscurità

C'era un silenzio
che scendeva nella notte
accompagnato da un lieve rintocco di suono
che assomigliava ad una sussurrata preghiera

Lynchobite: Midnight Prayer

S P A C E O U T E R S: Night Melancholy

SKY H1: NightFallDream

AyyJay: Missing

Spectre: Abandon

Future Sound Of London: Egypt

Austra: We Were Alive

Extence: Advice

Yally: Sudo

Black Merlin: Hope

Naaahhh: Empty Rituals

Amnesia Scanner: Atlas

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<![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]>

La Vulnerata

Scorcio interno

Cerchi disperatamente di trasformare ai suoi occhi ciò di cui ti accusa − la tua volubilità, quando in realtà quel che vorrebbe da te è solo una sovrumana disponibilità alla rassicurazione, per tamponare la sua insicurezza e la sua ansia di controllo congenite − in una specie di relativismo gnoseologico nel momento in cui gli scrivi (sull’agenda del collezionista copertinata di velluto azzurro che stai riempiendo di questo amore): «Per mia natura, sin dall’infanzia, non sono mai riuscita a prendere delle posizioni radicali che escludessero le alternative. Finora l’avevo considerata come una certa capacità di comprensione delle differenze, un mio essere sempre in movimento, interiormente intendo, come se dentro di me ci fosse una massa magmatica che non riesce né vuole cristallizzarsi, ma che si alimenta di tutto ciò che conosce», metà della pagina occupata dalla fotografia di un quadro intitolato Milano vecchia − Carosello dei tram in Piazza Duomo con neve.

Su un’altra pagina, una delle prime, hai incollato invece il tuo disegno, con didascalia, del “mattone Ti Amo”, in risposta a un suo discorso che ti aveva colpita fino alle lacrime, tenuto a tarda notte, in macchina, davanti alla lenta rotazione delle pale di un vecchio mulino montano, discorso con cui ti catechizzava sul peso delle parole d’amore («Sono come dei mattoni») e sulla nostra responsabilità nel loro uso. Senza ancora arrivare a proiettare sulle tue esperienze relazionali passate quel senso di vacuità e fallimento che il suo giudizio avrebbe presto scatenato, con patetica sollecitudine, sotto il tuo mattone, gli hai scritto: «È più friabile di una zolletta di zucchero. Vorrebbe solo sciogliersi dentro di te e darti nutrimento (un cibo dolce e leggero, un tepore soffuso, una segreta energia), senza saziarti né pesare». Quel che non avevi ancora intuito quando scrivevi era che il problema stava proprio lì: nella faccenda della sazietà. Lui non si sarebbe mai sentito appagato, pieno, nutrito da te e dai tuoi sforzi; ne avrebbe chiesti sempre di più una volta constatata la tua disponibilità a concederne.

Metaforizzando (lo ammiri così tanto per la naturalezza con cui lo sa fare), ti ha parlato di una stanza dalle molte finestre che potrebbero aprirsi come anche restare chiuse per sempre, e intanto, giorno dopo giorno, ti sta murando viva mentre tu, completamente fuori strada, dall’agenda azzurra dei pittori gli dici, metaforizzando, che il tuo amore si è fatto spazio aperto e lui deve solo respirarlo, gli dici di essere fiduciosamente accoccolata su una solida roccia circondata dalla distesa delle possibilità e di attendere che dal mare arrivino messaggi, gli dici di voler fare della tua vita qualcosa di bello, di pulito, di arioso. E tutta quest’aria, questo respiro, questa ruah sta soltanto nelle tue parole, per il resto è una lenta asfissia, malgrado la tua ostinazione a fare di lui il punto di arrivo («La mia vita passata ha tinte smorte, è lontanissima. Ho vissuto sinora perché dovevo arrivare a questo, dovevo arrivare a te»).

«Tu sei stato l’arco che mi ha scagliata al centro di me stessa» gli hai scritto, metaforizzando, in una pagina che in alto a destra ha la foto di un quadro intitolato Malinconia (cinque persone vestite di allucinato giallo e rossoarancio sedute ai tavoli di un bar, nessuno sguardo reciproco, solo una pentade di solitudini).

Cazzate. Ciò che ha fatto e continua a fare, di quel centro di te che gli hai così docilmente consegnato, è una camera del sarcofago. Vedi forse delle aperture, un’uscita?

Da Planctus.

 


Inizia così questo incontro con Laura Liberale, con la lettura di un estratto tratto dal suo romanzo Planctus (Meridiano Zero 2015). Poche righe che rivelano la forza di una scrittura dirompente. Piccole gocce di analisi interpersonale ad alto potenziale esplosivo che deflagrano micidiali una volta assunte tramite la lettura. Una lunga chiaccherata attorno al personaggio e al mondo che lo circonda, una assaggio dell'universo letterario di un'autrice che nutre il suo fascino nella fierezza di una scrittura dura e femmina.

Per essere come sempre coerenti con l'argomento trattato, la scrittura, parto subito con una domanda riguardante il rock in casa Liberale, giusto per metterci a nostro agio curiosando nella vita di una poetessa che ama il basso.

Ho iniziato a suonare il basso a diciannove anni. L'esperienza più lunga e appagante è stata con le École Maternelle, un gruppo torinese tutto al femminile (e, per un certo periodo, femminile per 3/4). Sono cresciuta con la musica dark e new wave, il rock e il punk. E tanti concerti dal vivo.

Mi sono sempre chiesto quale sia la differenza tra scrittrice e poetessa, in realtà una mia idea ben precisa ce l'ho ma vorrei sentire il parere di una poetessa che è anche scrittrice o il contrario, come meglio preferisci.

Giovanni Giudici ha detto che la poesia è spesso una conquista casuale, va perseguita con discrezione e poche pretese affinché si manifesti. Se così è, e per me lo è, il narratore rappresenterebbe invece l'ostinazione dello scavo, l'intenzionalità massima. Quanto a me, è il porsi che cambia: mettersi in ascolto, in un caso, e sforzarsi di parlare, nell'altro.

Prima di iniziare la grande corsa attraverso la tua vita letteraria, mi premeva chiederti il motivo della scelta che ti ha portato al dottorato in Studi Indologici, dopo una laurea in Filosofia e Religione dell'India e dell'Estremo Oriente. Quale motivo ha stimolato la tua attrazione verso questa complessa materia filosofico-religiosa.

All'esame di terza media feci un tema su Gandhi. Mi piace vederlo come un assaggio di futuro, una finestrella aperta per un attimo su quel che sarebbe venuto, con grande passione, poi, al tempo dell'università. La cultura orientale è vastissima, le sue filosofie sono per lo più sconosciute o (mal)reinterpretate in chiave new age... Introdurne lo studio nei nostri licei sarebbe un grande passo in avanti. Il motivo? Il principale? La concezione che alcune di queste visioni filosofiche hanno del dolore, e le vie pratiche indicate per il suo superamento. 

Un percorso questo che ti ha aiutato nella scrittura?

Mi ha aiutata nella vita, dunque sì, anche nella scrittura.

Veniamo al tuo lavoro. Come definiresti la tua passione iniziata inspiegabilmente da ragazzina e proseguita con la pubblicazione di raccolte poetiche, romanzi, premi letterari, corsi di scrittura creativa e qui mi fermo sapendo di poter proseguire, volendo.

Un modo possibile di stare al mondo, e di interpretarlo.

In te esistono i due mondi legati, uno alla poesia e l'altro alla scrittura pensata per il racconto. Dato per certo che la poesia stessa è racconto, quale la diversità tra questi due universi e in quale la tua anima meglio si raccoglie.

Credo di aver già risposto sopra.

Il poeta non è personaggio molto conosciuto, al giorno d'oggi. Si pensa alla poesia come a certa musica sperimentale, una realtà nascosta frequentata solo dagli appassionati. Un ristretto circolo nel quale tutti si conoscono e che difficilmente apre le porte palesandosi alla realtà che lo circonda.

In realtà, oggi molti lamentano una deleteria diffusione "a macchia d'olio" della poesia, o sedicente tale, un suo impoverimento, un appiattimento. Sicuramente esistono i circoli massonici(\massificati) anche in questo appiattimento, il "chi fa parte di", ecc. ecc. Ma ha importanza? Il punto non è: conoscersi tutti e/o palesarsi alla realtà. Il punto dovrebbe essere: poesia come conoscenza e palesamento della propria realtà.     

Sono un semplice de-scrittore di suoni, non mi pregio della qualità di critico letterario ma azzardo una sorta di sensibilità che mi fa percepire i tuoi versi come scritti provenienti da un mondo altro, lì dove regna la dura saggezza della femmina e non si fanno sconti nella descrizione dei sentimenti espressi. Parole contenenti aguzzo fascino che irrimediabilmente attira e taglia lasciando cicatrici che si rimarginano solo usando la saliva, un agglomerato chimico antico come la natura umana.

Ne sono onorata. Dici "femmina", e non sbagli. L'archetipo della Grande Madre è fondamentale per me, sia negli studi indologici sia nella scrittura. Vado esplorandone l'ampiezza e la profondità nelle sue manifestazioni tanto positive quanto negative.

Laura Liberale, sei autrice di svariati testi poetici, compari nella raccolta Nuovi Poeti Italiani 6 per Einaudi e stai uscendo con una nuova raccolta di poesie per Oedipus intitolata La Disponibilità della Nostra Carne. Ne parliamo?

Non c'è da dire altro rispetto a quanto scritto in quarta di copertina: La disponibilità della carne: che sempre oscilla fra l’apertura ad accogliere l’altro e l’abissale libertà di decidere per lui, di disporne, appunto.
 Nel mezzo, la verità e la responsabilità delle parole. È una poesia "ossificata", in cui il dato biografico tenta di asciugarsi in direzione epigrammatica. Vi è anche una sorta di dialogo esplicitato tra alcuni versi e le fonti letterarie della sapienza indiana.

È ritornato il grande morto
per riportarti ai morti piccoli
per darti infine casa.

Gli duole il petto a camminare
e la Gran Madre è un tempio
che non riconosci:
finestre di alghe e muschi
una cova d’acqua.
Il cuore che gli tocchi

si rivela un grumo di foglie marce.
***
Quando ti attornieranno i vivi
chiedendoti: Mi riconosci?
non sentirai che la membrana
di due bocche a sfiorarti
il pochissimo dei pugni nelle orbite
a strappare lo sguardo che negasti.
Vedranno sé stessi una volta sola
attraverso i tuoi occhi liminari:
Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

I parenti circondano il moribondo e dicono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”.

Chāndogya-upaniṣad, VI, 15, 1

 Da La disponibilità della nostra carne.


Non solo poesia. Anche la scrittura narrativa accompagna il tuo andare. Nei romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero 2009) e Planctus (Meridiano Zero 2015) elabori la temuta morte, sulla figura femminile è incentrato Madreferro (Perdisa Pop 2012). Amerei tu ci spiegassi il tuo scrivere raccontando quanto è contenuto in quelle righe e nelle altre che compongono la tua bibliografia in forma di romanzo.

In Tanatoparty volevo parlare di rimozione della morte nella società contemporanea, e al contempo della sua spettacolarizzazione; già lì "dialogavo" con l'Oriente (le pagine sono incorniciate da citazioni del Libro tibetano dei morti). Madreferro è un piccolo viaggio nella genealogia familiare, nel mio matriarcato, un sinistro omaggio ai luoghi della mia infanzia e giovinezza. Planctus ha a che fare con il lutto e la sua elaborazione, nella finzione narrativa e nella mia stessa vita.  Sono storie massimamente condensate, addensate nel respiro breve.

 Alla tua attività abbini anche quella formativa con corsi di scrittura creativa. Domanda: quanto può servire la frequentazione a tali corsi ai fini di un possibile futuro letterario.

 I corsi di scrittura possono servire ad accrescere la consapevolezza critica, la "potenza di fuoco" della lettura; aiutano a smontare i testi altrui e i propri, ad affinare l'artigianato. Non insegnano il talento e non dovrebbero alimentare false illusioni. Inoltre, non esiste un generico "corso di scrittura". Esistono delle persone, degli scrittori si suppone, che portano un'esperienza, un percorso, degli strumenti, una visione peculiare da condividere con altre persone. È il docente a fare il corso di scrittura.  

 

Com'è la vita vista attraverso il foglio scritto e com'è quel mondo che a noi sembra così pieno di passione e urgenza espressiva. Secondo te esiste una componente egocentrica nello scrivere, se si che rilevanza ha?

 Ti rispondo con due citazioni. "Credeva di aver scelto la vita, e invece aveva scelto la pagina seguente", parola di P. Roth. "Nessuna lode, nessun onore, se lo merita, gli toglierà di restare ai propri occhi il pover'uomo che è", parola di Sbarbaro.

Chiuso un libro se ne apre un altro, che programmi nascondi tra quelle nuove pagine.

Al momento vorrei chiudere un saggio indologico sugli inni dei nomi di Śiva. Ci lavoro da tanto − un lavoro filologico, comparativo − ma non con la dedizione che dovrei riservargli. Poi c'è l'idea di un romanzo horror, ma è ancora presto per parlarne, e potrebbe anche non vedere mai la luce. Diciamo che, negli ultimi tempi, sto molto più dietro ai lavori dei corsisti che ai miei.

Grazie, Mirco, per le domande, il tempo e l'ospitalità.

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<![CDATA[Diserzioni: Oscura tranquillità]]>

Altra cura sembra non ci sia

se non la lontananza dalla realtà

se non la sottrazione al rancore

e allora per riuscire nell'intento

mi nascondo nel suono con la speranza

di ritrovare l'oscura tranquillità


Koan: Dark Tranquillity

Throwing Snow: Recursion

Intriguant: Recluse

Tim Schaufert: Unearth

Mr. Mitch: The Man Waits (Talbot Fade's Extension Cord To The Abyss Mix)

Logos: Night Flight

Ocoeur: Progression (Field Rotation Rework)

Yui_Onodera: Cromo2

Ian Hawgood: Komaya (For Lee, Danny, and Clem)

Feminine : Coral Face

Piano Magic: Closure

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<![CDATA[Diserzioni: Inquieto sentire]]>


Non saranno poi così importanti

le sensazioni che nascono dall'ascolto

Non saranno poi così importanti

i suoni che mi stanno attorno,

Non saranno poi così importanti

però entrano in sintonia

con questo mio inquieto sentire

blΔnc: This Feeling

Eric Dingus: Winter

Taras Bazeev: brood

Kosikk: The Stranger

Jedi G: HK calling

Quok: Similacrum

Fraunhofer Diffraction: Exhalation

SMiTH x Honeyruin: Home

DVRMS: Catch Sky

Airthrive: Exhale

Phenom: Special Needs

V A N D A I I: Sleepwalking

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<![CDATA[Diserzioni: Cicli Lunari]]>

la crescita, il mostrarsi,

la decrescita, il nascondersi

la pienezza, l’assenza,

come cicli lunari

come tutto ciò che vive

come il nostro respiro

come il suono che amiamo

 

Synkro: Lunar Cycle (Phase I)

Edisonnoside: Step Out Of The Mist

Samuke: You Link

Pablo Nouvelle:  All I Need

Liar: Garland Noose

ENiGMA Dubz:  Ready To Be With You

kyddiekafka: blue eyes

my.head: Vacuum

Burial:  Stolen Dog (Asiah Edit)

VVV: Lannis In Recovery

Yves Tumor: Perdition

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<![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]>

Usare il suono al pari di una matrice su cui allineare gli elementi che sviluppandosi andranno a comporre la formula algebrica capace di unire calcolo matematico e purezza visionaria, una costruzione virtuale che passa attraverso la musica trasformandosi in visione. Andiamo a conoscere Edisonnoside, uno di questi alchimisti abitanti dell'universo virtuale, li dove l'esperienza immersiva è regola.

 

First of all: spiegami il significato del tuo moniker, sempre ne abbia uno.

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<![CDATA[Diserzioni: Nel caos dell'inquietudine]]>

Calarsi a proprio agio

nel caos dell'inquietudine

perché è lì che scopri

la forma non definita

della bellezza del suono



Max Cooper: Order From Chaos

Soulsavers: Hal (wolfgang Voigt Mix)

Aether x Pensees – Nocturne

OGLΛK: Love Can't Be Defeated

Onhold: Lost Touch.

Om Unit: The Lake

Sister Grott: Videotape

Motorama: Deep

r.roo: again and again

Bohren & Der Club Of Gore: Maximum Black

Fogh Depot: Oscar

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<![CDATA["Dubstep" di Giuliano Delli Paoli]]>

Guardate con attenzione la copertina di questo libro. Un'ombra si proietta sulla metropoli.

Un'immagine scelta, o almeno a me così è sembrato, perchè esprime un “mood”. Un modo di essere dettato dall'ascolto di sonorità cosiddette “introspettive”, quelle che invitano a guardarti dentro. All'introspettivo capita spesso di avere visioni totalmente inaspettate di se stesso che gli vien da pensare: “non sono io, deve essere la mia ombra”.

Convivere con le mie ombre è una delle cose che questo suono mi ha insegnato. Ho sempre prediletto la musica intimista e il dubstep soprattutto quello “buraliano” è stata l'ultima di queste passioni sonore. Prima di queste sonorità molte altre mi avevano insegnato l'introspezione: la dark wave, il trip hop, il post rock/ shoegaze, l' elettronica d'ascolto (idm e ambient), downtempo...ora il post dubstep ha ereditato qualcosa da ognuna di esse, ha comunicato e comunica vuoto e malessere, freddezza e bisogno d'umano, frigidità e sensualità da una nuova e più attuale prospettiva.

L'allungamento dei bassi è il faro di segnalazione ma tutto intorno traballano un mare di rumori e silenzi, di voci fantasmatiche e tastiere oniriche, di echi melodici e ritmi lenti e asincroni, come fossimo a bagno nel liquido amniotico che ci nutre delle inquietudini di questo nuovo millenio. E proprio questa capacità di assorbire ogni luce e restituire solo ombre che da subito mi ha attratto. Le ombre dello sfruttamento precario, della miseria crescente (materiale e umana), dell’incertezza di un futuro, messe in musica.

Il dubstep sembra quindi più un mood, un umore che uno stile musicale. Un sentire nato a Londra e in Inghilterra ma oramai diventato mondiale. Un virus che ha intaccato ogni genere underground e non solo.

Dopo oltre quindici anni dalla nascita del dubstep ancora mancava (almeno in Italia) un indagine su questi suoni. Mancanza colmata da questa pubblicazione della Crac edizioni.

Un libro che ripercorre le origini e le mutazioni di questo fenomeno musicale, indispensabile per capire l'essenza di un mood che continua ad evolversi in mille rivoli sonori.

Resta un'interrogativo: cosa vede quell'ombra che si stende nella metropoli, o meglio che si stende nella rete globale odierna. Cosa la fa allungare come i bassi che l'accomapagnano. Lo scopriremo aiutati da questo “Dubstep. Burial e altre alchimie sonore” di Giuliano Delli Paoli. Lo scopriremo continuando ad ascoltare questi suoni.

Buona lettura quindi e buon ascolto!

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<![CDATA[Diserzioni: Il Suono dell’ombra]]>

non t'abbandona mai

quella protesi oscura

che s'allunga e si restringe

e proietta te stesso

dando forma all'ombra

della tua anima sonora

 

AMyn: Best Heard in Shadows

Sieren: Relicts

Kiro Rox: My Light

Burial: Young Death

Sorrow. Arisen

Nite Flights: Take Off (CVRL Remix)

Sloati: October Wind

Opium Camp: Travel

Mieke: Small Talk

Neskre: Saviour

Subheim: Trails

Stefano Pasqualin: Il Mondo Dalla Collina Di Sherwood Festiva

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<![CDATA[Diserzioni: Lasciami volare]]>

Il suono m'accompagna

quando cado giù

nel mio cuore di tenebra

ma anche quando m'arrampico

per lasciar volare alto

la mia immaginazione


 

Banshee: High Let Me Fly

Da Vosk Docta: Medusa

ZeM: Love Fever

DubSp∆ce x_Tru.anT: Alone

Ghostek: November

Neurosplit: N98

Solve: Witch

goldy47: Pull up

DPS Beats: Piano pulse

Sheltered - Grieve (Intro)Sheltered

John Beltran:  Everything at Once

Fred P:  Fly High

Dedekind Cut: ☯

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<![CDATA[L’accecante amore per l'ancora rock]]>

“Brothers” è il titolo di una traccia tratta dalla colonna sonora di Paris, Texas, film Palma d'Oro nel 1984 firmato Wim Wenders con  Ry Cooder come compositore della colonna sonora. Un'atmosfera che senz'altro molti conoscono, suoni che rimangono sospesi nel silenzio assordante di una cittadina dal nome altisonante, persa nel cuore polveroso di un deserto che sa accecare di bellezza e solitudine. Brothers come Hermanos, due fratelli che ad ascoltarli sembrano usciti da un isolamento salvifico, appartati in una immaginaria città ai bordi di un fascinoso e solitario mood musicale.

 

Partiamo con una definizione: Rock/Wave. Cosa significa e che reale importanza ha per voi questo termine.

Come capita spesso, le etichette danno qualche indicazione, ma non dicono tutto. Per noi il riferimento è ad un certo rock dei primi anni ’80  che si allontanava dalla tradizione in modo tale che già  allora definirlo rock risultava riduttivo. Siamo comunque legati da sempre ai suoni dei primi U2, quelli di Boy e October, a quelle atmosfere. Ma anche ad altri gruppi più  decisamente  new wave come Lotus Eaters,  Tears For Fears, Talk Talk e Prefab Sprout.

Ho citato il termine non a caso, visto che molti definiscono la vostra musica rock-wave. Per tal motivo sono interessato a capire meglio cosa ancora vi lega a questo genere e, cosa importante, se riuscite ancora a ricevere quel giusto impulso creativo da un suono che, per certi aspetti, ha esaurito il suo compito primario di istigazione e sollecitazione all'alternatività .

Noi siamo cresciuti con quei suoni e quelle atmosfere, siamo poi passati attraverso altri generi, abbiamo esplorato mondi musicali diversi ma ancora dopo molti anni il suono che esce dai nostri strumenti è quello. D’altra parte ci siamo sempre preoccupati più dell’aspetto evocativo della musica, per questo utilizziamo un genere se è funzionale all ’ immagine che vogliamo creare.

I fratelli Brussato che traducono il loro nome in un misto di espressioni ispaniche e anglosassoni. Una sorta di introduzione al vostro mondo?

Nostra madre da piccoli  ci parlava in spagnolo, siamo rimasti folgorati dai western B–movies italiani e dalle immagini che i registi italiani ci hanno dato di quel mondo, totalmente affascinati dalle colonne sonore di Morricone e da tutti quei gruppi che hanno saputo mescolare i generi senza preoccuparsi troppo dell’etichetta (Calexico).

Qual'è la vostra storia.

Suoniamo assieme dai primi '90 e con noi si sono avvicendati vari batteristi. Siamo passati attraverso il metal, il rock e l’elettronica senza mai restare strettamente legati ad un genere specifico.  Questo forse è  stato il nostro più grande limite ma anche la molla che ci ha fatto sempre andare avanti, permettendoci di fare ciò che ci piaceva. Alcuni anni fa con il progetto “Mendoza”, in seguito alla morte del nostro storico batterista, terminammo  il nostro percorso. Poi lo scorso inverno, ancora una volta assieme chiusi in studio, abbiamo cominciato a suonare e, senza prefiggerci una meta, abbiamo ripreso a viaggiare. Così  è  uscito “Blinding Love”.

Da dove giungete musicalmente parlando, chi vi ha fatto da balia e cresciuto attraverso gli altoparlanti dei vostri hi-fi?

A casa nostra si è  sempre ascoltata tanta musica, soprattutto per merito di nostra madre che aveva un giradischi portatile e soprattutto tanti 45 giri in vinile. Ma la folgorazione è  avvenuta con Sunday Bloody Sunday e New Year’s Day degli U2.

Vi ritenete sopravvissuti del suono indie o preferite immaginarvi nuovi rockers, interpreti di un mondo mai del tutto dimenticato?

Sinceramente non ci siamo mai posti la domanda, credo si sia dei vecchi musicisti  non nostalgici.

La mia tarda età solitamente fa da filtro al suono che ascolto ma devo confessare che con il vostro album le usuali barriere sono rimaste abbassate per lasciar fluire il piacere creato da un lavoro interessante, per nulla scontato anche se rock-oriented. Blinding Love contiene alcuni pezzi che da soli rappresentano le chiavi di volta di un disco costruito nel modo dei modi possibili. Personalmente le ho riscontrate in Chili Groove – tangueri chillosi che si avvinghiano su accordi di chitarre mediate dalla fusion e dal latin-jazz.  Dust e Blinding Love - commovente manifesto new-wave con spruzzate pop -. Stars - celebrazione della neo-psychedelica desertica americana degli anni '80 -. Sentiamo il vostro parere, portateci dentro il vostro nuovo disco.

Hai detto tutto in queste poche righe!   Dentro Blinding love c’è una buona parte del nostro mondo, i componimenti sono legati assieme solo dall’ immagine che abbiamo di questo mondo, per cui  c’è il deserto, il caldo,  la polvere, l’acqua che la dilava, la notte stellata lontano dalle luci accecanti della città. C’è la lontananza, il senso di vuoto, la solitudine. Se pensi a questo, secondo noi, un pezzo come Dust può stare con l’ ironica indolenza di La Danza de Los Mosquitos. E mi fa piacere che tu abbia colto il riferimento di D-Stars, perché è proprio li che volevamo andare a parare. Scherzando, potrei dire : gli U2 che incontrano l’ America di The Joshua Tree , dove bazzicano i Kyuss ed E.Morricone che scrive le Musiche per “Il mio Nome e nessuno” con Terence Hill.

Una curiosità a proposito dei suoni contenuti in Blinding Love. Ascoltando Salsa Guaca non può non saltare all'orecchio un'assonanza con certe sonorità usate dai Tuxedo Moon. E' un tributo o solo una coincidenza?

Una coincidenza direi visto che colpevolmente non conosciamo i Tuxedo Moon (che a questo punto mi andrò ad ascoltare). Direi che abbiamo più pensato ai Beasty Boys di “Paul’s Boutique”. Sono sempre rimasto affascinato dai gruppi che hanno saputo mescolare I generi senza risultare mai fuori luogo.

Domanda tecnica per gli appassionati: come vi dividete i compiti in sala registrazione? Dal vivo vi fate aiutare da altri musicisti o siete solo e sempre voi due?

In studio io (Giorgio) preparo dei groove e poi cominciamo a suonarci sopra improvvisando, registriamo sempre tutto e poi ci concentriamo sulle idee che più ci convincono. Poi , una volta scelta la direzione da far prendere al pezzo, faccio suonare un bel po ‘  di Take di chitarra a mio fratello . In seguito taglio, cucio e aggiungo le tastiere. Dal vivo, oltre alle sequenze, ci sarà  almeno un batterista “vero”, perché comunque in fondo restiamo sempre rockers!

Quali le sollecitazioni che vi aiutano a scrivere i vostri brani?

Con Blinding love è  venuto tutto molto spontaneamente ci siamo solo lasciati guidare dalle immagini, che come detto, ci eravamo dati e alle quali siamo comunque legati culturalmente. Mio fratello (Roberto), lo scorso inverno,  era stato nella contea di Orange a Los Angeles e aveva fatto alcune foto (che poi sono finite nella copertina) e anche quelle ci hanno aiutato.

Testi: di che si parla, hanno rilevanza basilare o servono solo da corollario per creare al meglio l'atmosfera?

I testi possono anche essere slegati come argomento trattato, ma mi lascio comunque guidare dalle immagini e dal mood creato dalla musica. Per me sono comunque molto importanti e non lascio mai le parole al caso.

Quale la vostra percezione rispetto al mondo musicale italiano, come lo vedete dalla vostra postazione?

Siamo vecchi e disincantati e forse per questo ci divertiamo ancora. Non vorrei sembrare superficiale, ma ci piace pensarci come musicisti internazionali, non per il riconoscimento che abbiamo, ovviamente, ma piuttosto perché ci confrontiamo attraverso la rete con musicisti di tutto il mondo è questo per me è molto più  affascinante e stimolante.

Blinding Love dal vivo dove e quando?

Per ora solo prove tranne il live del 2 Dicembre per la presentazione del disco. Stiamo adattando i pezzi per essere suonati in tre e ci piacerebbe comunque restituire live l’atmosfera del disco.

Ultima domanda: quanto conta l'equilibrismo nel saper creare ottimo rock-sound, per nulla scontato e di buona fattura?

Equilibrio! Si giusto! Credo proprio ci voglia anche questo. Equilibrio,  buon gusto e la voglia comunque di osare, senza essere per forza contro o volgari,  e di questa voglia purtroppo, ne vedo sempre meno in giro.

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<![CDATA[The Blackbeat - Grindadrap]]>

Porfirio sosteneva che: gli Animali non solo comunicano i flussi e i movimenti plurali dell’anima, ma pensano al loro vissuto interiore prima di emettere la voce.

Deleuze ci dice nel suo Abecedario: Cosa mi affascina di un animale? La prima cosa è che ogni animale ha un mondo. E’ curioso, perché ci sono un sacco di enti umani che non hanno mondo, ambiente, vivono una vita qualunque.

Kafka nella metamorfosi ci racconta il senso del divenire-scarafaggio del protagonista del racconto, Gregor Samsa, inteso come un processo metamorfico per accedere ad una via d’uscita da una situazione antropica insostenibile.

Secondo zoologi, geologi, climatologi e oceanografi siamo ormai entrati nell’ Antropocene, l’era geologica del pianeta determinata dalle attività umane che rendono il clima instabile bruciando idrocarburi, e minacciano la sopravvivenza di tutte le specie, inclusa quella umana. Insomma trovare una via di fuga da una situazione antropica insostenibile non è più solo un'esigenza kafkiana ma oramai un'esigenza improrogabile e necessaria.

Nonostante questo esistono malvagità che dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, come l’umano abbia perso ogni sensazione di appartenere ad un mondo che contiene molti altri mondi.

Ad esempio la pratica della Grindadrap è una delle più macabre e violente tradizioni ancora in atto tra le popolazioni delle Isole Faroe nella civile Danimarca Europea durante la quale, ogni anno, vengono massacrati centinaia di globicefali. Le immagini di tale mattanza ormai sono sotto gli occhi di tutti, la rete implacabile le diffonde regolarmente. 

Fortunatamente esistono anche umani che non hanno dimenticato che il mondo contiene molti mondi e che questa biodiversità è la bellezza della vita. Ad esempio ci sono gli attivisti di Sea Shepherd con le loro battaglie, ci sono artisti che per sostenerli non hanno paura di guardare nel buio delle malvagità umane cercando di combatterle attraverso la bellezza della loro arte.

GRINDADRAP - the BLACKBEAT from Giorgio Ricci on Vimeo.

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Questo video nasce dall'esigenza di diffondere ulteriormente attraverso altri canali, non necessariamente documentativi, una denuncia contro questa atrocità utilizzando un linguaggio più vicino alla videoart.

Elemento fondamentale di questo lavoro è Alice Rusconi Bodin, attivista volontaria di Sea Shepherd, organizzazione da sempre in prima linea per la difesa dei mari, che ha vissuto direttamente l'esperienza della grindadrap quando con altri attivisti ha fatto scudo tra gli abitanti delle Faroe, armati di uncini e coltelli, e le balene portate a riva dalle barche. Alice ha un background di danza contemporanea unita ad altre esperienze nel campo dell'arte. Il video prova a descrivere, attraverso il movimento del corpo, l'esperienza drammatica e traumatica che questi preziosi animali si trovano ad affrontare. La voce di Romina Salvadori (Estasia, Ran..) utilizza un testo scritto da Captain Paul Watson, fondatore di Sea Shepherd mentre la parte sonora è curata dai Blackbeat.

Blackbeat è un progetto di Giorgio Ricci, Simone Scarani e Massimiliano Griggio un vero e proprio collettivo che si occupa di produzioni multimediali e discografiche sotto svariati nomi: First Black Pope, Templebeat, Monosonik, Templezone e inoltre hanno collaborato con band europee quali Wumpscut, Suicide Commando, Tying Tiffany, Delenda Noia e altri ancora. 

Il video di Grindadrap vede anche la collaborazione di Luciano Calore alla direzione della fotografia e Lara Guerra al Make up.

Quando accade che attivismo ed arte si intersecano, cosa che avviene assai raramente in questi ultimi anni, quando una danza riesce a creare profonda empatia con l'altro da sè, quando succede che voce e suono si ritrovano per ricreare sintonie già sperimentate e amate, quando una eclissi sonora riesce ad illuminare di risplendente bellezza, ecco che la speranza di trovare vie d’uscita da questo mondo malato si riaccende magicamente. Che poi è lo scopo di questo splendido lavoro.

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<![CDATA[Diserzioni:Orchestra per viaggi mentali]]>

Chiudi gli occhi e viaggia.

Separa dal corpo la mente,

lasciala vagare nell’infinito suono

di una suggestiva e inquieta

orchestra immaginaria

 

Adam Kroll: Orchestral_Mindtrip

Michael Afanasyev: The Path

Deadzone: When There Are No Words

OAKK: sleepless

Lux Natura: Our Backs To The Sun

BeGun: Nari

Zemfira: Земфира: Житьвтвоейголове (Limitless Wave Remix)

Limitless Wave: Storm Inside

IM: I Won't Ask How Are You Doing

Focus on the Breath: Apnea

Steve_Hauschildt: Same_River_Twice

Mischa Blanos: Stoic Dance

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<![CDATA[Homo Electronicus]]>

Autunno è giunto e con esso la nebbia sulle irte paline (pali d'ormeggio nei canali veneziani) che piovigginando sale così come sale il bisogno improvviso di analizzare l'influenza della materia elettronica che permea la vita di certi ascoltatori.

In questa stranamente calda e nebbiosa mattinata di Novembre appare una domanda: può un percorso legato all'ascolto elettronico intenso, quel lento dilagare lungo vie frequentate da pochi, lì dove sorgono suoni non convenzionali, antitetici di natura, spigolosi e odiosi, sintomaticamente esplosivi e sintetici, musiche anni luce lontane da qualsiasi melodia fischiettabile o da eseguire come bandiera o svago, partiture nate avanti in un tempo ancora a venire, possono mi chiedo, condizionare il punto di vista generale di un Homo Electronicus?

Ultimamente sto notando l'amplificazione di sintomi che da sempre hanno accompagnato la mia esistenza e reso sensibile nei confronti dei rapporti con i miei simili. Analizzando con dovizia le cause che impongono calma e obiettività nel trattare questo argomento, sono giunto alla conclusione che gran parte del carico causato dalla mancata empatia verso l'altro, è la mancanza di sintonia sonica.

Decido di suddividere in categorie le persone, giusto per semplificare e scorgo alcuni tòpos (pur sempre matematico è il suddividere) raggruppati in: gli infrequentabili, i medi che nulla accettano, i possibili amici, i veri fratelli e i veri impossibili fratelli.

*Gli Infrequentabili, la parola stessa lo dice, sono persone che nulla di nulla di nulla hanno in comune con te. Ascoltano suoni inqualificabili e questo azzera le possibilità empatiche sul nascere.
*I Medi sono coloro che pensi possano forse aver qualche tratto in comune con te, tratto che scompare al primo reale confronto per mancanza di apertura mentale su qualsiasi argomento. Ascoltano rock desueto, lontanissimo nel tempo, morto..
*I Possibili Amici sono coloro con cui tratti qualsiasi argomento, scendi anche in profondità ma riesci a toccare solo il fondo, senza scendere oltre il limite concesso. Ascoltano di tutto ad ottimo livello ma la mescolanza di stili te li rende insopportabili, specie quando attaccano a parlarti di Zappa collegandolo agli Iron Maiden passando per il Kronos Quartet e Cage.
*I Veri Fratelli sono coloro con i quali ti riconosci subito, gente che ha eliminato i fronzoli e punta subito al sodo. Con loro puoi parlare di tutto e tutto viene recepito in un battibaleno. Letture, suoni, arte, filmografie, vissuto; una favola. Ascoltano esattamente ciò che ascolti tu e hanno ascoltato esattamente ciò che tu hai ascoltato.
*I Veri Impossibili Fratelli sono coloro che andrebbero oltre la soglia del Vero Fratello. Avrebbero potenzialità superiori, detengono esplosiva capacità empatica ma assolutamente e sfortunatamente, non comprendono il tuo linguaggio di Homo Electronicus.
La musica che si ascolta - o non si ascolta affatto - è lo specchio di chi si è. Oramai ho la certezza dell'infallibilità di questa tesi. Dietro l'ascolto - o l'assenza di esso - si nasconde la persona che hai di fronte, il percorso musicale è il percorso di crescita non solo sonoro fatto da quella persona, un viaggio che può avere molti punti in comune con il tuo o non averne affatto.

Tornando ai Veri Impossibili Fratelli, creando degli esempi semplificativi: se il tuo interlocutore non ha neanche la minima idea di cosa sia una digital label nè che tipo di suoni proponga. Se non riesce a recepire musicalità che non siano classicamente catalogate in schemi. Se non conosce le regole Creative Commons pur creando musica e arte. Se pur giovane o molto giovane - e questa è la categoria peggiore - senti e vedi (e soffri) che si pone anni addietro rispetto alle tue attuali proposte da oramai anziano ascoltatore e lo fa convinto di produrre innovazione, se comunque tenti di spiegare chi sei e cosa fai ad interlocutori troppo legati a canoni (per loro) d'avanguardia libertaria e sonora morti e sepolti decenni addietro, se continuamente succede di fare i conti con queste figure significa che qualcosa non funziona o sei in un posto sbagliato, lontano anni luce da dove dovresti trovarti...e questo succede 9 volte su 10.
Molti penseranno questa sia paranoia o leggerezza dello scrivente nella considerazione delle persone ma posso assicurare che personalmente valuto assai bene e con calma chi ho davanti prima di aprire le porte dei miei appartamenti e posso altresì assicurare che l'esperienza oramai mi ha insegnato.
Si continua quindi a vivere appartati con qualche piccolo e magnifico sprazzo luminoso che si accende di ancor più abbagliante mistero quando l'alchimia raggiunge l'apice dell'insondabile che succede, della sorpresa che si tramuta in realtà artistica.
Per il resto si vive come unici numeri romani, chiusi dentro un angusto spazio di prezioso marmo rovinato dal tempo, numeri solitari assai vicini ad altri ma pur sempre separati.

ATTENZIONE: I video scelti a correlare l'articolo appartengo ad ascolti (per molti IN) sostenibili per pochi

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<![CDATA[Diserzioni: Quando arriva l'inverno]]>

Lo senti? E’ pungente

e giunge freddo nell’aria,

austero e solitario,

con gli occhi che lacrimano

e quei lunghi tramonti chiaroscuri:

è il suono dell'inverno che arriva


Grayera: When Winter Begins

Broken: An End Of The Beginning

Vacant: Realm

Zomby: Tenkyuu (Feat. Hong Kong Express)

(((O))) : ЦветыЗла

Shlohmo: Alone_With_Me

Gxitt: Suffocate

Distance: Sink Or Swim

Blay Vision: DT Dutty

Submerse: Tears

Rabit & Dedekind Cut–R&D-IV

Sangam: Blurred

Helios: Isostacy

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<![CDATA[Libri da Bruciare]]>

“È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.” (Ray Bradbury)

Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.” (Philip Roth)

 

 Fabrizio Loschi, la prima ovvia domanda che intendo porti in quanto parte di questo nuovo collettivo editoriale riguarda ovviamente la follia. Quale genere di folgorazione collettiva coglie chi decide, in un paese letteralmente allo sbando anche in campo editoriale e per quanto riguarda il numero sempre minore di persone che acquista e legge libri, decide – dicevo - di aprire una nuova casa editrice e non solo letteraria.

 Libri da Bruciare nasce come conseguenza ad uno “stato delle cose”; una fase storica, questa che tutti noi viviamo, dove si tende a pubblicare consenso o, in alternativa, dissenso ammaestrato. Sono figlio della stagione fertile delle fanzine, delle autoproduzioni, dei libri fatti in casa; dell'urgenza delle idee e del dare loro un corpo. Tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso l'esperienza editoriale in Italia e in Europa è stata un incredibile laboratorio culturale; un momento dove abbiamo assistito alla fusione di musica, pensiero filosofico e molteplici altre discipline artistiche. L'avanguardia era davvero alla portata di tutti, bastava entrare in libreria o andare dall'edicolante sotto casa, era sufficiente essere curiosi; dote rara di questi tempi, anche se si vive nell'illusione collettiva dell'iper informazione. Oggi lo stesso materiale non troverebbe vie di diffusione, anzi si finirebbe probabilmente tutti in tribunale. E' stata una stagione irripetibile di cui ancora adesso vediamo le conseguenze, le costolarità; ma sono eco opache che ci arrivano da un tempo finito. Libri da Bruciare nasce a tavola, da un momento conviviale tra amici. Un piccolo gruppo eterogeneo, un carotaggio di umanità superstite. Siamo perfettamente consapevoli di aver intrapreso un'azione suicida, o perlomeno fortemente masochista, ma la voglia di dare voce a pensieri “altri e alti”, in forma tipografica o sonora, si è evoluta in necessità. Fondare Libri da Bruciare è stato sostanzialmente un gesto artistico: un'azione di neosituazionismo post industriale.

Libri da Bruciare: quale è stata la spinta propulsiva e come siete riusciti a creare dal nulla una realtà culturale di non facile realizzazione.

 La spinta, o motivazione iniziale è semplice. Circa due anni fa sono stato contattato da un importante gruppo di stampatori italiani che mi aveva proposto la direzione artistica della loro casa editrice. Ho lavorato parecchio per organizzare un progetto che prevedesse tipologia di investimento, rientri, ripartizione degli utili con gli autori, tempistiche ecc. Ma quando ho proposto il primo titolo (uno splendido libro di grafica che pubblicheremo noi a breve) mi è stato risposto che il loro pubblico avrebbe potuto fraintendere e che loro non erano disposti a "rischiare"; quindi mi è stato chiesto di passare alla seconda proposta. Ovviamente mi sono molto arrabbiato e sono uscito senza più rientrare. Ho lasciato che passasse qualche mese, in altri casi si potrebbe parlare di elaborazione del lutto, poi ho fatto la mia proposta ad un gruppo di amici. Ci siamo autotassati istituendo un'Associazione Culturale senza scopo di lucro, infatti tesseriamo i nostri lettori e le librerie che decidono di lavorare con noi; è l'unica modalità legale per iniziare a lavorare senza spendere troppi soldi nella fondazione di una nuova società.

Chi ha appiccato il fuoco sacro, chi siete e che percorsi avete?

 Se, come ti dicevo, è esistita una motivazione iniziale definirei il nostro agire come un "girotondo tra incendiari"; individualismi che scontrandosi danno vita ad un'azione corale. Siamo otto persone che provengono da ambienti sociali, politici e culturali molto diversi e spesso in contrasto tra loro; siamo un piccolo gruppo di amici che hanno in comune l'amore per il pensiero individuale, per l'arte in ogni sua forma espressiva e che riconoscono il loro agire nella definizione "non allineati e non collaborazionisti"

 


Il nome che avete dato alla casa editrice son certo creerà dibattiti a non finire tra gli amanti e i detrattori dell'arte provocatoria. Perchè “Libri da Bruciare”, una definizione che simultaneamente porta alla memoria roghi mai veramente spenti o storie colme di calore ad alto grado nella scala Fahrenheit. In realtà so che esiste un'idea di fondo ed una solida spiegazione.

 Libri da Bruciare è una provocazione dichiarata, voluta e consapevole. Ogni volta che una dittatura prende il sopravvento sulla società che la genera, la prima azione che viene messa in atto è fare tabula rasa delle idee o memorie definite ostili. Il consenso generalizzato è da sempre il primo obbiettivo di ogni dittatura. Il consenso generalizzato è un'arma di distruzione quanto di distrazione di massa. La storia millenaria dell'umanità ce lo dimostra e anche oggi nel terzo millennio dell'orgoglio da onanismo tecnologico le cose restano immutate. Ogni volta che si distrugge scenzientemente un libro, uno spazio o un'opera d'arte, per quanto a noi possa apparire lontana o avversa, vince solo l'afrore della mediocrità intellettuale e la pochezza, espressioni dirette di ogni partiismo. I Libri da Bruciare siamo noi; siamo consapevoli di essere l'elemento sacrificabile sull'ara del libero pensiero.

Conoscendo il tuo agire e quello degli artisti che frequentano il vostro circolo culturale, so che il termine trasversale è la chiave d'entrata che aiuta a capire il vostro pensiero, lo stesso che vi ha spinto ad inaugurare una casa editrice. Un pensiero forte che non tiene conto delle matrici politico-culturali ma le rifugge, va oltre, cerca una nuova via espressiva che sia realmente libera da schemi nei quali bene o male tutti noi siamo da sempre legati. Un'operazione non facile, ad alta gradazione provocatoriamente utòpica. Spiegami.

 Ognuno di noi, intendo il gruppo degli incendiari fondatori, ha una storia personale fatta di appartenenze a gruppi, simboli, ideologie dei quali si sente profondamente orfano. Non riteniamo possibile attuare, o perlomeno tentare, l'elaborazione di un nuovo pensiero se la "rivoluzione" non inizia da noi come singoli. Tutti noi conveniamo che in questi ultimi venti anni sia stato messo in atto un processo di disinnesco progressivo di ogni ideologia attraverso una lobotomia collettiva che vede la comunicazione di massa tra i colpevoli più accreditati. Abbiamo provato sulla nostra pelle i pesi e le sconfitte ereditate da dogmi del secolo scorso; oggi mi onoro di condividere il mio tempo, le mie elucubrazioni e la mia tavola con persone che in tempi passati avrei definito nemici. Il pensiero individuale è la vera forma di terrorismo culturale perseguibile oggi; e questo è un pensiero che mi pregio di avere forgiato in tempi non sospetti, molto prima di Libri da Bruciare. La trasversalità è l'elemento fondamentale per un agire longevo e scevro da preclusioni intellettuali. Fare cultura è fare politica, quindi aprirsi, a proprio rischio e pericolo, all'altrui giudizio. Non sono un utopista, anzi a volte vengo accusato di eccesso di pragmatismo, ma l'arte è sempre un sogno suicida che diviene materia attraverso un progetto. Il nostro progetto è portare in superfice l'esperienza umana dell'etereroglossia; dissenso compreso ovviamente.

 In relazione a quanto detto, credi l'uso della provocazione abbia ancora un valore e un senso. Avete pensato di attuarla in qualche modo all'interno delle uscite legate alla casa editrice?

 La provocazione ha un senso solo se anticipa un progetto, se dietro al gesto teatrale albeggia un divenire. Oggi si provoca spesso in modo gratuito ma il risultato è solo una comicità da guitti, come pulviscolo che non sedimenta mai; boutades di basso teatro gestite più per distrarre che per generare riflessioni. Siamo nell'epoca del comico tuttologo, del cuoco filosofo e urbanista, delle divinazioni da telecomando. Io tutto questo lo trovo inquietante, ridicolo oltre che terribilmente pericoloso. Naturalmente queste posizioni hanno un forte riflesso sulle nostre proposte e sono il motivo per cui, nonostante l'abbondanza di materiale che ci è già pervenuto, continuiamo un'opera di selezione attentissima: pochi titoli molto meditati e fortemente voluti.

Torniamo ai Libri da Bruciare e alle prime due uscite nella collana i Cerini. Puoi illustrarcele?

 Il primo titolo che abbiamo pubblicato è "Lunga vita al Genius Loci" di Gianruggero Manzoni, un intellettuale che non ha certo bisogno di presentazioni, visto la sua ricchissima biografia; un personaggio complesso quanto poliedrico che si è espresso negli anni in più discipline dalla scrittura alla critica d'arte senza dimenticare la sua attività pittorica. Il saggio che abbiamo pubblicato è un’opera che amo definire inversamente proporzionale, vista la forma editoriale tascabile in contrapposizione al contenuto. Lo sintetizzo, per amore di brevità, come l'anticamera ragionata al dissenso organizzato. E' davvero uno scritto di grande spessore dove l'autore, senza ambire a conclusioni pregiudiziali, accompagna il lettore nella disanima di una contemporaneità malata ed influenzata dai poteri mercantili e massmediatici. Un libro denso e documentatissimo che permette al lettore diverse direzioni di ricerca personale. Il secondo titolo uscito per la collana "i Cerini" è "Phabulae" l'esordio editoriale di Stefano Bonfreschi; più che una serie di racconti brevi lo definirei una modalità di racconto. Si tratta di una serie di scritti che l'autore modenese ha raccolto in trent'anni di gelosa pazienza e dove confluiscono tutti i temi fondanti della sua formazione culturale. Nell’italiano di Bonfreschi, usato con grande gusto e parsimonia, si ritrova un mondo; quello di una Italia minuta che vive di sottili ombre metafisiche, nutrendosi di mutevoli nuvole, e che oggi ci appare lontanissima. Le Phabulae potrebbero essere le esatte trascrizioni di antiche leggende popolari invece sono belle cartoline, spedite in tempi remoti, da un mondo che oggi non esiste più; la fantasia incantata della curiosità più colta. Credo che questo libro si possa definire una piccola perla ed un esordio folgorante.

So che ci sono già altre uscite in programma e non solo letterarie, puoi darci alcuni ragguagli in anteprima?

 Posso anticipare che le prossime uscite saranno i due titoli che andranno a inaugurare la collana "Molotov"(formato 29 x 29 cm.) dedicata alle arti visive, pittura, grafica e fotografia; a seguire i primi due titoli della collana "suoni da Bruciare"; una serie di supporti fonografici in forma, per ora. di cd. che tendono al far emergere ricerche condotte su territori sonori, il termine musicale sarebbe riduttivo, non ancora esausti. Mi scuso per la riservatezza sui nuovi titoli ma da neofiti stiamo affrontando l'esperienza del contratto editoriale e preferiamo mantenere un adeguato riserbo su autori e pubblicazioni fino a che l'opera non avrà trovato forma e produzione definitiva.

Come avete organizzato la vendita del catalogo, i vari titoli si potranno trovare nelle librerie e/o negozi di dischi della penisola?

 Possiamo dire che ci troviamo agli albori di noi stessi, siamo solo all'inizio di un percorso a noi molto chiaro come direzione, ma terribilmente accidentato. I nostri libri, e non solo, si possono acquistare direttamente attraverso il nostro sito www.libridabruciare.it ; abbiamo scartato le offerte dei vari distributori, compreso quelli digitali, imponendoci un capillare lavoro di ricerca sulle librerie indipendenti. Il nostro obiettivo sarebbe quello di avere, come punto di riferimento fisico, una libreria indipendente in ogni città... ma siamo solo all'inizio e la strada è lunghissima.

Fabrizio Loschi, indomabile e libero artista quale la tua previsione, sarà un fuoco breve ma di forte intensità o le braci arderanno a lungo e per molto tempo, continuando a scaldare il pensiero dei molti errabondi naufraghi in questo mare di precotta e inscatolata cultura.

 Ciò che penso sullo stato dell'arte nel triste panorama del nostro accadente è manifesto da tempo; l'esperienza oramai decennale di Democratura parla da sola: il dissenso non paga. Non ci aspettiamo certo dei risultati imprenditoriali esaltanti e sicuramente questa di Libri da Bruciare è un'azione dove il pareggio di bilancio sarebbe visto come un successo. Non abbiamo altri sponsor oltre noi stessi e siamo orgogliosi di non vantare alcun appoggio di tipo partitico; detto questo non posso negare uno straordinario desiderio di continuità, ulteriormente motivato dalla lettura e dall'ascolto di opere e autori di cui conoscevo poco o niente. Permettere all'arte di manifestarsi nella sua incondizionata libertà di espressione è a sua volta una forma d'arte. Noi generiamo ciò che ci nutre.

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<![CDATA[Diserzioni: Finché cade la notte]]>

E' così che diveniamo malinconici,

con il suono che disegna ombre

per nascondere dal luccicante bagliore

l'intimo bisogno di un silenzio che duri

almeno finché cade la notte

Black Marble: a_million_billion_stars

Carla dal Forno: Fast Moving Cars

Kamandi: Shorty Loves Me

Holod: No mercy

ʞlyK_Bl▲ir:_N¡gh†_P▲††Σrns

¥mŁŁ:▲-▲r▲-Ɵk

Gnothi_Seauton: Moment of silence

Mostapace & Bl∆nc: Nass

Kosmonavt feat. EGO.IS: Control Your Soul

Inner_Sadness: Dawn

Alivvve: Eternity

Phelian: Ashen

Otik: Ember

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<![CDATA[Il silenzio dei tuoi passi (13/Silentes)]]>

la prefazione a cura di Mirco Salvadori:

Venezia è città di ombre. 
Lo è per quell'abitudine sociale che conduce i pochi anziani rimasti di osteria in osteria, a consumare quell'ombra da pochi soldi sommandola alle ciaccole infinite che sgorgano frizzanti come il fresco vino versato nei piccoli bicchieri. Un'allegra confusione velata di malinconia che si plasma con l'andare delle ore nel silenzio di una notte senza tempo, un lungo magico istante nel quale l'Ombra si riappropria della sua vera accezione. Le basta un attimo e dove prima regnava l'orrore della moderna perdizione turistica, lì dove le ferite ancora pulsano per il dolore inferto dall'ignoranza culturale e dal poco rispetto altrui, attorno ai giganteschi cartelloni che indicano la via per il nuovo luna park lagunare, sopra questa fragile ed unica realtà oramai perduta, lei scende. L'oscurità avvolge di solitudine e struggimento quanto di più prezioso un tempo si specchiava dalle rive dei canali. Pensieri questi, avvolti in una sorta di novello pessimismo cosmico che trova riscontro nelle foto di Stefano Gentile capace di colmare con apparente e dilatata calma immagini nelle quali l'individuo ritratto appare isolato, sofferente, anche se si accompagna ai suoi simili. Scatti colmi di lucida verità, persone che procedono solitarie lungo calli deserte, gruppetti illuminati dall'unica luce oramai possibile in una città snaturata: quella artificiale dei pochi negozi ancora aperti. Piccoli nuclei familiari che si affrettano verso mete sicure, mentre l'alta marea ghermisce la striscia di fondamenta rimasta all'asciutto, donne che si sostengono l'un l'altra lungo gli stretti passaggi di una città che sa essere labirinto senza uscita. Coppie che vagano avvolte nel chiaroscuro di un futuro difficile da decifrare, al pari dei graffiti che segnano di insensata confusione la malandata serranda di un negozio chiuso da anni. Giovani immortalati nella loro longilinea silhouette, immobili nell'avanzare del passo, vecchi dall'andatura incerta, curvi come le arcate dei sottoporteghi che li accolgono. Un'umanità del ventunesimo secolo scolpita nell'ombra dominante, solo a sprazzi illuminata dal vuoto elettrico ed accecante di vetrine che lasciano intravvedere ciò che rimane di una realtà un tempo vitale. Sono i nuovi Nighthawks, quei nottambuli cari ad un Hopper dal segno forse troppo metropolitano per la città lagunare ma che racchiude quello stesso dolce ed intenso sentore di spleen contenuto negli scatti del nostro fotografo vittoriese. 
Una storia per immagini tutta da guardare ed ascoltare, grazie anche ai suoni di un intenso Gigi Masin, autore di poesia racchiusa in note che ti accompagnano magiche, lungo i padiglioni di una splendida mostra sospesa tra il silenzio e l'eco soffusa dei tuoi passi.

Mirco Salvadori – Giugno 2016


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<![CDATA[Andrea De Rocco: Diserzioni]]>

Alcuni dicono io sia, assieme al mio fratello 93Max93, colui che ha insegnato ad alcune generazioni collegate via etere il gusto dell'ascolto diverso. Sembra io e Max si sia riusciti a contaminare tante persone con un segnale che per parecchi anni ha invaso la modulazione di frequenza visibile solo ai molti tra i pochi ascoltatori decisi a osare il cambiamento.
Solo alcuni però, tra questi pochi, poi decisero di proseguire quanto noi di "Nocturnal Emission" avevamo iniziato, quasi esistesse una dinastia della condivisione che portava i più appassionati a proseguire l'opera ideata da coloro che per primi si erano inventati un programma dedicato ad una radio utopisticamente dissimile, irregolare, per nulla uguale a quanto si proponeva (e si propone) negli insopportabili palinsesti radiofonici di mezzo mondo.
Ho ancora ben presente i nomi dei vari programmi e le espressioni dei ragazzi che li conducevano, cari amici con i quali tutt'ora ci si confronta musicalmente.
Tra tutti questi pionieri dell'etere però solo uno è riuscito a resistere all'onda d'urto causata dal cambiamento post-2.0, ha tenuto duro dentro quel fortino smilitarizzato dal quale si predicava e si predica tutt'ora la Diserzione senza se e senza ma. Andrea De Rocco è il Disertore, colui che da anni, da molti anni, se ne sta di vedetta, solitario nella sua torretta di osservazione e lancia segnali durante le "...notti insonni dedicate alla feroce passione per il suono...".
"Diserzioni" è l'ultimo nostro intimo baluardo contro l'assimilazione del suono e delle modalità con le quali viene proposto nei network radiofonici. Dal 1989 ad oggi, settimana dopo settimana, cambiando suoni e metodologia di trasmissione, sempre con lo sguardo in avanti e quella poca nostalgia ben celata nei ricordi.
Una trasmissione costruita sui suoni ma anche sulle parole, parole scritte da Andrea e pubblicate sul Blog che prende il nome dal suo programma e trova spazio nella sezione musica e cultura del portale Sherwood.it. Pensieri scritti mentre il suono vaga nella notte, annotazioni di viaggio riunite in una preziosa raccolta prima che il tempo le disperda.
Da buon amico e cattivo maestro del magnifico disertore, da naufrago nello stesso meraviglioso mare perennemente in tempesta , non posso che consigliare la lettura di queste pagine.
Sará un bell'andare, credetemi.

Mirco Salvadori

la versione cartacea del libro  si può acquistare qui:Support independent publishing: Buy this book on Lulu.

PS: nelle pagine del libro compaiono molti e importanti suggerimenti d'ascolto. Aggiungo perciò anche il mio dedicandolo ad Andrea. E' materia da usare durante la lettura di Diserzioni o in notturna, il momento piú bello da dedicare al suono.
A tutt'ora questa è la mia personale scelta d'ascolto dell'anno: The Eye of Time su Denovali.

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