<![CDATA[Narrativa | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/150/narrativa/articles/1 <![CDATA[ReadBabyRead #125 del 16 maggio 2013]]>


Massimo Carlotto

La pista di Campagna (parte 1 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Franco Ventimiglia


Cocaina

di Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio, Giancarlo De Cataldo

Un vero e proprio romanzo, benché composto da tre racconti che scorrono veloci senza che quasi si avvertano le differenze, legati da una sottile linea bianca che regala alla storia una narrazione compatta e fluida che non t’aspetti in un prodotto collettivo.

Un poliziotto ribelle che combatte una banda di trafficanti e si ritrova sempre più solo. Una donna seduta in bar che ripercorre il propria dolorosissima storia d’amore e dipendenza. Un giovane shadow banker che opera per conto di una famiglia mafiosa in affari con il cartello del Sinaloa. Tre personaggi, tre storie diversissime ed esemplari, una sola vera protagonista: la cocaina, dea bianca che muove, intreccia, spezza i destini.
È la droga che più ha influito sulla società dagli anni Ottanta a oggi, è invasiva e trasversale. A raccontarcela in questo libro sono tre grandi autori del noir italiano: Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio, Giancarlo De Cataldo.
L’idea, rivelano a Repubblica, è venuta a De Cataldo: «poi è iniziato un lungo corteggiamento. Mi piaceva fare un ragionamento comune su un fenomeno così potente e invasivo». Al quale i colleghi, accomunati dalla capacità di riconoscere la forza e la pervasività delle correnti criminali che percorrono il nostro Paese, non hanno saputo resistere.

Per l’occasione Carlotto ha riportato sulla pagina l’ispettore Giulio Campagna, e si è preparato con una lunga inchiesta sul campo, nelle città del Nordest: «ho girato all’alba, quando le donne delle pulizie smettono di lavorare e trovano un po’ di consolazione nella striscia consumata in fretta nei locali di periferia dove prendono il caffè. Un tiro e le paure di una vita sempre più precaria sembrano svanire. Lo stesso nei grandi parcheggi dove si ritrovano i lavoratori giornalieri dell’edilizia. O negli autogrill dove gli spacciatori aspettano i camionisti e i piccoli padroncini che si fermano per fare il pieno di benzina e di polvere bianca. Durante il boom era la droga dell’euforia, ora con la crisi è la droga della consolazione».

"Campagna osservò i volti segnati dalla stanchezza e dalla consapevolezza che nulla sarebbe cambiato nelle loro vite. Era proprio vero che la coca la sniffavano tutti, ricchi e poveri, laureati e ignoranti. Ma erano le aspettative che facevano la differenza. L’avvocato padovano che aveva arrestato insieme ai suoi amici il mese prima si era limitato ad alzare un sopracciglio. I giornali ne avevano scritto per giorni perché la Padova bene faceva sempre notizia. Ma le persone coinvolte si proteggevano a vicenda formando un’unica rete, e non sarebbe successo nulla perché gli interessi da difendere erano ben definiti. La coca serviva solo ad ammazzare la noia con un po’ di trasgressione nei salotti buoni dove ormai i pusher magrebini erano di casa.
Ma quegli sfigati che si spaccavano il culo pagati a ore o a metro quadro, arrampicati sui ponteggi, vivevano su un altro pianeta dove alzarsi tutte le mattine alle quattro era un motivo piú che sufficiente per sniffare un po’ della coca stratagliata di Pizzo.
Campagna li guardava e si sentiva un privilegiato".

Massimo Vincenzi, «la Repubblica»


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jordi Savall w. Hespèrion XX, L'art de la fugue: Contrapunctus 1 (Johann Sebastian Bach)
Jordi Savall w. Hespèrion XX, L'art de la fugue: Contrapunctus 2 (Johann Sebastian Bach)
Jordi Savall w. Hespèrion XX, L'art de la fugue: Contrapunctus 3 (Johann Sebastian Bach)
Jordi Savall w. Hespèrion XX, L'art de la fugue: Contrapunctus 12 (Johann Sebastian Bach)
Jordi Savall w. Hespèrion XX, L'art de la fugue: Contrapunctus 4 (Johann Sebastian Bach)
Jordi Savall w. Hespèrion XX, L'art de la fugue: Canon 17 alla duodecima in contrappunto alla quinta (Johann Sebastian Bach)
Jordi Savall w. Hespèrion XX, L'art de la fugue: Canon 16 alla decima in contrappunto alla terza (Johann Sebastian Bach)
Quartetto italiano, The Art Of Fugue, BWV 1080 - Contrapunctus 1 (Johann Sebastian Bach)
Quartetto italiano, The Art Of Fugue, BWV 1080 - Contrapunctus 3 (Johann Sebastian Bach)
Quartetto italiano, The Art Of Fugue, BWV 1080 - Contrapunctus 2 (Johann Sebastian Bach)
Quartetto italiano, The Art Of Fugue, BWV 1080 - Contrapunctus 4 (Johann Sebastian Bach)
Quartetto italiano, The Art Of Fugue, BWV 1080 - Contrapunctus 5 (Johann Sebastian Bach)
Quartetto italiano, The Art Of Fugue, BWV 1080 - Contrapunctus 10 A 4 Alla Decima (Johann Sebastian Bach)
Quartetto italiano, The Art Of Fugue, BWV 1080 - Contrapunctus 6 A 4 In Stylo Francese (Johann Sebastian Bach)
Hermann Scherchen, L'art de la fugue: Contrepoint 1 - Fugue simple (Johann Sebastian Bach)
Hermann Scherchen, L'art de la fugue: Contrepoint 2 - Fugue simple (Johann Sebastian Bach)
Hermann Scherchen, L'art de la fugue: Contrepoint 3 - Fugue simple (Johann Sebastian Bach)
Hermann Scherchen, L'art de la fugue: Contrepoint 4 - Fugue simple (Johann Sebastian Bach)
Hermann Scherchen, L'art de la fugue: Contrepoint 5 - Fugue en mouvement contraire N°1 (Johann Sebastian Bach)
Hermann Scherchen, L'art de la fugue: Contrepoint 6 - Fugue double N°1 (Johann Sebastian Bach)
Hermann Scherchen, L'art de la fugue: Contrepoint 7 - Fugue double N°2 (Johann Sebastian Bach)
Kenneth Gilbert, Die Kunst Der Fuge (BWV 1080) - I. Fuga (Johann Sebastian Bach)
Kenneth Gilbert, Die Kunst Der Fuge (BWV 1080) - II. Fuga (Johann Sebastian Bach)
Kenneth Gilbert, Die Kunst Der Fuge (BWV 1080) - III. Fuga (Johann Sebastian Bach)
Kenneth Gilbert, Die Kunst Der Fuge (BWV 1080) - IV. Fuga (Johann Sebastian Bach)
Kenneth Gilbert, Die Kunst Der Fuge (BWV 1080) - V. Fuga (Johann Sebastian Bach)
Kenneth Gilbert, Die Kunst Der Fuge (BWV 1080) - VI. Fuga (Johann Sebastian Bach)
Kenneth Gilbert, Die Kunst Der Fuge (BWV 1080) - VII. Fuga (Johann Sebastian Bach)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #122 del 25 aprile 2013]]>


Niccolò Ammaniti

Sei il mio tesoro (parte 4 di 4)

[scritto insieme ad Antonio Manzini]

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


Il momento è delicato
di Niccolò Ammaniti

Sedici racconti dello scrittore cannibale

Lo scrittore Niccolò Ammaniti crede nella scrittura e nei racconti; tormentate notti di passioni al posto di una lunga e romantica storia quale può essere un romanzo. Così, nelle sue notti insonni, decide di scrivere: brevi frammenti di vite paradossali, a tratti raccapriccianti che vanno lette tutte d’un fiato proprio come quei momenti di passionalità che raramente hanno un proseguimento. “Il momento è delicato” era stato detto ad Ammaniti, quando nel 1995 propose alla Mondadori un suo lavoro; lui, quella frase non l’ha dimenticata ma anzi, l’ha tenuta lì, nella valigia dei pensieri che fanno di lui un insonne e l’ha tirata fuori a distanza di anni, come un sassolino dalla scarpa.

C’era una parte poco frequentata delle edicole della stazione, quasi abbandonata, quella dei tascabili. Tra i libri accatastati, nascosti dietro un vetro, avvolti nella plastica e ricoperti di polvere cercavo le raccolte di racconti. Era un momento tutto mio, un piacere solitario e veloce perché il treno stava partendo. Studiavo un po’ i disegni della copertina, pagavo e infilavo il libro in tasca. Appena mi sedevo al mio posto, gli strappavo la plastica che non lo faceva respirare. Aprivo una pagina a caso, trovavo l’inizio del racconto e attaccavo a leggere. Altre volte, invece, guardavo l’indice e sceglievo il titolo che mi ispirava di più. E mentre il treno mi portava via finivo su pianeti in cui c’è sempre la notte, su scale mobili che non finiscono mai e tra mogli che uccidono i mariti a colpi di cosciotti di agnello congelati.

Storie paradossali dunque, momenti di splatter e poca moralità nelle pagine de Il momento è delicato dove il buonismo e il lieto fine cedono spazio alle particolarità di uomini e donne sopra le righe al punto da affezionarsi e tifare per loro anche se sono oggettivamente colpevoli. Partendo da eventi comuni e quotidiani, le situazioni si rovesciano al punto da apparire “cose di un altro mondo” che ovviamente lo scrittore si delizia a raccontare con un penna affilata e sciolta. Scritte tra il 1993 e 2012 tutte le storie hanno un filo conduttore: l’invenzione creativa, che seppure manifestata in contesti e con mezzi differenti, diventa l’arma che salva o che distrugge il protagonista di turno e la sua disarmante spontaneità. "Sei il mio tesoro", "Un uccello molto serio", Giochiamo" sono solo alcuni titoli delle sedici storie della raccolta: un chirurgo drogato, un fedifrago impaurito, un bambino ribelle, tutti descritti nel loro essere osceni, sbagliati, immorali ma in maniera tale da apparire simpatici a chi sta dall’altra parte del foglio.

Niccolò Ammaniti ha saputo fondere bene i vari aspetti delle realtà contorte, servendosi della sua nostalgia creativa, quella che gli permette di entrare nella testa di donne, uomini, bambini, cattivi e di raccontarne le paure, i segreti, i pensieri in maniera credibile.

In questo pentolone fumante di immagini comiche, horror e trash Ammaniti è riuscito ad utilizzare una scrittura sempre diversa, capace di riportare alla memoria momenti passati con una sincerità spiazzante.

Nunzia Attardi

Da Letteratu.it
22.06.2012


News su "Sei il mio tesoro"

Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini
Compagni di storie

Ammaniti e Manzini raccontano il loro "tesoro"
di Alessandro Banfo

Tra i due autori c'è una "strana collaborazione" iniziata nel 2004. a "Libri come" hanno raccontato genesi e produzione della loro nuova fatica letteraria

Niccolò è uno scrittore affermato, che non ha mai pensato di fare il regista. Antonio è un attore, scrive sceneggiature e ama leggere i libri noir. Loro sono Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, romani entrambi, che da quasi dieci anni incrociano spesso le penne ( e i pensieri) dando vita a lavori intensi e spesso sorprendenti. La loro strana collaborazione nasce nel 2004, quando si cimentano nella sceneggiatura del film Il siero della vanità. Un gioco di paradossi, in cui i due raccontano delle storie e ognuno ne aggiunge un pezzo. E i momenti per creare insieme possono essere i più vari. Una passeggiata a Villa Ada, dove Ammaniti ha ambientato il suo evocativo romanzo Che la festa cominci, oppure una semplice villeggiatura insieme.

"Per scrivere il nostro racconto "Sei il mio tesoro" abbiamo affittato una casa in montagna per due settimane, - racconta sul palco dell'Auditorium per Libri Come Ammaniti - e lì abbiamo inventato la storia. La definirei una vacanza letteraria".

Libri come. Festa del libro e della lettura
Auditorium Parco della musica
Roma, 16.03.2013


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The Knife, Silent Shout (The Knife)
Kieran Hebden & Steve Reid, 1st & 1st (Kieran Hebden/Steve Reid)
The Knife, Marble House (The Knife/Jay-Jay Johanson)
The Chemical Brothers, Out Of Control (Bernard Sumner)
Talvin Singh, Traveller (Talvin Singh/Cleveland Watkiss)
Dead Dred, Dred Bass (L. Smith/W. Smith)
M-Beat And General Levy, Incredible (M-Beat)
The Chemical Brothers, The Test (Richard Ashcroft/Czesław Niemen)
Saint Germain, Rose Rouge (Ludovic Navarre/St. Germain)
Miles Davis, Sur L'Autoroute (Miles Davis)
Kruder & Dorfmeister Remix, Rollin' On Chrome (Aphrodelics)
Saint Germain, So Flute (Ludovic Navarre/St. Germain)
The Chemical Brothers, Setting Sun (Noel Gallagher)
Cornelius, Mic Check (Cornelius)
Leftfield, Black Flute (N. Barnes/P. Daley)
Cornelius, Count Five Or Six (Cornelius)
Cornelius, Clash (Cornelius)
The Chemical Brothers, Where Do I Begin (Ed Simons/Tom Rowlands)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #121 del 18 aprile 2013]]>


Niccolò Ammaniti

Sei il mio tesoro (parte 3 di 4)

[scritto insieme ad Antonio Manzini]

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


Il momento è delicato
di Niccolò Ammaniti

Sedici racconti dello scrittore cannibale

Lo scrittore Niccolò Ammaniti crede nella scrittura e nei racconti; tormentate notti di passioni al posto di una lunga e romantica storia quale può essere un romanzo. Così, nelle sue notti insonni, decide di scrivere: brevi frammenti di vite paradossali, a tratti raccapriccianti che vanno lette tutte d’un fiato proprio come quei momenti di passionalità che raramente hanno un proseguimento. “Il momento è delicato” era stato detto ad Ammaniti, quando nel 1995 propose alla Mondadori un suo lavoro; lui, quella frase non l’ha dimenticata ma anzi, l’ha tenuta lì, nella valigia dei pensieri che fanno di lui un insonne e l’ha tirata fuori a distanza di anni, come un sassolino dalla scarpa.

C’era una parte poco frequentata delle edicole della stazione, quasi abbandonata, quella dei tascabili. Tra i libri accatastati, nascosti dietro un vetro, avvolti nella plastica e ricoperti di polvere cercavo le raccolte di racconti. Era un momento tutto mio, un piacere solitario e veloce perché il treno stava partendo. Studiavo un po’ i disegni della copertina, pagavo e infilavo il libro in tasca. Appena mi sedevo al mio posto, gli strappavo la plastica che non lo faceva respirare. Aprivo una pagina a caso, trovavo l’inizio del racconto e attaccavo a leggere. Altre volte, invece, guardavo l’indice e sceglievo il titolo che mi ispirava di più. E mentre il treno mi portava via finivo su pianeti in cui c’è sempre la notte, su scale mobili che non finiscono mai e tra mogli che uccidono i mariti a colpi di cosciotti di agnello congelati.

Storie paradossali dunque, momenti di splatter e poca moralità nelle pagine de Il momento è delicato dove il buonismo e il lieto fine cedono spazio alle particolarità di uomini e donne sopra le righe al punto da affezionarsi e tifare per loro anche se sono oggettivamente colpevoli. Partendo da eventi comuni e quotidiani, le situazioni si rovesciano al punto da apparire “cose di un altro mondo” che ovviamente lo scrittore si delizia a raccontare con un penna affilata e sciolta. Scritte tra il 1993 e 2012 tutte le storie hanno un filo conduttore: l’invenzione creativa, che seppure manifestata in contesti e con mezzi differenti, diventa l’arma che salva o che distrugge il protagonista di turno e la sua disarmante spontaneità. "Sei il mio tesoro", "Un uccello molto serio", Giochiamo" sono solo alcuni titoli delle sedici storie della raccolta: un chirurgo drogato, un fedifrago impaurito, un bambino ribelle, tutti descritti nel loro essere osceni, sbagliati, immorali ma in maniera tale da apparire simpatici a chi sta dall’altra parte del foglio.

Niccolò Ammaniti ha saputo fondere bene i vari aspetti delle realtà contorte, servendosi della sua nostalgia creativa, quella che gli permette di entrare nella testa di donne, uomini, bambini, cattivi e di raccontarne le paure, i segreti, i pensieri in maniera credibile.

In questo pentolone fumante di immagini comiche, horror e trash Ammaniti è riuscito ad utilizzare una scrittura sempre diversa, capace di riportare alla memoria momenti passati con una sincerità spiazzante.

Nunzia Attardi

Da Letteratu.it
22.06.2012


News su "Sei il mio tesoro"

Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini
Compagni di storie

Ammaniti e Manzini raccontano il loro "tesoro"
di Alessandro Banfo

Tra i due autori c'è una "strana collaborazione" iniziata nel 2004. a "Libri come" hanno raccontato genesi e produzione della loro nuova fatica letteraria

Niccolò è uno scrittore affermato, che non ha mai pensato di fare il regista. Antonio è un attore, scrive sceneggiature e ama leggere i libri noir. Loro sono Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, romani entrambi, che da quasi dieci anni incrociano spesso le penne ( e i pensieri) dando vita a lavori intensi e spesso sorprendenti. La loro strana collaborazione nasce nel 2004, quando si cimentano nella sceneggiatura del film Il siero della vanità. Un gioco di paradossi, in cui i due raccontano delle storie e ognuno ne aggiunge un pezzo. E i momenti per creare insieme possono essere i più vari. Una passeggiata a Villa Ada, dove Ammaniti ha ambientato il suo evocativo romanzo Che la festa cominci, oppure una semplice villeggiatura insieme.

"Per scrivere il nostro racconto "Sei il mio tesoro" abbiamo affittato una casa in montagna per due settimane, - racconta sul palco dell'Auditorium per Libri Come Ammaniti - e lì abbiamo inventato la storia. La definirei una vacanza letteraria".

Libri come. Festa del libro e della lettura
Auditorium Parco della musica
Roma, 16.03.2013


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The Knife, Silent Shout (The Knife)
Kieran Hebden & Steve Reid, 1st & 1st (Kieran Hebden/Steve Reid)
The Knife, Marble House (The Knife/Jay-Jay Johanson)
The Chemical Brothers, Out Of Control (Bernard Sumner)
Talvin Singh, Traveller (Talvin Singh/Cleveland Watkiss)
Dead Dred, Dred Bass (L. Smith/W. Smith)
M-Beat And General Levy, Incredible (M-Beat)
The Chemical Brothers, The Test (Richard Ashcroft/Czesław Niemen)
Saint Germain, Rose Rouge (Ludovic Navarre/St. Germain)
Miles Davis, Sur L'Autoroute (Miles Davis)
Kruder & Dorfmeister Remix, Rollin' On Chrome (Aphrodelics)
Saint Germain, So Flute (Ludovic Navarre/St. Germain)
The Chemical Brothers, Setting Sun (Noel Gallagher)
Cornelius, Mic Check (Cornelius)
Leftfield, Black Flute (N. Barnes/P. Daley)
Cornelius, Count Five Or Six (Cornelius)
Cornelius, Clash (Cornelius)
The Chemical Brothers, Where Do I Begin (Ed Simons/Tom Rowlands)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #120 dell'11 aprile 2013]]>


Niccolò Ammaniti

Sei il mio tesoro (parte 2 di 4)

[scritto insieme ad Antonio Manzini]

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


Il momento è delicato
di Niccolò Ammaniti

Sedici racconti dello scrittore cannibale

Lo scrittore Niccolò Ammaniti crede nella scrittura e nei racconti; tormentate notti di passioni al posto di una lunga e romantica storia quale può essere un romanzo. Così, nelle sue notti insonni, decide di scrivere: brevi frammenti di vite paradossali, a tratti raccapriccianti che vanno lette tutte d’un fiato proprio come quei momenti di passionalità che raramente hanno un proseguimento. “Il momento è delicato” era stato detto ad Ammaniti, quando nel 1995 propose alla Mondadori un suo lavoro; lui, quella frase non l’ha dimenticata ma anzi, l’ha tenuta lì, nella valigia dei pensieri che fanno di lui un insonne e l’ha tirata fuori a distanza di anni, come un sassolino dalla scarpa.

C’era una parte poco frequentata delle edicole della stazione, quasi abbandonata, quella dei tascabili. Tra i libri accatastati, nascosti dietro un vetro, avvolti nella plastica e ricoperti di polvere cercavo le raccolte di racconti. Era un momento tutto mio, un piacere solitario e veloce perché il treno stava partendo. Studiavo un po’ i disegni della copertina, pagavo e infilavo il libro in tasca. Appena mi sedevo al mio posto, gli strappavo la plastica che non lo faceva respirare. Aprivo una pagina a caso, trovavo l’inizio del racconto e attaccavo a leggere. Altre volte, invece, guardavo l’indice e sceglievo il titolo che mi ispirava di più. E mentre il treno mi portava via finivo su pianeti in cui c’è sempre la notte, su scale mobili che non finiscono mai e tra mogli che uccidono i mariti a colpi di cosciotti di agnello congelati.

Storie paradossali dunque, momenti di splatter e poca moralità nelle pagine de Il momento è delicato dove il buonismo e il lieto fine cedono spazio alle particolarità di uomini e donne sopra le righe al punto da affezionarsi e tifare per loro anche se sono oggettivamente colpevoli. Partendo da eventi comuni e quotidiani, le situazioni si rovesciano al punto da apparire “cose di un altro mondo” che ovviamente lo scrittore si delizia a raccontare con un penna affilata e sciolta. Scritte tra il 1993 e 2012 tutte le storie hanno un filo conduttore: l’invenzione creativa, che seppure manifestata in contesti e con mezzi differenti, diventa l’arma che salva o che distrugge il protagonista di turno e la sua disarmante spontaneità. "Sei il mio tesoro", "Un uccello molto serio", Giochiamo" sono solo alcuni titoli delle sedici storie della raccolta: un chirurgo drogato, un fedifrago impaurito, un bambino ribelle, tutti descritti nel loro essere osceni, sbagliati, immorali ma in maniera tale da apparire simpatici a chi sta dall’altra parte del foglio.

Niccolò Ammaniti ha saputo fondere bene i vari aspetti delle realtà contorte, servendosi della sua nostalgia creativa, quella che gli permette di entrare nella testa di donne, uomini, bambini, cattivi e di raccontarne le paure, i segreti, i pensieri in maniera credibile.

In questo pentolone fumante di immagini comiche, horror e trash Ammaniti è riuscito ad utilizzare una scrittura sempre diversa, capace di riportare alla memoria momenti passati con una sincerità spiazzante.

Nunzia Attardi

Da Letteratu.it
22.06.2012


News su "Sei il mio tesoro"

Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini
Compagni di storie

Ammaniti e Manzini raccontano il loro "tesoro"
di Alessandro Banfo

Tra i due autori c'è una "strana collaborazione" iniziata nel 2004. a "Libri come" hanno raccontato genesi e produzione della loro nuova fatica letteraria

Niccolò è uno scrittore affermato, che non ha mai pensato di fare il regista. Antonio è un attore, scrive sceneggiature e ama leggere i libri noir. Loro sono Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, romani entrambi, che da quasi dieci anni incrociano spesso le penne ( e i pensieri) dando vita a lavori intensi e spesso sorprendenti. La loro strana collaborazione nasce nel 2004, quando si cimentano nella sceneggiatura del film Il siero della vanità. Un gioco di paradossi, in cui i due raccontano delle storie e ognuno ne aggiunge un pezzo. E i momenti per creare insieme possono essere i più vari. Una passeggiata a Villa Ada, dove Ammaniti ha ambientato il suo evocativo romanzo Che la festa cominci, oppure una semplice villeggiatura insieme.

"Per scrivere il nostro racconto "Sei il mio tesoro" abbiamo affittato una casa in montagna per due settimane, - racconta sul palco dell'Auditorium per Libri Come Ammaniti - e lì abbiamo inventato la storia. La definirei una vacanza letteraria".

Libri come. Festa del libro e della lettura
Auditorium Parco della musica
Roma, 16.03.2013


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The Knife, Silent Shout (The Knife)
Kieran Hebden & Steve Reid, 1st & 1st (Kieran Hebden/Steve Reid)
The Knife, Marble House (The Knife/Jay-Jay Johanson)
The Chemical Brothers, Out Of Control (Bernard Sumner)
Talvin Singh, Traveller (Talvin Singh/Cleveland Watkiss)
Dead Dred, Dred Bass (L. Smith/W. Smith)
M-Beat And General Levy, Incredible (M-Beat)
The Chemical Brothers, The Test (Richard Ashcroft/Czesław Niemen)
Saint Germain, Rose Rouge (Ludovic Navarre/St. Germain)
Miles Davis, Sur L'Autoroute (Miles Davis)
Kruder & Dorfmeister Remix, Rollin' On Chrome (Aphrodelics)
Saint Germain, So Flute (Ludovic Navarre/St. Germain)
The Chemical Brothers, Setting Sun (Noel Gallagher)
Cornelius, Mic Check (Cornelius)
Leftfield, Black Flute (N. Barnes/P. Daley)
Cornelius, Count Five Or Six (Cornelius)
Cornelius, Clash (Cornelius)
The Chemical Brothers, Where Do I Begin (Ed Simons/Tom Rowlands)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #119 del 4 aprile 2013]]>


Niccolò Ammaniti

Sei il mio tesoro (parte 1 di 4)

[scritto insieme ad Antonio Manzini]

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


Il momento è delicato
di Niccolò Ammaniti

Sedici racconti dello scrittore cannibale

Lo scrittore Niccolò Ammaniti crede nella scrittura e nei racconti; tormentate notti di passioni al posto di una lunga e romantica storia quale può essere un romanzo. Così, nelle sue notti insonni, decide di scrivere: brevi frammenti di vite paradossali, a tratti raccapriccianti che vanno lette tutte d’un fiato proprio come quei momenti di passionalità che raramente hanno un proseguimento. “Il momento è delicato” era stato detto ad Ammaniti, quando nel 1995 propose alla Mondadori un suo lavoro; lui, quella frase non l’ha dimenticata ma anzi, l’ha tenuta lì, nella valigia dei pensieri che fanno di lui un insonne e l’ha tirata fuori a distanza di anni, come un sassolino dalla scarpa.

C’era una parte poco frequentata delle edicole della stazione, quasi abbandonata, quella dei tascabili. Tra i libri accatastati, nascosti dietro un vetro, avvolti nella plastica e ricoperti di polvere cercavo le raccolte di racconti. Era un momento tutto mio, un piacere solitario e veloce perché il treno stava partendo. Studiavo un po’ i disegni della copertina, pagavo e infilavo il libro in tasca. Appena mi sedevo al mio posto, gli strappavo la plastica che non lo faceva respirare. Aprivo una pagina a caso, trovavo l’inizio del racconto e attaccavo a leggere. Altre volte, invece, guardavo l’indice e sceglievo il titolo che mi ispirava di più. E mentre il treno mi portava via finivo su pianeti in cui c’è sempre la notte, su scale mobili che non finiscono mai e tra mogli che uccidono i mariti a colpi di cosciotti di agnello congelati.

Storie paradossali dunque, momenti di splatter e poca moralità nelle pagine de Il momento è delicato dove il buonismo e il lieto fine cedono spazio alle particolarità di uomini e donne sopra le righe al punto da affezionarsi e tifare per loro anche se sono oggettivamente colpevoli. Partendo da eventi comuni e quotidiani, le situazioni si rovesciano al punto da apparire “cose di un altro mondo” che ovviamente lo scrittore si delizia a raccontare con un penna affilata e sciolta. Scritte tra il 1993 e 2012 tutte le storie hanno un filo conduttore: l’invenzione creativa, che seppure manifestata in contesti e con mezzi differenti, diventa l’arma che salva o che distrugge il protagonista di turno e la sua disarmante spontaneità. "Sei il mio tesoro", "Un uccello molto serio", Giochiamo" sono solo alcuni titoli delle sedici storie della raccolta: un chirurgo drogato, un fedifrago impaurito, un bambino ribelle, tutti descritti nel loro essere osceni, sbagliati, immorali ma in maniera tale da apparire simpatici a chi sta dall’altra parte del foglio.

Niccolò Ammaniti ha saputo fondere bene i vari aspetti delle realtà contorte, servendosi della sua nostalgia creativa, quella che gli permette di entrare nella testa di donne, uomini, bambini, cattivi e di raccontarne le paure, i segreti, i pensieri in maniera credibile.

In questo pentolone fumante di immagini comiche, horror e trash Ammaniti è riuscito ad utilizzare una scrittura sempre diversa, capace di riportare alla memoria momenti passati con una sincerità spiazzante.

Nunzia Attardi

Da Letteratu.it
22.06.2012


News su "Sei il mio tesoro"

Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini
Compagni di storie

Ammaniti e Manzini raccontano il loro "tesoro"
di Alessandro Banfo

Tra i due autori c'è una "strana collaborazione" iniziata nel 2004. a "Libri come" hanno raccontato genesi e produzione della loro nuova fatica letteraria

Niccolò è uno scrittore affermato, che non ha mai pensato di fare il regista. Antonio è un attore, scrive sceneggiature e ama leggere i libri noir. Loro sono Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, romani entrambi, che da quasi dieci anni incrociano spesso le penne ( e i pensieri) dando vita a lavori intensi e spesso sorprendenti. La loro strana collaborazione nasce nel 2004, quando si cimentano nella sceneggiatura del film Il siero della vanità. Un gioco di paradossi, in cui i due raccontano delle storie e ognuno ne aggiunge un pezzo. E i momenti per creare insieme possono essere i più vari. Una passeggiata a Villa Ada, dove Ammaniti ha ambientato il suo evocativo romanzo Che la festa cominci, oppure una semplice villeggiatura insieme.

"Per scrivere il nostro racconto "Sei il mio tesoro" abbiamo affittato una casa in montagna per due settimane, - racconta sul palco dell'Auditorium per Libri Come Ammaniti - e lì abbiamo inventato la storia. La definirei una vacanza letteraria".

Libri come. Festa del libro e della lettura
Auditorium Parco della musica
Roma, 16.03.2013


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The Knife, Silent Shout (The Knife)
Kieran Hebden & Steve Reid, 1st & 1st (Kieran Hebden/Steve Reid)
The Knife, Marble House (The Knife/Jay-Jay Johanson)
The Chemical Brothers, Out Of Control (Bernard Sumner)
Talvin Singh, Traveller (Talvin Singh/Cleveland Watkiss)
Dead Dred, Dred Bass (L. Smith/W. Smith)
M-Beat And General Levy, Incredible (M-Beat)
The Chemical Brothers, The Test (Richard Ashcroft/Czesław Niemen)
Saint Germain, Rose Rouge (Ludovic Navarre/St. Germain)
Miles Davis, Sur L'Autoroute (Miles Davis)
Kruder & Dorfmeister Remix, Rollin' On Chrome (Aphrodelics)
Saint Germain, So Flute (Ludovic Navarre/St. Germain)
The Chemical Brothers, Setting Sun (Noel Gallagher)
Cornelius, Mic Check (Cornelius)
Leftfield, Black Flute (N. Barnes/P. Daley)
Cornelius, Count Five Or Six (Cornelius)
Cornelius, Clash (Cornelius)
The Chemical Brothers, Where Do I Begin (Ed Simons/Tom Rowlands)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #118 del 28 marzo 2013]]>


Zoran Živković
Sei biblioteche (parte 4 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Due racconti (La biblioteca notturna; La biblioteca minima) scelti e letti da Franco Ventimiglia


Biblioteche oltre i confini della realtà

Incontro con Zoran Živković


Già noto ai lettori italiani, lo scrittore serbo Zoran Živković torna a stupisci con "Sei biblioteche". Anche questa volta esplora il mondo della lettura, sviluppando il tema della biblioteca oltre gli stretti confini della realtà e trasformandolo in un gioco di fantasia e invenzioni. Le Sei biblioteche del titolo sono quella di casa, la notturna, la virtuale, l'infernale, la minima e la più raffinata. Sarebbe un vero peccato togliere al lettore la sorpresa di scoprire cosa si cela in ciascuna di esse, quindi lasciamo la parola all'autore, a cui abbiamo rivolto alcune domande su questo suo nuovo titolo e sull'affascinante mondo dei libri, a lui (e a noi) così caro.

D. Come nel romanzo precedente, anche in Sei biblioteche lei dà alla narrazione un carattere surreale. Perché questa scelta?

R. Perché la vera sfida della prosa contemporanea si gioca nell'ambito del ”fantastico“. Il tempo del romanzo realistico, nella sua forma classica, è alle nostre spalle. Uno scrittore, ormai, non può più dire nulla di fondamentalmente nuovo in un contesto realistico. Oggi è ancora in atto la ricerca di una nuova forma di ”fantastico“, dopo i due maggiori movimenti del secolo scorso: il realismo magico e la fantascienza. Spero umilmente che il mio surrealismo possa dare un contributo a questa ricerca.

D. Perché, nelle biblioteche da lei descritte, i libri risultano spesso entità autonome e quasi vitali, capaci di spiazzare l'attonito lettore?

R. È così che sono i libri. Nel mio romanzo satirico ”Il libro“, non ancora tradotto in Italia, presento i libri come una delle due sole specie intelligenti sulla Terra. O forse l'unica, visto che gli uomini si comportano di rado con intelligenza. Di fatto, i libri sono i veri protagonisti delle mie opere di prosa.

D. Che cosa rappresenta per lei la lettura?

R. La lettura è sempre stata una delle mie attività più preziose. Ho dedicato a questo nobile atto un romanzo breve, ”La lettrice“, in cui ne ho dipinto molti aspetti fantastici. Mi auguro che potrete leggerlo presto.

D. Collegandoci a una delle sei biblioteche, la biblioteca virtuale, cosa pensa della diffusione degli e-book?

R. Considerato che ho sessantadue anni, si suppone che sia leggermente conservativo. Invece non sono contrario agli e-book, anche se preferisco i volumi tradizionali, per il loro aspetto, il loro odore, per come si possono toccare. Ma ciò che importa è il contenuto di un libro, non la forma. Un romanzo straordinario lo sarà sempre, sia in una bella edizione rilegata in pelle, sia in un'economica edizione tascabile, sia in formato elettronico.

D. Dopo averci raccontato di sei biblioteche decisamente atipiche, ci permetta una domanda: com'è la sua biblioteca privata?

R. C'è un unico e semplice criterio perché un volume entri nella mia libreria: deve essere un libro che spero di rileggere. Il problema è che sono moltissimi! Quando guardo il soffitto, sono frustrato perché è così vuoto; mi piacerebbe tanto avere un dispositivo che contrasti la legge di gravità e mi permetta di riempirlo di scaffali. La mia biblioteca contiene circa duemila libri, disposti per Paese, e, all'interno di ogni Paese, per autore. Ad esempio, nella sezione italiana, ho Ammaniti, Calvino, Dante, Eco, Pirandello, Tabucchi e così via, in traduzione serba.

11 febbraio 2011
Da InfiniteStorie.it


Zoran Živković (Belgrado, 5 ottobre 1948) è uno scrittore e saggista serbo. Attualmente è titolare della cattedra di scrittura creativa all'Università di Belgrado. Autore di 18 libri di narrativa e di sei libri di saggistica, lo scrittore di Belgrado è conosciuto in Italia per i suoi romanzi "Sei biblioteche", "L'ultimo libro", "Il Ghostwriter" e "Sette note musicali", volumi pubblicati per i tipi della casa editrice TEA.

Nel 1973 Živković si laurea in Teoria della letteratura presso la Facoltà di Filologia dell'Università di Belgrado. Nel 1979 conclude il master con la ricerca "Antropomorfismo e la tematica del primo contatto nelle opere di Arthur C. Clarke" e nel 1982 consegue il dottorato presso la stessa Università; il suo saggio "Il fenomeno della fantascienza come genere di prosa artistica" venne pubblicato nell'antologia "Contemporaries of the Future". Nel 2007 Živković è nominato docente di scrittura creativa all'Università di Belgrado, presso la Facoltà di Filologia.

Nei suoi romanzi lo scrittore serbo si ispira alla tradizione del fantastico europeo, in particolare a maestri come Mikhail Bulgakov, Franz Kafka e Stanislaw Lem; la sua opera "Sei biblioteche" è dedicata all'autore britannico Michael Moorcock, celebre scrittore fantasy. Per le sue tematiche legate ai libri ed alla bibliofilia, nei suoi scritti si riscontra anche l'influenza di autori come Jorge Luis Borges, Anatole France e Charles Nodier.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jon Hassel, Aurora (Jon Hassel, Jan Bang)
Tom Waits, Lie To Me (Tom Waits)
Peter Evans Quintet, Ghost (Peter Evans)
Jon Hassel, Blue Period (Jon Hassel)
Jon Hassel, Clairvoyance (Jon Hassel)
Jon Hassel, Last Night The Moon Came (Jon Hassel)
Tom Waits, Big In Japan (Tom Waits)
Tom Waits, Goodnight Irene (Ledbetter/Lomax)
Porcupine Tree, IV (Steven Wilson)
Nick Cave & The Bad Seeds, Push The Sky Away (Nick Cave)
Alice Coltrane, Galaxy In Satchidananda (Alice Coltrane)
Nick Cave & The Bad Seeds, The Carny (Nick Cave)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #117 del 21 marzo 2013]]>


Zoran Živković
Sei biblioteche (parte 3 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Due racconti (La biblioteca notturna; La biblioteca minima) scelti e letti da Franco Ventimiglia


Biblioteche oltre i confini della realtà

Incontro con Zoran Živković


Già noto ai lettori italiani, lo scrittore serbo Zoran Živković torna a stupisci con "Sei biblioteche". Anche questa volta esplora il mondo della lettura, sviluppando il tema della biblioteca oltre gli stretti confini della realtà e trasformandolo in un gioco di fantasia e invenzioni. Le Sei biblioteche del titolo sono quella di casa, la notturna, la virtuale, l'infernale, la minima e la più raffinata. Sarebbe un vero peccato togliere al lettore la sorpresa di scoprire cosa si cela in ciascuna di esse, quindi lasciamo la parola all'autore, a cui abbiamo rivolto alcune domande su questo suo nuovo titolo e sull'affascinante mondo dei libri, a lui (e a noi) così caro.

D. Come nel romanzo precedente, anche in Sei biblioteche lei dà alla narrazione un carattere surreale. Perché questa scelta?

R. Perché la vera sfida della prosa contemporanea si gioca nell'ambito del ”fantastico“. Il tempo del romanzo realistico, nella sua forma classica, è alle nostre spalle. Uno scrittore, ormai, non può più dire nulla di fondamentalmente nuovo in un contesto realistico. Oggi è ancora in atto la ricerca di una nuova forma di ”fantastico“, dopo i due maggiori movimenti del secolo scorso: il realismo magico e la fantascienza. Spero umilmente che il mio surrealismo possa dare un contributo a questa ricerca.

D. Perché, nelle biblioteche da lei descritte, i libri risultano spesso entità autonome e quasi vitali, capaci di spiazzare l'attonito lettore?

R. È così che sono i libri. Nel mio romanzo satirico ”Il libro“, non ancora tradotto in Italia, presento i libri come una delle due sole specie intelligenti sulla Terra. O forse l'unica, visto che gli uomini si comportano di rado con intelligenza. Di fatto, i libri sono i veri protagonisti delle mie opere di prosa.

D. Che cosa rappresenta per lei la lettura?

R. La lettura è sempre stata una delle mie attività più preziose. Ho dedicato a questo nobile atto un romanzo breve, ”La lettrice“, in cui ne ho dipinto molti aspetti fantastici. Mi auguro che potrete leggerlo presto.

D. Collegandoci a una delle sei biblioteche, la biblioteca virtuale, cosa pensa della diffusione degli e-book?

R. Considerato che ho sessantadue anni, si suppone che sia leggermente conservativo. Invece non sono contrario agli e-book, anche se preferisco i volumi tradizionali, per il loro aspetto, il loro odore, per come si possono toccare. Ma ciò che importa è il contenuto di un libro, non la forma. Un romanzo straordinario lo sarà sempre, sia in una bella edizione rilegata in pelle, sia in un'economica edizione tascabile, sia in formato elettronico.

D. Dopo averci raccontato di sei biblioteche decisamente atipiche, ci permetta una domanda: com'è la sua biblioteca privata?

R. C'è un unico e semplice criterio perché un volume entri nella mia libreria: deve essere un libro che spero di rileggere. Il problema è che sono moltissimi! Quando guardo il soffitto, sono frustrato perché è così vuoto; mi piacerebbe tanto avere un dispositivo che contrasti la legge di gravità e mi permetta di riempirlo di scaffali. La mia biblioteca contiene circa duemila libri, disposti per Paese, e, all'interno di ogni Paese, per autore. Ad esempio, nella sezione italiana, ho Ammaniti, Calvino, Dante, Eco, Pirandello, Tabucchi e così via, in traduzione serba.

11 febbraio 2011
Da InfiniteStorie.it


Zoran Živković (Belgrado, 5 ottobre 1948) è uno scrittore e saggista serbo. Attualmente è titolare della cattedra di scrittura creativa all'Università di Belgrado. Autore di 18 libri di narrativa e di sei libri di saggistica, lo scrittore di Belgrado è conosciuto in Italia per i suoi romanzi "Sei biblioteche", "L'ultimo libro", "Il Ghostwriter" e "Sette note musicali", volumi pubblicati per i tipi della casa editrice TEA.

Nel 1973 Živković si laurea in Teoria della letteratura presso la Facoltà di Filologia dell'Università di Belgrado. Nel 1979 conclude il master con la ricerca "Antropomorfismo e la tematica del primo contatto nelle opere di Arthur C. Clarke" e nel 1982 consegue il dottorato presso la stessa Università; il suo saggio "Il fenomeno della fantascienza come genere di prosa artistica" venne pubblicato nell'antologia "Contemporaries of the Future". Nel 2007 Živković è nominato docente di scrittura creativa all'Università di Belgrado, presso la Facoltà di Filologia.

Nei suoi romanzi lo scrittore serbo si ispira alla tradizione del fantastico europeo, in particolare a maestri come Mikhail Bulgakov, Franz Kafka e Stanislaw Lem; la sua opera "Sei biblioteche" è dedicata all'autore britannico Michael Moorcock, celebre scrittore fantasy. Per le sue tematiche legate ai libri ed alla bibliofilia, nei suoi scritti si riscontra anche l'influenza di autori come Jorge Luis Borges, Anatole France e Charles Nodier.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jon Hassel, Aurora (Jon Hassel, Jan Bang)
Tom Waits, Lie To Me (Tom Waits)
Peter Evans Quintet, Ghost (Peter Evans)
Jon Hassel, Blue Period (Jon Hassel)
Jon Hassel, Clairvoyance (Jon Hassel)
Jon Hassel, Last Night The Moon Came (Jon Hassel)
Tom Waits, Big In Japan (Tom Waits)
Tom Waits, Goodnight Irene (Ledbetter/Lomax)
Porcupine Tree, IV (Steven Wilson)
Nick Cave & The Bad Seeds, Push The Sky Away (Nick Cave)
Alice Coltrane, Galaxy In Satchidananda (Alice Coltrane)
Nick Cave & The Bad Seeds, The Carny (Nick Cave)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #116 del 14 marzo 2013]]>


Zoran Živković
Sei biblioteche (parte 2 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Due racconti (La biblioteca notturna; La biblioteca minima) scelti e letti da Franco Ventimiglia


Biblioteche oltre i confini della realtà

Incontro con Zoran Živković


Già noto ai lettori italiani, lo scrittore serbo Zoran Živković torna a stupisci con "Sei biblioteche". Anche questa volta esplora il mondo della lettura, sviluppando il tema della biblioteca oltre gli stretti confini della realtà e trasformandolo in un gioco di fantasia e invenzioni. Le Sei biblioteche del titolo sono quella di casa, la notturna, la virtuale, l'infernale, la minima e la più raffinata. Sarebbe un vero peccato togliere al lettore la sorpresa di scoprire cosa si cela in ciascuna di esse, quindi lasciamo la parola all'autore, a cui abbiamo rivolto alcune domande su questo suo nuovo titolo e sull'affascinante mondo dei libri, a lui (e a noi) così caro.

D. Come nel romanzo precedente, anche in Sei biblioteche lei dà alla narrazione un carattere surreale. Perché questa scelta?

R. Perché la vera sfida della prosa contemporanea si gioca nell'ambito del ”fantastico“. Il tempo del romanzo realistico, nella sua forma classica, è alle nostre spalle. Uno scrittore, ormai, non può più dire nulla di fondamentalmente nuovo in un contesto realistico. Oggi è ancora in atto la ricerca di una nuova forma di ”fantastico“, dopo i due maggiori movimenti del secolo scorso: il realismo magico e la fantascienza. Spero umilmente che il mio surrealismo possa dare un contributo a questa ricerca.

D. Perché, nelle biblioteche da lei descritte, i libri risultano spesso entità autonome e quasi vitali, capaci di spiazzare l'attonito lettore?

R. È così che sono i libri. Nel mio romanzo satirico ”Il libro“, non ancora tradotto in Italia, presento i libri come una delle due sole specie intelligenti sulla Terra. O forse l'unica, visto che gli uomini si comportano di rado con intelligenza. Di fatto, i libri sono i veri protagonisti delle mie opere di prosa.

D. Che cosa rappresenta per lei la lettura?

R. La lettura è sempre stata una delle mie attività più preziose. Ho dedicato a questo nobile atto un romanzo breve, ”La lettrice“, in cui ne ho dipinto molti aspetti fantastici. Mi auguro che potrete leggerlo presto.

D. Collegandoci a una delle sei biblioteche, la biblioteca virtuale, cosa pensa della diffusione degli e-book?

R. Considerato che ho sessantadue anni, si suppone che sia leggermente conservativo. Invece non sono contrario agli e-book, anche se preferisco i volumi tradizionali, per il loro aspetto, il loro odore, per come si possono toccare. Ma ciò che importa è il contenuto di un libro, non la forma. Un romanzo straordinario lo sarà sempre, sia in una bella edizione rilegata in pelle, sia in un'economica edizione tascabile, sia in formato elettronico.

D. Dopo averci raccontato di sei biblioteche decisamente atipiche, ci permetta una domanda: com'è la sua biblioteca privata?

R. C'è un unico e semplice criterio perché un volume entri nella mia libreria: deve essere un libro che spero di rileggere. Il problema è che sono moltissimi! Quando guardo il soffitto, sono frustrato perché è così vuoto; mi piacerebbe tanto avere un dispositivo che contrasti la legge di gravità e mi permetta di riempirlo di scaffali. La mia biblioteca contiene circa duemila libri, disposti per Paese, e, all'interno di ogni Paese, per autore. Ad esempio, nella sezione italiana, ho Ammaniti, Calvino, Dante, Eco, Pirandello, Tabucchi e così via, in traduzione serba.

11 febbraio 2011
Da InfiniteStorie.it


Zoran Živković (Belgrado, 5 ottobre 1948) è uno scrittore e saggista serbo. Attualmente è titolare della cattedra di scrittura creativa all'Università di Belgrado. Autore di 18 libri di narrativa e di sei libri di saggistica, lo scrittore di Belgrado è conosciuto in Italia per i suoi romanzi "Sei biblioteche", "L'ultimo libro", "Il Ghostwriter" e "Sette note musicali", volumi pubblicati per i tipi della casa editrice TEA.

Nel 1973 Živković si laurea in Teoria della letteratura presso la Facoltà di Filologia dell'Università di Belgrado. Nel 1979 conclude il master con la ricerca "Antropomorfismo e la tematica del primo contatto nelle opere di Arthur C. Clarke" e nel 1982 consegue il dottorato presso la stessa Università; il suo saggio "Il fenomeno della fantascienza come genere di prosa artistica" venne pubblicato nell'antologia "Contemporaries of the Future". Nel 2007 Živković è nominato docente di scrittura creativa all'Università di Belgrado, presso la Facoltà di Filologia.

Nei suoi romanzi lo scrittore serbo si ispira alla tradizione del fantastico europeo, in particolare a maestri come Mikhail Bulgakov, Franz Kafka e Stanislaw Lem; la sua opera "Sei biblioteche" è dedicata all'autore britannico Michael Moorcock, celebre scrittore fantasy. Per le sue tematiche legate ai libri ed alla bibliofilia, nei suoi scritti si riscontra anche l'influenza di autori come Jorge Luis Borges, Anatole France e Charles Nodier.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jon Hassel, Aurora (Jon Hassel, Jan Bang)
Tom Waits, Lie To Me (Tom Waits)
Peter Evans Quintet, Ghost (Peter Evans)
Jon Hassel, Blue Period (Jon Hassel)
Jon Hassel, Clairvoyance (Jon Hassel)
Jon Hassel, Last Night The Moon Came (Jon Hassel)
Tom Waits, Big In Japan (Tom Waits)
Tom Waits, Goodnight Irene (Ledbetter/Lomax)
Porcupine Tree, IV (Steven Wilson)
Nick Cave & The Bad Seeds, Push The Sky Away (Nick Cave)
Alice Coltrane, Galaxy In Satchidananda (Alice Coltrane)
Nick Cave & The Bad Seeds, The Carny (Nick Cave)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Il condottiero - Georges Perec]]>

Dopo aver recentemente pubblicato Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, la casa editrice Voland riporta in libreria Georges Perec, stavolta con un romanzo inedito, Il condottiero.

Il romanzo, scritto da un giovanissimo Perec fra il 1957 e il 1960 e rifiutato all'epoca dalla casa editrice Gallimard (Perec esordirà solo nel 1965, con lo straordinario Le cose), ha avuto esso stesso una sorte avventurosa, come ci racconta Claude Burgelin nella bella Postfazione. Durante un trasloco, Perec aveva infatti collocato i suoi scritti giovanili in una valigetta e gli scartafacci di cui voleva disfarsi in un’altra, ma poi aveva gettato la valigia che voleva conservare: il romanzo si è salvato solo perché alcune copie erano ancora in possesso di vecchi amici dello scrittore, morto nel 1982.

Il romanzo, tradotto magistralmente da Ernesto Ferrero, ha per tema  un delitto: l'insospettabile falsario Gaspard Winckler, su commissione del ricco Anatole Madera, intende realizzare un falso del Condottiero di Antonello da Messina, esposto al Louvre. Il corpo a corpo con l’opera del grande maestro rinascimentale è però sfida impossibile per Winckler che, resosi conto del proprio fallimento, assassina Madera. Il romanzo prende le mosse da questo delitto (prima frase, indimenticabile: “Madera era pesante”) e, a metà fra il flusso di coscienza e l’interrogatorio poliziesco, ricostruisce la vita del protagonista, con la sua ambizione di realizzare il falso come se fosse un nuovo originale, e la paradossale libertà che scaturisce dal compiere un atto, come l’uccisione di Madera, da cui non si può più tornare indietro.

Chi ama Perec troverà in questo libro, sia pure in forma ancora talvolta acerba, molto del suo stile e dei suoi temi prediletti: la realtà come puzzle, il gioco di specchi fra falso e reale (si pensi a Storia di un quadro, a sua volta recentemente tradotto in italiano), perfino il personaggio di Winckler che ritorna nel suo capolavoro, Vita istruzioni per l’uso. Per i tanti amanti del grande scrittore francese, ma anche per tutti gli appassionati di quella “linea ideale” che va da Flaubert a Queneau e Calvino, Il condottiero è un libro da non perdere.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #115 del 7 marzo 2013]]>


Zoran Živković
Sei biblioteche (parte 1 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Due racconti (La biblioteca notturna; La biblioteca minima) scelti e letti da Franco Ventimiglia


Biblioteche oltre i confini della realtà

Incontro con Zoran Živković


Già noto ai lettori italiani, lo scrittore serbo Zoran Živković torna a stupisci con "Sei biblioteche". Anche questa volta esplora il mondo della lettura, sviluppando il tema della biblioteca oltre gli stretti confini della realtà e trasformandolo in un gioco di fantasia e invenzioni. Le Sei biblioteche del titolo sono quella di casa, la notturna, la virtuale, l'infernale, la minima e la più raffinata. Sarebbe un vero peccato togliere al lettore la sorpresa di scoprire cosa si cela in ciascuna di esse, quindi lasciamo la parola all'autore, a cui abbiamo rivolto alcune domande su questo suo nuovo titolo e sull'affascinante mondo dei libri, a lui (e a noi) così caro.

D. Come nel romanzo precedente, anche in Sei biblioteche lei dà alla narrazione un carattere surreale. Perché questa scelta?

R. Perché la vera sfida della prosa contemporanea si gioca nell'ambito del ”fantastico“. Il tempo del romanzo realistico, nella sua forma classica, è alle nostre spalle. Uno scrittore, ormai, non può più dire nulla di fondamentalmente nuovo in un contesto realistico. Oggi è ancora in atto la ricerca di una nuova forma di ”fantastico“, dopo i due maggiori movimenti del secolo scorso: il realismo magico e la fantascienza. Spero umilmente che il mio surrealismo possa dare un contributo a questa ricerca.

D. Perché, nelle biblioteche da lei descritte, i libri risultano spesso entità autonome e quasi vitali, capaci di spiazzare l'attonito lettore?

R. È così che sono i libri. Nel mio romanzo satirico ”Il libro“, non ancora tradotto in Italia, presento i libri come una delle due sole specie intelligenti sulla Terra. O forse l'unica, visto che gli uomini si comportano di rado con intelligenza. Di fatto, i libri sono i veri protagonisti delle mie opere di prosa.

D. Che cosa rappresenta per lei la lettura?

R. La lettura è sempre stata una delle mie attività più preziose. Ho dedicato a questo nobile atto un romanzo breve, ”La lettrice“, in cui ne ho dipinto molti aspetti fantastici. Mi auguro che potrete leggerlo presto.

D. Collegandoci a una delle sei biblioteche, la biblioteca virtuale, cosa pensa della diffusione degli e-book?

R. Considerato che ho sessantadue anni, si suppone che sia leggermente conservativo. Invece non sono contrario agli e-book, anche se preferisco i volumi tradizionali, per il loro aspetto, il loro odore, per come si possono toccare. Ma ciò che importa è il contenuto di un libro, non la forma. Un romanzo straordinario lo sarà sempre, sia in una bella edizione rilegata in pelle, sia in un'economica edizione tascabile, sia in formato elettronico.

D. Dopo averci raccontato di sei biblioteche decisamente atipiche, ci permetta una domanda: com'è la sua biblioteca privata?

R. C'è un unico e semplice criterio perché un volume entri nella mia libreria: deve essere un libro che spero di rileggere. Il problema è che sono moltissimi! Quando guardo il soffitto, sono frustrato perché è così vuoto; mi piacerebbe tanto avere un dispositivo che contrasti la legge di gravità e mi permetta di riempirlo di scaffali. La mia biblioteca contiene circa duemila libri, disposti per Paese, e, all'interno di ogni Paese, per autore. Ad esempio, nella sezione italiana, ho Ammaniti, Calvino, Dante, Eco, Pirandello, Tabucchi e così via, in traduzione serba.

11 febbraio 2011
Da InfiniteStorie.it


Zoran Živković (Belgrado, 5 ottobre 1948) è uno scrittore e saggista serbo. Attualmente è titolare della cattedra di scrittura creativa all'Università di Belgrado. Autore di 18 libri di narrativa e di sei libri di saggistica, lo scrittore di Belgrado è conosciuto in Italia per i suoi romanzi "Sei biblioteche", "L'ultimo libro", "Il Ghostwriter" e "Sette note musicali", volumi pubblicati per i tipi della casa editrice TEA.

Nel 1973 Živković si laurea in Teoria della letteratura presso la Facoltà di Filologia dell'Università di Belgrado. Nel 1979 conclude il master con la ricerca "Antropomorfismo e la tematica del primo contatto nelle opere di Arthur C. Clarke" e nel 1982 consegue il dottorato presso la stessa Università; il suo saggio "Il fenomeno della fantascienza come genere di prosa artistica" venne pubblicato nell'antologia "Contemporaries of the Future". Nel 2007 Živković è nominato docente di scrittura creativa all'Università di Belgrado, presso la Facoltà di Filologia.

Nei suoi romanzi lo scrittore serbo si ispira alla tradizione del fantastico europeo, in particolare a maestri come Mikhail Bulgakov, Franz Kafka e Stanislaw Lem; la sua opera "Sei biblioteche" è dedicata all'autore britannico Michael Moorcock, celebre scrittore fantasy. Per le sue tematiche legate ai libri ed alla bibliofilia, nei suoi scritti si riscontra anche l'influenza di autori come Jorge Luis Borges, Anatole France e Charles Nodier.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jon Hassel, Aurora (Jon Hassel, Jan Bang)
Tom Waits, Lie To Me (Tom Waits)
Peter Evans Quintet, Ghost (Peter Evans)
Jon Hassel, Blue Period (Jon Hassel)
Jon Hassel, Clairvoyance (Jon Hassel)
Jon Hassel, Last Night The Moon Came (Jon Hassel)
Tom Waits, Big In Japan (Tom Waits)
Tom Waits, Goodnight Irene (Ledbetter/Lomax)
Porcupine Tree, IV (Steven Wilson)
Nick Cave & The Bad Seeds, Push The Sky Away (Nick Cave)
Alice Coltrane, Galaxy In Satchidananda (Alice Coltrane)
Nick Cave & The Bad Seeds, The Carny (Nick Cave)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #114 del 28 febbraio 2013]]>


George Orwell

1984, Prima Parte, Capitoli I e II (parte 3 di 3)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Franco Ventimiglia


Nel 1950 muore a Londra George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair), opinionista politico e culturale, noto soprattutto come romanziere satirico e antiutopistico, per le allegorie politiche create con “La fattoria degli animali” e “1984“. Orwell è uno degli scrittori di lingua inglese più noti e apprezzati del XX secolo. L’efficacia dei romanzi in cui si descrive l’Utopia rovesciata (distopia) dei totalitarismi ha fatto nascere l’aggettivo “orwelliano“, oggi ampiamente usato per descrivere meccanismi totalitari di controllo del pensiero individuale e sociale.

Nel 1946 Orwell scriveva di sé: "Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io

Orwell nacque, in una famiglia scozzese della borghesia (“nobiltà senza terra”), il 23 giugno 1903 nel Bengala, dove il padre, d’origine angloindiana, era funzionario dell'"lndian Civil Service". Socialdemocratico e laburista, combatté nella guerra civile spagnola tra le file del Partido Obrero de Unificación Marxista, partito d’ispirazione trotskista che subì violente persecuzioni da parte delle formazioni militari staliniste, fino alla sua soppressione da parte delle autorità repubblicane. Dall’esperienza spagnola Orwell ricavò quella viva ostilità nei confronti di Stalin e della sua dittatura, che manifestò già nel '38 in “Omaggio alla Catalogna“.
Rimase sempre uno scrittore d’ispirazione marxista ma la presa di coscienza, anche in seguito a tragiche esperienze personali, delle contraddizioni e degli errori del comunismo realizzato in Unione Sovietica sotto Stalin lo portarono a essere antisovietico e antistalinista, scontrandosi così con una consistente parte di sinistra europea.

Le difficoltà economiche lo accompagnarono a lungo durante gli studi e gli anni d’esordio della sua breve vita: morirà di tubercolosi a soli 46 anni. Venne ammesso all’Eton College, e dove ebbe per insegnante Aldous Huxley (altro grande esponente della letteratura distopica), alle cui opere si ispirerà. Lasciò gli studi per seguire le orme paterne (padre ufficiale) e si arruolò nella Polizia Imperiale in Birmania. Diviso fra il crescente disgusto per l’arroganza imperialista e la funzione repressiva che il suo ruolo gli imponeva, si dimise. Ispirato all’esperienza di questo periodo è il romanzo “Giorni in Birmania” del 1934.

Partì per Parigi, dove volle osservare i bassifondi delle grandi metropoli europee. In questo periodo iniziò a scrivere e lavorò come sguattero in alcuni ristoranti. Sopravvisse solo grazie alla carità dell’Esercito della Salvezza, e sobbarcandosi lavori umilissimi. Un’esperienza che proseguì anche in patria ispirando il suo romanzo d’esordio “Senza un soldo a Parigi e Londra“, pubblicato con lo pseudonimo di George Orwell. Pubblicò il suo primo articolo su “Le Monde” nel 1928.

Fece l’insegnante, il critico letterario, ma le condizioni di salute erano sempre molto precarie. Su commissione delLeft Book Club, un’associazione culturale filosocialista, svolse un’indagine nelle zone più colpite dalla depressione economica, che lo portò tra i minatori dell’Inghilterra settentrionale. Le loro misere condizioni saranno descritte in “La strada per Wigan Pier“. Il settimanale di Sinistra “Tribune” gli affidò la rubrica “A modo mio“.

Iniziò a scrivere “La fattoria degli animali“, suo primo vero successo. Terminato nel 1944, per le chiare allusioni critiche allo stalinismo, molti editori si rifiutarono di pubblicarlo. In quel periodo la Russia di Stalin era alleata del Regno Unito contro il nazifascismo. Il romanzo è un’allegoria del totalitarismo sovietico del periodo staliniano. In un’immaginaria fattoria inglese gli animali, stanchi del crudele sfruttamento da parte dell’uomo, si ribellano e assumono il controllo.

«Il peccato di quasi tutte le persone di sinistra dal 1933 in avanti è che volevano essere anti-fascisti senza essere anti-totalitari», scriveva nello stesso anno Arthur Koestler.

Una volta liberi decidono di dividere equamente il prodotto del loro lavoro, seguendo il principio marxista «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Il loro sogno utopico viene però ben presto tradito dall’emergere di un’altra classe di sfruttatori: i maiali. Gli avidi suini, ispiratori della “rivoluzione”, prenderanno però il controllo della fattoria e progressivamente diventeranno simili in tutto e per tutto all’uomo, finché persino il loro aspetto diventerà antropomorfo. “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, sarà il loro motto. La satira verso gli ideali della Rivoluzione russa è resa ancora più diretta dal fatto che ogni evento ed ogni personaggio descritti nel romanzo rappresentano l’allegoria di un preciso evento o personaggio della realtà storica. Per esempio, la Rivoluzione degli animali e la cacciata di Jones rappresentano la Rivoluzione russa e il rovesciamento dello zar; il conflitto tra Palla di Neve e Napoleone, (i due animali protagonisti principali) riguardo all’estensione della rivoluzione alle altre fattorie rappresenta il conflitto tra Trozkij, che voleva esportare la Rivoluzione (rivoluzione permanente), e Stalin, che sosteneva la teoria del Socialismo in un solo paese. E così via. L’educazione e la Propaganda sono i temi fondamentali, in quanto gli animali credono ciecamente alla propaganda proprio perché incapaci di filtrare le informazioni propinate dal regime. L’ignoranza è dunque un’arma preziosa nelle mani di qualsiasi dittatore, in quanto permette di far credere al popolo ciò che si ritiene più utile. Il libro pur concettualmente complesso, è scritto in un inglese esemplare per chiarezza e semplicità linguistica, tanto da essere un modello per l’insegnamento della lingua inglese. Le chiare allusioni critiche all’URSS costarono all’autore una certa ostilità negli ambienti della sinistra britannica del tempo, ma il libro ebbe lo stesso un notevole successo, anche se trovò qualche iniziale difficoltà ad essere pubblicato.

Nell’articolo “La libertà di stampa“, a commento del libro, Orwell affermava di aver spedito il manoscritto a vari editori e di aver ricevuto risposte negative perché l’opera “avrebbe offeso molta gente, soprattutto per il fatto di aver scelto come classe dominante i maiali” e insiste sui vari tentativi fatti anche dalla critica e dagli intellettuali in generale, per spingere il pubblico a non acquistare il libro.
Da questo romanzo è stato realizzato il film d’animazione “La fattoria degli animali” (Animal Farm) del 1954 con la regia di John Halas e Joy Batchelor.

Nel 1949 L’editore Secker and Warburg di Londra pubblica il romanzo “1984” di George Orwell, stampandone 25.000 copie.

Il romanzo, scritto da Orwell nel 1948 (il titolo è ottenuto invertendo le ultime due cifre dell’anno di stesura), descrive una società utopica negativa (distopia), oppressiva, totalitaria e governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio onnisciente e infallibile che nessuno ha mai visto e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini.

L’azione si svolge in un futuro prossimo (l’anno 1984 appunto), in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia.
Londra è la città principale di Oceania; al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello. Sotto di lui c’è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei sudditi. Ovunque sono visibili grandi manifesti con il volto del Grande Fratello.

Gli slogan politici ricorrenti sono:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L'IGNORANZA È FORZA.

Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Winston Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua.
Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza ispirata a principi opposti a quelli inculcati dal regime: tiene un diario segreto, ricostruisce il passato, si innamora di una collega di lavoro, Julia, e dà sempre più spazio a sentimenti individuali.

Tradito dal compagno di lavoro O’Brien, Smith viene arrestato, sottoposto a torture e a un indicibile processo di degradazione; alla fine di questo trattamento è costretto a denunciare Julia. Infine O’Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare e sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sé l’anima e il cuore di ogni suddito prima di metterlo a morte.

Dal libro sono stati tratti due film:
- "Nel duemila non sorge il sole" di Michael Anderson (1956)
- "Orwell 1984" di Michael Radford (1984)

«La morale da trarre da questo incubo pericoloso - scrisse Orwell in 1984 - è una sola: “Non permettere che accada. Dipende da te”».

Da iniziativalaica.it


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Brian Eno, Alhondiga (Brian Eno)
Einstürzende Neubauten, Silence Is Sexy (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Moby, Overlands (Moby)
Tom Waits, Time (Tom Waits)
David Sylvian, Anomaly (David Sylvian)
Nine Inch Nails, The Downward Spiral (Trent Reznor)
David Sylvian, When We Return You Won't Recognize Us (David Sylvian)
Lou Reed, The Bed (Lou Reed)
David Bowie - Brian Eno, Subterraneans (Bowie, Eno)
Einstürzende Neubauten, Silence Is Sexy (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Einstürzende Neubauten, Sonnerbarke (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra, Gémeaux (Tōru Takemitsu)
Planxty, Only Our Rivers (Michael McConnell)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #113 del 21 febbraio 2013]]>


George Orwell

1984, Prima Parte, Capitoli I e II (parte 2 di 3)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Franco Ventimiglia


Nel 1950 muore a Londra George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair), opinionista politico e culturale, noto soprattutto come romanziere satirico e antiutopistico, per le allegorie politiche create con “La fattoria degli animali” e “1984“. Orwell è uno degli scrittori di lingua inglese più noti e apprezzati del XX secolo. L’efficacia dei romanzi in cui si descrive l’Utopia rovesciata (distopia) dei totalitarismi ha fatto nascere l’aggettivo “orwelliano“, oggi ampiamente usato per descrivere meccanismi totalitari di controllo del pensiero individuale e sociale.

Nel 1946 Orwell scriveva di sé: "Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io

Orwell nacque, in una famiglia scozzese della borghesia (“nobiltà senza terra”), il 23 giugno 1903 nel Bengala, dove il padre, d’origine angloindiana, era funzionario dell'"lndian Civil Service". Socialdemocratico e laburista, combatté nella guerra civile spagnola tra le file del Partido Obrero de Unificación Marxista, partito d’ispirazione trotskista che subì violente persecuzioni da parte delle formazioni militari staliniste, fino alla sua soppressione da parte delle autorità repubblicane. Dall’esperienza spagnola Orwell ricavò quella viva ostilità nei confronti di Stalin e della sua dittatura, che manifestò già nel '38 in “Omaggio alla Catalogna“.
Rimase sempre uno scrittore d’ispirazione marxista ma la presa di coscienza, anche in seguito a tragiche esperienze personali, delle contraddizioni e degli errori del comunismo realizzato in Unione Sovietica sotto Stalin lo portarono a essere antisovietico e antistalinista, scontrandosi così con una consistente parte di sinistra europea.

Le difficoltà economiche lo accompagnarono a lungo durante gli studi e gli anni d’esordio della sua breve vita: morirà di tubercolosi a soli 46 anni. Venne ammesso all’Eton College, e dove ebbe per insegnante Aldous Huxley (altro grande esponente della letteratura distopica), alle cui opere si ispirerà. Lasciò gli studi per seguire le orme paterne (padre ufficiale) e si arruolò nella Polizia Imperiale in Birmania. Diviso fra il crescente disgusto per l’arroganza imperialista e la funzione repressiva che il suo ruolo gli imponeva, si dimise. Ispirato all’esperienza di questo periodo è il romanzo “Giorni in Birmania” del 1934.

Partì per Parigi, dove volle osservare i bassifondi delle grandi metropoli europee. In questo periodo iniziò a scrivere e lavorò come sguattero in alcuni ristoranti. Sopravvisse solo grazie alla carità dell’Esercito della Salvezza, e sobbarcandosi lavori umilissimi. Un’esperienza che proseguì anche in patria ispirando il suo romanzo d’esordio “Senza un soldo a Parigi e Londra“, pubblicato con lo pseudonimo di George Orwell. Pubblicò il suo primo articolo su “Le Monde” nel 1928.

Fece l’insegnante, il critico letterario, ma le condizioni di salute erano sempre molto precarie. Su commissione delLeft Book Club, un’associazione culturale filosocialista, svolse un’indagine nelle zone più colpite dalla depressione economica, che lo portò tra i minatori dell’Inghilterra settentrionale. Le loro misere condizioni saranno descritte in “La strada per Wigan Pier“. Il settimanale di Sinistra “Tribune” gli affidò la rubrica “A modo mio“.

Iniziò a scrivere “La fattoria degli animali“, suo primo vero successo. Terminato nel 1944, per le chiare allusioni critiche allo stalinismo, molti editori si rifiutarono di pubblicarlo. In quel periodo la Russia di Stalin era alleata del Regno Unito contro il nazifascismo. Il romanzo è un’allegoria del totalitarismo sovietico del periodo staliniano. In un’immaginaria fattoria inglese gli animali, stanchi del crudele sfruttamento da parte dell’uomo, si ribellano e assumono il controllo.

«Il peccato di quasi tutte le persone di sinistra dal 1933 in avanti è che volevano essere anti-fascisti senza essere anti-totalitari», scriveva nello stesso anno Arthur Koestler.

Una volta liberi decidono di dividere equamente il prodotto del loro lavoro, seguendo il principio marxista «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Il loro sogno utopico viene però ben presto tradito dall’emergere di un’altra classe di sfruttatori: i maiali. Gli avidi suini, ispiratori della “rivoluzione”, prenderanno però il controllo della fattoria e progressivamente diventeranno simili in tutto e per tutto all’uomo, finché persino il loro aspetto diventerà antropomorfo. “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, sarà il loro motto. La satira verso gli ideali della Rivoluzione russa è resa ancora più diretta dal fatto che ogni evento ed ogni personaggio descritti nel romanzo rappresentano l’allegoria di un preciso evento o personaggio della realtà storica. Per esempio, la Rivoluzione degli animali e la cacciata di Jones rappresentano la Rivoluzione russa e il rovesciamento dello zar; il conflitto tra Palla di Neve e Napoleone, (i due animali protagonisti principali) riguardo all’estensione della rivoluzione alle altre fattorie rappresenta il conflitto tra Trozkij, che voleva esportare la Rivoluzione (rivoluzione permanente), e Stalin, che sosteneva la teoria del Socialismo in un solo paese. E così via. L’educazione e la Propaganda sono i temi fondamentali, in quanto gli animali credono ciecamente alla propaganda proprio perché incapaci di filtrare le informazioni propinate dal regime. L’ignoranza è dunque un’arma preziosa nelle mani di qualsiasi dittatore, in quanto permette di far credere al popolo ciò che si ritiene più utile. Il libro pur concettualmente complesso, è scritto in un inglese esemplare per chiarezza e semplicità linguistica, tanto da essere un modello per l’insegnamento della lingua inglese. Le chiare allusioni critiche all’URSS costarono all’autore una certa ostilità negli ambienti della sinistra britannica del tempo, ma il libro ebbe lo stesso un notevole successo, anche se trovò qualche iniziale difficoltà ad essere pubblicato.

Nell’articolo “La libertà di stampa“, a commento del libro, Orwell affermava di aver spedito il manoscritto a vari editori e di aver ricevuto risposte negative perché l’opera “avrebbe offeso molta gente, soprattutto per il fatto di aver scelto come classe dominante i maiali” e insiste sui vari tentativi fatti anche dalla critica e dagli intellettuali in generale, per spingere il pubblico a non acquistare il libro.
Da questo romanzo è stato realizzato il film d’animazione “La fattoria degli animali” (Animal Farm) del 1954 con la regia di John Halas e Joy Batchelor.

Nel 1949 L’editore Secker and Warburg di Londra pubblica il romanzo “1984” di George Orwell, stampandone 25.000 copie.

Il romanzo, scritto da Orwell nel 1948 (il titolo è ottenuto invertendo le ultime due cifre dell’anno di stesura), descrive una società utopica negativa (distopia), oppressiva, totalitaria e governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio onnisciente e infallibile che nessuno ha mai visto e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini.

L’azione si svolge in un futuro prossimo (l’anno 1984 appunto), in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia.
Londra è la città principale di Oceania; al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello. Sotto di lui c’è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei sudditi. Ovunque sono visibili grandi manifesti con il volto del Grande Fratello.

Gli slogan politici ricorrenti sono:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L'IGNORANZA È FORZA.

Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Winston Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua.
Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza ispirata a principi opposti a quelli inculcati dal regime: tiene un diario segreto, ricostruisce il passato, si innamora di una collega di lavoro, Julia, e dà sempre più spazio a sentimenti individuali.

Tradito dal compagno di lavoro O’Brien, Smith viene arrestato, sottoposto a torture e a un indicibile processo di degradazione; alla fine di questo trattamento è costretto a denunciare Julia. Infine O’Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare e sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sé l’anima e il cuore di ogni suddito prima di metterlo a morte.

Dal libro sono stati tratti due film:
- "Nel duemila non sorge il sole" di Michael Anderson (1956)
- "Orwell 1984" di Michael Radford (1984)

«La morale da trarre da questo incubo pericoloso - scrisse Orwell in 1984 - è una sola: “Non permettere che accada. Dipende da te”».

Da iniziativalaica.it


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Brian Eno, Alhondiga (Brian Eno)
Einstürzende Neubauten, Silence Is Sexy (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Moby, Overlands (Moby)
Tom Waits, Time (Tom Waits)
David Sylvian, Anomaly (David Sylvian)
Nine Inch Nails, The Downward Spiral (Trent Reznor)
David Sylvian, When We Return You Won't Recognize Us (David Sylvian)
Lou Reed, The Bed (Lou Reed)
David Bowie - Brian Eno, Subterraneans (Bowie, Eno)
Einstürzende Neubauten, Silence Is Sexy (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Einstürzende Neubauten, Sonnerbarke (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra, Gémeaux (Tōru Takemitsu)
Planxty, Only Our Rivers (Michael McConnell)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #112 del 14 febbraio 2013
]]>


George Orwell

1984, Prima Parte, Capitoli I e II (parte 1 di 3)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Franco Ventimiglia


Nel 1950 muore a Londra George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair), opinionista politico e culturale, noto soprattutto come romanziere satirico e antiutopistico, per le allegorie politiche create con “La fattoria degli animali” e “1984“. Orwell è uno degli scrittori di lingua inglese più noti e apprezzati del XX secolo. L’efficacia dei romanzi in cui si descrive l’Utopia rovesciata (distopia) dei totalitarismi ha fatto nascere l’aggettivo “orwelliano“, oggi ampiamente usato per descrivere meccanismi totalitari di controllo del pensiero individuale e sociale.

Nel 1946 Orwell scriveva di sé: "Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io".

Orwell nacque, in una famiglia scozzese della borghesia (“nobiltà senza terra”), il 23 giugno 1903 nel Bengala, dove il padre, d’origine angloindiana, era funzionario dell'"lndian Civil Service". Socialdemocratico e laburista, combatté nella guerra civile spagnola tra le file del Partido Obrero de Unificación Marxista, partito d’ispirazione trotskista che subì violente persecuzioni da parte delle formazioni militari staliniste, fino alla sua soppressione da parte delle autorità repubblicane. Dall’esperienza spagnola Orwell ricavò quella viva ostilità nei confronti di Stalin e della sua dittatura, che manifestò già nel '38 in “Omaggio alla Catalogna“.
Rimase sempre uno scrittore d’ispirazione marxista ma la presa di coscienza, anche in seguito a tragiche esperienze personali, delle contraddizioni e degli errori del comunismo realizzato in Unione Sovietica sotto Stalin lo portarono a essere antisovietico e antistalinista, scontrandosi così con una consistente parte di sinistra europea.

Le difficoltà economiche lo accompagnarono a lungo durante gli studi e gli anni d’esordio della sua breve vita: morirà di tubercolosi a soli 46 anni. Venne ammesso all’Eton College, e dove ebbe per insegnante Aldous Huxley (altro grande esponente della letteratura distopica), alle cui opere si ispirerà. Lasciò gli studi per seguire le orme paterne (padre ufficiale) e si arruolò nella Polizia Imperiale in Birmania. Diviso fra il crescente disgusto per l’arroganza imperialista e la funzione repressiva che il suo ruolo gli imponeva, si dimise. Ispirato all’esperienza di questo periodo è il romanzo “Giorni in Birmania” del 1934.

Partì per Parigi, dove volle osservare i bassifondi delle grandi metropoli europee. In questo periodo iniziò a scrivere e lavorò come sguattero in alcuni ristoranti. Sopravvisse solo grazie alla carità dell’Esercito della Salvezza, e sobbarcandosi lavori umilissimi. Un’esperienza che proseguì anche in patria ispirando il suo romanzo d’esordio “Senza un soldo a Parigi e Londra“, pubblicato con lo pseudonimo di George Orwell. Pubblicò il suo primo articolo su “Le Monde” nel 1928.

Fece l’insegnante, il critico letterario, ma le condizioni di salute erano sempre molto precarie. Su commissione delLeft Book Club, un’associazione culturale filosocialista, svolse un’indagine nelle zone più colpite dalla depressione economica, che lo portò tra i minatori dell’Inghilterra settentrionale. Le loro misere condizioni saranno descritte in “La strada per Wigan Pier“. Il settimanale di Sinistra “Tribune” gli affidò la rubrica “A modo mio“.

Iniziò a scrivere “La fattoria degli animali“, suo primo vero successo. Terminato nel 1944, per le chiare allusioni critiche allo stalinismo, molti editori si rifiutarono di pubblicarlo. In quel periodo la Russia di Stalin era alleata del Regno Unito contro il nazifascismo. Il romanzo è un’allegoria del totalitarismo sovietico del periodo staliniano. In un’immaginaria fattoria inglese gli animali, stanchi del crudele sfruttamento da parte dell’uomo, si ribellano e assumono il controllo.

«Il peccato di quasi tutte le persone di sinistra dal 1933 in avanti è che volevano essere anti-fascisti senza essere anti-totalitari», scriveva nello stesso anno Arthur Koestler.

Una volta liberi decidono di dividere equamente il prodotto del loro lavoro, seguendo il principio marxista «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Il loro sogno utopico viene però ben presto tradito dall’emergere di un’altra classe di sfruttatori: i maiali. Gli avidi suini, ispiratori della “rivoluzione”, prenderanno però il controllo della fattoria e progressivamente diventeranno simili in tutto e per tutto all’uomo, finché persino il loro aspetto diventerà antropomorfo. “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, sarà il loro motto. La satira verso gli ideali della Rivoluzione russa è resa ancora più diretta dal fatto che ogni evento ed ogni personaggio descritti nel romanzo rappresentano l’allegoria di un preciso evento o personaggio della realtà storica. Per esempio, la Rivoluzione degli animali e la cacciata di Jones rappresentano la Rivoluzione russa e il rovesciamento dello zar; il conflitto tra Palla di Neve e Napoleone, (i due animali protagonisti principali) riguardo all’estensione della rivoluzione alle altre fattorie rappresenta il conflitto tra Trozkij, che voleva esportare la Rivoluzione (rivoluzione permanente), e Stalin, che sosteneva la teoria del Socialismo in un solo paese. E così via. L’educazione e la Propaganda sono i temi fondamentali, in quanto gli animali credono ciecamente alla propaganda proprio perché incapaci di filtrare le informazioni propinate dal regime. L’ignoranza è dunque un’arma preziosa nelle mani di qualsiasi dittatore, in quanto permette di far credere al popolo ciò che si ritiene più utile. Il libro pur concettualmente complesso, è scritto in un inglese esemplare per chiarezza e semplicità linguistica, tanto da essere un modello per l’insegnamento della lingua inglese. Le chiare allusioni critiche all’URSS costarono all’autore una certa ostilità negli ambienti della sinistra britannica del tempo, ma il libro ebbe lo stesso un notevole successo, anche se trovò qualche iniziale difficoltà ad essere pubblicato.

Nell’articolo “La libertà di stampa“, a commento del libro, Orwell affermava di aver spedito il manoscritto a vari editori e di aver ricevuto risposte negative perché l’opera “avrebbe offeso molta gente, soprattutto per il fatto di aver scelto come classe dominante i maiali” e insiste sui vari tentativi fatti anche dalla critica e dagli intellettuali in generale, per spingere il pubblico a non acquistare il libro.
Da questo romanzo è stato realizzato il film d’animazione “La fattoria degli animali” (Animal Farm) del 1954 con la regia di John Halas e Joy Batchelor.

Nel 1949 L’editore Secker and Warburg di Londra pubblica il romanzo “1984” di George Orwell, stampandone 25.000 copie.

Il romanzo, scritto da Orwell nel 1948 (il titolo è ottenuto invertendo le ultime due cifre dell’anno di stesura), descrive una società utopica negativa (distopia), oppressiva, totalitaria e governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio onnisciente e infallibile che nessuno ha mai visto e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini.

L’azione si svolge in un futuro prossimo (l’anno 1984 appunto), in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia.
Londra è la città principale di Oceania; al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello. Sotto di lui c’è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei sudditi. Ovunque sono visibili grandi manifesti con il volto del Grande Fratello.

Gli slogan politici ricorrenti sono:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L'IGNORANZA È FORZA.

Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Winston Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua.
Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza ispirata a principi opposti a quelli inculcati dal regime: tiene un diario segreto, ricostruisce il passato, si innamora di una collega di lavoro, Julia, e dà sempre più spazio a sentimenti individuali.

Tradito dal compagno di lavoro O’Brien, Smith viene arrestato, sottoposto a torture e a un indicibile processo di degradazione; alla fine di questo trattamento è costretto a denunciare Julia. Infine O’Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare e sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sé l’anima e il cuore di ogni suddito prima di metterlo a morte.

Dal libro sono stati tratti due film:
- "Nel duemila non sorge il sole" di Michael Anderson (1956)
- "Orwell 1984" di Michael Radford (1984)

«La morale da trarre da questo incubo pericoloso - scrisse Orwell in 1984 - è una sola: “Non permettere che accada. Dipende da te”».

Da iniziativalaica.it


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Brian Eno, Alhondiga (Brian Eno)
Einstürzende Neubauten, Silence Is Sexy (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Moby, Overlands (Moby)
Tom Waits, Time (Tom Waits)
David Sylvian, Anomaly (David Sylvian)
Nine Inch Nails, The Downward Spiral (Trent Reznor)
David Sylvian, When We Return You Won't Recognize Us (David Sylvian)
Lou Reed, The Bed (Lou Reed)
David Bowie - Brian Eno, Subterraneans (Bowie, Eno)
Einstürzende Neubauten, Silence Is Sexy (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Einstürzende Neubauten, Sonnerbarke (Blixa Bargeld, Einstürzende Neubauten)
Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra, Gémeaux (Tōru Takemitsu)
Planxty, Only Our Rivers (Michael McConnell)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Dio odia il Giappone - Douglas Coupland]]>

Douglas Coupland, uno dei più grandi scrittori dei nostri giorni, torna in libreria grazie a ISBN con Dio odia il Giappone, scritto nel 2000 ma rimasto inedito ovunque fino a oggi, tranne che nel paese del Sol Levante (quella di Anna Mioni è la prima traduzione mondiale).

Il romanzo è una sorta di foto di gruppo nella Tokyo di fine anni '90. Hiro Tanaka e i suoi amici, semplicemente, vivono la loro giovinezza: studiano, escono a ballare, si ubriacano, flirtano con le ragazze, prendono droghe e sono preda dello spleen adolescenziale. Ma essere giovani con sulle spalle il peso di una cultura millenaria al tracollo non è facile: Hiro non sa cosa vuole dalla vita, sa solo che non vuole diventare come i propri genitori. Lui e l'amico Tetsu si trasferiscono in un ufficio sfitto chiamato "Bubble Palace", e da lì si dipanano le loro disgraziate vicende lavorative e gli inseguimenti alle ragazze, in una Tokyo popolata di burattini vestiti all'ultima moda, patetici gaijin, estremisti religiosi e pornoragazzine provocanti.

A cambiare le carte in tavola è l'improvvisa occasione per partire, e lasciare l'odiato Giappone: all'inseguimento dell'irrequieta Naomi, sorella di Tetsu, lui e Hiro volano dall'altra parte del Pacifico, a Vancouver, dove una vasta comunità di giovani giapponesi passa il tempo a fumare marijuana e a vivere al di sopra delle proprie possibilità grazie al cambio favorevole con il dollaro. Ma anche Vancouver non è che un miraggio, una soluzione troppo semplice per essere vera: e così Hiro tornerà a Tokyo, dopo aver sperimentato il preciso momento "in cui finisce la giovinezza". Ma, come in ogni libro di Coupland, l'Apocalisse è dietro l'angolo, e il ritorno in Giappone non sarà semplice come Hiro l'aveva immaginato.

"Romanzo d'amore e fine del mondo": questo il sottotitolo del libro, e bisogna dire che il romanzo, paradossale ibrido fra manga e romanzo esistenzialista, mantiene tutte le sue promesse. Subito ci si trova a parteggiare per Hiro e i suoi amici, impegnati in una lotta impari con un Giappone immobile e immobilizzante, mentre la trama si dipana in maniera surreale ma geometricamente irresistibile, come ben sa chi ha amato altri libri dell'autore come (per dirne una) Eleanor Rigby; le illustrazioni di Michael Howatson contribuiscono a rendere il libro un piccolo gioiello. Consigliatissimo.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #107 del 10 gennaio 2013]]>

Viola Di Grado Settanta acrilico trenta lana (brani, parte 3 di 3)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Brani scelti e letti da Sarah Ventimiglia

Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado: una storia di alienazione urbana


"Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. [...] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada".

Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una esordiente catanese, Viola Di Grado, nella quale la e/o dimostra di credere davvero molto. Laureata in lingue orientali a Torino, Viola Di Grado ha fatto l'Erasmus a Leeds, poi ha viaggiato in Giappone e in Cina, e ora si sta specializzando in filosofia cinese a Londra. Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva ventuno. Eppure Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita "dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante", Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, - acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell'esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempiono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent'anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo - ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.

Sandra Bardotti


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Attack/Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Grains (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Plateaux (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Silence (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto & Blixa Bargeld, Fall (Alva Noto & Blixa Bargeld)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #106 del 3 gennaio 2013]]>


Viola Di Grado

Settanta acrilico trenta lana (brani, parte 2 di 3)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Brani scelti e letti da Sarah Ventimiglia


Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado: una storia di alienazione urbana


"Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. [...] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada".

Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una esordiente catanese, Viola Di Grado, nella quale la e/o dimostra di credere davvero molto. Laureata in lingue orientali a Torino, Viola Di Grado ha fatto l'Erasmus a Leeds, poi ha viaggiato in Giappone e in Cina, e ora si sta specializzando in filosofia cinese a Londra. Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva ventuno. Eppure Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita "dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante", Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, - acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell'esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempiono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent'anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo - ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.

Sandra Bardotti


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Attack/Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Grains (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Plateaux (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Silence (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto & Blixa Bargeld, Fall (Alva Noto & Blixa Bargeld)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #105 del 27 dicembre 2012]]>


Viola Di Grado

Settanta acrilico trenta lana (brani, parte 1 di 3)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Brani scelti e letti da Sarah Ventimiglia


Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado: una storia di alienazione urbana


"Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. [...] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada".

Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una esordiente catanese, Viola Di Grado, nella quale la e/o dimostra di credere davvero molto. Laureata in lingue orientali a Torino, Viola Di Grado ha fatto l'Erasmus a Leeds, poi ha viaggiato in Giappone e in Cina, e ora si sta specializzando in filosofia cinese a Londra. Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva ventuno. Eppure Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita "dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante", Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, - acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell'esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempiono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent'anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo - ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.

Sandra Bardotti


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Attack/Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Grains (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Plateaux (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Silence (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto & Blixa Bargeld, Fall (Alva Noto & Blixa Bargeld)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Il Noir a ReadBabyRead]]>


Il Noir a ReadBabyRead

Tutte le puntate dedicate al giallo



per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast



In chiusura di questo 2012 vi proponiamo non tanto una hit list quanto la selezione di letture di ReadBabyRead che riguarda un genere letterario a noi molto caro, sia per passione personale che per pregnanza sociale e politica, vale a dire il noir, di cui abbiamo esplorato una prima serie di autori e opere e che proseguirà nella prossima stagione.

Buone feste laiche di lotta a tutti

Franco Ventimiglia & Claudio Tesser





Fulvio Ervas, Commesse di Treviso [riduzione] (1/5)
[leggi articolo | scarica audio]

Fulvio Ervas, Commesse di Treviso (2/5)
[leggi articolo | scarica audio]

Fulvio Ervas, Commesse di Treviso (3/5)
[leggi articolo | scarica audio]

Fulvio Ervas, Commesse di Treviso (4/5)
[leggi articolo | scarica audio]

Fulvio Ervas, Commesse di Treviso (5/5)
[leggi articolo | scarica audio]


Massimo Carlotto, Storia di Gabriella, vedova di mala (1/2)
[leggi articolo | scarica audio]

Massimo Carlotto, Storia di Gabriella, vedova di mala (2/2)
[leggi articolo | scarica audio]

Massimo Carlotto, Il confronto (1/2)
[leggi articolo | scarica audio]

Massimo Carlotto, Il confronto (2/2)
[leggi articolo | scarica audio]


Raymond Chandler, Aspetterò (1/2)
[leggi articolo | scarica audio]

Raymond Chandler, Aspetterò (2/2)
[leggi articolo | scarica audio]


Dashiell Hammett, L'incubo verde
[leggi articolo | scarica audio]


Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore (1/2)
[leggi articolo | scarica audio]

Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore (2/2)
[leggi articolo | scarica audio]


Edgar Allan Poe, La lettera rubata (1/2)
[leggi articolo | scarica audio]

Edgar Allan Poe, La lettera rubata (2/2)
[leggi articolo | scarica audio]


William Somerset Maugham, La lettera [versione radiofonica integrale] (1/4)
[leggi articolo | scarica audio]

William Somerset Maugham, La lettera (2/4)
[leggi articolo | scarica audio]

William Somerset Maugham, La lettera (3/4)
[leggi articolo | scarica audio]

William Somerset Maugham, La lettera (4/4)
[leggi articolo | scarica audio]


Andrea Camilleri, Il giudice Surra (1/3)
[leggi articolo | scarica audio]

Andrea Camilleri, Il giudice Surra (2/3)
[leggi articolo | scarica audio]

Andrea Camilleri, Il giudice Surra (3/3)
[leggi articolo | scarica audio]


Carlo Lucarelli, La Bambina (1/4)
[leggi articolo | scarica audio]

Carlo Lucarelli, La Bambina (2/4)
[leggi articolo | scarica audio]

Carlo Lucarelli, La Bambina (3/4)
[leggi articolo | scarica audio]

Carlo Lucarelli, La Bambina (4/4)
[leggi articolo | scarica audio]


Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Terroristi (1/4)
[leggi articolo | scarica audio]

Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Terroristi (2/4)
[leggi articolo | scarica audio]

Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Terroristi (3/4)
[leggi articolo | scarica audio]

Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Terroristi (4/4)
[leggi articolo | scarica audio]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #104 del 20 dicembre 2012
]]>


George Orwell


Omaggio alla Catalogna (Capitolo VII)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


Vagabondaggio ed esilio:
George Orwell e la guerra di Spagna

di Mario Maffi

In un romanzo del 1936, Fiorirà l'aspidistra, George Orwell aveva narrato le vicende di Gordon Comstock, londinese trentenne che si lascia andare alla deriva, desideroso solo di toccare il fondo e sottrarsi così agli obblighi e rituali dell'ambiente da cui proviene:

Voleva scendere sempre più in basso, [...] tagliare i lacci del suo rispetto di sé, sommergersi interamente, sprofondare [...]. Era tutto associato nella sua mente al pensiero di essere sotto terra. Gli piaceva pensare alla gente perduta, alla gente del sottosuolo, vagabondi, mendicanti, criminali, prostitute. È un mondo buono quello in cui vivono nelle loro fetide pensioncine equivoche, nelle loro infermerie d'ospizio. Gli piaceva pensare che sotto il mondo del denaro si stendono i vasti bassifondi della sporcizia e della degradazione, dove sconfitta o riuscita non hanno più significato alcuno; una specie di regno di spettri, dove tutti sono uguali. Ecco dove desiderare essere, giù nel regno spettrale, al di sotto dell'ambizione. Lo consolava in certo qual modo pensare agli slums velati dal fumo dei quartieri meridionali di Londra estendentisi all'infinito, immenso deserto implacabile dove ti puoi perdere per sempre.

Questo desiderio di non-appartenenza, di "sprofondamento", di identificazione con la "gente del sottosuolo", era stato anche di George Orwell (nato Eric Blair e educato nella prestigiosa Eton) fin da quando, nel '28, era tornato in Europa dopo cinque anni di servizio nell'Indian Imperiai Police in Birmania. Da quel periodo di ristrettezze e di vagabondaggi era nato Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933), un libro che - con i suoi mendicanti, le sue prostitute, i suoi ladruncoli, i suoi emarginati che sbarcano il lunario come possono - ricorda per tanti versi le pagine di un Jack London, di un Henry Miller, di un John Clellon Holmes e - anche - di un Jack Kerouac. Ma, come dirà qualche anno dopo in La strada di Wigan Pier (1937), sfortunatamente non si risolve il problema classista diventando amici di vagabondi. Al massimo, facendolo, ci si libera di qualche pregiudizio di classe.

E, in fondo, anche La strada di Wigan Pier nasce da un'esperienza di contatto con la "gente del sottosuolo", un sottosuolo questa volta non più metaforico ma reale: le miniere di carbone dell'Inghilterra settentrionale. I minatori di Wigan Pier rappresentano per Orwell la scoperta della condizione operaia.
Dietro a tutto ciò, esiste senza dubbio una lunga tradizione, e non solo inglese. È la tradizione dell'artista deraciné, da Lord Byron ad Arthur Rimbaud, che rifiuta ogni fedeltà al proprio mondo d'origine; una tradizione, poi, squisitamente vittoriana: in artisti, romanzieri (Arthur Morrison, George Gissing), giornalisti (Stephen Reynolds), sociologi ante litte-ram (Henry Mayhew, George Sims, Charles Booth), ritroviamo le medesime tattiche del travestimento e dell'esplorazione di un mondo sommerso, lo stesso fascino per l'esotico e il diverso, lo stesso rapporto ambiguo con "le masse". E anche gli Stati Uniti diedero il loro contributo, come testimoniano i nomi di Edward Crapsey Josiah Flynt, Jack London.
Orwell però non s'accontenta di "sommergersi": cerca d'andare oltre. Si fa vagabondo per poter diventare esule, come mostra Raymond Williams:1 ritira la propria adesione alla classe da cui proviene, e da vagabondo attraversa la società, registrandone la struttura, cogliendo al suo interno il moto molecolare degli individui e dei gruppi. La guerra civile in Spagna, dopo la Birmania, dopo Parigi e Londra, dopo Wigan Pier, è l'occasione per Orwell di ritrovare una propria collocazione sociale, politica, culturale, psicologica.
La Spagna segnò una svolta per molti intellettuali, di tutte due le sponde dell'Atlantico. Da Stephen Spender a W.H. Auden, da Christopher Caudwell a George Orwell, da Ernest Hemingway a John Dos Passos, artisti e scrittori si schierarono con le forze repubblicane, andarono in Spagna, combatterono, morirono, scrissero romanzi e reportages, osservarono, raccontarono... La Spagna offrì l'opportunità di sfuggire al nada, al "nulla" d'un mondo che sembrava aver esaurito stimoli e grandi illusioni; d'obbedire al richiamo della lotta, dell'azione, dello scontro con un nemico chiaramente individuabile; di rivalutare il ruolo dell'intellettuale come attore e non come spettatore passivo di eventi storici che scorrono davanti ai suoi occhi. Fu un grande "appuntamento etico", gravido delle "suggestioni di una crociata";2 e in questo appuntamento ciascuno finì per cercare, portare, ritrovare ciò che più gli era congeniale: i fantasmi di morte di personaggi agonizzanti, la rigenerazione della cultura, la visione quasi religiosa del futuro dell'umanità... Non fu tanto l'adesione incondizionata ad una causa, quanto piuttosto un atto estremo d'individualismo, una ricerca di conferme, nell'azione, alle proprie concezioni sociali e artistiche.
Come dice il Runcini, l'impegno politico degli scrittori della "sinistra" si muoveva così nell'ambito di una interiorizzazione del marxismo, dove, anche al primo sguardo, non sfugge la particolare angolatura di élite nella coscienza della problematica sociale.

Proprio questa "interiorizzazione del marxismo", questa dimensione esistenziale dell'impegno politico, questa interpretazione della guerra civile spagnola come apertura d'un nuovo futuro, staranno alla base di tante abiure, di tanti pentimenti successivi. La tragedia spagnola - il suo essere l'ultimo disperato sussulto di una parte del proletariato internazionale davanti alla sconfitta inferta dalla reazione borghese e dalla degenerazione staliniana - travolse con sé artisti e scrittori accorsi in Spagna per rispondere a quei richiami e a quegli appelli.
Per Orwell, quell'esperienza segnò il culmine della sua vicenda di vagabondaggio ed esilio, e gli permise di stringere meglio il proprio legame - almeno sul piano psicologico - con quella/fra classe che aveva cominciato a conoscere nei tunnel, nelle strade, nelle catapecchie di Wigan Pier. Nelle trincee della Catalogna, Orwell si preparava a diventare, da esule, transfuga della classe dominante. Ma la tragedia in cui ben presto si trasformò la guerra civile interruppe con un taglio netto e doloroso questo processo.
Orwell giunge in Spagna nel dicembre 1936, a sei mesi dallo scoppio delle ostilità; s'arruola nella milizia del poum, piccola formazione di sinistra dai confini incerti che comprende dissidenti dal partito staliniano, ex trockijsti, anarco-sindacalisti, e che - dagli avversari - viene sbrigativamente definita come "organizzazione trockijsta". Dopo settimane di addestramento approssimativo, viene inviato al fronte, dove lo attendono altre settimane di snervante inattività, nel fango, nel freddo, tra gli escrementi, male equipaggiato e male armato. Torna in licenza nelle retrovie e si ritrova a Barcellona in tempo per vivere le giornate del maggio 1937, primo atto della guerra scatenata dal partito staliniano1 contro le formazioni alla sua sinistra. Di nuovo al fronte, viene ferito seriamente nell'assedio di Huesca; durante la sua convalescenza, il poum - di cui Orwell non ha mai fatto veramente parte - viene messo fuori legge: lo scrittore deve nascondersi; eppure, rischiando l'arresto, fa di tutto per ottenere la liberazione di militanti imprigionati. Infine, riunitosi alla moglie, ripara in Francia e di qui fa ritorno in Gran Bretagna.
L'esperienza spagnola di Orwell è dunque segnata da una progressiva disillusione: nei confronti di forze politiche che alla prova dei fatti si mostrano strumenti di conservazione e di disarmo ideologico e materiale delle masse in lotta (gli staliniani), e nei confronti di formazioni di sinistra dai contorni sia organizzativamente sia programmaticamente confusi che contribuiscono ad accrescere la sensazione di caos sul piano politico come su quello militare, anche a rischio d'esserne le prime vittime (gli anarchici, lo stesso poum).
Le pagine di Omaggio alla Catalogna - uno dei libri più appassionanti su quegli eventi - mostrano questa progressiva disillusione, l'amarezza nel cogliere il netto mutamento d'atmosfera nel giro di pochi mesi (dall'entusiasmo rivoluzionario degli inizi al clima soffocante di sospetto e disgregazione, in cui borghesia e piccola-borghesia possono rialzare sfacciatamente la testa), il fastidio fisico per la disorganizzazione e la superficialità con cui sono condotte le azioni di guerra, il disgusto per l'opportunismo delle forze che hanno in pugno il destino di proletari e contadini. Ma accanto a ciò, da un lato si fa strada - lenta e dolorosa conquista - una comprensione sempre più lucida delle forze in campo, al di là dei confini ristretti dell'esperienza diretta, in prima persona, e dall'altro, corre un sentimento di emozione, di ammirazione per la straordinaria generosità mostrata dalle masse in armi, il senso di aver trovato, finalmente, un punto di riferimento, un approdo in cui por termine al vagabondaggio e all'esilio.
Abbiamo allora le pagine più affascinanti di Omaggio alla Catalogna, quelle che descrivono i visi dei miliziani ("Era un giovanottone dall'aspetto rude di venticinque-ventisei anni, dai capelli biondo-rossicci e un gran paio di spalle. Portava il berretto di cuoio con la visiera minacciosamente inclinato su un occhio [...]"), le giornate in trincea a scrutare il nemico o sui tetti di Barcellona a fraternizzare con quanti fino a ieri erano compagni di lotta, le spedizioni a cercar legna nelle valli in terra di nessuno, le improvvise sortite notturne, l'atmosfera equivoca dei grandi alberghi della città catalana ("Appena lo scontro nelle strade si era scatenato, l'albergo si era riempito di una straordinaria folla di persone [...]"), i paesaggi e i colori dell'inverno e della primavera, le sensazioni del ferimento, la tensione della clandestinità e della fuga... Pagine che ricordano la penna del miglior Hemingway, del miglior Graham Greene. Fino a quell'ultimo brano amaro in cui sembra che le acque si richiudano su George Orwell, sulla sua esperienza in terra di Spagna, sul suo tentativo di uscire dall'esilio:

E poi l'Inghilterra - l'Inghilterra meridionale, probabilmente il paesaggio più soave del mondo. Quando si passa da quelle parti, specialmente se ci si sta tranquillamente riprendendo dal mal di mare con i soffici cuscini di un treno sotto il sedere, è difficile credere che qualcosa stia veramente succedendo da qualche altra parte del mondo. Terremoti in Giappone, carestie in Cina e rivoluzioni in Messico? Non vi preoccupate: la bottiglia del latte sarà davanti alla porta di casa domattina e il «New Statesman» uscirà di venerdì. Le città industriali erano lontane, una macchia di fumo e di sofferenza nascosta dalla curvatura della terra. Qui si era ancora nell'Inghilterra che ho conosciuto nella mia infanzia: le scarpate lungo la ferrovia ricoperte di bori selvatici, i prati dall'erba alta dove grandi cavalli lustri brucano e meditano, i lenti ruscelli in mezzo ai salici, le verdi distese di olmi, la speronella nei giardini delle casette di campagna; e poi il grande deserto tranquillo della periferia londinese, le chiatte sul fiume fangoso, le strade familiari, i manifesti che annunciano gli incontri di cricket e i matrimoni della famiglia reale, i signori in bombetta, i piccioni di Trafalgar Square, gli autobus rossi, i poliziotti in blu -tutti addormentati nel profondo, profondissimo sonno dell'Inghilterra, da cui a volte temo non ci sveglieremo mai finché non ne saremo strappati di colpo dal boato delle bombe.

Le acque dunque si richiusero su Orwell. Non gli fu dato di comprendere che la strategia di coloro che in Omaggio alla Catalogna chiama "comunisti" era in realtà la pratica della degenerazione e della controrivoluzione, che non si trattava del fallimento del marxismo, ma d'una sua sconfitta sul campo di battaglia contro nemici esterni e interni. La delusione fu bruciante, ma l'amarezza della disfatta non lo spinse nelle schiere di coloro che - con la stessa facilità con cui avevano abbracciato il comunismo - fecero in seguito dietrofront, denunciandolo come "il dio che è fallito". Una sostanziale coerenza, un'"integrità personale e politica di stampo protestante"4 glielo impedirono, e non gli rimasero che gli incubi amari di Animai Farm (1945) e Nineteen Eighty-Four (1949). Leggendo le pagine di Omaggio alla Catalogna, viene istintivo pensare al John Reed in Insurgent Mexico. Per molti versi e fino a un certo punto, le due parabole sono simili, nel succedersi di sradicamento, immersione, vagabondaggio, esilio dalla propria classe. Orwell ebbe la sfortuna di muoversi lungo la fase calante del movimento rivoluzionario, mentre Reed dopo la vittoria della rivoluzione bolscevica e del partito di Lenin e Trockij. Negli ultimi anni della sua vita, John Reed poté diventare un transfuga della classe dominante; George Orwell morì invece esule in terra di nessuno.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Montserrat Figueras-Jordi Savall-Hespèrion XX-La Capella Reial De Catalunya, Anon: Sibilla Catalane (Anonymous)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Intervista a Giulio Mozzi]]>

In occasione della presentazione del primo romanzo di Ivano Porpora, abbiamo incontrato Giulio Mozzi per una breve chiacchierata alla libreria La Forma del Libro a Padova.

Guarda l'intervista a Giulio Mozzi

Il ricordo d'infanzia

Giulio Mozzi e Elena Orlandi da poco hanno lanciato in rete un "appello".
L'intento è quello di raccogliere i ricordi d'infanzia delle persone per crearne un libro.
Da luglio sono stati raccolti circa 1450 ricordi di 1071 persone diverse.
Su internet il riferimento del progetto è il blog: ilricordodinfanzia.wordpress.com

Il manifesto dei 76 editori indipendenti

Giulio Mozzi ha anche commentato il nuovo manifesto ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti) firmato da 76 case editrici.
Il manifesto ODEI si può leggere e scaricare grazie alla rivista Alfabeta2

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Intervista a Ivano Porpora - La conservazione metodica del dolore]]>

Abbiamo incontrato, per una intervista, Ivano Porpora alla Forma del Libro di Padova per parlare del suo esordio narrativo La conservazione metodica del dolore, pubblicato ad ottobre dalla casa editrice Einaudi.

Ad introdurcelo con queste parole è stato Giulio Mozzi, che ne ha scritto il risvolto di copertina:

La conservazione metodica del dolore di Ivano Porpora è un libro importante. E' un libro molto privato, benché non sia per nulla autobiografico. Ivano ha fatto molta fatica a scrivere le cose che ha scritto, ci ha messo 4 anni, nei quali ha attraversato patimenti e dolori. E' riuscito a creare una vera e propria opera d'arte, evitando il riversamento dei propri sentimenti sugli altri

Guarda l'intervista a Ivano Porpora

Il libro in sintesi

Benito soffre di epilessia. È un fotografo professionista ed ha a portata di mano l'occasione della sua vita che può farlo uscire dall'anonimato: la creazione di una mostra fotografica al Forma di Milano.
10 anni della sua esistenza, che coincidono con gli anni '70, sono stati cancellati da un attacco epilettico. Un vuoto che Benito tenterà di colmare attraverso 12 scatti. La fotografia diventerà la sua terapia per ritessere la trama della memoria perduta.

Il titolo

Inizialmente il titolo doveva essere una citazione di un verso di una poesia degli anni 70 legata all'uccisione di Francesco Lorusso: “Ho amato ogni sasso tirato” che compare anche all'interno della narrazione del romanzo.
Un giorno la moglie di Ivano Porpora, durante una violenta discussione, gli ha rimproverato l'incapacità di affrontare il passato urlandogli “quella che stai facendo è una conservazione metodica del dolore”. È indiscutibilmente una frase che incarna a pieno lo spirito del romanzo.

La copertina

La copertina è un bellissimo acquerello disegnato da Gipi.

Copertina - La conservazione metodica del dolore - Ivano Porpora - Einaudi - 2012

Curiosità

In un passo del libro viene citata Radio Sherwood.
Ivano Porpora ci ha spiegato perchè

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #103 del 13 dicembre 2012]]>


Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Terroristi, Capitolo III (parte 4 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


"Negli ultimi tempi, be’, no, da sempre, per quanto io ricordi, le nazioni grandi e potenti del blocco capitalista sono state guidate da uomini che, secondo le vigenti norme giuridiche, sono puri criminali; uomini che, per avidità di potere e profitti finanziari, guidano la gente in un pozzo di egoismo, di lassismo e in una forma di pensiero basata completamente sul materialismo e sulla spietatezza nei confronti del prossimo." (Maj Sjöwall)

“Terroristi“ è l'ultimo episodio dei dieci romanzi della coppia svedese Maj Sjöwall e Per Wahlöö, nella vita moglie e marito, che dal 1965 al 1975 hanno scritto le avventure dell'ispettore Martin Beck, l'eroe della loro epica. Qui Martin Beck è alle prese con più casi contemporaneamente: l’omicidio di un regista pornografico e imprenditore del vizio; una strana rapina commessa, a detta dello sbrigativo procuratore, da una ragazza madre fuoriuscita da un mondo incantato; e infine, vicenda principale, l’attentato terroristico progettato contro un potente senatore americano in visita.

Sjöwall e Wahlöö, considerati i precursori del giallo scandinavo, con le loro opere ha rotto le tradizionali dinamiche del poliziesco, sopratutto di quello europeo, per portare la materia in una nuova dimensione, quella sociale, con il fine politico di denunciare la società neocapitalistica.

Maj e Per usano il romanzo giallo per mettere a nudo la Svezia, per raccontare cosa c'è veramente sotto la patina dorata della vita in giallo e blu. Dichiaratamente di sinistra, addirittura Wahlöö fu arrestata negli anni cinquanta per le sue attività politiche, sezionano la società svedese, sopratutto sulla strana convivenza di socialismo e capitalismo. Mai come in “ Terroristi” parlano del partito socialdemocratico, che con una mano tiene la bandiera del socialismo e del welfare, mentre con l'altra porta avanti un capitalismo spinto, con una profonda alleanza con gli Usa. E proprio la visita a Stoccolma di un senatore americano particolarmente conservatore (non è difficile riconoscervi Kissinger che stranamente è ancora in vita ai giorni nostri) è il corpo centrale del libro. Il senatore è l'obbiettivo dell'Ulag, un gruppo terroristico al soldo del miglior offerente, che ha già ucciso parecchi leader politici. Toccherà a Martin Beck coordinare la sicurezza della visita.

Il libro narra mirabilmente la crescente paranoia del governo e delle forze di sicurezza svedesi, soprattutto della Sapo, la polizia politica svedese, baluardo dell'anticomunismo. Beck è invece un funzionario molto critico verso la polizia, e la sua Squadra Omicidi è la migliore della polizia, poiché non picchia e non perseguita nessuno. Garantendo le libertà di manifestazione e di protesta, la sicurezza sarà quindi più difficoltosa. Sullo sfondo la vicenda sbieca di Rebecka Lind, una ragazza madre ribelle, accusata di una rapina in banca. Un grande intreccio, personaggi profondissimi, ma soprattutto quella maniera svedese di parlare del mondo con grande disillusione e sincerità, arrivando persino a far male. Qui i personaggi parlano ed esprimono opinioni che sono in realtà analisi sociali. Da qui parte quell'onda che poi crescerà con Henning Mankell, con Ian Rankin, Jo Nesbø, Anne Holt e tanti altri, quel modo di scrivere che sembra nascere da brutte situazioni, città sporche e gente corrotta, quasi erosa dalle proprie tenebre. Il sogno svedese è finito da un bel pezzo, anzi forse non è mai esistito, e il peggio è ancora da venire con l'omicidio del primo ministro Olof Palme nel 1986.

"Il tuo problema, Martin, è che fai il lavoro sbagliato. Nel momento sbagliato. Dalla parte sbagliata del mondo. Nel sistema sbagliato". Con questa significativa frase si chiude il romanzo "Terroristi".

Per Wahlöö morì nel 1975 di cancro, e la moglie Maj non se la sentirà di continuare da sola. Finì così una splendida avventura di dieci romanzi, tutti editi in Italia da Sellerio, che parlano attraverso un gruppo di poliziotti, di un mondo che fa schifo e si nasconde nell'ipocrisia. E questi romanzi l'ipocrisia la strappano via, fino a toccare i nervi scoperti della società svedese, che è anche la nostra società.

Massimo Argo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jimi Hendrix, All along the watchtower (Bob Dylan)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV493 (Wolfgang A. Mozart)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-1 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Chanson (Erik Satie)
Jimi Hendrix, Voodoo child (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV437 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Sigur Rós, Ba Ba (Sigur Rós)
Kathy Berberian, Air du poète (Erik Satie)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV549 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Jimi Hendrix, … and the Gods made love (Jimi Hendrix)
Kathy Berberian, Les canards, les cygnes, les oies (Igor Stravinsky)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV436 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Tarantella (William Walton)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV439 (Wolfgang A. Mozart)
Jimi Hendrix, Burning of the midnight lamp (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV438 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Loosin yelav (anonimo)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-2 (Wolfgang Amadeus Mozart)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[La conservazione metodica del dolore - Ivano Porpora]]>


Giovedì 13 dicembre presso la libreria "Laformadelibro"
in via XX Settembre,63
Padova
verrà presentato il romanzo di Ivano Porpora edito da Einaudi,
intitolato "La conservazione metodica del dolore"

Introduce Giulio Mozzi scrittore e curatore editoriale italiano

Ivano Porpora - La conservazione metodica del dolore

"Spero vivamente che queste pagine non le legga nessuno, e non so nemmeno perché o per chi le stia scrivendo. Forse le scrivo solo per ricordare; per dare un senso a quei dieci anni di vita che avevo cancellato e ora premono".
Ecco, come possiamo racchiudere l'intero senso del testo che ci viene proposto da Ivano Porpora, l'autore del libro; una semplice ma emblematica frase che ci viene proposta all'inizio del romanzo "La conservazione metodica del dolore" edito da Einaudi.


Ivano Porpora decide di impressionare la carta, ambientando il suo romanzo intorno alla fine degli anni '70, raccontando le vicende di Benito, fotografo quarantacinquenne, che a causa di un attacco epilettico, rimuove un decennio della sua esistenza.
Nel romanzo, si percepisce nel protagonista questa continua voglia di riaffiorare dal quel buio che lo ha pervaso. Filo conduttore di questa ricerca, saranno le fotografie, raccolte in Omissis, fotografie senza un titolo ma che scatenano emozioni e ricordi rimossi.
I tempi della narrazione vacillano, il presente si mescola al passato, i personaggi che gli hanno segnato l’infanzia rivivono per magia nella sua memoria.
Ci vuole tanto a costruire, ma poco a dimenticare. Lo dice la storia”, quale miglior frase potremo trovare sfogliando le pagine, per comprendere  l’intento di questo libro così intricato, ricco di immagini oniriche, di dolore, di rimpianto, in un continuo turbine tra il ciò che è stato e ciò che sarà?

Una storia che non finisce alla conclusione del libro, ma lascia il lettore ad interrogarsi sulla sorte psicologica ed esistenziale del fotografo.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #102 del 6 dicembre 2012]]>


Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Terroristi, Capitolo III (parte 3 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Franco Ventimiglia


"Negli ultimi tempi, be’, no, da sempre, per quanto io ricordi, le nazioni grandi e potenti del blocco capitalista sono state guidate da uomini che, secondo le vigenti norme giuridiche, sono puri criminali; uomini che, per avidità di potere e profitti finanziari, guidano la gente in un pozzo di egoismo, di lassismo e in una forma di pensiero basata completamente sul materialismo e sulla spietatezza nei confronti del prossimo." (Maj Sjöwall)

“Terroristi“ è l'ultimo episodio dei dieci romanzi della coppia svedese Maj Sjöwall e Per Wahlöö, nella vita moglie e marito, che dal 1965 al 1975 hanno scritto le avventure dell'ispettore Martin Beck, l'eroe della loro epica. Qui Martin Beck è alle prese con più casi contemporaneamente: l’omicidio di un regista pornografico e imprenditore del vizio; una strana rapina commessa, a detta dello sbrigativo procuratore, da una ragazza madre fuoriuscita da un mondo incantato; e infine, vicenda principale, l’attentato terroristico progettato contro un potente senatore americano in visita.

Sjöwall e Wahlöö, considerati i precursori del giallo scandinavo, con le loro opere ha rotto le tradizionali dinamiche del poliziesco, sopratutto di quello europeo, per portare la materia in una nuova dimensione, quella sociale, con il fine politico di denunciare la società neocapitalistica.

Maj e Per usano il romanzo giallo per mettere a nudo la Svezia, per raccontare cosa c'è veramente sotto la patina dorata della vita in giallo e blu. Dichiaratamente di sinistra, addirittura Wahlöö fu arrestata negli anni cinquanta per le sue attività politiche, sezionano la società svedese, sopratutto sulla strana convivenza di socialismo e capitalismo. Mai come in “ Terroristi” parlano del partito socialdemocratico, che con una mano tiene la bandiera del socialismo e del welfare, mentre con l'altra porta avanti un capitalismo spinto, con una profonda alleanza con gli Usa. E proprio la visita a Stoccolma di un senatore americano particolarmente conservatore (non è difficile riconoscervi Kissinger che stranamente è ancora in vita ai giorni nostri) è il corpo centrale del libro. Il senatore è l'obbiettivo dell'Ulag, un gruppo terroristico al soldo del miglior offerente, che ha già ucciso parecchi leader politici. Toccherà a Martin Beck coordinare la sicurezza della visita.

Il libro narra mirabilmente la crescente paranoia del governo e delle forze di sicurezza svedesi, soprattutto della Sapo, la polizia politica svedese, baluardo dell'anticomunismo. Beck è invece un funzionario molto critico verso la polizia, e la sua Squadra Omicidi è la migliore della polizia, poiché non picchia e non perseguita nessuno. Garantendo le libertà di manifestazione e di protesta, la sicurezza sarà quindi più difficoltosa. Sullo sfondo la vicenda sbieca di Rebecka Lind, una ragazza madre ribelle, accusata di una rapina in banca. Un grande intreccio, personaggi profondissimi, ma soprattutto quella maniera svedese di parlare del mondo con grande disillusione e sincerità, arrivando persino a far male. Qui i personaggi parlano ed esprimono opinioni che sono in realtà analisi sociali. Da qui parte quell'onda che poi crescerà con Henning Mankell, con Ian Rankin, Jo Nesbø, Anne Holt e tanti altri, quel modo di scrivere che sembra nascere da brutte situazioni, città sporche e gente corrotta, quasi erosa dalle proprie tenebre. Il sogno svedese è finito da un bel pezzo, anzi forse non è mai esistito, e il peggio è ancora da venire con l'omicidio del primo ministro Olof Palme nel 1986.

"Il tuo problema, Martin, è che fai il lavoro sbagliato. Nel momento sbagliato. Dalla parte sbagliata del mondo. Nel sistema sbagliato". Con questa significativa frase si chiude il romanzo "Terroristi".

Per Wahlöö morì nel 1975 di cancro, e la moglie Maj non se la sentirà di continuare da sola. Finì così una splendida avventura di dieci romanzi, tutti editi in Italia da Sellerio, che parlano attraverso un gruppo di poliziotti, di un mondo che fa schifo e si nasconde nell'ipocrisia. E questi romanzi l'ipocrisia la strappano via, fino a toccare i nervi scoperti della società svedese, che è anche la nostra società.

Massimo Argo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jimi Hendrix, All along the watchtower (Bob Dylan)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV493 (Wolfgang A. Mozart)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-1 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Chanson (Erik Satie)
Jimi Hendrix, Voodoo child (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV437 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Sigur Rós, Ba Ba (Sigur Rós)
Kathy Berberian, Air du poète (Erik Satie)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV549 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Jimi Hendrix, … and the Gods made love (Jimi Hendrix)
Kathy Berberian, Les canards, les cygnes, les oies (Igor Stravinsky)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV436 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Tarantella (William Walton)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV439 (Wolfgang A. Mozart)
Jimi Hendrix, Burning of the midnight lamp (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV438 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Loosin yelav (anonimo)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-2 (Wolfgang Amadeus Mozart)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #101 del 29 novembre 2012]]>


Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Terroristi, Capitolo III (parte 2 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Franco Ventimiglia


"Negli ultimi tempi, be’, no, da sempre, per quanto io ricordi, le nazioni grandi e potenti del blocco capitalista sono state guidate da uomini che, secondo le vigenti norme giuridiche, sono puri criminali; uomini che, per avidità di potere e profitti finanziari, guidano la gente in un pozzo di egoismo, di lassismo e in una forma di pensiero basata completamente sul materialismo e sulla spietatezza nei confronti del prossimo." (Maj Sjöwall)

“Terroristi“ è l'ultimo episodio dei dieci romanzi della coppia svedese Maj Sjöwall e Per Wahlöö, nella vita moglie e marito, che dal 1965 al 1975 hanno scritto le avventure dell'ispettore Martin Beck, l'eroe della loro epica. Qui Martin Beck è alle prese con più casi contemporaneamente: l’omicidio di un regista pornografico e imprenditore del vizio; una strana rapina commessa, a detta dello sbrigativo procuratore, da una ragazza madre fuoriuscita da un mondo incantato; e infine, vicenda principale, l’attentato terroristico progettato contro un potente senatore americano in visita.

Sjöwall e Wahlöö, considerati i precursori del giallo scandinavo, con le loro opere ha rotto le tradizionali dinamiche del poliziesco, sopratutto di quello europeo, per portare la materia in una nuova dimensione, quella sociale, con il fine politico di denunciare la società neocapitalistica.

Maj e Per usano il romanzo giallo per mettere a nudo la Svezia, per raccontare cosa c'è veramente sotto la patina dorata della vita in giallo e blu. Dichiaratamente di sinistra, addirittura Wahlöö fu arrestata negli anni cinquanta per le sue attività politiche, sezionano la società svedese, sopratutto sulla strana convivenza di socialismo e capitalismo. Mai come in “ Terroristi” parlano del partito socialdemocratico, che con una mano tiene la bandiera del socialismo e del welfare, mentre con l'altra porta avanti un capitalismo spinto, con una profonda alleanza con gli Usa. E proprio la visita a Stoccolma di un senatore americano particolarmente conservatore (non è difficile riconoscervi Kissinger che stranamente è ancora in vita ai giorni nostri) è il corpo centrale del libro. Il senatore è l'obbiettivo dell'Ulag, un gruppo terroristico al soldo del miglior offerente, che ha già ucciso parecchi leader politici. Toccherà a Martin Beck coordinare la sicurezza della visita.

Il libro narra mirabilmente la crescente paranoia del governo e delle forze di sicurezza svedesi, soprattutto della Sapo, la polizia politica svedese, baluardo dell'anticomunismo. Beck è invece un funzionario molto critico verso la polizia, e la sua Squadra Omicidi è la migliore della polizia, poiché non picchia e non perseguita nessuno. Garantendo le libertà di manifestazione e di protesta, la sicurezza sarà quindi più difficoltosa. Sullo sfondo la vicenda sbieca di Rebecka Lind, una ragazza madre ribelle, accusata di una rapina in banca. Un grande intreccio, personaggi profondissimi, ma soprattutto quella maniera svedese di parlare del mondo con grande disillusione e sincerità, arrivando persino a far male. Qui i personaggi parlano ed esprimono opinioni che sono in realtà analisi sociali. Da qui parte quell'onda che poi crescerà con Henning Mankell, con Ian Rankin, Jo Nesbø, Anne Holt e tanti altri, quel modo di scrivere che sembra nascere da brutte situazioni, città sporche e gente corrotta, quasi erosa dalle proprie tenebre. Il sogno svedese è finito da un bel pezzo, anzi forse non è mai esistito, e il peggio è ancora da venire con l'omicidio del primo ministro Olof Palme nel 1986.

"Il tuo problema, Martin, è che fai il lavoro sbagliato. Nel momento sbagliato. Dalla parte sbagliata del mondo. Nel sistema sbagliato". Con questa significativa frase si chiude il romanzo "Terroristi".

Per Wahlöö morì nel 1975 di cancro, e la moglie Maj non se la sentirà di continuare da sola. Finì così una splendida avventura di dieci romanzi, tutti editi in Italia da Sellerio, che parlano attraverso un gruppo di poliziotti, di un mondo che fa schifo e si nasconde nell'ipocrisia. E questi romanzi l'ipocrisia la strappano via, fino a toccare i nervi scoperti della società svedese, che è anche la nostra società.

Massimo Argo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jimi Hendrix, All along the watchtower (Bob Dylan)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV493 (Wolfgang A. Mozart)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-1 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Chanson (Erik Satie)
Jimi Hendrix, Voodoo child (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV437 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Sigur Rós, Ba Ba (Sigur Rós)
Kathy Berberian, Air du poète (Erik Satie)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV549 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Jimi Hendrix, … and the Gods made love (Jimi Hendrix)
Kathy Berberian, Les canards, les cygnes, les oies (Igor Stravinsky)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV436 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Tarantella (William Walton)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV439 (Wolfgang A. Mozart)
Jimi Hendrix, Burning of the midnight lamp (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV438 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Loosin yelav (anonimo)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-2 (Wolfgang Amadeus Mozart)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #100 del 22 novembre 2012]]>


Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Terroristi, Capitolo III (parte 1 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:



Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


"Negli ultimi tempi, be’, no, da sempre, per quanto io ricordi, le nazioni grandi e potenti del blocco capitalista sono state guidate da uomini che, secondo le vigenti norme giuridiche, sono puri criminali; uomini che, per avidità di potere e profitti finanziari, guidano la gente in un pozzo di egoismo, di lassismo e in una forma di pensiero basata completamente sul materialismo e sulla spietatezza nei confronti del prossimo." (Maj Sjöwall)

“Terroristi“ è l'ultimo episodio dei dieci romanzi della coppia svedese Maj Sjöwall e Per Wahlöö, nella vita moglie e marito, che dal 1965 al 1975 hanno scritto le avventure dell'ispettore Martin Beck, l'eroe della loro epica. Qui Martin Beck è alle prese con più casi contemporaneamente: l’omicidio di un regista pornografico e imprenditore del vizio; una strana rapina commessa, a detta dello sbrigativo procuratore, da una ragazza madre fuoriuscita da un mondo incantato; e infine, vicenda principale, l’attentato terroristico progettato contro un potente senatore americano in visita.

Sjöwall e Wahlöö, considerati i precursori del giallo scandinavo, con le loro opere ha rotto le tradizionali dinamiche del poliziesco, sopratutto di quello europeo, per portare la materia in una nuova dimensione, quella sociale, con il fine politico di denunciare la società neocapitalistica.

Maj e Per usano il romanzo giallo per mettere a nudo la Svezia, per raccontare cosa c'è veramente sotto la patina dorata della vita in giallo e blu. Dichiaratamente di sinistra, addirittura Wahlöö fu arrestata negli anni cinquanta per le sue attività politiche, sezionano la società svedese, sopratutto sulla strana convivenza di socialismo e capitalismo. Mai come in “ Terroristi” parlano del partito socialdemocratico, che con una mano tiene la bandiera del socialismo e del welfare, mentre con l'altra porta avanti un capitalismo spinto, con una profonda alleanza con gli Usa. E proprio la visita a Stoccolma di un senatore americano particolarmente conservatore (non è difficile riconoscervi Kissinger che stranamente è ancora in vita ai giorni nostri) è il corpo centrale del libro. Il senatore è l'obbiettivo dell'Ulag, un gruppo terroristico al soldo del miglior offerente, che ha già ucciso parecchi leader politici. Toccherà a Martin Beck coordinare la sicurezza della visita. 

Il libro narra mirabilmente la crescente paranoia del governo e delle forze di sicurezza svedesi, soprattutto della Sapo, la polizia politica svedese, baluardo dell'anticomunismo. Beck è invece un funzionario molto critico verso la polizia, e la sua Squadra Omicidi è la migliore della polizia, poiché non picchia e non perseguita nessuno. Garantendo le libertà di manifestazione e di protesta, la sicurezza sarà quindi più difficoltosa. Sullo sfondo la vicenda sbieca di Rebecka Lind, una ragazza madre ribelle, accusata di una rapina in banca. Un grande intreccio, personaggi profondissimi, ma soprattutto quella maniera svedese di parlare del mondo con grande disillusione e sincerità, arrivando persino a far male. Qui i personaggi parlano ed esprimono opinioni che sono in realtà analisi sociali. Da qui parte quell'onda che poi crescerà con Henning Mankell, con Ian Rankin, Jo Nesbø, Anne Holt e tanti altri, quel modo di scrivere che sembra nascere da brutte situazioni, città sporche e gente corrotta, quasi erosa dalle proprie tenebre. Il sogno svedese è finito da un bel pezzo, anzi forse non è mai esistito, e il peggio è ancora da venire con l'omicidio del primo ministro Olof Palme nel 1986.

"Il tuo problema, Martin, è che fai il lavoro sbagliato. Nel momento sbagliato. Dalla parte sbagliata del mondo. Nel sistema sbagliato". Con questa significativa frase si chiude il romanzo "Terroristi".



Per Wahlöö morì nel 1975 di cancro, e la moglie Maj non se la sentirà di continuare da sola. Finì così una splendida avventura di dieci romanzi, tutti editi in Italia da Sellerio, che parlano attraverso un gruppo di poliziotti, di un mondo che fa schifo e si nasconde nell'ipocrisia. E questi romanzi l'ipocrisia la strappano via, fino a toccare i nervi scoperti della società svedese, che è anche la nostra società.

Massimo Argo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Jimi Hendrix, All along the watchtower (Bob Dylan)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV493 (Wolfgang A. Mozart)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-1 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Chanson (Erik Satie)
Jimi Hendrix, Voodoo child (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV437 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Sigur Rós, Ba Ba (Sigur Rós)
Kathy Berberian, Air du poète (Erik Satie)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV549 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Jimi Hendrix, … and the Gods made love (Jimi Hendrix)
Kathy Berberian, Les canards, les cygnes, les oies (Igor Stravinsky)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV436 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Tarantella (William Walton)
Stadler Trio & Friends, Divertimento in Si maggiore KV439 (Wolfgang A. Mozart)
Jimi Hendrix, Burning of the midnight lamp (Jimi Hendrix)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV438 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Kathy Berberian, Loosin yelav (anonimo)
Stadler Trio & Friends, Notturno KV346-2 (Wolfgang Amadeus Mozart)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #99 del 15 novembre 2012]]>


Susan Sontag
La scena della lettera (brani, parte 2 di 2)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini


Legge: Roberta Borghi


A proposito di Susan Sontag
Un’icona per l’America della contestazione


“Guardare una vecchia fotografia di se stessi, o di una persona che si conosce, o di un personaggio pubblico molto fotografato, significa per prima cosa pensare: quanto più giovane ero (o era) allora” (Susan Sontag, “Sulla fotografia”).

Fra le immagini di protesta, che Fred McDarrah scatta nell’America degli anni Sessanta e Settanta, ve n’è una che ritrae una giovane donna condotta via da un poliziotto con in mano uno sfollagente; la ragazza, che avanza tranquilla e sorridente stringendo al petto un fascio di giornali, è Susan Sontag: si trova davanti alla Casa Bianca ed ha trentaquattro anni; è il 5 Dicembre 1967.

Dalla pubblicazione del saggio “Notes on Camp” nel ’64 ha un posto di primo piano fra gli intellettuali newyorkesi e, come Noam Chomsky, è apertamente schierata nel dibattito morale contro la guerra in Vietnam.
Riguardo alle circostanze dell’arresto immortalato, l’immagine in questione non rivela nulla più che il fatto in sé e la singolare espressione, quasi divertita, del volto della Sontag.
Si prova uno strano effetto davanti a questa istantanea, vedendo la celebre intellettuale ancora priva dell’attributo iconografico della sua ciocca bianca – che del resto sarebbe svanita fra la capigliatura uniformemente ingrigita degli ultimi anni –, qui riconoscibile più che altro per quell’intrigante, tipico sorriso, che la contraddistinguerà nella maggior parte dei ritratti successivi.

“L’osservatore sente”, come ha scritto Walter Benjamin, “il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla magari minima di caso, di hic e nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui, nell’essere in un certo modo in quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tanta eloquenza che noi, guardandoci indietro siamo ancora in grado di scoprirlo”. E sembra quasi di poter carpire attraverso una simile immagine l’essenza più reale di Susan Sontag, non ancora alterata dalle stilizzazioni del ruolo d’icona culturale impostole dai media.
Sembra, addirittura, di poter leggere qui il suo vero senso di sé e la sua passione civile, più che nei suoi scritti.

E’ ovviamente un’illusione. Di quanto indebita fosse la reputazione goduta dalla fotografia in quanto presunta portatrice d’evidenze e inoppugnabili testimonianze, del resto, proprio lei ha scritto, tracciando acutamente i limiti di questa e mettendoci in guardia contro la sua reale natura di “medium” e contenitore neutro di messaggi, puro significante aperto ai più disparati usi e consumi: “come un caminetto a legna in una stanza, le fotografie – soprattutto quelle di persone o luoghi lontani, di città remote, di un passato svanito – sono incitamenti al fantasticare”.

Era nata a New York il 16 Gennaio del 1933 da una famiglia ebrea d’origine polacca e cresciuta fra Tucson e Los Angeles. Suo padre, Jack Rosenblatt, sempre lontano a causa del suo lavoro di commerciante di pellicce, era morto di tisi in Cina quando lei aveva solo cinque anni. Il cognome Sontag era quello dell’uomo che la madre aveva sposato sette anni dopo; sebbene egli non avesse mai adottato né lei né la sorella Judith, Susan aveva fatto proprio quel cognome, perché suonava bene, “meno buffo, meno ebraico, che Rosenblatt; più americano”, e consono a un’America postbellica largamente antisemita.
Ritenuta una sorta di bambina prodigio, avendo iniziato a leggere all’età di tre anni, aveva sviluppato una grande passione per la lettura, che mai l’aveva abbandonata: “leggere un libro era come entrare in uno specchio”, avrebbe detto più tardi. Adolescente, aveva sognato di diventare scrittrice, poiché, citando Ibsen: “scrivere è arrogarsi il diritto di giudicare se stessi”.

Sorretta da una vivace curiosità e da una straordinaria memoria, aveva intrapreso gli studi universitari a sedici anni. Preso il Bachelor of Arts al College dell’Università di Chicago, si era specializzata in Filosofia, Letteratura e Teologia presso la Harvard University e aveva vinto nel ’57 una borsa di studio per il Saint Anne’s College di Oxford; aveva poi frequentato anche il celebre ateneo di Parigi, a lei più congeniale, l’influenza della cui impostazione, le avrebbe in seguito fruttato una fama di intellettuale “european-style”.
Nel 1959 il suo matrimonio con il docente di sociologia Philip Rieff – da cui nel ’52 aveva avuto il figlio David, ora noto scrittore -, durato nove anni, si concludeva col divorzio. Ancora nel fior degli anni, Sontag si trovava a cominciare una nuova vita, avendo realizzato quanto l’ambiente universitario di Chicago fosse stato opprimente per lei e le sue aspirazioni, che stentavano ancora a prender una chiara forma; si era trasferita allora col figlio nella città natale, New York, dove aveva vissuto all’inizio in ristrettezze economiche, lavorando presso la Columbia University, come insegnante di Storia della Religione.

Ben presto però aveva iniziato a scrivere saggi per il famoso “Partisan Review”, il più influente giornale letterario d’America, orientato verso la sinistra e noto per aver lanciato vari scrittori ed intellettuali, principalmente d’origine ebraica. E proprio sul “Partisan” nell’autunno del ‘64 era apparso il già citato “Notes on Camp”.
Le sue prese di posizione “anti-accademiche” e il suo modo di scrivere semplice e diretto, l’avevano subito resa interprete ideale dei fermenti di quel particolare momento storico, e complice l’attenzione dei media in un periodo, come quello degli anni Sessanta e del primo femminismo, “alla disperata ricerca di un volto femminile”, Susan Sontag era divenuta presto arbitro del gusto e guida per l’opinione pubblica degli anni della contestazione.

Un’intellettuale antiaccademica

Le riflessioni sul Camp, dedicate ad Oscar Wilde e scritte in forma d’appunti, danno a Sontag un’improvvisa notorietà: definendo questa forma di sensibilità “inconfondibilmente moderna”, questo gusto snob per l’artificio e l’eccesso, “distintivo di riconoscimento tra piccole cricche urbane”, come una sorta di moderno dandismo, che afferma l’esistenza di “un buon gusto del cattivo gusto”, la scrittrice colpisce immediatamente l’immaginazione di un pubblico che va al di là degli addetti ai lavori.

Lo stile epigrammatico asciutto – che sempre caratterizzerà i suoi scritti, sia pure in una forma più distesa e riflessiva – si presta in quel momento ad un largo successo, ma anche a letture superficiali, che faranno etichettare il saggio come un trattato sull’estetica omosessuale e ne ridurranno i molti spunti possibili allo slogan: “è bello, perché è orribile”.

In realtà, in quelle argomentazioni c’è molto più; c’è il preludio del sistematico attacco che l’intellettuale americana avrebbe sferrato contro la critica tradizionale – da lei tacciata d’eccessivo intellettualismo – nella raccolta di saggi pubblicata l’anno dopo.
Se, infatti, negli appunti sul Camp si era limitata a descrivere un particolare gusto, e ad affermare che il gusto “governa ogni libera reazione umana, usando l’aggettivo ‘libera’ in contrapposizione all’aggettivo ‘automatica’”, e che “la sensibilità dell’alta cultura non ha il monopolio della raffinatezza”, con il suo “Against interpretation” si sposta più decisamente verso una “estetica dei sensi”.

Proclama la necessità di una lettura immediata, non ermeneutica ma “erotica” dell’arte: “ciò che è importante ora è riscoprire i nostri sensi. Dobbiamo imparare a vedere di più, ad ascoltare di più, a sentire di più”; queste asserzioni vengono recepite da molti come un tentativo di appropriarsi della rivoluzione sessuale per trasformarla in teoria estetica. E siffatta teoria viene applicata indifferentemente a testi letterari o artistici nel senso più ampio e vario: da Artaud ad Harpo Marx, da Sartre ai romanzi di fantascienza.
Gli interessi di Sontag, infatti, sin da allora sono variegati, e la inducono a soffermarsi su ogni genere di comunicazione contemporanea, indagandone l’impatto sulla società.

In una serie di saggi, dapprima pubblicati su “The New York Review of Books”, decide di indagare “certi problemi, estetici e morali, posti dall’onnipresenza delle immagini fotografate”. Ne verrà fuori nel ’71 il libro “On Photography”, pietra miliare nella riflessione sul linguaggio fotografico.

Fino ad allora gli studi sull’argomento erano stati pochi, e punto di riferimento nell’indagine sontagiana sulla fotografia è sicuramente Walter Benjamin, la cui analisi sociologica viene da lei ampliata e superata, mettendo oltretutto in luce le contraddizioni, provocate dall’attrito fra la sensibilità surrealista, soffusa d’ironia, e i principi moralisti, marxisti e brechtiani, dell’autore tedesco. Di Benjamin, Sontag rivela pure la passione di collezionista di citazioni, che “sembra una versione sublimata dell’attività fotografica”, in quanto quest’ultima è vista come un modo di collezionare indiscriminatamente immagini; surreale, perché crea duplicando il mondo “una realtà di secondo grado, più limitata ma più drammatica di quella percepita dalla visione naturale”: una realtà parallela, attraverso la quale si ha un’illusoria sensazione di conoscenza e di potere.

Come Benjamin, fra l’altro, Sontag cita Atget quale precursore del surrealismo fotografico, per il suo “atteggiamento inflessibilmente egualitario di fronte a qualsiasi oggetto”, e per la predilezione verso soggetti marginali e bizzarri, tipica della corrente artistica promossa da Breton. E prende in esame l’opera di August Sander che – mentre agli occhi del tedesco, grazie alla contemporaneità rispetto al suo saggio, appare soprattutto carica di significato politico, perché sposta l’attenzione sulla funzione sociale piuttosto che estetica della fotografia – per l’intellettuale americana è rappresentativo di un interesse nuovo, neutrale e “pseudoscientifico”, verso il volto umano, scelto non più perché oggetto di celebrazione, o di curiosità verso le miserie e le stranezze (a tal proposito, fa riferimento anche a Diane Arbus), ma scelto con un intento che “partiva dal corretto presupposto che la macchina fotografica non può fare a meno di rivelare i visi come maschere sociali”.

Riguardo al valore della fotografia come ambiguo strumento di conoscenza, la scrittrice rimarca l’idea benjaminiana dell’opportunità della didascalia, “che”, com’egli afferma, “include la fotografia nell’ambito della letteralizzazione di tutti i rapporti di vita, e senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimativa”. Riprende inoltre anche l’assunto che l’immagine fotografica non è solo tramite di comunicazione, ma anche “bene di consumo”, rilevando che “una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini. Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago per stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso”.

Non soltanto “oppio dei popoli”, tuttavia, la fotografia trova pieno riscatto già in Benjamin come medium capace di allargare il nostro “inconscio ottico” e la nostra ricettività visiva e, di conseguenza, la possibilità di comprendere. In Sontag arriva infine ad essere risorsa contro il nostro sempre più acuito “senso oppressivo della caducità di ogni cosa”: le immagini consumano ma, in qualche modo, rigenerano la realtà, divenute esse stesse reali. A questo punto urge, però, una “ecologia delle immagini”.
Non diversamente da quello che era avvenuto negli scritti precedenti, in “On Photography” la scrittrice esamina l’argomento trattato in una molteplicità d’aspetti, qui difficili da esaurire, proponendo una personale visione antidogmatica.

Un essere umano morale

L’ultima opera di Susan Sontag, “Regarding the Pain of Others”, esce nel 2003; e, malgrado sia stata da lei pensata soprattutto come un “libro sulla guerra”, ai nostri occhi appare come un ulteriore chiarimento del suo pensiero sulle problematiche inerenti alla comunicazione fotografica, a distanza di trent’anni dal suo primo libro sull’argomento.
L’estremo lascito ai suoi lettori è un’indagine sulla reale natura e sulla funzione delle immagini di guerra, e orrori simili, ma anche un monito sul ruolo a cui è chiamato chi poi le osserva, spesso comodamente seduto a leggere il proprio giornale.

Semina nell’animo di chi legge il dubbio, tanto sulla necessaria veridicità di questi documenti in quanto testimonianza – questione già dibattuta nel precedente libro -, quanto sullo scopo finale della pubblicazione di certe immagini (o della mancata pubblicazione di altre), affermando che “oltre che ad avvalorare, le immagini fotografiche di un’atrocità servono a illustrare… La valenza illustrativa delle fotografie lascia intatti pregiudizi, opinioni, fantasie e disinformazione”.

Secondo Sontag, “un evento diventa reale – agli occhi di chi è altrove e lo segue in quanto “notizia” – perché è fotografato”; e le immagini fotografiche, quali ci vengono quotidianamente e insistentemente proposte, a differenza di quelle in movimento (televisive o filmiche), “forniscono un modo rapido per apprendere e una forma compatta per memorizzare”, tanto che “la familiarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato più recente”, e la loro ampia diffusione forma addirittura una memoria collettiva, che “eclissa altre forme di comprensione e di ricordo”.

La pretesa, nel pubblicare le fotografie di guerra, è sempre quella di testimoniare una realtà impensabile, suscitando il rigetto verso le sue brutture, ma “si possono fare molti usi delle innumerevoli opportunità che la vita moderna fornisce per guardare – a distanza, attraverso il mezzo fotografico – il dolore degli altri. Le fotografie di un’atrocità possono suscitare reazioni opposte. Appelli per la pace. Proclami di vendetta. O semplicemente una vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche, che accadono cose terribili”, scrive l’autrice.

La manipolazione delle coscienze è sempre in agguato; lo shock provocato da certe immagini è destinato ad affievolirsi; lo spettatore è ridotto a semplice voyeur, stuzzicato nelle sue più intime e voluttuose paure, tranquillizzato dalla consapevolezza di una distanza fra lui e una sofferenza che non lo riguarda e, infine, non lo tocca intimamente.
Il quadro dipinto sembra quasi apocalittico, pesantemente influenzato com’è dalle opinioni politiche dell’ultima Sontag, che se già più volte ha sentito in passato l’obbligo morale di denunciare le storture del sistema, di recente è sempre più in aperta polemica contro il potere ed è sovente accusata di essere antipatriottica per le sue dichiarazioni riguardo alla politica imperialista di Bush, alla strumentalizzazione da parte di questi del terrorismo e alla creazione – grazie alla condiscendenza dei media – di un oscuro, quanto opportuno, nemico sopranazionale.

In realtà, questo scritto non si esaurisce in una presa d’atto delle problematiche messe in luce, secondo le quali tra l’altro le intenzioni del fotografo sono del tutto irrilevanti, né tanto meno si chiude con una requisitoria contro la fotografia di guerra. In conclusione, viceversa, essa acquista una valenza di memento e di stimolo morale, sebbene riemerga qui, come in passato, l’importanza della parola, quale antidoto a una polisemia, connaturata all’immagine fotografica, a causa della quale il contesto in cui la foto è esposta ne determina il senso più che il soggetto ritratto.
“E’ una narrazione che può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano”, asserisce Sontag, ma aggiunge pure: “lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci… esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convinti di essere nel giusto – possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo”.

Manca ancora il necessario distacco per valutare appieno la portata del lavoro intellettuale di Susan Sontag: troppo recente è infatti la sua scomparsa, causata dal cancro, che per due volte in passato aveva sconfitto, trasformando anche tale esperienza in oggetto di riflessione all’interno della sua analisi sui pregiudizi legati alla malattia pubblicata col titolo di “Illness as Metaphor”.

La sua opera è stata complessa per la varietà degli interessi, e controversa per la scelta di punti di vista sempre eccentrici rispetto alle posizioni canoniche.
Di molte cose si è occupata: ha scritto saggi e romanzi, è stata sceneggiatrice e regista di film, ha diretto importanti opere teatrali. In ognuna di queste attività ha cercato di esprimere sopra ogni altra cosa le sue qualità di “essere umano morale”, non meno che nelle sue battaglie a favore del Movimento di liberazione della donna, per i diritti umani, per la libertà d’espressione, contro le guerre in nome dei falsi ideali dell’imperialismo americano, e persino – senza troppe contraddizioni – a favore dell’intervento armato, inteso un po’ come il minore di due mali, per liberare Sarajevo dall’assedio serbo e porre fine ad una guerra fratricida.

Negli ultimi anni, riscoprendosi con i romanzi “The Volcano Lover” e “In America” soprattutto scrittrice, Sontag affermava: “La letteratura è una forma di responsabilità – verso la letteratura stessa e verso la società… Gli scrittori di narrativa seri pensano ai problemi morali praticamente… Stimolano la nostra immaginazione… Educano la nostra capacità di giudizio morale”.

Di sé aveva sempre parlato come di una “moralista ossessiva”. E, pur riservandosi lungo il corso dell’intera vita il diritto di cambiare idea su ogni argomento, mai è venuta meno al ruolo, scelto sin dagli esordi, di educatrice morale nella società.

Rosa Maria Puglisi


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Orchestra Staatskapelle Dresden (Direttore Giuseppe Sinopoli, Soprano Alessandra Marc)
Tre frammenti dall'opera "Wozzeck": 2. Atto III, Scena 1 (Alban Berg)
Tre pezzi dalla "Suite Lirica": 1. Andante Amoroso (Alban Berg)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Qualcosa di scritto - Emanuele Trevi]]>

Sabato 10 novembre alle ore 18.30 presso la libreria "Laformadelibro" di via XX Settembre 63 a Padova, sarà presentato il libro di Emanuele Trevi "Qualcosa di scritto" edito dalla casa editrice Ponte alle Grazie.

Introduce:
dott.ssa Gloria Zerbinati.

Sarà presente l'autore: Emanuele Trevi

Autobiografia. Romanzo. Saggio critico. E' una commistione assolutamente originale di generi, che costituisce l'elemento caratterizzante di questo ultimo libro di Emanuele Trevi.

Roma, primi anni novanta. Trevi trova lavoro in un archivio: il Fondo Pier Paolo Pasolini.
Qui entrerà in contatto con delle persone che lo porteranno ad avvicinarsi alla vita di Pasolini.

Un viaggio che esplora la figura del regista italiano, attraverso ricordi e tracce lasciate dai protagonisti del romanzo: uno scrittore trentenne e Laura Betti.
In questo romanzo emergono parti ancora sconosciute della vita di Pier Paolo Pasolini, assassinato brutalmente nel 1975.
Pagina dopo pagina, viene resa l'immagine di un uomo, "rivoluzionario" rispetto ai suoi tempi, capace di creare prospettive differenti e che con la sua personalità e il suo genio è riuscito a segnare un epoca.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #98 dell'8 novembre 2012]]>


Susan Sontag
La scena della lettera (brani, parte 1 di 2)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:



Lettura e altri crimini



Legge: Roberta Borghi


A proposito di Susan Sontag
Un’icona per l’America della contestazione


“Guardare una vecchia fotografia di se stessi, o di una persona che si conosce, o di un personaggio pubblico molto fotografato, significa per prima cosa pensare: quanto più giovane ero (o era) allora” (Susan Sontag, “Sulla fotografia”).


Fra le immagini di protesta, che Fred McDarrah scatta nell’America degli anni Sessanta e Settanta, ve n’è una che ritrae una giovane donna condotta via da un poliziotto con in mano uno sfollagente; la ragazza, che avanza tranquilla e sorridente stringendo al petto un fascio di giornali, è Susan Sontag: si trova davanti alla Casa Bianca ed ha trentaquattro anni; è il 5 Dicembre 1967.

Dalla pubblicazione del saggio “Notes on Camp” nel ’64 ha un posto di primo piano fra gli intellettuali newyorkesi e, come Noam Chomsky, è apertamente schierata nel dibattito morale contro la guerra in Vietnam.
Riguardo alle circostanze dell’arresto immortalato, l’immagine in questione non rivela nulla più che il fatto in sé e la singolare espressione, quasi divertita, del volto della Sontag.
Si prova uno strano effetto davanti a questa istantanea, vedendo la celebre intellettuale ancora priva dell’attributo iconografico della sua ciocca bianca – che del resto sarebbe svanita fra la capigliatura uniformemente ingrigita degli ultimi anni –, qui riconoscibile più che altro per quell’intrigante, tipico sorriso, che la contraddistinguerà nella maggior parte dei ritratti successivi.


“L’osservatore sente”, come ha scritto Walter Benjamin, “il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla magari minima di caso, di hic e nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui, nell’essere in un certo modo in quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tanta eloquenza che noi, guardandoci indietro siamo ancora in grado di scoprirlo”. E sembra quasi di poter carpire attraverso una simile immagine l’essenza più reale di Susan Sontag, non ancora alterata dalle stilizzazioni del ruolo d’icona culturale impostole dai media.
Sembra, addirittura, di poter leggere qui il suo vero senso di sé e la sua passione civile, più che nei suoi scritti.


E’ ovviamente un’illusione. Di quanto indebita fosse la reputazione goduta dalla fotografia in quanto presunta portatrice d’evidenze e inoppugnabili testimonianze, del resto, proprio lei ha scritto, tracciando acutamente i limiti di questa e mettendoci in guardia contro la sua reale natura di “medium” e contenitore neutro di messaggi, puro significante aperto ai più disparati usi e consumi: “come un caminetto a legna in una stanza, le fotografie – soprattutto quelle di persone o luoghi lontani, di città remote, di un passato svanito – sono incitamenti al fantasticare”.

Era nata a New York il 16 Gennaio del 1933 da una famiglia ebrea d’origine polacca e cresciuta fra Tucson e Los Angeles. Suo padre, Jack Rosenblatt, sempre lontano a causa del suo lavoro di commerciante di pellicce, era morto di tisi in Cina quando lei aveva solo cinque anni. Il cognome Sontag era quello dell’uomo che la madre aveva sposato sette anni dopo; sebbene egli non avesse mai adottato né lei né la sorella Judith, Susan aveva fatto proprio quel cognome, perché suonava bene, “meno buffo, meno ebraico, che Rosenblatt; più americano”, e consono a un’America postbellica largamente antisemita.
Ritenuta una sorta di bambina prodigio, avendo iniziato a leggere all’età di tre anni, aveva sviluppato una grande passione per la lettura, che mai l’aveva abbandonata: “leggere un libro era come entrare in uno specchio”, avrebbe detto più tardi. Adolescente, aveva sognato di diventare scrittrice, poiché, citando Ibsen: “scrivere è arrogarsi il diritto di giudicare se stessi”.


Sorretta da una vivace curiosità e da una straordinaria memoria, aveva intrapreso gli studi universitari a sedici anni. Preso il Bachelor of Arts al College dell’Università di Chicago, si era specializzata in Filosofia, Letteratura e Teologia presso la Harvard University e aveva vinto nel ’57 una borsa di studio per il Saint Anne’s College di Oxford; aveva poi frequentato anche il celebre ateneo di Parigi, a lei più congeniale, l’influenza della cui impostazione, le avrebbe in seguito fruttato una fama di intellettuale “european-style”.
Nel 1959 il suo matrimonio con il docente di sociologia Philip Rieff – da cui nel ’52 aveva avuto il figlio David, ora noto scrittore -, durato nove anni, si concludeva col divorzio. Ancora nel fior degli anni, Sontag si trovava a cominciare una nuova vita, avendo realizzato quanto l’ambiente universitario di Chicago fosse stato opprimente per lei e le sue aspirazioni, che stentavano ancora a prender una chiara forma; si era trasferita allora col figlio nella città natale, New York, dove aveva vissuto all’inizio in ristrettezze economiche, lavorando presso la Columbia University, come insegnante di Storia della Religione.


Ben presto però aveva iniziato a scrivere saggi per il famoso “Partisan Review”, il più influente giornale letterario d’America, orientato verso la sinistra e noto per aver lanciato vari scrittori ed intellettuali, principalmente d’origine ebraica. E proprio sul “Partisan” nell’autunno del ‘64 era apparso il già citato “Notes on Camp”.
Le sue prese di posizione “anti-accademiche” e il suo modo di scrivere semplice e diretto, l’avevano subito resa interprete ideale dei fermenti di quel particolare momento storico, e complice l’attenzione dei media in un periodo, come quello degli anni Sessanta e del primo femminismo, “alla disperata ricerca di un volto femminile”, Susan Sontag era divenuta presto arbitro del gusto e guida per l’opinione pubblica degli anni della contestazione.

Un’intellettuale antiaccademica

Le riflessioni sul Camp, dedicate ad Oscar Wilde e scritte in forma d’appunti, danno a Sontag un’improvvisa notorietà: definendo questa forma di sensibilità “inconfondibilmente moderna”, questo gusto snob per l’artificio e l’eccesso, “distintivo di riconoscimento tra piccole cricche urbane”, come una sorta di moderno dandismo, che afferma l’esistenza di “un buon gusto del cattivo gusto”, la scrittrice colpisce immediatamente l’immaginazione di un pubblico che va al di là degli addetti ai lavori.


Lo stile epigrammatico asciutto – che sempre caratterizzerà i suoi scritti, sia pure in una forma più distesa e riflessiva – si presta in quel momento ad un largo successo, ma anche a letture superficiali, che faranno etichettare il saggio come un trattato sull’estetica omosessuale e ne ridurranno i molti spunti possibili allo slogan: “è bello, perché è orribile”.


In realtà, in quelle argomentazioni c’è molto più; c’è il preludio del sistematico attacco che l’intellettuale americana avrebbe sferrato contro la critica tradizionale – da lei tacciata d’eccessivo intellettualismo – nella raccolta di saggi pubblicata l’anno dopo.
Se, infatti, negli appunti sul Camp si era limitata a descrivere un particolare gusto, e ad affermare che il gusto “governa ogni libera reazione umana, usando l’aggettivo ‘libera’ in contrapposizione all’aggettivo ‘automatica’”, e che “la sensibilità dell’alta cultura non ha il monopolio della raffinatezza”, con il suo “Against interpretation” si sposta più decisamente verso una “estetica dei sensi”.


Proclama la necessità di una lettura immediata, non ermeneutica ma “erotica” dell’arte: “ciò che è importante ora è riscoprire i nostri sensi. Dobbiamo imparare a vedere di più, ad ascoltare di più, a sentire di più”; queste asserzioni vengono recepite da molti come un tentativo di appropriarsi della rivoluzione sessuale per trasformarla in teoria estetica. E siffatta teoria viene applicata indifferentemente a testi letterari o artistici nel senso più ampio e vario: da Artaud ad Harpo Marx, da Sartre ai romanzi di fantascienza.
Gli interessi di Sontag, infatti, sin da allora sono variegati, e la inducono a soffermarsi su ogni genere di comunicazione contemporanea, indagandone l’impatto sulla società.

In una serie di saggi, dapprima pubblicati su “The New York Review of Books”, decide di indagare “certi problemi, estetici e morali, posti dall’onnipresenza delle immagini fotografate”. Ne verrà fuori nel ’71 il libro “On Photography”, pietra miliare nella riflessione sul linguaggio fotografico.


Fino ad allora gli studi sull’argomento erano stati pochi, e punto di riferimento nell’indagine sontagiana sulla fotografia è sicuramente Walter Benjamin, la cui analisi sociologica viene da lei ampliata e superata, mettendo oltretutto in luce le contraddizioni, provocate dall’attrito fra la sensibilità surrealista, soffusa d’ironia, e i principi moralisti, marxisti e brechtiani, dell’autore tedesco. Di Benjamin, Sontag rivela pure la passione di collezionista di citazioni, che “sembra una versione sublimata dell’attività fotografica”, in quanto quest’ultima è vista come un modo di collezionare indiscriminatamente immagini; surreale, perché crea duplicando il mondo “una realtà di secondo grado, più limitata ma più drammatica di quella percepita dalla visione naturale”: una realtà parallela, attraverso la quale si ha un’illusoria sensazione di conoscenza e di potere.


Come Benjamin, fra l’altro, Sontag cita Atget quale precursore del surrealismo fotografico, per il suo “atteggiamento inflessibilmente egualitario di fronte a qualsiasi oggetto”, e per la predilezione verso soggetti marginali e bizzarri, tipica della corrente artistica promossa da Breton. E prende in esame l’opera di August Sander che – mentre agli occhi del tedesco, grazie alla contemporaneità rispetto al suo saggio, appare soprattutto carica di significato politico, perché sposta l’attenzione sulla funzione sociale piuttosto che estetica della fotografia – per l’intellettuale americana è rappresentativo di un interesse nuovo, neutrale e “pseudoscientifico”, verso il volto umano, scelto non più perché oggetto di celebrazione, o di curiosità verso le miserie e le stranezze (a tal proposito, fa riferimento anche a Diane Arbus), ma scelto con un intento che “partiva dal corretto presupposto che la macchina fotografica non può fare a meno di rivelare i visi come maschere sociali”.

Riguardo al valore della fotografia come ambiguo strumento di conoscenza, la scrittrice rimarca l’idea benjaminiana dell’opportunità della didascalia, “che”, com’egli afferma, “include la fotografia nell’ambito della letteralizzazione di tutti i rapporti di vita, e senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimativa”. Riprende inoltre anche l’assunto che l’immagine fotografica non è solo tramite di comunicazione, ma anche “bene di consumo”, rilevando che “una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini. Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago per stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso”.


Non soltanto “oppio dei popoli”, tuttavia, la fotografia trova pieno riscatto già in Benjamin come medium capace di allargare il nostro “inconscio ottico” e la nostra ricettività visiva e, di conseguenza, la possibilità di comprendere. In Sontag arriva infine ad essere risorsa contro il nostro sempre più acuito “senso oppressivo della caducità di ogni cosa”: le immagini consumano ma, in qualche modo, rigenerano la realtà, divenute esse stesse reali. A questo punto urge, però, una “ecologia delle immagini”.
Non diversamente da quello che era avvenuto negli scritti precedenti, in “On Photography” la scrittrice esamina l’argomento trattato in una molteplicità d’aspetti, qui difficili da esaurire, proponendo una personale visione antidogmatica.

Un essere umano morale

L’ultima opera di Susan Sontag, “Regarding the Pain of Others”, esce nel 2003; e, malgrado sia stata da lei pensata soprattutto come un “libro sulla guerra”, ai nostri occhi appare come un ulteriore chiarimento del suo pensiero sulle problematiche inerenti alla comunicazione fotografica, a distanza di trent’anni dal suo primo libro sull’argomento.
L’estremo lascito ai suoi lettori è un’indagine sulla reale natura e sulla funzione delle immagini di guerra, e orrori simili, ma anche un monito sul ruolo a cui è chiamato chi poi le osserva, spesso comodamente seduto a leggere il proprio giornale.

Semina nell’animo di chi legge il dubbio, tanto sulla necessaria veridicità di questi documenti in quanto testimonianza – questione già dibattuta nel precedente libro -, quanto sullo scopo finale della pubblicazione di certe immagini (o della mancata pubblicazione di altre), affermando che “oltre che ad avvalorare, le immagini fotografiche di un’atrocità servono a illustrare… La valenza illustrativa delle fotografie lascia intatti pregiudizi, opinioni, fantasie e disinformazione”.


Secondo Sontag, “un evento diventa reale – agli occhi di chi è altrove e lo segue in quanto “notizia” – perché è fotografato”; e le immagini fotografiche, quali ci vengono quotidianamente e insistentemente proposte, a differenza di quelle in movimento (televisive o filmiche), “forniscono un modo rapido per apprendere e una forma compatta per memorizzare”, tanto che “la familiarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato più recente”, e la loro ampia diffusione forma addirittura una memoria collettiva, che “eclissa altre forme di comprensione e di ricordo”.

La pretesa, nel pubblicare le fotografie di guerra, è sempre quella di testimoniare una realtà impensabile, suscitando il rigetto verso le sue brutture, ma “si possono fare molti usi delle innumerevoli opportunità che la vita moderna fornisce per guardare – a distanza, attraverso il mezzo fotografico – il dolore degli altri. Le fotografie di un’atrocità possono suscitare reazioni opposte. Appelli per la pace. Proclami di vendetta. O semplicemente una vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche, che accadono cose terribili”, scrive l’autrice.


La manipolazione delle coscienze è sempre in agguato; lo shock provocato da certe immagini è destinato ad affievolirsi; lo spettatore è ridotto a semplice voyeur, stuzzicato nelle sue più intime e voluttuose paure, tranquillizzato dalla consapevolezza di una distanza fra lui e una sofferenza che non lo riguarda e, infine, non lo tocca intimamente.
Il quadro dipinto sembra quasi apocalittico, pesantemente influenzato com’è dalle opinioni politiche dell’ultima Sontag, che se già più volte ha sentito in passato l’obbligo morale di denunciare le storture del sistema, di recente è sempre più in aperta polemica contro il potere ed è sovente accusata di essere antipatriottica per le sue dichiarazioni riguardo alla politica imperialista di Bush, alla strumentalizzazione da parte di questi del terrorismo e alla creazione – grazie alla condiscendenza dei media – di un oscuro, quanto opportuno, nemico sopranazionale.


In realtà, questo scritto non si esaurisce in una presa d’atto delle problematiche messe in luce, secondo le quali tra l’altro le intenzioni del fotografo sono del tutto irrilevanti, né tanto meno si chiude con una requisitoria contro la fotografia di guerra. In conclusione, viceversa, essa acquista una valenza di memento e di stimolo morale, sebbene riemerga qui, come in passato, l’importanza della parola, quale antidoto a una polisemia, connaturata all’immagine fotografica, a causa della quale il contesto in cui la foto è esposta ne determina il senso più che il soggetto ritratto.
“E’ una narrazione che può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano”, asserisce Sontag, ma aggiunge pure: “lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci… esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convinti di essere nel giusto – possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo”.

Manca ancora il necessario distacco per valutare appieno la portata del lavoro intellettuale di Susan Sontag: troppo recente è infatti la sua scomparsa, causata dal cancro, che per due volte in passato aveva sconfitto, trasformando anche tale esperienza in oggetto di riflessione all’interno della sua analisi sui pregiudizi legati alla malattia pubblicata col titolo di “Illness as Metaphor”.

La sua opera è stata complessa per la varietà degli interessi, e controversa per la scelta di punti di vista sempre eccentrici rispetto alle posizioni canoniche.
Di molte cose si è occupata: ha scritto saggi e romanzi, è stata sceneggiatrice e regista di film, ha diretto importanti opere teatrali. In ognuna di queste attività ha cercato di esprimere sopra ogni altra cosa le sue qualità di “essere umano morale”, non meno che nelle sue battaglie a favore del Movimento di liberazione della donna, per i diritti umani, per la libertà d’espressione, contro le guerre in nome dei falsi ideali dell’imperialismo americano, e persino – senza troppe contraddizioni – a favore dell’intervento armato, inteso un po’ come il minore di due mali, per liberare Sarajevo dall’assedio serbo e porre fine ad una guerra fratricida.


Negli ultimi anni, riscoprendosi con i romanzi “The Volcano Lover” e “In America” soprattutto scrittrice, Sontag affermava: “La letteratura è una forma di responsabilità – verso la letteratura stessa e verso la società… Gli scrittori di narrativa seri pensano ai problemi morali praticamente… Stimolano la nostra immaginazione… Educano la nostra capacità di giudizio morale”.


Di sé aveva sempre parlato come di una “moralista ossessiva”. E, pur riservandosi lungo il corso dell’intera vita il diritto di cambiare idea su ogni argomento, mai è venuta meno al ruolo, scelto sin dagli esordi, di educatrice morale nella società.

Rosa Maria Puglisi


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Orchestra Staatskapelle Dresden (Direttore Giuseppe Sinopoli, Soprano Alessandra Marc)
Tre frammenti dall'opera "Wozzeck": 2. Atto III, Scena 1 (Alban Berg)
Tre pezzi dalla "Suite Lirica": 1. Andante Amoroso (Alban Berg)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #97 dell'1 novembre 2012]]>


Carlo Lucarelli


La Bambina (parte 4 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini


Legge: Franco Ventimiglia



Giudici


Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

"Giudici" sembra un po' uno di quei film a più episodi, e di conseguenza più registi, in cui un tema centrale viene rappresentato con differenti poetiche. Nel caso del volume edito da Einaudi, nella collana Stile libero big, la figura del giudice/magistrato viene messa in scena da tre grandi scrittori italiani: Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli. In tutti e tre i racconti convivono l'uomo e il ruolo istituzionale, e nelle pieghe di questa convivenza emergono le difficoltà di una professione come quella del giudice. Camilleri, De Cataldo e Lucarelli scelgono esempi positivi, ma senza toni epici. Perché la grandezza morale del difensore dello Stato, del rappresentante della Legge, che fa di tutto per muoversi sempre dentro il sistema, dovrebbe essere un fatto normale, senza alibi. C'è una lettura del volume, quella storica, che conferisce alle diverse narrazioni un senso di corpo unico. Perché le tre diverse ambientazioni temporali (Post Unità d'Italia, Anni di Piombo, Oggi) dei racconti, evidenziano come la storia del nostro Paese, fin dalle sue origini, abbia viziato la corretta amministrazione della Giustizia, sgambettando il percorso dei suoi più integerrimi rappresentanti.

Il secondo racconto, "La Bambina" di Carlo Lucarelli, è ambientato nella Bologna del 1980, dove nelle frasi finali viene evocata la strage fascista alla Stazione del 2 agosto. Il brigadiere Ferrucci Ivano, detto Ferro, lavora nel servizio scorte. Ha 56 anni, di cui 37 passati in Polizia, ed è pronto ad andarsene in pensione. Un giorno, per un cambio di servizio, gli viene assegnata la protezione di un giudice donna, La Bambina, per l'appunto. Giovane, minuta, "topolina": gli ricorda molto sua figlia. L'incarico sembra piuttosto semplice, d'altro canto La Bambina sta seguendo solo un caso di bancarotta fraudolenta: "La scorta serve a quelli che fanno le inchieste sulla politica, serviva al povero Amato, ammazzato così alla fermata del tram". Il fatto è che dietro l'inchiesta apparentemente innocua seguita dalla Bambina si apre ben presto un abisso pericolosissimo che vede coinvolta quella parte di Stato che con uno Stato non dovrebbe mai avere nulla a che fare. E Valentina, questo il nome del giudice, riesce a capire sulla sua pelle e a costo di una vita, quanto possa essere pericoloso e difficile rappresentare la Legge. Una battaglia a suon di omicidi e altri efferati delitti. Una serie di crimini che modellano una storia torbida, dove gli attori sono poliziotti corrotti e istituzioni deviate.

Dopo Grazia Negro, l’ispettrice di polizia specializzata in crimini violenti e protagonista di diversi suoi romanzi, Lucarelli forgia un’altra eroina femminile. Un personaggio atipico, ma amabile e ammirevole.

Il racconto del giallista di Bologna è avvincente e ricco di colpi di scena, che lasciano senza fiato il lettore. Lo stile è quello tipico di Lucarelli: colmo di costruzioni paratattiche e paragrafi non troppo lunghi. Le descrizioni dei luoghi e dei protagonisti sono ben fatte e la scorrevolezza complessiva del testo è ottima. Lucarelli, che introduce ne "La Bambina" anche dei riferimenti musicali a Pino Daniele e ai Cure, si avvale di un fraseggio intenso ed efficace, un espediente narrativo che Lucarelli ha già utilizzato in passato con romanzi come "Un giorno dopo l’altro" e "Almost Blue", aggiungendo al racconto anche una colonna sonora che accresce il potenziale immersivo della narrazione, irretendo il lettore all’interno della vicenda. La storia è perfettamente organizzata e i personaggi dipinti con evidente, grande maestria.

Francesco Forestiero


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Atrocity Exhibition (Joy Division)
Pino Daniele, Je so' pazzo (Pino Daniele)
The Cure, A Forest (Robert Smith)
Joy Division, The Eternal (Joy Division)
Joy Division, Atmosphere (Joy Division)
Joy Division, Decades (Joy Division)
Caetano Veloso, Cuccuruccu Paloma (Alberto Iglesias)
Gianni Togni, Luna (Gianni Togni)
Astrud Gilberto, Manha De Carnaval (Luiz Bonfá/Antonio Maria)
Elis Regina, Fascinação (Fermo F.D. Marchetti/Maurice Dominique Feraudy)
Damien Rice, Eskimo (Hidden Track#2: "Silent Night" sung by Lisa Hanningan)
Joy Division, Love Will Tear Us Apart (Joy Division)
Quartetto Italiano, String Quartet #15 In A Minor, Op. 132, "Heiliger Dankgesang" (Ludwig Van Beethoven)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #96 del 25 ottobre 2012]]>


Carlo Lucarelli


La Bambina (parte 3 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini



Legge: Franco Ventimiglia



Giudici


Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

"Giudici" sembra un po' uno di quei film a più episodi, e di conseguenza più registi, in cui un tema centrale viene rappresentato con differenti poetiche. Nel caso del volume edito da Einaudi, nella collana Stile libero big, la figura del giudice/magistrato viene messa in scena da tre grandi scrittori italiani: Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli. In tutti e tre i racconti convivono l'uomo e il ruolo istituzionale, e nelle pieghe di questa convivenza emergono le difficoltà di una professione come quella del giudice. Camilleri, De Cataldo e Lucarelli scelgono esempi positivi, ma senza toni epici. Perché la grandezza morale del difensore dello Stato, del rappresentante della Legge, che fa di tutto per muoversi sempre dentro il sistema, dovrebbe essere un fatto normale, senza alibi. C'è una lettura del volume, quella storica, che conferisce alle diverse narrazioni un senso di corpo unico. Perché le tre diverse ambientazioni temporali (Post Unità d'Italia, Anni di Piombo, Oggi) dei racconti, evidenziano come la storia del nostro Paese, fin dalle sue origini, abbia viziato la corretta amministrazione della Giustizia, sgambettando il percorso dei suoi più integerrimi rappresentanti.

Il secondo racconto, "La Bambina" di Carlo Lucarelli, è ambientato nella Bologna del 1980, dove nelle frasi finali viene evocata la strage fascista alla Stazione del 2 agosto. Il brigadiere Ferrucci Ivano, detto Ferro, lavora nel servizio scorte. Ha 56 anni, di cui 37 passati in Polizia, ed è pronto ad andarsene in pensione. Un giorno, per un cambio di servizio, gli viene assegnata la protezione di un giudice donna, La Bambina, per l'appunto. Giovane, minuta, "topolina": gli ricorda molto sua figlia. L'incarico sembra piuttosto semplice, d'altro canto La Bambina sta seguendo solo un caso di bancarotta fraudolenta: "La scorta serve a quelli che fanno le inchieste sulla politica, serviva al povero Amato, ammazzato così alla fermata del tram". Il fatto è che dietro l'inchiesta apparentemente innocua seguita dalla Bambina si apre ben presto un abisso pericolosissimo che vede coinvolta quella parte di Stato che con uno Stato non dovrebbe mai avere nulla a che fare. E Valentina, questo il nome del giudice, riesce a capire sulla sua pelle e a costo di una vita, quanto possa essere pericoloso e difficile rappresentare la Legge. Una battaglia a suon di omicidi e altri efferati delitti. Una serie di crimini che modellano una storia torbida, dove gli attori sono poliziotti corrotti e istituzioni deviate.

Dopo Grazia Negro, l’ispettrice di polizia specializzata in crimini violenti e protagonista di diversi suoi romanzi, Lucarelli forgia un’altra eroina femminile. Un personaggio atipico, ma amabile e ammirevole.

Il racconto del giallista di Bologna è avvincente e ricco di colpi di scena, che lasciano senza fiato il lettore. Lo stile è quello tipico di Lucarelli: colmo di costruzioni paratattiche e paragrafi non troppo lunghi. Le descrizioni dei luoghi e dei protagonisti sono ben fatte e la scorrevolezza complessiva del testo è ottima. Lucarelli, che introduce ne "La Bambina" anche dei riferimenti musicali a Pino Daniele e ai Cure, si avvale di un fraseggio intenso ed efficace, un espediente narrativo che Lucarelli ha già utilizzato in passato con romanzi come "Un giorno dopo l’altro" e "Almost Blue", aggiungendo al racconto anche una colonna sonora che accresce il potenziale immersivo della narrazione, irretendo il lettore all’interno della vicenda. La storia è perfettamente organizzata e i personaggi dipinti con evidente, grande maestria.

Francesco Forestiero


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Atrocity Exhibition (Joy Division)
Pino Daniele, Je so' pazzo (Pino Daniele)
The Cure, A Forest (Robert Smith)
Joy Division, The Eternal (Joy Division)
Joy Division, Atmosphere (Joy Division)
Joy Division, Decades (Joy Division)
Caetano Veloso, Cuccuruccu Paloma (Alberto Iglesias)
Gianni Togni, Luna (Gianni Togni)
Astrud Gilberto, Manha De Carnaval (Luiz Bonfá/Antonio Maria)
Elis Regina, Fascinação (Fermo F.D. Marchetti/Maurice Dominique Feraudy)
Damien Rice, Eskimo (Hidden Track#2: "Silent Night" sung by Lisa Hanningan)
Joy Division, Love Will Tear Us Apart (Joy Division)
Quartetto Italiano, String Quartet #15 In A Minor, Op. 132, "Heiliger Dankgesang" (Ludwig Van Beethoven)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #95 del 18 ottobre 2012
]]>


Carlo Lucarelli


La Bambina (parte 2 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini


Legge: Franco Ventimiglia



Giudici


Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

"Giudici" sembra un po' uno di quei film a più episodi, e di conseguenza più registi, in cui un tema centrale viene rappresentato con differenti poetiche. Nel caso del volume edito da Einaudi, nella collana Stile libero big, la figura del giudice/magistrato viene messa in scena da tre grandi scrittori italiani: Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli. In tutti e tre i racconti convivono l'uomo e il ruolo istituzionale, e nelle pieghe di questa convivenza emergono le difficoltà di una professione come quella del giudice. Camilleri, De Cataldo e Lucarelli scelgono esempi positivi, ma senza toni epici. Perché la grandezza morale del difensore dello Stato, del rappresentante della Legge, che fa di tutto per muoversi sempre dentro il sistema, dovrebbe essere un fatto normale, senza alibi. C'è una lettura del volume, quella storica, che conferisce alle diverse narrazioni un senso di corpo unico. Perché le tre diverse ambientazioni temporali (Post Unità d'Italia, Anni di Piombo, Oggi) dei racconti, evidenziano come la storia del nostro Paese, fin dalle sue origini, abbia viziato la corretta amministrazione della Giustizia, sgambettando il percorso dei suoi più integerrimi rappresentanti.

Il secondo racconto, "La Bambina" di Carlo Lucarelli, è ambientato nella Bologna del 1980, dove nelle frasi finali viene evocata la strage fascista alla Stazione del 2 agosto. Il brigadiere Ferrucci Ivano, detto Ferro, lavora nel servizio scorte. Ha 56 anni, di cui 37 passati in Polizia, ed è pronto ad andarsene in pensione. Un giorno, per un cambio di servizio, gli viene assegnata la protezione di un giudice donna, La Bambina, per l'appunto. Giovane, minuta, "topolina": gli ricorda molto sua figlia. L'incarico sembra piuttosto semplice, d'altro canto La Bambina sta seguendo solo un caso di bancarotta fraudolenta: "La scorta serve a quelli che fanno le inchieste sulla politica, serviva al povero Amato, ammazzato così alla fermata del tram". Il fatto è che dietro l'inchiesta apparentemente innocua seguita dalla Bambina si apre ben presto un abisso pericolosissimo che vede coinvolta quella parte di Stato che con uno Stato non dovrebbe mai avere nulla a che fare. E Valentina, questo il nome del giudice, riesce a capire sulla sua pelle e a costo di una vita, quanto possa essere pericoloso e difficile rappresentare la Legge. Una battaglia a suon di omicidi e altri efferati delitti. Una serie di crimini che modellano una storia torbida, dove gli attori sono poliziotti corrotti e istituzioni deviate.

Dopo Grazia Negro, l’ispettrice di polizia specializzata in crimini violenti e protagonista di diversi suoi romanzi, Lucarelli forgia un’altra eroina femminile. Un personaggio atipico, ma amabile e ammirevole.

Il racconto del giallista di Bologna è avvincente e ricco di colpi di scena, che lasciano senza fiato il lettore. Lo stile è quello tipico di Lucarelli: colmo di costruzioni paratattiche e paragrafi non troppo lunghi. Le descrizioni dei luoghi e dei protagonisti sono ben fatte e la scorrevolezza complessiva del testo è ottima. Lucarelli, che introduce ne "La Bambina" anche dei riferimenti musicali a Pino Daniele e ai Cure, si avvale di un fraseggio intenso ed efficace, un espediente narrativo che Lucarelli ha già utilizzato in passato con romanzi come "Un giorno dopo l’altro" e "Almost Blue", aggiungendo al racconto anche una colonna sonora che accresce il potenziale immersivo della narrazione, irretendo il lettore all’interno della vicenda. La storia è perfettamente organizzata e i personaggi dipinti con evidente, grande maestria.

Francesco Forestiero


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Atrocity Exhibition (Joy Division)
Pino Daniele, Je so' pazzo (Pino Daniele)
The Cure, A Forest (Robert Smith)
Joy Division, The Eternal (Joy Division)
Joy Division, Atmosphere (Joy Division)
Joy Division, Decades (Joy Division)
Caetano Veloso, Cuccuruccu Paloma (Alberto Iglesias)
Gianni Togni, Luna (Gianni Togni)
Astrud Gilberto, Manha De Carnaval (Luiz Bonfá/Antonio Maria)
Elis Regina, Fascinação (Fermo F.D. Marchetti/Maurice Dominique Feraudy)
Damien Rice, Eskimo (Hidden Track#2: "Silent Night" sung by Lisa Hanningan)
Joy Division, Love Will Tear Us Apart (Joy Division)
Quartetto Italiano, String Quartet #15 In A Minor, Op. 132, "Heiliger Dankgesang" (Ludwig Van Beethoven)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #94 dell'11 ottobre 2012]]>


Carlo Lucarelli


La Bambina (parte 1 di 4)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

Lettura e altri crimini


Legge: Franco Ventimiglia



Giudici


Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

"Giudici" sembra un po' uno di quei film a più episodi, e di conseguenza più registi, in cui un tema centrale viene rappresentato con differenti poetiche. Nel caso del volume edito da Einaudi, nella collana Stile libero big, la figura del giudice/magistrato viene messa in scena da tre grandi scrittori italiani: Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli. In tutti e tre i racconti convivono l'uomo e il ruolo istituzionale, e nelle pieghe di questa convivenza emergono le difficoltà di una professione come quella del giudice. Camilleri, De Cataldo e Lucarelli scelgono esempi positivi, ma senza toni epici. Perché la grandezza morale del difensore dello Stato, del rappresentante della Legge, che fa di tutto per muoversi sempre dentro il sistema, dovrebbe essere un fatto normale, senza alibi. C'è una lettura del volume, quella storica, che conferisce alle diverse narrazioni un senso di corpo unico. Perché le tre diverse ambientazioni temporali (Post Unità d'Italia, Anni di Piombo, Oggi) dei racconti, evidenziano come la storia del nostro Paese, fin dalle sue origini, abbia viziato la corretta amministrazione della Giustizia, sgambettando il percorso dei suoi più integerrimi rappresentanti.

Il secondo racconto, "La Bambina" di Carlo Lucarelli, è ambientato nella Bologna del 1980, dove nelle frasi finali viene evocata la strage fascista alla Stazione del 2 agosto. Il brigadiere Ferrucci Ivano, detto Ferro, lavora nel servizio scorte. Ha 56 anni, di cui 37 passati in Polizia, ed è pronto ad andarsene in pensione. Un giorno, per un cambio di servizio, gli viene assegnata la protezione di un giudice donna, La Bambina, per l'appunto. Giovane, minuta, "topolina": gli ricorda molto sua figlia. L'incarico sembra piuttosto semplice, d'altro canto La Bambina sta seguendo solo un caso di bancarotta fraudolenta: "La scorta serve a quelli che fanno le inchieste sulla politica, serviva al povero Amato, ammazzato così alla fermata del tram". Il fatto è che dietro l'inchiesta apparentemente innocua seguita dalla Bambina si apre ben presto un abisso pericolosissimo che vede coinvolta quella parte di Stato che con uno Stato non dovrebbe mai avere nulla a che fare. E Valentina, questo il nome del giudice, riesce a capire sulla sua pelle e a costo di una vita, quanto possa essere pericoloso e difficile rappresentare la Legge. Una battaglia a suon di omicidi e altri efferati delitti. Una serie di crimini che modellano una storia torbida, dove gli attori sono poliziotti corrotti e istituzioni deviate.

Dopo Grazia Negro, l’ispettrice di polizia specializzata in crimini violenti e protagonista di diversi suoi romanzi, Lucarelli forgia un’altra eroina femminile. Un personaggio atipico, ma amabile e ammirevole.

Il racconto del giallista di Bologna è avvincente e ricco di colpi di scena, che lasciano senza fiato il lettore. Lo stile è quello tipico di Lucarelli: colmo di costruzioni paratattiche e paragrafi non troppo lunghi. Le descrizioni dei luoghi e dei protagonisti sono ben fatte e la scorrevolezza complessiva del testo è ottima. Lucarelli, che introduce ne "La Bambina" anche dei riferimenti musicali a Pino Daniele e ai Cure, si avvale di un fraseggio intenso ed efficace, un espediente narrativo che Lucarelli ha già utilizzato in passato con romanzi come "Un giorno dopo l’altro" e "Almost Blue", aggiungendo al racconto anche una colonna sonora che accresce il potenziale immersivo della narrazione, irretendo il lettore all’interno della vicenda. La storia è perfettamente organizzata e i personaggi dipinti con evidente, grande maestria.

Francesco Forestiero


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Atrocity Exhibition (Joy Division)
Pino Daniele, Je so' pazzo (Pino Daniele)
The Cure, A Forest (Robert Smith)
Joy Division, The Eternal (Joy Division)
Joy Division, Atmosphere (Joy Division)
Joy Division, Decades (Joy Division)
Caetano Veloso, Cuccuruccu Paloma (Alberto Iglesias)
Gianni Togni, Luna (Gianni Togni)
Astrud Gilberto, Manha De Carnaval (Luiz Bonfá/Antonio Maria)
Elis Regina, Fascinação (Fermo F.D. Marchetti/Maurice Dominique Feraudy)
Damien Rice, Eskimo (Hidden Track#2: "Silent Night" sung by Lisa Hanningan)
Joy Division, Love Will Tear Us Apart (Joy Division)
Quartetto Italiano, String Quartet #15 In A Minor, Op. 132, "Heiliger Dankgesang" (Ludwig Van Beethoven)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #93 del 4 ottobre 2012]]>


Andrea Camilleri

Il giudice Surra (parte 3 di 3)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

www.letturaealtricrimini.it

Legge: Franco Ventimiglia

“Giudici”

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

"Giudici" sembra un po' uno di quei film a più episodi, e di conseguenza più registi, in cui un tema centrale viene rappresentato con differenti poetiche. Nel caso del volume edito da Einaudi, nella collana Stile libero big, la figura del giudice/magistrato viene messa in scena da tre grandi scrittori italiani: Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli. In tutti e tre i racconti convivono l'uomo e il ruolo istituzionale, e nelle pieghe di questa convivenza emergono le difficoltà di una professione come quella del giudice. Camilleri, De Cataldo e Lucarelli scelgono esempi positivi, ma senza toni epici. Perché la grandezza morale del difensore dello Stato, del rappresentante della Legge, che fa di tutto per muoversi sempre dentro il sistema, dovrebbe essere un fatto normale, senza alibi. C'è una lettura del volume, quella storica, che conferisce alle diverse narrazioni un senso di corpo unico. Perché le tre diverse ambientazioni temporali (Post Unità d'Italia, Anni di Piombo, Oggi) dei racconti, evidenziano come la storia del nostro Paese, fin dalle sue origini, abbia viziato la corretta amministrazione della Giustizia, sgambettando il percorso dei suoi più integerrimi rappresentanti.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali.

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.

Francesco Forestiero


Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agi come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italiano, Quartetti per archi (Wolfgang Amadeus Mozart)
The Rolling Stones, Shake Your Hips (James Moore aka Slim Harpo)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[La fine dell’altro mondo - Filippo D'Angelo]]>

In una Genova torrida di inizio estate Ludovico Roncalli, ventottenne dottorando in letteratura francese, da tre anni al lavoro sul romanzo utopico L’altro mondo di Cyrano de Bergerac, si trova davanti a una svolta inaspettata per la sua ricerca.
Proveniente da una famiglia alto-borghese di professionisti, Ludovico vive da tempo alla deriva: beve e fuma troppo, il rapporto con la giovanissima fidanzata Marta lo annoia, l’università gli sembra campo esclusivo di mediocri rivalità, mentre il sogno proibito di un rapporto incestuoso con la sorella Umberta lo turba e lo affascina. L’intuizione che il romanzo di Cyrano possa avere, in alcune edizioni, una diversa conclusione lo porterà a Parigi e a Mosca, all’inseguimento di una nuova fine per L’altro mondo. Nel frattempo, è una parte del mondo che Ludovico conosce a finire, proprio quell’estate, a Genova: il luglio che fa da sfondo al romanzo è infatti quello del 2001, l’anno del G8 e della “perdita dell’innocenza” di un’intera generazione.

Filippo D’Angelo, che di mestiere fa il ricercatore universitario (in Francia) ed è qui al primo romanzo, ha scritto un libro dolente e al tempo stesso avvincente, con un protagonista che è difficile dimenticare. Ludovico, come un personaggio di Moravia, non fa nulla per starci simpatico: è ricco, cinico e presuntuoso, le sue preoccupazioni più gravi sono le sbronze, un sesso egoistico e pornografico, e il tormento per l’incipiente calvizie.
Eppure La fine dell’altro mondo è un romanzo che parla a tutti noi, perché mostra che la letteratura può rappresentare, e con ciò stesso contraddire, la rovina del nostro Paese, “che non è stato all’altezza nemmeno dei suoi propositi più modesti”.
Quella della requisitoria di Ludovico contro la propria generazione e quella precedente, contro i politici e gli accademici, contro l’agonizzante famiglia post-sessantottina, contro i propri amici, falliti o pateticamente di successo, soprattutto contro se stesso, è una lingua matura e ben scolpita, forse in alcuni punti troppo compiaciuta del proprio pastiche citazionistico ma capace anche di far ridere (l’irresistibile parentesi moscovita) e indignare (gli atteggiamenti polizieschi durante il G8).

Se è possibile trovare un limite nel libro, esso sta in quello che ha evidenziato anche Daniele Giglioli sul Corriere della Sera: “la sua malinconia è un privilegio di classe”, e l’ottica dell’autore, occupato a dissezionare come un entomologo il gruppo alto-borghese, socialmente assai omogeneo, di Ludovico e degli altri personaggi, lascia fuori tanto, e tanti. Non perché nel coerente nichilismo del romanzo andasse inserito a forza un “principio speranza”, piuttosto perché “l’altro mondo possibile”, finito nel sangue delle strade di Genova, non può che sempre ricominciare: quantomeno perché “questo” mondo (il nostro, e quello descritto nel romanzo) sta diventando sempre più impossibile.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #92 del 27 settembre 2012]]>


Andrea Camilleri



Il giudice Surra (parte 2 di 3)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

www.letturaealtricrimini.it

Legge: Franco Ventimiglia

“Giudici”

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

"Giudici" sembra un po' uno di quei film a più episodi, e di conseguenza più registi, in cui un tema centrale viene rappresentato con differenti poetiche. Nel caso del volume edito da Einaudi, nella collana Stile libero big, la figura del giudice/magistrato viene messa in scena da tre grandi scrittori italiani: Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli. In tutti e tre i racconti convivono l'uomo e il ruolo istituzionale, e nelle pieghe di questa convivenza emergono le difficoltà di una professione come quella del giudice. Camilleri, De Cataldo e Lucarelli scelgono esempi positivi, ma senza toni epici. Perché la grandezza morale del difensore dello Stato, del rappresentante della Legge, che fa di tutto per muoversi sempre dentro il sistema, dovrebbe essere un fatto normale, senza alibi. C'è una lettura del volume, quella storica, che conferisce alle diverse narrazioni un senso di corpo unico. Perché le tre diverse ambientazioni temporali (Post Unità d'Italia, Anni di Piombo, Oggi) dei racconti, evidenziano come la storia del nostro Paese, fin dalle sue origini, abbia viziato la corretta amministrazione della Giustizia, sgambettando il percorso dei suoi più integerrimi rappresentanti.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali.

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.

Francesco Forestiero


Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agi come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italiano, Quartetti per archi (Wolfgang Amadeus Mozart)
The Rolling Stones, Shake Your Hips (James Moore aka Slim Harpo)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #91 del 20 settembre 2012]]>


Andrea Camilleri



Il giudice Surra (parte 1 di 3)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

www.letturaealtricrimini.it

Legge: Franco Ventimiglia

“Giudici”

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

"Giudici" sembra un po' uno di quei film a più episodi, e di conseguenza più registi, in cui un tema centrale viene rappresentato con differenti poetiche. Nel caso del volume edito da Einaudi, nella collana Stile libero big, la figura del giudice/magistrato viene messa in scena da tre grandi scrittori italiani: Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli. In tutti e tre i racconti convivono l'uomo e il ruolo istituzionale, e nelle pieghe di questa convivenza emergono le difficoltà di una professione come quella del giudice. Camilleri, De Cataldo e Lucarelli scelgono esempi positivi, ma senza toni epici. Perché la grandezza morale del difensore dello Stato, del rappresentante della Legge, che fa di tutto per muoversi sempre dentro il sistema, dovrebbe essere un fatto normale, senza alibi. C'è una lettura del volume, quella storica, che conferisce alle diverse narrazioni un senso di corpo unico. Perché le tre diverse ambientazioni temporali (Post Unità d'Italia, Anni di Piombo, Oggi) dei racconti, evidenziano come la storia del nostro Paese, fin dalle sue origini, abbia viziato la corretta amministrazione della Giustizia, sgambettando il percorso dei suoi più integerrimi rappresentanti.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali.

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.

Francesco Forestiero


Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agi come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italiano, Quartetti per archi (Wolfgang Amadeus Mozart)
The Rolling Stones, Shake Your Hips (James Moore aka Slim Harpo)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #90 del 13 settembre 2012]]>


Jean Giono

L’uomo che piantava gli alberi


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:



www.letturaealtricrimini.it



Legge: Franco Ventimiglia


L'uomo che piantava gli alberi

Schivo, generoso, radicato come una pianta tenace alla terra della sua Provenza (di cui amava le luci e i profumi, i paesaggi e i sapori speziati), ma romanticamente assorto nel documentare e sognare le sue origini italiane, più esattamente piemontesi, Jean Giono ci appare innanzitutto come un inclassificabile, come una di quelle figure cui la storia letteraria stenta a trovare la casella giusta, la formula che possa semplificare una complessità e una ricchezza straordinarie. Refrattario ai giochi della società letteraria parigina, si recò per la prima volta nella capitale a trentaquattro anni, per firmare le copie destinate al servizio stampa di Collina, il romanzo che gli diede la notorietà. Nell'assumere posizioni e nel sostenere idee, poi, Giono non mancò mai di considerare i problemi secondo un'angolazione originale, e questo gli valse, come vedremo, le condanne più contraddittorie, pronunciate magari da schieramenti opposti. Succede sempre così, pare, agli spiriti veramente indipendenti.
Il nostro autore nacque a Manosque, nel 1895, da una stiratrice e da un calzolaio. Il nonno, Pietro Antonio Giono, poi Jean-Baptiste, è la figura dai contorni leggendari cui lo scrittore si sarebbe ispirato, negli anni della maturità artistica, per i romanzi componenti il “ciclo dell'ussaro”. Partendo da un fondo di verità, Giono voleva il suo progenitore «piemontese, carbonaro e ufficiale», costretto a lasciare l'Italia per la Francia in quanto «condannato a morte in contumacia per aver cospirato contro le vigliaccherie della sua epoca».
A sedici anni, causa la malattia del padre, Jean dovette interrompere gli studi ed impiegarsi in banca, sempre a Manosque. Ma grazie a una serie di solide letture (la Bibbia, Omero, Kipling), incoraggiate dalla pur modesta famiglia, aveva fatto in tempo a formarsi una cultura e una sensibilità letteraria. Partecipò al primo conflitto mondiale («soldato di seconda classe senza croce di guerra») e fu ferito a Verdun. Nel 1924 pubblicò una raccolta di versi, Accompagnés de la flute [Accompagnati dal flauto], e lavorò nel 1927 alla stesura del suo primo libro in prosa, La menzogna di Ulisse, che sarebbe uscito nel 1930 e che conteneva una trasposizione dell' Odissea nel presente. Lo stesso lirismo mediterraneo e pagano si ritrova nella cosiddetta "trilogia di Pan", costituita dai romanzi Collina (1929), Uno di Baumugnes (1929) e Regain (1930). In questo trittico epico-narrativo, lo scrittore celebra il legame cosmico e viscerale dei contadini provenzali con la Natura; una Natura che, nei suoi aspetti più ostili come in quelli familiari e idilliaci, è comunque una forza misteriosa, i cui segni non possono essere interpretati da tutti. Le influenze di Virgilio, Whitman, Melville e Ramuz sono assimilate e superate in uno stile autentico, nuovo, lontano dalle astrazioni della letteratura colta; un linguaggio in cui la prosa poetica si fonde sapientemente con il parlato popolare.
Grazie al successo di Collina, Giono poté dedicarsi interamente alla letteratura. Nel 1931 uscì Le Grand troupeau [Il grande gregge], in cui il reduce di Verdun evocava l'orrore della guerra di trincea. Con Il canto del mondo (1934) e Que ma joie demeure, 1935 [Che la mia gioia resti], il tema del ritorno alla natura assumeva il tono della predicazione. A proposito del primo, una storia di avventure simbolicamente ambientata lungo il corso di un fiume, l'autore dichiarò di aver voluto scrivere «un libro con montagne inviolate, con terra, foresta, neve e uomini inviolati. Ci sono tutte queste cose. Sono individui sani, onesti, forti, duri, puri, fedeli. Vivono la loro avventura. Solo loro conoscono le gioie e la tristezza del mondo». In Que ma joie demeure, il richiamo alla natura come fonte della vita apriva ad un altro tema, la ricerca della felicità, che sarebbe sempre stato caro a Giono. L'autore, così, oltre a dedicarsi regolarmente alla pratica quotidiana della scrittura, oltre a concedersi passeggiate per la campagna e lunghe conversazioni con i contadini (da un simile spunto narrativo, del resto, prende avvio anche la storia dell' Uomo che piantava gli alberi), iniziava a vedere intorno a sé dei discepoli, che si riunivano in una fattoria abbandonata a Contadour, in alta Provenza, per ascoltare il suo messaggio pacifista e per imparare da lui Les vraies richesses, 1936 [Le vere ricchezze]: quelle che nascono dalla terra e dal suo lavoro. La sottomissione all'ordine naturale del mondo costituisce per l'individuo la libertà, incompatibile con la civiltà moderna e con l'intruppamento che questa presuppone.
Un simile impegno, che trovò espressione letteraria in una serie di saggi (Présentation de Pan, 1930 [Presentazione di Pan], Refus d'obéissance, 1937 [Rifiuto dell'ubbedienza]; Lettre aux paysans sur la pauvreté et sur la paix, 1938 [Lettera ai contadini sulla povertà e sulla pace]), avrebbe portato Giono a conoscere il carcere, nel 1939 (anno di mobilitazione generale), con l'accusa di propaganda antimilitarista. Né la Liberazione riservò all'autore sorti migliori: i comunisti francesi non lo vedevano di buon occhio, per avere aderito a un comitato di scrittori guidato dal surrealista Breton e di ispirazione trotzkista. Inoltre, il suo ideale del ritorno alla terra e della rinascita provinciale poteva apparire, secondo un
giudizio distorto, come un implicito assenso alla dottrina ufficiale del regime di Vichy. La Resistenza, infine, gli rimproverava collaborazioni a riviste compromesse con i tedeschi. Così Giono, che durante l'occupazione aveva dato rifugio a due cugini comunisti, ad alcuni ebrei e a un disertore ricercato dalla Gestapo, fu accusato di collaborazionismo e subì, a partire dal settembre '44, una nuova prigionia e il divieto di pubblicare.
Nella forzata solitudine lo scrittore si dedicò alla lettura di Ariosto e di Stendhal. Questo alimento spirituale gli fornì la forza per progettare un grande ciclo di "cronache", in cui finalmente potesse incarnarsi come personaggio la leggendaria figura del nonno: ecco che nasceva Angelo Pardi, il giovane colonnello degli ussari animato dalla passione risorgimentale, generoso e audace, orgoglioso ma non scevro di colorazioni ironiche. Accanto a lui, l'autore poneva l'incantevole Pauline de Théus, e dava vita a una serie di romanzi le cui trame sono legate fra loro, anche se l'ordine cronologico di stesura e pubblicazione risulta sfalsato rispetto all'intreccio stesso: Mort d'un personnage, 1949 [Morte di un personaggio], il celeberrimo Ussaro sul tetto (1951), La pazza gioia (1957), Angelo (1958). Dal racconto picaresco (si pensi, nell' Ussaro, alle lunghe, abbacinanti pagine in cui Angelo attraversa una Provenza devastata dal colera) alla storia d'amore, dall'avventura di cappa e spada al romanzo storico (nella Pazza gioia Angelo partecipa ai moti italiani del '48): vari generi narrativi sono accolti nel fiume di questo stile nuovo, di questo linguaggio ormai spoglio del lirismo che distingueva le prime opere, e capace, pur nel fluire torrenziale del racconto, di esibire il sottinteso, l'espressione secca e straniante.
Giono scrisse ancora molto, prima di spegnersi nel 1970 a Manosque, nella casa in cui era sempre vissuto con la moglie Elise e le due figlie. Merita però di essere ricordato il Viaggio in Italia (1953), in cui il tema (quanto stendhaliano!) della ricerca della felicità si esprime nell'arte di godere ogni attimo, ogni luce o profumo o silenzio dell'aria, ogni chiesa romanica e ogni stradina di campagna: «Non bisogna disdegnare nulla. La felicità è una ricerca. Occorre impegnarvi l'esperienza e la propria immaginazione». È qui, in queste parole, il senso più profondo di un percorso intrapreso per visitare la terra d'origine dei suoi antenati e di Machiavelli, a cui il nostro autore dedicò alcuni saggi.
Giono, dunque, morì a settantacinque anni, senza che mai la società letteraria francese gli avesse perdonato la sua originalità e il caparbio attaccamento alla sua terra (con due sole eccezioni: l'ammissione all'Accademia Goncourt, nel 1954, e soprattutto la stima di André Gide). Fra i tanti modi di ricordarlo adesso, forse, il migliore è scoprire questa storia dell' Uomo che piantava gli alberi. Vi si ritrovano, nello spazio di un breve racconto, tutti i temi che furono cari allo scrittore: il pacifismo, nel paragone implicito fra le giovani vite mietute a Verdun e i giovani alberi seminati dal pastore Elzéard Bouffier; l'attaccamento alla vita e il ritorno alla natura; la ricerca della felicità, anche collettiva e comunitaria (lo si vede nella rinascita morale, oltre che ambientale e topografica, del villaggio di Vergons); l'apprezzamento per un lavoro onesto, silenzioso e solitario, per una fatica generosa e libera, per uno sforzo tenace che lascia traccia, e che l'inquadramento in qualsiasi ufficialità rischierebbe di vanificare. I risultati di questo lavoro fanno pensare che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirabile, poiché da essa può nascere un'opera degna di Dio. Ma ritroviamo, in queste pagine, anche l'immagine dello scrittore che amava passeggiare in solitudine per le colline, fermandosi a parlare con la gente del posto; lo scrittore che da bambino camminava insieme al padre con le tasche piene di ghiande e un bastone per poterle piantare... Vogliamo spingerci fino a dire che, in questo piccolo libro, Giono ha prestato qualche tratto di sé anche a Elzéard Bouffier, il pastore che passa la sua vita seminando querce, faggi e betulle, senz'altra ricompensa che il piacere e la soddisfazione di averlo fatto?

Leopoldo Carra


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Broken Social Scene, Weddings (Broken Social Scene)
Broken Social Scene, Ambulance (Broken Social Scene)
Broken Social Scene, Da Da Da Da (Broken Social Scene)
Broken Social Scene, Lover's spit (Broken Social Scene feat. Leslie Feist)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Manhattan Transfer - John Dos Passos]]>

A distanza di più di ottantacinque anni dalla prima edizione americana (1925), grazie ad una meritoria iniziativa della casa editrice Baldini Castoldi Dalai esce per la prima volta in Italia la versione integrale (in una nuova traduzione) di Manhattan Transfer, uno dei capolavori del grande romanziere John Dos Passos, autore per troppo tempo sottovalutato ma che in realtà si ritaglia un ruolo di primo piano nella storia della narrativa del ‘900. Un percorso esemplare quello di Dos Passos, che muove da modernismo della “generazione perduta” dell’età del Jazz e arriva alle soglie del radicale sperimentalismo joyciano.

In Manhattan Transfer, Dos Passos racconta la storia della città di New York nel suo periodo d’oro, quello da fine Ottocento agli anni Venti, e lo fa attraverso il collage di una miriade di vicende personali, fortunate o drammatiche, che compongono un mosaico di impressionante forza. Dal lattaio che si arricchisce grazie ad un premio assicurativo e diventa uno spietato affarista fino alla seducente ed inquieta ballerina, tutti i personaggi che popolano le pagine di Manhattan Transfer sono portatori di quell’irrefrenabile energia che ha fatto di New York “la città dove tutto accade”. Energia su cui, beninteso, lo sguardo critico dell’autore si posa lucidissimo, e già capace di cogliere, lui allora marxista libertario, tutti i rischi che consumismo, esasperata competizione e affarismo spietato potevano causare ai più deboli e al mondo intero (esemplari le chiacchierate fra industriali “registrate” durante i preparativi della Prima guerra mondiale).

Dos Passos è innovativo anche per la volontà di non distogliere lo sguardo da temi allora scabrosi come le relazioni omosessuali e gli aborti e per l'attenzione e la simpatia riservata a lavoratori, sindacalisti radicali, anarchici e comunisti; alcuni di questi passaggi (in particolare le pagine dedicate ad un anarchico italiano), “censurati” dalla prima - e fino a oggi unica - traduzione italiana, apparsa in epoca fascista, sono quelli che appaiono per la prima volta oggi, tradotti da Stefano Travagli.

Manhattan Transfer, insomma, è un ritratto mobilissimo e potente di una metropoli, la New York di Greenwich e Wall Street, ancora oggi brulicante di vita, affascinante e inquietante, e anche una prova magistrale dello stile di Dos Passos, che si affinerà ancor di più con il montaggio “alla Ejzenstejn” del successivo Il quarantaduesimo parallelo (1930).

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #87 del 23 agosto 2012
]]>


Jun'ichirō Tanizaki

Libro d'ombra (brani)


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:



www.letturaealtricrimini.it



Legge: Franco Ventimiglia



Tanizaki Jun'ichirō
Libro d'ombra


Considerato da parte della critica come il capolavoro di Tanizaki, “Libro d’ombra” è citato in una delle lettere di Yukio Mishima a Yasunari Kawabata (15 aprile 1946), in cui lo scrittore più giovane affermava che non c’era necessità di questo libro per comprendere che il “Giappone è sempre stato, ai piedi del continente asiatico, una pianura avviluppata dall’immensità della notte”. Forse Mishima aveva ragione, se si considera l’ottica di una lettura da connazionale che ben conosce le differenze e che si appresta, anche lui, a mettere su carta lo spirito nazionalistico che lo avvolge. Ciò che forse non aveva tenuto in considerazione è il fatto che Tanizaki, prima di lui, dopo l’interessamento sincero all’Occidente, aveva compreso l’urgenza di preservare l’identità nazionale, con un saggio importante che è rivolto prima di ogni cosa al Giappone stordito dalla modernità.

Tanizaki, noto come lo scrittore dell’epoca moderna più censurato in Giappone (la “x” sostituiva le parole ritenute più sconvenienti, tanto che lui stesso non ricordava più le versioni originali dei suoi scritti), al di là degli elementi più comuni, come le luci elettriche, i semafori, le stufe, i vetri, i cristalli, i dolci, il teatro tradizionale, la fotografia del cinema, le delizie della cucine, le pause nel linguaggio, la carta opaca che trova soffice e cedevole come la prima neve, la forma delle grondaie che si allunga per intensificare l’ombra degli interni, la luce fioca dei ristoranti tradizionali a cui le luci elettriche hanno tolto la poesia, passa in rassegna una serie di elementi, anche bizzarri su cui non avremmo mai focalizzato la nostra attenzione: i fantasmi giapponesi rappresentati senza gambe o gli utensili che gli occidentali lucidano fino a far brillare, mentre in Oriente li si lascia annerire per fargli acquisire la patina del tempo perché così “i versi incisi nei piatti acquistano la sembianza di ciò che è prossimo a scomparire, ed armoniosamente si incorporano alla materia entro cui furono scavati”.

Ancor più stravaganti sono i passi dedicati al bagno giapponese, o meglio al gabinetto “interamente concepito per il riposo dello spirito”, richiamando lo scrittore, citato in diverse occasioni e non a caso, Natsume Soseki che “tra i sommi piaceri dell’esistenza annovera le evacuazioni mattutine: piacere fisiologico, fra lisce pareti di legno dalle sottili venature, mirando l’azzurro del cielo ed il verde della vegetazione, si può assaporare sino in fondo. Insisto: sono necessari una lieve penombra, nessuna fulgidezza, la pulizia più accurata, ed un silenzio così profondo che sia possibile udire lontano un volo di zanzare”.

Solo la natura esteta può scrivere pagine e pagine sulla raffinatezza del luogo che per noi occidentali è sinonimo di imbarazzante “sconvenienza”, come afferma. Ed invero, Tanizaki non potrebbe che restare stupito al sapere oggi che il bagno giapponese moderno, con tutta la sua tecnologia, è probabilmente una delle cose da cui gli occidentali restano più affascinati. La lezione sembra esser stata assimilata, anche se nulla della bellezza di cui narra possa esservi ravvisata.

Tutto ciò potrebbe apparire come l’elogio della superiorità giapponese, ma come ho già precisato, altro non è che un monito ai connazionali di allora e del futuro di preservare la propria identità, pur nell’apertura alla modernità introdotta dall’Occidente.

Tanizaki si rammarica del fatto che il Giappone, all’inizio, non si è concentrato sulla ricerca nella scienza, nella fisica, chimica o quant’altro, con un proprio metodo e l’obiettivo di creare in autonomia, secondo le proprie attitudine. Allo stesso modo ciò è accaduto nella letteratura ed in tutte le altre arti. L’atteggiamento servile ha prodotto l’introduzione selvaggia di un’estraneità alla natura giapponese.
Non dimentichiamo che Tanizaki si pone in quella schiera di letterati, tra i più rappresentativi riconosciamo come noti in Occidente Natsume Soseki, Nagai Kafu, Ryunosuke Akutagawa, Dazai Osamu, Yasunari Kawabata, Yukio Mishima, che seppero, ognuno secondo il proprio stile, trovare terreno fertile nel recuperare la tradizione, innovandola e discostandosi dalla semplice e pura assimilazione dell’Occidente.
Tanizaki,  con questo saggio,  dimostra però di aver appreso la lezione di Natsume Soseki che era stato il primo ad analizzare la pericolosità della forzatura dell'Occidente nel suo complesso, e non solo in letteratura.

“Ho scritto queste pagine perché penso che, almeno in certi ambiti, per esempio in quello dell’arte, o in quello della Letteratura, qualche correzione sia ancora possibile. Vorrei che non si spegnesse anche il ricordo del mondo d’ombra che abbiamo lasciato alle spalle; mi piacerebbe abbassare le gronde, offuscare i colori delle pareti, ricacciare nel buio gli oggetti troppo visibili, spogliare di ogni ornamento superfluo quel palazzo che chiamano Letteratura.
Per cominciare, spegniamo le luci. Poi si vedrà”  

Jun’ichiro Tanizaki, “Libro d’ombra”, Milano, Bompiani, 2007. Traduzione a cura di Atsuko Ricca Suga. Introduzione di Giovanni Mariotti.  



Jun’ichiro Tanizaki (1886-1965), annoverato tra i grandi e prolifici scrittori giapponesi, è stato anche uno dei più precoci avendo iniziato a comporre versi sin da bambino. Dalla forte influenza occidentale degli anni ‘20 si staccò dopo il grande terremoto di Tokyo (1923) con il ritorno progressivo e sempre più appassionato alla cultura tradizionale. La sua produzione letteraria è racchiusa in 30 volumi, con esclusione degli adattamenti in lingua moderna del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, delle poesie e delle lettere. Molti dei suoi scritti furono presi in prestito dal cinema (quarantaquattro, infatti, le pellicole realizzate). (1886-1965), annoverato tra i grandi e prolifici scrittori giapponesi, è stato anche uno dei più precoci avendo iniziato a comporre versi sin da bambino. Dalla forte influenza occidentale degli anni ‘20 si staccò dopo il grande terremoto di Tokyo (1923) con il ritorno progressivo e sempre più appassionato alla cultura tradizionale. La sua produzione letteraria è racchiusa in 30 volumi, con esclusione degli adattamenti in lingua moderna del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, delle poesie e delle lettere. Molti dei suoi scritti furono presi in prestito dal cinema (quarantaquattro, infatti, le pellicole realizzate).

Tra le sue opere principali: Il tatuaggio (Shisei, 1910), Il diavolo (Akuma, 1912), Jotaro (Jotaro, 1914), La morte d’oro (Konjiki, 1914), Pianto di sirena (Ningyo no nageki, 1916), Morbose fantasie (1918), I piedi di Fumiko (Fumiko no ashi, 1919), Nostalgia della madre (Haha wo kofuru ki, 1919), L’amore di uno sciocco (Chijin no ai, 1924), Storia di Tomoda e Matsunaga (Tomoda to Matsunaga no hanashi, 1926), Gli insetti preferiscono le ortiche (Tade kuu mushi, 1928), La croce buddista (Manji, 1931), Yoshino (Yoshino Kuzu, 1931), Racconto di un cieco (Momoku monogatari, 1931), I canneti (Ashikari, 1932), Ritratto di Shunkin (Shunkinsho, 1932), Libro d’ombra (Inei raisan, 1933), Vita segreta del signore di Bushu (Bushuko hiwa, 1935), La gatta, Shozo e le due donne (Noko to Shozo to futari no onna, 1936), Neve sottile (Sasame Yuki, 1943-1948), La chiave (1956, Kagi), Il ponte dei sogni (Yume no Ukihashi, 1959), Diario di un vecchio pazzo (Futen rojiin nikki, 1962). Dopo la morte, avvenuta il 30 luglio 1965, esce postumo “La primavera dei miei settantanove anni”.

Jun’ichiro Tanizaki, “Libro d’ombra”, Milano, Bompiani, 2007. Traduzione a cura di Atsuko Ricca Suga. Introduzione di Giovanni Mariotti.  
 
2009, Movida su lankelot.eu


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Arturo Benedetti Michelangeli, Preludes livre 1° e 2° (Claude Debussy)          
Philippe Entremont, Gymnopedie (Erik Satie)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #83 del 26 luglio 2012]]>


Claudio Magris

Essere già stati

Christa Wolf

Associazioni in azzurro


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:



www.letturaealtricrimini.it



Legge: Franco Ventimiglia


Questi racconti sono tratti dal libro Storie a cura di Nadine Gordimer.
L’idea di un’antologia di racconti a scopo di beneficenza è nata da una brillante intuizione di Nadine Gordimer che ammirando le iniziative analoghe portate avanti da alcuni importanti esponenti del mondo della musica, ha deciso di chiedere un racconto ad alcuni autori da lei particolarmente amati. Il risultato è straordinario: raramente un gruppo così variegato di illustri scrittori da tutto il mondo è stato pubblicato nella stessa antologia. Le storie catturano una gamma mirabolante di emozioni e situazioni dell’universo umano: la tragedia, la commedia, la fantasia, la satira, il sesso, la guerra e il dramma in continenti e culture fra loro molto diversi



Claudio Magris
Il senso del laico

Questo termine non è un sinonimo di ateo o miscredente ma implica rispetto per gli altri e libertà da ogni idolatria

Quando, all'università, con alcuni amici studiavamo tedesco, lingua allora non molto diffusa, e alcuni compagni che l'ignoravano ci chiedevano di insegnar loro qualche dolce parolina romantica con cui attaccar bottone alle ragazze tedesche che venivano in Italia, noi suggerivamo loro un paio di termini tutt'altro che galanti e piuttosto irriferibili, con le immaginabili conseguenze sui loro approcci. Questa goliardata, stupidotta come tutte le goliardate, conteneva in sé il dramma della Torre di Babele: quando gli uomini parlano senza capirsi e credono di dire una cosa usando una parola che ne indica una opposta, nascono equivoci, talora drammatici sino alla violenza. Nel penoso autogol in cui si è risolta la gazzarra contro l'invito del Papa all'università di Roma, l'elemento più pacchiano è stato, per l'ennesima volta, l'uso scorretto, distorto e capovolto del termine «laico», che può giustificare un ennesimo, nel mio caso ripetitivo, tentativo di chiarirne il significato.

Laico non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l'opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall'adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.
La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l'attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura— anche cattolica — se è tale è sempre laica, così come la logica — di San Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo.

Una visione religiosa può muovere l'animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può certo tradursi immediatamente in articoli di legge, come vogliono gli aberranti fondamentalisti di ogni specie. Laico è chi conosce il rapporto ma soprattutto la differenza tra il quinto comandamento, che ingiunge di non ammazzare, e l'articolo del codice penale che punisce l'omicidio. Laico — lo diceva Norberto Bobbio, forse il più grande dei laici italiani — è chi si appassiona ai propri «valori caldi» (amore, amicizia, poesia, fede, generoso progetto politico) ma difende i «valori freddi» (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) che soli permettono a tutti di coltivare i propri valori caldi. Un altro grande laico è stato Arturo Carlo Jemolo, maestro di diritto e libertà, cattolico fervente e religiosissimo, difensore strenuo della distinzione fra Stato e Chiesa e duro avversario dell'inaccettabile finanziamento pubblico alla scuola privata — cattolica, ebraica, islamica o domani magari razzista, se alcuni genitori pretenderanno di educare i loro figli in tale credo delirante.

Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili; di non confondere il pensiero e l'autentico sentimento con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi dall'idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato tante volte, anche con feroce violenza, nei secoli e continua talora, anche se più blandamente, ad esserlo) o faziosamente laicista, altrettanto antilaico.

I bacchettoni che si scandalizzano dei nudisti sono altrettanto poco laici quanto quei nudisti che, anziché spogliarsi legittimamente per il piacere di prendere il sole, lo fanno con l'enfatica presunzione di battersi contro la repressione, di sentirsi piccoli Galilei davanti all'Inquisizione, mai contenti finché qualche tonto prete non cominci a blaterare contro di loro.
Un laico avrebbe diritto di diffidare formalmente la cagnara svoltasi alla Sapienza dal fregiarsi dell'appellativo «laico». È lecito a ciascuno criticare il senato accademico, dire che poteva fare anche scelte migliori: invitare ad esempio il Dalai Lama o Jamaica Kincaid, la grande scrittrice nera di Antigua, ma è al senato, eletto secondo le regole accademiche, che spettava decidere; si possono criticare le sue scelte, come io criticavo le scelte inqualificabili del governo Berlusconi, ma senza pretendere di impedirgliele, visto che purtroppo era stato eletto secondo le regole della democrazia.

Si è detto, in un dibattito televisivo, che il Papa non doveva parlare in quanto la Chiesa si affida a un'altra procedura di percorso e di ricerca rispetto a quella della ricerca scientifica, di cui l'università è tempio. Ma non si trattava di istituire una cattedra di Paleontologia cattolica, ovviamente una scemenza perché la paleontologia non è né atea né cattolica o luterana, bensì di ascoltare un discorso, il quale — a seconda del suo livello intellettuale e culturale, che non si poteva giudicare prima di averlo letto o sentito — poteva arricchire di poco, di molto, di moltissimo o di nulla (come tanti discorsi tenuti all'inaugurazione di anni accademici) l'uditorio. Del resto, se si fosse invitato invece il Dalai Lama — contro il quale giustamente nessuno ha né avrebbe sollevato obiezioni, che è giustamente visto con simpatia e stima per le sue opere, alcune delle quali ho letto con grande profitto — anch'egli avrebbe tenuto un discorso ispirato a una logica diversa da quella della ricerca scientifica occidentale.

Ma anche a questo proposito il laico sente sorgere qualche dubbio. Così come il Vangelo non è il solo testo religioso dell'umanità, ma ci sono pure il Corano, il Dhammapada buddhista e la Bhagavadgita induista, anche la scienza ha metodologie diverse. C'è la fisica e c'è la letteratura, che è pure oggetto di scienza — Literaturwissenschaft, scienza della letteratura, dicono i tedeschi — e la cui indagine si affida ad altri metodi, non necessariamente meno rigorosi ma diversi; la razionalità che presiede all'interpretazione di una poesia di Leopardi è diversa da quella che regola la dimostrazione di un teorema matematico o l'analisi di un periodo o di un fenomeno storico. E all'università si studiano appunto fisica, letteratura, storia e così via. Anche alcuni grandi filosofi hanno insegnato all'università, proponendo la loro concezione filosofica pure a studenti di altre convinzioni; non per questo è stata loro tolta la parola.

Non è il cosa, è il come che fa la musica e anche la libertà e razionalità dell'insegnamento. Ognuno di noi, volente o nolente, anche e soprattutto quando insegna, propone una sua verità, una sua visione delle cose. Come ha scritto un genio laico quale Max Weber, tutto dipende da come presenta la sua verità: è un laico se sa farlo mettendosi in gioco, distinguendo ciò che deriva da dimostrazione o da esperienza verificabile da ciò che è invece solo illazione ancorché convincente, mettendo le carte in tavola, ossia dichiarando a priori le sue convinzioni, scientifiche e filosofiche, affinché gli altri sappiano che forse esse possono influenzare pure inconsciamente la sua ricerca, anche se egli onestamente fa di tutto per evitarlo. Mettere sul tavolo, con questo spirito, un'esperienza e una riflessione teologica può essere un grande arricchimento. Se, invece, si affermano arrogantemente verità date una volta per tutte, si è intolleranti totalitari, clericali.
Non conta se il discorso di Benedetto XVI letto alla Sapienza sia creativo e stimolante oppure rigidamente ingessato oppure — come accade in circostanze ufficiali e retoriche quali le inaugurazioni accademiche — dotto, beneducato e scialbo. So solo che — una volta deciso da chi ne aveva legittimamente la facoltà di invitarlo — un laico poteva anche preferire di andare quel giorno a spasso piuttosto che all'inaugurazione dell'anno accademico (come io ho fatto quasi sempre, ma non per contestare gli oratori), ma non di respingere il discorso prima di ascoltarlo.

Nei confronti di Benedetto XVI è scattato infatti un pregiudizio, assai poco scientifico. Si è detto che è inaccettabile l'opposizione della dottrina cattolica alle teorie di Darwin. Sto dalla parte di Darwin (le cui scoperte si pongono su un altro piano rispetto alla fede) e non di chi lo vorrebbe mettere al bando, come tentò un ministro del precedente governo, anche se la contrapposizione fra creazionismo e teoria della selezione non è più posta in termini rozzi e molte voci della Chiesa, in nome di una concezione del creazionismo più credibile e meno mitica, non sono più su quelle posizioni antidarwiniane. Ma Benedetto Croce criticò Darwin in modo molto più grossolano, rifiutando quella che gli pareva una riduzione dello studio dell'umanità alla zoologia e non essendo peraltro in grado, diversamente dalla Chiesa, di offrire una risposta alternativa alle domande sull'origine dell'uomo, pur sapendo che il Pitecantropo era diverso da suo zio filosofo Bertrando Spaventa. Anche alla matematica negava dignità di scienza, definendola «pseudoconcetto». Se l'invitato fosse stato Benedetto Croce, grande filosofo anche se più antiscientista di Benedetto XVI, si sarebbe fatto altrettanto baccano? Perché si fischia il Papa quando nega il matrimonio degli omosessuali e non si fischiano le ambasciate di quei Paesi arabi, filo- o anti-occidentali, in cui si decapitano gli omosessuali e si lapidano le donne incinte fuori dal matrimonio?

In quella trasmissione televisiva Pannella, oltre ad aver infelicemente accostato i professori protestatari della Sapienza ai professori che rifiutarono il giuramento fascista perdendo la cattedra, il posto e lo stipendio, ha fatto una giusta osservazione, denunciando ingerenze della Chiesa e la frequente supina sudditanza da parte dello Stato e degli organi di informazione nei loro riguardi. Se questo è vero, ed in parte è certo vero, è da laici adoperarsi per combattere quest'ingerenza, per dare alle altre confessioni religiose il pieno diritto all'espressione, per respingere ogni invadenza clericale, insomma per dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, principio laico che, come è noto, è proclamato nel Vangelo.
Ma questa doverosa battaglia per la laicità dello Stato non autorizza l'intolleranza in altra sede, come è accaduto alla Sapienza; se il mio vicino fa schiamazzi notturni, posso denunciarlo, ma non ammaccargli per rivalsa l'automobile.

Una cosa, in tutta questa vicenda balorda, è preoccupante per chi teme la regressione politica del Paese, i rigurgiti clericali e il possibile ritorno del devastante governo precedente. È preoccupante vedere come persone e forze che si dicono e certo si sentono sinceramente democratiche e dovrebbero dunque razionalmente operare tenendo presente la gravità della situazione politica e il pericolo di una regressione, sembrano colte da una febbre autodistruttiva, da un'allegra irresponsabilità, da una spensierata vocazione a una disastrosa sconfitta.

Claudio Magris 
20 gennaio 2008



Addio alla scrittrice Christa Wolf
simbolo della letteratura del dissenso

L'autrice de "Il cielo diviso" è morta a Berlino dopo una lunga malattia. Aveva 82 anni e una vita di successi letterari e amarezze alle spalle. Critica nei confronti del regime comunista non abiurò mai l'ideologia socialista. Al centro delle polemiche per una sua collaborazione con la Stasi

"Sono grata per il semplice fatto di essere stata al mondo e per come si è svolta la mia vita". Ora che Christa Wolf è morta - a 82 anni a Berlino al termine di una lunga malattia - vale la pena riascoltare queste sue parole, pronunciate nel 2010 poco dopo la pubblicazione del suo ultimo libro, La città degli angeli. Vale la pena perché quando rilasciò quell’intervista la scrittrice era cosciente della fine che si stava avvicinando: "Penso spesso alla morte e quasi ogni giorno ho la consapevolezza del poco tempo che mi rimane". Era un bilancio in positivo di una vita costellata di successi, ma anche di amarezze e disillusioni. Christa Wolf non era solo l’autrice di romanzi universalmente apprezzati come Cassandra e Medea Voci, ma anche una intellettuale tra le più discusse della Germania dell'Est. Più volte critica nei confronti del regime comunista, fu accusata di non avere mai abiurato l'ideologia socialista, di non avere lasciato il suo paese pur avendone la possibilità e poi, dopo la caduta del Muro, di avere collaborato con la Stasi durante gli anni universitari. Difesa solo dal suo amico di una vita, il Nobel Günter Grass.

Nata nell'attuale Polonia, trascorse l’infanzia sotto il nazismo ma alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovò insieme alla sua famiglia, protestante e di origini modeste, nella Germania dell’Est. Laureata in germanistica all’università di Jena negli anni ’50 sposò lo scrittore Gerhard Wolf e nel ’62 iniziò a lavorare come critica letteraria presso la rivista dell'unione degli scrittori della Ddr. Raggiunse la notorietà l’anno successivo con il romanzo Il cielo diviso, in cui narrava l'amore al di qua e al di là del Muro. Quegli anni, spiegò poi, furono i più duri perché coincisero con la presa di coscienza che la Ddr non era un’alternativa al nazionalsocialismo, non era ciò che lei e i suoi amici avevano sperato. Divenne sospetta al regime, spiata e intercettata. A pochi mesi dalla fine del comunismo pubblicò un breve testo, Che cosa resta, che parlava di una scrittrice famosa, sorvegliata dalla Stasi. Le si ritorse contro: accusata di opportunismo, si disse che voleva presentare se stessa come vittima denunciando tardivamente il regime. Divenne persona non gradita. Anche perché, solo dopo la caduta del Muro, lasciò la Germania per gli Stati Uniti, accettando una borsa di studio di nove mesi della fondazione Getty a Los Angeles. Per i suoi detrattori era una fuga, dettata dalla scoperta di un dossier in cui si accertava la sua collaborazione con la polizia segreta tra il 1959 e il 1962. Il suo nome in codice era Margarete e in quella veste ebbe tre colloqui, così insignificanti che la Stasi stessa interruppe il rapporto. La scrittrice non spiegò mai perché non avesse rifiutato quella collaborazione, ma più volte sottolineò come su di lei esistessero altri 42 fascicoli che testimoniavano come fosse stata a lungo spiata.

Nel suo ultimo libro, La città degli angeli, Christa Wolf raccontò le sue inquietudini di quel momento cercando di spiegare la sua evoluzione personale, la disillusione per quello che era diventata la Ddr. Stato d’animo ben presente anche in altre sue opere, come il libro-diario Congedo dai fantasmi (1995) o Un giorno all'anno. 1960-2000, raccolta delle pagine di diario tenute ogni 27 settembre e pubblicate nel 2002. Dal testo emergono i conflitti interiori e una lucida analisi della società tedesca fino all’unificazione ed oltre. Ed emerge anche la caratteristica principale del suo carattere: la scrittrice che diede voce ai miti classici, che raccontò un amore diviso dal muro, che scavò nelle difficoltà dell’individuo a inserirsi nel socialismo reale di quegli anni (Riflessioni su Christa T del 1968), era innanzitutto una persona metodica, paziente e tenace. Forte di fronte alle asperità della vita, tanto da affermare che, nonostante tutto, "sono grata per il semplice fatto di essere stata al mondo".

Stefania Parmeggiani
La Repubblica, 1 dicembre 2011


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Luca Ventimiglia Jazz Trio (Luca Ventimiglia: vibrafono, Marco Quaresimin: contrabbasso, Andrea Dal Bianco: batteria), Someday my prince will come (Frank Churchill and Larry Morey)
Under Byen, Tinder (Under Byen)
Chet Baker, Almost blue (Elvis Costello)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #82 del 19 luglio 2012]]>


Hanif Kureishi



Un incontro finalmente


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:



www.letturaealtricrimini.it



Legge: Franco Ventimiglia


Questo racconto è tratto dal libro Storie a cura di Nadine Gordimer.
L’idea di un’antologia di racconti a scopo di beneficenza è nata da una brillante intuizione di Nadine Gordimer che ammirando le iniziative analoghe portate avanti da alcuni importanti esponenti del mondo della musica, ha deciso di chiedere un racconto ad alcuni autori da lei particolarmente amati. Il risultato è straordinario: raramente un gruppo così variegato di illustri scrittori da tutto il mondo è stato pubblicato nella stessa antologia. Le storie catturano una gamma mirabolante di emozioni e situazioni dell’universo umano: la tragedia, la commedia, la fantasia, la satira, il sesso, la guerra e il dramma in continenti e culture fra loro molto diversi.


Kureishi: il blocco dello scrittore

Puoi volere il controllo che la scrittura ti offre, ma può essere un’onnipotenza inebriante e disturbante. Nel mondo dell’immaginazione puoi tenere in vita certe persone e distruggere o abbassare di grado altre. Le persone possono essere trasformate in figure comiche, tragiche o insignificanti. Sono i protagonisti delle loro vite, e tu puoi renderli delle comparse. Puoi fare di te stesso un eroe, o un pazzo, o tutt’e due. L’arte può diventare vendetta, oltre che riparazione. Il che può essere un’immensa fonte di energia. Tuttavia i desideri e le voglie scatenati dalla libera immaginazione possono rendere lo scrittore timoroso e colpevole. Ci sono cose che preferiresti non sapere di pensare. Allo stesso tempo riconosci che questi pensieri sono importanti, e che non puoi andare avanti senza averli espressi. Scrivere, quindi, può assumere il senso di un’infedeltà o di un tradimento, dal momento che la penna rivela segreti che è pericoloso divulgare. Il problema con le esplorazioni o gli esperimenti non è che potresti non trovare nulla, ma che potresti trovare troppo, e troppo cambierebbe. In queste circostanze potrebbe essere più facile non scrivere nulla, o incappare in un blocco. Se siamo creature che hanno bisogno di immaginare e amano farlo, allora la domanda da fare deve essere come, perché e quando questo smette di accadere. Perché l’immaginazione è così terrificante che dobbiamo censurarla? Cosa possiamo immaginare che sia, per così dire, inimmaginabile? Un blocco protegge tutto; controlla le cose importanti, e c’è un motivo. Un blocco può funzionare come funziona la depressione, come un modo per tenere l’inaccettabile a distanza, anche mentre ti ricorda continuamente di essere lì.

Hanif Kureishi, Da dove vengono le storie?
Riflessioni sulla scrittura (Bompiani, Milano 1999)


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Grace Jones, I've seen that face before (Piazzolla/Reynold/Wilkey)
Portished, Magic Doors (Balrow/Gibbons/Baggot)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #75 del 31 maggio 2012]]>

William Somerset Maugham

La lettera (parte 4 di 4)

versione radiofonica integrale


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

www.letturaealtricrimini.it


Voci: Donatella Ventimiglia e Franco Ventimiglia


Ai molti scrittori di noir dei giorni nostri andrebbe imposto di leggere un breve racconto di William Somerset Maugham, La lettera, che Adelphi ha mandato in libreria qualche anno fa: un’azione di grande semplicità, personaggi scolpiti con maestria, finale assolutamente noir. In poche pagine strepitose Maugham ci restituisce il ritratto di un ambiente che, appartenendo in ogni dettaglio all'inizio del secolo scorso (il racconto è stato scritto nel 1926) potrebbe parimenti essere il nostro. Difatti, ancora oggi, La lettera di Maugham, a oltre ottant'anni da quando nacque, resta un capolavoro, un perfetto gioiello di equilibrio narrativo.



Nella colonia inglese di Singapore, un caso giudiziario è sulla bocca di tutti: quello che vede coinvolta Leslie Crosbie, moglie di un importante proprietario terriero della zona, nell’omicidio, a colpi di revolver, di un altro possidente, Geoffrey Hammond, il quale avrebbe cercato di abusare di lei, in assenza del marito. All’apparenza si tratta di un caso di legittima difesa, tanto che l’avvocato della signora Crosbie, Mr. Joyce, è convinto che la giuria non avrà bisogno di prove particolari e di molto tempo per pronunciare un verdetto di assoluzione. Tuttavia, rimane dubbioso circa un elemento: perché la sua assistita ha scaricato il revolver addosso al suo aggressore, sparando addirittura quattro colpi a distanza ravvicinata? I dubbi si trasformano poi in certezze quando compare una lettera, scritta la notte dell’omicidio e indirizzata da Leslie a Geoffrey.



La scrittura di Maugham ha il dono di trasformarsi immediatamente in immagine, in luce, in tutte le declinazioni del bianco e nero, in tutte le luci e le ombre che il cinema, in particolare, ha saputo riflettere sulla sua opera. L’ambiguità e lo squallore morale, la decadenza sociale e culturale si ripercuote sul vivere quotidiano, sulle scelte che, consapevolmente o meno, indotte spesso dagli altri ci conducono a patti con il proprio io. In questa analisi dai toni oscuri dell’animo femminile, come è tipico di tutti i personaggi creati dallo scrittore britannico, non si salvano neppure gli uomini, deboli, mediocri, privi di personalità, vacui. Si lasciano condurre giù a fondo e ne restano distrutti, annientati. Ne viene fuori un ritratto apparentemente misogino della donna, ma il cinismo dell’opera getta fango su qualsiasi tipologia di esseri umani, neppure gli “schiavizzati” indigeni del luogo risultano possedere un’indole superiore, ma anzi sfruttano tutti quei mezzucci tipici della sopravvivenza. Le delineazioni dei caratteri ci riportano alle psicologie umane della tragedia greca, in realtà Leslie Crosbie è tanto universale quanto moderna, contemporanea. Le sue contraddizioni sono così forti, i suoi desideri così umani che è difficile poter anche solo pensare che sia collocabile solamente nel contesto della sua triste vicenda. La lettera è un’opera priva di ipocrisie intellettuali, facile, diretta, quasi rozza nella semplicità con la quale non risparmia niente e nessuno, eppure incapace di procrastinare giudizi, ma semplicemente fotografare fatti, luoghi, azioni di un mondo dalle strutture sociali che all’apparenza sembra defunto.



È un meccanismo semplice: la lettura diviene ben presto rapida, quasi vorace e così, inavvertitamente, si entra in un mondo tanto immaginifico quanto palpabile, odoroso, ora frastornato dal calore ora immerso nella mitologia della natura esotica.

Per restituire questa parola così intensa si è preferito, nella nostra lettura teatrale, improntata ad un minimalismo lieve, quasi in bianco e nero, mettere in scena il racconto invece che il testo teatrale scritto poco dopo.



La lettera si colloca nella produzione di William Somerset Maugham (1874 – 1965), grande scrittore e drammaturgo inglese del XX secolo, tra gli scritti di ambientazione esotica. Prevale in questi la tendenza a descrivere la vita delle colonie britanniche dell’Asia, nell'ultima fase dell'impero inglese. Tra i romanzi, vanno ricordati La luna e i sei soldi, ispirato alla vita del pittore Paul Gauguin, Il filo del rasoio, in cui il protagonista, un veterano americano della Prima Guerra Mondiale, lascia il suo paese per recarsi in India e trovare l’illuminazione, e Il velo dipinto (adattato recentemente per il cinema), storia di un medico inglese che decide di combattere il colera in una regione sperduta della Cina, per dimenticare il tradimento della moglie e riuscire a innamorarsi di nuovo di lei.



Tra i racconti, oltre a La lettera, bisogna far riferimento a Pioggia, che narra di un missionario e del suo tentativo di convertire una prostituta in un’isola del Pacifico. Tuttavia, mentre nei romanzi prevale una dimensione spirituale, tale da portare a concepire nell’Oriente un luogo nel quale trovare o ritrovare se stessi, nei racconti è evidente il pessimismo di Maugham, dove la tematica centrale è quella dell’isolamento degli inglesi in terra straniera e della loro progressiva alienazione.



La fama de La Lettera è soprattutto legata alla suggestiva versione cinematografica (1941) di William Wyler, che vide protagonista Bette Davis, cui però fu imposto, in ossequio a un discutibile moralismo, secondo il dettato del codice Hays di autocensura, un finale differente; ma il testo letterario La Lettera è altra cosa, il racconto si insinua nella vita di tre persone, consegnate a un oriente ancora misterioso, incomprensibile e incompreso, e riesce a farci percepire, con una facilità stupefacente, di quegli animi tormentati, ogni sfumatura, ogni piccola incrinatura”.

Nel maggio 2010 "Lettura e altri crimini" mette in scena, all’Auditorium Candiani di Mestre, lo spettacolo teatrale “La lettera” di W. Somerset Maugham con Franco Ventimiglia, Roberta Borghi, Santosh Dolimano, Luca Ventimiglia. I brani suonati in scena sono eseguiti da Luca Ventimiglia, il filmato è di Danilo Gaiotto, le luci di Fabio Cavolo, le foto di Akiko Miyake, la regia di Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.

Claudio Tesser


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser


David Sylvian, Alchemy: An index of Possibilities (David Sylvian)
Orchestre Des Concerts De Paris (Jean-Marie Auberson, direttore - Pierre Fournier, violoncello), Il carnevale degli animali, Il Cigno (Camille Saint-Saëns)
Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma (Tullio Serafin, direttore), Cavalleria rusticana, Intermezzo (Pietro Mascagni)
Chris Garneau, The leaving song (Chris Garneau)
Chris Garneau, ghost track da El Radio (Chris Garneau)
Joy Division, She's lost control (Joy Division)
David Sylvian, The department of dead letters (Fennesz/Parker/Sylvian/Tilbury)
Sigur Rós, Festival (Sigur Rós)
José Feliciano, Light my fire (Morrison/Manzarek/Krieger/Densmore)


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #74 del 24 maggio 2012]]>

William Somerset Maugham

La lettera (parte 1 di 4)

versione radiofonica integrale


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

www.letturaealtricrimini.it


Voci: Donatella Ventimiglia e Franco Ventimiglia


Ai molti scrittori di noir dei giorni nostri andrebbe imposto di leggere un breve racconto di William Somerset Maugham, La lettera, che Adelphi ha mandato in libreria qualche anno fa: un’azione di grande semplicità, personaggi scolpiti con maestria, finale assolutamente noir. In poche pagine strepitose Maugham ci restituisce il ritratto di un ambiente che, appartenendo in ogni dettaglio all'inizio del secolo scorso (il racconto è stato scritto nel 1926) potrebbe parimenti essere il nostro. Difatti, ancora oggi, La lettera di Maugham, a oltre ottant'anni da quando nacque, resta un capolavoro, un perfetto gioiello di equilibrio narrativo.



Nella colonia inglese di Singapore, un caso giudiziario è sulla bocca di tutti: quello che vede coinvolta Leslie Crosbie, moglie di un importante proprietario terriero della zona, nell’omicidio, a colpi di revolver, di un altro possidente, Geoffrey Hammond, il quale avrebbe cercato di abusare di lei, in assenza del marito. All’apparenza si tratta di un caso di legittima difesa, tanto che l’avvocato della signora Crosbie, Mr. Joyce, è convinto che la giuria non avrà bisogno di prove particolari e di molto tempo per pronunciare un verdetto di assoluzione. Tuttavia, rimane dubbioso circa un elemento: perché la sua assistita ha scaricato il revolver addosso al suo aggressore, sparando addirittura quattro colpi a distanza ravvicinata? I dubbi si trasformano poi in certezze quando compare una lettera, scritta la notte dell’omicidio e indirizzata da Leslie a Geoffrey.


La scrittura di Maugham ha il dono di trasformarsi immediatamente in immagine, in luce, in tutte le declinazioni del bianco e nero, in tutte le luci e le ombre che il cinema, in particolare, ha saputo riflettere sulla sua opera. L’ambiguità e lo squallore morale, la decadenza sociale e culturale si ripercuote sul vivere quotidiano, sulle scelte che, consapevolmente o meno, indotte spesso dagli altri ci conducono a patti con il proprio io. In questa analisi dai toni oscuri dell’animo femminile, come è tipico di tutti i personaggi creati dallo scrittore britannico, non si salvano neppure gli uomini, deboli, mediocri, privi di personalità, vacui. Si lasciano condurre giù a fondo e ne restano distrutti, annientati. Ne viene fuori un ritratto apparentemente misogino della donna, ma il cinismo dell’opera getta fango su qualsiasi tipologia di esseri umani, neppure gli “schiavizzati” indigeni del luogo risultano possedere un’indole superiore, ma anzi sfruttano tutti quei mezzucci tipici della sopravvivenza. Le delineazioni dei caratteri ci riportano alle psicologie umane della tragedia greca, in realtà Leslie Crosbie è tanto universale quanto moderna, contemporanea. Le sue contraddizioni sono così forti, i suoi desideri così umani che è difficile poter anche solo pensare che sia collocabile solamente nel contesto della sua triste vicenda. La lettera è un’opera priva di ipocrisie intellettuali, facile, diretta, quasi rozza nella semplicità con la quale non risparmia niente e nessuno, eppure incapace di procrastinare giudizi, ma semplicemente fotografare fatti, luoghi, azioni di un mondo dalle strutture sociali che all’apparenza sembra defunto.



È un meccanismo semplice: la lettura diviene ben presto rapida, quasi vorace e così, inavvertitamente, si entra in un mondo tanto immaginifico quanto palpabile, odoroso, ora frastornato dal calore ora immerso nella mitologia della natura esotica.

Per restituire questa parola così intensa si è preferito, nella nostra lettura teatrale, improntata ad un minimalismo lieve, quasi in bianco e nero, mettere in scena il racconto invece che il testo teatrale scritto poco dopo.



La lettera si colloca nella produzione di William Somerset Maugham (1874 – 1965), grande scrittore e drammaturgo inglese del XX secolo, tra gli scritti di ambientazione esotica. Prevale in questi la tendenza a descrivere la vita delle colonie britanniche dell’Asia, nell'ultima fase dell'impero inglese. Tra i romanzi, vanno ricordati La luna e i sei soldi, ispirato alla vita del pittore Paul Gauguin, Il filo del rasoio, in cui il protagonista, un veterano americano della Prima Guerra Mondiale, lascia il suo paese per recarsi in India e trovare l’illuminazione, e Il velo dipinto (adattato recentemente per il cinema), storia di un medico inglese che decide di combattere il colera in una regione sperduta della Cina, per dimenticare il tradimento della moglie e riuscire a innamorarsi di nuovo di lei.


Tra i racconti, oltre a La lettera, bisogna far riferimento a Pioggia, che narra di un missionario e del suo tentativo di convertire una prostituta in un’isola del Pacifico. Tuttavia, mentre nei romanzi prevale una dimensione spirituale, tale da portare a concepire nell’Oriente un luogo nel quale trovare o ritrovare se stessi, nei racconti è evidente il pessimismo di Maugham, dove la tematica centrale è quella dell’isolamento degli inglesi in terra straniera e della loro progressiva alienazione.

La fama de La Lettera è soprattutto legata alla suggestiva versione cinematografica (1941) di William Wyler, che vide protagonista Bette Davis, cui però fu imposto, in ossequio a un discutibile moralismo, secondo il dettato del codice Hays di autocensura, un finale differente; ma il testo letterario La Lettera è altra cosa, il racconto si insinua nella vita di tre persone, consegnate a un oriente ancora misterioso, incomprensibile e incompreso, e riesce a farci percepire, con una facilità stupefacente, di quegli animi tormentati, ogni sfumatura, ogni piccola incrinatura”.

Nel maggio 2010 "Lettura e altri crimini" mette in scena, all’Auditorium Candiani di Mestre, lo spettacolo teatrale “La lettera” di W. Somerset Maugham con Franco Ventimiglia, Roberta Borghi, Santosh Dolimano, Luca Ventimiglia. I brani suonati in scena sono eseguiti da Luca Ventimiglia, il filmato è di Danilo Gaiotto, le luci di Fabio Cavolo, le foto di Akiko Miyake, la regia di Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.

Claudio Tesser


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser


David Sylvian, Alchemy: An index of Possibilities (David Sylvian)
Orchestre Des Concerts De Paris (Jean-Marie Auberson, direttore - Pierre Fournier, violoncello), Il carnevale degli animali, Il Cigno (Camille Saint-Saëns)
Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma (Tullio Serafin, direttore), Cavalleria rusticana, Intermezzo (Pietro Mascagni)
Chris Garneau, The leaving song (Chris Garneau)
Chris Garneau, ghost track da El Radio (Chris Garneau)
Joy Division, She's lost control (Joy Division)
David Sylvian, The department of dead letters (Fennesz/Parker/Sylvian/Tilbury)
Sigur Rós, Festival (Sigur Rós)
José Feliciano, Light my fire (Morrison/Manzarek/Krieger/Densmore)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'unico scrittore buono è quello morto - Marco Rossari]]>

L’unico scrittore buono è quello morto: provocatorio fin dal titolo, l’ultimo libro di Marco Rossari, pubblicato da e/o, è un caleidoscopio colto, allucinato al punto giusto e molto divertente di racconti, aneddoti, massime, aforismi, una sorta di Zibaldone degli anni Zero che ricostruisce una mappatura personalissima di cosa voglia dire, oggi, guadagnarsi il pane scrivendo. O almeno cercare di farlo.

I racconti più lunghi, quasi tutti già apparsi in altre sedi, sono apologhi paradossali e stranianti (ma proprio per questo molto eloquenti) sul panorama letterario odierno: da un Tolstoj costretto a fare la presentazione alla radio della sua Sonata a Kreutzer, al traduttore che sostituisce brani di un romanzo giallo con passi di Heidegger senza che nessuno se ne accorga, alla descrizione di un surreale poetry slam, Rossari ci regala pagine affilatissime dedicate a vicende del tutto improbabili: dunque, perfettamente credibili.

Ma è forse negli aforismi, davvero fulminanti, spesso frutto di geniale sabotaggio linguistico ("Apocalittici e disintegrati"; "In ogni caso, nessun ricordo"), che l’autore cala i suoi assi migliori. E anche dove il cinismo dell’autore sembra davvero estremo (si pensi a com’è tratteggiata la controfigura di Franca Pivano in Dove finisce la strada, o al racconto sul terrorismo di Figli delle stelle a cinque punte), si avverte che per Rossari la letteratura non si esaurisce nel gioco postmoderno di travisare citazioni dotte e sovrapporre più livelli meta-narrativi possibili: alla base c’è un amore incorreggibile e ostinato per la scrittura e tutto ciò che le gira intorno (giornalismo, traduzione, perfino la rilegatoria).

Questo libro è un caleidoscopio, dicevamo, un turbinante gioco di specchi: ma alla fine, spente le luci e chiusa l’ultima pagina, resta lo scrittore, solo con le sue ossessioni, e davanti nuove pagine bianche da riempire.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #73 del 17 maggio 2012]]>

William Somerset Maugham

La lettera (parte 2 di 4)

versione radiofonica integrale


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

www.letturaealtricrimini.it


Voci: Donatella Ventimiglia e Franco Ventimiglia


Ai molti scrittori di noir dei giorni nostri andrebbe imposto di leggere un breve racconto di William Somerset Maugham, La lettera, che Adelphi ha mandato in libreria qualche anno fa: un’azione di grande semplicità, personaggi scolpiti con maestria, finale assolutamente noir. In poche pagine strepitose Maugham ci restituisce il ritratto di un ambiente che, appartenendo in ogni dettaglio all'inizio del secolo scorso (il racconto è stato scritto nel 1926) potrebbe parimenti essere il nostro. Difatti, ancora oggi, La lettera di Maugham, a oltre ottant'anni da quando nacque, resta un capolavoro, un perfetto gioiello di equilibrio narrativo.



Nella colonia inglese di Singapore, un caso giudiziario è sulla bocca di tutti: quello che vede coinvolta Leslie Crosbie, moglie di un importante proprietario terriero della zona, nell’omicidio, a colpi di revolver, di un altro possidente, Geoffrey Hammond, il quale avrebbe cercato di abusare di lei, in assenza del marito. All’apparenza si tratta di un caso di legittima difesa, tanto che l’avvocato della signora Crosbie, Mr. Joyce, è convinto che la giuria non avrà bisogno di prove particolari e di molto tempo per pronunciare un verdetto di assoluzione. Tuttavia, rimane dubbioso circa un elemento: perché la sua assistita ha scaricato il revolver addosso al suo aggressore, sparando addirittura quattro colpi a distanza ravvicinata? I dubbi si trasformano poi in certezze quando compare una lettera, scritta la notte dell’omicidio e indirizzata da Leslie a Geoffrey.


La scrittura di Maugham ha il dono di trasformarsi immediatamente in immagine, in luce, in tutte le declinazioni del bianco e nero, in tutte le luci e le ombre che il cinema, in particolare, ha saputo riflettere sulla sua opera. L’ambiguità e lo squallore morale, la decadenza sociale e culturale si ripercuote sul vivere quotidiano, sulle scelte che, consapevolmente o meno, indotte spesso dagli altri ci conducono a patti con il proprio io. In questa analisi dai toni oscuri dell’animo femminile, come è tipico di tutti i personaggi creati dallo scrittore britannico, non si salvano neppure gli uomini, deboli, mediocri, privi di personalità, vacui. Si lasciano condurre giù a fondo e ne restano distrutti, annientati. Ne viene fuori un ritratto apparentemente misogino della donna, ma il cinismo dell’opera getta fango su qualsiasi tipologia di esseri umani, neppure gli “schiavizzati” indigeni del luogo risultano possedere un’indole superiore, ma anzi sfruttano tutti quei mezzucci tipici della sopravvivenza. Le delineazioni dei caratteri ci riportano alle psicologie umane della tragedia greca, in realtà Leslie Crosbie è tanto universale quanto moderna, contemporanea. Le sue contraddizioni sono così forti, i suoi desideri così umani che è difficile poter anche solo pensare che sia collocabile solamente nel contesto della sua triste vicenda. La lettera è un’opera priva di ipocrisie intellettuali, facile, diretta, quasi rozza nella semplicità con la quale non risparmia niente e nessuno, eppure incapace di procrastinare giudizi, ma semplicemente fotografare fatti, luoghi, azioni di un mondo dalle strutture sociali che all’apparenza sembra defunto.



È un meccanismo semplice: la lettura diviene ben presto rapida, quasi vorace e così, inavvertitamente, si entra in un mondo tanto immaginifico quanto palpabile, odoroso, ora frastornato dal calore ora immerso nella mitologia della natura esotica.

Per restituire questa parola così intensa si è preferito, nella nostra lettura teatrale, improntata ad un minimalismo lieve, quasi in bianco e nero, mettere in scena il racconto invece che il testo teatrale scritto poco dopo.



La lettera si colloca nella produzione di William Somerset Maugham (1874 – 1965), grande scrittore e drammaturgo inglese del XX secolo, tra gli scritti di ambientazione esotica. Prevale in questi la tendenza a descrivere la vita delle colonie britanniche dell’Asia, nell'ultima fase dell'impero inglese. Tra i romanzi, vanno ricordati La luna e i sei soldi, ispirato alla vita del pittore Paul Gauguin, Il filo del rasoio, in cui il protagonista, un veterano americano della Prima Guerra Mondiale, lascia il suo paese per recarsi in India e trovare l’illuminazione, e Il velo dipinto (adattato recentemente per il cinema), storia di un medico inglese che decide di combattere il colera in una regione sperduta della Cina, per dimenticare il tradimento della moglie e riuscire a innamorarsi di nuovo di lei.


Tra i racconti, oltre a La lettera, bisogna far riferimento a Pioggia, che narra di un missionario e del suo tentativo di convertire una prostituta in un’isola del Pacifico. Tuttavia, mentre nei romanzi prevale una dimensione spirituale, tale da portare a concepire nell’Oriente un luogo nel quale trovare o ritrovare se stessi, nei racconti è evidente il pessimismo di Maugham, dove la tematica centrale è quella dell’isolamento degli inglesi in terra straniera e della loro progressiva alienazione.



La fama de La Lettera è soprattutto legata alla suggestiva versione cinematografica (1941) di William Wyler, che vide protagonista Bette Davis, cui però fu imposto, in ossequio a un discutibile moralismo, secondo il dettato del codice Hays di autocensura, un finale differente; ma il testo letterario La Lettera è altra cosa, il racconto si insinua nella vita di tre persone, consegnate a un oriente ancora misterioso, incomprensibile e incompreso, e riesce a farci percepire, con una facilità stupefacente, di quegli animi tormentati, ogni sfumatura, ogni piccola incrinatura”.

Nel maggio 2010 "Lettura e altri crimini" mette in scena, all’Auditorium Candiani di Mestre, lo spettacolo teatrale “La lettera” di W. Somerset Maugham con Franco Ventimiglia, Roberta Borghi, Santosh Dolimano, Luca Ventimiglia. I brani suonati in scena sono eseguiti da Luca Ventimiglia, il filmato è di Danilo Gaiotto, le luci di Fabio Cavolo, le foto di Akiko Miyake, la regia di Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.

Claudio Tesser


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser


David Sylvian, Alchemy: An index of Possibilities (David Sylvian)
Orchestre Des Concerts De Paris (Jean-Marie Auberson, direttore - Pierre Fournier, violoncello), Il carnevale degli animali, Il Cigno (Camille Saint-Saëns)
Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma (Tullio Serafin, direttore), Cavalleria rusticana, Intermezzo (Pietro Mascagni)
Chris Garneau, The leaving song (Chris Garneau)
Chris Garneau, ghost track da El Radio (Chris Garneau)
Joy Division, She's lost control (Joy Division)
David Sylvian, The department of dead letters (Fennesz/Parker/Sylvian/Tilbury)
Sigur Rós, Festival (Sigur Rós)
José Feliciano, Light my fire (Morrison/Manzarek/Krieger/Densmore)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #72 del 10 maggio 2012]]>

William Somerset Maugham

La lettera (parte 1 di 4)

versione radiofonica integrale


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:

www.letturaealtricrimini.it


Voci: Donatella Ventimiglia e Franco Ventimiglia


Ai molti scrittori di noir dei giorni nostri andrebbe imposto di leggere un breve racconto di William Somerset Maugham, La lettera, che Adelphi ha mandato in libreria qualche anno fa: un’azione di grande semplicità, personaggi scolpiti con maestria, finale assolutamente noir. In poche pagine strepitose Maugham ci restituisce il ritratto di un ambiente che, appartenendo in ogni dettaglio all'inizio del secolo scorso (il racconto è stato scritto nel 1926) potrebbe parimenti essere il nostro. Difatti, ancora oggi, La lettera di Maugham, a oltre ottant'anni da quando nacque, resta un capolavoro, un perfetto gioiello di equilibrio narrativo.



Nella colonia inglese di Singapore, un caso giudiziario è sulla bocca di tutti: quello che vede coinvolta Leslie Crosbie, moglie di un importante proprietario terriero della zona, nell’omicidio, a colpi di revolver, di un altro possidente, Geoffrey Hammond, il quale avrebbe cercato di abusare di lei, in assenza del marito. All’apparenza si tratta di un caso di legittima difesa, tanto che l’avvocato della signora Crosbie, Mr. Joyce, è convinto che la giuria non avrà bisogno di prove particolari e di molto tempo per pronunciare un verdetto di assoluzione. Tuttavia, rimane dubbioso circa un elemento: perché la sua assistita ha scaricato il revolver addosso al suo aggressore, sparando addirittura quattro colpi a distanza ravvicinata? I dubbi si trasformano poi in certezze quando compare una lettera, scritta la notte dell’omicidio e indirizzata da Leslie a Geoffrey.



La scrittura di Maugham ha il dono di trasformarsi immediatamente in immagine, in luce, in tutte le declinazioni del bianco e nero, in tutte le luci e le ombre che il cinema, in particolare, ha saputo riflettere sulla sua opera. L’ambiguità e lo squallore morale, la decadenza sociale e culturale si ripercuote sul vivere quotidiano, sulle scelte che, consapevolmente o meno, indotte spesso dagli altri ci conducono a patti con il proprio io. In questa analisi dai toni oscuri dell’animo femminile, come è tipico di tutti i personaggi creati dallo scrittore britannico, non si salvano neppure gli uomini, deboli, mediocri, privi di personalità, vacui. Si lasciano condurre giù a fondo e ne restano distrutti, annientati. Ne viene fuori un ritratto apparentemente misogino della donna, ma il cinismo dell’opera getta fango su qualsiasi tipologia di esseri umani, neppure gli “schiavizzati” indigeni del luogo risultano possedere un’indole superiore, ma anzi sfruttano tutti quei mezzucci tipici della sopravvivenza. Le delineazioni dei caratteri ci riportano alle psicologie umane della tragedia greca, in realtà Leslie Crosbie è tanto universale quanto moderna, contemporanea. Le sue contraddizioni sono così forti, i suoi desideri così umani che è difficile poter anche solo pensare che sia collocabile solamente nel contesto della sua triste vicenda. La lettera è un’opera priva di ipocrisie intellettuali, facile, diretta, quasi rozza nella semplicità con la quale non risparmia niente e nessuno, eppure incapace di procrastinare giudizi, ma semplicemente fotografare fatti, luoghi, azioni di un mondo dalle strutture sociali che all’apparenza sembra defunto.



È un meccanismo semplice: la lettura diviene ben presto rapida, quasi vorace e così, inavvertitamente, si entra in un mondo tanto immaginifico quanto palpabile, odoroso, ora frastornato dal calore ora immerso nella mitologia della natura esotica.

Per restituire questa parola così intensa si è preferito, nella nostra lettura teatrale, improntata ad un minimalismo lieve, quasi in bianco e nero, mettere in scena il racconto invece che il testo teatrale scritto poco dopo.



La lettera si colloca nella produzione di William Somerset Maugham (1874 – 1965), grande scrittore e drammaturgo inglese del XX secolo, tra gli scritti di ambientazione esotica. Prevale in questi la tendenza a descrivere la vita delle colonie britanniche dell’Asia, nell'ultima fase dell'impero inglese. Tra i romanzi, vanno ricordati La luna e i sei soldi, ispirato alla vita del pittore Paul Gauguin, Il filo del rasoio, in cui il protagonista, un veterano americano della Prima Guerra Mondiale, lascia il suo paese per recarsi in India e trovare l’illuminazione, e Il velo dipinto (adattato recentemente per il cinema), storia di un medico inglese che decide di combattere il colera in una regione sperduta della Cina, per dimenticare il tradimento della moglie e riuscire a innamorarsi di nuovo di lei.



Tra i racconti, oltre a La lettera, bisogna far riferimento a Pioggia, che narra di un missionario e del suo tentativo di convertire una prostituta in un’isola del Pacifico. Tuttavia, mentre nei romanzi prevale una dimensione spirituale, tale da portare a concepire nell’Oriente un luogo nel quale trovare o ritrovare se stessi, nei racconti è evidente il pessimismo di Maugham, dove la tematica centrale è quella dell’isolamento degli inglesi in terra straniera e della loro progressiva alienazione.

La fama de La Lettera è soprattutto legata alla suggestiva versione cinematografica (1941) di William Wyler, che vide protagonista Bette Davis, cui però fu imposto, in ossequio a un discutibile moralismo, secondo il dettato del codice Hays di autocensura, un finale differente; ma il testo letterario La Lettera è altra cosa, il racconto si insinua nella vita di tre persone, consegnate a un oriente ancora misterioso, incomprensibile e incompreso, e riesce a farci percepire, con una facilità stupefacente, di quegli animi tormentati, ogni sfumatura, ogni piccola incrinatura”.

Nel maggio 2010 "Lettura e altri crimini" mette in scena, all’Auditorium Candiani di Mestre, lo spettacolo teatrale “La lettera” di W. Somerset Maugham con Franco Ventimiglia, Roberta Borghi, Santosh Dolimano, Luca Ventimiglia. I brani suonati in scena sono eseguiti da Luca Ventimiglia, il filmato è di Danilo Gaiotto, le luci di Fabio Cavolo, le foto di Akiko Miyake, la regia di Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.

Claudio Tesser


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser


David Sylvian, Alchemy: An index of Possibilities (David Sylvian)
Orchestre Des Concerts De Paris (Jean-Marie Auberson, direttore - Pierre Fournier, violoncello), Il carnevale degli animali, Il Cigno (Camille Saint-Saëns)
Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma (Tullio Serafin, direttore), Cavalleria rusticana, Intermezzo (Pietro Mascagni)
Chris Garneau, The leaving song (Chris Garneau)
Chris Garneau, ghost track da El Radio (Chris Garneau)
Joy Division, She's lost control (Joy Division)
David Sylvian, The department of dead letters (Fennesz/Parker/Sylvian/Tilbury)
Sigur Rós, Festival (Sigur Rós)
José Feliciano, Light my fire (Morrison/Manzarek/Krieger/Densmore)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[American Dust - Richard Brautigan]]>

Nel 1982, quando scrisse American Dust (So the wind won’t blow it all away), il suo ultimo libro, Richard Brautigan era per molti un ex-talento della letteratura nordamericana: il suo capolavoro, Pesca alla trota in America, risaliva a ormai 15 anni prima, e l’alcolsimo e la depressione avevano ormai da tempo minato il fragile equilibrio di questo scrittore originalissimo, spesso catalogato come hippy o beat ma in realtà assolutamente inclassificabile: un vero genio naïf sbocciato chissà come dal cuore del Paese.

É per questo che il romanzo, oggi ripubblicato da Isbn nella collana Reprints, ha qualcosa di miracoloso: è miracolosa la mescolanza di tono leggero ed elegiaco, e l’urgenza di tenere insieme queste schegge di passato quando ormai anche il presente è scardinato, “prima che il vento si porti via tutto”.

American Dust mescola continuamente i piani temporali, seguendo il vagabondare dei ricordi della voce narrante mentre mette insieme i frammenti di un episodio traumatico e fondamentale accaduto nel 1948, quando egli aveva tredici anni e viveva nell’Oregon, sotto i cieli sterminati e piovosi del Nord-Ovest. Tramite la storia del bambino che, sparando alle mele in un campo con un fucile calibro .22, uccide accidentalmente l’amico che era con lui, pare parzialmente autobiografica, Brautigan porta alla luce i fantasmi personali che lo attanagliavano negli ultimi anni e quelli collettivi di un’America sempre in guerra con gli altri e con se stessa, eppure paradossalmente struggente ed indifesa come un bambino con un fucile in mano.

Un libro (ed una traduzione, di Enrico Monti) consigliatissimo a tutti.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #70 del 26 aprile 2012]]>

Elizabeth Bishop



Il mare e la sua sponda





per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:


www.letturaealtricrimini.it





Legge: Franco Ventimiglia


Il mondo di Elizabeth Bishop

Mary McCarthy nella sua autobiografia smentì di essersi ispirata a Elizabeth Bishop per uno dei personaggi ritratti ne Il gruppo, il suo romanzo del 1963, ma la Bishop si riconobbe in Lakey, una delle ragazze descritte. Probabilmente la cosa non le piacque. L’America della caccia alle streghe non era troppo lontana e cominciavano appena a trapelare altre narrazioni e il suo nome fu accostato al libro della McCarthy in più occasioni. E’ noto che Il gruppo racconta gli anni al Vassar College della scrittrice e di alcune sue amiche, che negli anni Trenta vi fondarono una rivista letteraria, “Con Spirito”, a cui collaborò anche la Bishop. Non ci interessa qui, ricostruire l’ambiente cui McCarthy prestò la voce, ma il libro a tre anni dalla pubblicazione ebbe una versione cinematografica. La regia di Sidney Lumet si sofferma sui rapporti di amicizia quasi congelandoli nelle forme di uno stile intellettuale, che fu invece trasgressivo e nella realtà diventò complicità e sostegno anche nella distanza dei decenni e dei cambi di continente. Il volto algido della Bergen in due delle scene del film, l’arrivo dall’Europa e le sequenze finali del funerale dell’amica suicida, è l’emblema di un certo tipo di donna che deve la sua fortuna al modernismo. Da H.D. a Bryher, da Nancy Cunard a Lee Miller, che fotografata nuda nella vasca da bagno di Hitler nel bunker in cui si è appena ucciso con i suoi intimi, pare sbeffeggi la pesantezza nazista con un impeto di vita, queste donne lasciano il segno e sconfinano con il corpo e l’arte in cerca di una verità personale, ma anche di una felicità che alcune troveranno, altre meno. In tal senso le parole che Elizabeth Bishop consegnerà all’amico poeta Lowell sono chiare: “Quando scriverai il mio epitaffio, dì che sono stata la persona più sola al mondo”.

Fu libera nella propria arte la Bishop e, come ci ricorda Nadia Fusini, “fu unica e sola”. Fin dall’inizio il suo carteggio con Marianne Moore svela le tracce di un’affinità di ricerca che non è mai però somiglianza. Elizabeth Bishop accetterà nei primi tempi i consigli e le revisioni suggerite dalla Moore e dalla madre di questa, poi seguirà il proprio intuito senza che il suo linguaggio perda precisione e profondità. Scrive Fusini: “Si capisce che le piace osservare spassionatamente quel che la circonda, non le piace abbellire alcunché a suon di metafore; vuole semmai raggiungere il paesaggio, o l’animale, o l’oggetto che ha di fronte, nel rispetto di una sola aura, quella del riserbo. Ma come si fa a toccare senza afferrare? A comprendere senza prendere? Lei lo sa fare. E’ la sua grandezza”. E se la sua grandezza è evidente nei testi poetici, il suo ragguardevole epistolario con Marianne Moore svela, dipanandosi come una sorta di diario poetico, l’autenticità dei giudizi d’ammirazione che molti intellettuali le hanno tributato. Come per Ralph Waldo Emerson il cui diario è uno zibaldone americano, così l’epistolario Bishop-Moore è una mappa della fedeltà poetica e di vita di due donne rare per misura, integrità e intensità. Del resto un severo critico quale è Harold Bloom colloca l’opera di entrambe tra i risultati più alti raggiunti nell’ambito della letteratura americana.

L’opera della poeta americana è reperibile in traduzione italiana negli Adelphi con il titolo “Miracolo a colazione” e tre traduttori (Damiano Abeni, Riccardo Duranti, Ottavio Fatica) hanno lavorato sui testi e reso “il miracolo dell’incarnazione in italiano della lingua” di Elizabeth Bishop. Seguirò quindi la traccia di parole scritte alla Moore e mi riferirò ad alcune poesie per toccarne il mondo, per coglierne l’ideale. Una nota brevissima, come prima cosa, per fermare un gesto della Bishop, forse insospettabile.
In “ One Art: Letters” c’è una sua lettera a Marianne Moore del 5 gennaio 1937 da Keewaydin, Naples, Florida, in cui Elisabeth scrive che le invia a New York non soltanto il resoconto del suo soggiorno in Florida con Louise Crane, un’amica del Vassar che sembra presa dalla pesca in modo appassionato, ma le spedisce persino frammenti dei suoi vagabondaggi, in questo caso conchiglie e una noce di cocco. Gesti minuti, intimi quasi, che raccontano a lato quel “miracolo” che fu la Bishop. Miracolo che partecipò della vita con una curiosità e una intelligenza mai belligerante, anzi quasi mistica. Forse avrebbe apprezzato le anacorete del primo cristianesimo, un’Alipiana o una Sara, nella loro povertà e fermezza di propositi. Eppure Elizabeth Bishop visse apertamente la sua vita fuori dai canoni e pur appartata seguì le correnti letterarie, tenne i contatti con molte personalità del tempo e insegnò. I suoi anni in Brasile con Lota de Macedo Soares non furono anni di dispersione ma di lavoro e progetti. Uscì proprio in quel periodo il suo secondo libro di poesie “A Cold Spring” e incominciò la traduzione del diario ottocentesco di Helena Morely. Una terza raccolta è datata 1965.
La depressione e l’alcolismo furono però un tormento per la Bishop. La pazzia della madre che morì in manicomio e l’affidamento di lei bambina prima ai nonni materni, poi paterni e quindi a una zia, la segnarono profondamente e forse spiegano quella sua capacità di immersione senza “toccare “, senza “possedere” che Nadia Fusini ci ricordava. Le sue descrizioni della Florida meritano questo passaggio dalla lettera già citata a Marianne Moore:
“Dai pochi stati che ho visto, ora sceglierei subito la Florida come il mio preferito. Non so se lei c’è stata oppure no – è così selvaggia, e quello che esiste qui di coltivato sembra piuttosto in rovina e sul punto di ridiventare selvaggio. Lungo la strada abbiamo preso un treno molto lento da Jacksonville a qui. Per tutta la giornata è andato avanti attraverso paludi e campi trementina e foreste di palme e in una bella sera rosata ha cominciato a fermarsi in parecchie piccole stazioni (…)”

Nella stessa lettera parlando di una poesia, Elizabeth Bishop riconoscerà il debito con la Moore, l’aiuto, l’ispirazione e il sostegno di questa: ”Questa mattina ho lavorato a “The Sea & Its Shore” o piuttosto ho fatto uso del lavoro suo e di sua madre e all’improvviso ho paura che alla fine ho rubato qualcosa da “ The Frigate Pelican ”.
Sulla porosità e permeabilità della scrittura, su quei margini mai netti e quegli sconfinamenti nell’altro, letto, ammirato, assimilato, Harold Bloom ha parlato diffusamente a proposito di molti poeti. Ralph Waldo Emerson sentiva così intensamente gli scritti di Montaigne da non staccarsene mai e a sua volta sarà egli stesso una presenza rimossa per Walt Whitman. Uno dei capitoli più interessanti di “Poesia e rimozione” di Bloom è quello su Shelley, poeta debole per Bloom fino a che nell’inverno del 1814-15 “lesse a fondo Wordsworth e Coleridge (…) e fu in grado di scrivere Alastor e le poderose poesie del 1816 (…)”.
Ma anche per la Bishop arriva un momento critico nei rapporti con la Moore. A partire dalla pesante revisione della poesia Roosters che la Bishop non accettò. Da quel momento non sottopose più i suoi testi all’amica inviandoglieli solo pubblicati. Uno dei versi revisionati e poi ripristinato dalla Bishop è: “Cries galore/ come from the water-closet door/ from the dropping-plastered henhouse floor…/ “. L’uso della parola water-closet non era accettabile per Marianne Moore che nel linguaggio apprezzava un certo ritegno. Questo ci fa sorridere, ma ci dice quanto a lungo si è discusso su cosa dire e su come dirlo e su cosa si può o non si può dire.

Il Brasile significò per Bishop una vita appartata. La casa in cui per sedici anni visse con Lota a Ouro Preto fu dove scrisse la raccolta di poesie “Interrogativi di viaggio” pubblicata nel 1965. In totale nell’arco di cinquant’anni completò quattro raccolte, circa ottanta poesie.
“Interrogativi di viaggio” contiene tra le altre “Brasile” e “Arrivo a Santos”.
“Brasile, 1 gennaio 1502” inizia evocando un “loro” a cui segue una descrizione della natura da osservatore attento ad ogni particolare, come copiasse da un libro di botanica: “In gennaio la natura si offre al nostro sguardo/ così come dev’essersi offerta allora al loro: / ogni centimetro quadrato fitto di fogliame…/ foglie grandi, foglie piccole e foglie gigantesche, / azzurro verdazzurro, verde oliva, / con venature o bordi un po’ più chiari, /o il lembo rovesciato di una foglia/ come raso; /”. Continua quindi a soffermarsi minuziosamente su felci e fiori visti come ninfee e i loro colori: “violacee, gialle, due tipi di giallo, rosa, / rosso ruggine e biancoverdolino;/”; e poi il simbolismo della seconda parte: “i grandi uccelli simbolici in silenzio/ che esibiscono solo una mezza pettorina (…)/ Ma in primo piano c’è sempre il peccato/ cinque draghi fuligginosi (…)”.
Maliziosi in modo delicatissimo i versi in cui compaiono le lucertole: “Le lucertole respirano appena; tutti gli occhi/ sono puntati sulla più piccina, la femmina, di schiena, / la coda con malizia arricciolata in su/ rossa come un filo rovente/”. E il finale in cui il “ loro” dell’inizio, un po’ misterioso, si svela: “Proprio così i cristiani, duri come chiodi, / come chiodi minuscoli e lucenti/ nel cigolio delle armature (…)/”; e proprio “loro” trovano un che di “famigliare“ all’arrivo, qualcosa che: “ rispondeva/ a un vecchio sogno di lusso e di ricchezza/ (…) ricchezza più un nuovissimo piacere/ “. La poesia diventa quindi, nell’ultima strofa, in modo quasi impercettibile, uno specchio in cui i sogni d’esotismo e d’erotismo dell’Homme armé prendono corpo: “Subito dopo la messa, magari canticchiando/ L’Homme armé o un’altra aria del genere, / si sono avventati a squarciare il tessuto appeso, / ognuno a caccia della propria indiana…/ (…) quelle donnine esasperanti che si lanciavano richiami/ (…) per poi ritirarsi sempre sempre più dietro l’arazzo/”.
C’è nella precisione della Bishop una consapevolezza della vita che è partecipe.
L’anglosassone, che ha in sé il vecchio mondo del nord, smitizza in “Brasile, 1 gennaio 1502”, non senza grande ironia, i miti della conquista e dell’armata, ma rendendo concreta la terra di cui parla, raccontandola come se la dipingesse e riportandoci al suo mistero, alla sua inafferrabilità.
La sua ironia si coglie anche nell’altra poesia sul Brasile, “Arrivo a Santos”, dove i versi: “Oh, turista, / è tutta qui la risposta di questo paese/ alle tue smodate richieste di un mondo diverso(…)/ “, possiamo farli nostri e associarli al moderno viaggiatore occidentale, alla sue finzioni e spogliazioni dell’esotico.

“Ho sempre sentito di aver scritto poesia più non scrivendola che scrivendola”. In “Poesia” i ricordi della Nuova Scozia sono vividi. I frammenti famigliari emergono con cauta eleganza. Dice, con poche parole, moltissimo. E l’ambiente descritto con cura appare ai nostri occhi come se si guardasse quel “quadretto fatto in un’ora”. C’è una nota dolente nelle sue poesie nordiche. Nostalgia o dolore per l’infanzia traumatica o magari solo il sentimento di essere andata troppo lontano senza che si cancellasse quel prima con cui i conti non devono essere stati facili. A un amico brasiliano che una volta la vide in lacrime disse che stava soltanto piangendo in inglese, come a schernirsi. Nel 1933 scriveva a Donald Stanford, studente di Harvard: “Cosa mai intendi quando dici che le mie percezioni sono quasi impossibili per una donna? … C’è qualche ragione ghiandolare che impedisce a una donna di avere delle buone percezioni, o che cosa?“

Educata in uno dei migliori college degli Stati Uniti era andata oltre le premesse che l’avrebbero voluta intellettuale brillante ma poco incisiva nell’opera autentica. Il suo impossibile occhio, se fermò la forma delle cose in fedeltà completa, seppe trovare il cuneo con cui passare dietro le quinte e comprendere a quali schemi rancidi sottostanno i più e proprio per questo imparò a non farsi corrompere dai livellamenti ideologici.
Tobias Wolff, nel un suo bel romanzo “Quell’anno a scuola”, racconta la storia di un giovane uomo, studente in un prestigioso college, che trovando in una rivista un racconto che potrebbe aver scritto lui, tanto lo sente proprio, ma è invece scritto da una studentessa e narrato in prima persona femminile, non resiste e se ne appropria. Scoperto sarà espulso dalla scuola. Anni dopo vorrà incontrare l’autrice del racconto che ridendo e comprendendo il dramma del giovane gli farà presente che ha smontato col suo gesto l’impalcatura che soggiace al sistema della loro istruzione di lusso. Con il suo gesto, fatto nella totale identificazione, annulla la linea che vorrebbe uomini e donne stranieri l’uno all’altro. Come Flaubert avrebbe potuto dire: “Madame Bovary, c’est moi”.

Nel 1978 Elizabeth scrive la poesia “North Haven“ per l’amico Robert Lowell, in memoriam.
“So distinguere a un miglio il sartiame di uno schooner; / so contare le pigne nuove sull’abete: tutto è immoto/ (…) “ ; e nei versi che seguono si dispiega la sua arte della descrizione, le isole, la baia, il vorticoso impeto della stagione: “i cardellini sono di ritorno, o altri non dissimili/(…)”. E: “La natura ripete se stessa o quasi:/ ripeti, ripeti, ripeti, rivedi, rivedi, rivedi/.”
Negli altri versi pare accostare la voce dell’amico evocandolo in un ricordo e c’è infine la nota struggente, che si coglie nonostante sembri solo una constatazione dell’ineluttabile: “Non puoi più ricomporre o ridisporre/ (…) le tue poesie./ Le parole non cambieranno più/.”

Da grande artista la Bishop sigilla la sua opera con un graffio finale che ne rivela la singolarità, il genio e la vena sotterranea di ironia e a tratti di allegria. E’ a un sonetto rovesciato che affida, per l’ultima volta, le sue parole limpide e lucide in quello specchio rimasto vuoto:

In trappola: la bolla
nella livella,
creatura scissa;
e l’ago della bussola
che oscilla
indeciso, che barcolla.
Sprigionati: il mercurio
del termometro rotto
che sguscia via;
e l’uccello-arcobaleno
che dallo smusso
dello specchio vuoto
piglia il volo e scorazza
dove vuole, in allegria!

di Nadia Agustoni


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser



Yehudi Menuhin (violino) con Orchestre Synphonique de Paris diretta da George Enescu, Konzert fur violine und streiche a-moll BWV n.1041 (Johann Sebastian Bach)
Alva Noto/ Ryuichi Sakamoto, Trioon I - Trioon II (Alva Noto,  Ryuichi Sakamoto)
Brian Eno, Three variation on the canon in d major (Johan Pachelbel/Brian Eno)  
 

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead #69 del 19 aprile 2012]]>

Sylvia Plath



Diari (brani)





per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:
www.letturaealtricrimini.it


Legge: Roberta Borghi


Sylvia, racconto della vita di Sylvia Plath, oggetto di culto – postumo – per gli studiosi di letteratura americana e simbolo ante litteram del pensiero femminista, poetessa e musa emblematica di una stagione letteraria cruciale, anello di congiunzione e di rottura tra l’epopea delle esili, tragiche e titaniche regine della letteratura angloamericana (Virginia Woolf, Catherine Mansfield per citare le maggiori.) e l’era contemporanea, sembra risuonare direttamente dalle più segrete stanze dell’animo tormentato e assetato di perfezione della poetessa. Dai giorni dell’infanzia vissuta nello splendore marino di Winthrop, antico borgo affacciato sulla riva del “pungiglione adunco di Cape Cod” Sylvia contempla il paesaggio amatissimo che si prepara a lasciare imprigionando quelle immagini nella memoria per trarne in seguito suggestioni e trame di scrittura che nutriranno la sua fervida e impervia ispirazione per il breve e infiammato arco della sua vita.

Nata nel ’32 nel Massachusetts e cresciuta vicino a Boston in una famiglia dell’élite colta e conservatrice - il padre Otto di origine austriaca è uno stimato entomologo, la madre Aurelia docente – a otto anni Sylvia resta come mutilata dalla morte prematura del padre cui è legata in un rapporto fortemente edipico e dal quale dipende in una incessante ricerca di conferme e affetto. E’ una ferita che non si rimarginerà più e che vive come un deliberato abbandono da parte del padre. Nei confronti della madre Aurelia donna brillante dal carattere ambizioso e inflessibile, sospinta dalla ricerca alternativa di affetto e approvazione, Sylvia si sdoppierà in una immagine di giovanetta dal talento precoce, combattiva e vincente, promettente poetessa e scrittrice di sicuro successo. Una immagine in contrasto drammatico con la sua natura più profonda che risponde a ogni sollecitazione emotiva, affetta da una oscillazione costante e bipolare tra esaltazione e depressione, esposta a sbalzi d’umore e alle vicende alterne di una salute cagionevole, incline a gettarsi per i precipizi abissali dell’autodistruzione come a inerpicarsi ebbra di entusiasmo nei voli audaci della sua incandescente immaginazione. Le tracce della relazione con il padre incidono un solco nel quale confluiranno i sentimenti ambivalenti e contraddittori nei suoi rapporti con gli uomini per tutta la sua vita. Una voce onnipresente e appassionata ci racconta in questo libro tanto toccante, singolare e prezioso, come dall’interno il valore e il significato di questa autrice, le fasi successive della vicenda di Sylvia Plath svelandone le pieghe più recondite, i palpiti e i terrori segreti e squarciando spesso con lampi di luce rivelatrice le ombre misteriose e fatali che determinarono le scelte del suo cuore mentre la sua mano vergava con impegno caparbio durante le veglie spossanti fino alla luce livida dell’alba poesie e racconti memorabili. Gli anni della scuola e delle prime conquiste, i successi di giovane protagonista di salotti e circoli letterari, i primi flirt e la disperazione forsennata della prima cocente sconfitta sentimentale. Poi i viaggi e gli studi a Londra, i soggiorni a Parigi, l’esaltata passione per i paesi del Mediterraneo, le amicizie importanti con poeti come T. Eliot e con il critico Alvarez e sopra ogni cosa la certezza della vocazione letteraria e la passione annientatrice per l’uomo che diventa suo marito e padre dei suoi due figli, il poeta Ted Hughes. Stella del firmamento letterario inglese, il “colosso” che adora, al quale dedica poesie e verso il quale dimostra una devozione e un attaccamento fatali, Hughes è l”uomo in nero” e il despota del suo cuore, l’uomo forte e protettivo dei suoi sogni ma anche colui che l’abbandonerà. Lontano dagli schemi storicistici e documentali della biografia ortodossa e in pari misura avulsa dallo spirito speculativo e spesso freddamente dissezionatore del saggio critico, questo libro è un’indagine appassionata e conturbante, commovente e rivelatrice su un’artista piena di ambizione e talento, lacerata da passioni contrastanti e oppressa dal senso del dovere domestico, familiare e sociale. Un libro capace di consegnare al lettore il risultato compiuto e vibrante di un penetrante lavoro di analisi intorno al tema del talento in relazione al demone della depressione.

Una ampia e illuminata meditazione sul suicidio. Un tessuto strettamente intrecciato, vivido e luminoso di immagini durevoli si compone come una trama intorno alla figura di Sylvia Plath per restituirne e ravvivarne il sottile e struggente fascino, la fragile e impetuosa scintilla di un talento indiscutibile e il senso del suo destino di donna e di poeta.

Da "Silvia", racconto della vita di Sylvia Platt

di Stefania Caracci (Edizioni e/o, Tascabili, 2005)


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Rober Aitken (flauto) with Toronto New Music Ensemble, Bryce, Itinerant, Air, Rain Spell (Tōru Takemitsu)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)