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“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #345 del 3 agosto 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 9 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_344_Matteo_Strukul_8]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #344 del 27 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 8 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_343_Matteo_Strukul_7]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #343 del 20 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 7 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_342_Matteo_Strukul_6]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #342 del 13 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 6 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Mark Lanegan live a Sexto 'Nplugged]]>

Mark Lanegan parla poco, molto poco, si limita ad un “thank you” ogni tanto e a dichiarare suo nemico il caldo di questa sera d’estate. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla, da trent’anni, attraverso canzoni dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Riesce a parlare con la sua bellissima, cavernosa voce, anche a chi, come il sottoscritto, si è allontanato da tempo dall’ascolto del “rock”, e lo fa non rinunciando alla sua camicia nera a maniche lunghe a costo di ricorrere spesso ad un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi. È così che questa calda serata d'apertura di Sexto 'Nplugged si tinge di nero trasmettendo un feeling “dark” attraverso un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, ma soprattutto attraverso il canto rauco e profondo di Lanegan che ci accompagna nell' abisso del suo animo.
Ma partiamo dall'inizio. Sexto 'Nplugged, ovvero quando il luogo determina la musica, ed il luogo è il sagrato dell’abbazia di Santa Maria, a Sesto al Reghena (PN), location splendida dove da anni si svolge un festival unico e non solo per la bellezza del posto. Un luogo dove appena iniziano i concerti si chiude il bar e si spengono gli smartphone e si lascia spazio solo alla musica. Qui, in questo spazio magico, a sorpresa alle 20:30 ad aprire il live ci sono due inattesi musicisti (scopriremo che fanno parte della band di Lanegan) con due performance minimali ed intime ma di grande impatto emotivo. Lyenn e Duke Garwood accompagnandosi con la sola chitarra ci fanno capire che i loro sono nomi da tener d’occhio.
Alle 21.45 puntuale sale sul palco Lanegan con la sua band. Fin da subito è evidente come abbia trovato nella chitarra Jeff Fielder la spalla ideale ma è tutta la band ad essere affiatata. Il setlist del concerto alterna songs dall'ultimo "Gargoyle" a quelle degli album precedenti mantenendo un sound malato ed oscuro. A mio avviso "Nocturne", dall'ultimo disco, è la vetta della performance con quel incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave.
Dopo un’ora e un quarto di musica di grande impatto, la band saluta e se ne va. Tornerà acclamata dopo poco e quel basso darkwave risalterà ancor di più con le cover di “Atmosphere” e "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division.
Mark Lanegan parla poco, molto poco e a volte usa parole di altri (in questo caso quelle di Ian Curtis) ma lo fa andando sempre al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa: la parte più profonda e oscura dell'animo umano.

Ps) a Sexto 'Nplugged il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller. Non mancate!

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Setlist Concerto Mark Lanegan

Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot in My House
No Bells on Sunday
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Harvest Home
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
The Killing Season

BIS

Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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<![CDATA[ReadBabyRead_341_Matteo_Strukul_5]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #341 del 6 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 5 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 29 giugno 2017]]>

Beh, siamo arrivati di nuovo al capolinea estivo, alla pausa. Tempo di bilanci e sommari, tempo che utilizziamo per un viaggio attraverso le etichette discografiche che collaborano durante tutto l’anno alla realizzazione del programma, che ne permettono il continuo aggiornamento con le varie novità discografiche puntualmente inviate (questa settimana il nuovo disco degli Oregon, per Cam Jazz). Un viaggio che vede almeno un ascolto per ognuna delle etichette, un viaggio che al suo interno vede altri viaggi, immaginari, musicali, ma geografici grazie ai riferimenti dei titoli dei brani scelti, oppure solo onirici, veramente immaginari, spaziali, financo fiabeschi… e poi viaggi con la memoria… e infine un curioso e semplice viaggio nell’attualità (ius soli). Alcune etichette, per ragioni di tempo, non sono state trasmesse questa volta quindi, oltre a Ponderosa Music, Cam Jazz, Abeat For Jazz, Alfa Music, Itinera, Parco della Musica, Tuk Music, Tosky Rec., Auand, Dodici Lune, Artesuono, Ultra Sound rec., ringrazio ECM dalla Germania, Albore dal Giappone, Via Veneto Jazz da Roma e gli indipendenti autoprodotti qui rappresentati, arbitrariamente, per colpa mia, da Massimo Barbiero con i suoi Odwalla… l’estate offre molte possibilità di godere della musica dal vivo andateci, se potete, ma poi, passata la bella stagione, state connessi, cercate il certo ritorno di “Take Five, Jazz & dintorni”, sempre il giovedì sera dalle 23:00 ma, se volete, se vi piace, cercate la mia voce e la musica brasiliana che, insieme anche a Ligia França, precederà il jazz alle 21:30 sempre del giovedì con “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”.  Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. viaggio (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa music)  - 2016

03. Dolomiti dance (R. Towner)  - Oregon – lantern (cam jazz) - 2017

04. flying to Florence (J. Bodilsen) – Max De Aloe Baltic Trio – valo (abeat) - 2017

05. dolce Napoli (E. Amazio) – Enzo Amazio – essence (alfa music) - 2014

06. Napoli centrale (M. Zurzolo) – Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera) - 2015

07. Roma non fa la stupida stasera (Garinei/Giovannini/Trovajoli) – Fabrizio Bosso/Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

08. Isfahan (T.Tracanna) – inside jazz 4et  – four by four (abeat) - 2017

09. Alabama (F. Ponticelli) – Francesco Ponticelli – Kon Tiki (tuk music) - 2017

10.my journey (F. Giachino) – Fabio Giachino – north clouds (tosky rec) - 2017

11. belo monte/sobre as nuvens (E. Taufic/R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos(abeat) - 2017

12. la bella e la bestia (M. Barbiero) – Odwalla + Baba Sissoko – ancestral ritual (autoprodotto) - 2017

13. ricordi nella pioggia (V. Maurogiovanni) – Cercle Magique Trio – cercle magique (dodici lune) - 2017

14. windy (F. Vignato) -  Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

15. Moon song (S. Coslow/A. Johnston) – Vanessa Tagliabue York – we like it hot (artesuono) - 2016

16. ¾ di Luna (L. Mazzaglia) – Les Sens Jazz – Earth (USR) - 2017

17. East of the Sun (B. Bowman) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (USR) - 2013

18. ius soli (F. Morgera) – Fabio Morgera & NY Cats – ctrl z (alfa music)  - 2015

19. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
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<![CDATA[ReadBabyRead_340_Matteo_Strukul_4]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #340 del 29 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 4 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

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voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 22 giugno 2017]]>

Protagonista della penultima puntata del ciclo 2016-2017 è l’anno 1917! A parte la Grande Guerra mondiale, a parte la Rivoluzione Russa, un anno più o meno come tutti gli altri, un anno in cui molti nascono e molti se ne vanno, un anno come sempre di avvenimenti positivi e negativi, insomma, cosa può spingere a dedicare una puntata ad un anno in particolare? Beh, per noi jazzomani è l’ Anno con la A maiuscola, l’anno in cui viene prodotto quello che ufficialmente viene considerato il primo disco di jazz della Storia, anzi, di JASS, come si diceva allora, giusti giusti 100 anni fa!!! Era “Livery stable blues”, incisa dai bianchi della Original Dixieland Jass Band, di New Orleans, subito vittima di sporchi giochi di appropriazione per quanto riguarda la paternità compositiva! E, curiosamente, in quell’anno, mentre nasceva il jazz, moriva Scott Joplin, il re, la personificazione dello stile pre-jazz, il ragtime, un vero passaggio di consegne! giochi della Storia! E allora ascolteremo insieme qualcosa di Joplin per introdurre poi le originali registrazioni di un secolo fa alternate ad alcune versioni attuali, tra le quali una di un virtuosismo pazzesco, all’organo Wurlitzer. Ma in quell’anno sarebbero nati anche alcuni grandi personaggi che avrebbero onorato e resa preziosa la Storia proprio di quel genere loro coetaneo: Ella Fitzgerald, Buddy Rich, Henry Salvador e, soprattutto, l’immenso Thelonious Monk. Inevitabili alcuni ascolti ad essi relativi, ovvio, con un paio di interpretazioni (Ella ed Henry) di classici brasiliani perché, come sapete, almeno una volta ad ogni puntata devo rendere omaggio alla mia terra d’origine (che nel 1917 dichiarava guerra alla Germania insieme agli USA). Ma, sorpresa! Il 1917 è pure l’anno di uscita sul mercato del primo disco ufficiale della Storia del Samba!!! Era “Pelo Telefone”… Un’annata veramente straordinaria!!! E infatti, a fine puntata si potrà ascoltare l’originale del secolo scorso e una interpretazione moderna… buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. solstizio (V. Abbracciante) – Vincenzo Abbracciante – sincretico (dodici lune) - 2017

03. solace, a mexican serenade (s. Joplin) – Claudio Cojaniz – stride vol.2 (caligola) - 2016

04. maple leaf rag (S. Joplin) – electro swing skeewiff T.D. H. L. O. & T.D.O.D.

05. livery stable blues (Nunez/Lopez) - Original Dixieland Jass Band 1917

06. livery stable blues (Nunez/Lopez) – The Hugee Swing Band live

07. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Nick La Rocca & Original Dixieland Jazz Band 1917

08. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Pasadena Roof Band live

09. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Richard Hills – organ solo

10. buggle call rag (Pettis/Meyers/Schoebel) – Buddy Rich Orchestra live at Statler Hotel in New York 1982

11. night and day (C. Porter) – Ella Fitzgerald

12. one note samba/samba de uma nota so (A.C. Jobim)  - Ella Fitzgerald live 22.06.1969

13. eu sei que vou ti amar/tu sais je vais t’aimer (A.C. Jobim) – Henry Salvador/Giberto Gil live

14. le blues du dentist (H. Salvador) – Henry Salvador/Ray Charles live

15. it don’t mean a thing (D. Ellington) – Thelonious Monk – plays the music of Duke Ellington (riverside) - 1955

16. pelo telepone (Donga/De Almeida + vari) – Baiano (oden) – 1917

17. pelo telefone (Donga/De Almeida + vari) – Martinho da Vila/Nelson Sargento/Diogo Nogueira – live samba na Gamboa

18. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_339_Matteo_Strukul_3]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #339 del 22 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 3 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_338_Matteo_Strukul_2]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #338 del 15 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 2 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ “ALAIN DANIÈLOU - IL LABIRINTO DI UNA VITA” del regista veneziano RICCARDO BIADENE]]>

Avrà la sua anteprima nazionale al Biografilm Festival edizione 2017 il documentario del regista veneziano Riccardo Biadene, dedicato alla figura emblematica di Alain Daniélou e alla straordinaria vita dell’uomo che ha portato l’India in Occidente, con proiezioni giovedì 15 giugno e lunedì 19 a Bologna. “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”, questo il titolo del film, racconta l’avventuroso viaggio musicale, esistenziale e spirituale che Alain – bretone d’origine, figlio di un ministro socialista e con un fratello cardinale, amico di A. Gide e J. Cocteau – intraprende dal 1932, con il compagno fotografo svizzero Raymond Burnier, alla volta dell’India, lasciando un Occidente che non lo soddisfa. Il documentario parte dalla Bretagna e accompagna lo spettatore in India (Shantiniketan, Varanasi, Chennai, Pondicherry...), a Berlino, Venezia, e Roma, seguendo la storia del francese Daniélou, indologo e musicologo che ha vissuto, soprattutto in India, tra gli anni ‘30 e ‘60 del ‘900. A Benares (ora Varanasi), Daniélou, insieme a Burnier, abita per 15 anni nel palazzo di Rewa, sulle rive del Gange, dove incontra fra gli altri, Eleanor Roosvelt o Roberto Rossellini.

Qui Daniélou si dedica allo studio del sanscrito, viene iniziato all’induismo, e studia la musica classica indiana e la Veena a livello professionale. È a quegli anni che si deve la stesura di diversi libri sulla filosofia indù, lo shivaismo e i testi vedici. Dal 1950 è curatore della prima collana di world music classica per l’UNESCO. Nel 1963, di ritorno in Europa, fonda e dirige l’Istituto Internazionale di Studi per la Musica Tradizionale (IITM) a Berlino, e in seguito crea a Venezia l’Istituto Internazionale per gli studi di musica comparata, affinché la musica orientale abbia importanza paritaria rispetto a quella occidentale, e dove tale studio è mantenuto vivo oggi dalla Fondazione Giorgio Cini. E, proprio per raccontare il periodo in cui visse in Laguna il regista è tornato, nella sua città natale, per effettuare parte delle riprese del documentario, sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Gli ultimi anni di vita, Alain Daniélou, li trascorre tra Roma, Losanna, Berlino e Parigi, con una certa preferenza per la villa sulle colline di Zagarolo, un paesino vicino a Roma. Musica, danza, religione, tradizione e modernità, scultura e filosofia vengono esplorati in questo documentario attraverso le parole dello stesso Daniélou, tratte dall’autobiografia “La via del labirinto”.

Il regista, classe 1973 ­­– agli inizi della carriera cinematografica co-diresse “Come un uomo sulla terra” con Andrea Segre – dopo l’anteprima nazionale, accompagnerà il film il 22 al Ravenna Festival, importante manifestazione dedicata alla musica, il 29 al SummerMela, il festival di arte e cultura indiana a Roma, il 30 giugno a Padova al River Film Festival, in una serata particolare, a chiusura della rassegna, e l’8 luglio al Soleluna Festival a Palermo. Il progetto poi si aprirà a una distribuzione internazionale, che lo farà sbarcare in molti paesi europei, fra cui la Germania e l’India, nel corso del 2017. Ma per Biadene ci sarà unulteriore ritorno a Venezia il 2 luglio, al Teatro la Fenice, in veste di produttore, con la sua Kama Productions per il documentario “Aquagranda in crescendo” che racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di “Aquagranda” – l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966 – diretto da un altro veneziano Giovanni Pellegrini, e trasmesso lo scorso maggio su Rai 5.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 8 giugno 2017]]>

Forse un malinteso senso del pudore, forse il tentativo di non cadere nel conflitto d’interesse, mi hanno impedito inconsapevolmente sino ad oggi di farvi ascoltare una serie di cd assolutamente interessanti ma prodotti da un’etichetta alla quale sono legato da tempo in quanto diretta emanazione di un’associazione culturale a cui ho avuto l’onore, la fortuna, il piacere di far parte da decenni ormai… parlo di Associazione Culturale Caligola, di Mestre (VE) e di Caligola Records, frutto del lavoro di Claudio Donà, Valerio Bonicelli, Raffaello Patron e di quelli che volta per volta entrano a far parte di questo o quel progetto. Rimedio allora con un’intera “puntata caligolense”. Facile sentirsi dire, in questi casi, che ogni oste vende il vino più sublime, il suo, quindi niente di meglio che non fidarvi delle mie parole e ascoltare questa dozzina di assaggi da altrettanti dischi, dischi che offrono, tra l’altro, un ventaglio di generi, stili, modi e formazioni tale da suscitare sicuramente l’interesse degli appassionati… musicisti di pregio e fama, musicisti esordienti, solisti o quintetti, alcune riletture ma molti originali, dallo “stride” al “baiao”. È proprio a causa dell’ascolto di questo tipico genere musicale e danzante del nord-est del mio Brasile, che la puntata si chiude con un trittico dedicato al grande Paese sudamericano spesso presente in questo programma in attesa del nuovo inizio di quello specifico, a lui dedicato, condotto sempre da me e da Ligia França. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. ceci n’est pa un blues (T. Troncon) – Venice Connection Quartet (caligola)  - 2016

03. frame by frame (A. Belew/King Crimson) – Riccardo Morpurgo 5et – lemniscata (caligola)  - 2015

04. lunaria (D. Vianello) – Davide Vianello – lunaria (caligola)  - 2016

05. hercules (M. Ponchiroli) – The New House Quartett – tommitu (caligola)  - 2016

06. rag per Danilo (C. Cojaniz) – Claudio Cojaniz – stride vol.2 (caligola)  - 2016

07. thanatos (A. Ruggieri) – Aisha Ruggieri – southlitude (caligola)  - 2016

08. Shardana (Z. Pia) – Zoe Pia – Shardana (caligola)  - 2016

09. the owl of Cranston (P. Motian)  - Groove & Move/Mitelli & Mirra – water stress (caligola)  - 2016

10. pequod (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

11. 100% organic (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

12. abendai (M. Donà) – Mssimo Donà Trio – il santo che vola (caligola)  - 2016

13. il sogno di una cosa (B. Cesselli/m. De Mattia) – Javier Girotto/ Massimo de Mattia/Bruno Cesselli/ /Zlatko Kaucic - il sogno di una cosa (caligola)  - 2016

14. baiao nosso (T. Goulart) – Gileno Santana & Tuniko Goulart – inevitavel (caligola)  - 2016

15. baiao do amor (D. Firpo) – Daniella Firpo – vento di Bahia e nebbia (alfa music) - 2016

16. choro do casamento (G. Guaccero) – Giovanni Guaccero & Choro de Rua – a roda dos planetas errantes (Alfa music) - 2016

17. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_337_Matteo_Strukul_1]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #337 dell’8 giugno 2017


Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 1 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 1 giugno 2017]]>

C’è un’interessante rassegna che giunge alla sua sesta edizione e che colpisce per la sua struttura: musicisti prestigiosi, concerti gratuiti in località scelte con cura fra le più attraenti della zona sotto il punto di vista storico e ambientale, due crociere, ovviamente a suon di jazz nel cartellone… e via dicendo. Parlo di Sile Jazz 2017, un evento che mescola le acque del fiume che attraversa il trevisano, e che da lui prende il nome, con le genti che suonano e quelle che ascoltano, che mescola tradizioni antiche con suoni contemporanei. La rassegna ha un sottotitolo, “Di Resta in Corda”, che ancor di più risulta essere un manifesto programmatico essendo la Resta una corda con cui si legavano le barche ai buoi che, dalle rive, trainandole, permettevano di risalire la corrente dei fiumi su cui si svolgevano gli antichi traffici. E di corde si parlerà, anzi, si ascolterà, per tutta la manifestazione che vedrà protagonisti gli strumenti che su esse si basano per suonare:  chitarre varie e diverse, bassi e contrabbassi, oud, banjo, violoncelli ma anche pianoforti, con le loro corde percosse dai martelletti. Una dozzina i Comuni interessati dalla manifestazione, da Treviso a Mogliano Veneto, da Preganziol a Quarto D’Altino e decine i musicisti, daEvan Parker a Massimo Barbiero, da Giovanni Guidi a Linda Oh, da Danilo Gallo a Greg Burk, da Maurizio Brunod a Bruce Ditmas ma, per una completa visione di luoghi e artisti, consiglio ovviamente di consultare il sito della rassegna. Come colonna sonora della parte di serata dedicata a questo avvenimento, ho scelto di fare ascoltare un assaggio di quasi tutti i cd prodotti dall’etichetta Nusica.org, accomunata alla rassegna grazie ad Alessandro Fedrigo che ne è il direttore artistico ma anche uno dei fondatori dell’etichetta. Nell’altra parte di puntata una bella serie di ascolti relativi a recenti pubblicazioni di varie etichette amiche del programma, da ECM a Tuk Music, da Alfa Music a Abeat e Itinera. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. life and death (A. Cohen) – Avishai Cohen – into the silence (ecm) - 2016

03. break stuff (V. Iyer) – Vijay Iyer Trio - break stuff (ecm) - 2015

04. eros mediterraneo (P. Fresu) – Paolo Fresu & Omar Sosa – Eros (tuk music) - 2016

05. the sound of silence (P. Simon) – Alessandro La Corte 5et – smile in winter (alfa music) - 2017

06. zona di transizione (B. Ferra) – Bebo Ferra/Gianluca di Ienno/Nicola Angelucci – voltage (abeat) - 2016

07. dea (A. Rea) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

08. alagitz (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

09. diva (E. Rava) – Enrico Rava- wild dance (ecm) - 2015

10. autumn leaves (J. Kosma) – Alessandro Fedrigo – solitario (nusica.org)

11. space jazz astro bop (A. Fedrigo) – Quartetto Terrestre – secondo gradino (nusica.org)

12. spirali (A. Fedrigo) – XY Quartet – idea F (nusica.org)

13. astronautilo (A. Fedrigo) – XY Quartet – XY (nusica.org)

14. per sempre (R. Gemo) – Roberto Gemo & Alessandro Fedrigo – corde alterne (nusica.org)

15. n°44,45,46,1,2 (N. Fazzini) – Nicola Fazzini Minimum Sax – random2 (nusica.org)

16. kosh reng (A. Elsaffar) – Hyper + Amir Elsaffar – saadif (nusica.org)

17. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY Quartet – orbite (nusica.org)

18. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_336_Éric_Faye_8]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #336 dell'1 giugno 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 8 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Viaggio notturno]]>

Lungo una strada bagnata
scorrevano le mie emozioni
e attraverso le gocce sul finestrino
scivolavano nell'ignoto
riflettendosi nell'orizzonte buio
di un viaggio notturno

 

Les Discreet: Virée nocturne

Mark Lanegan: Nocturne

Hante: Eternite

Hunϯer.ѧnѧmi: Orlog.in

Noire Shapes: Claire

ZéM: True

Wu Wei - Automated Shadows

Neozaïre: Blue Bell Treasure

Slowdive: Falling Ashes

Telefon Tel Aviv: Something Akin To Lust

Stefano Guzzetti: Night

 

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 25 maggio 2017]]>

Poche chiacchiere! senza scuse, senza fili conduttori, senza temi o argomenti ispiratori, stavolta ci ascoltiamo una bella serie di novità discografiche, molte delle quali provenienti da alcune delle etichette nazionali amiche di questo programma, Abeat, Via Veneto, Parco della Musica, ma non mancano neppure alcune produzioni internazionali per rendere la puntata un po’ più completa nel suo panorama… un suggerimento: ascoltate bene le riletture comprese in questa lista, specialmente quella di Mussorsky da parte di Vito di Modugno, e quella dei King Crimson da parte di B. Ferra/P. Dalla Porta/F. Sferra e G. Petrella, imperdibili, anche se poi ci sono quelle di Charlie Chaplin, Dizzy Gillespie, Kenny Wheeler e Sam Rivers… un consiglio: godetevi il Brasile tradotto in Napoletano, di Maria de Vito, una perla!  e poi un finale infiltratissimo di suoni e sapori dal mondo, lingua occitana, Cuba, il mio buon Brasile (un eccellente Roberto Taufic), Argentina, Napoli…

Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. con alma (D. Gillespie) – Gonzalo Rubalcaba – fe/faith (passion rec.) - 2010

03. promenade 1 (M.P. Mussorsky) – Vito di Modugno – my pictures at an exibition (Abeat) - 2017

04. revontulet (M. de Aloe) – Max de Aloe Baltic Trio – valo (Abeat) - 2017

05. Beatrice (S. Rivers) – Lorenzo Cominoli – city of dreams (Abeat) - 2017

06. smatter (K. Wheeler) – Inside Jazz 4et – four by four (Abeat) - 2017

07. now! (R. Gatto) – Roberto Gatto 4et – now (Abeat) - 2017

08. I talk to the wind (Mc Donald/Sinfield) – Bebo Ferra/ Paolino Dalla Porta/Fabrizio Sferra/Gianluca Petrella – frames of Crimson (Via Veneto Jazz) - 2017

09. skyscapes (Y. Goloubev) – Roberto Olzer 4et – floatin’ (Abeat) - 2017

10. cantor (M. Zenon) – Miguel Zenon – tipico (miel) - 2016

11. smile (C. Chaplin) – Mirko Signorile/Claudio Filippini/Giovanni Guidi – the three pianos (musica jazz ed.) - 2017

12. better than yesterday (J. De Francesco) – Joey De Francesco – project freedom (mc avenue) - 2016

13. mains libres (D. Douglas) – dada people (greenleaf) - 2016

14. giant steps (J. Coltrane) – Matt Criscuolo – dialogue (jezzeria)

15. keter (G. Coen) – Gabriele Coen 6et – Sephirot, Kabbalah in music (parco della musica)  - 2017

16. a costruçao/ ‘a costruzione (C. Buarque/M.P. De Vito) – Maria Pia de Vito – core/coraçao (via veneto jazz) - 2017

17. segrados (R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos (abeat) - 2017

18. la rumba me llamo yo (D. Arocena) - Daymè Arocena  - Cubafonia (brownswood) - 2017

19. navega (Moussu T) – Moussu T e Lei Jovents – navega (world village) - 2016

20. wish you were here/skip step – Nate Smith – kinkfolk, postcards from everywhere (ropeadope) - 2016

21. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
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<![CDATA[Eraldo Bernocchi & Netherworld: Himuro]]>

Sintoniazziamo il nostro battito, lo avvolgiamo nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili abbracciandolo stretto mentre vibra cadenzato, lento; mentre inspira ed espira note indissolubilmente legate alla religiosa dottrina del silenzio e del suo infinito riverbero. Un procedimento in divenire, una creatura che lentamente cresce, affiora lieve mentre immerge le sue sensibili vibrisse bene a fondo nell'immaterialità del nostro ascolto. Procediamo nella ricerca della sintonia agganciando stabilmente quel segnale che giunge da lontano e ancor più lontano ci condurrà, in un viaggio dentro la percezione del bianco e delle sue ghiacciate e solitarie pianure.

Siamo parte del tutto racchiuso nell'immensa vastità di una particella di ghiaccio che si nutre del respiro ritmico del suo grandioso custode, l'iceberg. Im-mobile ed instabile solcatore di correnti oceaniche e autostrade oniriche, creatura dalla gelida anima avvolta nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili, l'Himuro.

Così ci piace pensarlo, come un tessuto fine che mantiene incredibilmente la temperatura sotto lo zero, la conserva e preserva rendendo fruibile quanto avvolge, anche nei periodi di piena siccità musicale. Chi ha ideato tale materia appartiene al mondo altro, quello della sovranità del silenzio e della maestosità del gesto sonoro, il mondo dal quale provengono Eraldo Bernocchi e Netherworld, al secolo Alessandro Tedeschi.

Sei pericolosissime tracce che rilasciano ipnotici filamenti ambient immersi sotto la superficie spaziale di un mare immoto sul quale galleggia la massa imponente di una creatura che pulsa lento dub tecnologico e narcotici intrecci sonici sprigionati da baritone guitars e field recordings, essenza elettronica trattata e macchine sensibili al sogno. Una liturgia del freddo che scalda il cuore e infiamma la visione. Elegia per un'intimità di confine.

Tu sei bella, o bianca distesa!
Il lieve gelo mi riscalda il sangue!

S.A. Esenin

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<![CDATA[Diserzioni: Deep down]]>

sconfinare nel silenzio
oppure in suoni emozionanti
quelli che ti scuotono dolcemente
quelli che spingono l'animo
a coltivare la sensibilità
ad andare in profondità

Vacant: Deep Down

Vagrant: Riverboat

Ecepta: By My Side

Deadboy: Cabalero

Tim Schaufert & Cashforgold: Lost

Axel Grassi-Havnen: Arcane

Tru.Ant: My Dreams

Marco Shuttle : Adrift

Burial: Beachfire

Fis & Rob Thorne: Phase Transition.

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<![CDATA[ReadBabyRead_335_Éric_Faye_7]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #335 del 25 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 7 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 11 maggio 2017]]>

Qualche settimana fa si è celebrato ovunque il cinquantesimo anniversario della nascita ufficiale dei Pink Floyd… mezzo secolo!!! Per chi li ha vissuti, come al solito, sembra impossibile che sia passato così tanto tempo (ovviamente sulla scala temporale umana) eppure è così, ed è vero anche che questi ragazzi inglesi hanno segnato la Storia della Musica con le loro intuizioni, invenzioni, improvvisazioni, con i loro happening, con le mitiche “suites”, i brani quasi senza limiti di durata. Non potevo non dedicare loro uno spazietto d’onore almeno in una delle puntate di questo programma visto che, come me, anche alcuni dei “nostri” musicisti, più o meno coetanei, ne sono rimasti affascinati in gioventù e ancora li ricordano, al punto da tradurne alcune composizioni nel nostro linguaggio jazz. Apertura e chiusura quindi con due diverse riletture di “Money”, titolo che evoca significativamente le conseguenze del loro successo planetario! Nella puntata ci sarà poi spazio, ovviamente, per le novità discografiche di turno, stavolta delle etichette Cam Jazz, Tosky Rec., Dodicilune Dischi e Nusica.org, ma soprattutto per una sorta di “bonsai” del Vicenza Jazz Festival 2017. Infatti, oltre alla chiacchieratina di presentazione con il direttore artistico e fondatore Riccardo Brazzale, ascolteremo in successione identica al programma dello storico festival, giunto alla 22^ edizione, i principali artisti invitati alla rassegna che apre le manifestazioni tipiche della cosiddetta bella stagione, appunto i Festivals. Solo i principali, visto che Riccardo Brazzale, noto anche come direttore della Lydian Sound Orchestra, una fra le più importanti band del panorama nazionale, ha preparato una lista di ben 150 concerti sparsi ovunque in Vicenza e dintorni. Quindi Uri Caine, Dave Douglas, Black Art Jazz Collective, Chris Potter, Gonzalo Rubalcaba, Dee Dee Bridgewater, Enrico Rava, Geri Allen, e l’attesissimo Jacob Collier (22enne neo vincitore di due Grammy)  in rappresentanza di tutti gli altri, compreso Umberto Petrin e Stefano Benni, impegnati in un omaggio a Thelonious Monk nell’ambito delle celebrazioni per il suo centesimo anniversario della nascita. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. money (R. Waters) – Roberto Gatto – Progressivamente (La Repubblica) - 2008

03. broadwalk sunshine (J.P. Koch) – Dock in Absolute – Dock in Absolute (cam jazz) - 2017

04. pianeti affini (G. Falzone) – Giovanni Falzone – pianeti affini (cam jazz) - 2017

05. for life (Y. Lateeff) – Dario Germani – for life (tosky) - 2013

06. Mr. Jay (L. Masciari) – Luigi Masciari/Aaron Parks/Roberto Giaquinto – the Gsession (tosky) - 2016

07. dancing swan (F. Giachino) – Fabio Giachino -  north clouds (tosky) - 2017

08. giant steps (J. Coltrane) – Claudio Piselli – now (dodici lune) – 2017

09. re: person I knew (B. Evans) – Mc Candless/Taylor/Balducci/Rabbia – Evansiana (dodicilune) - 2017

10. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY 4et – orbite (nusica. Org) - 2017

11. tufrial (J. Zorn) – Uri Caine – Moloch: 6° book of angels (tzadik) - 2006

12. deep river (trad.) – Dave Douglas 5et – brazen heart (greenleaf) - 2015

13. live at Lincoln Center – Black Art Jazz Collective - 2017

14. yasodhara (C. Potter) – Chris Potter – the dream is the dreamer (ecm) - 2017

15. night in Tunisia (D. Gillespie)  - Gonzalo Rubalcaba – live 2016

16. one fine thing (H. Connick Jr.) – Dee Dee Bridgewater – Dee Dee’s Feathers (okeh) - 2015

17. the man I love (G. Gershwin) – Enrico Rava – Tati (ecm) - 2005

18. lush life (B. Strayhorne) – Geri Allen/Dave Holland/Jack DeJohnette – the life of a song (telarc) - 2004

19. dont worry bout a thing (S. Wonder) – Jacob Collier – in my room (membran) - 2016

20. lover man/nature boy (J. Davis,R.Ramirez,J. Sherman/E. Ahbez) – Antonella Chionna meets Pat Battstone –rylenonable (dodicilune) - 2017

21. money (R. Waters) – Rita Marcotulli – Pink Floyd (La Repubblica) - 2008

22. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[The Black Angels – Death Song]]>

Da quando abbiamo aperto questo blog, nell’ormai lontano 2013, è la prima volta che riesco a scrivere dei Black Angels. Per uno come me che – tra le altre cose – ama la retromania fatta bene, la band texana è uno di quei riferimenti imprescindibili quando si parla della devozione alla psichedelia degli anni ’60. Dal 2004 ad oggi, Alex Maas e compagnia hanno esplorato e dissezionato ogni sfaccettatura dell’immensa eredità lasciata da gente come 13th Floors Elevators, Velvet Underground e perché no anche i Doors. Il loro quinto album, Death Song (il primo per la Partisan Records), si colloca in questo magico solco ma ci dice anche qualcosa in più sullo stato attuale della neopsichedelia del Sud.

Scritto e registrato – tra Seattle e la natia Austin – durante le recenti elezioni americane, Death Song è essenzialmente una radiografia della pessima esperienza che l’incredibile corsa elettorale ha rappresentato per tutti, al di là di come sia poi finita. Un’oscura e cinica riflessione sull’era Trump che fin dal primo singolo Currency si manifesta diretta e senza sconti. In questo notevole pezzo stoner-rock, la band tira in ballo il ruolo dominante del sistema monetario USA nella vita di tutti i giorni, paventando una fine inevitabile quanto apocalittica (“One day this will be over, one day you will be gone”).

In realtà questo è più che altro uno spunto per andare oltre, verso una critica storico-politica del Paese, come nella feroce Comanche Moon – cantata dalla prospettiva dei Nativi Americani – un acido space-stoner che focalizza l’attenzione sulla questione del Dakota Access Pipeline (“They’ve stolen the land we’ve been rooming”“I swear it’s the end of the line”). Ma è anche il punto di partenza per capire cosa sia rimasto sul terreno, quali siano i cocci che dovremo raccogliere. I’d Kill For Her – piena di fuzz e organo Hammond – è appunto una provocazione, una sorta di farsa che finge di ritrarre in astratto la relazione che intercorre tra amore, bellezza e paura, mentre in realtà si concentra sulla violenza reale che da quest’ultima si genera: “I will not kill for her again” non si riferisce ad una donna generica ma all’America stessa, che evidentemente ha tradito il suo sogno ed i suoi stessi figli.

I Black Angels, ora nella formazione a cinque con l’ingresso definitivo di Jake Garcia, danno a vita a loro modo ad un album politico e di protesta, riuscendo a cogliere il massimo dal clima di divisione ansietà ed agitazione che attraversa la loro terra. Una buona parte di merito è da ascrivere al produttore Phil Ek (che ha già lavorato con Father John Misty, Fleet Foxes e The Shins) che incanala tutte queste ispirazioni, assieme al classico sound del gruppo, lungo le spirali tentacolari di Grab As Much (As You Can) o nel mezzo delle atmosfere cupe della labirintica I Dreamt. Sono questi alcuni dei momenti di massimo splendore, nei quali la tradizionale inclinazione verso i Velvet – ora chiudono finalmente il cerchio con quella The Black Angel’s Death Song da cui tutto era cominciato – si unisce in matrimonio con la sapienza musicale e l’abilità strumentale di Estimate – ballata psych-folk, un po’ western un po’ Brian Jonestown Massacre – tanto quanto con la ricercatezza di un momento addirittura ballabile come Medicine, dove le tastiere godono quasi degli stessi privilegi della chitarra di Christian Bland.

Il precedente Indigo Meadow aveva esplorato nuove soluzioni per vecchie questioni, finendo col dividere i fan sulle scelte un po’ mainstream della band. Personalmente avevo molto gradito il risultato, ma il valore aggiunto che abbiamo in Death Song è quello di un gruppo ancora alla ricerca di risposte, che aggiunge un’ulteriore dimensione al suo status già consolidato. Da un lato, momenti personali come il lento incedere ipnotico della magnifica Half Believing avvolgono l’ascoltatore in un mood trasognante, mentre i cinque scavano a fondo nella natura confusa della devozione (“It’s like my spell on you it’s useless”). Dall’altro troviamo le allucinazioni di Death March – brano che dà il nome al grandioso tour che i Black Angels porteranno in giro per il mondo – che al di là di un leggero ammiccamento ai Jefferson Airplane affascina per la sua incompiutezza ed il suo manierismo perfetto, ben oltre il debole garage-noise di Hunt Me Down.

Come fosse una summa della loro carriera, in questo durissimo LP i Black Angels mettono tutto quello che hanno imparato, e confezionano un finale clamoroso con Life Song ...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Diserzioni: Spiegare le ali]]>

a volte può sembrare una prigione
anche l'immaginazione
chiusa a chiave dalle catene della formattazione
sono sbarre da spezzare per farla ancora volare
liberandola da recinti e barriere
perché possa finalmente le sue ali spiegare


100 Day Delay: Raise Your Wings

Forest Swords: Border Margin Barrier

Forest Biz: In the glen

Drohves - _Escape

Insomnia: Unpleasant

Bucky: Meltdown

aLone: Black

Lynchobite: Need You.

Nuage: Wild

KOSIKK: Expanse

Jack-o -Lantern: Wonderful Times

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<![CDATA[ReadBabyRead_334_Éric_Faye_6]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #334 del 18 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 4 maggio 2017]]>

Doveva essere la puntata che celebrava il ritorno di un vecchio programma attraverso una sorta di anteprima ospitata in “Take Five”, anteprima che però è stata parziale a causa di un inconveniente che ha impedito all’altra metà del cielo brasileiro di essere in studio con me… “ma che sta scrivendo?”, si chiederanno coloro i quali leggeranno queste righe alla ricerca di quello che ho fatto ascoltare nella puntata di turno del jazz… allora, avevo preannunciato che, con la cantante brasileira come me, Ligia França, avremmo fatto una mini puntata anteprima del nostro vecchio programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, in procinto di tornare in onda. L’occasione, come noto, era il concerto di Caetano Veloso e Teresa Cristina nella città di nascita di Radio Sherwood, Padova, dalla quale partono le musiche che scegliamo per voi. Ligia, l’altra metà rispetto a me, non ha potuto e allora ho mandato avanti io una piccola presentazione dei due artisti e del concerto del 7 maggio attraverso una serie di interessanti ascolti e il regalo di alcuni biglietti offerti dalla organizzazione Zed Live. La puntata, già inconsueta a causa della presenza massiccia e inequivocabile della musica brasiliana, è poi continuata ancora più “strana”  in quanto, dopo un breve intermezzo di jazz brasiliano, tanto per ricordare l’argomento principe di questo programma, ha proposto le canzoni di un recentissimo cd di Maurizio Camardi, Cacciatori di sogni, per l’etichetta padovana Blue Serge, di Sergio Cossu. Entrambi amici di vecchia data del sottoscritto, sono stati in diretta in studio a raccontarci del disco e a introdurci una voce per noi nuova, quella di Francesca Miola.. se son rose… Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) - D. Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. Teresa Cristina & Nelson sargento – samba agoniza ma nao morre

03. Teresa Cristina & Semente – delicada (da Cantar, EMI 2007)

04. Teresa Cristina canta Candeia – de qualquer maneira (ao vivo, theatro net do Rio, 2013)

05. Teresa Cristina canta Cartola – as rosas nao falam (nonesuch 2016)

06. Teresa Cristina & Caetano Veloso – festa imodesta (da Melhor Assim, 2010)

07. Caetano Veloso – sozinho (da Prenda Minha, 1998)

08. Caetano Veloso & Gilberto Gil – desde que o samba è samba (da Dois Amigos, um seculo de musica, Sony 2016)

09. Caetano Veloso & Gilberto Gil – filhos de Gandhi (da Dois Amigos, um seculo de musica, Sony 2016)

10. Teresa canta Caetano – gema/nu com a minha musica/como dois e dois

11. Joao Gilberto, Gilberto Gil, Caetano Veloso - aquarela do Brasil (da Brasil, 1981)

12. Helio Delmiro & Roberto Sion – a night in Tunisia (D. Gillespie) – ao vivo no Teatro Sesc Paulista 2009

13. Ricky Gianco - cacciatori di sogni – cacciatori di sogni (blue serge) - 2016

14. Antonella Ruggiero - Armaduk cacciatori di sogni (blue serge) - 2016

15.  Orchestra Jazz del Veneto - mohjong

16. Francesca Miola – time after time, live in Piove di Sacco

17. Francesca Miola – Besame Mucho, live in Piove di Sacco

18. Patrizia Laquidara - alfonsina Y el mar cacciatori di sogni (blue serge) - 2016

19. take five (P. Desmond) - D. Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[I tre gradi di separazione e le referenze degli addetti ai lavori del mondo culturale italiano]]>

Ben sapendo di incorrere in una generica sanzione o, più semplicemente, nella definizione di Paranoico, espongo pubblicamente un pensiero ricorrente. Sembrerebbe, quest'ultima, una frase tratta da qualche lirica firmata Battiato, in realtà è un vissuto che da sempre segna il mio procedere verso quel luogo indefinito dove tutti coloro che si adoperano culturalmente spererebbero di trovare limpide acque con le quali, finalmente e dopo un lungo cammino, calmare vincenti e riconosciuti la propria sete di passione.

L'occasione mi è stata data dalla lettura di un post su Facebook nel quale si leggeva come richiedere l'accredito per partecipare alla vernice di “Light Music”, la mostra che Brian Eno ha inaugurato a Trani dove gli inviti venivano concessi solo a “persone referenziate”. A prescindere dal metodo di selezione, sul quale si potrebbe aprire un altro confronto, la lettura di questa notizia mi ha sollecitato una domanda: chi sono le “persone referenziate” che affollano un mondo culturale sempre più alieno e infrequentabile.


Credo esistano almeno tre Gradi di Separazione che distinguono i frequentatori di questo mondo.

Coloro che nascono in famiglie da sempre a contatto con il “mondo dell'arte e della cultura” inteso in senso lato. Queste persone non troveranno certo difficoltà nel loro procedere verso luoghi ad altri “proibiti” o raggiungibili solo attraverso pesanti fatiche e pratiche infernali. Prescindendo dalla preparazione e bravura, fanno parte di un sistema elitario loro malgrado, conoscono personalmente chi potrà aprir le porte, sanno a chi rivolgersi e come farlo e difficilmente aiuteranno altri ad entrare, tenendo ben stretta la chiave d'accesso.

Ci sono poi coloro che nascono comuni mortali ma da subito iniziano un percorso altro, legato alla cultura artistica contemporanea che non prevede “aperture popolari”. Per loro il cammino è comunque difficile, comunque devono armarsi di preparazione e bravura ma si muovono in una realtà ben circoscritta, che continuamente si confronta solo con sé stessa e fatica a capire e concedere dialogo a chi proviene dal mondo esterno.

Il terzo grado di separazione riguarda gli altri, coloro che sulle spalle hanno un lungo percorso di normale crescita culturale legata però all'espressione artistica popolare indipendente, nel mio caso musicale. Anni di pubblicazioni su mensili storici nazionali tutt'ora non riconosciuti come cool magazines, giornali che seppur indipendenti, ahimè non “fanno moda”. Una militanza radiofonica decennale, lunghe frequentazioni giovanili come programmatore nel circuito delle discoteche un tempo chiamate “di tendenza”, una declinazione sonora partita dal rock trasformatosi nel corso degli anni in suono elettronico e di ricerca. Una solida appartenenza ad un mondo di mezzo costruito anche sulla diffusione culturale digitale, una presenza concreta distinguibile solo da chi lo frequenta ma incredibilmente invisibile se visto da fuori, da coloro che appartengono alle realtà sopra descritte. Quando raramente avviene il contatto, la sensazione che si percepisce è quella di un'accettazione critica immersa in una sorta di paternalismo ironico che cade dall'alto, assolutamente inaccettabile per una persona con un lungo bagaglio di esperienza sulle spalle, che supera largamente il mezzo secolo di età, come lo scrivente.

Chi vive questa condizione fatica moltissimo, non dico ad imporsi ma proprio a farsi notare. All'irruenza giovanile che permetteva un faticoso, continuo e inconsapevolmente inutile tentativo di aperture verso la visibilità, si sostituisce una sorta di serena calma nella continuità di un percorso indissolubilmente legato alla passione ma che prevede lunghi periodi di 'inattività' con qualche breve licenza espressiva, quasi sempre mai pagata – e qui si dovrebbe aprire un'altra lunghissima parentesi -. Un viaggio infinito all'interno del limbo dei passionari indipendenti che raramente trovano la via della 'redenzione culturale pubblica'.

Fin qui il racconto personale che descrive però una diffusa realtà italiana nella quale vige l'estrema osservanza dei gradi di separazione. Guai a ritrovarsi soggetto autonomo, battitore Libero all'interno di una macchina culturale ben confezionata che assolutamente non ama ricevere sollecitazioni esterne, non le prevede e comprende. O sei parte dei suoi complicati ingranaggi, o sei irrimediabilmente fuori, relegato al ruolo marginale di strillone che cerca di distribuire il suo quotidiano ad un pubblico di addetti ai lavori che ne userà le pagine per pulirsi le scarpe, senza neanche tentare di leggerlo. Con questo ci si deve confrontare quotidianamente, con persone che non conoscono il termine modestia, o lo usano falsamente per nascondere la loro irrinunciabile presunzione.

Per concludere non posso che ringraziare la mia inesauribile passione, unica eroica Amica che mi permette di continuare la frequentazione di un mondo altrimenti ostico, mai riconoscente o amico. Un ingombrante universo nel quale non è consentito lo scambio alla pari, nel quale devi sempre presentare le tue referenze prima di varcare i suoi ben controllati confini.

'Cause we're lovers, and that is a fact
Yes we're lovers, and that is that …

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<![CDATA[ReadBabyRead_333_Éric_Faye_5]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #333 dell'11 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Lacrime Frattali]]>

Percorro suoni, che si incrociano
in infinite scie senza fine,
un eterno divenire di piccole mutazioni,
sfumature e riflessi di eterni flussi
che lentamente scivolano giù
e goccia dopo goccia si infrangono
come lacrime frattali

 

Skit: Fractal Tears

CLFRD:  timeframe

Whisper: Where the Wild Things Are

Holly x VVV - C4C8E3

TPOCTHNK189: breathe

Quantum Optics: I'm near

Mr_Mitch: If I Wanted

Curtis Heron: we will pray for you

Nebula: Rarity

Shumno (feat. blΔnc): Swiftly

Alva Noto: Milan (for Kostas Murkudis)

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<![CDATA[Gorillaz – Humanz]]>

Gorillaz sono sempre stati un progetto piuttosto strambo. Per i primi due – notevoli – album la band virtuale di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha rappresentato qualcosa di fresco ed in parte innovativo, uno sfogo concesso all’incessante creatività del leader dei Blur allorquando il ciclo vitale di questi pareva esaurirsi per sempre. È curioso pensare che se con la sua main band non era mai riuscito a sfondare in America, coi Gorillaz il buon Damon finalmente ci riuscì. Inoltre, avere hip hop, trip hop, elettronica, rap, rock, britpop, dub e quant’altro tutti insieme nella stessa stanza era una sensazione straniante ma comunque dotata di una visione, di un’idea. Dall’ultimo lavoro The Fall, sono ormai passati sei anni, e per resuscitare 2-D, Noodle, Murdoc e Russell serviva più di un semplice pretesto tipo ‘bella rimpatriata tra amici’. Perché Humanz potesse nascere, occorreva qualcosa che fosse così penetrante e carico di significato da convincere loro due a comporre un nuovo disco e noi ad ascoltarlo.

Quando verso la fine del 2015 Albarn comincia a radunare il solito stuolo di amiz/collaboratori, per motivarli rivolge loro – l’aneddoto ci è raccontato da Pusha T ma vale per tutti – il più classico dei what if?: cosa succederebbe se accadesse, che ne so tipo a novembre 2016, qualcosa di così sconvolgente da cambiare il mondo come lo conosciamo? Come sarebbe se vincesse LUI? Di certo non sarà stato l’unico a porsi la domanda – sarà stato uno dei pochi a farsela un anno e mezzo fa – ma ora che è stato pubblicato dopo così tanto tempo il rischio è che Humanz possa finire nel calderone delle espressioni artistiche post-Trump insieme alle innumerevoli altre. Ed è un peccato perché, almeno sulla carta, dietro c’è un progetto che parte da lontano e si snoda in mille posti, tra cui Londra, Parigi, NYC, Chicago e la Jamaica. Composto per la maggior parte sull’iPod di Albarn, il quinto LP dei Gorillaz è una risposta emotiva del suo autore alla politica dei nostri giorni, la conseguenza (un po’ di pancia un po’ di cervello) di un evento inaspettato.

I brani che mordono alla gola il tema politico-sociale sono disseminati qua e là senza un preciso costrutto. Il singolo di lancio Hallelujah Money – che vanta Benjamin Clementine alla voce principale – è un notevole elettro-gospel contro il capitalismo, la Let Me Out in cui si alternano Mavis Staples e Pusha T è stata scritta durante un viaggio in treno e si snoda a ritmo di hip hop su cupe meditazioni (“Together we mourn, I’m praying for my neighbors”), mentre l’unico episodio in cui si fa riferimento esplicito a The President è in The Apprentice, forse la migliore delle bonus-track dell’edizione deluxe. Quella di tenere la figura di Trump in ombra è stata una scelta espressamente voluta da Albarn, che paga i maggiori dividendi nell’ottima Ascension, dove il poderoso flow di Vince Staples può essere piuma (“The sky’s falling baby, drop that ass ‘fore it crash!”) o ferro (“This is the land of the free […] Where you can live your dreams long as you don’t look like me. Be a puppet on a string, hanging from a fucking tree”) senza soluzione di continuità.

Humanz, vale la pena ricordarlo, è stato presentato come un party-album, un disco da club. Analizzandolo da quest’ottica, se Saturn Barz – impreziosito dalla geniale performance auto-tunizzata di Popcaan – fa da apripista, l’elementare Charger – che resuscita l’altrettanto giamaicana Grace Jones (!) in duetto con il ‘vecchio’ 2-D – si addentra decisamente nell’intimità notturna (“I am the ghost. I’m the soul. I’m gonna take you for a ride. No antennas”) ma è Andromeda a cristallizare alla perfezione le atmosfere del vecchio nightclub di Colchester in cui si suonava il soul. Qui Damon, insieme a D.R.A.M. (e ai cori di Roses Gabor), ci invita nei suoi ricordi adolescenziali in pieno mood Billie Jean e dà vita, con la successiva Busted And Blue, all’unico e vero ‘momento Albarn’ dell’album. Dagli inizi, l’ingombro del songwriter si è via via affievolito, finendo per relegarlo quasi solo a mero accompagnatore, lontano dal faro illuminante cui eravamo abituati. La contraddizione che si è andata creando dà come risultato il non capire più se i Gorillaz sono al meglio quando Albarn c’è o quando non c’è, e tutto ciò si ripercuote anche sul resto. Tipo che alla fin fine, per essere un qualcosa di ballabile, di dance qui c’è solo Sex Murder Party, un pezzo house sì nobilitato da Jamie Principle e Zebra Katz ma di certo non memorabile.

Dunque se lo schema teorico di partenza è lo stesso di sempre – scenario apocalittico imminente dipinto da un narratore di ritorno da un futuro oscuro e distopico – quello reale ricalca la tradizione fatta di ospitate e collaborazioni con qualche problema in più nell’amalgama e nell’equilibrio della formula. Ciò fa inevitabilmente di Humanz più una playlist (o mixtape) che un concept vero e proprio. Si vive di episodi, alcuni come Submission – con Danny BrownKelela e la chitarra di Graham Coxon – sono per forza migliori di altri, soprattutto quelli che non riescono a sfruttare in pieno il loro potenziale. È il caso di Momentz, dove De La Soul, Jean-Michel Jarre (!) ai synth e pure quell’Azekel che avevamo apprezzato coi Massive Attack sono così sottoutilizzati da far venire le lacrime agli occhi pensando a quello che sarebbe potuto essere e invece no.

Purtroppo non sono pochi i brani trascurabili (tra cui StrobeliteCarnival o She’s My Collar) tuttavia vengono ampiamente compensati da una produzione impeccabile, frutto anche del lavoro di The Twilite Tone of D/\P, Remi Kabaka Jr. e Fraser T. Smith. Insieme ad Albarn confezionano un prodotto che tutto sommato funziona (ottima la scelta di seminare lo Humanz Choir ovunque) nonostante l’eccessiva lunghezza (gli intermezzi narrati da un Ben Mendelsohn a metà tra il Pope di Animal Kingdom ed il Krennic di Rogue One può essere spassoso quanto noioso) e che si conclude in gran bellezza coi 2 minuti e poco più di We Got The Power. Nel synth-punk che tira giù il sipario si respira l’aria dei bei tempi andati che furono, con tutte le cose al posto giusto: la vivacità di Jehnny Beth, la classe di Jarre ed il duetto tra Albarn e quello furbo dei Gallagher a mettere il fiocco ad un ventennio ormai quasi dimenticato...continua su Vinylistics

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<![CDATA[ReadBabyRead_332_Éric_Faye_4]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #332 del 4 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 4 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Perso nel pensiero]]>

per sopportare l'assurdità
di questo mondo malato,
per fuggire dal rancore
di chi mi sta attorno,
mi immergo nel suono
e mi perdo totalmente nel pensiero

 

Elyon: Lost In Thoughts

Annie Smart: Blow Me a Kiss (Tru.anT Edit)

Vacant & Sorrow: Requiem

Sorrow : My Love (Spheriá's Rework Version)

Dark_Sky: Angels

Giz: Worlds Within Us

Pensee: Laguna

Gaussian Curve: Ceremony

Clem Leek: The Breeze

Dreissk: Near The Shore

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<![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]>

Ho avuto modo di vederli, vederli e ascoltarli. Li ho accolti con il cuore libero da ricordi, ricordi per me fondamentali, vitali come i ricordi che appartengono al periodo più veloce della tua vita a cavallo tra i '70 e gli '80. Li chiamavo per nome, i miei cantautori preferiti. Divoravo i loro dischi, cantavo a memoria tutti i loro testi, parole che erano le mie e quelle di una generazione che molto aveva da dire e molto ha fatto per dirlo. Ho avuto modo di vederli, ora, i “nuovi cantautori”. Li ho visti dietro i loro nomi, sempre più arditi e giocosamente cool, appiattiti al limite della triste resa immaginativa. Li ho visti intonare una canzone, mettere assieme degli accordi, tentare una recita di liriche per me aliene. Ho visto la loro spavalda pochezza, vestita di vuota convinzione poetica e inascoltabile superbia pseudo-sociale. Eccomi quindi testimone della decadenza intimista italiana di ultima generazione, un diluvio del nulla che genera vuoto assoluto e crea irresistibile voglia di passato, anche in chi se lo è lasciato alle spalle e corre veloce verso l'oltre.

Nulla di nostalgico ben s'intenda! Ad ognuno la sua stagione, oggi vuota e muta, un tempo viva e straripante.

Nulla di nostalgico, dicevo, anzi. Le celebrazioni d'antan hanno sempre portato con loro disastri come le reunion o le riapparizioni che solo tristezza sanno donare. Quella stagione ha segnato tutti, tutti abbiamo perso qualcosa. Il nostro sguardo si perde spesso nel vuoto e le costole ancora dolgono per le batoste ricevute. Comunque però si canta, a volte lo si fa con fierezza a fianco di chi non c'è più, a volte con chi porta lo stesso nome ma continua a calpestare le assi dei palchi portandosi dentro il grande freddo e il calore di una poesia lucida e incredibilmente attuale.

Claudio Lolli torna con un suo ennesimo album completamente autoprodotto grazie alla raccolta fondi tramite crwodfounding. Torna e rinnova quella magia che mai ha abbandonato l'ascolto dei suoi lavori.

      

Ora lo spazio è pieno, direbbe qualcuno. I testi si riappropriano del loro ruolo, la poesia riesplode finalmente libera. Niente mode insulse, niente gratuito e ignorante nichilismo ma 'semplici' testi che riescono, come un tempo, a rapire l'attenzione.

Non discutere più di niente
i biglietti sono già pagati
le valigie chiuse da qualche parte
con quegli stracci dimenticati

Con quella vita da dimenticare
persa nel sole di un povero mare
e pensare che ci avevo creduto
io, il solo che parla in un cinema muto

E non importa se è un gioco di carte
oppure un racconto fantascientifico
ma in questo mondo io sono
un prigioniero politico

Pensa le strade le risonanze
gli autobus fermi e il futuro meccanico
pensati nuda quando piangevi
solo davanti a un mio “ciao” malinconico

E pensaci insieme nel caldo del tempo
stretti negli occhi e risate magnifiche
pensaci lì tra la Russia e l’America
la gioventù che pescava i suoi numeri

E non importa la luce negli angeli
né la bellezza di un sorriso equivoco
ma nei tuoi occhi io ero
un prigioniero politico

E poi la storia lancia ossi di seppia
e pagliacci che recitano nel seminterrato
ma anche lei ha bisogno di nebbia
e soprattutto di riprendere fiato

La vecchiaia è una tassa impagabile
e la poesia l’accompagna lontano
poi le sorelle camminano sempre
e le sorelle si danno la mano

Ma non è chiaro se è rosso il futuro
o se è il passato che si finge pacifico
ma a questo punto io mi dichiaro
un prigioniero politico

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“Il Grande Freddo” è questo, uno splendido libro di poesia contemporanea ed intimista, questa si veramente intimista! scritto da di chi sa come raccontare un vissuto a cavallo tra il cuore e la passione, tra il privato e il pubblico, un percorso comune a molti di noi. Un lavoro che punta sulle parole con arrangiamenti che sostengono la voce e raramente prendono la scena, se non per le note di un sax che difficilmente si può dimenticare.

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link utili:

http://www.sem.gte.it/claudiololli/

http://www.associazionemusicalbox.com/claudio-lolli.html

https://www.facebook.com/Lolli.Claudio.Bologna/

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<![CDATA[“Take five, Jazz & dintorni” del 27 aprile 2017]]>

Come dicevo la settimana scorsa, la genesi di una puntata può prendere spunto da qualsiasi cosa, anche da un imprevisto. Questa serata prevedeva uno speciale su Thelonious Monk del quale quest'anno si ricorda il centesimo anniversario della nascita. L'ospite previsto per questa occasione all'ultimo momento non ha potuto partecipare così abbiamo deciso insieme di rinviare la cosa. E allora, la porzione di serata che volevo dedicare all'evento musicale padovano del 7 maggio prossimo, il concerto del celeberrimo grande artista brasiliano Caetano Veloso, è diventato occasione per dedicare l'intera puntata al cosiddetto "Jazz Brasileiro". Come si sa, il Brasile, fra le tante musiche che produce, non ha certamente il Jazz ma molti suoi artisti mescolano quelle proprie (mpb, bossa, xaxado, maracatu, choro) con quest'ultimo per produrre un qualcosa di peculiare, oltre che - secondo modo di intendere il  "Jazz Brasiliano" - a rileggere semplicemente il repertorio tipico Nord Americano. Un terzo modo di spiegare cosa potrebbe essere il "Jazz Brasiliano" sarebbe quello di constatare il simile percorso che i neri schiavizzati hanno compiuto nel Nord (USA) per arrivare alla produzione di un genere ex-novo come ilblues, poi Jazz, e, semplificando, quello che gli stessi deportati al Sud (Brasile) hanno compiuto per arrivare per esempio allo "choro" una specie di “blues brasiliano”, diventato, cresciuto, mutato poi in altro. Ecco che il “Jazz Brasiliano” sarebbe la musica strumentale (Musica Instrumental) brasiliana che, per esempio, rilegge le pagine dei più importanti autori nazionali come si fa in Nord America con le "songs". Ne parleremo sicuramente nella prossima riapertura del programma "Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal  Brasile" che tornerà nella sua abituale antica collocazione del giovedì sera alle 21:30 con Juliano Peruzy e Ligia França che intanto, giovedì prossimo, in una specie di anteprima del programma, festeggeranno l'arrivo di Caetano Veloso, che quest'anno viene assieme alla sambista Teresa Cristina, ascoltando dalle 23:00 alcune loro musiche all'interno di questo programma, "Take Five Jazz & dintorni", e regalando anche alcuni biglietti per il concerto del 7 maggio al Geox di Padova. In studio anche Sergio Cossu e Maurizio Camardi che, per la parte più specificatamente Jazz, presenteranno un loro nuovo cd.  Buon International Jazz Day.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. night and day (C. Porter) – Vitor Assis Brasil Quarteto – Pedrinho (emi) - 1980

03. Manhattan style (Dudu de Fonseca) – Trio da Paz – Brazil from the inside (concorde jazz) - 1992

04. ponteio (Edu Lobo) – Ulisses Rocha – moleque (malandro rec.) - 1998

05. manha de carnaval (Luis Bonfa/Antonio Maria) – Claudio Celso – Claudio Celso & popfunkjazzfusionbrasil - 2012

06. autumn in N.Y. (V. Duke) – Yuri Popoff – show todos nos somos ao vivo - 2017

07. aguas de março (A.C. Jobim) – Carlos Malta – pimenta (indip.) - 2000

08. variaçoes sobre o hino nacional – Paulo Moura – hino nacional (rioarte) – 1998

09. eu sei que vou ti amar (A.C. Jobim/V. De Moraes) – Nico Assumpçao/Nelson Faria/Lincoln Cheib Trio – tres three (indip.) - 2001

10. eightyone(R.Carter)/esp-orbit (W.Shorter) – Carlos Ezequiel – live in Sao Paulo - 2013

11. vou me pirultar (Jorge Ben Jor) – Heraldo do Monte – o violao de Heraldo do Monte (London rec.) - 1970

12. chorando baixinho (Abel Ferreira) – Paulo Moura/Raphael Rabello – dois irmaos (caju music) - 1992

13. alone – Brazilian Jazz Quartet – coffee and jazz (columbia)  - 1958

14. gatuno (Itacyr Bocato jr.) – Vera Figueiredo – live Instrumental Sesc Brasil 2014

15. caravan (J.Tizol/D.Ellington) – Jo Soares e o Sexteto – Jo Soares e o Sexteto (globo/columbia) - 2000

16. senor blues (H. Silver) – Ari Borger 4et – AB4 (st2 rec.) - 2007

17. organ groove (A. Borger) – Ari Borger 4et – backyard jam (grv discos) - 2010

18. in a sentimental mood (D. Ellington) – Claudio Roditi – samba Manhattan style (reservoir rec.) - 1995

19. Corcovado (A.C. Jobim/V. de Moraes) – Zimbo Trio – caminhos cruzados: Zimbo Trio interpreta Jobim (moviplay gold)  - 1995

20. a ra (Joao Donato/Caetano Veloso) – Eliane Elias – Bossanova stories (blue note)  - 2008

21. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]>

Vite aggrappate ad una realtà vuota, anonima. Uno stanzone asettico sulla cima di un grattacielo che domina un'umanità resa schiava dal controllo assoluto sulle proprie vite. Nella stanza si aggira una donna, tra sedie in plastica e distributori automatici di numeri, nel vuoto totale dell'attesa. Vicino, in un'altra stanza, il controllore. Un ragazzo che spia la vita altrui e la valuta. Due solitudini che forse si incontreranno, forse riusciranno a sopravvivere nel sottovuoto vitale, forse useranno la poesia per abbattere la fredda determinazione tirannica. Teatro, danza e musica, quella composta da Teho Teardo per questo nuovo dramma firmato Enda Walsh. Una collaborazione nata con Ballyturk nel 2014 e proseguita con Arlington, il nuovo dramma che debutta a New York in questi giorni.

Il suono di Teardo ci accoglie come sempre acquattato, nascosto nell'angolo più oscuro del nostro ascolto. Si fa intravvedere ma lentamente, molto lentamente. Scivola verso di noi con la sapiente eleganza del mago che sa dosare lo stupore in chi lo guarda. Oramai conosci il tocco, l'andamento ondivago, ipnotico del suono. Attendi solo il suo classico stacco finale, il momento nel quale il puro silenzio irrompe, ed è lì che ti getti a capofitto e cadi. Cadi dentro le immagini che via via ti suggerisce, le suggestione che riesce a richiamare, la grave potenza del suo lieve tocco classico volutamente e amorevolmente contaminato di splendida poetica contemporanea.

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Pur non avendo visto le due anime vagare sul palco riesci a percepire la loro tensione, il drammatico gioco che le unisce, l'incredibile danza di respiri e sguardi che forse le unirà. Il mestiere dell'attore si trasforma in arte poetica così come il suono di Teardo che commuove, fitto com'è di sentimento vero, udibile, concreto.

E' sempre più complicato ascoltare, di questi tempi. Si fatica notevolmente nel trovare produzioni che possano soddisfare un'antica e nobile esigenza, nata con il vinile e mai sopita. Teardo è uno dei pochi che permettono il salto indietro nel tempo, quando ci si alzava più e più volte dalla sedia, mai stanchi nello spostare nuovamente il braccio del giradischi sul primo solco di un disco già ascoltato decine e decine di volte.


Arlington è disponibile dal 28 Aprile solo attraverso download digitale su iTunes.

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<![CDATA[Festa di primavera * music, food & culture *]]>

Sabato 6 maggio dalle ore 17:00

Cso DjangoVia Daniele Monterumici 11, 31100 Treviso

Festa di primavera * music, food & culture *

Ottodix in concerto

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Il 6 maggio al CS Django sarà una grande festa!
Si comincia dal pomeriggio, con l'aperitivo musicale gentilmente offerto daLe Ombre di Rosso
A seguire la presentazione del libro "La stanza profonda" di Vanni Santoni, già autore di "Muro di casse": Ambientato tra i giocatori di ruolo, traccia la storia di questo medium raccontando al contempo vent'anni di vita, gioco e conflitti di un gruppo di giocatori di provincia, e quindi la dissipazione della provincia stessa, arrivando a toccare anche temi filosoficamente complessi come la natura della realtà in un mondo in via di virtualizzazione.


In serata siamo lieti di ospitare sul nostro palco OTTODIX, che presenterà il suo nuovo disco, Micromega:
Ottodix è uno dei più longevi progetti di wave elettronica e cantautorato italiano, omaggiato nel 2014 da artisti vari nella compilation "Remakes Ottodix".
Ha inoltre pubblicato, collaborato e condiviso palchi con Madaski (Africa Unite), DeltaV, Garbo, Baustelle, Boosta(Subsonica), la Crus, Meg, Krisma/Battiato, Sigue Sigue Sputnik, Max Gazzè, Malika Ayane e molti altri.

Il concept di "Micromega" darà vita a una serie di mostre, a un complesso spettacolo live con elettronica e quartetto d'archi e a una innovativa piattaforma-player digitale ricca di contenuti e di collaborazioni importanti.
Zannier come artista visivo esposto in personali e collettive, anche con artisti di prima grandezza a livello mondiale, come Ai Wei Wei, Maurizio Cattelan e Michelangelo Pistoletto.

Un concerto che vedrà la band esibirsi con percussioni, tastiere, chitarra e voce e proiezioni su schermo circolare di contenuti tra arte scienza ispirati al micro e macro cosmo, temi in cui si sviluppano le canzoni del nuovo album.
Ottodix (voce) è on stage con: Mauro Franceschini, Giovanni Landolina e Loris Sovernigo.

Don't miss it!!!!

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<![CDATA[Diserzioni #book: Derive o approdi?]]>

Andrea De Rocco è uno storico conduttore di Radio Sherwood e uno dei nostri redattori più attivi. In occasione della pubblicazione del libro che porta il nome della sua trasmissione abbiamo deciso fare una chiacchierata assieme a lui e di condividerla con voi.

 

Per iniziare ed evitare preamboli, una classica domanda. Come è nata l’idea di questo libro?

Diserzioni innanzi tutto è una trasmissione radiofonica in onda ininterrottamente dal 1989 che si occupa di nuovi suoni elettronici, e che attraverso il suono cerca di leggere il mondo attuale e contemporaneamente cerca vie di fuga, stimoli per danze neurali. L’avvento della comunicazione 2.0 ha permesso di andare oltre la comunicazione prettamente radiofonica (che continua ad esistere) sfruttando le potenzialità che oggi ci offre la rete. “Diserzioni” ad esempio è diventata anche un blog all’interno del portale sherwood.it dove cercare di raccontare il suono proposto, narrare le tempeste e gli arcobaleni di questi naufragi nell'oceano di suono. Questo volume è una raccolta di riflessioni sul mondo sonoro che ogni settimana viene indagato all’interno della trasmissione. Originalmente pubblicati su sherwood.it (dal 2011 al 2016).

Nel libro, infatti, si parla molto di radio. Qualche anno fa Radio Sherwood ha abbandonato l’FM per passare esclusivamente al web. Come è fare radio oggi?

La radio negli ultimi anni è molto cambiata: quando ho iniziato c'erano le onde musicali da seguire, si distingueva facilmente chi faceva musica commerciale e chi seguiva la musica indipendente. Le trasmissioni che si occupavano di musica indipendente erano chiamate "specializzate" e tra conduttori e ascoltatori di quest'ultime ci si riconosceva come tra creature simili. La musica era un tratto identificativo, le onde collettive facevano in modo che riconoscersi attraverso la musica ascoltata fosse molto più attrattivo che riconoscersi in base alla provenienza geografica o alla squadra di calcio tifata. Io, per esempio, sono cresciuto ascoltando Nocturnal Emission ideata e condotta da Mirco Salvadori (autore della prefazione del libro) e Massimo Caner, trasmissione che qui in Veneto negli anni ‘80 ha formato un’intera generazione di wavers.   Ora non esistono più le onde musicali, non c'è la new wave e nemmeno la no wave perché l'onda è il mondo sonoro stesso, un mare burrascoso e senza fine. Tutto si è fatto più ricco, ma anche molto più complesso e difficile da decifrare. Una trasmissione radio per essere interessante non basta più che segua un’onda musicale, anche perché non sarebbe possibile, ma deve, a mio avviso, disegnare mappe o meglio indicare scie dove più dolce la deriva nell'oceano di suono attuale, deve rendere il naufragio intrigante. Per rendere felice ciò che sembra disperato bisogna accantonare le convinzioni del passato e portare la propria passione nell’indecifrabile mondo sonoro attuale, lasciare i facili approdi e non aver paura di andare alla deriva.

“Diserzioni” sembra un insieme di istantanee, di pensieri scritti mentre il suono vaga nella notte, di intimità condivise ...

Sono parole scritte spontaneamente, nate per lo più dall’indagine che per anni ho fatto nel compilare le playlist della trasmissione. Alla ricerca sempre e comunque dei suoni a me più congeniali nell’underground più oscuro. Forse agli estranei a queste sonorità, me ne rendo conto, le parole di questo libro possono stravolgere ogni logica razionale di comprensione perché non c’è narrazione bensì una sorta di monologo interiore fatto di piccoli stupori, di scatti e distrazioni, di associazioni libere; allo stesso modo dei suoni che racconta, in questo libro le parole a volte balbettano, si ripetono, a volte sembra di guardare delle GIF animante o dei loop video. Ma le parole come il suono creano un’atmosfera, o almeno lo spero.

Tanti parlano di fine della musica e della sua forza nella formazione della cultura giovanile. Cosa pensi a proposito?

L’avvento della musica liquida sembra aver rafforzato il senso d’impotenza rispetto alla storia e ai grandi eventi collettivi alimentando questa ribellione “da cameretta” o “isolazionista” segnata da una profonda sfiducia nella società e nella politica. Nonostante tutto questo, nonostante la morte dell’autore, la fine della visione romantica dell’artista come genio, il rifiuto dell’aspirazione totalizzante, mai come oggi si produce tanta musica. E spesso nel non luogo chiamata rete si condividono intenti e suoni, tanto che si formano dei collettivi virtuali. In Russia ad esempio c’ è una scena underground molto attiva non solo nel web, ma anche nei club che rivendica diritto di espressione, soprattutto in ambito LGBT. Stessa cosa sta avvenendo in alcuni paesi del medio oriente. Il problema è come porsi di fronte a cambiamenti epocali nel modo di usufruire e produrre musica, come raccontarli e come dare visibilità alle produzioni più interessanti.

E dovendo dare dei consigli per gli ascolti?

Non mi sento di dare dei consigli ma solo di mettere alcune boe di segnalazione in questo oceano sonoro, lo faccio ogni settimana dalla mia trasmissione e alcune boe le faccio galleggiare anche all’interno del libro. Sperando siano utili per cominciare un viaggio, sapendo che le bussole oggi servono a poco, ma ricordando anche che se si resta ancorati al passato la scoperta di mondi nuovi viene preclusa per sempre.

In appendice ci sono alcune pagine dedicate alla tua terra, il basso Piave. Come mai questa scelta in un libro che parla di musica?

Come dicevo all’inizio di questa chiacchierata attraverso il suono cerco di leggere il mondo. Il mio mondo è questo spicchio di Veneto dove vivo, terra di acqua, di bonifica, di fiumi e canali che diventano di grande attualità solo nelle emergenze. Pochi si accorgono che con questi elementi abbiamo un rapporto quotidiano, intimo e che proprio nella negazione di questo rapporto stanno le vere cause delle catastrofi, della perdita di identità, del continuo degrado del paesaggio, inteso nella sua dimensione relazionale tra uomo e territorio. Ho dedicato molto tempo ed energie nei comitati ambientali del basso piave perché credo che sia decisivo occuparsi del posto in cui si vive sia dal punto di vista ambientale che da quello culturale.

Dove si può trovare il tuo libro?

La versione cartacea del libro è pubblicato da Lulu.com e si può acquistare in rete – su Amazon.com, su BarnesandNoble.com, Mondadori e su altri siti di vendita al dettaglio online. Inoltre, il lavoro è inserito tra i titoli di Ingram Book Company e può essere ordinato, quindi, nelle librerie tradizionali. Se invece preferite la versione digitale trovate il pdf proprio qui a fianco, nella colonna risorse dell’articolo. Dulcis in fundo lo troverete allo Sherwood Festival, naturalmente.

Per concludere si può dire che "Diserzioni" racconta più di derive che di approdi musicali.

Direi proprio di sì.

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<![CDATA[Kendrick Lamar – DAMN.]]>

Facciamo così, io eviterei direttamente la parte in cui scrivo il recap per quelli che sono arrivati solo alla fine, e confido che, visto che lo conosce anche mia madre, ormai tutti sappiano chi sia Kendrick Lamar Duckworth. Andiamo dritti al punto: il 23 marzo scorso, l’MC di Compton pubblica il brano The Heart Part 4 in cui ad un certo punto dichiara Y’all got ‘til April the 7th to get y’all shit together”. Poi quel giorno arriva ma porta con sé soltanto l’annuncio che il quarto album in studio, DAMN., sarebbe uscito una settimana dopo, di Venerdì Santo. Non una coincidenza. Da lì in avanti, l’internet è già bruciato una decina di volte, il singolo HUMBLE. è arrivato al n°2 di Billboard, Drake ha visto la sua ‘season’ finire ancora prima di iniziare e, se ce ne fosse ancora bisogno, abbiamo capito con certezza chi sia il più grande rapper sul pianeta Terra.

Registrato in vari studi a Hollywood, Santa Monica e New York, DAMN. è stato pubblicato via TDE, Aftermath e Interscope e co-prodotto da una sfilza impressionante di collaboratori che elencherò di volta in volta, tra cui vale la pena citare Dr. Dre come produttore esecutivo e collegamento nemmeno troppo ideale col rap degli anni ’90. Come per i due ultimi dischi, Vlad Sepetov si è occupato della cover definita ‘carica ed abrasiva’, in questo già emblematica di quello che ci aspetta nei 55 minuti successivi.

L’introduzione di BLOOD. ci sbatte subito molto realisticamente in faccia la filosofica questione dell’eccellenza nera soffocata dal razzismo istituzionale e dalla brutalità della polizia americana. In mezzo ai violini ed al contributo vocale di Bēkon (alias Daniel ‘Danny Keyz’ Tannenbaum) – che produce la track insieme ad Anthony ‘Top Dawg’ Tiffith – Eric Bolling e Kimberly Guilfoyle di Fox News si esibiscono in un grottesco commento all’esibizione di Lamar ai Grammy del 2016. Quel “I don’t like it”, il consapevole rovesciamento di ciò che quel momento ha significato, sono parole tanto scellerate quanto invece è determinante la riflessione sul senso che abbia, oggi, essere ancora buoni in un mondo irrimediabilmente cattivo. Il colpo di pistola che riecheggia segna simbolicamente lo strappo del velo illusorio che avvolge le nostre vite, che ci impedisce di vedere la vera realtà delle cose. In questo percorso di illuminazione, King Kenny non ci porta per mano ma ci spinge letteralmente nell’abisso della successiva DNA., un pezzo che colpisce e fa male, in cui sulle onde di un flow micidiale, rivendica la sua discendenza nera (I got loyalty, got royalty inside my DNA” ) di fronte ai deliri dell’anchorman della Fox Geraldo Riviera e della sua idea che per i giovani afroamericani il rap abbia prodotto più danni del razzismo. E non inganni l’ironia con cui K-Dot decanta le lodi della sua gente (Sex, money, murder – our DNA”): in un assalto frontale come questo non c’è tempo per respirare, figurarsi per ridere.

Tuttavia restringere il discorso alla Black Nation sarebbe colpevolmente riduttivo. Quello che gigioneggia nel languido r&b di YAH. è un uomo che si innalza sulla famiglia e sulla razza (“Fox News wanna use my name for percentage, somebody tell Geraldo this nigga got ambition”) entrando diretto nella sfera religiosa, definendosi israelita e quindi redentore dei soppressi di tutte le epoche e di tutte le nazioni. L’urgenza che esprime ogni minuto di DAMN. è dunque il riflesso di una duplice esigenza. Da un lato, quella di smarcarsi dall’aura trascendente in cui l’avevamo lasciato dopo To Pimp A Butterfly, per cui ora abbiamo un lavoro estremamente più diretto e meno influenzato dal jazz e dalla strumentazione tradizionale suonata dal vivo, mentre rientrano beat lineari, samples e TR-808. Dall’altro, la delusione di chi è arrivato in cima alla montagna più alta, oltre le nuvole, solo per accorgersi di essere tremendamente solo.“Last LP I tried to lift the black artists, but it’s a difference between black artists and wack artists” è l’epigrafe incisa a fuoco su ELEMENT. e su buona parte del disco, l’esatto momento in cui il californiano si riappropria degli stilemi del rap/hip hop tradizionale (If I gotta slap a pussy-ass nigga, I’ma make it look sexy”). Nel brano in cui collaborano Sounwave, James Blake e Ricci Riera (più l’intro di Kid Capri), Kendrick, attraverso gli spazi lasciati vuoti dal piano e dalla drum machine, rinnova la sfida di Heart Part 4 rivolta ai suoi più autorevoli rivali ed in fondo anche a se stesso. Sfida che nell’ormai già classica HUMBLE. – su cui c’è ben poco altro da aggiungere che non sia già stato scritto – raggiunge un’incisività ed una precisione chirurgica senza eguali, merito anche del lavoro di Mike Will Made It, vero valore aggiunto di questo album.

Il producer di Atlanta è anche l’eminenza grigia dietro al miracolo di XXX. ed alla chiacchierata collaborazione con gli U2 che tanto ha, giustamente, spaventato l’umanità. In realtà, insieme a DNA. e HUMBLE.XXX. – oltre ad essere esempio di produzione virtuosa per come riesca ad integrare le varie parti con naturalezza – esprime il potere della semplicità come rinnovato mezzo per veicolare l’immane talento del rapper di Compton. Una semplicità più a livello mentale che tecnico – perché poi, dopo ripetuti ascolti, si percepisce quanto lavoro ci sia sotto anche solo per dare quest’idea in apparenza – ma che permette di gestire le guest-star senza snaturare nessuno dei protagonisti. In LOYALTY. è Rihanna (nel ruolo di Bad gyal RiRi) a duettare con Lamar (nel ruolo di Kung Fu Kenny) – con Terrace MartinDj Dahi e Kuk Harrell a fare da preziosissimi ornamenti – in un pezzo che parla del difficile rapporto tra la fede ed il denaro, e che inonderà le radio nella prossima estate. Nella ballad poppy LOVE. la voce femminea di Zacari Pacaldo porta il brano verso un curioso incrocio new wave tra pop ed hip hop, in territorio quasi drakeiano, mentre nella melliflua LUST. Lamar si riprende la scena con l’incredibile versatilità vocale che la natura gli ha donato, accompagnato da mr. Kamasi Washington agli archi, Kaytranada e Rat Boy alle voci ed i Badbadnotgood dietro al mixer.

L’errore da evitare, che a conti fatti sarebbe stato un peccato imperdonabile, era quello di scavare ancora di più nella mitologia (musicale ed ideologica) di TPAB, dopo che già la compilation untitled unmastered. aveva detto tutto quello che c’era da dire. DAMN. non è super politicizzato come il capolavoro del 2015, né così melodico come Good Kid, M.A.A.D City (di cui possiamo dire sia il seguito ideale), ma in alcuni dei suoi episodi migliori è una sintesi dei suddetti. FEEL., sostenuta dal basso di Thundercat, è un abbagliante flusso di coscienza (“The world is ending, I’m done pretendin’. And fuck you if you get offended, I feel like friends been overrated, I feel like the family been fakin”) in cui l’autore riversa le sue meditazioni sull’isolamento dovuto al successo di cui parlavamo sopra. Dubbi che investono la sfera personale e che fanno luce su come lo stesso Kendrick Lamar non si senta più un messia ma piuttosto un martire dannato (I feel like the whole world want me to pray for ‘em, but who the fuck prayin’ for me?”). Un approccio che viene sublimato in FEAR., forse il pezzo più introverso di tutta la sua carriera, nel quale affronta la paura di chi è lasciato solo dalla sua comunità attraverso tre punti di vista differenti.

È dunque un Kendrick Lamar decisamente più spirituale ed umano quello che si affaccia in GOD., un uomo alla ricerca non tanto di Dio, quanto di quello che solitamente Dio rappresenta per le varie comunità del mondo (“This what God feels like”). Tra glitch a 8 bit e duetto con CardoGOD. è la ricerca ultima del senso del sacrificio (“Seen it all, done it all, felt pain, more. For the cause, I done poured blood on sword”) di un capo-popolo contro la sua volontà, che ora si scopre mortale. Perché pur non essendo un concept album (ed è la prima volta, almeno da Section.80), il tema della morte e della mortalità attraversa DAMN.da cima a fondo in modo inequivocabile. Se è solo accennato nella gigantesca PRIDE.(“Love’s gonna get you killed, but pride’s gonna be the death of you”) – che si riallaccia alla These Walls di Butterfly – deflagra come mille bombe atomiche che esplodono nella conclusiva DUCKWORTH.. In questo titanico finale gestito in collaborazione con 9th Wonder la classe sopraffina da storyteller di K-Dot viene declinata in un’incredibile storia su quanto il boss della TDE, l’Anthony Tiffith di cui parlavamo all’inizio, sia andato vicino ad uccidere il padre del nostro amato Kung Fu Kenny, rischiando sì di privarci della benefica esistenza di quest’ultimo, ma soprattutto realizzando un corto circuito clamoroso con lo sparo di BLOOD., cui si torna riavvolgendo il nastro di quella che paradossalmente potrebbe essere una qualunque vicenda di un qualunque uomo afroamericano (Just remember what happens on Earth stays on Earth! We’re going to put it in reverse!”) nato a Compton, California.

Diciamoci la verità, chi tra noi si sarebbe aspettato un altro passo di queste dimensioni verso la leggenda dopo TPAB?

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<![CDATA[ReadBabyRead_331_Éric_Faye_3]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #331 del 27 aprile 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 3 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Take Five, Jazz & dintorni” del 20 aprile 2017]]>

Volta per volta, i motivi ispiratori per la preparazione di una puntata cambiano… può essere qualsiasi cosa. Anniversari, commemorazioni, omaggi, fatti o date storiche e così via. Questa volta il motivo scatenante è stata la presenza di un’ospite, una cantante che sarebbe stata con noi per presentare il primo disco a suo nome, “I’m all smiles” (etichetta dodicilune-koinè). Ecco, appunto il suo nome, Laura, cognome Avanzolini, mi ha subito evocato un celeberrimo brano magistralmente eseguito a suo tempo, fra gli altri, da Charlie Parker, e allora è nata la voglia di proporvi tutta una serie di composizioni che avessero per titolo il nome di una donna. Quasi sempre dediche, a mogli (Galliano, Monk), sorelle (Bebo Ferra), figlie (Luigi Martinale), fidanzate, attuali o.. “decadute”, fino a personaggi di libri o film (Morricone). Ovviamente è risultata esserci una lunga lista di bei nomi ma, per quanto la puntata si sia dilungata oltre misura, questa rimane una lista per nulla esaustiva e quindi mi scuso con tutte le signore che non sono state citate in questa occasione ma che magari in un prossimo futuro potrebbero ritrovarsi in qualche altra mia trasmissione!  l’ospite è stata accolta da un bel saluto di Gregory Porter, con il suo “Hey, Laura!” e salutata alla fine della chiacchierata con la composizione di cui vi dicevo, quella che ha dato il via a tutto, nella versione del grande e famosissimo trombonista J.J.Johnson in quanto, un altro scopo della puntata era quello di alternare brani, versioni e musicisti di oggi e di ieri, nazionali e internazionali. La chiacchierata con lei, invece, oltre a conoscerla un po’, ci ha permesso anche di capire qualcosa in più del disco e della sua genesi,  nonché di ascoltarne qualche estratto. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. CARMELA (S. Bruni/S. Palomba) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

03. GISELLE (R. Galliano) – Richrrd Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

04. il valzer di SOFIA (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

05. crepescule with NELLIE (T. Monk)  - Francesco Bearzatti Tinissima 4et – Monk’n’roll (cam jazz)  - 2013

06. ADELE (B. Ferra) – Bebo Ferra Trio – voltage (abeat) - 2016

07. ANTONIA (P. Metheny) – Pat Metheny Group – secret story (geffen) - 1992

08. LULU’ e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (cam jazz) - 2016

09.  BELLA (E. Rava) – Enrico Rava/Enrico Pieranunzi//Roberto Gatto – Bella (philology) -

10. LAURIE at home (Orch. Operaia) – Orchestra Operaia – into the 80’s (via Veneto/jando) - 2016

11. hey LAURA (G. Porter) – Gregory Porter – liquid spirit (blue note) - 2013

12. all or nothing at all (A. Altman/J. Lawrence) – Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

13. preview (P. Quinichette)  - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

14. fascinating rhythm (G. & I. Gershwin) - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

15. LAURA (D. Raksin) – J.J.Johnson – JJ in person (columbia) - 1958

16. RENEE (G. Lusi) – Gianluca Lusi/Joel Holmes – loose (tosky) - 2012

17. LUIZA (A. C. Jobim) – Paulo Bellinati – Antonio Carlos Jobim for classical guitar arranged by Paulo Bellinati – mel bay book 2010

18. LUISA (T. Horta) – Pascoal Meirelles/Rubens Farias/Joao Castilho – Dubai/Lima guitar project

19. DEBORAH’s theme (E. Morricone)  - Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (cam jazz)  - 2016

20. CRISTIANA (M. Barbiero) – Odwalla – Ankara live (splasc(h)) - 2013

21. IDA LUPINO (G. Guidi)  - Giovanni Guidi/Gianluca Petrella/Louis Scalvis/Gerald Cleaver – Ida Lupino (ecm) - 2016

22. NANCY (J.V. Heusen/P. Silvers) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (ultra sound records)  - 2012

23. lullaby for BLONDIE (M. Panassoni) – Marco Panassoni 4et – happiness (alfa music) - 2014

24. GEORGIA on my mind (Carmichael/Gorrell) – Fabrizio Bosso & Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

25. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[The Jesus and Mary Chain – Damage and Joy]]>

La recensione del nuovo album dei Jesus and Mary Chain sarebbe già dovuta uscire da tempo, purtroppo per impegni personali ho dovuto rimandare fino ad ora. Ma il fatto che proprio la domenica di Pasqua sia il giorno in cui vi parlo di Damage and Joy è certamente un segno del destino. Atteso più o meno da ben 19 anni, il settimo lavoro della band scozzese alternative rock guidata dai fratelli Jim e William Reid ha suscitato lo stesso interesse che c’è stato per i recenti ritorni dei My Bloody Valentine o dei Pixies: curiosità, timore, nostalgia canaglia.

Già una decina di anni fa i Reid erano tornati a guardarsi negli occhi dopo essersi presi a pizze in faccia per una vita, tuttavia nulla di serio era uscito da quei timidi abboccamenti. Cos’è cambiato, allora? Di preciso non si sa, deve essere stato qualcosa a metà tra voglia di rimettersi in gioco ed esigenza di dare un seguito ad un storia durata sei album ma interrotta forse prematuramente. Ai due nativi di Glasgow si affiancano Brian Young alla batteria e Phil King al basso, più un terzetto di voci femminili ospiti che scopriremo più avanti. La scelta determinante, però, è stata quella di avere Martin Glover (aka Youth) come produttore e bassista occasionale. Il sound di Damage and Joy – registrato per lo più in Spagna – risulta così abbastanza ricercato e robusto da non far notare la ruggine che i fratelli coltelli si portano inevitabilmente addosso, e questa è già una mezza vittoria. Brani come War On Peace o Facing Up To The Facts pur non brillando di magia sono solide e dense, stoner-jangle con chitarre fuzzate la prima, rumorosa e (banalmente) confessionale (“I hate my brother and he hates me, that’s the way it’s supposed to be”) la seconda.

Ben sette brani su quattordici sono già stati pubblicati in altra forma, in altri anni. L’iniziale Amputation, per distacco forse il pezzo migliore in assoluto, è una ri-registrazione di quella che si chiamava Dead End Kids composta dal solo Jim; a tutti gli effetti potrebbe essere un brano indie dei ’90, sfido chiunque non lo sapesse ad accorgersi della differenza. All Things Pass era invece nella colonna sonora della serie tv Heroes con un ‘Must’ in più nel titolo ed ha conservato l’andamento motorik assicurato dalla coppia batteria/drum machine rimandando alle atmosfere di Automatic anche nei testi (“Each drug I take, it’s gonna be my last”). Ancora, le due discrete canzoni con Isobel Campbell (ex Belle And Sebastian per chi avesse poca memoria) Song For A Secret e The Two Of Usrisalgono addirittura al 2005; dello stesso anno, infine, è la conclusiva Can’t Stop The Rockdove stavolta il duetto è con Linda Fox, la sorella di William e Jim, che proprio con quest’ultimo aveva messo su il progetto Sister Vanilla.

Accanto a questo conservatorismo, che penso nessuno possa davvero biasimare fino in fondo, troviamo qualcosa di nuovo di cui i Jesus and Mary Chain vogliono parlarci, ovviamente con il loro attuale linguaggio. Non sarà super originale, ma buona parte di Damage and Joy ci tiene molto a farci sapere che il tempo è passato anche per loro, e che maturando alcuni angoli si sono smussati, per non dire ammorbiditi. Alla soglia dei sessant’anni non possono di certo essere più quelli dei concerti che durano venti minuti e che finiscono in rissa, e state certi che si drogheranno anche con moderazione evitando pure i carboidrati per cena. In quest’ottica, allora, dobbiamo guardare a momenti come Always Sad in cui la voce sconosciuta di Bernadette Denning – al secolo fidanzata di William Reid – ci accompagna in una love story agrodolce molto melodica e pop, quasi un compendio della perfetta storia finita male (“I think I’m always gonna be sad, because you’re the best I ever had”).

Il problema vero, semmai, è che se come band i Reid sono tutt’ora venerati come strambo oggetto di culto, a livello personale nessuno si interessa più realmente di loro, con la logica conclusione di farli sentire fuori luogo nella musica di oggi. A ciò, secondo me, va imputata la volontà di continuare ad apparire stronzi e provocatori, che da un lato li porta a citare una vecchia leggenda metropolitana degli anni ’90 non abbastanza dimenticata ed inutile (“I killed Kurt Cobain, I put the shot right through his brain”) nell’episodio invece forse più esplorativo ed interessante di tutti, quella Simian Split livida di batteria e graffiata dal sax; mentre dall’altro fa recitare loro “God bless America! […] the land of the free, wishing they were dead” nella luminosa ed acustica Los Feliz (Blues And Greens), dove di nuovo insieme alla sorella Linda, danno sfoggio di un nichilismo gratuito e pretestuoso. È l’essere rimasti troppo legati alla loro epoca d’oro, questa mitizzazione revivalistica delle icone discusse e discutibili che furono trent’anni fa, a rappresentare la vera zavorra di questo disco.

Perché quando si liberano delle loro pur ingombranti ombre e si lasciano affiancare da una come Sky Ferreira nell’ottima Black And Blues, una pepita d’argento a metà tra una ballata americana classica ed i Velvet Underground, riescono a tirare fuori il meglio di sé non solo come musicisti ma anche come uomini di mondo che ti prendono sottobraccio e davanti ad una birra al pub ti lasciano il loro testamento spirituale (“I don’t have nothing to give, but if I could I’d give my heartbeat”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[ReadBabyRead_330_Éric_Faye_2]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #330 del 20 aprile 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 2 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Danzando nel fumo]]>

Quante volte sono uscito
nel buio e nella nebbia.
Ascoltavo e scrutavo
l'appena percettibile vibrazione
del suono nelle cuffie
e di figure che apparivano
come danzando nel fumo

 

Actress: There’s An Angel In The Shower

Ø: Atomit

Dopplereffekt: Exponential Decay

Rautu: White Night

Module One: The Stars Will Guide

Blanck Mass: Hive Mind

Ambassadeurs: Lotus

The XX: A Violent Noise (Four Tet Remix)

SILENTNIGHT: Endless Wandering

AyyJay: Num

Speh: The Shattered

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<![CDATA[Gionata Mirai + Piero de Checchi]]>

Mercoledì 26 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Gionata Mirai + Piero de Checchi

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Per il Gran Finale di questa stagione vogliamo proporvi una cosa un po' particolare.
Ci saranno due concerti di due musicisti che fanno del chitarrismo la loro forma espressiva.
Il Fingerpicking visto da due punti di vista diversi, quello Folk di Gionata Mirai e quello Blues di Piero de Checchi.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Ma c'è di più:
> dalle 19:30 alle 21 aperitivo con buffet con i nostri spunciotti tipici;
> vuoi vincere due biglietti del tuo artista preferito di questa edizione di Sherwood Festival? Se sarai tra i primi 50 a prendere da mangiare o da bere potresti essere tu il fortunato!

Inizio live 
Piero de Checchi: ore 21.15
Gionata Mirai: ore 22.15

Ingresso: 3€
Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Gionata Mirai? Te lo presentiamo noi!



https://gionatamirai.com/

Gionata Mirai è una delle figure cardine della scena indipendente italiana. E’ il 2005 quando la sua ricerca artistica, maturata in anni di militanza in alcune formazioni mantovane, giunge allo zenit creativo con la pubblicazione di The Swindler, folgorante esordio del power trio Super Elastic Bubble Plastic, di cui è fondatore e leader. L’armamentario post hardcore in possesso della band è impressionante, tagliente e difficilmente catalogabile al punto da attirare immediatamente l’attenzione della stampa specializzata che li incorona come una delle realtà più solide e promettenti della loro generazione. Sull’onda emozionale del debut album, l’anno successivo danno alle stampe il sequel Small Rooms, che ne consolida la cifra stilistica, ampliando vertiginosamente lo spettro in cui la scrittura di Mirai e soci si muove. I Super Elastic Bubble Plastic dal vivo sono ancor più devastanti e coinvolgenti che su disco, caratteristica che li porta a calcare i più importanti palchi della penisola in un estenuante tour di quasi duecento date in due anni, tra le quasi si segnalano le partecipazioni ai principali festival nazionali come l’Heineken Jammin’ Festival, nell’edizione imolese, il Goa Boa Festival a Genova, Rock in Idro a Milano, Coca-Cola Live Festival a Civitavecchia (con i Linea77 in apertura ai Korn) e molti altri. Sono anni d’inarrestabile creatività e Mirai inizia a crescere quella che sarà la sua creatura più celebre, luminosa e disturbante. Poco dopo l’uscita di The Swindler, insieme a Pierpaolo Capovilla, Francesco “Franz” Valente e Giulio Ragno Favero, dà vita al Teatro degli Orrori, ispirato al Teatro delle Crudeltà di Antonin Artaud. Dopo un breve periodo d’incubazione, nel 2007 rilasciano Dell’Impero delle Tenebre, manifesto di bellicosi intenti tra i più crudi e ispirati che si siano mai sentiti a queste latitudini. E’ l’inizio di un’ascesa vertiginosa al gotha del rock italiano che si consacra con la pubblicazione, due anni più tardi, di A Sangue Freddo, a cui seguirà un lunghissimo tour che toccherà i palchi di tutta la penisola. Nel frattempo Mirai trova il tempo di tornare ai Super Elastic Bubble Plastic e, nel 2008, dà alle stampe l’ultimo episodio della saga, Chances, il disco della maturità per il trio mantovano, che mette in luce una straordinaria vena compositiva, tra struggenti ballad, virate pop e sperimentazione.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 13 aprile 2017]]>

Da Vivaldi ai Nirvana, abbiamo di tutto! Un bell’inizio di puntata, con ottime novità della ECM e della CAM JAZZ, ci porta poi verso l’ascolto di uno di quei casi di musicisti di una certa importanza e di indubbio valore che la Storia, almeno da questa parte del mondo, tiene un po’ in disparte, anche troppo in disparte per il valore dei personaggi, in particolare di quello che viene omaggiato sul numero attualmente in edicola del mensile Musica Jazz, una delle due più importanti voci della carta stampata che ci riguardano, insieme a Jazz.it. Parlo di Horace Parlan, che a sua volta offre lo spunto al ricordo di altri tre musicisti accomunati dallo stesso destino, Duke Person, Teddy Edward e Buck Hill, quest’ultimo scomparso di recente, il mese scorso. Curiosa la sua storia di portalettere con la passione per la musica che si permette di esordire, semiprofessionista, su disco, alla bellezza di 50 anni, nel 1978, ma con una etichetta prestigiosa e un gruppo di grandi musicisti fuori serie! Da ascoltare!  E poi una bella sequenza di novità discografiche, passando dal grande vecchio Lee Konitz a uno dei più bei dischi di latin jazz degli ultimi tempi, di Charlie Sepulveda,  fino al doppio live degli Ibrahim  Electric, disco che testimonia con circa un paio di ore di musica l’incredibile concerto di sei (6!) ore che gli stessi hanno tenuto a luglio scorso nella loro Danimarca. Giovedì prossimo avremo un’ospite, la cantante Laura Avanzolini. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. cum dederit delectis suis somnum (A. Vivaldi) – Francis Coutourier Tarkovsky 4et – nuit blanche (ecm)  - 2017

03. Asian fields (L. Sclavis) – Louis Sclavis/Dominique Pifarely/Vincent Courtois – Asian fields variations (ecm)  - 2017

04. mixed feelings (F. Casagrande) – Federico Casagrande – fast forward (cam jazz) - 2017

05. wadin’ (H. Parlan) – Horace Parlan & the Turrentine Brothers – speakin’ my piece (blue note) - 1960

06. yesterdays (J. Kern/O. Harbach) – Buch Hill 4et – this is Buck hill (steeple chase)  - 1978

07. 3 AM (D. Person) – Duke Person – tender feelin’s (blue note) - 1961

08. sunset eyes (T. Edwards) – Teddy Edwards – sunset eyes (pacific) - 1960

09. invitation (L. Konitz) – Lee Konitz/Kenny Barron 4et – frescalalto (impulse!) - 2015

10. Mr. jazz (C. Sepulveda) – Charlie Sepulveda & The Turnaround - Mr. EP (high note) - 2017

11. cannonball blues (J.R. Morton) – the Freexielanders – looking back, playing forward (rudi rec) - 2016

12. smells like teen spirit (Nirvana) – ELEW – rockjazz vol.1 (ninjazz) - 2010

13. satania our solar system (C. Graves) – Cameron Graves – planetary prince (mack avenue) - 2016

14. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Selections From A Broken Frame]]>

Perchè soffermarsi a scrivere di musica elettro-pop? Perchè voler soffrire, fissando il proprio sguardo sulla consunzione della materia a causa del tempo? Perchè insistere, struggendosi nell'attesa del miracolo che mai ci sarà. Domande che risalgono in superficie ogni volta che i tre superstiti dell'era del prodigio si rifanno sentire, annunciando quel disco magico che dovrebbe riportarli lì dove li avevamo lasciati: nel culmine nero fluorescente di un suono che apparteneva solo alle loro anime dannatamente accoglienti. Per questo si decide di soffrire, lo si fa per riconoscenza verso chi ha saputo esprimere grandiosa creatività, per chi non ha mai rinunciato alla soggettività riuscendo a piegare al proprio volere il mondo sottile, trasparentemente inutile del mainstream, senza minimamente accettare quel diffuso compromesso del riff sottobanco, della facile melodia, della resa totale all'arrangiamento facile. Per questo ancora ci si sofferma e lo si farà ogni volta, ancora e ancora. Si indosseranno le cuffie e si soffrirà sorridendo di malinconia, perché questo succede quando si ama.

Si sa, l'ironia è parte integrante del pensiero dei tre dell'Essex e non a caso, forse, il titolo del loro nuovo singolo contiene una domanda retorica che non ha bisogno di ulteriori risposte: Where's The Revolution. Non c'è più nessuna rivoluzione da frequentare, i vecchi combattenti si sono quietati dopo averne passate di tutti i colori, essersi dispersi e ritrovati, dopo aver inventato e sperimentato, riempiendo i nostri occhi e il nostro udito di canzoni uniche e irripetibili. Where's The Revolution quando non esiste più la possibilità di creare nuovi modelli culturali, prede facili della rete che subito li trasforma in esili mode del momento, tutte imbellettate e allineate sull'attenti. Where's The Revolution quando il termine stesso – rivoluzione – appartiene ad un passato musicale remoto, stretto ancora nel pugno chiuso dei nostalgici abitanti del pianeta ricordo. L'unica soluzione quindi è arrendersi sguainando per l'ultima volta la lama affilata dell'ironia, mostrandosi vecchi e incerti mimi dalle barbe posticce che gettano le bandiere allontanandosi mestamente.

Tentare di farsi piacere Spirit è facile, le barriere dell'attenzione sono abbassate ed è agevole, ma a quale prezzo? Quanto dobbiamo contrattare con noi stessi per ammettere che la strada intrapresa verso gli ascolti altri è l'unica possibile quando finalmente si decide di andarsene da questo mondo poppettaro e tutto sommato, sempre ostinatamente immobile. Dodici tracce che non serbano più il dono della pura vibrazione: Cover Me ed Eternal sanno stremare l'ascolto, Poison Heart è trip-hop riesumato e ritardatario, So Much Love è il copia incolla di A Question Of Time, anthem del 1986 che ancora mantiene intatto il suo furore, falsamente iniettato in questa nuova canzone. A seguire una serie di tracce acquistate alle bancarelle dell'usato scontato, e non mi riferisco al prezzo. Solo il singolo sa ritagliarsi un momento di vecchia e ritrovata gioia ma lo fa nella versione video, grazie all'ironia di cui sopra. Neanche i remix contenuti nel secondo cd riescono a smuovere gran che, a parte forse il mio tallone che si muove al ritmo di un inutile versione techno-minimal d'antàn di So Much Love.

Mentre devio il mio ascolto verso altri lidi meno e meglio frequentati, si affaccia però un dubbio e mi chiedo: e se i Depeche Mode avessero compreso che l'unica via per la vera comprensione dell'estetica moderna è percorribile solo con l'ironia?

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<![CDATA[La line up del concerto del 22 aprile a Pontida]]>


Sabato 22 Aprile a Pontida

Giornata dell'orgoglio antirazzista, migrante e meridionale

Eccola, è la line up del concerto!

Artisti del nord e del sud insieme per dar vita a uno spettacolo senza precedenti.

Per adesioni mail pontida22aprile@gmail.com
Evento fb 

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<![CDATA[Diserzioni: Suono solitario]]>

Da questo impetuoso mare
troppo suono giunge
al mio orecchio assorto,
però resto lo stesso in ascolto
per riconoscere nell’eccedenza
quello introspettivo e solitario
che come una sirena mi cattura

Slacker: Amen to the Lonely

The Last Fox. Penumbra

Vagrant: Morning

Rift: Alive With You

The Clue: Pulkovo Arrival

Frenchfire: three generations of slavish devotion to an unknown god.

Closeyoureyes: Effort

Lawrence English: Moribund Territories

Elegi Hvor Her Er Odselig

Shed: Xtra

Tegh and Kamyar Tavakoli: Fractal

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<![CDATA[ReadBabyRead_329_Éric_Faye_1]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #329 del 13 aprile 2017


Éric Faye
Sono il guardiano del faro


(
parte 1 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye
Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Lil'Alice]]>

Mercoledì 19 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Lil'Alice


Una passeggiata tra i campi di cotone, l'ondeggiare di una zattera sul Mississipi; sono solo un paio di suggestioni che ci ha dato Lil Alice.
Mercoledì 19 Aprile per voi!

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Lil Alice? Te la presentiamo noi!


(Lil) Alice è cresciuta nelle lande nebbiose del Nord Italia, dove il sole non splende così spesso. Si interessa alla musica dall'età di 12 anni, affezionandosi ad artisti come Jimi Hendrix, Bob Dylan, Joni Mitchell, F. Battiato, F. de Andrè, PJ Harvey, che mai più abbandonerà. Inizia a suonare i primi accordi sulla chitarra da adolescente accompagnando alcune rock'n'roll band e solo successivamente, nel 2007, si concretizza l'idea di mettere in piedi un progetto solista cantautorale. In realtà, questo progetto nasce nel cuore da molto prima e si propone come un naturale evolversi dell' essere, in una continua ricerca di uno stile personale e che segua le onde delle emozioni.

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