<![CDATA[Musica | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/16/musica/articles/1 <![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 11 maggio 2017]]>

Qualche settimana fa si è celebrato ovunque il cinquantesimo anniversario della nascita ufficiale dei Pink Floyd… mezzo secolo!!! Per chi li ha vissuti, come al solito, sembra impossibile che sia passato così tanto tempo (ovviamente sulla scala temporale umana) eppure è così, ed è vero anche che questi ragazzi inglesi hanno segnato la Storia della Musica con le loro intuizioni, invenzioni, improvvisazioni, con i loro happening, con le mitiche “suites”, i brani quasi senza limiti di durata. Non potevo non dedicare loro uno spazietto d’onore almeno in una delle puntate di questo programma visto che, come me, anche alcuni dei “nostri” musicisti, più o meno coetanei, ne sono rimasti affascinati in gioventù e ancora li ricordano, al punto da tradurne alcune composizioni nel nostro linguaggio jazz. Apertura e chiusura quindi con due diverse riletture di “Money”, titolo che evoca significativamente le conseguenze del loro successo planetario! Nella puntata ci sarà poi spazio, ovviamente, per le novità discografiche di turno, stavolta delle etichette Cam Jazz, Tosky Rec., Dodicilune Dischi e Nusica.org, ma soprattutto per una sorta di “bonsai” del Vicenza Jazz Festival 2017. Infatti, oltre alla chiacchieratina di presentazione con il direttore artistico e fondatore Riccardo Brazzale, ascolteremo in successione identica al programma dello storico festival, giunto alla 22^ edizione, i principali artisti invitati alla rassegna che apre le manifestazioni tipiche della cosiddetta bella stagione, appunto i Festivals. Solo i principali, visto che Riccardo Brazzale, noto anche come direttore della Lydian Sound Orchestra, una fra le più importanti band del panorama nazionale, ha preparato una lista di ben 150 concerti sparsi ovunque in Vicenza e dintorni. Quindi Uri Caine, Dave Douglas, Black Art Jazz Collective, Chris Potter, Gonzalo Rubalcaba, Dee Dee Bridgewater, Enrico Rava, Geri Allen, e l’attesissimo Jacob Collier (22enne neo vincitore di due Grammy)  in rappresentanza di tutti gli altri, compreso Umberto Petrin e Stefano Benni, impegnati in un omaggio a Thelonious Monk nell’ambito delle celebrazioni per il suo centesimo anniversario della nascita. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. money (R. Waters) – Roberto Gatto – Progressivamente (La Repubblica) - 2008

03. broadwalk sunshine (J.P. Koch) – Dock in Absolute – Dock in Absolute (cam jazz) - 2017

04. pianeti affini (G. Falzone) – Giovanni Falzone – pianeti affini (cam jazz) - 2017

05. for life (Y. Lateeff) – Dario Germani – for life (tosky) - 2013

06. Mr. Jay (L. Masciari) – Luigi Masciari/Aaron Parks/Roberto Giaquinto – the Gsession (tosky) - 2016

07. dancing swan (F. Giachino) – Fabio Giachino -  north clouds (tosky) - 2017

08. giant steps (J. Coltrane)

09. re: person I knew (B. Evans) – Mc Candless/Taylor/Balducci/Rabbia – Evansiana (dodicilune) - 2017

10. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY 4et – orbite (nusica. Org) - 2017

11. tufrial (J. Zorn) – Uri Caine – Moloch: 6° book of angels (tzadik) - 2006

12. deep river (trad.) – Dave Douglas 5et – brazen heart (greenleaf) - 2015

13. live at Lincoln Center – Black Art Jazz Collective - 2017

14. yasodhara (C. Potter) – Chris Potter – the dream is the dreamer (ecm) - 2017

15. night in Tunisia (D. Gillespie)  - Gonzalo Rubalcaba – live 2016

16. one fine thing (H. Connick Jr.) – Dee Dee Bridgewater – Dee Dee’s Feathers (okeh) - 2015

17. the man I love (G. Gershwin) – Enrico Rava – Tati (ecm) - 2005

18. lush life (B. Strayhorne) – Geri Allen/Dave Holland/Jack DeJohnette – the life of a song (telarc) - 2004

19. dont worry bout a thing (S. Wonder) – Jacob Collier – in my room (membran) - 2016

20. lover man/nature boy (J. Davis,R.Ramirez,J. Sherman/E. Ahbez) – Antonella Chionna meets Pat Battstone –rylenonable (dodicilune) - 2017

21. money (R. Waters) – Rita Marcotulli – Pink Floyd (La Repubblica) - 2008

22. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[The Black Angels – Death Song]]>

Da quando abbiamo aperto questo blog, nell’ormai lontano 2013, è la prima volta che riesco a scrivere dei Black Angels. Per uno come me che – tra le altre cose – ama la retromania fatta bene, la band texana è uno di quei riferimenti imprescindibili quando si parla della devozione alla psichedelia degli anni ’60. Dal 2004 ad oggi, Alex Maas e compagnia hanno esplorato e dissezionato ogni sfaccettatura dell’immensa eredità lasciata da gente come 13th Floors Elevators, Velvet Underground e perché no anche i Doors. Il loro quinto album, Death Song (il primo per la Partisan Records), si colloca in questo magico solco ma ci dice anche qualcosa in più sullo stato attuale della neopsichedelia del Sud.

Scritto e registrato – tra Seattle e la natia Austin – durante le recenti elezioni americane, Death Song è essenzialmente una radiografia della pessima esperienza che l’incredibile corsa elettorale ha rappresentato per tutti, al di là di come sia poi finita. Un’oscura e cinica riflessione sull’era Trump che fin dal primo singolo Currency si manifesta diretta e senza sconti. In questo notevole pezzo stoner-rock, la band tira in ballo il ruolo dominante del sistema monetario USA nella vita di tutti i giorni, paventando una fine inevitabile quanto apocalittica (“One day this will be over, one day you will be gone”).

In realtà questo è più che altro uno spunto per andare oltre, verso una critica storico-politica del Paese, come nella feroce Comanche Moon – cantata dalla prospettiva dei Nativi Americani – un acido space-stoner che focalizza l’attenzione sulla questione del Dakota Access Pipeline (“They’ve stolen the land we’ve been rooming”“I swear it’s the end of the line”). Ma è anche il punto di partenza per capire cosa sia rimasto sul terreno, quali siano i cocci che dovremo raccogliere. I’d Kill For Her – piena di fuzz e organo Hammond – è appunto una provocazione, una sorta di farsa che finge di ritrarre in astratto la relazione che intercorre tra amore, bellezza e paura, mentre in realtà si concentra sulla violenza reale che da quest’ultima si genera: “I will not kill for her again” non si riferisce ad una donna generica ma all’America stessa, che evidentemente ha tradito il suo sogno ed i suoi stessi figli.

I Black Angels, ora nella formazione a cinque con l’ingresso definitivo di Jake Garcia, danno a vita a loro modo ad un album politico e di protesta, riuscendo a cogliere il massimo dal clima di divisione ansietà ed agitazione che attraversa la loro terra. Una buona parte di merito è da ascrivere al produttore Phil Ek (che ha già lavorato con Father John Misty, Fleet Foxes e The Shins) che incanala tutte queste ispirazioni, assieme al classico sound del gruppo, lungo le spirali tentacolari di Grab As Much (As You Can) o nel mezzo delle atmosfere cupe della labirintica I Dreamt. Sono questi alcuni dei momenti di massimo splendore, nei quali la tradizionale inclinazione verso i Velvet – ora chiudono finalmente il cerchio con quella The Black Angel’s Death Song da cui tutto era cominciato – si unisce in matrimonio con la sapienza musicale e l’abilità strumentale di Estimate – ballata psych-folk, un po’ western un po’ Brian Jonestown Massacre – tanto quanto con la ricercatezza di un momento addirittura ballabile come Medicine, dove le tastiere godono quasi degli stessi privilegi della chitarra di Christian Bland.

Il precedente Indigo Meadow aveva esplorato nuove soluzioni per vecchie questioni, finendo col dividere i fan sulle scelte un po’ mainstream della band. Personalmente avevo molto gradito il risultato, ma il valore aggiunto che abbiamo in Death Song è quello di un gruppo ancora alla ricerca di risposte, che aggiunge un’ulteriore dimensione al suo status già consolidato. Da un lato, momenti personali come il lento incedere ipnotico della magnifica Half Believing avvolgono l’ascoltatore in un mood trasognante, mentre i cinque scavano a fondo nella natura confusa della devozione (“It’s like my spell on you it’s useless”). Dall’altro troviamo le allucinazioni di Death March – brano che dà il nome al grandioso tour che i Black Angels porteranno in giro per il mondo – che al di là di un leggero ammiccamento ai Jefferson Airplane affascina per la sua incompiutezza ed il suo manierismo perfetto, ben oltre il debole garage-noise di Hunt Me Down.

Come fosse una summa della loro carriera, in questo durissimo LP i Black Angels mettono tutto quello che hanno imparato, e confezionano un finale clamoroso con Life Song ...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Diserzioni: Spiegare le ali]]>

a volte può sembrare una prigione
anche l'immaginazione
chiusa a chiave dalle catene della formattazione
sono sbarre da spezzare per farla ancora volare
liberandola da recinti e barriere
perché possa finalmente le sue ali spiegare


100 Day Delay: Raise Your Wings

Forest Swords: Border Margin Barrier

Forest Biz: In the glen

Drohves - _Escape

Insomnia: Unpleasant

Bucky: Meltdown

aLone: Black

Lynchobite: Need You.

Nuage: Wild

KOSIKK: Expanse

Jack-o -Lantern: Wonderful Times

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<![CDATA[ReadBabyRead_334_Éric_Faye_6]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #334 del 18 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 4 maggio 2017]]>

Doveva essere la puntata che celebrava il ritorno di un vecchio programma attraverso una sorta di anteprima ospitata in “Take Five”, anteprima che però è stata parziale a causa di un inconveniente che ha impedito all’altra metà del cielo brasileiro di essere in studio con me… “ma che sta scrivendo?”, si chiederanno coloro i quali leggeranno queste righe alla ricerca di quello che ho fatto ascoltare nella puntata di turno del jazz… allora, avevo preannunciato che, con la cantante brasileira come me, Ligia França, avremmo fatto una mini puntata anteprima del nostro vecchio programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, in procinto di tornare in onda. L’occasione, come noto, era il concerto di Caetano Veloso e Teresa Cristina nella città di nascita di Radio Sherwood, Padova, dalla quale partono le musiche che scegliamo per voi. Ligia, l’altra metà rispetto a me, non ha potuto e allora ho mandato avanti io una piccola presentazione dei due artisti e del concerto del 7 maggio attraverso una serie di interessanti ascolti e il regalo di alcuni biglietti offerti dalla organizzazione Zed Live. La puntata, già inconsueta a causa della presenza massiccia e inequivocabile della musica brasiliana, è poi continuata ancora più “strana”  in quanto, dopo un breve intermezzo di jazz brasiliano, tanto per ricordare l’argomento principe di questo programma, ha proposto le canzoni di un recentissimo cd di Maurizio Camardi, Cacciatori di sogni, per l’etichetta padovana Blue Serge, di Sergio Cossu. Entrambi amici di vecchia data del sottoscritto, sono stati in diretta in studio a raccontarci del disco e a introdurci una voce per noi nuova, quella di Francesca Miola.. se son rose… Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) - D. Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. Teresa Cristina & Nelson sargento – samba agoniza ma nao morre

03. Teresa Cristina & Semente – delicada (da Cantar, EMI 2007)

04. Teresa Cristina canta Candeia – de qualquer maneira (ao vivo, theatro net do Rio, 2013)

05. Teresa Cristina canta Cartola – as rosas nao falam (nonesuch 2016)

06. Teresa Cristina & Caetano Veloso – festa imodesta (da Melhor Assim, 2010)

07. Caetano Veloso – sozinho (da Prenda Minha, 1998)

08. Caetano Veloso & Gilberto Gil – desde que o samba è samba (da Dois Amigos, um seculo de musica, Sony 2016)

09. Caetano Veloso & Gilberto Gil – filhos de Gandhi (da Dois Amigos, um seculo de musica, Sony 2016)

10. Teresa canta Caetano – gema/nu com a minha musica/como dois e dois

11. Joao Gilberto, Gilberto Gil, Caetano Veloso - aquarela do Brasil (da Brasil, 1981)

12. Helio Delmiro & Roberto Sion – a night in Tunisia (D. Gillespie) – ao vivo no Teatro Sesc Paulista 2009

13. Ricky Gianco - cacciatori di sogni – cacciatori di sogni (blue serge) - 2016

14. Antonella Ruggiero - Armaduk cacciatori di sogni (blue serge) - 2016

15.  Orchestra Jazz del Veneto - mohjong

16. Francesca Miola – time after time, live in Piove di Sacco

17. Francesca Miola – Besame Mucho, live in Piove di Sacco

18. Patrizia Laquidara - alfonsina Y el mar cacciatori di sogni (blue serge) - 2016

19. take five (P. Desmond) - D. Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[I tre gradi di separazione e le referenze degli addetti ai lavori del mondo culturale italiano]]>

Ben sapendo di incorrere in una generica sanzione o, più semplicemente, nella definizione di Paranoico, espongo pubblicamente un pensiero ricorrente. Sembrerebbe, quest'ultima, una frase tratta da qualche lirica firmata Battiato, in realtà è un vissuto che da sempre segna il mio procedere verso quel luogo indefinito dove tutti coloro che si adoperano culturalmente spererebbero di trovare limpide acque con le quali, finalmente e dopo un lungo cammino, calmare vincenti e riconosciuti la propria sete di passione.

L'occasione mi è stata data dalla lettura di un post su Facebook nel quale si leggeva come richiedere l'accredito per partecipare alla vernice di “Light Music”, la mostra che Brian Eno ha inaugurato a Trani dove gli inviti venivano concessi solo a “persone referenziate”. A prescindere dal metodo di selezione, sul quale si potrebbe aprire un altro confronto, la lettura di questa notizia mi ha sollecitato una domanda: chi sono le “persone referenziate” che affollano un mondo culturale sempre più alieno e infrequentabile.


Credo esistano almeno tre Gradi di Separazione che distinguono i frequentatori di questo mondo.

Coloro che nascono in famiglie da sempre a contatto con il “mondo dell'arte e della cultura” inteso in senso lato. Queste persone non troveranno certo difficoltà nel loro procedere verso luoghi ad altri “proibiti” o raggiungibili solo attraverso pesanti fatiche e pratiche infernali. Prescindendo dalla preparazione e bravura, fanno parte di un sistema elitario loro malgrado, conoscono personalmente chi potrà aprir le porte, sanno a chi rivolgersi e come farlo e difficilmente aiuteranno altri ad entrare, tenendo ben stretta la chiave d'accesso.

Ci sono poi coloro che nascono comuni mortali ma da subito iniziano un percorso altro, legato alla cultura artistica contemporanea che non prevede “aperture popolari”. Per loro il cammino è comunque difficile, comunque devono armarsi di preparazione e bravura ma si muovono in una realtà ben circoscritta, che continuamente si confronta solo con sé stessa e fatica a capire e concedere dialogo a chi proviene dal mondo esterno.

Il terzo grado di separazione riguarda gli altri, coloro che sulle spalle hanno un lungo percorso di normale crescita culturale legata però all'espressione artistica popolare indipendente, nel mio caso musicale. Anni di pubblicazioni su mensili storici nazionali tutt'ora non riconosciuti come cool magazines, giornali che seppur indipendenti, ahimè non “fanno moda”. Una militanza radiofonica decennale, lunghe frequentazioni giovanili come programmatore nel circuito delle discoteche un tempo chiamate “di tendenza”, una declinazione sonora partita dal rock trasformatosi nel corso degli anni in suono elettronico e di ricerca. Una solida appartenenza ad un mondo di mezzo costruito anche sulla diffusione culturale digitale, una presenza concreta distinguibile solo da chi lo frequenta ma incredibilmente invisibile se visto da fuori, da coloro che appartengono alle realtà sopra descritte. Quando raramente avviene il contatto, la sensazione che si percepisce è quella di un'accettazione critica immersa in una sorta di paternalismo ironico che cade dall'alto, assolutamente inaccettabile per una persona con un lungo bagaglio di esperienza sulle spalle, che supera largamente il mezzo secolo di età, come lo scrivente.

Chi vive questa condizione fatica moltissimo, non dico ad imporsi ma proprio a farsi notare. All'irruenza giovanile che permetteva un faticoso, continuo e inconsapevolmente inutile tentativo di aperture verso la visibilità, si sostituisce una sorta di serena calma nella continuità di un percorso indissolubilmente legato alla passione ma che prevede lunghi periodi di 'inattività' con qualche breve licenza espressiva, quasi sempre mai pagata – e qui si dovrebbe aprire un'altra lunghissima parentesi -. Un viaggio infinito all'interno del limbo dei passionari indipendenti che raramente trovano la via della 'redenzione culturale pubblica'.

Fin qui il racconto personale che descrive però una diffusa realtà italiana nella quale vige l'estrema osservanza dei gradi di separazione. Guai a ritrovarsi soggetto autonomo, battitore Libero all'interno di una macchina culturale ben confezionata che assolutamente non ama ricevere sollecitazioni esterne, non le prevede e comprende. O sei parte dei suoi complicati ingranaggi, o sei irrimediabilmente fuori, relegato al ruolo marginale di strillone che cerca di distribuire il suo quotidiano ad un pubblico di addetti ai lavori che ne userà le pagine per pulirsi le scarpe, senza neanche tentare di leggerlo. Con questo ci si deve confrontare quotidianamente, con persone che non conoscono il termine modestia, o lo usano falsamente per nascondere la loro irrinunciabile presunzione.

Per concludere non posso che ringraziare la mia inesauribile passione, unica eroica Amica che mi permette di continuare la frequentazione di un mondo altrimenti ostico, mai riconoscente o amico. Un ingombrante universo nel quale non è consentito lo scambio alla pari, nel quale devi sempre presentare le tue referenze prima di varcare i suoi ben controllati confini.

'Cause we're lovers, and that is a fact
Yes we're lovers, and that is that …

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<![CDATA[ReadBabyRead_333_Éric_Faye_5]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #333 dell'11 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 5 di 8)


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voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Lacrime Frattali]]>

Percorro suoni, che si incrociano
in infinite scie senza fine,
un eterno divenire di piccole mutazioni,
sfumature e riflessi di eterni flussi
che lentamente scivolano giù
e goccia dopo goccia si infrangono
come lacrime frattali

 

Skit: Fractal Tears

CLFRD:  timeframe

Whisper: Where the Wild Things Are

Holly x VVV - C4C8E3

TPOCTHNK189: breathe

Quantum Optics: I'm near

Mr_Mitch: If I Wanted

Curtis Heron: we will pray for you

Nebula: Rarity

Shumno (feat. blΔnc): Swiftly

Alva Noto: Milan (for Kostas Murkudis)

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<![CDATA[Gorillaz – Humanz]]>

Gorillaz sono sempre stati un progetto piuttosto strambo. Per i primi due – notevoli – album la band virtuale di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha rappresentato qualcosa di fresco ed in parte innovativo, uno sfogo concesso all’incessante creatività del leader dei Blur allorquando il ciclo vitale di questi pareva esaurirsi per sempre. È curioso pensare che se con la sua main band non era mai riuscito a sfondare in America, coi Gorillaz il buon Damon finalmente ci riuscì. Inoltre, avere hip hop, trip hop, elettronica, rap, rock, britpop, dub e quant’altro tutti insieme nella stessa stanza era una sensazione straniante ma comunque dotata di una visione, di un’idea. Dall’ultimo lavoro The Fall, sono ormai passati sei anni, e per resuscitare 2-D, Noodle, Murdoc e Russell serviva più di un semplice pretesto tipo ‘bella rimpatriata tra amici’. Perché Humanz potesse nascere, occorreva qualcosa che fosse così penetrante e carico di significato da convincere loro due a comporre un nuovo disco e noi ad ascoltarlo.

Quando verso la fine del 2015 Albarn comincia a radunare il solito stuolo di amiz/collaboratori, per motivarli rivolge loro – l’aneddoto ci è raccontato da Pusha T ma vale per tutti – il più classico dei what if?: cosa succederebbe se accadesse, che ne so tipo a novembre 2016, qualcosa di così sconvolgente da cambiare il mondo come lo conosciamo? Come sarebbe se vincesse LUI? Di certo non sarà stato l’unico a porsi la domanda – sarà stato uno dei pochi a farsela un anno e mezzo fa – ma ora che è stato pubblicato dopo così tanto tempo il rischio è che Humanz possa finire nel calderone delle espressioni artistiche post-Trump insieme alle innumerevoli altre. Ed è un peccato perché, almeno sulla carta, dietro c’è un progetto che parte da lontano e si snoda in mille posti, tra cui Londra, Parigi, NYC, Chicago e la Jamaica. Composto per la maggior parte sull’iPod di Albarn, il quinto LP dei Gorillaz è una risposta emotiva del suo autore alla politica dei nostri giorni, la conseguenza (un po’ di pancia un po’ di cervello) di un evento inaspettato.

I brani che mordono alla gola il tema politico-sociale sono disseminati qua e là senza un preciso costrutto. Il singolo di lancio Hallelujah Money – che vanta Benjamin Clementine alla voce principale – è un notevole elettro-gospel contro il capitalismo, la Let Me Out in cui si alternano Mavis Staples e Pusha T è stata scritta durante un viaggio in treno e si snoda a ritmo di hip hop su cupe meditazioni (“Together we mourn, I’m praying for my neighbors”), mentre l’unico episodio in cui si fa riferimento esplicito a The President è in The Apprentice, forse la migliore delle bonus-track dell’edizione deluxe. Quella di tenere la figura di Trump in ombra è stata una scelta espressamente voluta da Albarn, che paga i maggiori dividendi nell’ottima Ascension, dove il poderoso flow di Vince Staples può essere piuma (“The sky’s falling baby, drop that ass ‘fore it crash!”) o ferro (“This is the land of the free […] Where you can live your dreams long as you don’t look like me. Be a puppet on a string, hanging from a fucking tree”) senza soluzione di continuità.

Humanz, vale la pena ricordarlo, è stato presentato come un party-album, un disco da club. Analizzandolo da quest’ottica, se Saturn Barz – impreziosito dalla geniale performance auto-tunizzata di Popcaan – fa da apripista, l’elementare Charger – che resuscita l’altrettanto giamaicana Grace Jones (!) in duetto con il ‘vecchio’ 2-D – si addentra decisamente nell’intimità notturna (“I am the ghost. I’m the soul. I’m gonna take you for a ride. No antennas”) ma è Andromeda a cristallizare alla perfezione le atmosfere del vecchio nightclub di Colchester in cui si suonava il soul. Qui Damon, insieme a D.R.A.M. (e ai cori di Roses Gabor), ci invita nei suoi ricordi adolescenziali in pieno mood Billie Jean e dà vita, con la successiva Busted And Blue, all’unico e vero ‘momento Albarn’ dell’album. Dagli inizi, l’ingombro del songwriter si è via via affievolito, finendo per relegarlo quasi solo a mero accompagnatore, lontano dal faro illuminante cui eravamo abituati. La contraddizione che si è andata creando dà come risultato il non capire più se i Gorillaz sono al meglio quando Albarn c’è o quando non c’è, e tutto ciò si ripercuote anche sul resto. Tipo che alla fin fine, per essere un qualcosa di ballabile, di dance qui c’è solo Sex Murder Party, un pezzo house sì nobilitato da Jamie Principle e Zebra Katz ma di certo non memorabile.

Dunque se lo schema teorico di partenza è lo stesso di sempre – scenario apocalittico imminente dipinto da un narratore di ritorno da un futuro oscuro e distopico – quello reale ricalca la tradizione fatta di ospitate e collaborazioni con qualche problema in più nell’amalgama e nell’equilibrio della formula. Ciò fa inevitabilmente di Humanz più una playlist (o mixtape) che un concept vero e proprio. Si vive di episodi, alcuni come Submission – con Danny BrownKelela e la chitarra di Graham Coxon – sono per forza migliori di altri, soprattutto quelli che non riescono a sfruttare in pieno il loro potenziale. È il caso di Momentz, dove De La Soul, Jean-Michel Jarre (!) ai synth e pure quell’Azekel che avevamo apprezzato coi Massive Attack sono così sottoutilizzati da far venire le lacrime agli occhi pensando a quello che sarebbe potuto essere e invece no.

Purtroppo non sono pochi i brani trascurabili (tra cui StrobeliteCarnival o She’s My Collar) tuttavia vengono ampiamente compensati da una produzione impeccabile, frutto anche del lavoro di The Twilite Tone of D/\P, Remi Kabaka Jr. e Fraser T. Smith. Insieme ad Albarn confezionano un prodotto che tutto sommato funziona (ottima la scelta di seminare lo Humanz Choir ovunque) nonostante l’eccessiva lunghezza (gli intermezzi narrati da un Ben Mendelsohn a metà tra il Pope di Animal Kingdom ed il Krennic di Rogue One può essere spassoso quanto noioso) e che si conclude in gran bellezza coi 2 minuti e poco più di We Got The Power. Nel synth-punk che tira giù il sipario si respira l’aria dei bei tempi andati che furono, con tutte le cose al posto giusto: la vivacità di Jehnny Beth, la classe di Jarre ed il duetto tra Albarn e quello furbo dei Gallagher a mettere il fiocco ad un ventennio ormai quasi dimenticato...continua su Vinylistics

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<![CDATA[ReadBabyRead_332_Éric_Faye_4]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #332 del 4 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 4 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Perso nel pensiero]]>

per sopportare l'assurdità
di questo mondo malato,
per fuggire dal rancore
di chi mi sta attorno,
mi immergo nel suono
e mi perdo totalmente nel pensiero

 

Elyon: Lost In Thoughts

Annie Smart: Blow Me a Kiss (Tru.anT Edit)

Vacant & Sorrow: Requiem

Sorrow : My Love (Spheriá's Rework Version)

Dark_Sky: Angels

Giz: Worlds Within Us

Pensee: Laguna

Gaussian Curve: Ceremony

Clem Leek: The Breeze

Dreissk: Near The Shore

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<![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]>

Ho avuto modo di vederli, vederli e ascoltarli. Li ho accolti con il cuore libero da ricordi, ricordi per me fondamentali, vitali come i ricordi che appartengono al periodo più veloce della tua vita a cavallo tra i '70 e gli '80. Li chiamavo per nome, i miei cantautori preferiti. Divoravo i loro dischi, cantavo a memoria tutti i loro testi, parole che erano le mie e quelle di una generazione che molto aveva da dire e molto ha fatto per dirlo. Ho avuto modo di vederli, ora, i “nuovi cantautori”. Li ho visti dietro i loro nomi, sempre più arditi e giocosamente cool, appiattiti al limite della triste resa immaginativa. Li ho visti intonare una canzone, mettere assieme degli accordi, tentare una recita di liriche per me aliene. Ho visto la loro spavalda pochezza, vestita di vuota convinzione poetica e inascoltabile superbia pseudo-sociale. Eccomi quindi testimone della decadenza intimista italiana di ultima generazione, un diluvio del nulla che genera vuoto assoluto e crea irresistibile voglia di passato, anche in chi se lo è lasciato alle spalle e corre veloce verso l'oltre.

Nulla di nostalgico ben s'intenda! Ad ognuno la sua stagione, oggi vuota e muta, un tempo viva e straripante.

Nulla di nostalgico, dicevo, anzi. Le celebrazioni d'antan hanno sempre portato con loro disastri come le reunion o le riapparizioni che solo tristezza sanno donare. Quella stagione ha segnato tutti, tutti abbiamo perso qualcosa. Il nostro sguardo si perde spesso nel vuoto e le costole ancora dolgono per le batoste ricevute. Comunque però si canta, a volte lo si fa con fierezza a fianco di chi non c'è più, a volte con chi porta lo stesso nome ma continua a calpestare le assi dei palchi portandosi dentro il grande freddo e il calore di una poesia lucida e incredibilmente attuale.

Claudio Lolli torna con un suo ennesimo album completamente autoprodotto grazie alla raccolta fondi tramite crwodfounding. Torna e rinnova quella magia che mai ha abbandonato l'ascolto dei suoi lavori.

      

Ora lo spazio è pieno, direbbe qualcuno. I testi si riappropriano del loro ruolo, la poesia riesplode finalmente libera. Niente mode insulse, niente gratuito e ignorante nichilismo ma 'semplici' testi che riescono, come un tempo, a rapire l'attenzione.

Non discutere più di niente
i biglietti sono già pagati
le valigie chiuse da qualche parte
con quegli stracci dimenticati

Con quella vita da dimenticare
persa nel sole di un povero mare
e pensare che ci avevo creduto
io, il solo che parla in un cinema muto

E non importa se è un gioco di carte
oppure un racconto fantascientifico
ma in questo mondo io sono
un prigioniero politico

Pensa le strade le risonanze
gli autobus fermi e il futuro meccanico
pensati nuda quando piangevi
solo davanti a un mio “ciao” malinconico

E pensaci insieme nel caldo del tempo
stretti negli occhi e risate magnifiche
pensaci lì tra la Russia e l’America
la gioventù che pescava i suoi numeri

E non importa la luce negli angeli
né la bellezza di un sorriso equivoco
ma nei tuoi occhi io ero
un prigioniero politico

E poi la storia lancia ossi di seppia
e pagliacci che recitano nel seminterrato
ma anche lei ha bisogno di nebbia
e soprattutto di riprendere fiato

La vecchiaia è una tassa impagabile
e la poesia l’accompagna lontano
poi le sorelle camminano sempre
e le sorelle si danno la mano

Ma non è chiaro se è rosso il futuro
o se è il passato che si finge pacifico
ma a questo punto io mi dichiaro
un prigioniero politico

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“Il Grande Freddo” è questo, uno splendido libro di poesia contemporanea ed intimista, questa si veramente intimista! scritto da di chi sa come raccontare un vissuto a cavallo tra il cuore e la passione, tra il privato e il pubblico, un percorso comune a molti di noi. Un lavoro che punta sulle parole con arrangiamenti che sostengono la voce e raramente prendono la scena, se non per le note di un sax che difficilmente si può dimenticare.

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link utili:

http://www.sem.gte.it/claudiololli/

http://www.associazionemusicalbox.com/claudio-lolli.html

https://www.facebook.com/Lolli.Claudio.Bologna/

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<![CDATA[“Take five, Jazz & dintorni” del 27 aprile 2017]]>

Come dicevo la settimana scorsa, la genesi di una puntata può prendere spunto da qualsiasi cosa, anche da un imprevisto. Questa serata prevedeva uno speciale su Thelonious Monk del quale quest'anno si ricorda il centesimo anniversario della nascita. L'ospite previsto per questa occasione all'ultimo momento non ha potuto partecipare così abbiamo deciso insieme di rinviare la cosa. E allora, la porzione di serata che volevo dedicare all'evento musicale padovano del 7 maggio prossimo, il concerto del celeberrimo grande artista brasiliano Caetano Veloso, è diventato occasione per dedicare l'intera puntata al cosiddetto "Jazz Brasileiro". Come si sa, il Brasile, fra le tante musiche che produce, non ha certamente il Jazz ma molti suoi artisti mescolano quelle proprie (mpb, bossa, xaxado, maracatu, choro) con quest'ultimo per produrre un qualcosa di peculiare, oltre che - secondo modo di intendere il  "Jazz Brasiliano" - a rileggere semplicemente il repertorio tipico Nord Americano. Un terzo modo di spiegare cosa potrebbe essere il "Jazz Brasiliano" sarebbe quello di constatare il simile percorso che i neri schiavizzati hanno compiuto nel Nord (USA) per arrivare alla produzione di un genere ex-novo come ilblues, poi Jazz, e, semplificando, quello che gli stessi deportati al Sud (Brasile) hanno compiuto per arrivare per esempio allo "choro" una specie di “blues brasiliano”, diventato, cresciuto, mutato poi in altro. Ecco che il “Jazz Brasiliano” sarebbe la musica strumentale (Musica Instrumental) brasiliana che, per esempio, rilegge le pagine dei più importanti autori nazionali come si fa in Nord America con le "songs". Ne parleremo sicuramente nella prossima riapertura del programma "Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal  Brasile" che tornerà nella sua abituale antica collocazione del giovedì sera alle 21:30 con Juliano Peruzy e Ligia França che intanto, giovedì prossimo, in una specie di anteprima del programma, festeggeranno l'arrivo di Caetano Veloso, che quest'anno viene assieme alla sambista Teresa Cristina, ascoltando dalle 23:00 alcune loro musiche all'interno di questo programma, "Take Five Jazz & dintorni", e regalando anche alcuni biglietti per il concerto del 7 maggio al Geox di Padova. In studio anche Sergio Cossu e Maurizio Camardi che, per la parte più specificatamente Jazz, presenteranno un loro nuovo cd.  Buon International Jazz Day.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. night and day (C. Porter) – Vitor Assis Brasil Quarteto – Pedrinho (emi) - 1980

03. Manhattan style (Dudu de Fonseca) – Trio da Paz – Brazil from the inside (concorde jazz) - 1992

04. ponteio (Edu Lobo) – Ulisses Rocha – moleque (malandro rec.) - 1998

05. manha de carnaval (Luis Bonfa/Antonio Maria) – Claudio Celso – Claudio Celso & popfunkjazzfusionbrasil - 2012

06. autumn in N.Y. (V. Duke) – Yuri Popoff – show todos nos somos ao vivo - 2017

07. aguas de março (A.C. Jobim) – Carlos Malta – pimenta (indip.) - 2000

08. variaçoes sobre o hino nacional – Paulo Moura – hino nacional (rioarte) – 1998

09. eu sei que vou ti amar (A.C. Jobim/V. De Moraes) – Nico Assumpçao/Nelson Faria/Lincoln Cheib Trio – tres three (indip.) - 2001

10. eightyone(R.Carter)/esp-orbit (W.Shorter) – Carlos Ezequiel – live in Sao Paulo - 2013

11. vou me pirultar (Jorge Ben Jor) – Heraldo do Monte – o violao de Heraldo do Monte (London rec.) - 1970

12. chorando baixinho (Abel Ferreira) – Paulo Moura/Raphael Rabello – dois irmaos (caju music) - 1992

13. alone – Brazilian Jazz Quartet – coffee and jazz (columbia)  - 1958

14. gatuno (Itacyr Bocato jr.) – Vera Figueiredo – live Instrumental Sesc Brasil 2014

15. caravan (J.Tizol/D.Ellington) – Jo Soares e o Sexteto – Jo Soares e o Sexteto (globo/columbia) - 2000

16. senor blues (H. Silver) – Ari Borger 4et – AB4 (st2 rec.) - 2007

17. organ groove (A. Borger) – Ari Borger 4et – backyard jam (grv discos) - 2010

18. in a sentimental mood (D. Ellington) – Claudio Roditi – samba Manhattan style (reservoir rec.) - 1995

19. Corcovado (A.C. Jobim/V. de Moraes) – Zimbo Trio – caminhos cruzados: Zimbo Trio interpreta Jobim (moviplay gold)  - 1995

20. a ra (Joao Donato/Caetano Veloso) – Eliane Elias – Bossanova stories (blue note)  - 2008

21. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]>

Vite aggrappate ad una realtà vuota, anonima. Uno stanzone asettico sulla cima di un grattacielo che domina un'umanità resa schiava dal controllo assoluto sulle proprie vite. Nella stanza si aggira una donna, tra sedie in plastica e distributori automatici di numeri, nel vuoto totale dell'attesa. Vicino, in un'altra stanza, il controllore. Un ragazzo che spia la vita altrui e la valuta. Due solitudini che forse si incontreranno, forse riusciranno a sopravvivere nel sottovuoto vitale, forse useranno la poesia per abbattere la fredda determinazione tirannica. Teatro, danza e musica, quella composta da Teho Teardo per questo nuovo dramma firmato Enda Walsh. Una collaborazione nata con Ballyturk nel 2014 e proseguita con Arlington, il nuovo dramma che debutta a New York in questi giorni.

Il suono di Teardo ci accoglie come sempre acquattato, nascosto nell'angolo più oscuro del nostro ascolto. Si fa intravvedere ma lentamente, molto lentamente. Scivola verso di noi con la sapiente eleganza del mago che sa dosare lo stupore in chi lo guarda. Oramai conosci il tocco, l'andamento ondivago, ipnotico del suono. Attendi solo il suo classico stacco finale, il momento nel quale il puro silenzio irrompe, ed è lì che ti getti a capofitto e cadi. Cadi dentro le immagini che via via ti suggerisce, le suggestione che riesce a richiamare, la grave potenza del suo lieve tocco classico volutamente e amorevolmente contaminato di splendida poetica contemporanea.

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Pur non avendo visto le due anime vagare sul palco riesci a percepire la loro tensione, il drammatico gioco che le unisce, l'incredibile danza di respiri e sguardi che forse le unirà. Il mestiere dell'attore si trasforma in arte poetica così come il suono di Teardo che commuove, fitto com'è di sentimento vero, udibile, concreto.

E' sempre più complicato ascoltare, di questi tempi. Si fatica notevolmente nel trovare produzioni che possano soddisfare un'antica e nobile esigenza, nata con il vinile e mai sopita. Teardo è uno dei pochi che permettono il salto indietro nel tempo, quando ci si alzava più e più volte dalla sedia, mai stanchi nello spostare nuovamente il braccio del giradischi sul primo solco di un disco già ascoltato decine e decine di volte.


Arlington è disponibile dal 28 Aprile solo attraverso download digitale su iTunes.

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<![CDATA[Festa di primavera * music, food & culture *]]>

Sabato 6 maggio dalle ore 17:00

Cso DjangoVia Daniele Monterumici 11, 31100 Treviso

Festa di primavera * music, food & culture *

Ottodix in concerto

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Il 6 maggio al CS Django sarà una grande festa!
Si comincia dal pomeriggio, con l'aperitivo musicale gentilmente offerto daLe Ombre di Rosso
A seguire la presentazione del libro "La stanza profonda" di Vanni Santoni, già autore di "Muro di casse": Ambientato tra i giocatori di ruolo, traccia la storia di questo medium raccontando al contempo vent'anni di vita, gioco e conflitti di un gruppo di giocatori di provincia, e quindi la dissipazione della provincia stessa, arrivando a toccare anche temi filosoficamente complessi come la natura della realtà in un mondo in via di virtualizzazione.


In serata siamo lieti di ospitare sul nostro palco OTTODIX, che presenterà il suo nuovo disco, Micromega:
Ottodix è uno dei più longevi progetti di wave elettronica e cantautorato italiano, omaggiato nel 2014 da artisti vari nella compilation "Remakes Ottodix".
Ha inoltre pubblicato, collaborato e condiviso palchi con Madaski (Africa Unite), DeltaV, Garbo, Baustelle, Boosta(Subsonica), la Crus, Meg, Krisma/Battiato, Sigue Sigue Sputnik, Max Gazzè, Malika Ayane e molti altri.

Il concept di "Micromega" darà vita a una serie di mostre, a un complesso spettacolo live con elettronica e quartetto d'archi e a una innovativa piattaforma-player digitale ricca di contenuti e di collaborazioni importanti.
Zannier come artista visivo esposto in personali e collettive, anche con artisti di prima grandezza a livello mondiale, come Ai Wei Wei, Maurizio Cattelan e Michelangelo Pistoletto.

Un concerto che vedrà la band esibirsi con percussioni, tastiere, chitarra e voce e proiezioni su schermo circolare di contenuti tra arte scienza ispirati al micro e macro cosmo, temi in cui si sviluppano le canzoni del nuovo album.
Ottodix (voce) è on stage con: Mauro Franceschini, Giovanni Landolina e Loris Sovernigo.

Don't miss it!!!!

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<![CDATA[Diserzioni #book: Derive o approdi?]]>

Andrea De Rocco è uno storico conduttore di Radio Sherwood e uno dei nostri redattori più attivi. In occasione della pubblicazione del libro che porta il nome della sua trasmissione abbiamo deciso fare una chiacchierata assieme a lui e di condividerla con voi.

 

Per iniziare ed evitare preamboli, una classica domanda. Come è nata l’idea di questo libro?

Diserzioni innanzi tutto è una trasmissione radiofonica in onda ininterrottamente dal 1989 che si occupa di nuovi suoni elettronici, e che attraverso il suono cerca di leggere il mondo attuale e contemporaneamente cerca vie di fuga, stimoli per danze neurali. L’avvento della comunicazione 2.0 ha permesso di andare oltre la comunicazione prettamente radiofonica (che continua ad esistere) sfruttando le potenzialità che oggi ci offre la rete. “Diserzioni” ad esempio è diventata anche un blog all’interno del portale sherwood.it dove cercare di raccontare il suono proposto, narrare le tempeste e gli arcobaleni di questi naufragi nell'oceano di suono. Questo volume è una raccolta di riflessioni sul mondo sonoro che ogni settimana viene indagato all’interno della trasmissione. Originalmente pubblicati su sherwood.it (dal 2011 al 2016).

Nel libro, infatti, si parla molto di radio. Qualche anno fa Radio Sherwood ha abbandonato l’FM per passare esclusivamente al web. Come è fare radio oggi?

La radio negli ultimi anni è molto cambiata: quando ho iniziato c'erano le onde musicali da seguire, si distingueva facilmente chi faceva musica commerciale e chi seguiva la musica indipendente. Le trasmissioni che si occupavano di musica indipendente erano chiamate "specializzate" e tra conduttori e ascoltatori di quest'ultime ci si riconosceva come tra creature simili. La musica era un tratto identificativo, le onde collettive facevano in modo che riconoscersi attraverso la musica ascoltata fosse molto più attrattivo che riconoscersi in base alla provenienza geografica o alla squadra di calcio tifata. Io, per esempio, sono cresciuto ascoltando Nocturnal Emission ideata e condotta da Mirco Salvadori (autore della prefazione del libro) e Massimo Caner, trasmissione che qui in Veneto negli anni ‘80 ha formato un’intera generazione di wavers.   Ora non esistono più le onde musicali, non c'è la new wave e nemmeno la no wave perché l'onda è il mondo sonoro stesso, un mare burrascoso e senza fine. Tutto si è fatto più ricco, ma anche molto più complesso e difficile da decifrare. Una trasmissione radio per essere interessante non basta più che segua un’onda musicale, anche perché non sarebbe possibile, ma deve, a mio avviso, disegnare mappe o meglio indicare scie dove più dolce la deriva nell'oceano di suono attuale, deve rendere il naufragio intrigante. Per rendere felice ciò che sembra disperato bisogna accantonare le convinzioni del passato e portare la propria passione nell’indecifrabile mondo sonoro attuale, lasciare i facili approdi e non aver paura di andare alla deriva.

“Diserzioni” sembra un insieme di istantanee, di pensieri scritti mentre il suono vaga nella notte, di intimità condivise ...

Sono parole scritte spontaneamente, nate per lo più dall’indagine che per anni ho fatto nel compilare le playlist della trasmissione. Alla ricerca sempre e comunque dei suoni a me più congeniali nell’underground più oscuro. Forse agli estranei a queste sonorità, me ne rendo conto, queste parole possono stravolgere ogni logica razionale di comprensione perché non c’è narrazione bensì una sorta di monologo interiore fatto di piccoli stupori, di scatti e distrazioni, di associazioni libere; allo stesso modo dei suoni che racconta, in questo libro le parole a volte balbettano, si ripetono, a volte sembra di guardare delle GIF animante o dei loop video. Ma le parole come il suono creano un’atmosfera, o almeno lo spero.

Tanti parlano di fine della musica e della sua forza nella formazione della cultura giovanile. Cosa pensi a proposito?

L’avvento della musica liquida sembra aver rafforzato il senso d’impotenza rispetto alla storia e ai grandi eventi collettivi alimentando questa ribellione “da cameretta” o “isolazionista” segnata da una profonda sfiducia nella società e nella politica. Nonostante tutto questo, nonostante la morte dell’autore, la fine della visione romantica dell’artista come genio, il rifiuto dell’aspirazione totalizzante, mai come oggi si produce tanta musica. E spesso nel non luogo chiamata rete si condividono intenti e suoni, tanto che si formano dei collettivi virtuali. In Russia ad esempio c’ è una scena underground molto attiva non solo nel web, ma anche nei club che rivendica diritto di espressione, soprattutto in ambito LGBT. Stessa cosa sta avvenendo in alcuni paesi del medio oriente. Il problema è come porsi di fronte a cambiamenti epocali nel modo di usufruire e produrre musica, come raccontarli e come dare visibilità alle produzioni più interessanti.

E dovendo dare dei consigli per gli ascolti?

Non mi sento di dare dei consigli ma solo di mettere alcune boe di segnalazione in questo oceano sonoro, lo faccio ogni settimana dalla mia trasmissione e alcune boe le faccio galleggiare anche all’interno del libro. Sperando siano utili per cominciare un viaggio, sapendo che le bussole oggi servono a poco, ma ricordando anche che se si resta ancorati al passato la scoperta di mondi nuovi viene preclusa per sempre.

In appendice ci sono alcune pagine dedicate alla tua terra, il basso Piave. Come mai questa scelta in un libro che parla di musica?

Come dicevo all’inizio di questa chiacchierata attraverso il suono cerco di leggere il mondo. Il mio mondo è questo spicchio di Veneto dove vivo, terra di acqua, di bonifica, di fiumi e canali che diventano di grande attualità solo nelle emergenze. Pochi si accorgono che con questi elementi abbiamo un rapporto quotidiano, intimo e che proprio nella negazione di questo rapporto stanno le vere cause delle catastrofi, della perdita di identità, del continuo degrado del paesaggio, inteso nella sua dimensione relazionale tra uomo e territorio. Ho dedicato molto tempo ed energie nei comitati ambientali del basso piave perché credo che sia decisivo occuparsi del posto in cui si vive sia dal punto di vista ambientale che da quello culturale.

Dove si può trovare il tuo libro?

La versione cartacea del libro è pubblicato da Lulu.com e si può acquistare in rete – su Amazon.com, su BarnesandNoble.com, Mondadori e su altri siti di vendita al dettaglio online. Inoltre, il lavoro è inserito tra i titoli di Ingram Book Company e può essere ordinato, quindi, nelle librerie tradizionali. Se invece preferite la versione digitale trovate il pdf proprio qui a fianco, nella colonna risorse dell’articolo. Dulcis in fundo lo troverete allo Sherwood Festival, naturalmente.

Per concludere si può dire che "Diserzioni" racconta più di derive che di approdi musicali.

Direi proprio di sì.

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<![CDATA[Kendrick Lamar – DAMN.]]>

Facciamo così, io eviterei direttamente la parte in cui scrivo il recap per quelli che sono arrivati solo alla fine, e confido che, visto che lo conosce anche mia madre, ormai tutti sappiano chi sia Kendrick Lamar Duckworth. Andiamo dritti al punto: il 23 marzo scorso, l’MC di Compton pubblica il brano The Heart Part 4 in cui ad un certo punto dichiara Y’all got ‘til April the 7th to get y’all shit together”. Poi quel giorno arriva ma porta con sé soltanto l’annuncio che il quarto album in studio, DAMN., sarebbe uscito una settimana dopo, di Venerdì Santo. Non una coincidenza. Da lì in avanti, l’internet è già bruciato una decina di volte, il singolo HUMBLE. è arrivato al n°2 di Billboard, Drake ha visto la sua ‘season’ finire ancora prima di iniziare e, se ce ne fosse ancora bisogno, abbiamo capito con certezza chi sia il più grande rapper sul pianeta Terra.

Registrato in vari studi a Hollywood, Santa Monica e New York, DAMN. è stato pubblicato via TDE, Aftermath e Interscope e co-prodotto da una sfilza impressionante di collaboratori che elencherò di volta in volta, tra cui vale la pena citare Dr. Dre come produttore esecutivo e collegamento nemmeno troppo ideale col rap degli anni ’90. Come per i due ultimi dischi, Vlad Sepetov si è occupato della cover definita ‘carica ed abrasiva’, in questo già emblematica di quello che ci aspetta nei 55 minuti successivi.

L’introduzione di BLOOD. ci sbatte subito molto realisticamente in faccia la filosofica questione dell’eccellenza nera soffocata dal razzismo istituzionale e dalla brutalità della polizia americana. In mezzo ai violini ed al contributo vocale di Bēkon (alias Daniel ‘Danny Keyz’ Tannenbaum) – che produce la track insieme ad Anthony ‘Top Dawg’ Tiffith – Eric Bolling e Kimberly Guilfoyle di Fox News si esibiscono in un grottesco commento all’esibizione di Lamar ai Grammy del 2016. Quel “I don’t like it”, il consapevole rovesciamento di ciò che quel momento ha significato, sono parole tanto scellerate quanto invece è determinante la riflessione sul senso che abbia, oggi, essere ancora buoni in un mondo irrimediabilmente cattivo. Il colpo di pistola che riecheggia segna simbolicamente lo strappo del velo illusorio che avvolge le nostre vite, che ci impedisce di vedere la vera realtà delle cose. In questo percorso di illuminazione, King Kenny non ci porta per mano ma ci spinge letteralmente nell’abisso della successiva DNA., un pezzo che colpisce e fa male, in cui sulle onde di un flow micidiale, rivendica la sua discendenza nera (I got loyalty, got royalty inside my DNA” ) di fronte ai deliri dell’anchorman della Fox Geraldo Riviera e della sua idea che per i giovani afroamericani il rap abbia prodotto più danni del razzismo. E non inganni l’ironia con cui K-Dot decanta le lodi della sua gente (Sex, money, murder – our DNA”): in un assalto frontale come questo non c’è tempo per respirare, figurarsi per ridere.

Tuttavia restringere il discorso alla Black Nation sarebbe colpevolmente riduttivo. Quello che gigioneggia nel languido r&b di YAH. è un uomo che si innalza sulla famiglia e sulla razza (“Fox News wanna use my name for percentage, somebody tell Geraldo this nigga got ambition”) entrando diretto nella sfera religiosa, definendosi israelita e quindi redentore dei soppressi di tutte le epoche e di tutte le nazioni. L’urgenza che esprime ogni minuto di DAMN. è dunque il riflesso di una duplice esigenza. Da un lato, quella di smarcarsi dall’aura trascendente in cui l’avevamo lasciato dopo To Pimp A Butterfly, per cui ora abbiamo un lavoro estremamente più diretto e meno influenzato dal jazz e dalla strumentazione tradizionale suonata dal vivo, mentre rientrano beat lineari, samples e TR-808. Dall’altro, la delusione di chi è arrivato in cima alla montagna più alta, oltre le nuvole, solo per accorgersi di essere tremendamente solo.“Last LP I tried to lift the black artists, but it’s a difference between black artists and wack artists” è l’epigrafe incisa a fuoco su ELEMENT. e su buona parte del disco, l’esatto momento in cui il californiano si riappropria degli stilemi del rap/hip hop tradizionale (If I gotta slap a pussy-ass nigga, I’ma make it look sexy”). Nel brano in cui collaborano Sounwave, James Blake e Ricci Riera (più l’intro di Kid Capri), Kendrick, attraverso gli spazi lasciati vuoti dal piano e dalla drum machine, rinnova la sfida di Heart Part 4 rivolta ai suoi più autorevoli rivali ed in fondo anche a se stesso. Sfida che nell’ormai già classica HUMBLE. – su cui c’è ben poco altro da aggiungere che non sia già stato scritto – raggiunge un’incisività ed una precisione chirurgica senza eguali, merito anche del lavoro di Mike Will Made It, vero valore aggiunto di questo album.

Il producer di Atlanta è anche l’eminenza grigia dietro al miracolo di XXX. ed alla chiacchierata collaborazione con gli U2 che tanto ha, giustamente, spaventato l’umanità. In realtà, insieme a DNA. e HUMBLE.XXX. – oltre ad essere esempio di produzione virtuosa per come riesca ad integrare le varie parti con naturalezza – esprime il potere della semplicità come rinnovato mezzo per veicolare l’immane talento del rapper di Compton. Una semplicità più a livello mentale che tecnico – perché poi, dopo ripetuti ascolti, si percepisce quanto lavoro ci sia sotto anche solo per dare quest’idea in apparenza – ma che permette di gestire le guest-star senza snaturare nessuno dei protagonisti. In LOYALTY. è Rihanna (nel ruolo di Bad gyal RiRi) a duettare con Lamar (nel ruolo di Kung Fu Kenny) – con Terrace MartinDj Dahi e Kuk Harrell a fare da preziosissimi ornamenti – in un pezzo che parla del difficile rapporto tra la fede ed il denaro, e che inonderà le radio nella prossima estate. Nella ballad poppy LOVE. la voce femminea di Zacari Pacaldo porta il brano verso un curioso incrocio new wave tra pop ed hip hop, in territorio quasi drakeiano, mentre nella melliflua LUST. Lamar si riprende la scena con l’incredibile versatilità vocale che la natura gli ha donato, accompagnato da mr. Kamasi Washington agli archi, Kaytranada e Rat Boy alle voci ed i Badbadnotgood dietro al mixer.

L’errore da evitare, che a conti fatti sarebbe stato un peccato imperdonabile, era quello di scavare ancora di più nella mitologia (musicale ed ideologica) di TPAB, dopo che già la compilation untitled unmastered. aveva detto tutto quello che c’era da dire. DAMN. non è super politicizzato come il capolavoro del 2015, né così melodico come Good Kid, M.A.A.D City (di cui possiamo dire sia il seguito ideale), ma in alcuni dei suoi episodi migliori è una sintesi dei suddetti. FEEL., sostenuta dal basso di Thundercat, è un abbagliante flusso di coscienza (“The world is ending, I’m done pretendin’. And fuck you if you get offended, I feel like friends been overrated, I feel like the family been fakin”) in cui l’autore riversa le sue meditazioni sull’isolamento dovuto al successo di cui parlavamo sopra. Dubbi che investono la sfera personale e che fanno luce su come lo stesso Kendrick Lamar non si senta più un messia ma piuttosto un martire dannato (I feel like the whole world want me to pray for ‘em, but who the fuck prayin’ for me?”). Un approccio che viene sublimato in FEAR., forse il pezzo più introverso di tutta la sua carriera, nel quale affronta la paura di chi è lasciato solo dalla sua comunità attraverso tre punti di vista differenti.

È dunque un Kendrick Lamar decisamente più spirituale ed umano quello che si affaccia in GOD., un uomo alla ricerca non tanto di Dio, quanto di quello che solitamente Dio rappresenta per le varie comunità del mondo (“This what God feels like”). Tra glitch a 8 bit e duetto con CardoGOD. è la ricerca ultima del senso del sacrificio (“Seen it all, done it all, felt pain, more. For the cause, I done poured blood on sword”) di un capo-popolo contro la sua volontà, che ora si scopre mortale. Perché pur non essendo un concept album (ed è la prima volta, almeno da Section.80), il tema della morte e della mortalità attraversa DAMN.da cima a fondo in modo inequivocabile. Se è solo accennato nella gigantesca PRIDE.(“Love’s gonna get you killed, but pride’s gonna be the death of you”) – che si riallaccia alla These Walls di Butterfly – deflagra come mille bombe atomiche che esplodono nella conclusiva DUCKWORTH.. In questo titanico finale gestito in collaborazione con 9th Wonder la classe sopraffina da storyteller di K-Dot viene declinata in un’incredibile storia su quanto il boss della TDE, l’Anthony Tiffith di cui parlavamo all’inizio, sia andato vicino ad uccidere il padre del nostro amato Kung Fu Kenny, rischiando sì di privarci della benefica esistenza di quest’ultimo, ma soprattutto realizzando un corto circuito clamoroso con lo sparo di BLOOD., cui si torna riavvolgendo il nastro di quella che paradossalmente potrebbe essere una qualunque vicenda di un qualunque uomo afroamericano (Just remember what happens on Earth stays on Earth! We’re going to put it in reverse!”) nato a Compton, California.

Diciamoci la verità, chi tra noi si sarebbe aspettato un altro passo di queste dimensioni verso la leggenda dopo TPAB?

continua su Vinylistics

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<![CDATA[ReadBabyRead_331_Éric_Faye_3]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #331 del 27 aprile 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 3 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Take Five, Jazz & dintorni” del 20 aprile 2017]]>

Volta per volta, i motivi ispiratori per la preparazione di una puntata cambiano… può essere qualsiasi cosa. Anniversari, commemorazioni, omaggi, fatti o date storiche e così via. Questa volta il motivo scatenante è stata la presenza di un’ospite, una cantante che sarebbe stata con noi per presentare il primo disco a suo nome, “I’m all smiles” (etichetta dodicilune-koinè). Ecco, appunto il suo nome, Laura, cognome Avanzolini, mi ha subito evocato un celeberrimo brano magistralmente eseguito a suo tempo, fra gli altri, da Charlie Parker, e allora è nata la voglia di proporvi tutta una serie di composizioni che avessero per titolo il nome di una donna. Quasi sempre dediche, a mogli (Galliano, Monk), sorelle (Bebo Ferra), figlie (Luigi Martinale), fidanzate, attuali o.. “decadute”, fino a personaggi di libri o film (Morricone). Ovviamente è risultata esserci una lunga lista di bei nomi ma, per quanto la puntata si sia dilungata oltre misura, questa rimane una lista per nulla esaustiva e quindi mi scuso con tutte le signore che non sono state citate in questa occasione ma che magari in un prossimo futuro potrebbero ritrovarsi in qualche altra mia trasmissione!  l’ospite è stata accolta da un bel saluto di Gregory Porter, con il suo “Hey, Laura!” e salutata alla fine della chiacchierata con la composizione di cui vi dicevo, quella che ha dato il via a tutto, nella versione del grande e famosissimo trombonista J.J.Johnson in quanto, un altro scopo della puntata era quello di alternare brani, versioni e musicisti di oggi e di ieri, nazionali e internazionali. La chiacchierata con lei, invece, oltre a conoscerla un po’, ci ha permesso anche di capire qualcosa in più del disco e della sua genesi,  nonché di ascoltarne qualche estratto. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. CARMELA (S. Bruni/S. Palomba) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

03. GISELLE (R. Galliano) – Richrrd Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

04. il valzer di SOFIA (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

05. crepescule with NELLIE (T. Monk)  - Francesco Bearzatti Tinissima 4et – Monk’n’roll (cam jazz)  - 2013

06. ADELE (B. Ferra) – Bebo Ferra Trio – voltage (abeat) - 2016

07. ANTONIA (P. Metheny) – Pat Metheny Group – secret story (geffen) - 1992

08. LULU’ e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (cam jazz) - 2016

09.  BELLA (E. Rava) – Enrico Rava/Enrico Pieranunzi//Roberto Gatto – Bella (philology) -

10. LAURIE at home (Orch. Operaia) – Orchestra Operaia – into the 80’s (via Veneto/jando) - 2016

11. hey LAURA (G. Porter) – Gregory Porter – liquid spirit (blue note) - 2013

12. all or nothing at all (A. Altman/J. Lawrence) – Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

13. preview (P. Quinichette)  - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

14. fascinating rhythm (G. & I. Gershwin) - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

15. LAURA (D. Raksin) – J.J.Johnson – JJ in person (columbia) - 1958

16. RENEE (G. Lusi) – Gianluca Lusi/Joel Holmes – loose (tosky) - 2012

17. LUIZA (A. C. Jobim) – Paulo Bellinati – Antonio Carlos Jobim for classical guitar arranged by Paulo Bellinati – mel bay book 2010

18. LUISA (T. Horta) – Pascoal Meirelles/Rubens Farias/Joao Castilho – Dubai/Lima guitar project

19. DEBORAH’s theme (E. Morricone)  - Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (cam jazz)  - 2016

20. CRISTIANA (M. Barbiero) – Odwalla – Ankara live (splasc(h)) - 2013

21. IDA LUPINO (G. Guidi)  - Giovanni Guidi/Gianluca Petrella/Louis Scalvis/Gerald Cleaver – Ida Lupino (ecm) - 2016

22. NANCY (J.V. Heusen/P. Silvers) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (ultra sound records)  - 2012

23. lullaby for BLONDIE (M. Panassoni) – Marco Panassoni 4et – happiness (alfa music) - 2014

24. GEORGIA on my mind (Carmichael/Gorrell) – Fabrizio Bosso & Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

25. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[The Jesus and Mary Chain – Damage and Joy]]>

La recensione del nuovo album dei Jesus and Mary Chain sarebbe già dovuta uscire da tempo, purtroppo per impegni personali ho dovuto rimandare fino ad ora. Ma il fatto che proprio la domenica di Pasqua sia il giorno in cui vi parlo di Damage and Joy è certamente un segno del destino. Atteso più o meno da ben 19 anni, il settimo lavoro della band scozzese alternative rock guidata dai fratelli Jim e William Reid ha suscitato lo stesso interesse che c’è stato per i recenti ritorni dei My Bloody Valentine o dei Pixies: curiosità, timore, nostalgia canaglia.

Già una decina di anni fa i Reid erano tornati a guardarsi negli occhi dopo essersi presi a pizze in faccia per una vita, tuttavia nulla di serio era uscito da quei timidi abboccamenti. Cos’è cambiato, allora? Di preciso non si sa, deve essere stato qualcosa a metà tra voglia di rimettersi in gioco ed esigenza di dare un seguito ad un storia durata sei album ma interrotta forse prematuramente. Ai due nativi di Glasgow si affiancano Brian Young alla batteria e Phil King al basso, più un terzetto di voci femminili ospiti che scopriremo più avanti. La scelta determinante, però, è stata quella di avere Martin Glover (aka Youth) come produttore e bassista occasionale. Il sound di Damage and Joy – registrato per lo più in Spagna – risulta così abbastanza ricercato e robusto da non far notare la ruggine che i fratelli coltelli si portano inevitabilmente addosso, e questa è già una mezza vittoria. Brani come War On Peace o Facing Up To The Facts pur non brillando di magia sono solide e dense, stoner-jangle con chitarre fuzzate la prima, rumorosa e (banalmente) confessionale (“I hate my brother and he hates me, that’s the way it’s supposed to be”) la seconda.

Ben sette brani su quattordici sono già stati pubblicati in altra forma, in altri anni. L’iniziale Amputation, per distacco forse il pezzo migliore in assoluto, è una ri-registrazione di quella che si chiamava Dead End Kids composta dal solo Jim; a tutti gli effetti potrebbe essere un brano indie dei ’90, sfido chiunque non lo sapesse ad accorgersi della differenza. All Things Pass era invece nella colonna sonora della serie tv Heroes con un ‘Must’ in più nel titolo ed ha conservato l’andamento motorik assicurato dalla coppia batteria/drum machine rimandando alle atmosfere di Automatic anche nei testi (“Each drug I take, it’s gonna be my last”). Ancora, le due discrete canzoni con Isobel Campbell (ex Belle And Sebastian per chi avesse poca memoria) Song For A Secret e The Two Of Usrisalgono addirittura al 2005; dello stesso anno, infine, è la conclusiva Can’t Stop The Rockdove stavolta il duetto è con Linda Fox, la sorella di William e Jim, che proprio con quest’ultimo aveva messo su il progetto Sister Vanilla.

Accanto a questo conservatorismo, che penso nessuno possa davvero biasimare fino in fondo, troviamo qualcosa di nuovo di cui i Jesus and Mary Chain vogliono parlarci, ovviamente con il loro attuale linguaggio. Non sarà super originale, ma buona parte di Damage and Joy ci tiene molto a farci sapere che il tempo è passato anche per loro, e che maturando alcuni angoli si sono smussati, per non dire ammorbiditi. Alla soglia dei sessant’anni non possono di certo essere più quelli dei concerti che durano venti minuti e che finiscono in rissa, e state certi che si drogheranno anche con moderazione evitando pure i carboidrati per cena. In quest’ottica, allora, dobbiamo guardare a momenti come Always Sad in cui la voce sconosciuta di Bernadette Denning – al secolo fidanzata di William Reid – ci accompagna in una love story agrodolce molto melodica e pop, quasi un compendio della perfetta storia finita male (“I think I’m always gonna be sad, because you’re the best I ever had”).

Il problema vero, semmai, è che se come band i Reid sono tutt’ora venerati come strambo oggetto di culto, a livello personale nessuno si interessa più realmente di loro, con la logica conclusione di farli sentire fuori luogo nella musica di oggi. A ciò, secondo me, va imputata la volontà di continuare ad apparire stronzi e provocatori, che da un lato li porta a citare una vecchia leggenda metropolitana degli anni ’90 non abbastanza dimenticata ed inutile (“I killed Kurt Cobain, I put the shot right through his brain”) nell’episodio invece forse più esplorativo ed interessante di tutti, quella Simian Split livida di batteria e graffiata dal sax; mentre dall’altro fa recitare loro “God bless America! […] the land of the free, wishing they were dead” nella luminosa ed acustica Los Feliz (Blues And Greens), dove di nuovo insieme alla sorella Linda, danno sfoggio di un nichilismo gratuito e pretestuoso. È l’essere rimasti troppo legati alla loro epoca d’oro, questa mitizzazione revivalistica delle icone discusse e discutibili che furono trent’anni fa, a rappresentare la vera zavorra di questo disco.

Perché quando si liberano delle loro pur ingombranti ombre e si lasciano affiancare da una come Sky Ferreira nell’ottima Black And Blues, una pepita d’argento a metà tra una ballata americana classica ed i Velvet Underground, riescono a tirare fuori il meglio di sé non solo come musicisti ma anche come uomini di mondo che ti prendono sottobraccio e davanti ad una birra al pub ti lasciano il loro testamento spirituale (“I don’t have nothing to give, but if I could I’d give my heartbeat”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[ReadBabyRead_330_Éric_Faye_2]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #330 del 20 aprile 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 2 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Danzando nel fumo]]>

Quante volte sono uscito
nel buio e nella nebbia.
Ascoltavo e scrutavo
l'appena percettibile vibrazione
del suono nelle cuffie
e di figure che apparivano
come danzando nel fumo

 

Actress: There’s An Angel In The Shower

Ø: Atomit

Dopplereffekt: Exponential Decay

Rautu: White Night

Module One: The Stars Will Guide

Blanck Mass: Hive Mind

Ambassadeurs: Lotus

The XX: A Violent Noise (Four Tet Remix)

SILENTNIGHT: Endless Wandering

AyyJay: Num

Speh: The Shattered

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<![CDATA[Gionata Mirai + Piero de Checchi]]>

Mercoledì 26 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Gionata Mirai + Piero de Checchi

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Per il Gran Finale di questa stagione vogliamo proporvi una cosa un po' particolare.
Ci saranno due concerti di due musicisti che fanno del chitarrismo la loro forma espressiva.
Il Fingerpicking visto da due punti di vista diversi, quello Folk di Gionata Mirai e quello Blues di Piero de Checchi.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Ma c'è di più:
> dalle 19:30 alle 21 aperitivo con buffet con i nostri spunciotti tipici;
> vuoi vincere due biglietti del tuo artista preferito di questa edizione di Sherwood Festival? Se sarai tra i primi 50 a prendere da mangiare o da bere potresti essere tu il fortunato!

Inizio live 
Piero de Checchi: ore 21.15
Gionata Mirai: ore 22.15

Ingresso: 3€
Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Gionata Mirai? Te lo presentiamo noi!



https://gionatamirai.com/

Gionata Mirai è una delle figure cardine della scena indipendente italiana. E’ il 2005 quando la sua ricerca artistica, maturata in anni di militanza in alcune formazioni mantovane, giunge allo zenit creativo con la pubblicazione di The Swindler, folgorante esordio del power trio Super Elastic Bubble Plastic, di cui è fondatore e leader. L’armamentario post hardcore in possesso della band è impressionante, tagliente e difficilmente catalogabile al punto da attirare immediatamente l’attenzione della stampa specializzata che li incorona come una delle realtà più solide e promettenti della loro generazione. Sull’onda emozionale del debut album, l’anno successivo danno alle stampe il sequel Small Rooms, che ne consolida la cifra stilistica, ampliando vertiginosamente lo spettro in cui la scrittura di Mirai e soci si muove. I Super Elastic Bubble Plastic dal vivo sono ancor più devastanti e coinvolgenti che su disco, caratteristica che li porta a calcare i più importanti palchi della penisola in un estenuante tour di quasi duecento date in due anni, tra le quasi si segnalano le partecipazioni ai principali festival nazionali come l’Heineken Jammin’ Festival, nell’edizione imolese, il Goa Boa Festival a Genova, Rock in Idro a Milano, Coca-Cola Live Festival a Civitavecchia (con i Linea77 in apertura ai Korn) e molti altri. Sono anni d’inarrestabile creatività e Mirai inizia a crescere quella che sarà la sua creatura più celebre, luminosa e disturbante. Poco dopo l’uscita di The Swindler, insieme a Pierpaolo Capovilla, Francesco “Franz” Valente e Giulio Ragno Favero, dà vita al Teatro degli Orrori, ispirato al Teatro delle Crudeltà di Antonin Artaud. Dopo un breve periodo d’incubazione, nel 2007 rilasciano Dell’Impero delle Tenebre, manifesto di bellicosi intenti tra i più crudi e ispirati che si siano mai sentiti a queste latitudini. E’ l’inizio di un’ascesa vertiginosa al gotha del rock italiano che si consacra con la pubblicazione, due anni più tardi, di A Sangue Freddo, a cui seguirà un lunghissimo tour che toccherà i palchi di tutta la penisola. Nel frattempo Mirai trova il tempo di tornare ai Super Elastic Bubble Plastic e, nel 2008, dà alle stampe l’ultimo episodio della saga, Chances, il disco della maturità per il trio mantovano, che mette in luce una straordinaria vena compositiva, tra struggenti ballad, virate pop e sperimentazione.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 13 aprile 2017]]>

Da Vivaldi ai Nirvana, abbiamo di tutto! Un bell’inizio di puntata, con ottime novità della ECM e della CAM JAZZ, ci porta poi verso l’ascolto di uno di quei casi di musicisti di una certa importanza e di indubbio valore che la Storia, almeno da questa parte del mondo, tiene un po’ in disparte, anche troppo in disparte per il valore dei personaggi, in particolare di quello che viene omaggiato sul numero attualmente in edicola del mensile Musica Jazz, una delle due più importanti voci della carta stampata che ci riguardano, insieme a Jazz.it. Parlo di Horace Parlan, che a sua volta offre lo spunto al ricordo di altri tre musicisti accomunati dallo stesso destino, Duke Person, Teddy Edward e Buck Hill, quest’ultimo scomparso di recente, il mese scorso. Curiosa la sua storia di portalettere con la passione per la musica che si permette di esordire, semiprofessionista, su disco, alla bellezza di 50 anni, nel 1978, ma con una etichetta prestigiosa e un gruppo di grandi musicisti fuori serie! Da ascoltare!  E poi una bella sequenza di novità discografiche, passando dal grande vecchio Lee Konitz a uno dei più bei dischi di latin jazz degli ultimi tempi, di Charlie Sepulveda,  fino al doppio live degli Ibrahim  Electric, disco che testimonia con circa un paio di ore di musica l’incredibile concerto di sei (6!) ore che gli stessi hanno tenuto a luglio scorso nella loro Danimarca. Giovedì prossimo avremo un’ospite, la cantante Laura Avanzolini. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. cum dederit delectis suis somnum (A. Vivaldi) – Francis Coutourier Tarkovsky 4et – nuit blanche (ecm)  - 2017

03. Asian fields (L. Sclavis) – Louis Sclavis/Dominique Pifarely/Vincent Courtois – Asian fields variations (ecm)  - 2017

04. mixed feelings (F. Casagrande) – Federico Casagrande – fast forward (cam jazz) - 2017

05. wadin’ (H. Parlan) – Horace Parlan & the Turrentine Brothers – speakin’ my piece (blue note) - 1960

06. yesterdays (J. Kern/O. Harbach) – Buch Hill 4et – this is Buck hill (steeple chase)  - 1978

07. 3 AM (D. Person) – Duke Person – tender feelin’s (blue note) - 1961

08. sunset eyes (T. Edwards) – Teddy Edwards – sunset eyes (pacific) - 1960

09. invitation (L. Konitz) – Lee Konitz/Kenny Barron 4et – frescalalto (impulse!) - 2015

10. Mr. jazz (C. Sepulveda) – Charlie Sepulveda & The Turnaround - Mr. EP (high note) - 2017

11. cannonball blues (J.R. Morton) – the Freexielanders – looking back, playing forward (rudi rec) - 2016

12. smells like teen spirit (Nirvana) – ELEW – rockjazz vol.1 (ninjazz) - 2010

13. satania our solar system (C. Graves) – Cameron Graves – planetary prince (mack avenue) - 2016

14. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Selections From A Broken Frame]]>

Perchè soffermarsi a scrivere di musica elettro-pop? Perchè voler soffrire, fissando il proprio sguardo sulla consunzione della materia a causa del tempo? Perchè insistere, struggendosi nell'attesa del miracolo che mai ci sarà. Domande che risalgono in superficie ogni volta che i tre superstiti dell'era del prodigio si rifanno sentire, annunciando quel disco magico che dovrebbe riportarli lì dove li avevamo lasciati: nel culmine nero fluorescente di un suono che apparteneva solo alle loro anime dannatamente accoglienti. Per questo si decide di soffrire, lo si fa per riconoscenza verso chi ha saputo esprimere grandiosa creatività, per chi non ha mai rinunciato alla soggettività riuscendo a piegare al proprio volere il mondo sottile, trasparentemente inutile del mainstream, senza minimamente accettare quel diffuso compromesso del riff sottobanco, della facile melodia, della resa totale all'arrangiamento facile. Per questo ancora ci si sofferma e lo si farà ogni volta, ancora e ancora. Si indosseranno le cuffie e si soffrirà sorridendo di malinconia, perché questo succede quando si ama.

Si sa, l'ironia è parte integrante del pensiero dei tre dell'Essex e non a caso, forse, il titolo del loro nuovo singolo contiene una domanda retorica che non ha bisogno di ulteriori risposte: Where's The Revolution. Non c'è più nessuna rivoluzione da frequentare, i vecchi combattenti si sono quietati dopo averne passate di tutti i colori, essersi dispersi e ritrovati, dopo aver inventato e sperimentato, riempiendo i nostri occhi e il nostro udito di canzoni uniche e irripetibili. Where's The Revolution quando non esiste più la possibilità di creare nuovi modelli culturali, prede facili della rete che subito li trasforma in esili mode del momento, tutte imbellettate e allineate sull'attenti. Where's The Revolution quando il termine stesso – rivoluzione – appartiene ad un passato musicale remoto, stretto ancora nel pugno chiuso dei nostalgici abitanti del pianeta ricordo. L'unica soluzione quindi è arrendersi sguainando per l'ultima volta la lama affilata dell'ironia, mostrandosi vecchi e incerti mimi dalle barbe posticce che gettano le bandiere allontanandosi mestamente.

Tentare di farsi piacere Spirit è facile, le barriere dell'attenzione sono abbassate ed è agevole, ma a quale prezzo? Quanto dobbiamo contrattare con noi stessi per ammettere che la strada intrapresa verso gli ascolti altri è l'unica possibile quando finalmente si decide di andarsene da questo mondo poppettaro e tutto sommato, sempre ostinatamente immobile. Dodici tracce che non serbano più il dono della pura vibrazione: Cover Me ed Eternal sanno stremare l'ascolto, Poison Heart è trip-hop riesumato e ritardatario, So Much Love è il copia incolla di A Question Of Time, anthem del 1986 che ancora mantiene intatto il suo furore, falsamente iniettato in questa nuova canzone. A seguire una serie di tracce acquistate alle bancarelle dell'usato scontato, e non mi riferisco al prezzo. Solo il singolo sa ritagliarsi un momento di vecchia e ritrovata gioia ma lo fa nella versione video, grazie all'ironia di cui sopra. Neanche i remix contenuti nel secondo cd riescono a smuovere gran che, a parte forse il mio tallone che si muove al ritmo di un inutile versione techno-minimal d'antàn di So Much Love.

Mentre devio il mio ascolto verso altri lidi meno e meglio frequentati, si affaccia però un dubbio e mi chiedo: e se i Depeche Mode avessero compreso che l'unica via per la vera comprensione dell'estetica moderna è percorribile solo con l'ironia?

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<![CDATA[La line up del concerto del 22 aprile a Pontida]]>


Sabato 22 Aprile a Pontida

Giornata dell'orgoglio antirazzista, migrante e meridionale

Eccola, è la line up del concerto!

Artisti del nord e del sud insieme per dar vita a uno spettacolo senza precedenti.

Per adesioni mail pontida22aprile@gmail.com
Evento fb 

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<![CDATA[Diserzioni: Suono solitario]]>

Da questo impetuoso mare
troppo suono giunge
al mio orecchio assorto,
però resto lo stesso in ascolto
per riconoscere nell’eccedenza
quello introspettivo e solitario
che come una sirena mi cattura

Slacker: Amen to the Lonely

The Last Fox. Penumbra

Vagrant: Morning

Rift: Alive With You

The Clue: Pulkovo Arrival

Frenchfire: three generations of slavish devotion to an unknown god.

Closeyoureyes: Effort

Lawrence English: Moribund Territories

Elegi Hvor Her Er Odselig

Shed: Xtra

Tegh and Kamyar Tavakoli: Fractal

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<![CDATA[ReadBabyRead_329_Éric_Faye_1]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #329 del 13 aprile 2017


Éric Faye
Sono il guardiano del faro


(
parte 1 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye
Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Lil'Alice]]>

Mercoledì 19 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Lil'Alice


Una passeggiata tra i campi di cotone, l'ondeggiare di una zattera sul Mississipi; sono solo un paio di suggestioni che ci ha dato Lil Alice.
Mercoledì 19 Aprile per voi!

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Lil Alice? Te la presentiamo noi!


(Lil) Alice è cresciuta nelle lande nebbiose del Nord Italia, dove il sole non splende così spesso. Si interessa alla musica dall'età di 12 anni, affezionandosi ad artisti come Jimi Hendrix, Bob Dylan, Joni Mitchell, F. Battiato, F. de Andrè, PJ Harvey, che mai più abbandonerà. Inizia a suonare i primi accordi sulla chitarra da adolescente accompagnando alcune rock'n'roll band e solo successivamente, nel 2007, si concretizza l'idea di mettere in piedi un progetto solista cantautorale. In realtà, questo progetto nasce nel cuore da molto prima e si propone come un naturale evolversi dell' essere, in una continua ricerca di uno stile personale e che segua le onde delle emozioni.

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<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]>

Mi avvicino con passo guardingo, fingo di non conoscere l'essere impalpabile che governa il mondo nel quale mi trovo. So per certo che al minimo cenno lui si volterà, cercherà i miei ricettori sensoriali e trovati, inizierà la danza circolare che pian piano avvolgerà tutte le mie difese trascinandomi tanto così, vicino alla sorgente della sua magia.                               

 Succede sempre, immancabilmente da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi lavori, nel 2009. Brock Van Wey in arte BVDUB espande nuovamente l'eco irresistibile della sue visioni, la sostanza metafisica che le compone e lo fa attraverso una delle più prestigiose labels in circolazione, l'italiana Glacial Movements che produce l'ultima possente produzione del sound artist americano: Epilogues For The End Of The Sky.

 Il suo tratto, oramai noto, ha la capacità di non stancare. Al pari di qualche misteriosa soluzione chimica, una volta assunta richiede di essere riproposta all'ascolto per un numero svariato di volte. Ad ogni assunzione i particolari si sommano ai particolari, la base ambient allarga all'infinito le sue spire accogliendo al suo interno esplosioni musicali che si dilatano e abbracciano e si mescolano in un unico codice d'ascolto che si erge maestoso al limite dello spleen e dello splendore tardo romantico. Iterazione infinita, voci in loop, echi, droni e uso massiccio di melodia, questa la riserva immaginaria che serve per raggiungere l'angolo remoto dove termina il cielo.

La traversata continua, abbandonati i cieli infiammati dal dolce languore elettronico, mi ritrovo nel vasto territorio abitato dai suoni taglienti e dolorosi di Maurizio Bianchi che occupa una side delle due che compongono questo split EP prodotto assieme ad Abul Mogard. Due mondi decisamente lontani che hanno in comune un luogo d'origine: la fabbrica. Da sempre referente sonico per MB e la sua filosofia industriale, reale luogo di vita lavorativa per Abul Mogard, abbandonato solo dopo la raggiunta pensione.

Come sempre il suono di MB ci penetra da parte a parte, non permette tregua, si irradia lucido e diretto usando i canoni della ripetitività industriale. Tutto attorno il caos di un mondo in delirio che gira vorticoso attorno al ritmo della battuta imposta dalle macchine. Danza folle, trasfigurata belle èpoque meccanica, trionfo del vuoto dell'anima schiacciata dagli ingranaggi di un'ansia che appare come Hydra, creatura che si rigenera, ferita dopo ferita

 

Tutto si placa, all'improvviso. Una dolce, gentile litania sale lenta iniziando ad avvolgermi. Abul Mogard è qui, vicino a me. Lo sento. Ascolto le amate antiche onde soniche del suo synth modulare, la soffusa melodia del Farfisa, la grazia sconfinata di un suono che non riesco ad abbandonare. Il suo gesto artistico è colmo di antica gentilezza e celata poesia, la sua musica colloquia con te, ti permette di aprire pagine di lettura intima. Con lui a fianco ti commuovi pensando ad un passato per sempre fermo nell'attimo del ricordo.

Durante questo breve viaggio ho incontrato varie tipologie di sound artists ma quello che mi attende nell'angolo più buio e metropolitano del paesaggio sonoro che sto attraversando, è forse il più misterioso e complicato da capire. Si chiama Ran Slavin, principalmente si occupa di video installazioni, ma il suono ha sempre accompagnato il suo respiro.

Digital Junkies In Strange Times è il suo ultimo lavoro, l'ennesimo per la portoghese Crònica che lo distribuisce in free download via Bandcamp. Un titolo che meglio non poteva rappresentare l'attualità di un popolo curvo sul proprio pc, totalmente assuefatto al suono che quei circuiti producono, musica che veste perfettamente la taglia di questi strani tempi. Quattro traccie che non rispondono a nessun canone di genere, sbandano volutamente tra l'ambient, il jazz, il soul, la ricerca e l'improvvisazione. Un melting pot metropolitano nel quale stranamente ci si riconosce e 'piacevolmente' ci si immerge, convinti di far parte di un mondo abitato da junkies digitali, con i motori di ricerca sempre spinti al massimo della potenza.

BVDUB – Epilogues For The end Of The Sky – Glacial Movements 2017

MB+ABUL MOGARD – Split Ep – Ecstatic 2017

RAN SLAVIN – Digital Junkies In Strange Times - Crònica2017

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 6 aprile 2017]]>

Recentemente sono giunte inaspettate alcune richieste di ascolto relative al “buon vecchio Jazz” e allora, per dare loro seguito, ho organizzato questa puntata (che capita a cavallo di una data storica per il passato di questa Radio) in modo tale da accontentare chi vuole sempre le novità più novità, chi vuole jazz fatto in Italia, chi non ne ha mai abbastanza di quello internazionale e infine chi è giustamente legato ai grandi del passato, intesi sia come protagonisti sia come brani. La grande novità della puntata è il doppio CD live di Fabrizio Bosso, star della tromba e dal jazz italico di spessore internazionale, “State of the Art”, in uscita domani 7 aprile, del quale, per averne un panorama un po’ più ampio,  ho scelto di farvi ascoltare un pezzo per ognuno dei due CD, vista la mole e la qualità della musica contenuta in questa nuova pubblicazione della Warner, che si ringrazia per la collaborazione. Sono due brani appunto del passato, come quelli che seguiranno, ma in questo caso suonati dai protagonisti originali, Bill Evans e John Coltrane rispettivamente, entrambi finiti nella classifica delle migliori ristampe del 2016 secondo il referendum del mensile “Musica Jazz” pubblicato a gennaio scorso. Poi si alterneranno nello stesso modo due serie di diversi classici suonati prima da artisti contemporanei - tra i quali spicca la sorprendente spagnola Andrea Motis, cantante giovanissima capace di interpretare lo stesso brano passando dalla voce alla tromba e da questa al sax – e poi da artisti di ieri (Art Pepper, Billie Holiday, Chet Baker…). Non manca una serie di uscite recenti e recentissime di Tuk Music, Abeat e Via Veneto Jazz, non manca il solito accenno al mio Brasile ricordando il prossimo inizio del ciclo “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” con me e Ligia França al giovedì, prima di “Take Five”, alle 21:30, e non manca un tocco di leggerezza finale con l’ascolto di due personaggi trasversali come Sting e Amy Winehouse impegnati, come tutta una lunga sequenza di altri musicisti, ad omaggiare la Luna in Jazz. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia)  - 1959

02. misty (E. Garner)  - Fabrizio Bosso – state of the art (warner) - 2017

03. there is no grater love (I. Jones)  - state of the art (warner) - 2017

04. are you all the things (B. Evans)  - re: person I knew (fantasy)  - 1981

05. a love supreme part 1 (J. Coltrane) – John Coltrane – a love supreme (impulse!) - 1964

06. Corcovado (A.C.B. Jobim) – Antonio Onorato/Franco Cerri – Antonio onorato/Franco Cerri (abeat)  - 2016

07. Gershwin suite (G. Gershwin) – Dado Moroni/Luigi Tessarollo – talking strings (abeat) - 2016

08. beautiful love (V. Young) – Guido di Leone – a lonely flower for you (abeat)  - 2016

09. sister sadie (H. Silver) – Andrea Motis – live in Barcelona

10. lullaby of birdland (G. Shearing) – Andrea Motis – live in Barcelona

11. winter moon (H. Carmichael) – Art Pepper – winter moon ((galaxy) - 1981

12. blue moon (Rodgers/Hart) – Billie Holiday – Billie Holiday sings (clef) - 1952

13. how high is the moon (N. Hamilton/M. Lewis) – Chet Baker – Chet (riverside) - 1959

14. moonlight serenade (G. Miller/M. Parish)  - Carly Simon - moonlight serenade (Columbia) - 2005

15. it’s only a paper moon (H. Arlen) – Stephane Grappelli - it’s only a paper moon (four star) - 1964

16. scritte lunari (P. D. Porta) – Paolino dalla Porta – moonlanding (tuk music)  - 2017

17. mi sei scoppiato dentro il cuore (L. Wertmuller)  - Luca Aquino/Lunaria -

18. luna rossa (De Crescenzo) – F. Zeppetella/E. Bix/G. Laurent/R. Gatto – chansons (via Veneto jazz/jando)  - 2016

19. la danza della luna (M. Trabucco) – Max Trabucco – racconti di una notte (abeat)  - 2016

20. luar do Sertao (J. Pernambuco) – Barbara Casini & Duo Taufic – terras (via Veneto jaz) - 2016

21. walking on the moon (Sting) – Sting live, jazz version

22. moon river (Mercer/Mancini) – Amy Winehouse - live

23. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia)  - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_328_Bob_Dylan_8]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #328 del 6 aprile 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 8 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Diserzioni: Voci urbane]]>

Sotto le macerie del nostro mondo
sotto cumuli di inutili parole
sotto il rumore sordo della città
disperatamente apriamo varchi
per far riemergere il pulsare vitale
di nuove sotterranee voci urbane

 

Craset: Urban Voice (glo remix)

Overtone: A Voice In The Darkness

Koa: Karma Police (Radiohead Cover)

Mihai Zăvoian: Chesten

Ferven & Clau M: Lonely Planet

Stumbleine: Emulator

enjoii: ethera

Dētatek: Ghost Dealer

Lazarus Moment: In The Glen

The Bug vs Earth: Another Planet

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<![CDATA[Kalahysteri]]>


Mercoledì 12 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Kalahysteri

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“Le tempeste costringono gli alberi a far crescere le loro radici più in profondità” diceva Dolly Parton. Kalahysteri hanno fatto propria la lezione di Dolly: con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo rivolto all'orizzonte, hanno composto 10 nuove canzoni, un viaggio che guida l'ascoltatore attraverso un universo parallelo, puntando dritto al cuore della musica pop.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Kalahysteri? Te le presentiamo noi!





Astrid Dante (Miss Chain & The Broken Heels), Elisa De Munari (Elli de Mon) e Giusi Pesenti (Dry & Dusty, Grace O'Malley Quartet) mettono tutta la loro personalità, il loro background e la loro esperienza in questa nuova avventura chiamata Kalahysteri, un neologismo che significa "bella isteria": tre donne diverse e con esperienze spesso agli antipodi, tre caratterini niente male con cui neanche il diavolo in persona vorrebbe fare un patto!

Le canzoni di Kalahysteri sono nude e crude, intriganti e suadenti, profonde e sognanti. Il loro debut album è come una paletta colori che va dal blues al power pop, dal folk al rock'n'roll, il tutto mescolato in qualcosa di veramente nuovo: 10 moderne canzoni pop suonate con gli strumenti della musica tradizionale.

Il magazine newyorkese Impose, presentando in anteprima un brano dal debut album di Kalahysteri dice: 


"Their folksy combination of voice, guitar, double bass, and percussion are a true testament to their name. Especially in “Mountain,” they meld together their more traditional instruments with a haunting harmonies, and as the song progresses, the tempo and urgency of the song picks up, creating an alluring frenzy in the listener."

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<![CDATA[Terroni Uniti Presenta “Gente Do Sud”]]>


Un collettivo di artisti che in meno di una settimana autoproduce un brano per dire no al razzismo: questo è il piccolo grande miracolo che ruota intorno alla canzone “Gente do sud”. Il brano nasce da un’idea di Massimo Jovine che, in occasione della visita dell’11 marzo a Napoli di Matteo Salvini, ha pensato di smuovere le coscienze, contrapponendo al razzismo la grande capacità della gente del Sud, quella di allargare le braccia per accogliere.

Gente do sud” è una canzone che ha preso forma in corso d’opera, man mano che gli artisti, le collaborazioni, i contributi, sono cresciuti, fino a formare un vero e proprio collettivo dal nome “Terroni Uniti”, che coinvolge ben trenta artisti che vanno dai nomi che hanno fatto la storia della musica napoletana, fino alle nuove leve come: Massimo Jovine (99 Posse), Ciccio Merolla, Enzo Gragnaniello, James Senese, O’ Zulu’ (99 Posse), Eugenio Bennato, Speaker Cenzou, Valentina Stella, Daniele Sepe, Franco Ricciardi, Dario Sansone (Foja), Valerio Jovine, M’Barka Ben Taleb, Pepp-Oh, Francesco Di Bella, Simona Boo, Tommaso Primo, Andrea Tartaglia, Tueff, Gnut, Nto’, Roberto Colella (La Maschera), Dope One, Gianni Simioli, Carmine D’Aniello (‘O Rom), Oyoshe, Djarah Akan, Joe Petrosino, Massimo De Vita, Giuseppe Spinelli, Alessandro Aspide (Jovine), Sacha Ricci (99 Posse).

L’occasione della visita di Matteo Salvini a Napoli è stata solo un pretesto per accendere il fuoco creativo degli artisti che vivono, cantano e suonano all’ombra del Vesuvio. “Gente do sud” non è una canzone di odio e il leader della lega non ne è di sicuro il protagonista. Il brano è un inno d’amore, un invito all’accoglienza che parla di solidarietà e di fratellanza. Il Mediterraneo è sempre stato crocevia di storia e cultura, Napoli stessa è una felice mescolanza di popoli e razze che ha fatto delle differenze tra gli individui, una forza. Il brano si avvale di un videoclip per la regia di Luciano Filangieri che racconta in presa diretta il clima che hanno respirato gli artisti mentre registravano la canzone.

Gente do Sud” non è solo un brano che ha messo insieme un’importante fetta di musicisti del Sud, ma è un progetto che ha unito diverse realtà imprenditoriali che operano nella città di Napoli. Etichette, studi di registrazione, professionalità diverse, scese in campo con l’unico scopo di dar vita ad un progetto importante destinato a diventare esempio per le generazioni future, un inno contro tutte le forme di razzismo, un invito a restare umani. Da tutto questo fermento è nata una compilation, formata da brani degli artisti del collettivo Terroni Uniti, i cui proventi saranno devoluti ad Alarm Phone di Watch The Med,  istituito nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti e rappresentanti della società civile in Europa e NordAfrica. Il progetto ha creato una linea telefonica diretta e autorganizzata per rifugiati in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo (https://alarmphone.org/it ).

Ecco la genesi del brano “Gente do Sud” dal racconto di Massimo Jovine.

Gente do Sud nasce da quegli incroci multipli tipici del centro antico. Qualche giorno fa scendo a prendere un caffè con mio fratello Egidio. Subito gli chiedo curioso come sta andando la costruzione della manifestazione contro Salvini. La Lega è un nostro vecchio pallino e negli ultimi anni ce ne hanno fatte talmente tante che l’idea che il segretario del partito che odia Napoli e i napoletani pensi di sfilare impunemente a Napoli per raccattare una manciata di voti, mi manda al manicomio. Egidio è ottimista. Mi spiega che la città è pronta, il clima positivo, la Lega troppo odiata per lasciare indifferenti ma mi dice anche che la partecipazione al corteo non è conseguenziale a quello che leggiamo sui social e che c’è tanto, davvero tanto da lavorare. A un certo punto, proprio mentre mi racconta dei preparativi e del resto, mi propone un'idea.

Fra ce vulesse ’na canzone”. E’ una frase buttata lì. In tanti anni mi sarà capitato un milione di volte in un milione di occasioni di sentirmi dire che ci sarebbe voluta una canzone. Ma stavolta mi fermo. Egidio ha ragione. Ognuno contro Salvini deve fare la sua parte. I napoletani devono scendere a migliaia in piazza e noi che siamo artisti dobbiamo fare una canzone. Comincio a pensare astrattamente a come e soprattutto con chi.

Ed è a questo punto che entra in scena Ciccio Merolla.

Ciccio è un vecchio amico, un fratello, uno con cui ho pensato immediatamente di condividere l’idea della canzone contro la Lega. Io ed Egidio cominciamo a parlargli dell’ipotesi. Il corteo è l’11, il tempo è pochissimo. Chiunque avrebbe detto “siete matti”. Ciccio no. Si appassiona all’istante. E’ dei nostri e in tre il progetto diventa già realtà. Per me e Ciccio è fatta. Il giorno dopo si comincia a registrare.Chiaramente coinvolgiamo subito Alessandro Aspide, l’unico che avrebbe potuto “sopportare” l’invasione degli artisti uniti contro la lega per tutto il tempo necessario a produrre il brano.

Fogli alla mano cominciamo le telefonate. I primi contributi sono quasi scontati, sono i fratelli più stretti, i compagni di avventure di una vita. Luca (Zulù), mio fratello Valerio, Simona Boo, Speaker Cenzou. Il pezzo prende forma attorno a un ritornello che ascoltiamo e canticchiamo e più lo riascoltiamo, più lo canticchiamo e più ci convince. Quello che è successo dopo è difficile da raccontare. Lo studio di Alessandro e gli altri in cui abbiamo registrato si sono trasformati nella piazza dell’underground di una città che si dimostra sempre una spanna sopra il mondo. In pochi giorni l’elenco delle collaborazioni è arrivato a contare trenta artisti. Agli astri più o meno nascenti della città: Foja, La Maschera, Gnut, Carmine ‘O Rom e ad alcuni dei più noti rapper campani si sono rapidamente aggiunti i nomi che della musica napoletana hanno fatto la storia. Eugenio Bennato, James Senese, Enzo Gragnaniello, Francesco di Bella, Daniele Sepe, Valentina Stella e tanti altri. Musicisti straordinari come i miei compagni della 99 Posse, Marco Messina e Sacha Ricci, che hanno messo a disposizione i loro strumenti per arricchire la melodia della canzone. Tanti tecnici hanno lavorato giorno e notte in una corsa contro il tempo che ha entusiasmato tutti.

In una settimana è nato un brano bellissimo in cui ognuno ha messo a disposizione della città e di tutto il sud le proprie migliori parole di solidarietà, amore e disprezzo per tutti i razzismi. E ancora di più: il progetto si è allargato fino a diventare una compilation di brani degli artisti che hanno collaborato al pezzo, i cui ricavi saranno devoluti tutti a progetti di solidarietà.

Gente do sud è Napoli che contro la Lega sceglie di restare umana.

CREDITS “GENTE DO SUD”

VALERIO JOVINE, CICCIO MEROLLA, SIMONA BOO, DJARAH AKAN, OYOSHE, VALENTINA STELLA, O' ZULU’

ANDREA TARTAGLIA, EUGENIO BENNATO, TOMMASO PRIMO, CARMINE D’ANIELLO ('O ROM), SPEAKER CENZOU, DARIO SANSONE (FOJA), M'BARKA BEN TALEB, PEPP-OH, FRANCESCO DI BELLA, DOPE ONE, ROBERTO COLELLA (LA MASCHERA), FRANCO RICCIARDI, TUEFF, GNUT, ENZO GRAGNANIELLO, NTÒ, GIANNI SIMIOLI

Musicisti:

GIUSEPPE SPINELLI (chitarra), JOE PETROSINO (mandolino), MASSIMO DE VITA (synth e flauto), DANIELE SEPE (fiati), MASSIMO JOVINE (basso), ALESSANDRO ASPIDE (basso), SACHA RICCI (synth), CICCIO MEROLLA (percussioni), JAMES SENESE (sax),

Tecnici:

ALESSANDRO ASPIDE, MARCO MESSINA (mix/additional programming), DANILO VIGORITO (mix/mastering), ANTONIO ESPOSITO, DAVIDE IANNUZZO, TONICO 70

Studi di registrazione:

BEAT BOX STUDIO, TP STUDIO, RR SOUND, KATANGA STUDIO

Compositori

MASSIMO JOVINE, CICCIO MEROLLA, ALESSANDRO ASPIDE

Direzione esecutiva

FIORITA NARDI, LUCIANO CHIRICO, DIEGO MAGNETTA, LUCA NOTTOLA, CLAUDIA FOGLIA MANZILLO, MARCO JAPPELLI, EGIDIO GIORDANO

Illustrazione:

ZEROCALCARE

Grafica

LUCA COPPOLA

Segretaria di produzione

FRANCESCA GUERRIERO

Ufficio stampa

MANUELA RAGUCCI

VIDEOCLIP

Regia: LUCIANO FILANGIERI 

Sceneggiatura: LUCA DELGADO 

Fotografia: PEPPE DE MURO

Assistente alla regia: ELIANA MANVATI 

Organizzatore: STEFANO MARIA CAPOCELLI 

Con: DALAL SULEIMAN e il piccolo CRISTIAN FILANGIERI


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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 30 marzo 2017]]>

C’è, tra le altre, un’etichetta discografica che si caratterizza per l’attenzione all’ambiente in quanto il suo fondatore, Paolo Fresu, attento lo è da tempo, attento e sensibile pure all’utilizzo delle energie rinnovabili come è noto a chi frequenta il suo celeberrimo festival estivo “Time in Jazz” che quest’anno festeggia la sua trentesima edizione! Come ormai consuetudine, dall’8 di agosto, a Berchidda, il suo paese sassarese natale, si suonerà in una miriade di posti diversi e inconsueti come chiese, campagne, piazze, rive di fiumi, ecc. L’etichetta è la Tuk Music, principale protagonista di questa puntata nella quale si sentirà molta sua musica, recente, nuova e nuovissima, e si parlerà anche delle altre sue interessanti peculiarità. Ascolteremo pure alcune cose di un’etichetta cugina, la My Favorite, una nuova uscita di Artesuono, etichetta di Stefano Amerio e alcune altre realizzazioni recenti di altre etichette partners del programma come tutte quelle sin qui citate. Anche questa settimana vi ricordo, con un paio di ascolti, l’imminente ripresa del programma “Avenida Atlantica, Musiche & Storie dal Brasile”, con Juliano Peruzy e Ligia França al giovedì, immediatamente prima della consueta puntata di “Take Five, Jazz & dintorni”.

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. vetro rosso (F. Ponticelli) – Francesco Ponticelli – Kon Tiki (tuk music) - 2017

03. lunar tide (P. D. Porta) – Paolino dalla Porta – moonlanding (tuk music) - 2016

04. light pressure (G. Partipilo) – Gaetano partipilo & Contemporary Five – daylight (tuk music) - 2016

05. teardrop . ya habibi (Massive Attack/Sosa/Fresu/Atlas/Bishai) – O. Sosa/P. Fresu/Natashia Atlas/J. Morelembaum – Eros (tuk music) - 2016

06. Paris (Linx/Wissels) – Linx/Fresu/Wissels/Heartland – the wistleblowers (tuk music) - 2015

07. binario x (R. Casarano) – Raffaello Casarano – argento (tuk music/my favorite) - 2010

08. get out and get under the Moon (L. Shai/C. Tobias) – Vanessa Tagliabue Yorke – we like it hot, live @ Acler Hotel (artesuono)  - 2016

09. the pantry blues (D. D’Agaro) – Aki Takase/Daniele D’Agaro - Aki Takase/Daniele D’Agaro (artesuono)  - 2016

10. lulù e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (via veneto jazz) - 2017

11. 8 ½  (N. Rota)  - Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (via veneto jazz) - 2016

12. Indianapolis (D. Tittarelli) – Daniele Tittarelli & Mario Corvini New Talents Jazz Orch. – ex tempora (parco della musica) - 2016

13. terra infuocata (M. Zurzolo) – Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2015

14. Brazil (Ragonese/Giorgi/Ragonese) – The Thrust – little wonder (my favorite) - 2010

15. Masaba/Bahia (L. Cinque) – Luigi Cinque Hypertext Orchestra – Luna reverse (my favorite) - 2010

16. soft winds (R. Cecchetto) – Roberto Cecchetto/Giovanni Guidi/Giovanni Maier/Michele Rabbia – soft wind (my favorite) - 2011

17. la mer (C. Trenet) – Luca Aquino feat. Lucio Dalla – chiaro (tuk music/my favorite) - 2011

18. la radio in testa (B. Ferra) – Bebo Ferra – specs people (tuk music) - 2012

19. malaika ( trad. Kenia) – Dino Rubino Trio – zenzi (tuk music)  - 2012

20. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_327_Bob_Dylan_7]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #327 del 30 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 7 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Diserzioni: Oscuri desideri]]>

siamo invasi dall’affanno
corriamo e mai rallentiamo
ci perdiamo, ci ritroviamo
e pur di non fermarci
inseguiamo senza pensieri
anche i più oscuri desideri



Singular Mind: Dark Desires

K A I D O:  Storm Elements

Pajonear: Scotopia

Bimbotronic: Night Wind

AESTRAL: last breath

Kazukii: Time We Lost

AK: Wanderlust

kyddiekafka: everlasting

Ambyion: Reaching for the Stars

Sky H1: Huit

Jacaszek: To Perenna

Lorenzo Masotto: Arctic Summer

Benjamin Finger:  Ghostflowers

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<![CDATA[Colombre]]>

Mercoledì 5 aprile dalle ore 19:30 

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Colombre

Questa volta ci spostiamo un po' dalla solita programmazione e osiamo di più con i volumi.
Sarà la volta di Colombre, la nuova promessa del cantautorato #indieitaliano.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci Colombre? Te lo presentiamo noi!





Pulviscolo è il primo album di Colombre, progetto che inaugura l’esperienza da solista di Giovanni Imparato – già voce, chitarra e autore dei brani della band indie-pop Chewingum e co-produttore del disco Sassi di Maria Antonietta che ha accompagnato live negli ultimi tour – in uscita il 17 marzo per l’etichetta Bravo Dischi.
Urgente e spontaneo fra chitarre, omnichord e tastiere di ogni genere, Colombre, che qualcuno ha già definito un Mac DeMarco in Hi-Fi, presenta il suo disco con una band d'eccezione; alle chitarre e alle tastiere Alfredo dal Portone, alla batteria Daniele Marzi (entrambi Extraliscio e Supermarket) e Lorenzo Pizzorno al basso.

Il nome Colombre è un omaggio al racconto di Dino Buzzati (Il Colombre), una favola moderna – protagonisti un marinaio e un mostro marino – che parla di coraggio e dell’incapacità di affrontare le proprie paure, di tuffarsi nelle ignote profondità del mare per scoprire cosa ci lega all’immobilità. Ed è proprio l’immobilità ciò da cui fugge Colombre che in queste otto tracce del disco mette a fuoco alcuni episodi significativi della propria storia recente, vuota il sacco e decide di aprirsi al futuro.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 23 marzo 2017]]>

Come di consueto, largo spazio alle novità discografiche, ai dischi recenti o quantomeno ancora mai ascoltati in questo programma. Protagonista principale, per il numero di pubblicazioni di cui si parla in questa puntata, è l’etichetta indipendente romana Alfa Music. Grazie a questa label, che è fra quelle che con il loro contributo prezioso sostengono questo programma,  si possono anche ascoltare due prodotti che rendono felice chi come me proviene dal Brasile, come ormai noto, e in particolare un incredibile disco, incredibile per la sua elevata qualità  e per la sua “brasilianità” notevole pur essendo stato scritto da un vero italiano di Roma, Giovanni Guaccero. A questo proposito ricordo ancora una volta il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, con il sottoscritto e con la cantante/conduttrice Ligia França(il giovedì, prima di “Take Five”).  Le altre pubblicazioni le potete vedere sulla playlist qui sotto, tutte raccolte nella parte iniziale della serata. Per il resto, spazio ad una nuova produzione di Ultrasound Records, alcune riproposizioni di Dodici Lune Records, di Cam Records e della giapponese Albore Records nonché di ECM. Quest’ultimo caso è quello dell’ascolto anche di un intero set del concerto di Keith Jarrett a Modena nel 1996, uscito pochi mesi fa in un quadruplo CD intitolato A Moltitude of Angels. La settimana scorsa, per ragioni di tempo, avevo fatto ascoltare un brano “corto” che in realtà non era rappresentativo dell’importanza dell’opera che si può considerare come la chiusura di un capitolo, di un periodo artistico del pianista di Allentown, quel periodo in cui egli si esibiva in solo con le lunghe improvvisazioni che lo hanno reso celeberrimo. Ecco, mi sembrava giusto offrire per intero un estratto che fosse quindi significativo a tutti gli effetti. In futuro sono sicuro che ve ne farò ascoltare altri.  Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

02. la vita, in fondo, è un rincorrere emozioni da ricordare (R. Spadoni) – Roberto Spadoni New Project Jazz Orch. – travel music (alfa music)  - 2016

03. blues at 25 CM (A. La Corte) – Alessandro La  Corte 5et –smile in winter  

04. some bass from Bill (R. Fassi) – Riccardo Fassi 4et – portraits of interior landscape

05. going back, going forth (M. Sandvik) – Marit Sandvik/Maurizio Picchiò – travel

06. feitio de oraçao (Noel Rosa/Vadico) – Daniella Firpo – vento di Bahia e nebbia

07. escarregando no choro (G. Guaccero) – Giovanni Guaccero &  Choro de Rua – a roda dos planetas errantes

08. sambossa (A. Clemente) – Adriano Clemente – Havana blue (fonosfere/dodici lune) - 2017

09. Punjab (J. Henderson) – Alessandro Rossi 4et – emancipation (cam) - 2017

10. Javajazz (Girotto/Balke/Di Castri/Heral) -  Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam)  - 2017

11. das model (Kraftwerk) – Rossano Baldini – light (albore) -

12. Modena part 1 (K. Jarrett) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

13. urban waltz (D. Miller) – Dominique Miller – silent night (ecm) - 2017

14. ¾ di luna (L. Mazzaglia) – Les Sens Jazz – earth (usr) - 2017

15. smile (C. Vallon) – Colin Vallon Trio – danse (ecm) - 2017

16. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

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<![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]>

Lo si sa da sempre, a Venezia e nel suo hinterland vige l'antica regola della sigla ecumenica che risale ai tempi della Serenissima Repubblica: RRJ - Reggae, Rock, Jazz. Chi tenta di porsi trasversalmente a questa regola viene messo all'angolo e non gode del favore del folto pubblico che solitamente affolla i rumorosi luoghi nei quali i poveri musicisti tentano di farsi sentire, sopra un palco che non riesce a sovrastare il baccano procurato dagli avventori del bar sottostante e il frastuono creato dalle bottiglie di birra che rotolano sotto i tavoli. Gran rispetto quindi nei confronti del locale di Marghera che tenta una manovra decisamente controcorrente. Allo Spazio Aereo ci si va per ascoltare suono di altra matrice culturale, un suono comunemente definito con il termine 'elettronica' che a dir il vero non ha una sua specificità, significa tutto e niente ma, almeno dalle nostre parti, serve ad indicare una modalità di pensiero innovativo, altro.

Come si diceva prima, il termine 'elettronica' non ha una sua specificità se non viene abbinato alle molte derivazioni artistiche che vivono al suo interno. Pur essendo per i più forma espressiva 'minore' (soprattutto qui in terra serenissima) ha la facoltà di esprimersi in svariate modalità che partono dal dancefloor per giungere alla ricerca più sperimentale. Questo il campo d'azione del manipolo di coraggiosi utopisti che quotidianamente combattono contro l'invisibilità di un mondo nel quale a malapena si distinguono, scambiati per strani esseri alieni che si esprimono attraverso l'uso di sonorità altrettanto aliene. E' un mondo invisibile che agisce con la baldanza data dalla completa autonomia e indipendenza, sotto l'egida dello spericolato sperimentalismo.

Da qualche tempo un critico musicale toscano ha deciso di prendere in mano la situazione chiamando a raduno tutti gli intererssati che intendessero partecipare ad una sorta di campagna rivendicativa per imporre la propria identità artistica oltre il loro ristretto confine, nella convinzione che ogni suono ha libertà di appartenenza e deve essere riconosciuto e ascoltato a tutte le altitudini. Un pensiero utopistico che ha spinto molti musicisti e performers a farsi avanti e apparire nelle molte pagine che compongono quella sorta di enciclopedia del suono alternativo della nostra penisola che è Solchi Sperimentali Italia – 50 anni di italiche musiche altre. Una vera e propria raccolta di storie e nomi dello sperimentalismo italiano curata da Antonello Cresti per la casa editrice CRAC, un libro a cui è seguita, grazie all'opera del crowdfunding, la creazione di un dvd di prossima pubblicazione. Con questa sigla si è aperta anche un'etichetta discografica e altre iniziative si sono avviate tra cui una serie di serate che hanno toccato molte località della penisola sbarcando anche allo Spazio Aereo, lo scorso fine settimana.


Da semplice descrittore mi limiterò a commentare la serata, senza valutare personalmente un'operazione a livello nazionale che è oggettivamente positiva ma altresì inutile per colmare quel gap sempre esistito tra musica di consumo e musica altra. Da assertore dello 'snobismo sonoro' come arma di offesa, ho sempre pensato si debba mantenere le distanze tra due mondi impossibilitati ad interagire per problemi legati ai rispettivi dna.


Nel corso della serata si sono esibiti quattro interpreti, appartenenti a quattro diverse scuole di pensiero e a tre diverse 'ere musicali', come a rispettare il tratto inconfondibile del pensiero crestiano che usa la mescolanza di periodi e stili musicali spesso incompatibili se riuniti sullo stesso palco.

Alessandro Ragazzo è un sound artist veneziano che fa ricerca sul territorio usando come base il field recording sul quale agisce sovrapponendo e manipolando il rumore naturale che normalmente ci circonda. Il suo è stato un set altamente immersivo nel quale la dislocazione liquida del suono, filtrata attraverso l'uso della macchina, ha agito come leva aumentando la percezione, rendendo quasi visibile e palpabile il muro sonico creato in loop innanzi all'ascolto. Forse la presenza dei visuals avrebbe ancor di più aiutato il salto comunque notevole dentro la normalità che quotidianamente ci circonda ma di cui non riusciamo realmente a percepire la vera essenza.

Artcore Machine, duo formato da Moreno Padoan e Roberto Beltrame, due alchimisti che provengono da Rovigo e conoscono bene l'animo della bestia sonica. Autori di un set dal crescendo micidiale, hanno liberato dalle gabbie che le imprigionavano le cieche creature sintetiche, permettendo loro di studiare una via di fuga attraverso il tracciato di scie elettriche che le teneva prigioniere. Gli esseri hanno annusato le barriere, le hanno scoperte ed abbattute con furore di divinità che si erge imperiosa, mentre lo spazio perde forma piegato dall'urlo che disconosce il 4/4 e si esprime con violente onde d'urto schiumanti velocissimi bpm lanciati contro insormontabili muraglie di basse frequenze. Impressionanti.

Fausto 'Degada Saf' Crocetta rappresenta uno dei salti temporali cui si accannava prima. Fondatore dei Degada Saf, esponenti di spicco dello stilo sinth-pop degli anni '80. Autore del mai dimenticato vinile intitolato 'No Inzro', per la storica fanzine Rock Garage, nel corso degli anni non ha mai abbandonato gli strumenti. Lo ritroviamo sul palco con un set che ripercorre in chiave rivista e corretta quelle sonorità permeabili al quattro quarti che tanto hanno fatto danzare i new wavers del tempo. Una prima parte forse indecisa, in bilico tra sonorità d'ambiente incompiute e ripetitivi impulsi ritmici che sfocia però in una rivisitazione de La Rhumba De Shang Hai che ancora fa battere il cuore a chi, quegli anni colmi di fermento, li ha vissuti in pieno.

Opus Avantra rappresenta l'ennesimo ampio salto indietro nel tempo. Band seminale del rock progressivo e del crossover d'avanguardia italiano degli anni '70, da sempre considerata una formazione culto grazie anche alla vocalist Donella Del Monaco autrice tra i tanti, di un album in collaborazione con Elliot Sharp e Steve Piccolo. L'ensamble ha presentato un mini-live dal sapore forse troppo antico, dedicato a chi ancora è ancorato a sonorità che risultano appartenere ad una memoria ferma al periodo del prog-rock celebrativo di quegli anni. Musicisti estremamente preparati, il flautista Mauro Martello in testa, incapaci però di reinterpretare un suono che molto ha fatto per la crescita musicale di qualità ma che oramai è relegato nella memoria, impossibilitato a competere con la velocità e l'intensità del pensiero post-moderno.

Sia gloria quindi a questi indomiti sognatori e al suo (in?)coerente condottiero a cui va tutto il rispetto dovuto per la caparbietà e coraggio dimostrati nel continuare a segnare profondi solchi di sperimentalismo su terreni non sempre fertili.

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<![CDATA[Teatriò]]>

Mercoledì 29 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Teatriò

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Mercoledì portiamo indietro le lancette al secolo scorso con un bagno nel jazz e nel swing anni '30 e '40.
Saranno con noi i Teatriò Acoustic Swing: quattro voci, chitarra, mandolino, mandola e contrabbasso.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Contributo all'entrata: 2€

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci i Teatriò Acoustic Swing? Te li presentiamo noi!

http://www.teatrio.net/index.html

Svuotando un giorno un armadio per buttare vecchie cose che ormai non servono più ci sono capitati tra le mani dei vecchi 78 giri.
La curiosità di sentire cosa vi fosse inciso era forte: abbiamo preso un grammofono tutto impolverato dal fondo dell'armadio e dopo aver appoggiato il disco nel piatto, abbiamo girato la manovella …
Non capita spesso di poter risentire la musica che negli anni '30 '40 ha fatto sognare, ballare e innamorare i nostri nonni e forse anche i nostri genitori. Provando ad ascoltare con un orecchio diverso quei brani ci siamo resi conto che certe canzoni di quel periodo erano e sono un patrimonio di bellezza, semplicità ed, a volte, anche di ingenuità. Ne è nato un amore a primo … udito … ed abbiamo deciso di riproporre in versione quartetto quei brani.
Una chitarra, un mandolino, un contrabbasso, una voce femminile e l'uso di cori alla "Trio Lescano" e “Quartetto Cetra” porteranno indietro le lancette dell'orologio e torneranno a far rivivere le atmosfere di quegli anni.
Per rendere ancora più verosimile la nostra performance abbiamo pensato di utilizzare anche costumi di scena ed oggetti particolari quali megafoni, rumori di vecchi 78 giri, ecc.

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<![CDATA[Diserzioni: Parlando al buio]]>

È nel buio che il suono galleggia
perché l’oscurità è assenza,
è un vuoto e non si vede
ma è lì che si rivelano gli spazi aperti
dell'immaginazione

 

VVV: Talking in the Dark

Mininome: Abode

DJ Heroin - Conciliator

r.roo: Sad Party In Outer Space

Bloom: Efflorescence

skeler: SEE_ME

SØVVAVE – Downtown

Tyler Frost: Way to Heaven

Kosikk: All you can see

Jellis: Richness Lies Within

Blackbird: Night


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<![CDATA[ReadBabyRead_326_Bob_Dylan_6]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #326 del 23 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni” del 16 Marzo 2017]]>

Puntata ricchissima che si apre con una novità proveniente dal Giappone, dove opera un’altra label amica di questo programma, la Albòre di Satoshi Toyoda. Ma sono tante, tutte, le cose recenti, nuove o nuovissime che andremo ad ascoltare insieme grazie alla ECM, alla CAM, alla Dodicilune, alla Ponderosa, alla Itinera e alla Auand. Una passerella di molti fra i più amati e importanti interpreti della nostra musica come Keith Jarrett, John Abercrombie, Craig Taborn (tutti ECM), che nei loro rispettivi dischi si accompagnano a musicisti che farebbero grande qualsiasi festival (Brad Mehldau, Marc Copland, Drew Gress, Chriss Speed, Joey Baron, Ambrose Akinmusire, Shai Maestro e molti altri) e poi il ritorno di Richrad Galliano, i prestigiosissimi Javier Girotto e Enrico Pieranunzi (per la Cam), che portano con sé i vari Furio di Castri, Jon Balke, Scott Colley, Clarence Penn. Una grande presenza di etichette e musicisti dal Sud Italia, attivissimo, con i campani Marco ZurzoloL’Orchestra Napoletana di Jazz, il Trio di Salerno (per Itinera Rec.), con la salentina Dodicilune che ci propone un duo meglio dell’altro (Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin e Michel Godard/Ihab Radwan, in ordine puramente casuale). Molti anche questa settimana i riferimenti e gli omaggi al Brasile, come l’omaggio a Baden Powell di Dominique Miller (ECM) o quello a Pixinguinha del Trio di Salerno, quello a Jobim del Dea Trio (entrambi Itinera) o, infine, quello di Paola Arnesano e Vince Abbracciante (Dodicilune Rec.) con l’intero CD dedicato alla MPB (Musica Popular Brasileira). Tutto ciò, come ormai noto, per promuovere il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, condotto da sempre da chi vi scrive e parla, da Rio de Janeiro, ma da molto tempo insieme alla cantante Ligia França, da Natal-Rio Grande do Norte. Circa tre ore di ottima musica, buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. desert highway (P. Vincenti) – T.Riot – T.Riot (albòre) - 2017

03. Baden (D. Miller) – Dominique Miller – silent light (ecm) - 2017

04. mam’boo (P. Heral)  - Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam) - 2017

05. the mission (T. Bleckmann) – Theo Bleckmann – elegy (ecm)  - 2017

06. Amsterdam avenue (E. Pieranunzi) – Enrico Pieranunzi/Danny McCaslin/Scott Colley/Clarence Penn – new Spring, live at the Village Vanguard (cam) - 2017

07. danny boy (J. Cash) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

08. coloriage (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

09. tico tico no fubà (Z. De Abreu) – Paola Arnesano/Vince Abbracciante – MPB! (dodicilune) - 2017

10. tsunami (C. Vallon) – Colin Vallon – dance (ecm)  - 2017

11. Napoli centrale (M. Zurzolo)  - Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2017

12. largo pastorale/si vide all’animale (preludio di Pulcinella) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

13. carinhoso (Pixinguinha/Braguinha) – Trio di Salerno – tre (itinera)  - 2016

14. fotografia (A.C.B. Jobim) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

15. rising grace (W. Muthspiel) – Wolfgang Muthspiel – rising grace (ecm) - 2017

16. clank (M. Murgioni) – Clank 4et – Clank (self prod.) - 2017

17. joy (J. Abercrombie) – John Abercrombie – up and coming (ecm)  - 2017

18. the shining one (C. Taborn) – Craig Taborn – daylight ghosts (ecm) - 2017

19. su l’onda d’amore (M. Godard) – Michel Godard/ Ihab Radwan – doux desires (dodicilune) - 2017

20. finestra e note e brina (Skriabin) – Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin – twelve colours and synesthetic (dodicilune)  - 2017

21. provvisorio (F. Vignato)  - Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

22. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

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La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

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<![CDATA[ReadBabyRead_325_Bob_Dylan_5]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #325 del 16 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[The Giant Undertow]]>

Mercoledì 22 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

The Giant Undertow

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Questo mercoledì abbiamo scelto di accompagnarvi nella discesa tra gli anfratti più in ombra della tradizione country.
The Giant Undertow sarà il vostro Virgilio, non ci sarà l'Acheronte ma il Mississipi, e la Selva Oscura sarà una distesa desertica costellata di cactus.
Deep Folk e Desert Blue saranno il sottofondo di questa cavalcata nel Profondo Sud.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci The Giant Undertow? Te lo presentiamo noi!



https://www.facebook.com/thegiantundertow/?fref=ts
https://thegiantundertow1.bandcamp.com/album/the-weak

Lor is an italian guy who composes music with few little guitars and a warm groggy voice. After years devoted both to noisy rehearsal rooms and flipping out in the countryside, he started to live and compose in very small flats in Bologna, with not even space for an amplifier. 

"The Weak", the first LP has been released September 2016 (In the Bottle Records, Indipendead, Shyrec, POpeVrecords, Death Roots Syndicate).

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<![CDATA[Temples – Volcano]]>

Quando circa tre anni fa – nella recensione dell’esordio dei Temples, Sun Structures – scrissi che il tempo era dalla loro parte non avrei mai immaginato che la band originaria di Kettering ne avrebbe impiegato così tanto per dare alla luce un seguito. Certo il clamoroso successo di quel disco, il vinile più venduto del 2014 nei negozi indipendenti ed in classifica in 18 paesi, sarà stato un peso specifico non indifferente da portare sulle spalle. Perciò James Bagshaw e compagni hanno deciso di fare le cose con estrema calma e razionalità, com’è loro consuetudine. Volcano viene pubblicato per la Heavenly Recordings dopo essere stato registrato nello studio di proprietà, il Pyramid, e pur non stravolgendo nulla rappresenta una lieve ma decisiva evoluzione nel sound di un gruppo che può comodamente sedersi al tavolo dei grandi d’Inghilterra.

Si comincia col singolo Certainty che, come spesso accade, è una dichiarazione d’intenti bella e buona. Moog ondivago e tastiere innalzanti alla MGMT accompagnano tipici pattern psichedelici per un synth-pop che sa volutamente di Disney nel ritornello, ma con un sottofondo assai oscuro. La successiva All Join In rafforza il concetto con uno space-rock a due velocità in cui si avvertono gli echi del passato da cinefili (sci-fi ma non solo) della band. L’utilizzo massiccio della strumentazione elettronica è il tratto distintivo di gran parte di questi 50 minuti, meno mistici rispetto al passato ed in un certo senso più diretti. Ciò permette ad un brano barocco come (I Want To Be Your) Mirror di muoversi fra psichedelia a chamber-pop con la massima naturalità, implementata dalla produzione lussuosissima del frontman Bagshaw e dall’ottima interpretazione della band. Così come il folk mid-tempo di Oh The Saviour – col suo andamento dreamy ed un’orecchiabilità micidiale – diventa manifesto di grandi capacità melodiche ed allo stesso tempo attenzione maniacale per il groove.

A volte la tendenza alla rarefazione può portare a cortocircuiti inattesi come in How Would You Like To Go? vaporoso pezzo alla Tame Impala che potrebbe essere scambiato per un momento di totale auto-erotismo tanto si specchia e si bea della propria perfezione formale. Ma i Temples alzano il livello quando decidono di contrapporre alla mera tentazione pop una costruzione più sofisticata e profonda. Le ritmiche motorik dell’incalzante Open Air o la chirurgica applicazione della sezione ritmica di Tom Walmsley e Samuel Toms nella complicata In My Pocket hanno il miglior gusto psych-rock possibile oltre a confermare che in Volcano i quattro inglesi abbandonano quasi del tutto le vesti altrui e si cuciono addosso un abito tutto loro. La fluidità di Celebration è spia di una maturità oltraggiosa, stigmatizzata dall’eccellente performance vocale di Bagshaw la cui versatilità, vale la pena ricordarlo una volta ancora, è il vero valore aggiunto determinante di questo sophomore.

Se Sun Structures poteva essere visto come un viaggio nel tempo (verso il passato e ritorno), qui assistiamo ad un viaggio nello spazio, in cui la band aggiunge un’ulteriore dimensione al proprio già mirabile bagaglio. E nonostante il peso maggiore di Adam Smith e delle sue tastiere nell’economia generale, la chitarra rimane qua e là protagonista: guida con sicurezza Born Into The Sunset e glamizza un pezzaccio come Roman Godlike Man, il quale potrebbe essere stato scritto da uno a caso tra Kinks, Eno o i Beatles di Revolver, e tuttavia viene reso credibile ed efficace perché sono i Temples a suonarlo. Il finale affidato alla luccicante Strange Or Be Forgotten è l’inevitabile perfetta chiusura del cerchio. Si tratta forse dell’unica vera concessione alla musica da stadio che riempiva Structures ma con un groove funky ed un andamento melodico così inaspettati da nobilitarla come uno degli apici della loro pur giovane discografia.

Per ultimo mi sono tenuto un po’ di spazio per citare Mystery Of Pop. Non perché più di altre qui in mezzo meriti una menzione particolare, ma unicamente perché il titolo evoca in me la perfetta sintesi del disco: i Temples sciolgono il mistero del pop. Che detta così può sembrare una banalità, ma ad un ascolto maggiormente approfondito – assolutamente necessario in questo caso – Volcano vince quella sfida cruciale di includere ed accettare sonorità fortemente orecchiabili nella propria musica che in tantissimi altri hanno fallito e falliscono ogni giorno...continua su Vinylistics

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