<![CDATA[Musica | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/16/musica/articles/1 <![CDATA[Teatriò]]>

Mercoledì 29 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Teatriò

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Mercoledì portiamo indietro le lancette al secolo scorso con un bagno nel jazz e nel swing anni '30 e '40.
Saranno con noi i Teatriò Acoustic Swing: quattro voci, chitarra, mandolino, mandola e contrabbasso.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Contributo all'entrata: 2€

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci i Teatriò Acoustic Swing? Te li presentiamo noi!

http://www.teatrio.net/index.html

Svuotando un giorno un armadio per buttare vecchie cose che ormai non servono più ci sono capitati tra le mani dei vecchi 78 giri.
La curiosità di sentire cosa vi fosse inciso era forte: abbiamo preso un grammofono tutto impolverato dal fondo dell'armadio e dopo aver appoggiato il disco nel piatto, abbiamo girato la manovella …
Non capita spesso di poter risentire la musica che negli anni '30 '40 ha fatto sognare, ballare e innamorare i nostri nonni e forse anche i nostri genitori. Provando ad ascoltare con un orecchio diverso quei brani ci siamo resi conto che certe canzoni di quel periodo erano e sono un patrimonio di bellezza, semplicità ed, a volte, anche di ingenuità. Ne è nato un amore a primo … udito … ed abbiamo deciso di riproporre in versione quartetto quei brani.
Una chitarra, un mandolino, un contrabbasso, una voce femminile e l'uso di cori alla "Trio Lescano" e “Quartetto Cetra” porteranno indietro le lancette dell'orologio e torneranno a far rivivere le atmosfere di quegli anni.
Per rendere ancora più verosimile la nostra performance abbiamo pensato di utilizzare anche costumi di scena ed oggetti particolari quali megafoni, rumori di vecchi 78 giri, ecc.

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Parlando al buio]]>

È nel buio che il suono galleggia
perché l’oscurità è assenza,
è un vuoto e non si vede
ma è lì che si rivelano gli spazi aperti
dell'immaginazione

 

VVV: Talking in the Dark

Mininome: Abode

DJ Heroin - Conciliator

r.roo: Sad Party In Outer Space

Bloom: Efflorescence

skeler: SEE_ME

SØVVAVE – Downtown

Tyler Frost: Way to Heaven

Kosikk: All you can see

Jellis: Richness Lies Within

Blackbird: Night


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<![CDATA[ReadBabyRead_326_Bob_Dylan_6]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #326 del 23 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni” del 16 Marzo 2017]]>

Puntata ricchissima che si apre con una novità proveniente dal Giappone, dove opera un’altra label amica di questo programma, la Albòre di Satoshi Toyoda. Ma sono tante, tutte, le cose recenti, nuove o nuovissime che andremo ad ascoltare insieme grazie alla ECM, alla CAM, alla Dodicilune, alla Ponderosa, alla Itinera e alla Auand. Una passerella di molti fra i più amati e importanti interpreti della nostra musica come Keith Jarrett, John Abercrombie, Craig Taborn (tutti ECM), che nei loro rispettivi dischi si accompagnano a musicisti che farebbero grande qualsiasi festival (Brad Mehldau, Marc Copland, Drew Gress, Chriss Speed, Joey Baron, Ambrose Akinmusire, Shai Maestro e molti altri) e poi il ritorno di Richrad Galliano, i prestigiosissimi Javier Girotto e Enrico Pieranunzi (per la Cam), che portano con sé i vari Furio di Castri, Jon Balke, Scott Colley, Clarence Penn. Una grande presenza di etichette e musicisti dal Sud Italia, attivissimo, con i campani Marco ZurzoloL’Orchestra Napoletana di Jazz, il Trio di Salerno (per Itinera Rec.), con la salentina Dodicilune che ci propone un duo meglio dell’altro (Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin e Michel Godard/Ihab Radwan, in ordine puramente casuale). Molti anche questa settimana i riferimenti e gli omaggi al Brasile, come l’omaggio a Baden Powell di Dominique Miller (ECM) o quello a Pixinguinha del Trio di Salerno, quello a Jobim del Dea Trio (entrambi Itinera) o, infine, quello di Paola Arnesano e Vince Abbracciante (Dodicilune Rec.) con l’intero CD dedicato alla MPB (Musica Popular Brasileira). Tutto ciò, come ormai noto, per promuovere il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, condotto da sempre da chi vi scrive e parla, da Rio de Janeiro, ma da molto tempo insieme alla cantante Ligia França, da Natal-Rio Grande do Norte. Circa tre ore di ottima musica, buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. desert highway (P. Vincenti) – T.Riot – T.Riot (albòre) - 2017

03. Baden (D. Miller) – Dominique Miller – silent light (ecm) - 2017

04. mam’boo (P. Heral)  - Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam) - 2017

05. the mission (T. Bleckmann) – Theo Bleckmann – elegy (ecm)  - 2017

06. Amsterdam avenue (E. Pieranunzi) – Enrico Pieranunzi/Danny McCaslin/Scott Colley/Clarence Penn – new Spring, live at the Village Vanguard (cam) - 2017

07. danny boy (J. Cash) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

08. coloriage (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

09. tico tico no fubà (Z. De Abreu) – Paola Arnesano/Vince Abbracciante – MPB! (dodicilune) - 2017

10. tsunami (C. Vallon) – Colin Vallon – dance (ecm)  - 2017

11. Napoli centrale (M. Zurzolo)  - Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2017

12. largo pastorale/si vide all’animale (preludio di Pulcinella) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

13. carinhoso (Pixinguinha/Braguinha) – Trio di Salerno – tre (itinera)  - 2016

14. fotografia (A.C.B. Jobim) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

15. rising grace (W. Muthspiel) – Wolfgang Muthspiel – rising grace (ecm) - 2017

16. clank (M. Murgioni) – Clank 4et – Clank (self prod.) - 2017

17. joy (J. Abercrombie) – John Abercrombie – up and coming (ecm)  - 2017

18. the shining one (C. Taborn) – Craig Taborn – daylight ghosts (ecm) - 2017

19. su l’onda d’amore (M. Godard) – Michel Godard/ Ihab Radwan – doux desires (dodicilune) - 2017

20. finestra e note e brina (Skriabin) – Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin – twelve colours and synesthetic (dodicilune)  - 2017

21. provvisorio (F. Vignato)  - Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

22. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

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La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

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<![CDATA[ReadBabyRead_325_Bob_Dylan_5]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #325 del 16 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[The Giant Undertow]]>

Mercoledì 22 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

The Giant Undertow

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Questo mercoledì abbiamo scelto di accompagnarvi nella discesa tra gli anfratti più in ombra della tradizione country.
The Giant Undertow sarà il vostro Virgilio, non ci sarà l'Acheronte ma il Mississipi, e la Selva Oscura sarà una distesa desertica costellata di cactus.
Deep Folk e Desert Blue saranno il sottofondo di questa cavalcata nel Profondo Sud.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci The Giant Undertow? Te lo presentiamo noi!



https://www.facebook.com/thegiantundertow/?fref=ts
https://thegiantundertow1.bandcamp.com/album/the-weak

Lor is an italian guy who composes music with few little guitars and a warm groggy voice. After years devoted both to noisy rehearsal rooms and flipping out in the countryside, he started to live and compose in very small flats in Bologna, with not even space for an amplifier. 

"The Weak", the first LP has been released September 2016 (In the Bottle Records, Indipendead, Shyrec, POpeVrecords, Death Roots Syndicate).

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<![CDATA[Temples – Volcano]]>

Quando circa tre anni fa – nella recensione dell’esordio dei Temples, Sun Structures – scrissi che il tempo era dalla loro parte non avrei mai immaginato che la band originaria di Kettering ne avrebbe impiegato così tanto per dare alla luce un seguito. Certo il clamoroso successo di quel disco, il vinile più venduto del 2014 nei negozi indipendenti ed in classifica in 18 paesi, sarà stato un peso specifico non indifferente da portare sulle spalle. Perciò James Bagshaw e compagni hanno deciso di fare le cose con estrema calma e razionalità, com’è loro consuetudine. Volcano viene pubblicato per la Heavenly Recordings dopo essere stato registrato nello studio di proprietà, il Pyramid, e pur non stravolgendo nulla rappresenta una lieve ma decisiva evoluzione nel sound di un gruppo che può comodamente sedersi al tavolo dei grandi d’Inghilterra.

Si comincia col singolo Certainty che, come spesso accade, è una dichiarazione d’intenti bella e buona. Moog ondivago e tastiere innalzanti alla MGMT accompagnano tipici pattern psichedelici per un synth-pop che sa volutamente di Disney nel ritornello, ma con un sottofondo assai oscuro. La successiva All Join In rafforza il concetto con uno space-rock a due velocità in cui si avvertono gli echi del passato da cinefili (sci-fi ma non solo) della band. L’utilizzo massiccio della strumentazione elettronica è il tratto distintivo di gran parte di questi 50 minuti, meno mistici rispetto al passato ed in un certo senso più diretti. Ciò permette ad un brano barocco come (I Want To Be Your) Mirror di muoversi fra psichedelia a chamber-pop con la massima naturalità, implementata dalla produzione lussuosissima del frontman Bagshaw e dall’ottima interpretazione della band. Così come il folk mid-tempo di Oh The Saviour – col suo andamento dreamy ed un’orecchiabilità micidiale – diventa manifesto di grandi capacità melodiche ed allo stesso tempo attenzione maniacale per il groove.

A volte la tendenza alla rarefazione può portare a cortocircuiti inattesi come in How Would You Like To Go? vaporoso pezzo alla Tame Impala che potrebbe essere scambiato per un momento di totale auto-erotismo tanto si specchia e si bea della propria perfezione formale. Ma i Temples alzano il livello quando decidono di contrapporre alla mera tentazione pop una costruzione più sofisticata e profonda. Le ritmiche motorik dell’incalzante Open Air o la chirurgica applicazione della sezione ritmica di Tom Walmsley e Samuel Toms nella complicata In My Pocket hanno il miglior gusto psych-rock possibile oltre a confermare che in Volcano i quattro inglesi abbandonano quasi del tutto le vesti altrui e si cuciono addosso un abito tutto loro. La fluidità di Celebration è spia di una maturità oltraggiosa, stigmatizzata dall’eccellente performance vocale di Bagshaw la cui versatilità, vale la pena ricordarlo una volta ancora, è il vero valore aggiunto determinante di questo sophomore.

Se Sun Structures poteva essere visto come un viaggio nel tempo (verso il passato e ritorno), qui assistiamo ad un viaggio nello spazio, in cui la band aggiunge un’ulteriore dimensione al proprio già mirabile bagaglio. E nonostante il peso maggiore di Adam Smith e delle sue tastiere nell’economia generale, la chitarra rimane qua e là protagonista: guida con sicurezza Born Into The Sunset e glamizza un pezzaccio come Roman Godlike Man, il quale potrebbe essere stato scritto da uno a caso tra Kinks, Eno o i Beatles di Revolver, e tuttavia viene reso credibile ed efficace perché sono i Temples a suonarlo. Il finale affidato alla luccicante Strange Or Be Forgotten è l’inevitabile perfetta chiusura del cerchio. Si tratta forse dell’unica vera concessione alla musica da stadio che riempiva Structures ma con un groove funky ed un andamento melodico così inaspettati da nobilitarla come uno degli apici della loro pur giovane discografia.

Per ultimo mi sono tenuto un po’ di spazio per citare Mystery Of Pop. Non perché più di altre qui in mezzo meriti una menzione particolare, ma unicamente perché il titolo evoca in me la perfetta sintesi del disco: i Temples sciolgono il mistero del pop. Che detta così può sembrare una banalità, ma ad un ascolto maggiormente approfondito – assolutamente necessario in questo caso – Volcano vince quella sfida cruciale di includere ed accettare sonorità fortemente orecchiabili nella propria musica che in tantissimi altri hanno fallito e falliscono ogni giorno...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]>

Tornare indietro nel tempo, quanti di noi vorrebbero farlo. Tornare a rivedere chi non c'è più, tornare ad assaporare un tempo diverso, vivo, ancora capace di sorprendere. Capitombolare a tutta velocità nel soffice suono non più alieno, non più scontato come può esserlo un racconto meccanicamente letto per troppo, troppo tempo. Rinascere scoprendo che è ancora possibile ritrovare un suono da indossare, perfetto per la tua anima imbolsita dall'ascolto reiterato, freddo, esente dalle pulsazioni che riescono a far battere il muscolo del ricordo.

Avevo già vissuto questo magico fenomeno legato alla dislocazione animo-temporale, questo salto a piè pari dentro un universo illuminato dal sole, una luce che accompagnava un viaggio a due, fianco a fianco sul bagnasciuga di una spiaggia che si perdeva lontano, fino a quel confine oltre il quale era permesso il passaggio solo ad uno dei due amici. Vdb23/Nulla è andato perso, l'apparente incomprensibile formula che serviva come password per il salto indietro nel tempo. Era il 2014 e quel lavoro scritto da Claudio Rocchi e Gianni Maroccolo riscaldò per molto tempo il mio cuore.

Penso spesso a quella pausa, al momento di rigenerazione donatami da quell'ascolto. Con speranza ho cercato di ritrovarlo all'interno di altri lavori che tentavano una traduzione sperimentale del Rocchi pensiero ma il salto non è avvenuto, troppo pesante la celebrazione e artefatto lo sperimentalismo. Tentavo di rallentare la mia inquietudine negli ascolti di tutti i giorni finché non tornarono a giungermi quelle note, provenienti da un triplo album registrato dal vivo, un disco che contiene al suo interno l'edizione limitata di un 7” con due inediti dell'amato e mai scordato sciamano. Nulla è andato perso, un disco registrato durante l'omonimo tour che ha visto Gianni Maroccolo girare l'Italia durante i primi sei mesi del 2016.

Tornare nuovamente indietro ora si può.

 La Compagine:

Una serie di concerti che ha visto tanti nomi succedersi sopra il palco, molte collaborazioni com'è d'uso in casa Maroccolo: Alessandra Celletti, Ginevra di Marco, Federico Fiumani, Cristiano Godano, Francesco Magnelli, Ghigo Renzulli, Miro Sassolini, per citarne alcuni. Tanti gli artisti che hanno accompagnato la formazione composta da Marok all'inseparabile basso: alla voce un Andrea Chimenti in stato di grazia, Antonio Aiazzi colpevole di usare le tastiere come lame affilate create per incidere il cuore, il ritmo del viaggio regolato da Simone Filippi e ondate di antichi aromi orientali affidati alle corde del maestro Beppe Brotto; la perfezione. Il tutto stampato con la storica Contempo Records di Firenze, una ritrovata etichetta che ha contribuito non poco alla nascita del suono indipendente italiano.

 Il Contenuto:

diversamente dalla matrice originaria, la documentazione live contenuta nei tre albums esplora altri mondi, altri suoni. Non solo la galassia Rocchi, che ovviamente è la colonna portante del disco ma anche omaggi a Vinicio Capossela, Litfiba, CSI, sorprendentemente Philip Glass, i CCCP, Maroccolo stesso con la bella Elianto cantata da Ginevra Di Marco, sorprendentemente i Residents, ovviamente l'immancabile Battiato amatissimo dal Marok, un brano dello stesso Chimenti e un grande omaggio all'amata Sardegna con un canto tradizionale scritto negli anni '20, interpretato anche da Maria Carta e qui cantato in coro con il pubblico, si presume sardo.

La Filosofia:

Parafrasando Vdb23 userò anch'io un acronimo: ITeA - Indipendenza totale e assoluta. Nessun intermediario, nessuna major a controllare la stampa del disco, nessun management ad occuparsi dei live. Tutto il progetto è stato ideato, voluto, costruito e messo in atto da Gianni Maroccolo assieme a artisti seri, gente che ancora usa reverenza verso il termine 'indipendenza', sinonimo di libertà espressiva.

 La Musica:

Sembra di esser tornati ai tempi nei quali ci si ritrovava nel negozio di dischi preferito per commentare il nuovo album appena uscito. Sembra di esser tornati ai tempi nei quali si attendeva l'apertura del negozio – sempre quello del negoziante di dischi preferito – per ritirare il pacco di copie ordinate la settimana prima. Sembra di esser tornati ad ascoltare il rumore del vinile che scivolava fuori dalla sleeve che lo conteneva. Sembra di aver ritrovato il coraggio di ascoltare, per Dio! Ascoltare e riascoltare per ore lo stesso disco, un vinile piombato come un fulmine a stravolgere la tua discoteca. Sembra di esser tornati in quel luogo segreto dove si coltiva e fiorisce il ricordo perenne della giovinezza, un angolo di cielo non inquinato dal mercato, dalle finte celebrazioni, dalla retorica e dal rimpianto. Sembra di essere entrati nell'atelier di un artista che sa magicamente interpretare e tradurre i sogni altrui, stanze accoglienti nelle quali si sorride di commozione, convinti che nulla andrà mai perso.

PS: Sia per te un buon viaggio Claudio!

 

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<![CDATA[“Take Five, jazz & dintorni” del 9 marzo 2017]]>

Ero partito programmando due novità, Fresu/Caine e Tom Harrell ma una delle due, la seconda, odorava lontanamente di sapori latini e allora il percorso è scivolato verso una variegata proposta di pianisti, questa la mia scelta, provenienti dal mondo latino americano, dal Venezuela, Cuba, Puerto Rico, Brasile, anche con dischi nuovissimi. E poi una lunga sosta nel mio Brasile (che presto riapparirà nel programma specifico “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile, con me e Ligia França alle 21:30, subito prima di “Take Five”). La sorpresa stavolta viene da una cantante polacca, in tandem con grandi artisti comeGonzalo Rubalcaba e Pat Metheny. Poi un paio di ascolti italiani, come produzione, ma internazionalissimi, due dischi non recentissimi in attesa delle novità delle due etichette in questione, grandi collaboratrici di questo programma, Cam e Tosky. Quest’ultima citata anche come organizzatrice dell’importante seminario/workshop sul mercato discografico, per artisti e staff, che si svolgerà a Latina il prossimo 25 marzo. A proposito di organizzazioni, sono in corso le rassegne di Veneto Jazz allo Splendid Venice Hotel ogni giovedì, quella chiamata “e ora dove andiamo? Invito al viaggio” con letteratura e musica al Fondaco dei Tedeschi di Venezia.  Ci sono poi i matinée al Teatro Verdi di Padova e la rassegna di Jazz Area Metropolitana lungo la Riviera del Brenta. La puntata però si chiude con un sentito omaggio a uno dei nostri che non c’è più. Giovedì scorso lo avevo fatto ascoltare inconsapevole della sua tragica fine che mi è stata segnalata da Palermo, la sua città. Quel giorno era anche il suo compleanno, sempre a mia insaputa, quindi ho deciso di rendere omaggio a lui, alle due date fondamentali della sua esistenza su questa Terra, con l’ascolto di altrettante sue composizioni dai due dischi del suo gruppo, il palermitano Out South : grazie per la tua musica Lorenzo Colella. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. I loves you Porgy (G. Gershwin) – Paolo Fresu & Uri Caine – two minuettos (tuk music) - 2017

03. sound image (T. Harrell) – Tom Harrell – something gold, something blue (highnote) - 2017

04. berimvela – Luis Perdomo – the infancia project (criss cross) - 2012

05. bacalao com pan – Harold Lopez Nussa – el viaje (mack avenue) - 2016

06. cubano chant (R. Bryant) – Roberto fonseca – abuc (!impulse!) - 2016

07. caravan (J. Tizol/D. Ellington) – Gonzalo Rubalcaba – inner voyage (blue note) - 1999

08. la ballena azul – Edsel Gomez – live en el festival Pian Piano - 2015

09. chovendo na roseira (A. C. Jobim) – Edward Simon Trio – Latin American songbook (sunnyside) - 2016

10.  estrela do mar (J. S. Neto) – Jovino Santos Neto – roda carioca (adventures music) - 2006

11. lugar comun (G. Gil / Joao Donato) – Joao Donato – sambalero (phillips) 1075

12. embraceable you (G. and I. Gershwin) – Eliane Elias – I thought about you, to Cet Baker (concord) – 2013

13. twe usta klamia – Gonzalo Rubalcaba & Anna Maria Jopek – minione (universal) - 2017

14. are you going with me? (P. Metheny/L. Mays) – Pat Metheny & Anna Maria Jopek – upojenie (nonesuch) - 2008

15. in a sentimental mood (D. Ellington/Kurtz/Mills) – Claudio Roditi – Samba Manhattan Style (reservoir) - 1995

16. the song is you (J. Kern) – Andre Mehmari – ao vivo no auditorio Ibirapuera (tratore) - 2014

17. a night in Tunisia (D. Gillespie) – Antonio Adolfo – instrumental Sesc Brasil - 2013

18. Fellini’s waltz (E. Pieranunzi) – EnricoPieranunzi/Marc Johnson/Paul Motian – live at the Village Vanguard (cam) - 2013

19. I remember three things (G. Lusi) – G.Lusi/A.Rea/R.Rogers/G.Hutchinson – never fault behind the scenes (tosky) - 2015

20. bianco (L.Colella) – Out South – Out South (fitzcarraldo) - 2008

21. mali (L. Colella) – Out South – Dustville (fitzcarraldo/800A rec.) - 2016

22. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Cieli scuri]]>

Se potessi fermare il cielo,
per conservarne la bellezza,
non sceglierei la chiara limpidezza del giorno
e nemmeno i mezzi colori dell’alba e del tramonto,
ma le mille sfumature della notte
con i suoi cieli scuri



Twisted Psykie: Dark Skies

Luminance: Dark Skies

Jessaudrey: E X I S T

Seventeen X Yasu: Prussian Blue

Loner: Hound

Haven x Holy Rain: Fantasy

Congi: Contours

Biome: Turn

Eikona: Out Of Reach

Clau M.About Me & You

Seventeen: surō w: dedflwrs

Hrím:Huldufolk

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_324_Bob_Dylan_4]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #324 del 9 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 4 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Qalia]]>

 

Mercoledì 15 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Qalia

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La prossima serata si tinge di sintetizzatori: saranno con noi i Qalia con un'iniezione di synth pop!


Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci i Qalia? Te li presentiamo noi!

http://www.qalia.it/
https://www.facebook.com/qaliaband/

“Sensation of empty spaces lives in our heart.”
Il progetto Qalia nasce ad Ottobre 2014 dalla volontà di sperimentare i legami che possono venire a crearsi tra elementi tecnologici ed umani.
Le singole esperienze coscienti, attraverso “I modi in cui le cose ci sembrano”, influenzano il nostro modo di vedere.
A Marzo 2016 si aggiunge Ale Michelazzo alla batteria. Qalia entrano in studio ad Agosto 2016 per produrre il primo Ep intitolato Ø /ph/ presso Bunkrwood Studio di Bassano del Grappa. Il 1 dicembre 2016 viene pubblicato “Ø” in tutte le piattaforme di streaming.

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]>

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

www.deison.net

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 2 marzo 2017]]>

Una puntata giocata sulle associazioni di idee, sulle assonanze, seguendo un filo rosso conduttore che ci accompagna lungo tutta la sua durata attraverso citazioni cinematografiche, televisive, poetiche, geografiche… i dischi sono quelli di alcune delle etichette che collaborano alla realizzazione di questo programma, tanti vengono dalle più recenti uscite di Via Veneto Jazz (VVJ) altri sono quelli di Abeat (recente protagonista di una puntata con i suoi nuovissimi) o di Alfa Music, Fitzcarraldo/800A e Itinera (in attesa delle loro annunciate novità) e di Dodicilune, che ci  tiene sempre aggiornatissimi riguardo la propria produzione. Insomma un vero viaggio fra alcuni dei produttori nazionali di musica di qualità, da Varese a  Palermo passando per Roma, Napoli e Lecce. In conclusione uno spicchio di Latino-America, da Cuba (vista anche attraverso gli occhi e la voce di David Riondino) al mio amato Brasile, per ricordare ancora una volta che sta per ripartire il programma dedicato interamente al grande Paese Sudamericano, “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” con la cantante Ligia França e il sottoscritto ogni giovedì, prima del Jazz, alle 21:30. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. la strada (N. Rota) – Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (vvj) - 2016

03. Pinocchio (F. Carpi) – Orchestra Operaia – into the 80’s (vvj) - 2017

04. Lulù e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (vvj) - 2017

05. Luna rossa (De Crescenzo/Vian) – Fabio Zeppetella/Emmanuel Bek/Geraldine Laurent/Roberto Gatto – chansons! (vvj) - 2017

06. dolce Napoli (E. Amazio) – Enzo Amazio 5et – essence (alfa music) - 2014

07. Paris (G. Finocchiaro) – Giuseppe Finocchiaro – prospectus (dodicilune) - 2016

08. Amsterdam after dark (G. Coleman ) – Max Ionata – rewind (vvj)  - 2016

09. metropolis (M. Panassoni) – Marco Panassoni 4et – happiness (alfa music) - 2012

10.  Valdagno (E. Tondo) – Emanuele Tondo – sguardo a Sud-Est (dodicilune) - 2016

11. keep calm (L. Tucci) – Lorenzo Tucci – sparkle (vvj) - 2016

12. balm (L. Colella) – Out South – Dustville (fitzcarraldo/800a) - 2016

13. Nardis (M. Davis) – Daniele Malvisi Six Group – virtuous circle of Miles Davis (alfa music) - 2015

14. dos gardenias (I. Carillo) – Franco D’Errico trio – waiting for the queen (itinera) - 2012

15 veinte anos (Maria.T.Vera/Gulhelmina Aramburu) – David Riondino & Open World Jazz 4et – il Bolero come terapia (abeat) - 2016

16. choro dançado (M. Schneider) – Mirabassi/Di Modugno/Balducci – amori sospesi (dodicilune) - 2015

17. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

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<![CDATA[Diserzioni: No future]]>
C'è un grido che ritorna
Uguale ma diverso
per condividere ancora
inquietudini e intimità
magari aiutandoci a guardare meglio
dentro il nostro cuore di tenebra.
E a vedere qualcosa nel buio
che sempre più fitto ci avvolge.


Moirè: Opposites

Monolog & Subheim: Wone

Marcus Fjellström: Schmerzrot

CvO: Vans

Hermei: Together

Anubis XIII: Black Opal

4by4: Dissociate (w/ Icy)

WRCKTNGL: Destiny

Toastr: Wishes

Aarne: Tears (w sake. & STAHL)

Nevaeh: Eternal Light

Venice: Untitled

MYSTXRIVL x KAREFUL: Give Everything

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<![CDATA[ReadBabyRead_323_Bob_Dylan_3]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #323 del 2 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 3 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Caso]]>

Mercoledì 8 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

 

Caso

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Ottava serata completamente a Caso !
Chitarra e voce, per un cantautorato punk che alterna parole sensibili a pezzi più rabbiosi, a volte suonati senza amplificazione in piedi ad una sedia.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci Caso? Te lo presentiamo noi!

Caso è Andrea Casali, ha 32 anni e vive a Bergamo.
Nel 2005, dopo avere suonato per molti anni la batteria in diverse formazioni hardcore-punk, decide di intraprendere l'esperienza solista: si sposta alla chitarra acustica, avanza di qualche metro sul palco e prova a raccontarsi con la sua stessa voce. Sono del 2006 le prime registrazioni casalinghe e i primi concerti. Nel 2009 esce autoprodotto Dieci Tracce e del 2011 è Tutti Dicono Guardiamo Avanti, dischi che hanno attirato l'attenzione delle più note riviste di settore e lo hanno portato a suonare su numerosi palchi sparsi in tutta la penisola.

CERVINO • 2015
(To Lose La Track / CORPOC / Audioglobe )
Quando Walter Bonatti, figura angolare dell’alpinismo italiano, con le mani gelate abbraccia la croce di ferro sulla vetta del Cervino dopo quattro giorni di scalata solitaria sulla parete Nord (la più impervia, la meno battuta), sente di aver compiuto l’impresa della propria vita, quella con l’articolo determinativo davanti. Più del Dru sul Monte Bianco su cui poi hanno istituito la Via Bonatti (indovinate perché), più del K2 dove era convinto di morire. Proprio di un’immagine del genere aveva bisogno Andrea Casali, in arte Caso, per delineare meglio il suo quarto album. Non per niente chiamato “Cervino”, la montagna delle montagne. Perché le condizioni di Bonatti erano insolite ed estreme in quel febbraio del 1965, così come lo sono state quelle di Caso nello scrivere, arrangiare e registrare “Cervino” cinquant’anni dopo: primo album elettrico, primo con una band alle spalle dopo una vita acustica e solitaria da cantautore post-punk. L’attenzione alle parole, le storie raccontate attraverso immagini e suggestioni, la vita vissuta tradotta in versi e accordi, rimangono invece tratti distintivi delle canzoni di Caso, dal 2009 ad oggi. Perché si cresce e si cambia, ma certi talenti se si coltivano vengono sempre buoni. Buoni per raccontare lo straniamento di chi ha trentanni e sente di non aver ancora trovato un posto del mondo, come in “Blu Elettrico” che apre il disco con lucida ed elegante rassegnazione, o in “Nettuno” e “Santo Patrono” che tracciano percorsi di vita diversi dai canoni tradizionali, non allineati, ma non per questo impossibili. E il timore e l’orgoglio con cui il protagonista di “Stanze Buie” vive la propria sessualità è la metafora perfetta per sintetizzare questo filo di Arianna che percorre il disco, per andare avanti e reagire come in “Atletica Leggera”. Ma lo straniamento non prevede necessariamente solitudine, e se già avere una band alle spalle può essere sintomatico, un altro concetto che torna spesso è quello dell’amicizia, quel parlarsi sotto ad un lampione sia di cose belle che di sfighe: così si affronta meglio un tradimento (“Buste”, una delle canzone maggiormente à la Buil To Spill di tutto “Cervino”) o un’occasione formale in cui ritrovarsi e riconoscersi (“Occhio Di Bue”). Ma una parte di Caso resta comunque quella del cantautore post-punk, e allora ben vengano gli episodi in solitaria, l’infanzia di “Denti Di Ferro” e “Lario”, ispirata ad uno dei ragazzini protagonisti della bellissima graphic novel “Morti Di Sonno” di Davide Reviati, autore della copertina stessa di “Cervino”. E infine, a chiudere il cerchio c’è “FM”, tre minuti e mezzo delicatissimi che parlano d’amore e di radio, di canzoni che passano di notte senza poter schiacciar replay per ascoltarle di nuovo. A differenza di “Cervino”, undici brani che sembrano accompagnare un viaggio, o una scalata, e che invogliano a ritornare sui propri passi, cercare un’altra via, riprendere da “Blu Elettrico” e ripartire con l’ascolto. Perché “Cervino” è l’ennesima tappa di un percorso in continua evoluzione, un percorso in cui Riccardo Zamboni alla chitarra, Gregorio Conti al basso e Stefano Zenoni alla batteria affiancano Caso, lo aiutano a piantare i chiodi nella roccia fino ad arrivare in cima. Al resto ci hanno pensato Andrea Cajelli a La Sauna Studio di Varese per le riprese e i mix, e Giovanni Versari per il mastering finale. Quello che ne viene fuori è un disco pieno di vita, che Caso sapeva non essere facile ma che voleva affrontare e scrivere esattamente così. Perché “come Bonatti quando abbraccia la croce che sta in cima (…), a volte penso che l’impresa più grande sia riconoscere il proprio Cervino”.


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<![CDATA[Elbow – Little Fictions]]>

Gli Elbow non sono mai stati una band entusiasmante, almeno non nell’accezione comune del termine. Se vi piacciono i paragoni potreste considerarli un po’ come i Wilco d’Inghilterra, ma meno dotati. Nonostante questo hanno avuto il loro momento ‘in cui tutto è cambiato’, coinciso con The Seldom Seen Kid del 2008 e relativo Mercury Prize. Ma di tutto ciò ho già parlato a proposito di The Take Off And Landing Of Everything, capitolo che ha preceduto quest’ultima, settima, fatica intitolata Little Fictions. Rileggendo quel pezzo mi sono accorto di esserci andato giù piuttosto duro con loro, non digerivo affatto le ottime premesse non trasformate in altrettanti ottimi risultati.

Da allora sono cambiate molte cose all’interno del gruppo mancuniano: Guy Garver (voce), Craig Potter (tastiere, piano e produzione), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso) sono rimasti orfani – dopo ben 25 anni – del batterista Richard Jupp, andatosene sbattendo porte in faccia a tutto spiano. Perciò i quattro restanti hanno deciso di registrare fra la Scozia ed i Blueprint Studios di Salford; a differenza di quanto successo con Take Off qui le sessioni sono state condivise da tutti i membri contemporaneamente: scrittura e composizione collettive, quello che si dice un ‘band album’. Accompagnati dal turnista Alex Reeves alla batteria ma soprattutto dalla The Hallé Orchestra ed il suo coro, gli Elbow aprono con una delle migliori canzoni dei loro ultimi dieci anni, Magnificent (She Says). In quest’inizio ci sono molte delle novità di Garvey e compagni: l’orchestra d’archi, un accattivante riff di chitarra elettrico, un senso ritrovato di gioia e positività che si uniscono alla solita voce educata e avvolgente, ed all’ottima melodia.

L’abbandono di Jupp ha costretto o forse solo suggerito alla band di porre molta più attenzione al groove. Nella discreta Trust The Sun giri di basso e chitarra leggera rendono sabbioso lo sfondo vagamente ansiogeno ed un po’ masticato, mentre l’ottima Gentle Storm si focalizza appunto sulle ritmiche, con un loop di percussioni semi-industrial che si ripete all’infinito mentre il frontman con una prova vocale notevolissima canta “Fall in love with me, every day” riuscendo nell’impresa titanica di non apparire sdolcinato né mieloso. A conti fatti, è la nuova vita di Garvey a tinteggiare di colori vivaci questa tela. La scorsa estate si è sposato con l’attrice Rachael Stirling e tutto trasuda amore e serenità ritrovata, seppur in alcuni momenti Little Fictions sia parecchio intimista e personale. Le tematiche tradizionali degli Elbow – senso di comunità, solidarietà, malinconia e passare del tempo – sono avvolte da una calma dello spirito invidiabile, anche quando nella pacata Head For Supplies o nella conclusione solenne ed orchestrale di Kindling emerge tutta l’incertezza che segue l’abbandono del compagno di una vita. Persino K2, sorta di lievissima invettiva contro Brexit sui generis (“I’m from a land with an island status, makes us think everyone hate us”), declina il tema più generale dell’isolamento su toni soavi, coadiuvati da echi e beat motorik sì presenti ma mai ingombranti.

E forse sta qui il demerito principale di questo disco, e per estensione di questa fase della carriera degli Elbow, ossia quello di bastarsi così come si è, non provare mai a fare il passo più lungo della gamba in maniera tale da starsene al sicuro nella propria comfort zone. Per carità, sono 48 minuti assai meno scontati e piatti rispetto all’album che li ha preceduti, ed anche gli episodi non proprio memorabili – la All Disco ispirata da una chiacchierata con Black Francis dei Pixies, la convenzionale Montparnasse e l’incalzante Firebrand & Angel – hanno più o meno tutte elementi distintivi non banali: una chitarra psych tardi anni ’60 là, un groove ipnotico qua, un testo esilarante ancora là (“Let your obsession go, it’s really all disco”). Dunque non ci si annoia mai veramente e la lunga title-track da sola potrebbe bastare a supporto di questa tesi. Complessa ed a suo modo epica, ha nel basso e nella batteria di Reeves il cuore pulsante che tra pause e ripartenze anima un crescendo progressivo che trionfa fra archi schizofrenici ed un’ispirazione cristallina (“We protect our fictions, like it’s all we are”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[“Take five, Jazz & dintorni” del 23 febbraio 2017]]>

Tempo di novità discografiche da parte della Abeat Records che, nelle collane “for jazz” e “skyline” , ci propone una decina di produzioni, tutte di gran qualità e che spaziano da affermatissimi artisti come Franco Cerri o Riccardo Fioravanti, come Guido di Leone o Dado Moroni (che suona nel disco di Giuseppe Cucchiara) fino ai giovani come quest’ultimo citato o come Marco Trabucco e Luigi Martinale, peraltro non nuovi alle orecchie degli appassionati! Tutto questo e altro (Michele Franzini) è mescolato alternativamente ad una serie di altrettanti ascolti dedicati a recenti operazioni discografiche made in USA e al consueto assaggio di Brasile, la mia Terra! A questo proposito ricordo che a breve riprenderà il suo corso la trasmissione dedicata alle musiche e alle storie di quel Paese, “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” e, come già avveniva, sarà condotta da chi vi scrive e parla  e dalla cantante brasileira Ligia França il giovedì, in diretta, immediatamente prima del Jazz, prima di “Take Five, Jazz & dintorni”, alle 21:30. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. sweet 17 (M. Rosen) – Michel Rosen – sweet17 (jando/via veneto jazz) - 2015

03. african flower (D. Ellington)  - Riccardo Fioravanti – Duke’s flowers (abeat)  - 2016

04. since I fell for you (B. Johnson) – Brad Mehldau – blues and ballads (nonesuch) - 2016

05. take the A train (B. Strayhorn) – Antonio Onorato & Franco Cerri – Antonio Onorato & Franco Cerri (abeat) - 2016

06. speak no evil (W. Shorter) – Denny Zeitlin – early Wyne: explorations of classic Wayne Shorter compositions (sunnyside) - 2016

07. green dance (M. Trabucco) – Marco Trabucco – a long trip / with you (abeat)  - 2016

08. bright abyss (D. Zeitlin) – Donny McCaslin – beyond now (motema) - 2016

09. alagitz (L. Martinale) – Luigi Martinale 4et – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

10. Taksim by night (L. Danielsson) – Iiro Rantala/Lars Danielsson/Peter Erskine – how long is now? (act) - 2016

11. if I should lose you (R. Rainger) – Michele Franzini/Roberto Mattei/Rudy Roston – roots’n’rain (abeat) - 2016

12. play on words (R. Royston) – Rudy Roiston – 303 (greenleaf) - 2014

13. all of you (C. Porter) – Giuseppe Cucchiara/Dado Moroni/Stefano Bagnoli – cookin’ hot (abeat)  - 2016

14. antiheroes/super k’s (j. Black) - AlasNoAxis with Jimk Black – antiheroes (winter & winter) - 2013

15. por causa de vocè (A. C. Jobim) – Guido di Leone Trio – a lonely flower for you (to Jim Hall) (abeat) - 2016

16. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[Tobjah (C+C Maxigross)]]>

 

Mercoledì 1 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Tobjah (C+C Maxigross)

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Dopo gli eccessi di Febbraio, tra hip-hop e beat box blues, slam poetry e musica mediterranea, volevamo cominciare Marzo con un concerto chitarra-e-voce, di quelli raccolti e raffinati.
Vi portiamo l'Acid Folk Soul di Tobjah (frontman dei C+C=Maxigross).

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€
Dopo gli eccessi di Febbraio, tra hip-hop e beat box blues, slam poetry e musica mediterranea, volevamo cominciare Marzo con un concerto chitarra-e-voce, di quelli raccolti e raffinati.
Vi portiamo l'Acid Folk Soul di Tobjah (frontman dei C+C=Maxigross).

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€


Non conocsi Tobjah? Te lo Presentiamo noi!

https://www.facebook.com/tobjahbless/

“Sono ritornato alle canzoni. Dopo sei intensissimi anni di tour con i Maxigross, ormai diventati una dilatazione elettrica diretta verso imprevedibili frontiere, ho bisogno di riprendere in mano la mia chitarra acustica per esprimermi senza filtri e sovrastrutture, come quando è cominciato tutto. Sarà la prima volta in cui girerò da solo, la prima volta in cui suonerò queste nuove composizioni, la prima volta in cui sperimenterò con la mia lingua madre. Tutto questo senza dover promuovere niente e non rappresentare null’altro che le canzoni che canterò. Poi conclusosi questo tour le registrerò per realizzare il mio primo album, con la produzione di Marco “Juju” Giudici e Miles Cooper Seaton.
Grazie per essere parte di questo viaggio. Non so ancora dove mi porterà ed è una sensazione meravigliosa.”

(((☮)))

“Io non provo a seguire i maestri; provo a pormi le loro stesse domande”
Robbie Basho (1940 - 1986)

Tobia Poltronieri (born 1988) is a singer / songwriter / guitarist from Verona, Italy. Tobia is a name taken from the Bible: in Hebrew it means “God is good”. He studied fine arts at IUAV University in Venice and is the founder of the open collective project C+C=Maxigross, who perform across the US and Europe. Since age 18 he has been a part of the Italian underground scene, playing with his post folk act Ancher and twee pop Klein Blue, running the label and recording studio Vaggimal Records and organising cultural events within his community. He is also artistic director of Lessinia Psych Fest, the International Festival of Folk and Psychedelic Music, which has run since 2014 in the mountains above Verona. When he plays solo his name is TOBJAH.

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<![CDATA[Diserzioni: Tenera malinconia]]>

T'incatena

come un suono amato nel passato

e mentre confronto l'attuale ascolto

con il sublime trascorso

mi ritrovo a ripercorrere

la stessa intensa via

piena di tenera malinconia

 

 

Lowhitey: Sadness In The Most Beautiful Way

Brimstone: Fidelity

lusine: Witness

Tim Schaufert x Rift:Desolate

Fyoomz x Just Connor: Dawn s Glory

Ecepta: Horizon

Synkro: Inhale (ft. Faib)

Kori:Then She Spoke

Aetherworld: Apathia

Owsey: To Dream Is My Only Way Of Being With You

Naadyn: Moon (Ghost Ark Remix)

Waller: Aegis

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<![CDATA[ReadBabyRead_322_Bob_Dylan_2]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #322 del 23 febbraio 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 2 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Sampha – Process]]>

Sampha Sisay è uno di quelli che lo conosci anche se non lo sai. Attivo fin dal 2009, ha lavorato per e con alcuni dei nomi più altisonanti del neo-pop ed hip hop moderni – che in un modo o nell’altro abbiamo tutti ascoltato – tra cui vale la pena citare Kanye West, Drake, Frank Ocean, Solange Knowles e Katy B. Ma soprattutto ha prodotto l’esordio di SBTRKT, collaborando anche nel sophomore del producer inglese, al secolo Aaron Jerome. Tutto questo per dire che, nonostante Process sia un debutto tardivo, a 28 anni il nativo di Morden (South London) ha già fatto parecchia legna, compresi un paio di EP: l’elettronico Sundanza (2010) ed il neo-soul Dual (2013).

A differenza dei due mini-album precedenti, Process è stato registrato in studi professionali – uno a Londra l’altro all’Ocean Sound Recordings di Grisk, sperduta isola norvegese – con la preziosa coproduzione dello scozzese Rodaid McDonald, gentilmente fornito dalla XL Recordings, casa madre della fedelissima Young Turks. Per quanto detto fino ad ora si capisce facilmente come attorno a questo primo LP si sia creata un’attesa di quelle che capiteranno due o tre volte in un anno, e che in un modo o nell’altro ne ha profondamente influenzato sia la fruizione sia il giudizio di merito. Dal canto suo Sampha ha fatto di tutto per complicarci la vita, non ha strafatto per assecondare l’hype ma ha tirato giù un album personale e meditativo, se non cupo sicuramente nebbioso, che parla di amore, fama, religione stringendosi attorno a due temi fondamentali: l’elaborazione del lutto e la scoperta di sé.

A meno di trent’anni, Sampha ha già avuto una vita piuttosto tragica. Suo padre è morto di cancro quando lui aveva solo 8 anni, la madre per la stessa malattia se n’è andata nell’autunno del 2015. È a lei che si rivolge in Kora Sings – elettro-tribal percussivo ingentilito dall’arpa africana (la kora, appunto) – quando canta “You’ve been with me since the cradle” e poi la chiama angelo e le chiede di non sparire. Ed è sempre la donna che l’ha cresciuto che ritorna nel vertice compositivo che è (No One Knows Me) Like The Piano, struggente ballata in cui l’autore ed il pianoforte regalatogli dal padre da bambino si fondono in un’unica essenza trascendente che però cerca in ogni modo di rivelarsi al mondo (“You should show me I had something some people call soul”). Deve essere questo il ‘processo’ di metabolizzazione del dolore che muove il cielo e le stelle di Sampha, come nella conclusiva What Shouldn’t I Be? in cui la memoria va alla sua infanzia travagliata e all’isolamento auto-imposto (“I should visit my brother, but I haven’t been there in months”) salvo poi trovare nella catarsi finale la sola conclusione possibile (“You can always come home”).

Process è dunque un disco pervaso da un senso profondo e palpabile di mortalità, in cui il songwriter fa i conti con la morte senza troppe sovrastrutture. Nell’iniziale Plastic 100°C, aggrovigliata in un’accattivante struttura non convenzionale fra sample di astronauti famosi e vaga elettronica, c’è una parte di testo (“Sleeping with my worries, I didn’t really know what that lump was”) dolorosamente autobiografica – in cui emergono la paura e l’incertezza all’indomani della scoperta di un nodulo alla gola – ma che si impone come punto di partenza per una crescita personale tanto desiderata quanto difficile da realizzare. Al punto che la sua voce solitamente educata si fa intensa e quasi disperata nella magnifica Blood On Me in cui il nostro è chiaramente in cerca d’aiuto (“I’m on this road now, I’m so alone now, swervin’ out of control now”).

Probabilmente è questa attitudine confessionale a spiazzare, ancor più dell’aver relegato la componente elettronica della sua musica sullo sfondo o poco più. Al di là di un paio di episodi come Reverse Faults e Under – che si muovono guardinghe fra basi hip hop, sintetizzatori e beat micidiali – è la sua voce soul a prendersi nettamente il centro della scena. Sia con la forza di Blood ma soprattutto con la fragilità dei falsetti di Take Me InsideIncomplete Kisses o ancora con la calorosa calma di Timmy’s Prayer, un r&b parecchio classico ma di enorme sensibilità artistica, scritto forse non a caso con Kanye West.

Non so esattamente cosa mi aspettassi da questo album, però so che all’inizio sono rimasto alquanto deluso. Per una serie di coincidenze, poi, mi sono trovato a riascoltare questi 40 minuti quasi forzatamente e allora sono riuscito a cogliere quell’essenza che molti avevano già intravisto ma che mi era sfuggita, o per lo meno questo è quello che mi piace pensare al posto di ‘non ci ho capito un cazzo’. Sia chiaro, Process non è un capolavoro assoluto (e forse proprio queste erano le attese) e pur essendo tutto molto bello e introspettivo manca la scintilla, quel qualcosa che fa entusiasmare e che ti colpisce con una forza tale da farti mancare il fiato...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Mediterranean Ensemble]]>

Mercoledì 22 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Mediterranean Ensemble

Pronti per la sesta serata? Allo Sherwood Open Live, in collaborazione con Associazione PLAY, arriva l'Etno-Jazz World music dei Mediterranean Ensemble ! L'appuntamento è imperdibile: non solo la band ritorna a Padova, città d'origine, ma il Live vedrà all'interno della formazione una piacevole novità: l'elegante voce di Anna Lucia Rosafio, infatti, accompagnerà la band nel viaggio dell'Accamora Tour.

Come di consueto apriremo le porte alle 19.30, ad attendervi cicchetti e piatti sfiziosi preparati con da noi da accompagnare con spritz, vini scelti accuratamente e birre artigianali dei nostri amici della CRAK Brewery.

Il concerto inizierà puntuale alle ore 21.30.
Ingresso : 2€

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci i Mediterranean Ensemble? Te li presentiamo noi!

Il progetto “Mediterranean Ensemble” è l‘espressione dell’interesse nei confronti della musica che nel corso dei secoli ha accompagnato quello che a noi piace definire il “popolo del Mediterraneo”. In un momento storico in cui il confronto e il contatto tra i popoli sono resi particolarmente difficili dall'attuale situazione socio-politica, la nostra curiosità per le musiche tradizionali e moderne di tutta l’area mediterranea, ci fa sentire parte di una nazione senza dei confini ben definiti, dove le musiche ci fanno ritrovare segni e storie millenarie, che fondendosi tra loro diventano la colonna sonora di una nuova identità culturale.

Anna Lucia Rosafio: Voce
Marco Bonutto: Udu Drum, Cajon, Batteria, Tamburi a Cornice
Antonio Minichiello: Chitarra Classica, Chitarra Battente
Martino Cargnel: Chitarra Acustica, Mandolino
Davide Mangiaracina: Contrabbasso

Il primo album Shurhuq (Indijazzti) esce il 12 maggio 2016 e contiene varie melodie tradizionali provenienti dal Portogallo, Francia, Italia, Grecia, Macedonia, Turchia, una raccolta autobiografica del viaggio sino ad ora intrapreso.
Molto presto uscirà il nuovo album con alla voce la new entry Anna Lucia Rosafio.

«La Grecia di Theodorakis, il Portogallo di Mariza, il cuore d’Europa di Reinhardt lo zingaro, la Campania di Eugenio Bennato, i Balcani, il Gargano e altro ancora. E’ un periplo del Mediterraneo assai esteso quello battuto dal vento di scirocco del Mediterranean Ensemble, un gruppo assai maturo... Dicono che lo scirocco inqueta e confonde le idee ma, qui, si sublima in eccellente musica...»
(da Alias inserto de il «Manifesto» del 10/09)

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<![CDATA[Take Five, Jazz & dintorni” del 16 febbraio 2017]]>

Una “puntatona”, come si dice sempre più spesso! Intanto la sostituzione momentanea della sigla, che rimane ovviamente quella che dà il nome al programma da decenni, ma nell’interpretazione magistrale di Al Jarreau, in occasione della sua scomparsa di pochi giorni fa. Per il resto, più che buona la musica, più che buoni i musicisti e le cantanti ma direi che non potevano esserci dubbi visto che alcuni ascolti sono relativi ad altrettanti neo-vincitori dei Grammy Awards 2017 (John Scofield, Skarky Puppy) o sono fra quelli che avevano ottenuto la “nomination” (Tierney Sutton, Renè Marie, Catherine Russell) oppure sono quelli che provengono dalle tre classifiche del referendum della rivista Musica Jazz relative al migliore jazz internazionale 2016 (miglior disco, musicista e gruppo). Uno sguardo anche al celebre festival francese D’Jazz Nevers, alla sua recentissima 30esima edizione con un paio di eccellenti ascolti parziali (un brano a testa) di altrettanti importanti concerti che vi si sono svolti (Jonh Scofield e Avishai Cohen). Ma, all’interno di questa puntatona, a renderla ancora più succulenta, poco dopo la mezzanotte, scattato il cambio di data, due chiacchiere con uno dei vincitori del referendum di Musica Jazz, Riccardo Brazzale, musicista, scrittore, direttore d’orchestra, creatore e organizzatore del Festival Jazz di Vicenza, profondo estimatore dell’immenso Thelonious Monk, del quale, in quest’anno che è quello del centenario della nascita, si è ricordata la concomitanza con la data della sua scomparsa, nel 1982, proprio il 17 febbraio. Riccardo ci ha anche annunciato qualche importante notizia in anteprima che, in podcast, potrete scoprire a vostra volta. Buon ascolto.  JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Al Jarreau – live

02. multiphonics intro Take Five – Nils Wogram - live

03. saturdaynight – Martin Van Der Berg – live basstrombone

04. Jazz Meeting – Nils Wogram & Root 70 – live at Jazz Meeting 2014

05. D’Jazz Nevers – Avishai Cohen – live at D’Jazz Nevers 2016

06. Mr. Fool – John Scofield - live at D’Jazz Nevers 2016

07. thing of God (M. League) – Snarky Puppy – ground up (ropeadope) - 2012

08. what’s going on (M. Gaye) – Cory Henry & Funk Apostoles - live

09. synchronicity (Sting) – Tierney Sutton Band – the Sting variations (bfm jazz) - 2016

10. sound of red (R. Marie) – Renè Marie – sound of red (motema) - 2016

11. Harlem on my mind (I. Berlin) – Catherine Russell – Harlem on my mind (jazz village rec) - 2016

12. the return (parziale) – Branford Marsalis 4et/Kurt Elling – upward spiral (okeh rec) - 2016

13. interview with Riccardo Brazzale (Lydian Sound Orchestra)

14. wide open spaces (M. Formanek) (parziale) – Michael Formanek – edge to edge (enja) - 1990

15. round about midnight (T. Monk) – Pietro Tonolo Trio – Ruby, Nelly & Nica (almar)

16. slippin and sliding (C. McBee) – The Cookers – time and time again (motema) - 2014

17. exit part 1 – Fire! Orchestra – exit (rune grammofon) - 2013

18. olhalual – Sao Paulo Underground – cantos invisivieis (Pi rec) - 2016

19. take five (P. Desmond) – Al Jarreau – live

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<![CDATA[Diserzioni: Neve luminescente]]>

scivoliamo lenti

in questa nuvola di suono

curvando piano nel silenzio

per poi riprendere la discesa

seguendo una dolce scia disegnata

sulla neve luminescente



Bloom : Luminescence

Lion Forest : Snow Crunching

Deepcosmo: Podvodoy

Bluffsound: Obtekaniye

Shelta: Cruel

Blut Own: Fading

Astral Planes: Exodus

Rhian Sheehan: Somnus

Raine:The Burra

Message To Bears: They Ran

haven: dead in the water

Yagya: Substorms On a Winter Night

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<![CDATA[ReadBabyRead_321_Bob_Dylan_1]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.


ReadBabyRead #321 del 16 febbraio 2017


“C’è chi dice
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 1 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.


Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Spring Street Insomnia #16]]>

Spring Street Insomnia, la puntata numero 16 inizia con Joy Division e si conclude con i Virgin Prunes. Ma non è solo dark/wave, è un viaggio nel tempo della musica indipendente che dura fino ad oggi.

Buon ascolto!

1 - Joy Division - Colony
2 - Linda Perhacs - Chimacum Rain
3 - Mac Demarco - I'm a Man
4 - Metronomy - My House
5 - Naduve - Ready Set Go (Saturn Memories Tahini Mix)
6 - Nick Drake - Pink Moon
7 - Pretty Things - I Want Your Love
8 - Rodriguez - Street Boy
9 - The Soft Pink Truth - Everybody's Soft
10 - Warpaint - Don't Wanna
11 - Fugal - Traces
12 - TM404 - 303/303/303/303/808
13 - Mount Kimbie - Bells_5
14 - Red Axes - Cockroach
15 - Maribou State - The Clown (feat. Pedestrian)
16 - Virgin Prunes - Pagan Lovesong


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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni” del 9 febbraio 2017]]>

Ahi ahi ahi… un grido di dolore apre questa che dovrebbe essere la presentazione della puntata e invece è ancora una volta il resoconto di una ennesima sventura tecnica che ha impedito il regolare corso del programma! Si sa, guasti e imprevisti possono capitare e recentemente il jazz è stato un po’ bersagliato dal fato avverso ma pazienza, il consueto svolgersi della serata non c’è, ma resta la musica, che comunque, in forma quasi di no-stop, ma annunciata, ci accompagna in un giretto di un paio di ore attraverso brani scelti da una serie di buoni dischi estrapolati dalle classifiche dei migliori musicisti, gruppi, dischi, ristampe internazionali (salvo poche eccezioni nazionali di valore) emersi dal referendum della rivista Musica Jazz, così come avviene da qualche settimana a questa parte… una scusa per proporvi dischi recenti, di qualità e di buon successo. L’apertura, momento in cui si è sfortunatamente verificato l’inconveniente, è caratterizzata, come la settimana precedente, da un prolungato ascolto del disco Time Out di Dave Brubeck solo per il motivo che è quello che contiene la sigla di apertura e chiusura. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five + three to get ready + Kathy’s waltz – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. a love supreme (J. Coltrane) – John Coltrane – a love supreme (impulse) –

03. are you all the things? (B. Evans) – Bill Evans – re: person I knew (fantasy) - 1974

04. Evans above (J. Taylor) – Peter Erskine Trio – you never know (ecm) - 1992

05. Morgane le fay (Enten Eller + E. Parrini) – Enten Eller + Emanuele Parrini – Tiresia (self prod.) - 2016

06. just friends (J. Klenner/S. Lewis) – Lee Konitz – live at the half note (verve) - 1959

07. Gershwin suite (G. Gershwin) – Dado Moroni & Luigi Tessarollo – talking strings (abeat) - 2016

08. slippin’ and slidin’ - The Cookers – time and time again (motema) - 2014

09. night and day (C. Porter) - Charlie Parker – night and day (lef rec) - 1952

10. un capanno (di montagna) in mezzo al mare (R. Brazzale) – Lydian Sound Orchestra – Vicenza JCT Teatro Astra 2015

11. summertime (G. Gershwin) - Dado Moroni & Luigi Tessarollo – talking strings (abeat) - 2016

12. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

 
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<![CDATA[Diserzioni: Pianto silente]]>

Tutti abbiamo nostalgie

e guardiamo addietro

nel calendario della vita,

assaporando i ricordi

nella speranza, nell’illusione, forse,

di non sentire la cadenza inesorabile

della goccia del tempo che scava

come un pianto silente

 

 

A Guy Called Gerald: Silent Cry

Bucky.Never Be

Sibewest X Sloati: Summer Park

Black Paper – Pulse

Cadeu: Slowall

Kazukii - Need

Letherette: Frill

The Penguin District: Vice Grip

Sangam: Tears (Didn't Mean Nothing)

Okada: An Endless Battle Of Memories

Emika: Grief (Prelude)

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<![CDATA[ReadBabyRead_320_Carrère_A_Calais_4]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #320 del 9 febbraio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 4 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
Blixa Bargeld, Bassthema [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Auf Freiem Feld [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Somewhere Over The Rainbow [Blixa Bargeld]

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<![CDATA[SOHN – Rennen]]>

Uno degli aspetti più affascinanti del linguaggio è il modo in cui esso possa assumere significati diversi a seconda del contesto in cui esprime qualcosa.

Quando tre anni fa SOHN, aka Christopher Taylor, esordì da solista e protagonista con Tremors, il messaggio arrivò forte e chiaro: i “tremori” dell’artista londinese non erano altro che frammenti di una densa ricetta sonora le cui scosse non sarebbero partite dalla terra sotto i nostri piedi, bensì, dalle terminazioni nervose che rivestono i nostri corpi. Quella formula potente, combinata tra una voce emozionante e un’elettronica raffinata strizzante l’occhio al nu-soul, fece sicuramente sussultare (solo per un attimo, sia chiaro) James Blake che di questa sperimentazione sonora era sovrano indiscusso. Nel corso di questi ultimi anni sono stati in tanti, troppi, a seguire questo filone electro-minimalista sposato ai generi musicali delle culture oltreoceano e, bisogna dirlo, Blake ancora adesso ne reincarna uno dei più esemplari portabandiera.

SOHN, invece, che di londinese ha solo le origini, non bada molto alle tendenze del momento e ai paragoni che si possono fare tra i vari artisti. Lui abbraccia più bandiere e continua la sua corsa (che guarda caso è il significato di “rennen” in tedesco) verso orizzonti sempre nuovi e panorami sonori variegati. Il suo spirito cosmopolita l’ha portato nel giro di poco tempo a piantare le proprie radici da Londra a Vienna (luogo di nascita di Tremors) a Los Angeles. Nel mezzo ci son stati un matrimonio e l’arrivo di un figlio. Il buon Christopher non si è fatto mancare proprio nulla e quindi, visto che le esperienze ci son state, la luce della creatività è sempre rimasta accesa, il momento propizio per sfornare il sophomore non poteva che essere questo.

Rennen, però, vede la luce all’inizio di un anno che ancora una volta ci offre come portata principale la ricetta dell’elettronica ricercata e suggestiva. Pochi giorni fa si faceva lo stesso discorso parlando del nuovo dico di Bonobo, oggi per fortuna si può uscire dal claustrofobico giro di parole sempre uguali e parlare di un disco con una forte impronta personale e poco interessato a immedesimarsi nelle emozioni comuni rispetto ai disagi odierni. Infatti, la prima cosa che colpisce dei dieci brani che compongono questo lavoro è il modo di esprimere afflizioni e fragilità da un punto di vista strettamente personale, mettendo prontamente in chiaro che questo non è un disco per il sociale, nonostante le liriche siano rivolte in più di un pezzo a temi politici e ambientali.

Tutto in questo disco suona come un continuo invito a ricercarne il vero significato. Il produttore londinese corre alla ricerca di un nuovo luogo? Di una nuova avventura? Oppure è una corsa contro le avversità e le proprie debolezze?

È sempre stato il gioco di SOHN, in effetti: creare diramazioni sonore delicate, intime, capaci di diventare qualsiasi cosa nella loro esecuzione. Signal è uno dei frutti più luminosi di questa multidimensionalità: una delicata ballata atmosferica che quasi richiama il precedente Tremors, si trasforma, man mano, in un turbinio di transizioni elettroniche sospese. L’onirismo di questo mood soffuso si protrae per buona parte dell’album, passando per brani che finalmente tornano a toccare le corde black dell’ r’n’b come la successiva Dead Wrong più oscura, oppure quelle “blues” della minimale Still Waters. Su quest’ultima scia anche l’accoppiata iniziale di Hard Liquor e Conrad, quest’ultima a tema ambientalista con i suoi riferimenti ai cambiamenti climatici. La prima, invece, dà il via alle danze con un intrigante soul, carico di ritmo e immediatezza sonora. Poi c’è Primary, scritta durante l’inizio delle elezioni presidenziali degli USA, che si lancia in un sentitissimo “Give me patience to wait for another day…” (ahimè, molta di più te ne servirà, caro Chris) e ancora una volta l’intimismo scarno iniziale si trasforma in un accelerato tappeto sonoro all’insegna delle manipolazioni elettroniche. Gli umori di Taylor cambiano repentinamente nel corso delle dieci trace; la tensione nervosa di Proof (che tanto ricorda Thom Yorke nei suoi ultimi lavori da solista) contrasta l’ipnotica Falling. L’unica costante resta il suo timbro vocale che emerge in ogni brano dando a ognuno di esso  la giusta morbidezza.

SOHN stavolta riduce al minimo indispensabile ogni pavimentazione sonora ma coinvolgendo nelle sue produzioni impeccabili molteplici correnti stilistiche. Paradossalmente, questa risulta essere una scelta più coraggiosa di quanto si possa immaginare: nessuna rivoluzione sonora, nessun adeguamento all’eccentricità, a volte esasperante, del periodo. Eppure gli ingredienti di questo lavoro, pochi ma ben selezionati, mettono a punto un sound limato e ben confezionato che riesce a raggiungere picchi eclettici ed emotivi pur rimanendo di base immediato e accessibile a tutti...continua su Vinylistics

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<![CDATA[HD Holden]]>

Mercoledì 15 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

HD Holden

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La quinta serata di Sherwood Open Live vedrà sul palco gli HD Holden, band nata tra Castelfranco Veneto e Bologna, un "progetto skunky folky beatbox post sbronz blues nato come one man band ed evoluto naturalmente come 'collettivo' di musicisti indipendenti.
Musica bastarda, originale, scritta sotto l'influsso di una luna dipinta nel blues."

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Il concerto inizierà ore 21.30
Ingresso libero

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci gli Hd Holden? Ter li presentiamo noi!


Progetto skunky folky beatbox post sbronz blues nato come one man band ed evoluto naturalmente come 'collettivo' di musicisti indipendenti.
Musica bastarda, originale, scritta sotto l'influsso di una luna dipinta nel blues.
Cris (voce/chitarra) inizia la sua gavetta tra Castelfranco Veneto e Bologna dove viene a contatto con diverse realtà artistiche e musicali.
Tra anaillogicità ed elettronica inizia a sperimentare e registrare le prime canzoni DoItYourself suonando in vari locali felsinei collaborando con diversi musicisti provenienti da tutto il paese.
Tornato al nord registra il suo primo ep holdeniano-casalingo, "GreenSkinBlueBones" e incontra Spa [chitarra] tra nebbie e quercie estive, con il quale inizia a improntare i primi live in duo. 
Il progetto prende forma con Cippo [beatbox], conosciuto tra le foreste padovane, e il trio suona sempre più spesso in locali e realtà diverse.
A fine 2015 si aggiunge in pianta semi stabile Alessandro Bruno Brunetta, giovane sassofonista/organista il quale vanta diverse collaborazioni artistiche ed esperienze studio/live.
Attualmente collaboriamo con diverse realtà artstiche tra cui il progetto Cobrainals, danzatrici del ventre 'inusuali'.

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<![CDATA[Umberto Maria Giardini - Pietro Berselli]]>


Sabato 18 febbraio dalle ore 21:30

Cso DjangoVia Daniele Monterumici 11, 31100 Treviso

SISMA è onorato di presentare:

Umberto Maria Giardini DATA DI PRESENTAZIONE di "Futuro Proximo"

Opening act: Pietro Berselli

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➤ Umberto Maria Giardini // pop - post-rock (La Tempesta)

Umberto Maria Giardini è uno dei più importanti cantautori italiani contemporanei.
Nel 2012 (archiviati i progetti Moltheni e Pineda) pubblica "La dieta dell'imperatrice".
Nel 2013 l'EP "Ognuno di noi è un po' anticristo" segna un'ulteriore evoluzione musicale, con sonorità più veloci, alternate a lunghe code strumentali. 
Nel 2015 esce "Protestantesima", disco che modifica in parte lo stile UMG allontanandolo dalla forma cantautorato che lo aveva sempre accompagnato negli ultimi anni. Risultato eccellente.
Il 3 febbraio 2017 uscirà per La Tempesta il nuovo disco "Futuro proximo".
Figlio naturale di "Protestantesima", ma come giusto che sia anche di un nuovo ciclo strettamente legato ai tempi che cambiano, il nuovo album di UMG splende di luce propria e illumina. Dieci nuove traccie dove la scrittura si complica assumendo talvolta un sapore prog moderno e un rock disilluso, toccante e autorevole. Traiettorie geometriche mai banali, incastri e melodrammaticità di velluto costituiscono gli ingredienti perfetti per questo lavoro maturo e a suo modo diverso dai precedenti. Ancora una volta gli orizzonti sonori risultano nitidi, ma in Futuro Proximo si osa ancora di più, fino a sporgersi ai confini dell’oblio dove la malinconia regna regina insieme alla consapevolezza di un mondo sempre più artificiale e moderno che perde colpi. Album decisamente elettrico e dotato di grande carisma sia nei suoni che nel linguaggio Futuro Proximo può considerarsi il capolavoro assoluto di UMG, un reticolato in cui la mente si perde per poi ritrovarsi rinnovata negli episodi più austeri e veloci del disco. Solo per chi dalla musica italiana odierna si aspetta quel valore aggiunto di stretta parentela tra qualità e credibilità artistica.

➤ Pietro Berselli // post-rock (Dischi Sotterranei)
Il progetto solista di Pietro Berselli, bresciano d’origine e padovano d’adozione, nasce nel 2014. L’intenzione fondamentale é quella di scrivere canzoni dove ciò che conta è la ricerca del suono, anche attraverso il testo. Il suono delle parole, infatti, è basilare quanto il loro significato e deve essere concepito allo stesso modo di ogni altra parte della canzone. Il risultato è un Cantautorato dalle sonorità Post Rock che con disillusa amarezza racconta situazioni, circostanze, momenti. La formazione si completa con Edoardo Della Bitta alla chitarra, Roberto Obici alla batteria, Marco Sorgato al basso e lo stesso Pietro Berselli alla voce, il quale esegue alla chitarra brani strumentali da solo. Esistono, infatti, varie facce con cui il progetto si presenta live, sia con la band al completo che in formazione ridotta che solo con il singolo Pietro: l’arrangiamento delle canzoni è stato concepito di conseguenza.

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Ingresso sala concerti: 10€ alla cassa
Ingresso altri spazi Django: 3€

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<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]>

solo quando si trovò sulla soglia della cecità Nietzsche smise di leggere le opere altrui e si concentrò sulla scrittura delle proprie, senza più maestri, né guru” (L.V. Arena – Brian Eno Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014)

 

L'ho accolto in casa con una certa freddezza, un comportamento che si addice quando l'ospite risulta troppo ingombrante o gli si vuol celare l'ansietà dell'incontro. L'ho tenuto in disparte per un lungo periodo, lasciando che la mia curiosità ancora galleggiasse assieme al battello che per qualche tempo è rimasto ormeggiato a Palazzo Tè, in quel di Mantova.

Una mostra, un disco che hanno saputo nuovamente colpirmi nell'intimo anche se qualcosa di ancora più nascosto e lontano mi sussurrava che non era abbastanza, ci voleva di più, più giù, più in fondo.

  Ho posato il nuovo cd di Eno nel lettore una settimana fa, da una settimana sto levitando ben oltre i territori conosciuti, viaggio mentre il tempo si annienta e l'idea stessa del confine da raggiungere diventa un racconto lontano, immerso nel ricordo di un passato indefinito mentre continuo a volare leggero tra un rimbalzo e l'altro di note che si confrontano tra loro nell'istante senza fine di un riflesso.

 Quando uscì Reflection, un mese fa circa, sentii il bisogno di esprimermi usando però modalità di scrittura diverse. Cercavo un approccio più scientifico, cattedrattico, lucido e distaccato. Dovevo valutare ciò che ascoltavo seguendo pareri, ricordi, tesi, calcoli che apparivano nei vari testi letti, pagine che avevano come minimo comune denominatore Brian Eno, uno dei maggiori assertori del “non insegnamento”, praticamente era pura contraddizione.

 “E' una tragedia che l'educazione sia giunta al punto di dirti che non dovresti provare a farti tue teorie sulla filosofia, ma soltanto imparare ciò che ha detto o fatto il filosofo” (Brian Eno, Lezione alla Red Bull Music Academy)

 Conoscevo questo suo lato, così come conosco l'appartenenza della musica di Eno alla scuola cosiddetta popular. Quando ti imbatti nei suoi suoni sai che non stai viaggiando nel paludato e stretto spazio del pensiero contemporaneo, lì dove anche la non regola è regola ferrea da seguire sullo spartito sospeso nell'assenza del non silenzio. Sai che Mr. Le Baptiste de la Salle ha senz'altro guardato – non certo studiato - quegli spartiti ma lo ha fatto con ancora vivo il ricordo delle piume che adornavano il suo costume, in quel tempo lontano trascorso assieme all'altro Brian, nei Roxy Music.

Credo sia fondamentale tenere a mente le sue origini per meglio comprendere il suo percorso. Così come è importante conoscere il motivo che lo ha indotto a lasciare il palco imbellettato del rock per andare alla ricerca della materia primaria, il vero suono che non ha bisogno di frontmen, assoli impossibili di synth, folle ondeggianti sotto al palco. Un'idea, un viaggio iniziati nel 1975 con Discreet Music o, come asserisce lui stesso, nel '73 con Robert Fripp o forse con la prima traccia musicale da lui registrata alla Ipswich Art School nel 1965.

 Penso al suo lungo percorso di crescita, di ascolto infinito, di instancabile ricerca. Penso al nostro notevole debito nei suoi confronti. A come ora, per esempio, possiamo facilmente dare un indirizzo musicale ambient alla nostra etichetta digitale informando velocemente e con precisione coloro che non conoscono la nostra linea editoriale. Penso mentre il suono fluido continua a sgorgare da casse mai sazie del suo silenzioso e dolce fluire.

 Ascolta Reflection qui

 Più scrivo e più mi allontano dallo stile che intendevo usare. Tutte le nozioni acquisite esplodono al rallentatore davanti ai miei occhi mentre l'immagine sfocata prende forma. E' un enorme sfera di suono, quella che sto attraversando. Si espande in continuazione mentre le note che la compongono si rigenerano senza fine. Il pensiero matematico si unisce a quello filosofico e il tutto si nutre di musica. Suono illimitato, questo il motivo della nascita di Reflection, la app creata da Eno assieme a Peter Chilvers, capace di generare all'infinito molteplici suoni, mai simili tra loro. Un viaggio che il lettore del cd non può permettersi, fermando a 54 minuti circa la sua corsa silenziosa. Una sorta di compromesso con il mercato musicale, o ciò che ne è rimasto. Racchiudere un lavoro di tale portata all'interno di un cd equivale a far crescere una splendida balena azzurra all'interno di una boccia per i pesci rossi ma...così funzionano le cose.

Insisto nell'ascolto o forse è l'ascolto che mi ha inglobato trasportandomi in luoghi lontani da me stesso. L'attesa dell'usuale e famigliare tocco di pianoforte è vana. Sono le macchine e la loro sensibilità ultramondo a governare questo spazio. L'uomo ha interagito con loro il tempo necessario per istruirle. Per noi un lungo dialogo appena iniziato. Per loro, abituate alle distanze incommensurabili degli anni luce, uno spazio temporale breve come il brillare di un lampo. Forse sta giungendo il tempo dell'abbandono da parte dell'uomo dell'idea stessa di musica suonata, irrigidita dentro regole di stile o ritmiche. Forse è ora di incontrarsi non più negli spazi riempiti di assordante e antica elettricità o canonica e colta elettronica. Forse è giunto il momento di abbracciare il silenzio e il suono che esso trasporta, capace di avvolgere e rigenerare anche anche l'ambiente che ci circonda.

Utopie?

  “...non è tanto una questione di suonare ma di saper ascoltare” Brian Eno

--> Brian Eno – Reflection – Warp - Gennaio 2017

--> Brian Eno/ Peter Chilvers – Reflection – Opal – 2017 (generative app)

 

Lettura consigliata:

--> Leonardo Vittorio Arena – BRIAN ENO Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 2 febbraio 2017]]>

Bentrovati! Nella serie delle puntate in podcast troverete un “buco”, la mancanza della puntata del 26 gennaio scorso che, a causa di alcuni problemi tecnici non ha potuto andare regolarmente in onda. Purtroppo la sfortuna si è accanita sul programma e anche all’inizio di questa puntata si sono scatenate le forze del destino che hanno impedito il regolare svolgimento per diversi minuti, minuti in cui potrete ascoltare, dopo la consueta sigla che era partita puntuale, altri due brani provenienti dallo stesso disco storico in cui la sigla è contenuta. Se li conoscete bene, come posso immaginare, potrete saltarli e precipitarvi all’ascolto dei bei dischi che fanno sontuosa la scaletta di questa serata, altrimenti ascoltateli come fosse un incontro con un vecchio amico, sempre bello rivederlo, no? Dunque, superate le difficoltà, ho scelto di farvi ascoltare una specie di summa, di riassunto delle tre classifiche relative al jazz internazionale del referendum annuale della rivista mensile Musica Jazz. Ecco che troverete i vincitori Henry Theadgill (miglior disco e miglior musicista del 2016 e secondo classificato fra le migliori band, dove ha vinto iltrio Bad Plus) ma anche molti dei piazzati nelle tre liste di questa sorta di Pantheon della musica afroamericana. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) più Three to get ready e Kathy’s waltz – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. ornithology (O. Coleman)  - Joshua Rdman & Brad Mehldau – nearness (nonesuch)  - 2016

03. Leroy and Lanisha ( K. Washington) – Kamasi Washington – the epic (brainfeeder) - 2015

04. ferromagnetic (D.J. Argue) – Darcy James Argue’s Secret Society – live in London 2010

05. life and death (A. Cohen) – Avishai Cohen – into the silence (ecm)  - 2016

06. old locks and irregolars verbs part 4 (H. Threadgill)  - Henry Threadigill Ensemble Double Up – old locks and irregolars verbs (Pi rec) - 2016

07. potacion de guaya (C. Bley) – Carla Bley – andando il tiempo (ecm) - 2016

08. holding on (G. Porter) – Gregory Porter – take me to the the Alley (blue note) - 2016

09. Marian Anderson (W.L. Smith) – Wadada Leo Smith & Vijai Iyer – a cosmic rhythm with each stroke (ecm) - 2016

10. mandy (R. Kerr) – the Bad Plus – it’s hard (okeh) - 2016

11. lost in redding (T. Berne) – Tim Berne Snakeoil – you’ve been watching me (ecm) - 2015

12. sugar free (JD Allen) – JD Allen Trio – americana musings on jazz and blues (savant) - 2016

13. Alabama (J. Coltrane) – Jack de Johnette/Ravi Coltrane/Mattews Garrison  – in movement (ecm) - 2016

14. beautiful love (W. King/V. Young) – Nels Cline – lovers (blue note)  - 2016

15. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Diserzioni: Midnight Prayer]]>

C'era un silenzio
come d'attesa
lungo la strada
che portava all'oscurità

C'era un silenzio
che scendeva nella notte
accompagnato da un lieve rintocco di suono
che assomigliava ad una sussurrata preghiera

Lynchobite: Midnight Prayer

S P A C E O U T E R S: Night Melancholy

SKY H1: NightFallDream

AyyJay: Missing

Spectre: Abandon

Future Sound Of London: Egypt

Austra: We Were Alive

Extence: Advice

Yally: Sudo

Black Merlin: Hope

Naaahhh: Empty Rituals

Amnesia Scanner: Atlas

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<![CDATA[ReadBabyRead_319_Carrère_A_Calais_3]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #319 del 2 febbraio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 3 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
Blixa Bargeld, Bassthema [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Auf Freiem Feld [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Somewhere Over The Rainbow [Blixa Bargeld]

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<![CDATA[Spring Street Insomnia #15]]>

Anche questa settimana direttamente da New York ritorna Spring Street Insomnia con Marco Dianese MDBear. 

Buon ascolto!


Playlist:

1 - Tom Waits - Big In Japan
2 - Romans - Cirta
3 - The Flaming Lips - There Should Be Unicorns
4 - Bonobo - Migration
5 - Tornado Wallace - Healing Feeling
6 - Age Coin - Domestic II
7 - The Cure - Primary
8 - The xx - Replica
9 - Portishead - Plastic
10 - The Electric Prunes - Bangles
11 - Syd Barrett - Long Gone
12 - Tim Hecker - Live Room Out
13 - Tropic Of Cancer - When The Dog Bites
14 - Voxtrot - The Start Of Something
15 - The Stone Roses - Shoot You Down

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<![CDATA[Dutch Nazari feat. SickEtSimpliciter]]>

 

Mercoledì 8 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Dutch Nazari feat. SickEtSimpliciter

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Per la sua quarta serata, Sherwood Open Live ha il piacere di proporvi Dutch Nazari (Massima Tackenza), rapper padovano che, in collaborazione con Sick & Simpliciter, presenta "Fino a Qui", il disco che sta portando in tutta Italia nel tour "Fino a Li"

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Il concerto inizierà ore 21.30
Ingresso: 3€

Costo tessera 2017 : 2€ (in sconto ad 1€ per la serata)

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Non conosci Dutch Nazari? Te lo presentiamo noi!

Dutch Nazari (classe 1989) è nato e cresciuto a Padova, dove all’età di 16 anni si è avvicinato alla scena hiphop, contribuendo a fondare il collettivo Massima Tackenza, gruppo che è tuttora musicalmente attivo.
Negli anni dell’università, l’incontro con il poeta Alessandro Burbank e con il producer Sick et Simpliciter (al secolo Luca Patarnello) lo hanno portato ad avvicinarsi a sonorità elettroniche e a mescolare le metriche del rap con la cifra comunicativa dei poetry slam.
Nel 2014 Dutch Nazari entra nel roster di Giada Mesi, etichetta fondata da Dargen D’Amico, con la quale nell’autunno dello stesso anno pubblica un EP dal titolo “Diecimila Lire”. L'ep, interamente prodotto da Sick et Simpliciter, riscuote grande interesse sia da parte della critica che del pubblico, posizionandosi tra le prime posizioni nelle classifiche dei “migliori dischi del 2014” dei principali portali del settore.
Nel giugno 2016 esce l'ep “Fino a Qui”, e viene annunciata l'imminente uscita del primo album ufficiale, anch'esso affidato alla produzione di Sick et Simpliciter.

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<![CDATA[Diserzioni: Oscura tranquillità]]>

Altra cura sembra non ci sia

se non la lontananza dalla realtà

se non la sottrazione al rancore

e allora per riuscire nell'intento

mi nascondo nel suono con la speranza

di ritrovare l'oscura tranquillità


Koan: Dark Tranquillity

Throwing Snow: Recursion

Intriguant: Recluse

Tim Schaufert: Unearth

Mr. Mitch: The Man Waits (Talbot Fade's Extension Cord To The Abyss Mix)

Logos: Night Flight

Ocoeur: Progression (Field Rotation Rework)

Yui_Onodera: Cromo2

Ian Hawgood: Komaya (For Lee, Danny, and Clem)

Feminine : Coral Face

Piano Magic: Closure

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<![CDATA[ReadBabyRead_318_Carrère_A_Calais_2]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #318 del 26 gennaio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 2 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
Blixa Bargeld, Bassthema [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Auf Freiem Feld [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Somewhere Over The Rainbow [Blixa Bargeld]

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<![CDATA[The Flaming Lips – Oczy Mlody]]>

Lo scorso tredici gennaio i Flaming Lips hanno pubblicato il loro quattordicesimo album in studio, Oczy Mlody. In più di trent’anni di carriera Wayne Coyne e soci hanno fatto tutto quello che potete immaginare, ma moltiplicato per tre. Hanno stravolto il proprio sound con un LP, Zaireeka, che in realtà erano quattro cd da ascoltare contemporaneamente; hanno inciso il loro nome su pietre miliari della modernità come The Soft Bulletin e Yoshimi Battles the Pink Robots; ma più di tutto hanno sperimentato, spostato avanti i propri limiti, donandoci dischi complessi e discussi come Embryonic The Terror, la loro ultima fatica datata 2013.

Ovviamente questa è solo una piccola parte della storia ma non potevo dilungarmi troppo nello spiegone per quelli di voi che hanno più o meno sedici anni o che sono rimasti chiusi in un bunker a digitare sei numeri ogni 108 minuti. Dunque arriviamo al punto: Oczy Mlody – che in polacco significa ‘eyes of the young’ (lo scrivo in inglese perché poi capirete) – vede il nucleo dei Flaming Lips così come lo avevamo lasciato dopo la cacciata di Kliph Scurlock. Wayne Coyne, Michael Ivins, Steven Drozd, Derek Brown ed un paio di altri collaboratori hanno registrato tra la natia Oklahoma City e New York insieme al fidato Dave Fridmann (col supporto di Scott Booker). Gli ultimi anni sono stati quelli dei lavori della serie Fwends e della collaborazione con Miley Cyrus ed il suo Dead Petz. Prima di capire quanto tutto ciò abbia influenzato questo album lo stesso Coyne ha dato una vaga idea di cosa aspettarci, con un laconico ed inquietante “Syd Barrett che incontra A$AP Rocky” e tanti saluti alla sanità mentale.

flaming-lips-2017

Che poi non è nemmeno una metafora così strampalata. La title-track che apre i giochi, al di là di essere poco più di una (in)utile intro in stile xx, ha però il merito di dimensionare l’ascoltatore al mood che seguirà: beat pulsanti, atmosfere livide, synth ed elettronica a piovere. Quindi la quota A$AP Rocky deve risiedere nel groove, idea rafforzata dalla stupenda How??, un synth-rock acquoso coi bassi super carichi, che dipinge scenari a metà tra utopia (“Legalize it, every drug right now”) e distopia (“We were young with our baby guns”) nella tipica maniera fintamente ingenua dei Lips. La quota Barrett allora risiede per forza nel carattere trippy e malinconico che pervade l’intero disco, a partire dall’elettro-pop di There Should Be Unicorns, brano interessante in cui la voce delicata di Coyne contrasta con la pesantezza della confezione, purtroppo rovinato da un discutibile finale in cui la voce narrante di Reggie Watts disquisisce di unicorni dagli occhi viola, della loro cacca e di amore universale. Va be’.

Oczy Mlody è stato pensato e realizzato nell’ottica di uno stacco, un cambio di direzione rispetto all’oscurità di The Terror ed in generale all’inclinazione acida delle ultime cose della band. Vuole essere melodico ed orientato alla forma-canzone come in Sunrise (Eyes Of The Young) – una contro title-track, ballad gentile di sintetizzatore e pianoforte ma che ad un ascolto più attento si rivela in parte cover di The Floyd Song (Sunrise) della dannata (scherzo) Cyrus. Ebbene, questo riferirsi ai sopracitati Soft Bulletin e Yoshimi, con un carico di allegria in più, rigettando in qualche modo le inclinazioni sperimentali e complicate di Embryonic e, di nuovo, di Terror riesce solo in parte. Perché di questi ultimi due Oczy è indubbiamente figlio, e lo si capisce da pezzi come Nidgy Nie (Never No) Galaxy I Sink. Il primo è un delicato brano semi-strumentale a metà tra r&b d’avanguardia e funk robotico, il secondo è una specie di filastrocca dissonante impreziosito dagli archi; entrambi mutuano dal recente passato la lentezza e la cupa nebulosità rarefacendola in spazi più ampi e meno claustrofobici, è vero, ma il cordone ombelicale c’è e si vede.

Uno dei problemi con questo lavoro è che vive di momenti tutto sommato trascurabili (tipo Almost Home) ed altri invece grandiosi. Tra questi c’è di sicuro il prog elettronico e percussivo di One Night While Hunting for Faeries and Witches and Wizards to Kill che al di là del titolo impossibile (ma in piena tradizione) spacca letteralmente in due l’album e sottolinea – con gli unicorni di prima e The Castle poi – quello che è il tema lirico fondamentale: il mondo della fiabe, declinato sul doppio binario della vita e della morte, come in un piano della realtà apocalittico ma esilarante al tempo stesso. Senza soluzione di continuità arriva l’intrigante Do Glowy – ed il suo uso massiccio di Auto-Tune alternato al cantato naturale – che a sua volta fluisce nella neo-psichedelia della lunga Listening To The Frogs With Demon Eyes che, oltre a reiterare il tema della morte (“Have you seen someone die?”), è significativa di una seconda parte più luminosa ed affermativa. Il dream-pop angelico e fluttuante della notevole The Castle non fa confermare questa tendenza: arpeggi di synth cosmici e testi trasognanti (“Her eyes were butterflies, her smile was a rainbow”) ci dicono che dopo averci messo per anni alla prova e deliziato in ogni modo, ora i Flaming Lips forse vogliono solo lasciarsi ascoltare.

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Hanno sempre usato concetti e temi anche piuttosto astrusi per migliorare la fruizione della loro musica e qui non fanno diversamente. Certo, ci sono un paio di questioni da capire bene. La prima riguarda Miley Cyrus. Ora dobbiamo affrontare la cosa: se da una parte è chiaro il reciproco beneficio del loro rapporto – lei si dà tono ed importanza attraverso di loro, i Lips si svecchiano e trovano un’improbabile musa sui generis per il loro finale di carriera – dall’altra rimane oscuro cosa resterà della sua influenza sulla band a lungo andare...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Francesco Basso Live]]>

 

Mercoledì 1 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/a, 35121 Padova

Francesco Basso Live

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Si chiama Francesco e scrive canzoni. Tutte insieme sono "Audioresistenza e altre storie", dove cerca di raccontare i nostri tempi per come li vive e li vede, con la sua vita dentro.

Dopo un lungo periodo di crescita e composizione, torna sui palchi qui a Sherwood Open Live.

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi.

Il concerto inizierà ore 21.30
Ingresso libero
Costo tessera 2017 : 2€

-Non conosci Francesco Basso? Te lo presentiamo noi!


https://www.facebook.com/audioresistenza/?fref=ts
http://www.francescobasso.it/

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 19 gennaio 2017]]>

Continua l’esame d’ascolto dei musicisti premiati dalle classifiche dei referendum della rivista mensile “Musica Jazz” (in attesa dei sondaggi dell’altra, il bimestrale “Jazz. It”). Questa settimana rivolgiamo l’attenzione alle due liste relative ai cosiddetti giovani talenti emergenti, quella degli italiani e quella del resto del mondo. Va detto che, pur nella disomogeneità di una simile proposta, quello che salta… alle orecchie è un patrimonio di progetti, idee, esplorazioni, interpretazioni, riletture (non solo di composizioni ma anche di stili) che lasciano una sensazione di… freschezza, originalità e che lanciano una bella serie di promesse per il prossimo futuro, oltre ad esserci più di qualche conferma.  Anche in questa puntata una piacevolissima sequenza di interessantissime musiciste, Zoe, Alessia, Eloisa e Mette, vincitrice della parte riservata al jazz internazionale (Filippo Vignato per quella nazionale), oltre a nomi che in realtà tutto sono tranne che reali talenti emergenti in quanto personaggi ormai ben conosciuti ai più, come Ambrose Akinmusire o Logan Richardson o come Alessia Obino fra gli italiani. To be continued next time. Buon ascolto.  

JPY

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Traccia (autore)–esecutore–titolo cd (etichetta)–anno rilascio

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. other each (F. Vignato) – Filippo Vignato – plastic breath (auand)  - 2016

03. theme for K (G. Mitelli) – Gabriele Mitelli 4et – hymnus ad nocturnum (parco della musica) - 2014

04. Sa Dom’e S’Orcu, Tumbas de is Gigantes (Z. Pia) – Zoe Pia – Shardana (caligola) – 2016

05. Hong Kong blues (H. Carmichel) – Alessia Obino/Cordas – deep changes (caligola) - 2016

06. rondine (E. Manera)  - Eloisa Manera – rondine (almendra) - 2014

07. oOo (J. Lindvall) – Mette Henriette – Mette Henriette/o (ecm) - 2016

08. passé (M. Henriette) – Mette Henriette – Mette Henriette/O (ecm) - 2016

09. no wooden nickels (J.B.L.) – Jason Brandon Lewis – divine travels (okeh)  - 2014

10. slow (L. Richardson)  - Logan Richardson – shift (blue note)  - 2016

11. confession to my unborn daughter (A. Akinmusire) – Ambrose Akinmusire – when the heart emerges glistening (blue note)  - 2011

12. live in Amsterdam at NTR/Radio 6  - Tineke Postma & Aruan Ortiz

13. I can’t help it (T. Crocker) – Theo Crocker (feat. Dede Dee Bridgewater) – escape velocity (okeh) - 2016

14. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Spring Street Insomnia #14]]>
Dopo la puntata con il meglio del 2016 Spring Street Insomnia ritorna nel suo formato usuale. Buon ascolto!
 

 
Playlist:
 
1 - Gun Club - Promise Me
2 - Ganglians - Candy Girl
3 - Chromatics - Kill for Love
4 - Dean Blunt - Imperial Gold
5 - DJ Richard - Savage Coast
6 - Eskmo - Blue And Grey
7 - Floating Points - Thin Air
8 - Frankie Rose - Requiem
9 - Glasser - Window I
10 -Golden Bug - Accroche a moi (feat. Julienne Dessagne)
11 - The Great Society - Outlaw Blues
12 - Grizzly Bear - Knife (covered by Atlas Sound)
13 - Harmonia & Eno '76 - Sometimes In Autumn (Shackleton Remix)
14 - Zomby - I
15 - Vakula - Dim White Dwarf
16 - The Doors - End Of The Night
 

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<![CDATA[Diserzioni: Inquieto sentire]]>


Non saranno poi così importanti

le sensazioni che nascono dall'ascolto

Non saranno poi così importanti

i suoni che mi stanno attorno,

Non saranno poi così importanti

però entrano in sintonia

con questo mio inquieto sentire

blΔnc: This Feeling

Eric Dingus: Winter

Taras Bazeev: brood

Kosikk: The Stranger

Jedi G: HK calling

Quok: Similacrum

Fraunhofer Diffraction: Exhalation

SMiTH x Honeyruin: Home

DVRMS: Catch Sky

Airthrive: Exhale

Phenom: Special Needs

V A N D A I I: Sleepwalking

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<![CDATA[ReadBabyRead_317_Carrère_A_Calais_1]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #317 del 19 gennaio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 1 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
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