<![CDATA[Musica | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/16/musica/articles/1 <![CDATA[Take Five, Jazz & dintorni” del 20 aprile 2017]]>

Volta per volta, i motivi ispiratori per la preparazione di una puntata cambiano… può essere qualsiasi cosa. Anniversari, commemorazioni, omaggi, fatti o date storiche e così via. Questa volta il motivo scatenante è stata la presenza di un’ospite, una cantante che sarebbe stata con noi per presentare il primo disco a suo nome, “I’m all smiles” (etichetta dodicilune-koinè). Ecco, appunto il suo nome, Laura, cognome Avanzolini, mi ha subito evocato un celeberrimo brano magistralmente eseguito a suo tempo, fra gli altri, da Charlie Parker, e allora è nata la voglia di proporvi tutta una serie di composizioni che avessero per titolo il nome di una donna. Quasi sempre dediche, a mogli (Galliano, Monk), sorelle (Bebo Ferra), figlie (Luigi Martinale), fidanzate, attuali o.. “decadute”, fino a personaggi di libri o film (Morricone). Ovviamente è risultata esserci una lunga lista di bei nomi ma, per quanto la puntata si sia dilungata oltre misura, questa rimane una lista per nulla esaustiva e quindi mi scuso con tutte le signore che non sono state citate in questa occasione ma che magari in un prossimo futuro potrebbero ritrovarsi in qualche altra mia trasmissione!  l’ospite è stata accolta da un bel saluto di Gregory Porter, con il suo “Hey, Laura!” e salutata alla fine della chiacchierata con la composizione di cui vi dicevo, quella che ha dato il via a tutto, nella versione del grande e famosissimo trombonista J.J.Johnson in quanto, un altro scopo della puntata era quello di alternare brani, versioni e musicisti di oggi e di ieri, nazionali e internazionali. La chiacchierata con lei, invece, oltre a conoscerla un po’, ci ha permesso anche di capire qualcosa in più del disco e della sua genesi,  nonché di ascoltarne qualche estratto. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. CARMELA (S. Bruni/S. Palomba) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

03. GISELLE (R. Galliano) – Richrrd Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

04. il valzer di SOFIA (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

05. crepescule with NELLIE (T. Monk)  - Francesco Bearzatti Tinissima 4et – Monk’n’roll (cam jazz)  - 2013

06. ADELE (B. Ferra) – Bebo Ferra Trio – voltage (abeat) - 2016

07. ANTONIA (P. Metheny) – Pat Metheny Group – secret story (geffen) - 1992

08. LULU’ e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (cam jazz) - 2016

09.  BELLA (E. Rava) – Enrico Rava/Enrico Pieranunzi//Roberto Gatto – Bella (philology) -

10. LAURIE at home (Orch. Operaia) – Orchestra Operaia – into the 80’s (via Veneto/jando) - 2016

11. hey LAURA (G. Porter) – Gregory Porter – liquid spirit (blue note) - 2013

12. all or nothing at all (A. Altman/J. Lawrence) – Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

13. preview (P. Quinichette)  - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

14. fascinating rhythm (G. & I. Gershwin) - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

15. LAURA (D. Raksin) – J.J.Johnson – JJ in person (columbia) - 1958

16. RENEE (G. Lusi) – Gianluca Lusi/Joel Holmes – loose (tosky) - 2012

17. LUIZA (A. C. Jobim) – Paulo Bellinati – Antonio Carlos Jobim for classical guitar arranged by Paulo Bellinati – mel bay book 2010

18. LUISA (T. Horta) – Pascoal Meirelles/Rubens Farias/Joao Castilho – Dubai/Lima guitar project

19. DEBORAH’s theme (E. Morricone)  - Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (cam jazz)  - 2016

20. CRISTIANA (M. Barbiero) – Odwalla – Ankara live (splasc(h)) - 2013

21. IDA LUPINO (G. Guidi)  - Giovanni Guidi/Gianluca Petrella/Louis Scalvis/Gerald Cleaver – Ida Lupino (ecm) - 2016

22. NANCY (J.V. Heusen/P. Silvers) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (ultra sound records)  - 2012

23. lullaby for BLONDIE (M. Panassoni) – Marco Panassoni 4et – happiness (alfa music) - 2014

24. GEORGIA on my mind (Carmichael/Gorrell) – Fabrizio Bosso & Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

25. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[The Jesus and Mary Chain – Damage and Joy]]>

La recensione del nuovo album dei Jesus and Mary Chain sarebbe già dovuta uscire da tempo, purtroppo per impegni personali ho dovuto rimandare fino ad ora. Ma il fatto che proprio la domenica di Pasqua sia il giorno in cui vi parlo di Damage and Joy è certamente un segno del destino. Atteso più o meno da ben 19 anni, il settimo lavoro della band scozzese alternative rock guidata dai fratelli Jim e William Reid ha suscitato lo stesso interesse che c’è stato per i recenti ritorni dei My Bloody Valentine o dei Pixies: curiosità, timore, nostalgia canaglia.

Già una decina di anni fa i Reid erano tornati a guardarsi negli occhi dopo essersi presi a pizze in faccia per una vita, tuttavia nulla di serio era uscito da quei timidi abboccamenti. Cos’è cambiato, allora? Di preciso non si sa, deve essere stato qualcosa a metà tra voglia di rimettersi in gioco ed esigenza di dare un seguito ad un storia durata sei album ma interrotta forse prematuramente. Ai due nativi di Glasgow si affiancano Brian Young alla batteria e Phil King al basso, più un terzetto di voci femminili ospiti che scopriremo più avanti. La scelta determinante, però, è stata quella di avere Martin Glover (aka Youth) come produttore e bassista occasionale. Il sound di Damage and Joy – registrato per lo più in Spagna – risulta così abbastanza ricercato e robusto da non far notare la ruggine che i fratelli coltelli si portano inevitabilmente addosso, e questa è già una mezza vittoria. Brani come War On Peace o Facing Up To The Facts pur non brillando di magia sono solide e dense, stoner-jangle con chitarre fuzzate la prima, rumorosa e (banalmente) confessionale (“I hate my brother and he hates me, that’s the way it’s supposed to be”) la seconda.

Ben sette brani su quattordici sono già stati pubblicati in altra forma, in altri anni. L’iniziale Amputation, per distacco forse il pezzo migliore in assoluto, è una ri-registrazione di quella che si chiamava Dead End Kids composta dal solo Jim; a tutti gli effetti potrebbe essere un brano indie dei ’90, sfido chiunque non lo sapesse ad accorgersi della differenza. All Things Pass era invece nella colonna sonora della serie tv Heroes con un ‘Must’ in più nel titolo ed ha conservato l’andamento motorik assicurato dalla coppia batteria/drum machine rimandando alle atmosfere di Automatic anche nei testi (“Each drug I take, it’s gonna be my last”). Ancora, le due discrete canzoni con Isobel Campbell (ex Belle And Sebastian per chi avesse poca memoria) Song For A Secret e The Two Of Usrisalgono addirittura al 2005; dello stesso anno, infine, è la conclusiva Can’t Stop The Rockdove stavolta il duetto è con Linda Fox, la sorella di William e Jim, che proprio con quest’ultimo aveva messo su il progetto Sister Vanilla.

Accanto a questo conservatorismo, che penso nessuno possa davvero biasimare fino in fondo, troviamo qualcosa di nuovo di cui i Jesus and Mary Chain vogliono parlarci, ovviamente con il loro attuale linguaggio. Non sarà super originale, ma buona parte di Damage and Joy ci tiene molto a farci sapere che il tempo è passato anche per loro, e che maturando alcuni angoli si sono smussati, per non dire ammorbiditi. Alla soglia dei sessant’anni non possono di certo essere più quelli dei concerti che durano venti minuti e che finiscono in rissa, e state certi che si drogheranno anche con moderazione evitando pure i carboidrati per cena. In quest’ottica, allora, dobbiamo guardare a momenti come Always Sad in cui la voce sconosciuta di Bernadette Denning – al secolo fidanzata di William Reid – ci accompagna in una love story agrodolce molto melodica e pop, quasi un compendio della perfetta storia finita male (“I think I’m always gonna be sad, because you’re the best I ever had”).

Il problema vero, semmai, è che se come band i Reid sono tutt’ora venerati come strambo oggetto di culto, a livello personale nessuno si interessa più realmente di loro, con la logica conclusione di farli sentire fuori luogo nella musica di oggi. A ciò, secondo me, va imputata la volontà di continuare ad apparire stronzi e provocatori, che da un lato li porta a citare una vecchia leggenda metropolitana degli anni ’90 non abbastanza dimenticata ed inutile (“I killed Kurt Cobain, I put the shot right through his brain”) nell’episodio invece forse più esplorativo ed interessante di tutti, quella Simian Split livida di batteria e graffiata dal sax; mentre dall’altro fa recitare loro “God bless America! […] the land of the free, wishing they were dead” nella luminosa ed acustica Los Feliz (Blues And Greens), dove di nuovo insieme alla sorella Linda, danno sfoggio di un nichilismo gratuito e pretestuoso. È l’essere rimasti troppo legati alla loro epoca d’oro, questa mitizzazione revivalistica delle icone discusse e discutibili che furono trent’anni fa, a rappresentare la vera zavorra di questo disco.

Perché quando si liberano delle loro pur ingombranti ombre e si lasciano affiancare da una come Sky Ferreira nell’ottima Black And Blues, una pepita d’argento a metà tra una ballata americana classica ed i Velvet Underground, riescono a tirare fuori il meglio di sé non solo come musicisti ma anche come uomini di mondo che ti prendono sottobraccio e davanti ad una birra al pub ti lasciano il loro testamento spirituale (“I don’t have nothing to give, but if I could I’d give my heartbeat”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[ReadBabyRead_330_Éric_Faye_2]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #330 del 20 aprile 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 2 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Danzando nel fumo]]>

Quante volte sono uscito
nel buio e nella nebbia.
Ascoltavo e scrutavo
l'appena percettibile vibrazione
del suono nelle cuffie
e di figure che apparivano
come danzando nel fumo

 

Actress: There’s An Angel In The Shower

Ø: Atomit

Dopplereffekt: Exponential Decay

Rautu: White Night

Module One: The Stars Will Guide

Blanck Mass: Hive Mind

Ambassadeurs: Lotus

The XX: A Violent Noise (Four Tet Remix)

SILENTNIGHT: Endless Wandering

AyyJay: Num

Speh: The Shattered

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<![CDATA[Gionata Mirai + Piero de Checchi]]>

Mercoledì 26 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Gionata Mirai + Piero de Checchi

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Per il Gran Finale di questa stagione vogliamo proporvi una cosa un po' particolare.
Ci saranno due concerti di due musicisti che fanno del chitarrismo la loro forma espressiva.
Il Fingerpicking visto da due punti di vista diversi, quello Folk di Gionata Mirai e quello Blues di Piero de Checchi.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Ma c'è di più:
> dalle 19:30 alle 21 aperitivo con buffet con i nostri spunciotti tipici;
> vuoi vincere due biglietti del tuo artista preferito di questa edizione di Sherwood Festival? Se sarai tra i primi 50 a prendere da mangiare o da bere potresti essere tu il fortunato!

Inizio live 
Piero de Checchi: ore 21.15
Gionata Mirai: ore 22.15

Ingresso: 3€
Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Gionata Mirai? Te lo presentiamo noi!



https://gionatamirai.com/

Gionata Mirai è una delle figure cardine della scena indipendente italiana. E’ il 2005 quando la sua ricerca artistica, maturata in anni di militanza in alcune formazioni mantovane, giunge allo zenit creativo con la pubblicazione di The Swindler, folgorante esordio del power trio Super Elastic Bubble Plastic, di cui è fondatore e leader. L’armamentario post hardcore in possesso della band è impressionante, tagliente e difficilmente catalogabile al punto da attirare immediatamente l’attenzione della stampa specializzata che li incorona come una delle realtà più solide e promettenti della loro generazione. Sull’onda emozionale del debut album, l’anno successivo danno alle stampe il sequel Small Rooms, che ne consolida la cifra stilistica, ampliando vertiginosamente lo spettro in cui la scrittura di Mirai e soci si muove. I Super Elastic Bubble Plastic dal vivo sono ancor più devastanti e coinvolgenti che su disco, caratteristica che li porta a calcare i più importanti palchi della penisola in un estenuante tour di quasi duecento date in due anni, tra le quasi si segnalano le partecipazioni ai principali festival nazionali come l’Heineken Jammin’ Festival, nell’edizione imolese, il Goa Boa Festival a Genova, Rock in Idro a Milano, Coca-Cola Live Festival a Civitavecchia (con i Linea77 in apertura ai Korn) e molti altri. Sono anni d’inarrestabile creatività e Mirai inizia a crescere quella che sarà la sua creatura più celebre, luminosa e disturbante. Poco dopo l’uscita di The Swindler, insieme a Pierpaolo Capovilla, Francesco “Franz” Valente e Giulio Ragno Favero, dà vita al Teatro degli Orrori, ispirato al Teatro delle Crudeltà di Antonin Artaud. Dopo un breve periodo d’incubazione, nel 2007 rilasciano Dell’Impero delle Tenebre, manifesto di bellicosi intenti tra i più crudi e ispirati che si siano mai sentiti a queste latitudini. E’ l’inizio di un’ascesa vertiginosa al gotha del rock italiano che si consacra con la pubblicazione, due anni più tardi, di A Sangue Freddo, a cui seguirà un lunghissimo tour che toccherà i palchi di tutta la penisola. Nel frattempo Mirai trova il tempo di tornare ai Super Elastic Bubble Plastic e, nel 2008, dà alle stampe l’ultimo episodio della saga, Chances, il disco della maturità per il trio mantovano, che mette in luce una straordinaria vena compositiva, tra struggenti ballad, virate pop e sperimentazione.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 13 aprile 2017]]>

Da Vivaldi ai Nirvana, abbiamo di tutto! Un bell’inizio di puntata, con ottime novità della ECM e della CAM JAZZ, ci porta poi verso l’ascolto di uno di quei casi di musicisti di una certa importanza e di indubbio valore che la Storia, almeno da questa parte del mondo, tiene un po’ in disparte, anche troppo in disparte per il valore dei personaggi, in particolare di quello che viene omaggiato sul numero attualmente in edicola del mensile Musica Jazz, una delle due più importanti voci della carta stampata che ci riguardano, insieme a Jazz.it. Parlo di Horace Parlan, che a sua volta offre lo spunto al ricordo di altri tre musicisti accomunati dallo stesso destino, Duke Person, Teddy Edward e Buck Hill, quest’ultimo scomparso di recente, il mese scorso. Curiosa la sua storia di portalettere con la passione per la musica che si permette di esordire, semiprofessionista, su disco, alla bellezza di 50 anni, nel 1978, ma con una etichetta prestigiosa e un gruppo di grandi musicisti fuori serie! Da ascoltare!  E poi una bella sequenza di novità discografiche, passando dal grande vecchio Lee Konitz a uno dei più bei dischi di latin jazz degli ultimi tempi, di Charlie Sepulveda,  fino al doppio live degli Ibrahim  Electric, disco che testimonia con circa un paio di ore di musica l’incredibile concerto di sei (6!) ore che gli stessi hanno tenuto a luglio scorso nella loro Danimarca. Giovedì prossimo avremo un’ospite, la cantante Laura Avanzolini. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. cum dederit delectis suis somnum (A. Vivaldi) – Francis Coutourier Tarkovsky 4et – nuit blanche (ecm)  - 2017

03. Asian fields (L. Sclavis) – Louis Sclavis/Dominique Pifarely/Vincent Courtois – Asian fields variations (ecm)  - 2017

04. mixed feelings (F. Casagrande) – Federico Casagrande – fast forward (cam jazz) - 2017

05. wadin’ (H. Parlan) – Horace Parlan & the Turrentine Brothers – speakin’ my piece (blue note) - 1960

06. yesterdays (J. Kern/O. Harbach) – Buch Hill 4et – this is Buck hill (steeple chase)  - 1978

07. 3 AM (D. Person) – Duke Person – tender feelin’s (blue note) - 1961

08. sunset eyes (T. Edwards) – Teddy Edwards – sunset eyes (pacific) - 1960

09. invitation (L. Konitz) – Lee Konitz/Kenny Barron 4et – frescalalto (impulse!) - 2015

10. Mr. jazz (C. Sepulveda) – Charlie Sepulveda & The Turnaround - Mr. EP (high note) - 2017

11. cannonball blues (J.R. Morton) – the Freexielanders – looking back, playing forward (rudi rec) - 2016

12. smells like teen spirit (Nirvana) – ELEW – rockjazz vol.1 (ninjazz) - 2010

13. satania our solar system (C. Graves) – Cameron Graves – planetary prince (mack avenue) - 2016

14. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Selections From A Broken Frame]]>

Perchè soffermarsi a scrivere di musica elettro-pop? Perchè voler soffrire, fissando il proprio sguardo sulla consunzione della materia a causa del tempo? Perchè insistere, struggendosi nell'attesa del miracolo che mai ci sarà. Domande che risalgono in superficie ogni volta che i tre superstiti dell'era del prodigio si rifanno sentire, annunciando quel disco magico che dovrebbe riportarli lì dove li avevamo lasciati: nel culmine nero fluorescente di un suono che apparteneva solo alle loro anime dannatamente accoglienti. Per questo si decide di soffrire, lo si fa per riconoscenza verso chi ha saputo esprimere grandiosa creatività, per chi non ha mai rinunciato alla soggettività riuscendo a piegare al proprio volere il mondo sottile, trasparentemente inutile del mainstream, senza minimamente accettare quel diffuso compromesso del riff sottobanco, della facile melodia, della resa totale all'arrangiamento facile. Per questo ancora ci si sofferma e lo si farà ogni volta, ancora e ancora. Si indosseranno le cuffie e si soffrirà sorridendo di malinconia, perché questo succede quando si ama.

Si sa, l'ironia è parte integrante del pensiero dei tre dell'Essex e non a caso, forse, il titolo del loro nuovo singolo contiene una domanda retorica che non ha bisogno di ulteriori risposte: Where's The Revolution. Non c'è più nessuna rivoluzione da frequentare, i vecchi combattenti si sono quietati dopo averne passate di tutti i colori, essersi dispersi e ritrovati, dopo aver inventato e sperimentato, riempiendo i nostri occhi e il nostro udito di canzoni uniche e irripetibili. Where's The Revolution quando non esiste più la possibilità di creare nuovi modelli culturali, prede facili della rete che subito li trasforma in esili mode del momento, tutte imbellettate e allineate sull'attenti. Where's The Revolution quando il termine stesso – rivoluzione – appartiene ad un passato musicale remoto, stretto ancora nel pugno chiuso dei nostalgici abitanti del pianeta ricordo. L'unica soluzione quindi è arrendersi sguainando per l'ultima volta la lama affilata dell'ironia, mostrandosi vecchi e incerti mimi dalle barbe posticce che gettano le bandiere allontanandosi mestamente.

Tentare di farsi piacere Spirit è facile, le barriere dell'attenzione sono abbassate ed è agevole, ma a quale prezzo? Quanto dobbiamo contrattare con noi stessi per ammettere che la strada intrapresa verso gli ascolti altri è l'unica possibile quando finalmente si decide di andarsene da questo mondo poppettaro e tutto sommato, sempre ostinatamente immobile. Dodici tracce che non serbano più il dono della pura vibrazione: Cover Me ed Eternal sanno stremare l'ascolto, Poison Heart è trip-hop riesumato e ritardatario, So Much Love è il copia incolla di A Question Of Time, anthem del 1986 che ancora mantiene intatto il suo furore, falsamente iniettato in questa nuova canzone. A seguire una serie di tracce acquistate alle bancarelle dell'usato scontato, e non mi riferisco al prezzo. Solo il singolo sa ritagliarsi un momento di vecchia e ritrovata gioia ma lo fa nella versione video, grazie all'ironia di cui sopra. Neanche i remix contenuti nel secondo cd riescono a smuovere gran che, a parte forse il mio tallone che si muove al ritmo di un inutile versione techno-minimal d'antàn di So Much Love.

Mentre devio il mio ascolto verso altri lidi meno e meglio frequentati, si affaccia però un dubbio e mi chiedo: e se i Depeche Mode avessero compreso che l'unica via per la vera comprensione dell'estetica moderna è percorribile solo con l'ironia?

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<![CDATA[La line up del concerto del 22 aprile a Pontida]]>


Sabato 22 Aprile a Pontida

Giornata dell'orgoglio antirazzista, migrante e meridionale

Eccola, è la line up del concerto!

Artisti del nord e del sud insieme per dar vita a uno spettacolo senza precedenti.

Per adesioni mail pontida22aprile@gmail.com
Evento fb 

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<![CDATA[Diserzioni: Suono solitario]]>

Da questo impetuoso mare
troppo suono giunge
al mio orecchio assorto,
però resto lo stesso in ascolto
per riconoscere nell’eccedenza
quello introspettivo e solitario
che come una sirena mi cattura

Slacker: Amen to the Lonely

The Last Fox. Penumbra

Vagrant: Morning

Rift: Alive With You

The Clue: Pulkovo Arrival

Frenchfire: three generations of slavish devotion to an unknown god.

Closeyoureyes: Effort

Lawrence English: Moribund Territories

Elegi Hvor Her Er Odselig

Shed: Xtra

Tegh and Kamyar Tavakoli: Fractal

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<![CDATA[ReadBabyRead_329_Éric_Faye_1]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #329 del 13 aprile 2017


Éric Faye
Sono il guardiano del faro


(
parte 1 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye
Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Lil'Alice]]>

Mercoledì 19 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Lil'Alice


Una passeggiata tra i campi di cotone, l'ondeggiare di una zattera sul Mississipi; sono solo un paio di suggestioni che ci ha dato Lil Alice.
Mercoledì 19 Aprile per voi!

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Lil Alice? Te la presentiamo noi!


(Lil) Alice è cresciuta nelle lande nebbiose del Nord Italia, dove il sole non splende così spesso. Si interessa alla musica dall'età di 12 anni, affezionandosi ad artisti come Jimi Hendrix, Bob Dylan, Joni Mitchell, F. Battiato, F. de Andrè, PJ Harvey, che mai più abbandonerà. Inizia a suonare i primi accordi sulla chitarra da adolescente accompagnando alcune rock'n'roll band e solo successivamente, nel 2007, si concretizza l'idea di mettere in piedi un progetto solista cantautorale. In realtà, questo progetto nasce nel cuore da molto prima e si propone come un naturale evolversi dell' essere, in una continua ricerca di uno stile personale e che segua le onde delle emozioni.

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<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]>

Mi avvicino con passo guardingo, fingo di non conoscere l'essere impalpabile che governa il mondo nel quale mi trovo. So per certo che al minimo cenno lui si volterà, cercherà i miei ricettori sensoriali e trovati, inizierà la danza circolare che pian piano avvolgerà tutte le mie difese trascinandomi tanto così, vicino alla sorgente della sua magia.                               

 Succede sempre, immancabilmente da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi lavori, nel 2009. Brock Van Wey in arte BVDUB espande nuovamente l'eco irresistibile della sue visioni, la sostanza metafisica che le compone e lo fa attraverso una delle più prestigiose labels in circolazione, l'italiana Glacial Movements che produce l'ultima possente produzione del sound artist americano: Epilogues For The End Of The Sky.

 Il suo tratto, oramai noto, ha la capacità di non stancare. Al pari di qualche misteriosa soluzione chimica, una volta assunta richiede di essere riproposta all'ascolto per un numero svariato di volte. Ad ogni assunzione i particolari si sommano ai particolari, la base ambient allarga all'infinito le sue spire accogliendo al suo interno esplosioni musicali che si dilatano e abbracciano e si mescolano in un unico codice d'ascolto che si erge maestoso al limite dello spleen e dello splendore tardo romantico. Iterazione infinita, voci in loop, echi, droni e uso massiccio di melodia, questa la riserva immaginaria che serve per raggiungere l'angolo remoto dove termina il cielo.

La traversata continua, abbandonati i cieli infiammati dal dolce languore elettronico, mi ritrovo nel vasto territorio abitato dai suoni taglienti e dolorosi di Maurizio Bianchi che occupa una side delle due che compongono questo split EP prodotto assieme ad Abul Mogard. Due mondi decisamente lontani che hanno in comune un luogo d'origine: la fabbrica. Da sempre referente sonico per MB e la sua filosofia industriale, reale luogo di vita lavorativa per Abul Mogard, abbandonato solo dopo la raggiunta pensione.

Come sempre il suono di MB ci penetra da parte a parte, non permette tregua, si irradia lucido e diretto usando i canoni della ripetitività industriale. Tutto attorno il caos di un mondo in delirio che gira vorticoso attorno al ritmo della battuta imposta dalle macchine. Danza folle, trasfigurata belle èpoque meccanica, trionfo del vuoto dell'anima schiacciata dagli ingranaggi di un'ansia che appare come Hydra, creatura che si rigenera, ferita dopo ferita

 

Tutto si placa, all'improvviso. Una dolce, gentile litania sale lenta iniziando ad avvolgermi. Abul Mogard è qui, vicino a me. Lo sento. Ascolto le amate antiche onde soniche del suo synth modulare, la soffusa melodia del Farfisa, la grazia sconfinata di un suono che non riesco ad abbandonare. Il suo gesto artistico è colmo di antica gentilezza e celata poesia, la sua musica colloquia con te, ti permette di aprire pagine di lettura intima. Con lui a fianco ti commuovi pensando ad un passato per sempre fermo nell'attimo del ricordo.

Durante questo breve viaggio ho incontrato varie tipologie di sound artists ma quello che mi attende nell'angolo più buio e metropolitano del paesaggio sonoro che sto attraversando, è forse il più misterioso e complicato da capire. Si chiama Ran Slavin, principalmente si occupa di video installazioni, ma il suono ha sempre accompagnato il suo respiro.

Digital Junkies In Strange Times è il suo ultimo lavoro, l'ennesimo per la portoghese Crònica che lo distribuisce in free download via Bandcamp. Un titolo che meglio non poteva rappresentare l'attualità di un popolo curvo sul proprio pc, totalmente assuefatto al suono che quei circuiti producono, musica che veste perfettamente la taglia di questi strani tempi. Quattro traccie che non rispondono a nessun canone di genere, sbandano volutamente tra l'ambient, il jazz, il soul, la ricerca e l'improvvisazione. Un melting pot metropolitano nel quale stranamente ci si riconosce e 'piacevolmente' ci si immerge, convinti di far parte di un mondo abitato da junkies digitali, con i motori di ricerca sempre spinti al massimo della potenza.

BVDUB – Epilogues For The end Of The Sky – Glacial Movements 2017

MB+ABUL MOGARD – Split Ep – Ecstatic 2017

RAN SLAVIN – Digital Junkies In Strange Times - Crònica2017

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 6 aprile 2017]]>

Recentemente sono giunte inaspettate alcune richieste di ascolto relative al “buon vecchio Jazz” e allora, per dare loro seguito, ho organizzato questa puntata (che capita a cavallo di una data storica per il passato di questa Radio) in modo tale da accontentare chi vuole sempre le novità più novità, chi vuole jazz fatto in Italia, chi non ne ha mai abbastanza di quello internazionale e infine chi è giustamente legato ai grandi del passato, intesi sia come protagonisti sia come brani. La grande novità della puntata è il doppio CD live di Fabrizio Bosso, star della tromba e dal jazz italico di spessore internazionale, “State of the Art”, in uscita domani 7 aprile, del quale, per averne un panorama un po’ più ampio,  ho scelto di farvi ascoltare un pezzo per ognuno dei due CD, vista la mole e la qualità della musica contenuta in questa nuova pubblicazione della Warner, che si ringrazia per la collaborazione. Sono due brani appunto del passato, come quelli che seguiranno, ma in questo caso suonati dai protagonisti originali, Bill Evans e John Coltrane rispettivamente, entrambi finiti nella classifica delle migliori ristampe del 2016 secondo il referendum del mensile “Musica Jazz” pubblicato a gennaio scorso. Poi si alterneranno nello stesso modo due serie di diversi classici suonati prima da artisti contemporanei - tra i quali spicca la sorprendente spagnola Andrea Motis, cantante giovanissima capace di interpretare lo stesso brano passando dalla voce alla tromba e da questa al sax – e poi da artisti di ieri (Art Pepper, Billie Holiday, Chet Baker…). Non manca una serie di uscite recenti e recentissime di Tuk Music, Abeat e Via Veneto Jazz, non manca il solito accenno al mio Brasile ricordando il prossimo inizio del ciclo “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” con me e Ligia França al giovedì, prima di “Take Five”, alle 21:30, e non manca un tocco di leggerezza finale con l’ascolto di due personaggi trasversali come Sting e Amy Winehouse impegnati, come tutta una lunga sequenza di altri musicisti, ad omaggiare la Luna in Jazz. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia)  - 1959

02. misty (E. Garner)  - Fabrizio Bosso – state of the art (warner) - 2017

03. there is no grater love (I. Jones)  - state of the art (warner) - 2017

04. are you all the things (B. Evans)  - re: person I knew (fantasy)  - 1981

05. a love supreme part 1 (J. Coltrane) – John Coltrane – a love supreme (impulse!) - 1964

06. Corcovado (A.C.B. Jobim) – Antonio Onorato/Franco Cerri – Antonio onorato/Franco Cerri (abeat)  - 2016

07. Gershwin suite (G. Gershwin) – Dado Moroni/Luigi Tessarollo – talking strings (abeat) - 2016

08. beautiful love (V. Young) – Guido di Leone – a lonely flower for you (abeat)  - 2016

09. sister sadie (H. Silver) – Andrea Motis – live in Barcelona

10. lullaby of birdland (G. Shearing) – Andrea Motis – live in Barcelona

11. winter moon (H. Carmichael) – Art Pepper – winter moon ((galaxy) - 1981

12. blue moon (Rodgers/Hart) – Billie Holiday – Billie Holiday sings (clef) - 1952

13. how high is the moon (N. Hamilton/M. Lewis) – Chet Baker – Chet (riverside) - 1959

14. moonlight serenade (G. Miller/M. Parish)  - Carly Simon - moonlight serenade (Columbia) - 2005

15. it’s only a paper moon (H. Arlen) – Stephane Grappelli - it’s only a paper moon (four star) - 1964

16. scritte lunari (P. D. Porta) – Paolino dalla Porta – moonlanding (tuk music)  - 2017

17. mi sei scoppiato dentro il cuore (L. Wertmuller)  - Luca Aquino/Lunaria -

18. luna rossa (De Crescenzo) – F. Zeppetella/E. Bix/G. Laurent/R. Gatto – chansons (via Veneto jazz/jando)  - 2016

19. la danza della luna (M. Trabucco) – Max Trabucco – racconti di una notte (abeat)  - 2016

20. luar do Sertao (J. Pernambuco) – Barbara Casini & Duo Taufic – terras (via Veneto jaz) - 2016

21. walking on the moon (Sting) – Sting live, jazz version

22. moon river (Mercer/Mancini) – Amy Winehouse - live

23. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia)  - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_328_Bob_Dylan_8]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #328 del 6 aprile 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 8 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Diserzioni: Voci urbane]]>

Sotto le macerie del nostro mondo
sotto cumuli di inutili parole
sotto il rumore sordo della città
disperatamente apriamo varchi
per far riemergere il pulsare vitale
di nuove sotterranee voci urbane

 

Craset: Urban Voice (glo remix)

Overtone: A Voice In The Darkness

Koa: Karma Police (Radiohead Cover)

Mihai Zăvoian: Chesten

Ferven & Clau M: Lonely Planet

Stumbleine: Emulator

enjoii: ethera

Dētatek: Ghost Dealer

Lazarus Moment: In The Glen

The Bug vs Earth: Another Planet

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<![CDATA[Kalahysteri]]>


Mercoledì 12 aprile dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Kalahysteri

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“Le tempeste costringono gli alberi a far crescere le loro radici più in profondità” diceva Dolly Parton. Kalahysteri hanno fatto propria la lezione di Dolly: con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo rivolto all'orizzonte, hanno composto 10 nuove canzoni, un viaggio che guida l'ascoltatore attraverso un universo parallelo, puntando dritto al cuore della musica pop.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€ 

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Non conosci Kalahysteri? Te le presentiamo noi!





Astrid Dante (Miss Chain & The Broken Heels), Elisa De Munari (Elli de Mon) e Giusi Pesenti (Dry & Dusty, Grace O'Malley Quartet) mettono tutta la loro personalità, il loro background e la loro esperienza in questa nuova avventura chiamata Kalahysteri, un neologismo che significa "bella isteria": tre donne diverse e con esperienze spesso agli antipodi, tre caratterini niente male con cui neanche il diavolo in persona vorrebbe fare un patto!

Le canzoni di Kalahysteri sono nude e crude, intriganti e suadenti, profonde e sognanti. Il loro debut album è come una paletta colori che va dal blues al power pop, dal folk al rock'n'roll, il tutto mescolato in qualcosa di veramente nuovo: 10 moderne canzoni pop suonate con gli strumenti della musica tradizionale.

Il magazine newyorkese Impose, presentando in anteprima un brano dal debut album di Kalahysteri dice: 


"Their folksy combination of voice, guitar, double bass, and percussion are a true testament to their name. Especially in “Mountain,” they meld together their more traditional instruments with a haunting harmonies, and as the song progresses, the tempo and urgency of the song picks up, creating an alluring frenzy in the listener."

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<![CDATA[Terroni Uniti Presenta “Gente Do Sud”]]>


Un collettivo di artisti che in meno di una settimana autoproduce un brano per dire no al razzismo: questo è il piccolo grande miracolo che ruota intorno alla canzone “Gente do sud”. Il brano nasce da un’idea di Massimo Jovine che, in occasione della visita dell’11 marzo a Napoli di Matteo Salvini, ha pensato di smuovere le coscienze, contrapponendo al razzismo la grande capacità della gente del Sud, quella di allargare le braccia per accogliere.

Gente do sud” è una canzone che ha preso forma in corso d’opera, man mano che gli artisti, le collaborazioni, i contributi, sono cresciuti, fino a formare un vero e proprio collettivo dal nome “Terroni Uniti”, che coinvolge ben trenta artisti che vanno dai nomi che hanno fatto la storia della musica napoletana, fino alle nuove leve come: Massimo Jovine (99 Posse), Ciccio Merolla, Enzo Gragnaniello, James Senese, O’ Zulu’ (99 Posse), Eugenio Bennato, Speaker Cenzou, Valentina Stella, Daniele Sepe, Franco Ricciardi, Dario Sansone (Foja), Valerio Jovine, M’Barka Ben Taleb, Pepp-Oh, Francesco Di Bella, Simona Boo, Tommaso Primo, Andrea Tartaglia, Tueff, Gnut, Nto’, Roberto Colella (La Maschera), Dope One, Gianni Simioli, Carmine D’Aniello (‘O Rom), Oyoshe, Djarah Akan, Joe Petrosino, Massimo De Vita, Giuseppe Spinelli, Alessandro Aspide (Jovine), Sacha Ricci (99 Posse).

L’occasione della visita di Matteo Salvini a Napoli è stata solo un pretesto per accendere il fuoco creativo degli artisti che vivono, cantano e suonano all’ombra del Vesuvio. “Gente do sud” non è una canzone di odio e il leader della lega non ne è di sicuro il protagonista. Il brano è un inno d’amore, un invito all’accoglienza che parla di solidarietà e di fratellanza. Il Mediterraneo è sempre stato crocevia di storia e cultura, Napoli stessa è una felice mescolanza di popoli e razze che ha fatto delle differenze tra gli individui, una forza. Il brano si avvale di un videoclip per la regia di Luciano Filangieri che racconta in presa diretta il clima che hanno respirato gli artisti mentre registravano la canzone.

Gente do Sud” non è solo un brano che ha messo insieme un’importante fetta di musicisti del Sud, ma è un progetto che ha unito diverse realtà imprenditoriali che operano nella città di Napoli. Etichette, studi di registrazione, professionalità diverse, scese in campo con l’unico scopo di dar vita ad un progetto importante destinato a diventare esempio per le generazioni future, un inno contro tutte le forme di razzismo, un invito a restare umani. Da tutto questo fermento è nata una compilation, formata da brani degli artisti del collettivo Terroni Uniti, i cui proventi saranno devoluti ad Alarm Phone di Watch The Med,  istituito nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti e rappresentanti della società civile in Europa e NordAfrica. Il progetto ha creato una linea telefonica diretta e autorganizzata per rifugiati in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo (https://alarmphone.org/it ).

Ecco la genesi del brano “Gente do Sud” dal racconto di Massimo Jovine.

Gente do Sud nasce da quegli incroci multipli tipici del centro antico. Qualche giorno fa scendo a prendere un caffè con mio fratello Egidio. Subito gli chiedo curioso come sta andando la costruzione della manifestazione contro Salvini. La Lega è un nostro vecchio pallino e negli ultimi anni ce ne hanno fatte talmente tante che l’idea che il segretario del partito che odia Napoli e i napoletani pensi di sfilare impunemente a Napoli per raccattare una manciata di voti, mi manda al manicomio. Egidio è ottimista. Mi spiega che la città è pronta, il clima positivo, la Lega troppo odiata per lasciare indifferenti ma mi dice anche che la partecipazione al corteo non è conseguenziale a quello che leggiamo sui social e che c’è tanto, davvero tanto da lavorare. A un certo punto, proprio mentre mi racconta dei preparativi e del resto, mi propone un'idea.

Fra ce vulesse ’na canzone”. E’ una frase buttata lì. In tanti anni mi sarà capitato un milione di volte in un milione di occasioni di sentirmi dire che ci sarebbe voluta una canzone. Ma stavolta mi fermo. Egidio ha ragione. Ognuno contro Salvini deve fare la sua parte. I napoletani devono scendere a migliaia in piazza e noi che siamo artisti dobbiamo fare una canzone. Comincio a pensare astrattamente a come e soprattutto con chi.

Ed è a questo punto che entra in scena Ciccio Merolla.

Ciccio è un vecchio amico, un fratello, uno con cui ho pensato immediatamente di condividere l’idea della canzone contro la Lega. Io ed Egidio cominciamo a parlargli dell’ipotesi. Il corteo è l’11, il tempo è pochissimo. Chiunque avrebbe detto “siete matti”. Ciccio no. Si appassiona all’istante. E’ dei nostri e in tre il progetto diventa già realtà. Per me e Ciccio è fatta. Il giorno dopo si comincia a registrare.Chiaramente coinvolgiamo subito Alessandro Aspide, l’unico che avrebbe potuto “sopportare” l’invasione degli artisti uniti contro la lega per tutto il tempo necessario a produrre il brano.

Fogli alla mano cominciamo le telefonate. I primi contributi sono quasi scontati, sono i fratelli più stretti, i compagni di avventure di una vita. Luca (Zulù), mio fratello Valerio, Simona Boo, Speaker Cenzou. Il pezzo prende forma attorno a un ritornello che ascoltiamo e canticchiamo e più lo riascoltiamo, più lo canticchiamo e più ci convince. Quello che è successo dopo è difficile da raccontare. Lo studio di Alessandro e gli altri in cui abbiamo registrato si sono trasformati nella piazza dell’underground di una città che si dimostra sempre una spanna sopra il mondo. In pochi giorni l’elenco delle collaborazioni è arrivato a contare trenta artisti. Agli astri più o meno nascenti della città: Foja, La Maschera, Gnut, Carmine ‘O Rom e ad alcuni dei più noti rapper campani si sono rapidamente aggiunti i nomi che della musica napoletana hanno fatto la storia. Eugenio Bennato, James Senese, Enzo Gragnaniello, Francesco di Bella, Daniele Sepe, Valentina Stella e tanti altri. Musicisti straordinari come i miei compagni della 99 Posse, Marco Messina e Sacha Ricci, che hanno messo a disposizione i loro strumenti per arricchire la melodia della canzone. Tanti tecnici hanno lavorato giorno e notte in una corsa contro il tempo che ha entusiasmato tutti.

In una settimana è nato un brano bellissimo in cui ognuno ha messo a disposizione della città e di tutto il sud le proprie migliori parole di solidarietà, amore e disprezzo per tutti i razzismi. E ancora di più: il progetto si è allargato fino a diventare una compilation di brani degli artisti che hanno collaborato al pezzo, i cui ricavi saranno devoluti tutti a progetti di solidarietà.

Gente do sud è Napoli che contro la Lega sceglie di restare umana.

CREDITS “GENTE DO SUD”

VALERIO JOVINE, CICCIO MEROLLA, SIMONA BOO, DJARAH AKAN, OYOSHE, VALENTINA STELLA, O' ZULU’

ANDREA TARTAGLIA, EUGENIO BENNATO, TOMMASO PRIMO, CARMINE D’ANIELLO ('O ROM), SPEAKER CENZOU, DARIO SANSONE (FOJA), M'BARKA BEN TALEB, PEPP-OH, FRANCESCO DI BELLA, DOPE ONE, ROBERTO COLELLA (LA MASCHERA), FRANCO RICCIARDI, TUEFF, GNUT, ENZO GRAGNANIELLO, NTÒ, GIANNI SIMIOLI

Musicisti:

GIUSEPPE SPINELLI (chitarra), JOE PETROSINO (mandolino), MASSIMO DE VITA (synth e flauto), DANIELE SEPE (fiati), MASSIMO JOVINE (basso), ALESSANDRO ASPIDE (basso), SACHA RICCI (synth), CICCIO MEROLLA (percussioni), JAMES SENESE (sax),

Tecnici:

ALESSANDRO ASPIDE, MARCO MESSINA (mix/additional programming), DANILO VIGORITO (mix/mastering), ANTONIO ESPOSITO, DAVIDE IANNUZZO, TONICO 70

Studi di registrazione:

BEAT BOX STUDIO, TP STUDIO, RR SOUND, KATANGA STUDIO

Compositori

MASSIMO JOVINE, CICCIO MEROLLA, ALESSANDRO ASPIDE

Direzione esecutiva

FIORITA NARDI, LUCIANO CHIRICO, DIEGO MAGNETTA, LUCA NOTTOLA, CLAUDIA FOGLIA MANZILLO, MARCO JAPPELLI, EGIDIO GIORDANO

Illustrazione:

ZEROCALCARE

Grafica

LUCA COPPOLA

Segretaria di produzione

FRANCESCA GUERRIERO

Ufficio stampa

MANUELA RAGUCCI

VIDEOCLIP

Regia: LUCIANO FILANGIERI 

Sceneggiatura: LUCA DELGADO 

Fotografia: PEPPE DE MURO

Assistente alla regia: ELIANA MANVATI 

Organizzatore: STEFANO MARIA CAPOCELLI 

Con: DALAL SULEIMAN e il piccolo CRISTIAN FILANGIERI


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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 30 marzo 2017]]>

C’è, tra le altre, un’etichetta discografica che si caratterizza per l’attenzione all’ambiente in quanto il suo fondatore, Paolo Fresu, attento lo è da tempo, attento e sensibile pure all’utilizzo delle energie rinnovabili come è noto a chi frequenta il suo celeberrimo festival estivo “Time in Jazz” che quest’anno festeggia la sua trentesima edizione! Come ormai consuetudine, dall’8 di agosto, a Berchidda, il suo paese sassarese natale, si suonerà in una miriade di posti diversi e inconsueti come chiese, campagne, piazze, rive di fiumi, ecc. L’etichetta è la Tuk Music, principale protagonista di questa puntata nella quale si sentirà molta sua musica, recente, nuova e nuovissima, e si parlerà anche delle altre sue interessanti peculiarità. Ascolteremo pure alcune cose di un’etichetta cugina, la My Favorite, una nuova uscita di Artesuono, etichetta di Stefano Amerio e alcune altre realizzazioni recenti di altre etichette partners del programma come tutte quelle sin qui citate. Anche questa settimana vi ricordo, con un paio di ascolti, l’imminente ripresa del programma “Avenida Atlantica, Musiche & Storie dal Brasile”, con Juliano Peruzy e Ligia França al giovedì, immediatamente prima della consueta puntata di “Take Five, Jazz & dintorni”.

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. vetro rosso (F. Ponticelli) – Francesco Ponticelli – Kon Tiki (tuk music) - 2017

03. lunar tide (P. D. Porta) – Paolino dalla Porta – moonlanding (tuk music) - 2016

04. light pressure (G. Partipilo) – Gaetano partipilo & Contemporary Five – daylight (tuk music) - 2016

05. teardrop . ya habibi (Massive Attack/Sosa/Fresu/Atlas/Bishai) – O. Sosa/P. Fresu/Natashia Atlas/J. Morelembaum – Eros (tuk music) - 2016

06. Paris (Linx/Wissels) – Linx/Fresu/Wissels/Heartland – the wistleblowers (tuk music) - 2015

07. binario x (R. Casarano) – Raffaello Casarano – argento (tuk music/my favorite) - 2010

08. get out and get under the Moon (L. Shai/C. Tobias) – Vanessa Tagliabue Yorke – we like it hot, live @ Acler Hotel (artesuono)  - 2016

09. the pantry blues (D. D’Agaro) – Aki Takase/Daniele D’Agaro - Aki Takase/Daniele D’Agaro (artesuono)  - 2016

10. lulù e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (via veneto jazz) - 2017

11. 8 ½  (N. Rota)  - Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (via veneto jazz) - 2016

12. Indianapolis (D. Tittarelli) – Daniele Tittarelli & Mario Corvini New Talents Jazz Orch. – ex tempora (parco della musica) - 2016

13. terra infuocata (M. Zurzolo) – Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2015

14. Brazil (Ragonese/Giorgi/Ragonese) – The Thrust – little wonder (my favorite) - 2010

15. Masaba/Bahia (L. Cinque) – Luigi Cinque Hypertext Orchestra – Luna reverse (my favorite) - 2010

16. soft winds (R. Cecchetto) – Roberto Cecchetto/Giovanni Guidi/Giovanni Maier/Michele Rabbia – soft wind (my favorite) - 2011

17. la mer (C. Trenet) – Luca Aquino feat. Lucio Dalla – chiaro (tuk music/my favorite) - 2011

18. la radio in testa (B. Ferra) – Bebo Ferra – specs people (tuk music) - 2012

19. malaika ( trad. Kenia) – Dino Rubino Trio – zenzi (tuk music)  - 2012

20. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_327_Bob_Dylan_7]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #327 del 30 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 7 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Diserzioni: Oscuri desideri]]>

siamo invasi dall’affanno
corriamo e mai rallentiamo
ci perdiamo, ci ritroviamo
e pur di non fermarci
inseguiamo senza pensieri
anche i più oscuri desideri



Singular Mind: Dark Desires

K A I D O:  Storm Elements

Pajonear: Scotopia

Bimbotronic: Night Wind

AESTRAL: last breath

Kazukii: Time We Lost

AK: Wanderlust

kyddiekafka: everlasting

Ambyion: Reaching for the Stars

Sky H1: Huit

Jacaszek: To Perenna

Lorenzo Masotto: Arctic Summer

Benjamin Finger:  Ghostflowers

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<![CDATA[Colombre]]>

Mercoledì 5 aprile dalle ore 19:30 

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Colombre

Questa volta ci spostiamo un po' dalla solita programmazione e osiamo di più con i volumi.
Sarà la volta di Colombre, la nuova promessa del cantautorato #indieitaliano.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci Colombre? Te lo presentiamo noi!





Pulviscolo è il primo album di Colombre, progetto che inaugura l’esperienza da solista di Giovanni Imparato – già voce, chitarra e autore dei brani della band indie-pop Chewingum e co-produttore del disco Sassi di Maria Antonietta che ha accompagnato live negli ultimi tour – in uscita il 17 marzo per l’etichetta Bravo Dischi.
Urgente e spontaneo fra chitarre, omnichord e tastiere di ogni genere, Colombre, che qualcuno ha già definito un Mac DeMarco in Hi-Fi, presenta il suo disco con una band d'eccezione; alle chitarre e alle tastiere Alfredo dal Portone, alla batteria Daniele Marzi (entrambi Extraliscio e Supermarket) e Lorenzo Pizzorno al basso.

Il nome Colombre è un omaggio al racconto di Dino Buzzati (Il Colombre), una favola moderna – protagonisti un marinaio e un mostro marino – che parla di coraggio e dell’incapacità di affrontare le proprie paure, di tuffarsi nelle ignote profondità del mare per scoprire cosa ci lega all’immobilità. Ed è proprio l’immobilità ciò da cui fugge Colombre che in queste otto tracce del disco mette a fuoco alcuni episodi significativi della propria storia recente, vuota il sacco e decide di aprirsi al futuro.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 23 marzo 2017]]>

Come di consueto, largo spazio alle novità discografiche, ai dischi recenti o quantomeno ancora mai ascoltati in questo programma. Protagonista principale, per il numero di pubblicazioni di cui si parla in questa puntata, è l’etichetta indipendente romana Alfa Music. Grazie a questa label, che è fra quelle che con il loro contributo prezioso sostengono questo programma,  si possono anche ascoltare due prodotti che rendono felice chi come me proviene dal Brasile, come ormai noto, e in particolare un incredibile disco, incredibile per la sua elevata qualità  e per la sua “brasilianità” notevole pur essendo stato scritto da un vero italiano di Roma, Giovanni Guaccero. A questo proposito ricordo ancora una volta il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, con il sottoscritto e con la cantante/conduttrice Ligia França(il giovedì, prima di “Take Five”).  Le altre pubblicazioni le potete vedere sulla playlist qui sotto, tutte raccolte nella parte iniziale della serata. Per il resto, spazio ad una nuova produzione di Ultrasound Records, alcune riproposizioni di Dodici Lune Records, di Cam Records e della giapponese Albore Records nonché di ECM. Quest’ultimo caso è quello dell’ascolto anche di un intero set del concerto di Keith Jarrett a Modena nel 1996, uscito pochi mesi fa in un quadruplo CD intitolato A Moltitude of Angels. La settimana scorsa, per ragioni di tempo, avevo fatto ascoltare un brano “corto” che in realtà non era rappresentativo dell’importanza dell’opera che si può considerare come la chiusura di un capitolo, di un periodo artistico del pianista di Allentown, quel periodo in cui egli si esibiva in solo con le lunghe improvvisazioni che lo hanno reso celeberrimo. Ecco, mi sembrava giusto offrire per intero un estratto che fosse quindi significativo a tutti gli effetti. In futuro sono sicuro che ve ne farò ascoltare altri.  Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

02. la vita, in fondo, è un rincorrere emozioni da ricordare (R. Spadoni) – Roberto Spadoni New Project Jazz Orch. – travel music (alfa music)  - 2016

03. blues at 25 CM (A. La Corte) – Alessandro La  Corte 5et –smile in winter  

04. some bass from Bill (R. Fassi) – Riccardo Fassi 4et – portraits of interior landscape

05. going back, going forth (M. Sandvik) – Marit Sandvik/Maurizio Picchiò – travel

06. feitio de oraçao (Noel Rosa/Vadico) – Daniella Firpo – vento di Bahia e nebbia

07. escarregando no choro (G. Guaccero) – Giovanni Guaccero &  Choro de Rua – a roda dos planetas errantes

08. sambossa (A. Clemente) – Adriano Clemente – Havana blue (fonosfere/dodici lune) - 2017

09. Punjab (J. Henderson) – Alessandro Rossi 4et – emancipation (cam) - 2017

10. Javajazz (Girotto/Balke/Di Castri/Heral) -  Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam)  - 2017

11. das model (Kraftwerk) – Rossano Baldini – light (albore) -

12. Modena part 1 (K. Jarrett) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

13. urban waltz (D. Miller) – Dominique Miller – silent night (ecm) - 2017

14. ¾ di luna (L. Mazzaglia) – Les Sens Jazz – earth (usr) - 2017

15. smile (C. Vallon) – Colin Vallon Trio – danse (ecm) - 2017

16. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

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<![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]>

Lo si sa da sempre, a Venezia e nel suo hinterland vige l'antica regola della sigla ecumenica che risale ai tempi della Serenissima Repubblica: RRJ - Reggae, Rock, Jazz. Chi tenta di porsi trasversalmente a questa regola viene messo all'angolo e non gode del favore del folto pubblico che solitamente affolla i rumorosi luoghi nei quali i poveri musicisti tentano di farsi sentire, sopra un palco che non riesce a sovrastare il baccano procurato dagli avventori del bar sottostante e il frastuono creato dalle bottiglie di birra che rotolano sotto i tavoli. Gran rispetto quindi nei confronti del locale di Marghera che tenta una manovra decisamente controcorrente. Allo Spazio Aereo ci si va per ascoltare suono di altra matrice culturale, un suono comunemente definito con il termine 'elettronica' che a dir il vero non ha una sua specificità, significa tutto e niente ma, almeno dalle nostre parti, serve ad indicare una modalità di pensiero innovativo, altro.

Come si diceva prima, il termine 'elettronica' non ha una sua specificità se non viene abbinato alle molte derivazioni artistiche che vivono al suo interno. Pur essendo per i più forma espressiva 'minore' (soprattutto qui in terra serenissima) ha la facoltà di esprimersi in svariate modalità che partono dal dancefloor per giungere alla ricerca più sperimentale. Questo il campo d'azione del manipolo di coraggiosi utopisti che quotidianamente combattono contro l'invisibilità di un mondo nel quale a malapena si distinguono, scambiati per strani esseri alieni che si esprimono attraverso l'uso di sonorità altrettanto aliene. E' un mondo invisibile che agisce con la baldanza data dalla completa autonomia e indipendenza, sotto l'egida dello spericolato sperimentalismo.

Da qualche tempo un critico musicale toscano ha deciso di prendere in mano la situazione chiamando a raduno tutti gli intererssati che intendessero partecipare ad una sorta di campagna rivendicativa per imporre la propria identità artistica oltre il loro ristretto confine, nella convinzione che ogni suono ha libertà di appartenenza e deve essere riconosciuto e ascoltato a tutte le altitudini. Un pensiero utopistico che ha spinto molti musicisti e performers a farsi avanti e apparire nelle molte pagine che compongono quella sorta di enciclopedia del suono alternativo della nostra penisola che è Solchi Sperimentali Italia – 50 anni di italiche musiche altre. Una vera e propria raccolta di storie e nomi dello sperimentalismo italiano curata da Antonello Cresti per la casa editrice CRAC, un libro a cui è seguita, grazie all'opera del crowdfunding, la creazione di un dvd di prossima pubblicazione. Con questa sigla si è aperta anche un'etichetta discografica e altre iniziative si sono avviate tra cui una serie di serate che hanno toccato molte località della penisola sbarcando anche allo Spazio Aereo, lo scorso fine settimana.


Da semplice descrittore mi limiterò a commentare la serata, senza valutare personalmente un'operazione a livello nazionale che è oggettivamente positiva ma altresì inutile per colmare quel gap sempre esistito tra musica di consumo e musica altra. Da assertore dello 'snobismo sonoro' come arma di offesa, ho sempre pensato si debba mantenere le distanze tra due mondi impossibilitati ad interagire per problemi legati ai rispettivi dna.


Nel corso della serata si sono esibiti quattro interpreti, appartenenti a quattro diverse scuole di pensiero e a tre diverse 'ere musicali', come a rispettare il tratto inconfondibile del pensiero crestiano che usa la mescolanza di periodi e stili musicali spesso incompatibili se riuniti sullo stesso palco.

Alessandro Ragazzo è un sound artist veneziano che fa ricerca sul territorio usando come base il field recording sul quale agisce sovrapponendo e manipolando il rumore naturale che normalmente ci circonda. Il suo è stato un set altamente immersivo nel quale la dislocazione liquida del suono, filtrata attraverso l'uso della macchina, ha agito come leva aumentando la percezione, rendendo quasi visibile e palpabile il muro sonico creato in loop innanzi all'ascolto. Forse la presenza dei visuals avrebbe ancor di più aiutato il salto comunque notevole dentro la normalità che quotidianamente ci circonda ma di cui non riusciamo realmente a percepire la vera essenza.

Artcore Machine, duo formato da Moreno Padoan e Roberto Beltrame, due alchimisti che provengono da Rovigo e conoscono bene l'animo della bestia sonica. Autori di un set dal crescendo micidiale, hanno liberato dalle gabbie che le imprigionavano le cieche creature sintetiche, permettendo loro di studiare una via di fuga attraverso il tracciato di scie elettriche che le teneva prigioniere. Gli esseri hanno annusato le barriere, le hanno scoperte ed abbattute con furore di divinità che si erge imperiosa, mentre lo spazio perde forma piegato dall'urlo che disconosce il 4/4 e si esprime con violente onde d'urto schiumanti velocissimi bpm lanciati contro insormontabili muraglie di basse frequenze. Impressionanti.

Fausto 'Degada Saf' Crocetta rappresenta uno dei salti temporali cui si accannava prima. Fondatore dei Degada Saf, esponenti di spicco dello stilo sinth-pop degli anni '80. Autore del mai dimenticato vinile intitolato 'No Inzro', per la storica fanzine Rock Garage, nel corso degli anni non ha mai abbandonato gli strumenti. Lo ritroviamo sul palco con un set che ripercorre in chiave rivista e corretta quelle sonorità permeabili al quattro quarti che tanto hanno fatto danzare i new wavers del tempo. Una prima parte forse indecisa, in bilico tra sonorità d'ambiente incompiute e ripetitivi impulsi ritmici che sfocia però in una rivisitazione de La Rhumba De Shang Hai che ancora fa battere il cuore a chi, quegli anni colmi di fermento, li ha vissuti in pieno.

Opus Avantra rappresenta l'ennesimo ampio salto indietro nel tempo. Band seminale del rock progressivo e del crossover d'avanguardia italiano degli anni '70, da sempre considerata una formazione culto grazie anche alla vocalist Donella Del Monaco autrice tra i tanti, di un album in collaborazione con Elliot Sharp e Steve Piccolo. L'ensamble ha presentato un mini-live dal sapore forse troppo antico, dedicato a chi ancora è ancorato a sonorità che risultano appartenere ad una memoria ferma al periodo del prog-rock celebrativo di quegli anni. Musicisti estremamente preparati, il flautista Mauro Martello in testa, incapaci però di reinterpretare un suono che molto ha fatto per la crescita musicale di qualità ma che oramai è relegato nella memoria, impossibilitato a competere con la velocità e l'intensità del pensiero post-moderno.

Sia gloria quindi a questi indomiti sognatori e al suo (in?)coerente condottiero a cui va tutto il rispetto dovuto per la caparbietà e coraggio dimostrati nel continuare a segnare profondi solchi di sperimentalismo su terreni non sempre fertili.

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<![CDATA[Le Luci della centrale elettrica live]]>

Te ne sei accorto, sì? Ti sei accorto che avere figli cambia la priorità delle cose? Che costringe a domandarti: Com'è il mondo visto da loro? Ti costringe a ripensare com'eri alla loro età e se quello che ha formato te ieri può essere utile anche oggi. Ti chiedi: com'ero io a 10/12 anni, cosa mi incuriosiva e cosa no?

Musicalmente parlando ricordo chiaramente le canzoni ascoltate con i cugini maggiori d'estate nel granaio di casa.

Avere dei cugini più vecchi ed appassionati di musica anticipa di qualche lustro la tua formazione musicale e nonostante fossero gli anni 80 le canzoni dei cantautori dei '70 erano le loro preferite. Ricordo L'Avvelenata di Guccini, La guerra di Piero di De Andrè, 4 marzo 1943 di Dalla... ma sicuramente quelle che più entravano nelle mie corde erano quelle di De Gregori. Forse perché la sua musica era più arrotondata, aggraziata, forse per i testi che sembravano frammenti di storie da ricostruire, canzoni d'amore senza le classiche parole delle canzoni d'amore. Ricordo perfettamente l'emozione che iniziava con queste parole “E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure” e continuava con istantanee di un enigmatico altrove da sempre cercato, anche inconsapevolmente, nella musica.

Questa introduzione serve, innanzitutto a me, per capire come mai mi trovo ad un concerto delle Luci della centrale elettrica nonostante i mei ascolti attuali volgono verso altri lidi e nonostante l'età media del pubblico sia di molto inferiore alla mia.

Semplicemente perchè trovo che Vasco Brondi sia tra i pochi che riesce a creare istantanee che possono far rivivere a mio figlio le emozioni provate quando io avevo la sua età.

Qualcuno storcerà il naso ma sono sicuro che questo qualcuno non è molto giovane.

Certo il linguaggio è molto cambiato, come è cambiato il mondo, ma come De Gregori coglieva l’urgenza più intima dei Settanta ora Vasco Brondi riesce a fare lo stesso per la “Millennial Generation”. E lo fa sul filo dell’evocazione e della metafora, riproducendo sentimenti e situazioni in cui questa generazione si può rispecchiare. Per questo emoziona.

Ma veniamo al concerto.

Alle 22.45 Brondi e la sua nuova formazione, formata da chitarra, basso/viola, batteria e tastiere, salgono sul palco. Si comincia con la canzone Qui. Si prosegue poi con diversi brani estratti da "Terra" alternati ad alcuni pezzi estratti dagli album precedenti come C'eravamo abbastanza amati e Quando tornerai dell'estero e una versione molto energica di Ti vendi bene. Emozionanti anche le canzoni più lente, canzoni d'amore come Chakra e Le ragazze stanno bene. Il pubblico conosce le canzoni a memoria e accompagna cantando ogni pezzo, segno che queste songs hanno lasciato un segno.

Il finale, e non poteva essere altrimenti, è Viaggi disorganizzati  il brano che chiude il nuovo album dedicato ad una generazione che per sopravvivere dovrà essere allegra e disperata come queste canzoni.

I tanti occhi lucidi mi segnalano che il concerto ha colpito il cuore di tanti, lo conferma anche qualche lacrima che scende su giovani visi macchiata di rimmel ..... allora tutto torna.

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Scaletta concerto:

Qui

Stelle Marine

Macbeth nella nebbia

C'eravamo abbastanza amati

A forma di fulmine

Quando tornerai dall'estero

Moscerini

Waltz degli scafisti

Ti vendi bene

Questo scontro tranquillo

Iperconnessi

Cara catastrofe

Chakra

Le ragazze stanno bene

Per combattere l'acne

Nel profondo Veneto

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Coprifuoco

I destini generali

Viaggi disorganizzati

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<![CDATA[Teatriò]]>

Mercoledì 29 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Teatriò

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Mercoledì portiamo indietro le lancette al secolo scorso con un bagno nel jazz e nel swing anni '30 e '40.
Saranno con noi i Teatriò Acoustic Swing: quattro voci, chitarra, mandolino, mandola e contrabbasso.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Contributo all'entrata: 2€

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci i Teatriò Acoustic Swing? Te li presentiamo noi!

http://www.teatrio.net/index.html

Svuotando un giorno un armadio per buttare vecchie cose che ormai non servono più ci sono capitati tra le mani dei vecchi 78 giri.
La curiosità di sentire cosa vi fosse inciso era forte: abbiamo preso un grammofono tutto impolverato dal fondo dell'armadio e dopo aver appoggiato il disco nel piatto, abbiamo girato la manovella …
Non capita spesso di poter risentire la musica che negli anni '30 '40 ha fatto sognare, ballare e innamorare i nostri nonni e forse anche i nostri genitori. Provando ad ascoltare con un orecchio diverso quei brani ci siamo resi conto che certe canzoni di quel periodo erano e sono un patrimonio di bellezza, semplicità ed, a volte, anche di ingenuità. Ne è nato un amore a primo … udito … ed abbiamo deciso di riproporre in versione quartetto quei brani.
Una chitarra, un mandolino, un contrabbasso, una voce femminile e l'uso di cori alla "Trio Lescano" e “Quartetto Cetra” porteranno indietro le lancette dell'orologio e torneranno a far rivivere le atmosfere di quegli anni.
Per rendere ancora più verosimile la nostra performance abbiamo pensato di utilizzare anche costumi di scena ed oggetti particolari quali megafoni, rumori di vecchi 78 giri, ecc.

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<![CDATA[Diserzioni: Parlando al buio]]>

È nel buio che il suono galleggia
perché l’oscurità è assenza,
è un vuoto e non si vede
ma è lì che si rivelano gli spazi aperti
dell'immaginazione

 

VVV: Talking in the Dark

Mininome: Abode

DJ Heroin - Conciliator

r.roo: Sad Party In Outer Space

Bloom: Efflorescence

skeler: SEE_ME

SØVVAVE – Downtown

Tyler Frost: Way to Heaven

Kosikk: All you can see

Jellis: Richness Lies Within

Blackbird: Night


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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_326_Bob_Dylan_6]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #326 del 23 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni” del 16 Marzo 2017]]>

Puntata ricchissima che si apre con una novità proveniente dal Giappone, dove opera un’altra label amica di questo programma, la Albòre di Satoshi Toyoda. Ma sono tante, tutte, le cose recenti, nuove o nuovissime che andremo ad ascoltare insieme grazie alla ECM, alla CAM, alla Dodicilune, alla Ponderosa, alla Itinera e alla Auand. Una passerella di molti fra i più amati e importanti interpreti della nostra musica come Keith Jarrett, John Abercrombie, Craig Taborn (tutti ECM), che nei loro rispettivi dischi si accompagnano a musicisti che farebbero grande qualsiasi festival (Brad Mehldau, Marc Copland, Drew Gress, Chriss Speed, Joey Baron, Ambrose Akinmusire, Shai Maestro e molti altri) e poi il ritorno di Richrad Galliano, i prestigiosissimi Javier Girotto e Enrico Pieranunzi (per la Cam), che portano con sé i vari Furio di Castri, Jon Balke, Scott Colley, Clarence Penn. Una grande presenza di etichette e musicisti dal Sud Italia, attivissimo, con i campani Marco ZurzoloL’Orchestra Napoletana di Jazz, il Trio di Salerno (per Itinera Rec.), con la salentina Dodicilune che ci propone un duo meglio dell’altro (Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin e Michel Godard/Ihab Radwan, in ordine puramente casuale). Molti anche questa settimana i riferimenti e gli omaggi al Brasile, come l’omaggio a Baden Powell di Dominique Miller (ECM) o quello a Pixinguinha del Trio di Salerno, quello a Jobim del Dea Trio (entrambi Itinera) o, infine, quello di Paola Arnesano e Vince Abbracciante (Dodicilune Rec.) con l’intero CD dedicato alla MPB (Musica Popular Brasileira). Tutto ciò, come ormai noto, per promuovere il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, condotto da sempre da chi vi scrive e parla, da Rio de Janeiro, ma da molto tempo insieme alla cantante Ligia França, da Natal-Rio Grande do Norte. Circa tre ore di ottima musica, buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. desert highway (P. Vincenti) – T.Riot – T.Riot (albòre) - 2017

03. Baden (D. Miller) – Dominique Miller – silent light (ecm) - 2017

04. mam’boo (P. Heral)  - Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam) - 2017

05. the mission (T. Bleckmann) – Theo Bleckmann – elegy (ecm)  - 2017

06. Amsterdam avenue (E. Pieranunzi) – Enrico Pieranunzi/Danny McCaslin/Scott Colley/Clarence Penn – new Spring, live at the Village Vanguard (cam) - 2017

07. danny boy (J. Cash) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

08. coloriage (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

09. tico tico no fubà (Z. De Abreu) – Paola Arnesano/Vince Abbracciante – MPB! (dodicilune) - 2017

10. tsunami (C. Vallon) – Colin Vallon – dance (ecm)  - 2017

11. Napoli centrale (M. Zurzolo)  - Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2017

12. largo pastorale/si vide all’animale (preludio di Pulcinella) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

13. carinhoso (Pixinguinha/Braguinha) – Trio di Salerno – tre (itinera)  - 2016

14. fotografia (A.C.B. Jobim) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

15. rising grace (W. Muthspiel) – Wolfgang Muthspiel – rising grace (ecm) - 2017

16. clank (M. Murgioni) – Clank 4et – Clank (self prod.) - 2017

17. joy (J. Abercrombie) – John Abercrombie – up and coming (ecm)  - 2017

18. the shining one (C. Taborn) – Craig Taborn – daylight ghosts (ecm) - 2017

19. su l’onda d’amore (M. Godard) – Michel Godard/ Ihab Radwan – doux desires (dodicilune) - 2017

20. finestra e note e brina (Skriabin) – Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin – twelve colours and synesthetic (dodicilune)  - 2017

21. provvisorio (F. Vignato)  - Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

22. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

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La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

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<![CDATA[ReadBabyRead_325_Bob_Dylan_5]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #325 del 16 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

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voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[The Giant Undertow]]>

Mercoledì 22 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

The Giant Undertow

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Questo mercoledì abbiamo scelto di accompagnarvi nella discesa tra gli anfratti più in ombra della tradizione country.
The Giant Undertow sarà il vostro Virgilio, non ci sarà l'Acheronte ma il Mississipi, e la Selva Oscura sarà una distesa desertica costellata di cactus.
Deep Folk e Desert Blue saranno il sottofondo di questa cavalcata nel Profondo Sud.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci The Giant Undertow? Te lo presentiamo noi!



https://www.facebook.com/thegiantundertow/?fref=ts
https://thegiantundertow1.bandcamp.com/album/the-weak

Lor is an italian guy who composes music with few little guitars and a warm groggy voice. After years devoted both to noisy rehearsal rooms and flipping out in the countryside, he started to live and compose in very small flats in Bologna, with not even space for an amplifier. 

"The Weak", the first LP has been released September 2016 (In the Bottle Records, Indipendead, Shyrec, POpeVrecords, Death Roots Syndicate).

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<![CDATA[Temples – Volcano]]>

Quando circa tre anni fa – nella recensione dell’esordio dei Temples, Sun Structures – scrissi che il tempo era dalla loro parte non avrei mai immaginato che la band originaria di Kettering ne avrebbe impiegato così tanto per dare alla luce un seguito. Certo il clamoroso successo di quel disco, il vinile più venduto del 2014 nei negozi indipendenti ed in classifica in 18 paesi, sarà stato un peso specifico non indifferente da portare sulle spalle. Perciò James Bagshaw e compagni hanno deciso di fare le cose con estrema calma e razionalità, com’è loro consuetudine. Volcano viene pubblicato per la Heavenly Recordings dopo essere stato registrato nello studio di proprietà, il Pyramid, e pur non stravolgendo nulla rappresenta una lieve ma decisiva evoluzione nel sound di un gruppo che può comodamente sedersi al tavolo dei grandi d’Inghilterra.

Si comincia col singolo Certainty che, come spesso accade, è una dichiarazione d’intenti bella e buona. Moog ondivago e tastiere innalzanti alla MGMT accompagnano tipici pattern psichedelici per un synth-pop che sa volutamente di Disney nel ritornello, ma con un sottofondo assai oscuro. La successiva All Join In rafforza il concetto con uno space-rock a due velocità in cui si avvertono gli echi del passato da cinefili (sci-fi ma non solo) della band. L’utilizzo massiccio della strumentazione elettronica è il tratto distintivo di gran parte di questi 50 minuti, meno mistici rispetto al passato ed in un certo senso più diretti. Ciò permette ad un brano barocco come (I Want To Be Your) Mirror di muoversi fra psichedelia a chamber-pop con la massima naturalità, implementata dalla produzione lussuosissima del frontman Bagshaw e dall’ottima interpretazione della band. Così come il folk mid-tempo di Oh The Saviour – col suo andamento dreamy ed un’orecchiabilità micidiale – diventa manifesto di grandi capacità melodiche ed allo stesso tempo attenzione maniacale per il groove.

A volte la tendenza alla rarefazione può portare a cortocircuiti inattesi come in How Would You Like To Go? vaporoso pezzo alla Tame Impala che potrebbe essere scambiato per un momento di totale auto-erotismo tanto si specchia e si bea della propria perfezione formale. Ma i Temples alzano il livello quando decidono di contrapporre alla mera tentazione pop una costruzione più sofisticata e profonda. Le ritmiche motorik dell’incalzante Open Air o la chirurgica applicazione della sezione ritmica di Tom Walmsley e Samuel Toms nella complicata In My Pocket hanno il miglior gusto psych-rock possibile oltre a confermare che in Volcano i quattro inglesi abbandonano quasi del tutto le vesti altrui e si cuciono addosso un abito tutto loro. La fluidità di Celebration è spia di una maturità oltraggiosa, stigmatizzata dall’eccellente performance vocale di Bagshaw la cui versatilità, vale la pena ricordarlo una volta ancora, è il vero valore aggiunto determinante di questo sophomore.

Se Sun Structures poteva essere visto come un viaggio nel tempo (verso il passato e ritorno), qui assistiamo ad un viaggio nello spazio, in cui la band aggiunge un’ulteriore dimensione al proprio già mirabile bagaglio. E nonostante il peso maggiore di Adam Smith e delle sue tastiere nell’economia generale, la chitarra rimane qua e là protagonista: guida con sicurezza Born Into The Sunset e glamizza un pezzaccio come Roman Godlike Man, il quale potrebbe essere stato scritto da uno a caso tra Kinks, Eno o i Beatles di Revolver, e tuttavia viene reso credibile ed efficace perché sono i Temples a suonarlo. Il finale affidato alla luccicante Strange Or Be Forgotten è l’inevitabile perfetta chiusura del cerchio. Si tratta forse dell’unica vera concessione alla musica da stadio che riempiva Structures ma con un groove funky ed un andamento melodico così inaspettati da nobilitarla come uno degli apici della loro pur giovane discografia.

Per ultimo mi sono tenuto un po’ di spazio per citare Mystery Of Pop. Non perché più di altre qui in mezzo meriti una menzione particolare, ma unicamente perché il titolo evoca in me la perfetta sintesi del disco: i Temples sciolgono il mistero del pop. Che detta così può sembrare una banalità, ma ad un ascolto maggiormente approfondito – assolutamente necessario in questo caso – Volcano vince quella sfida cruciale di includere ed accettare sonorità fortemente orecchiabili nella propria musica che in tantissimi altri hanno fallito e falliscono ogni giorno...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]>

Tornare indietro nel tempo, quanti di noi vorrebbero farlo. Tornare a rivedere chi non c'è più, tornare ad assaporare un tempo diverso, vivo, ancora capace di sorprendere. Capitombolare a tutta velocità nel soffice suono non più alieno, non più scontato come può esserlo un racconto meccanicamente letto per troppo, troppo tempo. Rinascere scoprendo che è ancora possibile ritrovare un suono da indossare, perfetto per la tua anima imbolsita dall'ascolto reiterato, freddo, esente dalle pulsazioni che riescono a far battere il muscolo del ricordo.

Avevo già vissuto questo magico fenomeno legato alla dislocazione animo-temporale, questo salto a piè pari dentro un universo illuminato dal sole, una luce che accompagnava un viaggio a due, fianco a fianco sul bagnasciuga di una spiaggia che si perdeva lontano, fino a quel confine oltre il quale era permesso il passaggio solo ad uno dei due amici. Vdb23/Nulla è andato perso, l'apparente incomprensibile formula che serviva come password per il salto indietro nel tempo. Era il 2014 e quel lavoro scritto da Claudio Rocchi e Gianni Maroccolo riscaldò per molto tempo il mio cuore.

Penso spesso a quella pausa, al momento di rigenerazione donatami da quell'ascolto. Con speranza ho cercato di ritrovarlo all'interno di altri lavori che tentavano una traduzione sperimentale del Rocchi pensiero ma il salto non è avvenuto, troppo pesante la celebrazione e artefatto lo sperimentalismo. Tentavo di rallentare la mia inquietudine negli ascolti di tutti i giorni finché non tornarono a giungermi quelle note, provenienti da un triplo album registrato dal vivo, un disco che contiene al suo interno l'edizione limitata di un 7” con due inediti dell'amato e mai scordato sciamano. Nulla è andato perso, un disco registrato durante l'omonimo tour che ha visto Gianni Maroccolo girare l'Italia durante i primi sei mesi del 2016.

Tornare nuovamente indietro ora si può.

 La Compagine:

Una serie di concerti che ha visto tanti nomi succedersi sopra il palco, molte collaborazioni com'è d'uso in casa Maroccolo: Alessandra Celletti, Ginevra di Marco, Federico Fiumani, Cristiano Godano, Francesco Magnelli, Ghigo Renzulli, Miro Sassolini, per citarne alcuni. Tanti gli artisti che hanno accompagnato la formazione composta da Marok all'inseparabile basso: alla voce un Andrea Chimenti in stato di grazia, Antonio Aiazzi colpevole di usare le tastiere come lame affilate create per incidere il cuore, il ritmo del viaggio regolato da Simone Filippi e ondate di antichi aromi orientali affidati alle corde del maestro Beppe Brotto; la perfezione. Il tutto stampato con la storica Contempo Records di Firenze, una ritrovata etichetta che ha contribuito non poco alla nascita del suono indipendente italiano.

 Il Contenuto:

diversamente dalla matrice originaria, la documentazione live contenuta nei tre albums esplora altri mondi, altri suoni. Non solo la galassia Rocchi, che ovviamente è la colonna portante del disco ma anche omaggi a Vinicio Capossela, Litfiba, CSI, sorprendentemente Philip Glass, i CCCP, Maroccolo stesso con la bella Elianto cantata da Ginevra Di Marco, sorprendentemente i Residents, ovviamente l'immancabile Battiato amatissimo dal Marok, un brano dello stesso Chimenti e un grande omaggio all'amata Sardegna con un canto tradizionale scritto negli anni '20, interpretato anche da Maria Carta e qui cantato in coro con il pubblico, si presume sardo.

La Filosofia:

Parafrasando Vdb23 userò anch'io un acronimo: ITeA - Indipendenza totale e assoluta. Nessun intermediario, nessuna major a controllare la stampa del disco, nessun management ad occuparsi dei live. Tutto il progetto è stato ideato, voluto, costruito e messo in atto da Gianni Maroccolo assieme a artisti seri, gente che ancora usa reverenza verso il termine 'indipendenza', sinonimo di libertà espressiva.

 La Musica:

Sembra di esser tornati ai tempi nei quali ci si ritrovava nel negozio di dischi preferito per commentare il nuovo album appena uscito. Sembra di esser tornati ai tempi nei quali si attendeva l'apertura del negozio – sempre quello del negoziante di dischi preferito – per ritirare il pacco di copie ordinate la settimana prima. Sembra di esser tornati ad ascoltare il rumore del vinile che scivolava fuori dalla sleeve che lo conteneva. Sembra di aver ritrovato il coraggio di ascoltare, per Dio! Ascoltare e riascoltare per ore lo stesso disco, un vinile piombato come un fulmine a stravolgere la tua discoteca. Sembra di esser tornati in quel luogo segreto dove si coltiva e fiorisce il ricordo perenne della giovinezza, un angolo di cielo non inquinato dal mercato, dalle finte celebrazioni, dalla retorica e dal rimpianto. Sembra di essere entrati nell'atelier di un artista che sa magicamente interpretare e tradurre i sogni altrui, stanze accoglienti nelle quali si sorride di commozione, convinti che nulla andrà mai perso.

PS: Sia per te un buon viaggio Claudio!

 

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<![CDATA[“Take Five, jazz & dintorni” del 9 marzo 2017]]>

Ero partito programmando due novità, Fresu/Caine e Tom Harrell ma una delle due, la seconda, odorava lontanamente di sapori latini e allora il percorso è scivolato verso una variegata proposta di pianisti, questa la mia scelta, provenienti dal mondo latino americano, dal Venezuela, Cuba, Puerto Rico, Brasile, anche con dischi nuovissimi. E poi una lunga sosta nel mio Brasile (che presto riapparirà nel programma specifico “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile, con me e Ligia França alle 21:30, subito prima di “Take Five”). La sorpresa stavolta viene da una cantante polacca, in tandem con grandi artisti comeGonzalo Rubalcaba e Pat Metheny. Poi un paio di ascolti italiani, come produzione, ma internazionalissimi, due dischi non recentissimi in attesa delle novità delle due etichette in questione, grandi collaboratrici di questo programma, Cam e Tosky. Quest’ultima citata anche come organizzatrice dell’importante seminario/workshop sul mercato discografico, per artisti e staff, che si svolgerà a Latina il prossimo 25 marzo. A proposito di organizzazioni, sono in corso le rassegne di Veneto Jazz allo Splendid Venice Hotel ogni giovedì, quella chiamata “e ora dove andiamo? Invito al viaggio” con letteratura e musica al Fondaco dei Tedeschi di Venezia.  Ci sono poi i matinée al Teatro Verdi di Padova e la rassegna di Jazz Area Metropolitana lungo la Riviera del Brenta. La puntata però si chiude con un sentito omaggio a uno dei nostri che non c’è più. Giovedì scorso lo avevo fatto ascoltare inconsapevole della sua tragica fine che mi è stata segnalata da Palermo, la sua città. Quel giorno era anche il suo compleanno, sempre a mia insaputa, quindi ho deciso di rendere omaggio a lui, alle due date fondamentali della sua esistenza su questa Terra, con l’ascolto di altrettante sue composizioni dai due dischi del suo gruppo, il palermitano Out South : grazie per la tua musica Lorenzo Colella. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. I loves you Porgy (G. Gershwin) – Paolo Fresu & Uri Caine – two minuettos (tuk music) - 2017

03. sound image (T. Harrell) – Tom Harrell – something gold, something blue (highnote) - 2017

04. berimvela – Luis Perdomo – the infancia project (criss cross) - 2012

05. bacalao com pan – Harold Lopez Nussa – el viaje (mack avenue) - 2016

06. cubano chant (R. Bryant) – Roberto fonseca – abuc (!impulse!) - 2016

07. caravan (J. Tizol/D. Ellington) – Gonzalo Rubalcaba – inner voyage (blue note) - 1999

08. la ballena azul – Edsel Gomez – live en el festival Pian Piano - 2015

09. chovendo na roseira (A. C. Jobim) – Edward Simon Trio – Latin American songbook (sunnyside) - 2016

10.  estrela do mar (J. S. Neto) – Jovino Santos Neto – roda carioca (adventures music) - 2006

11. lugar comun (G. Gil / Joao Donato) – Joao Donato – sambalero (phillips) 1075

12. embraceable you (G. and I. Gershwin) – Eliane Elias – I thought about you, to Cet Baker (concord) – 2013

13. twe usta klamia – Gonzalo Rubalcaba & Anna Maria Jopek – minione (universal) - 2017

14. are you going with me? (P. Metheny/L. Mays) – Pat Metheny & Anna Maria Jopek – upojenie (nonesuch) - 2008

15. in a sentimental mood (D. Ellington/Kurtz/Mills) – Claudio Roditi – Samba Manhattan Style (reservoir) - 1995

16. the song is you (J. Kern) – Andre Mehmari – ao vivo no auditorio Ibirapuera (tratore) - 2014

17. a night in Tunisia (D. Gillespie) – Antonio Adolfo – instrumental Sesc Brasil - 2013

18. Fellini’s waltz (E. Pieranunzi) – EnricoPieranunzi/Marc Johnson/Paul Motian – live at the Village Vanguard (cam) - 2013

19. I remember three things (G. Lusi) – G.Lusi/A.Rea/R.Rogers/G.Hutchinson – never fault behind the scenes (tosky) - 2015

20. bianco (L.Colella) – Out South – Out South (fitzcarraldo) - 2008

21. mali (L. Colella) – Out South – Dustville (fitzcarraldo/800A rec.) - 2016

22. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Diserzioni: Cieli scuri]]>

Se potessi fermare il cielo,
per conservarne la bellezza,
non sceglierei la chiara limpidezza del giorno
e nemmeno i mezzi colori dell’alba e del tramonto,
ma le mille sfumature della notte
con i suoi cieli scuri



Twisted Psykie: Dark Skies

Luminance: Dark Skies

Jessaudrey: E X I S T

Seventeen X Yasu: Prussian Blue

Loner: Hound

Haven x Holy Rain: Fantasy

Congi: Contours

Biome: Turn

Eikona: Out Of Reach

Clau M.About Me & You

Seventeen: surō w: dedflwrs

Hrím:Huldufolk

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<![CDATA[ReadBabyRead_324_Bob_Dylan_4]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #324 del 9 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 4 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Qalia]]>

 

Mercoledì 15 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Qalia

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La prossima serata si tinge di sintetizzatori: saranno con noi i Qalia con un'iniezione di synth pop!


Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci i Qalia? Te li presentiamo noi!

http://www.qalia.it/
https://www.facebook.com/qaliaband/

“Sensation of empty spaces lives in our heart.”
Il progetto Qalia nasce ad Ottobre 2014 dalla volontà di sperimentare i legami che possono venire a crearsi tra elementi tecnologici ed umani.
Le singole esperienze coscienti, attraverso “I modi in cui le cose ci sembrano”, influenzano il nostro modo di vedere.
A Marzo 2016 si aggiunge Ale Michelazzo alla batteria. Qalia entrano in studio ad Agosto 2016 per produrre il primo Ep intitolato Ø /ph/ presso Bunkrwood Studio di Bassano del Grappa. Il 1 dicembre 2016 viene pubblicato “Ø” in tutte le piattaforme di streaming.

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]>

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

www.deison.net

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 2 marzo 2017]]>

Una puntata giocata sulle associazioni di idee, sulle assonanze, seguendo un filo rosso conduttore che ci accompagna lungo tutta la sua durata attraverso citazioni cinematografiche, televisive, poetiche, geografiche… i dischi sono quelli di alcune delle etichette che collaborano alla realizzazione di questo programma, tanti vengono dalle più recenti uscite di Via Veneto Jazz (VVJ) altri sono quelli di Abeat (recente protagonista di una puntata con i suoi nuovissimi) o di Alfa Music, Fitzcarraldo/800A e Itinera (in attesa delle loro annunciate novità) e di Dodicilune, che ci  tiene sempre aggiornatissimi riguardo la propria produzione. Insomma un vero viaggio fra alcuni dei produttori nazionali di musica di qualità, da Varese a  Palermo passando per Roma, Napoli e Lecce. In conclusione uno spicchio di Latino-America, da Cuba (vista anche attraverso gli occhi e la voce di David Riondino) al mio amato Brasile, per ricordare ancora una volta che sta per ripartire il programma dedicato interamente al grande Paese Sudamericano, “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” con la cantante Ligia França e il sottoscritto ogni giovedì, prima del Jazz, alle 21:30. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. la strada (N. Rota) – Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (vvj) - 2016

03. Pinocchio (F. Carpi) – Orchestra Operaia – into the 80’s (vvj) - 2017

04. Lulù e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (vvj) - 2017

05. Luna rossa (De Crescenzo/Vian) – Fabio Zeppetella/Emmanuel Bek/Geraldine Laurent/Roberto Gatto – chansons! (vvj) - 2017

06. dolce Napoli (E. Amazio) – Enzo Amazio 5et – essence (alfa music) - 2014

07. Paris (G. Finocchiaro) – Giuseppe Finocchiaro – prospectus (dodicilune) - 2016

08. Amsterdam after dark (G. Coleman ) – Max Ionata – rewind (vvj)  - 2016

09. metropolis (M. Panassoni) – Marco Panassoni 4et – happiness (alfa music) - 2012

10.  Valdagno (E. Tondo) – Emanuele Tondo – sguardo a Sud-Est (dodicilune) - 2016

11. keep calm (L. Tucci) – Lorenzo Tucci – sparkle (vvj) - 2016

12. balm (L. Colella) – Out South – Dustville (fitzcarraldo/800a) - 2016

13. Nardis (M. Davis) – Daniele Malvisi Six Group – virtuous circle of Miles Davis (alfa music) - 2015

14. dos gardenias (I. Carillo) – Franco D’Errico trio – waiting for the queen (itinera) - 2012

15 veinte anos (Maria.T.Vera/Gulhelmina Aramburu) – David Riondino & Open World Jazz 4et – il Bolero come terapia (abeat) - 2016

16. choro dançado (M. Schneider) – Mirabassi/Di Modugno/Balducci – amori sospesi (dodicilune) - 2015

17. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: No future]]>
C'è un grido che ritorna
Uguale ma diverso
per condividere ancora
inquietudini e intimità
magari aiutandoci a guardare meglio
dentro il nostro cuore di tenebra.
E a vedere qualcosa nel buio
che sempre più fitto ci avvolge.


Moirè: Opposites

Monolog & Subheim: Wone

Marcus Fjellström: Schmerzrot

CvO: Vans

Hermei: Together

Anubis XIII: Black Opal

4by4: Dissociate (w/ Icy)

WRCKTNGL: Destiny

Toastr: Wishes

Aarne: Tears (w sake. & STAHL)

Nevaeh: Eternal Light

Venice: Untitled

MYSTXRIVL x KAREFUL: Give Everything

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_323_Bob_Dylan_3]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #323 del 2 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 3 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Caso]]>

Mercoledì 8 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

 

Caso

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Ottava serata completamente a Caso !
Chitarra e voce, per un cantautorato punk che alterna parole sensibili a pezzi più rabbiosi, a volte suonati senza amplificazione in piedi ad una sedia.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci Caso? Te lo presentiamo noi!

Caso è Andrea Casali, ha 32 anni e vive a Bergamo.
Nel 2005, dopo avere suonato per molti anni la batteria in diverse formazioni hardcore-punk, decide di intraprendere l'esperienza solista: si sposta alla chitarra acustica, avanza di qualche metro sul palco e prova a raccontarsi con la sua stessa voce. Sono del 2006 le prime registrazioni casalinghe e i primi concerti. Nel 2009 esce autoprodotto Dieci Tracce e del 2011 è Tutti Dicono Guardiamo Avanti, dischi che hanno attirato l'attenzione delle più note riviste di settore e lo hanno portato a suonare su numerosi palchi sparsi in tutta la penisola.

CERVINO • 2015
(To Lose La Track / CORPOC / Audioglobe )
Quando Walter Bonatti, figura angolare dell’alpinismo italiano, con le mani gelate abbraccia la croce di ferro sulla vetta del Cervino dopo quattro giorni di scalata solitaria sulla parete Nord (la più impervia, la meno battuta), sente di aver compiuto l’impresa della propria vita, quella con l’articolo determinativo davanti. Più del Dru sul Monte Bianco su cui poi hanno istituito la Via Bonatti (indovinate perché), più del K2 dove era convinto di morire. Proprio di un’immagine del genere aveva bisogno Andrea Casali, in arte Caso, per delineare meglio il suo quarto album. Non per niente chiamato “Cervino”, la montagna delle montagne. Perché le condizioni di Bonatti erano insolite ed estreme in quel febbraio del 1965, così come lo sono state quelle di Caso nello scrivere, arrangiare e registrare “Cervino” cinquant’anni dopo: primo album elettrico, primo con una band alle spalle dopo una vita acustica e solitaria da cantautore post-punk. L’attenzione alle parole, le storie raccontate attraverso immagini e suggestioni, la vita vissuta tradotta in versi e accordi, rimangono invece tratti distintivi delle canzoni di Caso, dal 2009 ad oggi. Perché si cresce e si cambia, ma certi talenti se si coltivano vengono sempre buoni. Buoni per raccontare lo straniamento di chi ha trentanni e sente di non aver ancora trovato un posto del mondo, come in “Blu Elettrico” che apre il disco con lucida ed elegante rassegnazione, o in “Nettuno” e “Santo Patrono” che tracciano percorsi di vita diversi dai canoni tradizionali, non allineati, ma non per questo impossibili. E il timore e l’orgoglio con cui il protagonista di “Stanze Buie” vive la propria sessualità è la metafora perfetta per sintetizzare questo filo di Arianna che percorre il disco, per andare avanti e reagire come in “Atletica Leggera”. Ma lo straniamento non prevede necessariamente solitudine, e se già avere una band alle spalle può essere sintomatico, un altro concetto che torna spesso è quello dell’amicizia, quel parlarsi sotto ad un lampione sia di cose belle che di sfighe: così si affronta meglio un tradimento (“Buste”, una delle canzone maggiormente à la Buil To Spill di tutto “Cervino”) o un’occasione formale in cui ritrovarsi e riconoscersi (“Occhio Di Bue”). Ma una parte di Caso resta comunque quella del cantautore post-punk, e allora ben vengano gli episodi in solitaria, l’infanzia di “Denti Di Ferro” e “Lario”, ispirata ad uno dei ragazzini protagonisti della bellissima graphic novel “Morti Di Sonno” di Davide Reviati, autore della copertina stessa di “Cervino”. E infine, a chiudere il cerchio c’è “FM”, tre minuti e mezzo delicatissimi che parlano d’amore e di radio, di canzoni che passano di notte senza poter schiacciar replay per ascoltarle di nuovo. A differenza di “Cervino”, undici brani che sembrano accompagnare un viaggio, o una scalata, e che invogliano a ritornare sui propri passi, cercare un’altra via, riprendere da “Blu Elettrico” e ripartire con l’ascolto. Perché “Cervino” è l’ennesima tappa di un percorso in continua evoluzione, un percorso in cui Riccardo Zamboni alla chitarra, Gregorio Conti al basso e Stefano Zenoni alla batteria affiancano Caso, lo aiutano a piantare i chiodi nella roccia fino ad arrivare in cima. Al resto ci hanno pensato Andrea Cajelli a La Sauna Studio di Varese per le riprese e i mix, e Giovanni Versari per il mastering finale. Quello che ne viene fuori è un disco pieno di vita, che Caso sapeva non essere facile ma che voleva affrontare e scrivere esattamente così. Perché “come Bonatti quando abbraccia la croce che sta in cima (…), a volte penso che l’impresa più grande sia riconoscere il proprio Cervino”.


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<![CDATA[Elbow – Little Fictions]]>

Gli Elbow non sono mai stati una band entusiasmante, almeno non nell’accezione comune del termine. Se vi piacciono i paragoni potreste considerarli un po’ come i Wilco d’Inghilterra, ma meno dotati. Nonostante questo hanno avuto il loro momento ‘in cui tutto è cambiato’, coinciso con The Seldom Seen Kid del 2008 e relativo Mercury Prize. Ma di tutto ciò ho già parlato a proposito di The Take Off And Landing Of Everything, capitolo che ha preceduto quest’ultima, settima, fatica intitolata Little Fictions. Rileggendo quel pezzo mi sono accorto di esserci andato giù piuttosto duro con loro, non digerivo affatto le ottime premesse non trasformate in altrettanti ottimi risultati.

Da allora sono cambiate molte cose all’interno del gruppo mancuniano: Guy Garver (voce), Craig Potter (tastiere, piano e produzione), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso) sono rimasti orfani – dopo ben 25 anni – del batterista Richard Jupp, andatosene sbattendo porte in faccia a tutto spiano. Perciò i quattro restanti hanno deciso di registrare fra la Scozia ed i Blueprint Studios di Salford; a differenza di quanto successo con Take Off qui le sessioni sono state condivise da tutti i membri contemporaneamente: scrittura e composizione collettive, quello che si dice un ‘band album’. Accompagnati dal turnista Alex Reeves alla batteria ma soprattutto dalla The Hallé Orchestra ed il suo coro, gli Elbow aprono con una delle migliori canzoni dei loro ultimi dieci anni, Magnificent (She Says). In quest’inizio ci sono molte delle novità di Garvey e compagni: l’orchestra d’archi, un accattivante riff di chitarra elettrico, un senso ritrovato di gioia e positività che si uniscono alla solita voce educata e avvolgente, ed all’ottima melodia.

L’abbandono di Jupp ha costretto o forse solo suggerito alla band di porre molta più attenzione al groove. Nella discreta Trust The Sun giri di basso e chitarra leggera rendono sabbioso lo sfondo vagamente ansiogeno ed un po’ masticato, mentre l’ottima Gentle Storm si focalizza appunto sulle ritmiche, con un loop di percussioni semi-industrial che si ripete all’infinito mentre il frontman con una prova vocale notevolissima canta “Fall in love with me, every day” riuscendo nell’impresa titanica di non apparire sdolcinato né mieloso. A conti fatti, è la nuova vita di Garvey a tinteggiare di colori vivaci questa tela. La scorsa estate si è sposato con l’attrice Rachael Stirling e tutto trasuda amore e serenità ritrovata, seppur in alcuni momenti Little Fictions sia parecchio intimista e personale. Le tematiche tradizionali degli Elbow – senso di comunità, solidarietà, malinconia e passare del tempo – sono avvolte da una calma dello spirito invidiabile, anche quando nella pacata Head For Supplies o nella conclusione solenne ed orchestrale di Kindling emerge tutta l’incertezza che segue l’abbandono del compagno di una vita. Persino K2, sorta di lievissima invettiva contro Brexit sui generis (“I’m from a land with an island status, makes us think everyone hate us”), declina il tema più generale dell’isolamento su toni soavi, coadiuvati da echi e beat motorik sì presenti ma mai ingombranti.

E forse sta qui il demerito principale di questo disco, e per estensione di questa fase della carriera degli Elbow, ossia quello di bastarsi così come si è, non provare mai a fare il passo più lungo della gamba in maniera tale da starsene al sicuro nella propria comfort zone. Per carità, sono 48 minuti assai meno scontati e piatti rispetto all’album che li ha preceduti, ed anche gli episodi non proprio memorabili – la All Disco ispirata da una chiacchierata con Black Francis dei Pixies, la convenzionale Montparnasse e l’incalzante Firebrand & Angel – hanno più o meno tutte elementi distintivi non banali: una chitarra psych tardi anni ’60 là, un groove ipnotico qua, un testo esilarante ancora là (“Let your obsession go, it’s really all disco”). Dunque non ci si annoia mai veramente e la lunga title-track da sola potrebbe bastare a supporto di questa tesi. Complessa ed a suo modo epica, ha nel basso e nella batteria di Reeves il cuore pulsante che tra pause e ripartenze anima un crescendo progressivo che trionfa fra archi schizofrenici ed un’ispirazione cristallina (“We protect our fictions, like it’s all we are”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[“Take five, Jazz & dintorni” del 23 febbraio 2017]]>

Tempo di novità discografiche da parte della Abeat Records che, nelle collane “for jazz” e “skyline” , ci propone una decina di produzioni, tutte di gran qualità e che spaziano da affermatissimi artisti come Franco Cerri o Riccardo Fioravanti, come Guido di Leone o Dado Moroni (che suona nel disco di Giuseppe Cucchiara) fino ai giovani come quest’ultimo citato o come Marco Trabucco e Luigi Martinale, peraltro non nuovi alle orecchie degli appassionati! Tutto questo e altro (Michele Franzini) è mescolato alternativamente ad una serie di altrettanti ascolti dedicati a recenti operazioni discografiche made in USA e al consueto assaggio di Brasile, la mia Terra! A questo proposito ricordo che a breve riprenderà il suo corso la trasmissione dedicata alle musiche e alle storie di quel Paese, “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” e, come già avveniva, sarà condotta da chi vi scrive e parla  e dalla cantante brasileira Ligia França il giovedì, in diretta, immediatamente prima del Jazz, prima di “Take Five, Jazz & dintorni”, alle 21:30. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. sweet 17 (M. Rosen) – Michel Rosen – sweet17 (jando/via veneto jazz) - 2015

03. african flower (D. Ellington)  - Riccardo Fioravanti – Duke’s flowers (abeat)  - 2016

04. since I fell for you (B. Johnson) – Brad Mehldau – blues and ballads (nonesuch) - 2016

05. take the A train (B. Strayhorn) – Antonio Onorato & Franco Cerri – Antonio Onorato & Franco Cerri (abeat) - 2016

06. speak no evil (W. Shorter) – Denny Zeitlin – early Wyne: explorations of classic Wayne Shorter compositions (sunnyside) - 2016

07. green dance (M. Trabucco) – Marco Trabucco – a long trip / with you (abeat)  - 2016

08. bright abyss (D. Zeitlin) – Donny McCaslin – beyond now (motema) - 2016

09. alagitz (L. Martinale) – Luigi Martinale 4et – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

10. Taksim by night (L. Danielsson) – Iiro Rantala/Lars Danielsson/Peter Erskine – how long is now? (act) - 2016

11. if I should lose you (R. Rainger) – Michele Franzini/Roberto Mattei/Rudy Roston – roots’n’rain (abeat) - 2016

12. play on words (R. Royston) – Rudy Roiston – 303 (greenleaf) - 2014

13. all of you (C. Porter) – Giuseppe Cucchiara/Dado Moroni/Stefano Bagnoli – cookin’ hot (abeat)  - 2016

14. antiheroes/super k’s (j. Black) - AlasNoAxis with Jimk Black – antiheroes (winter & winter) - 2013

15. por causa de vocè (A. C. Jobim) – Guido di Leone Trio – a lonely flower for you (to Jim Hall) (abeat) - 2016

16. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[Tobjah (C+C Maxigross)]]>

 

Mercoledì 1 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Tobjah (C+C Maxigross)

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Dopo gli eccessi di Febbraio, tra hip-hop e beat box blues, slam poetry e musica mediterranea, volevamo cominciare Marzo con un concerto chitarra-e-voce, di quelli raccolti e raffinati.
Vi portiamo l'Acid Folk Soul di Tobjah (frontman dei C+C=Maxigross).

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€
Dopo gli eccessi di Febbraio, tra hip-hop e beat box blues, slam poetry e musica mediterranea, volevamo cominciare Marzo con un concerto chitarra-e-voce, di quelli raccolti e raffinati.
Vi portiamo l'Acid Folk Soul di Tobjah (frontman dei C+C=Maxigross).

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€


Non conocsi Tobjah? Te lo Presentiamo noi!

https://www.facebook.com/tobjahbless/

“Sono ritornato alle canzoni. Dopo sei intensissimi anni di tour con i Maxigross, ormai diventati una dilatazione elettrica diretta verso imprevedibili frontiere, ho bisogno di riprendere in mano la mia chitarra acustica per esprimermi senza filtri e sovrastrutture, come quando è cominciato tutto. Sarà la prima volta in cui girerò da solo, la prima volta in cui suonerò queste nuove composizioni, la prima volta in cui sperimenterò con la mia lingua madre. Tutto questo senza dover promuovere niente e non rappresentare null’altro che le canzoni che canterò. Poi conclusosi questo tour le registrerò per realizzare il mio primo album, con la produzione di Marco “Juju” Giudici e Miles Cooper Seaton.
Grazie per essere parte di questo viaggio. Non so ancora dove mi porterà ed è una sensazione meravigliosa.”

(((☮)))

“Io non provo a seguire i maestri; provo a pormi le loro stesse domande”
Robbie Basho (1940 - 1986)

Tobia Poltronieri (born 1988) is a singer / songwriter / guitarist from Verona, Italy. Tobia is a name taken from the Bible: in Hebrew it means “God is good”. He studied fine arts at IUAV University in Venice and is the founder of the open collective project C+C=Maxigross, who perform across the US and Europe. Since age 18 he has been a part of the Italian underground scene, playing with his post folk act Ancher and twee pop Klein Blue, running the label and recording studio Vaggimal Records and organising cultural events within his community. He is also artistic director of Lessinia Psych Fest, the International Festival of Folk and Psychedelic Music, which has run since 2014 in the mountains above Verona. When he plays solo his name is TOBJAH.

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<![CDATA[Diserzioni: Tenera malinconia]]>

T'incatena

come un suono amato nel passato

e mentre confronto l'attuale ascolto

con il sublime trascorso

mi ritrovo a ripercorrere

la stessa intensa via

piena di tenera malinconia

 

 

Lowhitey: Sadness In The Most Beautiful Way

Brimstone: Fidelity

lusine: Witness

Tim Schaufert x Rift:Desolate

Fyoomz x Just Connor: Dawn s Glory

Ecepta: Horizon

Synkro: Inhale (ft. Faib)

Kori:Then She Spoke

Aetherworld: Apathia

Owsey: To Dream Is My Only Way Of Being With You

Naadyn: Moon (Ghost Ark Remix)

Waller: Aegis

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<![CDATA[ReadBabyRead_322_Bob_Dylan_2]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #322 del 23 febbraio 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 2 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Sampha – Process]]>

Sampha Sisay è uno di quelli che lo conosci anche se non lo sai. Attivo fin dal 2009, ha lavorato per e con alcuni dei nomi più altisonanti del neo-pop ed hip hop moderni – che in un modo o nell’altro abbiamo tutti ascoltato – tra cui vale la pena citare Kanye West, Drake, Frank Ocean, Solange Knowles e Katy B. Ma soprattutto ha prodotto l’esordio di SBTRKT, collaborando anche nel sophomore del producer inglese, al secolo Aaron Jerome. Tutto questo per dire che, nonostante Process sia un debutto tardivo, a 28 anni il nativo di Morden (South London) ha già fatto parecchia legna, compresi un paio di EP: l’elettronico Sundanza (2010) ed il neo-soul Dual (2013).

A differenza dei due mini-album precedenti, Process è stato registrato in studi professionali – uno a Londra l’altro all’Ocean Sound Recordings di Grisk, sperduta isola norvegese – con la preziosa coproduzione dello scozzese Rodaid McDonald, gentilmente fornito dalla XL Recordings, casa madre della fedelissima Young Turks. Per quanto detto fino ad ora si capisce facilmente come attorno a questo primo LP si sia creata un’attesa di quelle che capiteranno due o tre volte in un anno, e che in un modo o nell’altro ne ha profondamente influenzato sia la fruizione sia il giudizio di merito. Dal canto suo Sampha ha fatto di tutto per complicarci la vita, non ha strafatto per assecondare l’hype ma ha tirato giù un album personale e meditativo, se non cupo sicuramente nebbioso, che parla di amore, fama, religione stringendosi attorno a due temi fondamentali: l’elaborazione del lutto e la scoperta di sé.

A meno di trent’anni, Sampha ha già avuto una vita piuttosto tragica. Suo padre è morto di cancro quando lui aveva solo 8 anni, la madre per la stessa malattia se n’è andata nell’autunno del 2015. È a lei che si rivolge in Kora Sings – elettro-tribal percussivo ingentilito dall’arpa africana (la kora, appunto) – quando canta “You’ve been with me since the cradle” e poi la chiama angelo e le chiede di non sparire. Ed è sempre la donna che l’ha cresciuto che ritorna nel vertice compositivo che è (No One Knows Me) Like The Piano, struggente ballata in cui l’autore ed il pianoforte regalatogli dal padre da bambino si fondono in un’unica essenza trascendente che però cerca in ogni modo di rivelarsi al mondo (“You should show me I had something some people call soul”). Deve essere questo il ‘processo’ di metabolizzazione del dolore che muove il cielo e le stelle di Sampha, come nella conclusiva What Shouldn’t I Be? in cui la memoria va alla sua infanzia travagliata e all’isolamento auto-imposto (“I should visit my brother, but I haven’t been there in months”) salvo poi trovare nella catarsi finale la sola conclusione possibile (“You can always come home”).

Process è dunque un disco pervaso da un senso profondo e palpabile di mortalità, in cui il songwriter fa i conti con la morte senza troppe sovrastrutture. Nell’iniziale Plastic 100°C, aggrovigliata in un’accattivante struttura non convenzionale fra sample di astronauti famosi e vaga elettronica, c’è una parte di testo (“Sleeping with my worries, I didn’t really know what that lump was”) dolorosamente autobiografica – in cui emergono la paura e l’incertezza all’indomani della scoperta di un nodulo alla gola – ma che si impone come punto di partenza per una crescita personale tanto desiderata quanto difficile da realizzare. Al punto che la sua voce solitamente educata si fa intensa e quasi disperata nella magnifica Blood On Me in cui il nostro è chiaramente in cerca d’aiuto (“I’m on this road now, I’m so alone now, swervin’ out of control now”).

Probabilmente è questa attitudine confessionale a spiazzare, ancor più dell’aver relegato la componente elettronica della sua musica sullo sfondo o poco più. Al di là di un paio di episodi come Reverse Faults e Under – che si muovono guardinghe fra basi hip hop, sintetizzatori e beat micidiali – è la sua voce soul a prendersi nettamente il centro della scena. Sia con la forza di Blood ma soprattutto con la fragilità dei falsetti di Take Me InsideIncomplete Kisses o ancora con la calorosa calma di Timmy’s Prayer, un r&b parecchio classico ma di enorme sensibilità artistica, scritto forse non a caso con Kanye West.

Non so esattamente cosa mi aspettassi da questo album, però so che all’inizio sono rimasto alquanto deluso. Per una serie di coincidenze, poi, mi sono trovato a riascoltare questi 40 minuti quasi forzatamente e allora sono riuscito a cogliere quell’essenza che molti avevano già intravisto ma che mi era sfuggita, o per lo meno questo è quello che mi piace pensare al posto di ‘non ci ho capito un cazzo’. Sia chiaro, Process non è un capolavoro assoluto (e forse proprio queste erano le attese) e pur essendo tutto molto bello e introspettivo manca la scintilla, quel qualcosa che fa entusiasmare e che ti colpisce con una forza tale da farti mancare il fiato...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Mediterranean Ensemble]]>

Mercoledì 22 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Mediterranean Ensemble

Pronti per la sesta serata? Allo Sherwood Open Live, in collaborazione con Associazione PLAY, arriva l'Etno-Jazz World music dei Mediterranean Ensemble ! L'appuntamento è imperdibile: non solo la band ritorna a Padova, città d'origine, ma il Live vedrà all'interno della formazione una piacevole novità: l'elegante voce di Anna Lucia Rosafio, infatti, accompagnerà la band nel viaggio dell'Accamora Tour.

Come di consueto apriremo le porte alle 19.30, ad attendervi cicchetti e piatti sfiziosi preparati con da noi da accompagnare con spritz, vini scelti accuratamente e birre artigianali dei nostri amici della CRAK Brewery.

Il concerto inizierà puntuale alle ore 21.30.
Ingresso : 2€

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci i Mediterranean Ensemble? Te li presentiamo noi!

Il progetto “Mediterranean Ensemble” è l‘espressione dell’interesse nei confronti della musica che nel corso dei secoli ha accompagnato quello che a noi piace definire il “popolo del Mediterraneo”. In un momento storico in cui il confronto e il contatto tra i popoli sono resi particolarmente difficili dall'attuale situazione socio-politica, la nostra curiosità per le musiche tradizionali e moderne di tutta l’area mediterranea, ci fa sentire parte di una nazione senza dei confini ben definiti, dove le musiche ci fanno ritrovare segni e storie millenarie, che fondendosi tra loro diventano la colonna sonora di una nuova identità culturale.

Anna Lucia Rosafio: Voce
Marco Bonutto: Udu Drum, Cajon, Batteria, Tamburi a Cornice
Antonio Minichiello: Chitarra Classica, Chitarra Battente
Martino Cargnel: Chitarra Acustica, Mandolino
Davide Mangiaracina: Contrabbasso

Il primo album Shurhuq (Indijazzti) esce il 12 maggio 2016 e contiene varie melodie tradizionali provenienti dal Portogallo, Francia, Italia, Grecia, Macedonia, Turchia, una raccolta autobiografica del viaggio sino ad ora intrapreso.
Molto presto uscirà il nuovo album con alla voce la new entry Anna Lucia Rosafio.

«La Grecia di Theodorakis, il Portogallo di Mariza, il cuore d’Europa di Reinhardt lo zingaro, la Campania di Eugenio Bennato, i Balcani, il Gargano e altro ancora. E’ un periplo del Mediterraneo assai esteso quello battuto dal vento di scirocco del Mediterranean Ensemble, un gruppo assai maturo... Dicono che lo scirocco inqueta e confonde le idee ma, qui, si sublima in eccellente musica...»
(da Alias inserto de il «Manifesto» del 10/09)

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