<![CDATA[Musica | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/16/musica/articles/1 <![CDATA[“Take five, Jazz & dintorni” del 23 febbraio 2017]]>

Tempo di novità discografiche da parte della Abeat Records che, nelle collane “for jazz” e “skyline” , ci propone una decina di produzioni, tutte di gran qualità e che spaziano da affermatissimi artisti come Franco Cerri o Riccardo Fioravanti, come Guido di Leone o Dado Moroni (che suona nel disco di Giuseppe Cucchiara) fino ai giovani come quest’ultimo citato o come Marco Trabucco e Luigi Martinale, peraltro non nuovi alle orecchie degli appassionati! Tutto questo e altro (Michele Franzini) è mescolato alternativamente ad una serie di altrettanti ascolti dedicati a recenti operazioni discografiche made in USA e al consueto assaggio di Brasile, la mia Terra! A questo proposito ricordo che a breve riprenderà il suo corso la trasmissione dedicata alle musiche e alle storie di quel Paese, “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” e, come già avveniva, sarà condotta da chi vi scrive e parla  e dalla cantante brasileira Ligia França il giovedì, in diretta, immediatamente prima del Jazz, prima di “Take Five, Jazz & dintorni”, alle 21:30. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. sweet 17 (M. Rosen) – Michel Rosen – sweet17 (jando/via veneto jazz) - 2015

03. african flower (D. Ellington)  - Riccardo Fioravanti – Duke’s flowers (abeat)  - 2016

04. since I fell for you (B. Johnson) – Brad Mehldau – blues and ballads (nonesuch) - 2016

05. take the A train (B. Strayhorn) – Antonio Onorato & Franco Cerri – Antonio Onorato & Franco Cerri (abeat) - 2016

06. speak no evil (W. Shorter) – Denny Zeitlin – early Wyne: explorations of classic Wayne Shorter compositions (sunnyside) - 2016

07. green dance (M. Trabucco) – Marco Trabucco – a long trip / with you (abeat)  - 2016

08. bright abyss (D. Zeitlin) – Donny McCaslin – beyond now (motema) - 2016

09. alagitz (L. Martinale) – Luigi Martinale 4et – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

10. Taksim by night (L. Danielsson) – Iiro Rantala/Lars Danielsson/Peter Erskine – how long is now? (act) - 2016

11. if I should lose you (R. Rainger) – Michele Franzini/Roberto Mattei/Rudy Roston – roots’n’rain (abeat) - 2016

12. play on words (R. Royston) – Rudy Roiston – 303 (greenleaf) - 2014

13. all of you (C. Porter) – Giuseppe Cucchiara/Dado Moroni/Stefano Bagnoli – cookin’ hot (abeat)  - 2016

14. antiheroes/super k’s (j. Black) - AlasNoAxis with Jimk Black – antiheroes (winter & winter) - 2013

15. por causa de vocè (A. C. Jobim) – Guido di Leone Trio – a lonely flower for you (to Jim Hall) (abeat) - 2016

16. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[Tobjah (C+C Maxigross)]]>

 

Mercoledì 1 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Tobjah (C+C Maxigross)

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Dopo gli eccessi di Febbraio, tra hip-hop e beat box blues, slam poetry e musica mediterranea, volevamo cominciare Marzo con un concerto chitarra-e-voce, di quelli raccolti e raffinati.
Vi portiamo l'Acid Folk Soul di Tobjah (frontman dei C+C=Maxigross).

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€
Dopo gli eccessi di Febbraio, tra hip-hop e beat box blues, slam poetry e musica mediterranea, volevamo cominciare Marzo con un concerto chitarra-e-voce, di quelli raccolti e raffinati.
Vi portiamo l'Acid Folk Soul di Tobjah (frontman dei C+C=Maxigross).

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€


Non conocsi Tobjah? Te lo Presentiamo noi!

https://www.facebook.com/tobjahbless/

“Sono ritornato alle canzoni. Dopo sei intensissimi anni di tour con i Maxigross, ormai diventati una dilatazione elettrica diretta verso imprevedibili frontiere, ho bisogno di riprendere in mano la mia chitarra acustica per esprimermi senza filtri e sovrastrutture, come quando è cominciato tutto. Sarà la prima volta in cui girerò da solo, la prima volta in cui suonerò queste nuove composizioni, la prima volta in cui sperimenterò con la mia lingua madre. Tutto questo senza dover promuovere niente e non rappresentare null’altro che le canzoni che canterò. Poi conclusosi questo tour le registrerò per realizzare il mio primo album, con la produzione di Marco “Juju” Giudici e Miles Cooper Seaton.
Grazie per essere parte di questo viaggio. Non so ancora dove mi porterà ed è una sensazione meravigliosa.”

(((☮)))

“Io non provo a seguire i maestri; provo a pormi le loro stesse domande”
Robbie Basho (1940 - 1986)

Tobia Poltronieri (born 1988) is a singer / songwriter / guitarist from Verona, Italy. Tobia is a name taken from the Bible: in Hebrew it means “God is good”. He studied fine arts at IUAV University in Venice and is the founder of the open collective project C+C=Maxigross, who perform across the US and Europe. Since age 18 he has been a part of the Italian underground scene, playing with his post folk act Ancher and twee pop Klein Blue, running the label and recording studio Vaggimal Records and organising cultural events within his community. He is also artistic director of Lessinia Psych Fest, the International Festival of Folk and Psychedelic Music, which has run since 2014 in the mountains above Verona. When he plays solo his name is TOBJAH.

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<![CDATA[Diserzioni: Tenera malinconia]]>

T'incatena

come un suono amato nel passato

e mentre confronto l'attuale ascolto

con il sublime trascorso

mi ritrovo a ripercorrere

la stessa intensa via

piena di tenera malinconia

 

 

Lowhitey: Sadness In The Most Beautiful Way

Brimstone: Fidelity

lusine: Witness

Tim Schaufert x Rift:Desolate

Fyoomz x Just Connor: Dawn s Glory

Ecepta: Horizon

Synkro: Inhale (ft. Faib)

Kori:Then She Spoke

Aetherworld: Apathia

Owsey: To Dream Is My Only Way Of Being With You

Naadyn: Moon (Ghost Ark Remix)

Waller: Aegis

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<![CDATA[ReadBabyRead_322_Bob_Dylan_2]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #322 del 23 febbraio 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 2 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Sampha – Process]]>

Sampha Sisay è uno di quelli che lo conosci anche se non lo sai. Attivo fin dal 2009, ha lavorato per e con alcuni dei nomi più altisonanti del neo-pop ed hip hop moderni – che in un modo o nell’altro abbiamo tutti ascoltato – tra cui vale la pena citare Kanye West, Drake, Frank Ocean, Solange Knowles e Katy B. Ma soprattutto ha prodotto l’esordio di SBTRKT, collaborando anche nel sophomore del producer inglese, al secolo Aaron Jerome. Tutto questo per dire che, nonostante Process sia un debutto tardivo, a 28 anni il nativo di Morden (South London) ha già fatto parecchia legna, compresi un paio di EP: l’elettronico Sundanza (2010) ed il neo-soul Dual (2013).

A differenza dei due mini-album precedenti, Process è stato registrato in studi professionali – uno a Londra l’altro all’Ocean Sound Recordings di Grisk, sperduta isola norvegese – con la preziosa coproduzione dello scozzese Rodaid McDonald, gentilmente fornito dalla XL Recordings, casa madre della fedelissima Young Turks. Per quanto detto fino ad ora si capisce facilmente come attorno a questo primo LP si sia creata un’attesa di quelle che capiteranno due o tre volte in un anno, e che in un modo o nell’altro ne ha profondamente influenzato sia la fruizione sia il giudizio di merito. Dal canto suo Sampha ha fatto di tutto per complicarci la vita, non ha strafatto per assecondare l’hype ma ha tirato giù un album personale e meditativo, se non cupo sicuramente nebbioso, che parla di amore, fama, religione stringendosi attorno a due temi fondamentali: l’elaborazione del lutto e la scoperta di sé.

A meno di trent’anni, Sampha ha già avuto una vita piuttosto tragica. Suo padre è morto di cancro quando lui aveva solo 8 anni, la madre per la stessa malattia se n’è andata nell’autunno del 2015. È a lei che si rivolge in Kora Sings – elettro-tribal percussivo ingentilito dall’arpa africana (la kora, appunto) – quando canta “You’ve been with me since the cradle” e poi la chiama angelo e le chiede di non sparire. Ed è sempre la donna che l’ha cresciuto che ritorna nel vertice compositivo che è (No One Knows Me) Like The Piano, struggente ballata in cui l’autore ed il pianoforte regalatogli dal padre da bambino si fondono in un’unica essenza trascendente che però cerca in ogni modo di rivelarsi al mondo (“You should show me I had something some people call soul”). Deve essere questo il ‘processo’ di metabolizzazione del dolore che muove il cielo e le stelle di Sampha, come nella conclusiva What Shouldn’t I Be? in cui la memoria va alla sua infanzia travagliata e all’isolamento auto-imposto (“I should visit my brother, but I haven’t been there in months”) salvo poi trovare nella catarsi finale la sola conclusione possibile (“You can always come home”).

Process è dunque un disco pervaso da un senso profondo e palpabile di mortalità, in cui il songwriter fa i conti con la morte senza troppe sovrastrutture. Nell’iniziale Plastic 100°C, aggrovigliata in un’accattivante struttura non convenzionale fra sample di astronauti famosi e vaga elettronica, c’è una parte di testo (“Sleeping with my worries, I didn’t really know what that lump was”) dolorosamente autobiografica – in cui emergono la paura e l’incertezza all’indomani della scoperta di un nodulo alla gola – ma che si impone come punto di partenza per una crescita personale tanto desiderata quanto difficile da realizzare. Al punto che la sua voce solitamente educata si fa intensa e quasi disperata nella magnifica Blood On Me in cui il nostro è chiaramente in cerca d’aiuto (“I’m on this road now, I’m so alone now, swervin’ out of control now”).

Probabilmente è questa attitudine confessionale a spiazzare, ancor più dell’aver relegato la componente elettronica della sua musica sullo sfondo o poco più. Al di là di un paio di episodi come Reverse Faults e Under – che si muovono guardinghe fra basi hip hop, sintetizzatori e beat micidiali – è la sua voce soul a prendersi nettamente il centro della scena. Sia con la forza di Blood ma soprattutto con la fragilità dei falsetti di Take Me InsideIncomplete Kisses o ancora con la calorosa calma di Timmy’s Prayer, un r&b parecchio classico ma di enorme sensibilità artistica, scritto forse non a caso con Kanye West.

Non so esattamente cosa mi aspettassi da questo album, però so che all’inizio sono rimasto alquanto deluso. Per una serie di coincidenze, poi, mi sono trovato a riascoltare questi 40 minuti quasi forzatamente e allora sono riuscito a cogliere quell’essenza che molti avevano già intravisto ma che mi era sfuggita, o per lo meno questo è quello che mi piace pensare al posto di ‘non ci ho capito un cazzo’. Sia chiaro, Process non è un capolavoro assoluto (e forse proprio queste erano le attese) e pur essendo tutto molto bello e introspettivo manca la scintilla, quel qualcosa che fa entusiasmare e che ti colpisce con una forza tale da farti mancare il fiato...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Mediterranean Ensemble]]>

Mercoledì 22 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Mediterranean Ensemble

Pronti per la sesta serata? Allo Sherwood Open Live, in collaborazione con Associazione PLAY, arriva l'Etno-Jazz World music dei Mediterranean Ensemble ! L'appuntamento è imperdibile: non solo la band ritorna a Padova, città d'origine, ma il Live vedrà all'interno della formazione una piacevole novità: l'elegante voce di Anna Lucia Rosafio, infatti, accompagnerà la band nel viaggio dell'Accamora Tour.

Come di consueto apriremo le porte alle 19.30, ad attendervi cicchetti e piatti sfiziosi preparati con da noi da accompagnare con spritz, vini scelti accuratamente e birre artigianali dei nostri amici della CRAK Brewery.

Il concerto inizierà puntuale alle ore 21.30.
Ingresso : 2€

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci i Mediterranean Ensemble? Te li presentiamo noi!

Il progetto “Mediterranean Ensemble” è l‘espressione dell’interesse nei confronti della musica che nel corso dei secoli ha accompagnato quello che a noi piace definire il “popolo del Mediterraneo”. In un momento storico in cui il confronto e il contatto tra i popoli sono resi particolarmente difficili dall'attuale situazione socio-politica, la nostra curiosità per le musiche tradizionali e moderne di tutta l’area mediterranea, ci fa sentire parte di una nazione senza dei confini ben definiti, dove le musiche ci fanno ritrovare segni e storie millenarie, che fondendosi tra loro diventano la colonna sonora di una nuova identità culturale.

Anna Lucia Rosafio: Voce
Marco Bonutto: Udu Drum, Cajon, Batteria, Tamburi a Cornice
Antonio Minichiello: Chitarra Classica, Chitarra Battente
Martino Cargnel: Chitarra Acustica, Mandolino
Davide Mangiaracina: Contrabbasso

Il primo album Shurhuq (Indijazzti) esce il 12 maggio 2016 e contiene varie melodie tradizionali provenienti dal Portogallo, Francia, Italia, Grecia, Macedonia, Turchia, una raccolta autobiografica del viaggio sino ad ora intrapreso.
Molto presto uscirà il nuovo album con alla voce la new entry Anna Lucia Rosafio.

«La Grecia di Theodorakis, il Portogallo di Mariza, il cuore d’Europa di Reinhardt lo zingaro, la Campania di Eugenio Bennato, i Balcani, il Gargano e altro ancora. E’ un periplo del Mediterraneo assai esteso quello battuto dal vento di scirocco del Mediterranean Ensemble, un gruppo assai maturo... Dicono che lo scirocco inqueta e confonde le idee ma, qui, si sublima in eccellente musica...»
(da Alias inserto de il «Manifesto» del 10/09)

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<![CDATA[Take Five, Jazz & dintorni” del 16 febbraio 2017]]>

Una “puntatona”, come si dice sempre più spesso! Intanto la sostituzione momentanea della sigla, che rimane ovviamente quella che dà il nome al programma da decenni, ma nell’interpretazione magistrale di Al Jarreau, in occasione della sua scomparsa di pochi giorni fa. Per il resto, più che buona la musica, più che buoni i musicisti e le cantanti ma direi che non potevano esserci dubbi visto che alcuni ascolti sono relativi ad altrettanti neo-vincitori dei Grammy Awards 2017 (John Scofield, Skarky Puppy) o sono fra quelli che avevano ottenuto la “nomination” (Tierney Sutton, Renè Marie, Catherine Russell) oppure sono quelli che provengono dalle tre classifiche del referendum della rivista Musica Jazz relative al migliore jazz internazionale 2016 (miglior disco, musicista e gruppo). Uno sguardo anche al celebre festival francese D’Jazz Nevers, alla sua recentissima 30esima edizione con un paio di eccellenti ascolti parziali (un brano a testa) di altrettanti importanti concerti che vi si sono svolti (Jonh Scofield e Avishai Cohen). Ma, all’interno di questa puntatona, a renderla ancora più succulenta, poco dopo la mezzanotte, scattato il cambio di data, due chiacchiere con uno dei vincitori del referendum di Musica Jazz, Riccardo Brazzale, musicista, scrittore, direttore d’orchestra, creatore e organizzatore del Festival Jazz di Vicenza, profondo estimatore dell’immenso Thelonious Monk, del quale, in quest’anno che è quello del centenario della nascita, si è ricordata la concomitanza con la data della sua scomparsa, nel 1982, proprio il 17 febbraio. Riccardo ci ha anche annunciato qualche importante notizia in anteprima che, in podcast, potrete scoprire a vostra volta. Buon ascolto.  JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Al Jarreau – live

02. multiphonics intro Take Five – Nils Wogram - live

03. saturdaynight – Martin Van Der Berg – live basstrombone

04. Jazz Meeting – Nils Wogram & Root 70 – live at Jazz Meeting 2014

05. D’Jazz Nevers – Avishai Cohen – live at D’Jazz Nevers 2016

06. Mr. Fool – John Scofield - live at D’Jazz Nevers 2016

07. thing of God (M. League) – Snarky Puppy – ground up (ropeadope) - 2012

08. what’s going on (M. Gaye) – Cory Henry & Funk Apostoles - live

09. synchronicity (Sting) – Tierney Sutton Band – the Sting variations (bfm jazz) - 2016

10. sound of red (R. Marie) – Renè Marie – sound of red (motema) - 2016

11. Harlem on my mind (I. Berlin) – Catherine Russell – Harlem on my mind (jazz village rec) - 2016

12. the return (parziale) – Branford Marsalis 4et/Kurt Elling – upward spiral (okeh rec) - 2016

13. interview with Riccardo Brazzale (Lydian Sound Orchestra)

14. wide open spaces (M. Formanek) (parziale) – Michael Formanek – edge to edge (enja) - 1990

15. round about midnight (T. Monk) – Pietro Tonolo Trio – Ruby, Nelly & Nica (almar)

16. slippin and sliding (C. McBee) – The Cookers – time and time again (motema) - 2014

17. exit part 1 – Fire! Orchestra – exit (rune grammofon) - 2013

18. olhalual – Sao Paulo Underground – cantos invisivieis (Pi rec) - 2016

19. take five (P. Desmond) – Al Jarreau – live

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<![CDATA[Diserzioni: Neve luminescente]]>

scivoliamo lenti

in questa nuvola di suono

curvando piano nel silenzio

per poi riprendere la discesa

seguendo una dolce scia disegnata

sulla neve luminescente



Bloom : Luminescence

Lion Forest : Snow Crunching

Deepcosmo: Podvodoy

Bluffsound: Obtekaniye

Shelta: Cruel

Blut Own: Fading

Astral Planes: Exodus

Rhian Sheehan: Somnus

Raine:The Burra

Message To Bears: They Ran

haven: dead in the water

Yagya: Substorms On a Winter Night

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<![CDATA[ReadBabyRead_321_Bob_Dylan_1]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.


ReadBabyRead #321 del 16 febbraio 2017


“C’è chi dice
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 1 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.


Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Spring Street Insomnia #16]]>

Spring Street Insomnia, la puntata numero 16 inizia con Joy Division e si conclude con i Virgin Prunes. Ma non è solo dark/wave, è un viaggio nel tempo della musica indipendente che dura fino ad oggi.

Buon ascolto!

1 - Joy Division - Colony
2 - Linda Perhacs - Chimacum Rain
3 - Mac Demarco - I'm a Man
4 - Metronomy - My House
5 - Naduve - Ready Set Go (Saturn Memories Tahini Mix)
6 - Nick Drake - Pink Moon
7 - Pretty Things - I Want Your Love
8 - Rodriguez - Street Boy
9 - The Soft Pink Truth - Everybody's Soft
10 - Warpaint - Don't Wanna
11 - Fugal - Traces
12 - TM404 - 303/303/303/303/808
13 - Mount Kimbie - Bells_5
14 - Red Axes - Cockroach
15 - Maribou State - The Clown (feat. Pedestrian)
16 - Virgin Prunes - Pagan Lovesong


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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni” del 9 febbraio 2017]]>

Ahi ahi ahi… un grido di dolore apre questa che dovrebbe essere la presentazione della puntata e invece è ancora una volta il resoconto di una ennesima sventura tecnica che ha impedito il regolare corso del programma! Si sa, guasti e imprevisti possono capitare e recentemente il jazz è stato un po’ bersagliato dal fato avverso ma pazienza, il consueto svolgersi della serata non c’è, ma resta la musica, che comunque, in forma quasi di no-stop, ma annunciata, ci accompagna in un giretto di un paio di ore attraverso brani scelti da una serie di buoni dischi estrapolati dalle classifiche dei migliori musicisti, gruppi, dischi, ristampe internazionali (salvo poche eccezioni nazionali di valore) emersi dal referendum della rivista Musica Jazz, così come avviene da qualche settimana a questa parte… una scusa per proporvi dischi recenti, di qualità e di buon successo. L’apertura, momento in cui si è sfortunatamente verificato l’inconveniente, è caratterizzata, come la settimana precedente, da un prolungato ascolto del disco Time Out di Dave Brubeck solo per il motivo che è quello che contiene la sigla di apertura e chiusura. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five + three to get ready + Kathy’s waltz – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. a love supreme (J. Coltrane) – John Coltrane – a love supreme (impulse) –

03. are you all the things? (B. Evans) – Bill Evans – re: person I knew (fantasy) - 1974

04. Evans above (J. Taylor) – Peter Erskine Trio – you never know (ecm) - 1992

05. Morgane le fay (Enten Eller + E. Parrini) – Enten Eller + Emanuele Parrini – Tiresia (self prod.) - 2016

06. just friends (J. Klenner/S. Lewis) – Lee Konitz – live at the half note (verve) - 1959

07. Gershwin suite (G. Gershwin) – Dado Moroni & Luigi Tessarollo – talking strings (abeat) - 2016

08. slippin’ and slidin’ - The Cookers – time and time again (motema) - 2014

09. night and day (C. Porter) - Charlie Parker – night and day (lef rec) - 1952

10. un capanno (di montagna) in mezzo al mare (R. Brazzale) – Lydian Sound Orchestra – Vicenza JCT Teatro Astra 2015

11. summertime (G. Gershwin) - Dado Moroni & Luigi Tessarollo – talking strings (abeat) - 2016

12. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

 
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<![CDATA[Diserzioni: Pianto silente]]>

Tutti abbiamo nostalgie

e guardiamo addietro

nel calendario della vita,

assaporando i ricordi

nella speranza, nell’illusione, forse,

di non sentire la cadenza inesorabile

della goccia del tempo che scava

come un pianto silente

 

 

A Guy Called Gerald: Silent Cry

Bucky.Never Be

Sibewest X Sloati: Summer Park

Black Paper – Pulse

Cadeu: Slowall

Kazukii - Need

Letherette: Frill

The Penguin District: Vice Grip

Sangam: Tears (Didn't Mean Nothing)

Okada: An Endless Battle Of Memories

Emika: Grief (Prelude)

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<![CDATA[ReadBabyRead_320_Carrère_A_Calais_4]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #320 del 9 febbraio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 4 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
Blixa Bargeld, Bassthema [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Auf Freiem Feld [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Somewhere Over The Rainbow [Blixa Bargeld]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[SOHN – Rennen]]>

Uno degli aspetti più affascinanti del linguaggio è il modo in cui esso possa assumere significati diversi a seconda del contesto in cui esprime qualcosa.

Quando tre anni fa SOHN, aka Christopher Taylor, esordì da solista e protagonista con Tremors, il messaggio arrivò forte e chiaro: i “tremori” dell’artista londinese non erano altro che frammenti di una densa ricetta sonora le cui scosse non sarebbero partite dalla terra sotto i nostri piedi, bensì, dalle terminazioni nervose che rivestono i nostri corpi. Quella formula potente, combinata tra una voce emozionante e un’elettronica raffinata strizzante l’occhio al nu-soul, fece sicuramente sussultare (solo per un attimo, sia chiaro) James Blake che di questa sperimentazione sonora era sovrano indiscusso. Nel corso di questi ultimi anni sono stati in tanti, troppi, a seguire questo filone electro-minimalista sposato ai generi musicali delle culture oltreoceano e, bisogna dirlo, Blake ancora adesso ne reincarna uno dei più esemplari portabandiera.

SOHN, invece, che di londinese ha solo le origini, non bada molto alle tendenze del momento e ai paragoni che si possono fare tra i vari artisti. Lui abbraccia più bandiere e continua la sua corsa (che guarda caso è il significato di “rennen” in tedesco) verso orizzonti sempre nuovi e panorami sonori variegati. Il suo spirito cosmopolita l’ha portato nel giro di poco tempo a piantare le proprie radici da Londra a Vienna (luogo di nascita di Tremors) a Los Angeles. Nel mezzo ci son stati un matrimonio e l’arrivo di un figlio. Il buon Christopher non si è fatto mancare proprio nulla e quindi, visto che le esperienze ci son state, la luce della creatività è sempre rimasta accesa, il momento propizio per sfornare il sophomore non poteva che essere questo.

Rennen, però, vede la luce all’inizio di un anno che ancora una volta ci offre come portata principale la ricetta dell’elettronica ricercata e suggestiva. Pochi giorni fa si faceva lo stesso discorso parlando del nuovo dico di Bonobo, oggi per fortuna si può uscire dal claustrofobico giro di parole sempre uguali e parlare di un disco con una forte impronta personale e poco interessato a immedesimarsi nelle emozioni comuni rispetto ai disagi odierni. Infatti, la prima cosa che colpisce dei dieci brani che compongono questo lavoro è il modo di esprimere afflizioni e fragilità da un punto di vista strettamente personale, mettendo prontamente in chiaro che questo non è un disco per il sociale, nonostante le liriche siano rivolte in più di un pezzo a temi politici e ambientali.

Tutto in questo disco suona come un continuo invito a ricercarne il vero significato. Il produttore londinese corre alla ricerca di un nuovo luogo? Di una nuova avventura? Oppure è una corsa contro le avversità e le proprie debolezze?

È sempre stato il gioco di SOHN, in effetti: creare diramazioni sonore delicate, intime, capaci di diventare qualsiasi cosa nella loro esecuzione. Signal è uno dei frutti più luminosi di questa multidimensionalità: una delicata ballata atmosferica che quasi richiama il precedente Tremors, si trasforma, man mano, in un turbinio di transizioni elettroniche sospese. L’onirismo di questo mood soffuso si protrae per buona parte dell’album, passando per brani che finalmente tornano a toccare le corde black dell’ r’n’b come la successiva Dead Wrong più oscura, oppure quelle “blues” della minimale Still Waters. Su quest’ultima scia anche l’accoppiata iniziale di Hard Liquor e Conrad, quest’ultima a tema ambientalista con i suoi riferimenti ai cambiamenti climatici. La prima, invece, dà il via alle danze con un intrigante soul, carico di ritmo e immediatezza sonora. Poi c’è Primary, scritta durante l’inizio delle elezioni presidenziali degli USA, che si lancia in un sentitissimo “Give me patience to wait for another day…” (ahimè, molta di più te ne servirà, caro Chris) e ancora una volta l’intimismo scarno iniziale si trasforma in un accelerato tappeto sonoro all’insegna delle manipolazioni elettroniche. Gli umori di Taylor cambiano repentinamente nel corso delle dieci trace; la tensione nervosa di Proof (che tanto ricorda Thom Yorke nei suoi ultimi lavori da solista) contrasta l’ipnotica Falling. L’unica costante resta il suo timbro vocale che emerge in ogni brano dando a ognuno di esso  la giusta morbidezza.

SOHN stavolta riduce al minimo indispensabile ogni pavimentazione sonora ma coinvolgendo nelle sue produzioni impeccabili molteplici correnti stilistiche. Paradossalmente, questa risulta essere una scelta più coraggiosa di quanto si possa immaginare: nessuna rivoluzione sonora, nessun adeguamento all’eccentricità, a volte esasperante, del periodo. Eppure gli ingredienti di questo lavoro, pochi ma ben selezionati, mettono a punto un sound limato e ben confezionato che riesce a raggiungere picchi eclettici ed emotivi pur rimanendo di base immediato e accessibile a tutti...continua su Vinylistics

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<![CDATA[HD Holden]]>

Mercoledì 15 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

HD Holden

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La quinta serata di Sherwood Open Live vedrà sul palco gli HD Holden, band nata tra Castelfranco Veneto e Bologna, un "progetto skunky folky beatbox post sbronz blues nato come one man band ed evoluto naturalmente come 'collettivo' di musicisti indipendenti.
Musica bastarda, originale, scritta sotto l'influsso di una luna dipinta nel blues."

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Il concerto inizierà ore 21.30
Ingresso libero

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci gli Hd Holden? Ter li presentiamo noi!


Progetto skunky folky beatbox post sbronz blues nato come one man band ed evoluto naturalmente come 'collettivo' di musicisti indipendenti.
Musica bastarda, originale, scritta sotto l'influsso di una luna dipinta nel blues.
Cris (voce/chitarra) inizia la sua gavetta tra Castelfranco Veneto e Bologna dove viene a contatto con diverse realtà artistiche e musicali.
Tra anaillogicità ed elettronica inizia a sperimentare e registrare le prime canzoni DoItYourself suonando in vari locali felsinei collaborando con diversi musicisti provenienti da tutto il paese.
Tornato al nord registra il suo primo ep holdeniano-casalingo, "GreenSkinBlueBones" e incontra Spa [chitarra] tra nebbie e quercie estive, con il quale inizia a improntare i primi live in duo. 
Il progetto prende forma con Cippo [beatbox], conosciuto tra le foreste padovane, e il trio suona sempre più spesso in locali e realtà diverse.
A fine 2015 si aggiunge in pianta semi stabile Alessandro Bruno Brunetta, giovane sassofonista/organista il quale vanta diverse collaborazioni artistiche ed esperienze studio/live.
Attualmente collaboriamo con diverse realtà artstiche tra cui il progetto Cobrainals, danzatrici del ventre 'inusuali'.

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<![CDATA[Umberto Maria Giardini - Pietro Berselli]]>


Sabato 18 febbraio dalle ore 21:30

Cso DjangoVia Daniele Monterumici 11, 31100 Treviso

SISMA è onorato di presentare:

Umberto Maria Giardini DATA DI PRESENTAZIONE di "Futuro Proximo"

Opening act: Pietro Berselli

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➤ Umberto Maria Giardini // pop - post-rock (La Tempesta)

Umberto Maria Giardini è uno dei più importanti cantautori italiani contemporanei.
Nel 2012 (archiviati i progetti Moltheni e Pineda) pubblica "La dieta dell'imperatrice".
Nel 2013 l'EP "Ognuno di noi è un po' anticristo" segna un'ulteriore evoluzione musicale, con sonorità più veloci, alternate a lunghe code strumentali. 
Nel 2015 esce "Protestantesima", disco che modifica in parte lo stile UMG allontanandolo dalla forma cantautorato che lo aveva sempre accompagnato negli ultimi anni. Risultato eccellente.
Il 3 febbraio 2017 uscirà per La Tempesta il nuovo disco "Futuro proximo".
Figlio naturale di "Protestantesima", ma come giusto che sia anche di un nuovo ciclo strettamente legato ai tempi che cambiano, il nuovo album di UMG splende di luce propria e illumina. Dieci nuove traccie dove la scrittura si complica assumendo talvolta un sapore prog moderno e un rock disilluso, toccante e autorevole. Traiettorie geometriche mai banali, incastri e melodrammaticità di velluto costituiscono gli ingredienti perfetti per questo lavoro maturo e a suo modo diverso dai precedenti. Ancora una volta gli orizzonti sonori risultano nitidi, ma in Futuro Proximo si osa ancora di più, fino a sporgersi ai confini dell’oblio dove la malinconia regna regina insieme alla consapevolezza di un mondo sempre più artificiale e moderno che perde colpi. Album decisamente elettrico e dotato di grande carisma sia nei suoni che nel linguaggio Futuro Proximo può considerarsi il capolavoro assoluto di UMG, un reticolato in cui la mente si perde per poi ritrovarsi rinnovata negli episodi più austeri e veloci del disco. Solo per chi dalla musica italiana odierna si aspetta quel valore aggiunto di stretta parentela tra qualità e credibilità artistica.

➤ Pietro Berselli // post-rock (Dischi Sotterranei)
Il progetto solista di Pietro Berselli, bresciano d’origine e padovano d’adozione, nasce nel 2014. L’intenzione fondamentale é quella di scrivere canzoni dove ciò che conta è la ricerca del suono, anche attraverso il testo. Il suono delle parole, infatti, è basilare quanto il loro significato e deve essere concepito allo stesso modo di ogni altra parte della canzone. Il risultato è un Cantautorato dalle sonorità Post Rock che con disillusa amarezza racconta situazioni, circostanze, momenti. La formazione si completa con Edoardo Della Bitta alla chitarra, Roberto Obici alla batteria, Marco Sorgato al basso e lo stesso Pietro Berselli alla voce, il quale esegue alla chitarra brani strumentali da solo. Esistono, infatti, varie facce con cui il progetto si presenta live, sia con la band al completo che in formazione ridotta che solo con il singolo Pietro: l’arrangiamento delle canzoni è stato concepito di conseguenza.

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Ingresso sala concerti: 10€ alla cassa
Ingresso altri spazi Django: 3€

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<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]>

solo quando si trovò sulla soglia della cecità Nietzsche smise di leggere le opere altrui e si concentrò sulla scrittura delle proprie, senza più maestri, né guru” (L.V. Arena – Brian Eno Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014)

 

L'ho accolto in casa con una certa freddezza, un comportamento che si addice quando l'ospite risulta troppo ingombrante o gli si vuol celare l'ansietà dell'incontro. L'ho tenuto in disparte per un lungo periodo, lasciando che la mia curiosità ancora galleggiasse assieme al battello che per qualche tempo è rimasto ormeggiato a Palazzo Tè, in quel di Mantova.

Una mostra, un disco che hanno saputo nuovamente colpirmi nell'intimo anche se qualcosa di ancora più nascosto e lontano mi sussurrava che non era abbastanza, ci voleva di più, più giù, più in fondo.

  Ho posato il nuovo cd di Eno nel lettore una settimana fa, da una settimana sto levitando ben oltre i territori conosciuti, viaggio mentre il tempo si annienta e l'idea stessa del confine da raggiungere diventa un racconto lontano, immerso nel ricordo di un passato indefinito mentre continuo a volare leggero tra un rimbalzo e l'altro di note che si confrontano tra loro nell'istante senza fine di un riflesso.

 Quando uscì Reflection, un mese fa circa, sentii il bisogno di esprimermi usando però modalità di scrittura diverse. Cercavo un approccio più scientifico, cattedrattico, lucido e distaccato. Dovevo valutare ciò che ascoltavo seguendo pareri, ricordi, tesi, calcoli che apparivano nei vari testi letti, pagine che avevano come minimo comune denominatore Brian Eno, uno dei maggiori assertori del “non insegnamento”, praticamente era pura contraddizione.

 “E' una tragedia che l'educazione sia giunta al punto di dirti che non dovresti provare a farti tue teorie sulla filosofia, ma soltanto imparare ciò che ha detto o fatto il filosofo” (Brian Eno, Lezione alla Red Bull Music Academy)

 Conoscevo questo suo lato, così come conosco l'appartenenza della musica di Eno alla scuola cosiddetta popular. Quando ti imbatti nei suoi suoni sai che non stai viaggiando nel paludato e stretto spazio del pensiero contemporaneo, lì dove anche la non regola è regola ferrea da seguire sullo spartito sospeso nell'assenza del non silenzio. Sai che Mr. Le Baptiste de la Salle ha senz'altro guardato – non certo studiato - quegli spartiti ma lo ha fatto con ancora vivo il ricordo delle piume che adornavano il suo costume, in quel tempo lontano trascorso assieme all'altro Brian, nei Roxy Music.

Credo sia fondamentale tenere a mente le sue origini per meglio comprendere il suo percorso. Così come è importante conoscere il motivo che lo ha indotto a lasciare il palco imbellettato del rock per andare alla ricerca della materia primaria, il vero suono che non ha bisogno di frontmen, assoli impossibili di synth, folle ondeggianti sotto al palco. Un'idea, un viaggio iniziati nel 1975 con Discreet Music o, come asserisce lui stesso, nel '73 con Robert Fripp o forse con la prima traccia musicale da lui registrata alla Ipswich Art School nel 1965.

 Penso al suo lungo percorso di crescita, di ascolto infinito, di instancabile ricerca. Penso al nostro notevole debito nei suoi confronti. A come ora, per esempio, possiamo facilmente dare un indirizzo musicale ambient alla nostra etichetta digitale informando velocemente e con precisione coloro che non conoscono la nostra linea editoriale. Penso mentre il suono fluido continua a sgorgare da casse mai sazie del suo silenzioso e dolce fluire.

 Ascolta Reflection qui

 Più scrivo e più mi allontano dallo stile che intendevo usare. Tutte le nozioni acquisite esplodono al rallentatore davanti ai miei occhi mentre l'immagine sfocata prende forma. E' un enorme sfera di suono, quella che sto attraversando. Si espande in continuazione mentre le note che la compongono si rigenerano senza fine. Il pensiero matematico si unisce a quello filosofico e il tutto si nutre di musica. Suono illimitato, questo il motivo della nascita di Reflection, la app creata da Eno assieme a Peter Chilvers, capace di generare all'infinito molteplici suoni, mai simili tra loro. Un viaggio che il lettore del cd non può permettersi, fermando a 54 minuti circa la sua corsa silenziosa. Una sorta di compromesso con il mercato musicale, o ciò che ne è rimasto. Racchiudere un lavoro di tale portata all'interno di un cd equivale a far crescere una splendida balena azzurra all'interno di una boccia per i pesci rossi ma...così funzionano le cose.

Insisto nell'ascolto o forse è l'ascolto che mi ha inglobato trasportandomi in luoghi lontani da me stesso. L'attesa dell'usuale e famigliare tocco di pianoforte è vana. Sono le macchine e la loro sensibilità ultramondo a governare questo spazio. L'uomo ha interagito con loro il tempo necessario per istruirle. Per noi un lungo dialogo appena iniziato. Per loro, abituate alle distanze incommensurabili degli anni luce, uno spazio temporale breve come il brillare di un lampo. Forse sta giungendo il tempo dell'abbandono da parte dell'uomo dell'idea stessa di musica suonata, irrigidita dentro regole di stile o ritmiche. Forse è ora di incontrarsi non più negli spazi riempiti di assordante e antica elettricità o canonica e colta elettronica. Forse è giunto il momento di abbracciare il silenzio e il suono che esso trasporta, capace di avvolgere e rigenerare anche anche l'ambiente che ci circonda.

Utopie?

  “...non è tanto una questione di suonare ma di saper ascoltare” Brian Eno

--> Brian Eno – Reflection – Warp - Gennaio 2017

--> Brian Eno/ Peter Chilvers – Reflection – Opal – 2017 (generative app)

 

Lettura consigliata:

--> Leonardo Vittorio Arena – BRIAN ENO Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 2 febbraio 2017]]>

Bentrovati! Nella serie delle puntate in podcast troverete un “buco”, la mancanza della puntata del 26 gennaio scorso che, a causa di alcuni problemi tecnici non ha potuto andare regolarmente in onda. Purtroppo la sfortuna si è accanita sul programma e anche all’inizio di questa puntata si sono scatenate le forze del destino che hanno impedito il regolare svolgimento per diversi minuti, minuti in cui potrete ascoltare, dopo la consueta sigla che era partita puntuale, altri due brani provenienti dallo stesso disco storico in cui la sigla è contenuta. Se li conoscete bene, come posso immaginare, potrete saltarli e precipitarvi all’ascolto dei bei dischi che fanno sontuosa la scaletta di questa serata, altrimenti ascoltateli come fosse un incontro con un vecchio amico, sempre bello rivederlo, no? Dunque, superate le difficoltà, ho scelto di farvi ascoltare una specie di summa, di riassunto delle tre classifiche relative al jazz internazionale del referendum annuale della rivista mensile Musica Jazz. Ecco che troverete i vincitori Henry Theadgill (miglior disco e miglior musicista del 2016 e secondo classificato fra le migliori band, dove ha vinto iltrio Bad Plus) ma anche molti dei piazzati nelle tre liste di questa sorta di Pantheon della musica afroamericana. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) più Three to get ready e Kathy’s waltz – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. ornithology (O. Coleman)  - Joshua Rdman & Brad Mehldau – nearness (nonesuch)  - 2016

03. Leroy and Lanisha ( K. Washington) – Kamasi Washington – the epic (brainfeeder) - 2015

04. ferromagnetic (D.J. Argue) – Darcy James Argue’s Secret Society – live in London 2010

05. life and death (A. Cohen) – Avishai Cohen – into the silence (ecm)  - 2016

06. old locks and irregolars verbs part 4 (H. Threadgill)  - Henry Threadigill Ensemble Double Up – old locks and irregolars verbs (Pi rec) - 2016

07. potacion de guaya (C. Bley) – Carla Bley – andando il tiempo (ecm) - 2016

08. holding on (G. Porter) – Gregory Porter – take me to the the Alley (blue note) - 2016

09. Marian Anderson (W.L. Smith) – Wadada Leo Smith & Vijai Iyer – a cosmic rhythm with each stroke (ecm) - 2016

10. mandy (R. Kerr) – the Bad Plus – it’s hard (okeh) - 2016

11. lost in redding (T. Berne) – Tim Berne Snakeoil – you’ve been watching me (ecm) - 2015

12. sugar free (JD Allen) – JD Allen Trio – americana musings on jazz and blues (savant) - 2016

13. Alabama (J. Coltrane) – Jack de Johnette/Ravi Coltrane/Mattews Garrison  – in movement (ecm) - 2016

14. beautiful love (W. King/V. Young) – Nels Cline – lovers (blue note)  - 2016

15. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Diserzioni: Midnight Prayer]]>

C'era un silenzio
come d'attesa
lungo la strada
che portava all'oscurità

C'era un silenzio
che scendeva nella notte
accompagnato da un lieve rintocco di suono
che assomigliava ad una sussurrata preghiera

Lynchobite: Midnight Prayer

S P A C E O U T E R S: Night Melancholy

SKY H1: NightFallDream

AyyJay: Missing

Spectre: Abandon

Future Sound Of London: Egypt

Austra: We Were Alive

Extence: Advice

Yally: Sudo

Black Merlin: Hope

Naaahhh: Empty Rituals

Amnesia Scanner: Atlas

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<![CDATA[ReadBabyRead_319_Carrère_A_Calais_3]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #319 del 2 febbraio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 3 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
Blixa Bargeld, Bassthema [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Auf Freiem Feld [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Somewhere Over The Rainbow [Blixa Bargeld]

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<![CDATA[Spring Street Insomnia #15]]>

Anche questa settimana direttamente da New York ritorna Spring Street Insomnia con Marco Dianese MDBear. 

Buon ascolto!


Playlist:

1 - Tom Waits - Big In Japan
2 - Romans - Cirta
3 - The Flaming Lips - There Should Be Unicorns
4 - Bonobo - Migration
5 - Tornado Wallace - Healing Feeling
6 - Age Coin - Domestic II
7 - The Cure - Primary
8 - The xx - Replica
9 - Portishead - Plastic
10 - The Electric Prunes - Bangles
11 - Syd Barrett - Long Gone
12 - Tim Hecker - Live Room Out
13 - Tropic Of Cancer - When The Dog Bites
14 - Voxtrot - The Start Of Something
15 - The Stone Roses - Shoot You Down

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<![CDATA[Dutch Nazari feat. SickEtSimpliciter]]>

 

Mercoledì 8 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Dutch Nazari feat. SickEtSimpliciter

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Per la sua quarta serata, Sherwood Open Live ha il piacere di proporvi Dutch Nazari (Massima Tackenza), rapper padovano che, in collaborazione con Sick & Simpliciter, presenta "Fino a Qui", il disco che sta portando in tutta Italia nel tour "Fino a Li"

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Il concerto inizierà ore 21.30
Ingresso: 3€

Costo tessera 2017 : 2€ (in sconto ad 1€ per la serata)

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Non conosci Dutch Nazari? Te lo presentiamo noi!

Dutch Nazari (classe 1989) è nato e cresciuto a Padova, dove all’età di 16 anni si è avvicinato alla scena hiphop, contribuendo a fondare il collettivo Massima Tackenza, gruppo che è tuttora musicalmente attivo.
Negli anni dell’università, l’incontro con il poeta Alessandro Burbank e con il producer Sick et Simpliciter (al secolo Luca Patarnello) lo hanno portato ad avvicinarsi a sonorità elettroniche e a mescolare le metriche del rap con la cifra comunicativa dei poetry slam.
Nel 2014 Dutch Nazari entra nel roster di Giada Mesi, etichetta fondata da Dargen D’Amico, con la quale nell’autunno dello stesso anno pubblica un EP dal titolo “Diecimila Lire”. L'ep, interamente prodotto da Sick et Simpliciter, riscuote grande interesse sia da parte della critica che del pubblico, posizionandosi tra le prime posizioni nelle classifiche dei “migliori dischi del 2014” dei principali portali del settore.
Nel giugno 2016 esce l'ep “Fino a Qui”, e viene annunciata l'imminente uscita del primo album ufficiale, anch'esso affidato alla produzione di Sick et Simpliciter.

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<![CDATA[Diserzioni: Oscura tranquillità]]>

Altra cura sembra non ci sia

se non la lontananza dalla realtà

se non la sottrazione al rancore

e allora per riuscire nell'intento

mi nascondo nel suono con la speranza

di ritrovare l'oscura tranquillità


Koan: Dark Tranquillity

Throwing Snow: Recursion

Intriguant: Recluse

Tim Schaufert: Unearth

Mr. Mitch: The Man Waits (Talbot Fade's Extension Cord To The Abyss Mix)

Logos: Night Flight

Ocoeur: Progression (Field Rotation Rework)

Yui_Onodera: Cromo2

Ian Hawgood: Komaya (For Lee, Danny, and Clem)

Feminine : Coral Face

Piano Magic: Closure

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<![CDATA[ReadBabyRead_318_Carrère_A_Calais_2]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #318 del 26 gennaio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 2 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

La Bottega di Hamelin (labottegadihamelin.it)
22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
Blixa Bargeld, Bassthema [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Auf Freiem Feld [Blixa Bargeld]
Blixa Bargeld, Somewhere Over The Rainbow [Blixa Bargeld]

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<![CDATA[The Flaming Lips – Oczy Mlody]]>

Lo scorso tredici gennaio i Flaming Lips hanno pubblicato il loro quattordicesimo album in studio, Oczy Mlody. In più di trent’anni di carriera Wayne Coyne e soci hanno fatto tutto quello che potete immaginare, ma moltiplicato per tre. Hanno stravolto il proprio sound con un LP, Zaireeka, che in realtà erano quattro cd da ascoltare contemporaneamente; hanno inciso il loro nome su pietre miliari della modernità come The Soft Bulletin e Yoshimi Battles the Pink Robots; ma più di tutto hanno sperimentato, spostato avanti i propri limiti, donandoci dischi complessi e discussi come Embryonic The Terror, la loro ultima fatica datata 2013.

Ovviamente questa è solo una piccola parte della storia ma non potevo dilungarmi troppo nello spiegone per quelli di voi che hanno più o meno sedici anni o che sono rimasti chiusi in un bunker a digitare sei numeri ogni 108 minuti. Dunque arriviamo al punto: Oczy Mlody – che in polacco significa ‘eyes of the young’ (lo scrivo in inglese perché poi capirete) – vede il nucleo dei Flaming Lips così come lo avevamo lasciato dopo la cacciata di Kliph Scurlock. Wayne Coyne, Michael Ivins, Steven Drozd, Derek Brown ed un paio di altri collaboratori hanno registrato tra la natia Oklahoma City e New York insieme al fidato Dave Fridmann (col supporto di Scott Booker). Gli ultimi anni sono stati quelli dei lavori della serie Fwends e della collaborazione con Miley Cyrus ed il suo Dead Petz. Prima di capire quanto tutto ciò abbia influenzato questo album lo stesso Coyne ha dato una vaga idea di cosa aspettarci, con un laconico ed inquietante “Syd Barrett che incontra A$AP Rocky” e tanti saluti alla sanità mentale.

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Che poi non è nemmeno una metafora così strampalata. La title-track che apre i giochi, al di là di essere poco più di una (in)utile intro in stile xx, ha però il merito di dimensionare l’ascoltatore al mood che seguirà: beat pulsanti, atmosfere livide, synth ed elettronica a piovere. Quindi la quota A$AP Rocky deve risiedere nel groove, idea rafforzata dalla stupenda How??, un synth-rock acquoso coi bassi super carichi, che dipinge scenari a metà tra utopia (“Legalize it, every drug right now”) e distopia (“We were young with our baby guns”) nella tipica maniera fintamente ingenua dei Lips. La quota Barrett allora risiede per forza nel carattere trippy e malinconico che pervade l’intero disco, a partire dall’elettro-pop di There Should Be Unicorns, brano interessante in cui la voce delicata di Coyne contrasta con la pesantezza della confezione, purtroppo rovinato da un discutibile finale in cui la voce narrante di Reggie Watts disquisisce di unicorni dagli occhi viola, della loro cacca e di amore universale. Va be’.

Oczy Mlody è stato pensato e realizzato nell’ottica di uno stacco, un cambio di direzione rispetto all’oscurità di The Terror ed in generale all’inclinazione acida delle ultime cose della band. Vuole essere melodico ed orientato alla forma-canzone come in Sunrise (Eyes Of The Young) – una contro title-track, ballad gentile di sintetizzatore e pianoforte ma che ad un ascolto più attento si rivela in parte cover di The Floyd Song (Sunrise) della dannata (scherzo) Cyrus. Ebbene, questo riferirsi ai sopracitati Soft Bulletin e Yoshimi, con un carico di allegria in più, rigettando in qualche modo le inclinazioni sperimentali e complicate di Embryonic e, di nuovo, di Terror riesce solo in parte. Perché di questi ultimi due Oczy è indubbiamente figlio, e lo si capisce da pezzi come Nidgy Nie (Never No) Galaxy I Sink. Il primo è un delicato brano semi-strumentale a metà tra r&b d’avanguardia e funk robotico, il secondo è una specie di filastrocca dissonante impreziosito dagli archi; entrambi mutuano dal recente passato la lentezza e la cupa nebulosità rarefacendola in spazi più ampi e meno claustrofobici, è vero, ma il cordone ombelicale c’è e si vede.

Uno dei problemi con questo lavoro è che vive di momenti tutto sommato trascurabili (tipo Almost Home) ed altri invece grandiosi. Tra questi c’è di sicuro il prog elettronico e percussivo di One Night While Hunting for Faeries and Witches and Wizards to Kill che al di là del titolo impossibile (ma in piena tradizione) spacca letteralmente in due l’album e sottolinea – con gli unicorni di prima e The Castle poi – quello che è il tema lirico fondamentale: il mondo della fiabe, declinato sul doppio binario della vita e della morte, come in un piano della realtà apocalittico ma esilarante al tempo stesso. Senza soluzione di continuità arriva l’intrigante Do Glowy – ed il suo uso massiccio di Auto-Tune alternato al cantato naturale – che a sua volta fluisce nella neo-psichedelia della lunga Listening To The Frogs With Demon Eyes che, oltre a reiterare il tema della morte (“Have you seen someone die?”), è significativa di una seconda parte più luminosa ed affermativa. Il dream-pop angelico e fluttuante della notevole The Castle non fa confermare questa tendenza: arpeggi di synth cosmici e testi trasognanti (“Her eyes were butterflies, her smile was a rainbow”) ci dicono che dopo averci messo per anni alla prova e deliziato in ogni modo, ora i Flaming Lips forse vogliono solo lasciarsi ascoltare.

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Hanno sempre usato concetti e temi anche piuttosto astrusi per migliorare la fruizione della loro musica e qui non fanno diversamente. Certo, ci sono un paio di questioni da capire bene. La prima riguarda Miley Cyrus. Ora dobbiamo affrontare la cosa: se da una parte è chiaro il reciproco beneficio del loro rapporto – lei si dà tono ed importanza attraverso di loro, i Lips si svecchiano e trovano un’improbabile musa sui generis per il loro finale di carriera – dall’altra rimane oscuro cosa resterà della sua influenza sulla band a lungo andare...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Francesco Basso Live]]>

 

Mercoledì 1 febbraio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/a, 35121 Padova

Francesco Basso Live

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Si chiama Francesco e scrive canzoni. Tutte insieme sono "Audioresistenza e altre storie", dove cerca di raccontare i nostri tempi per come li vive e li vede, con la sua vita dentro.

Dopo un lungo periodo di crescita e composizione, torna sui palchi qui a Sherwood Open Live.

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi.

Il concerto inizierà ore 21.30
Ingresso libero
Costo tessera 2017 : 2€

-Non conosci Francesco Basso? Te lo presentiamo noi!


https://www.facebook.com/audioresistenza/?fref=ts
http://www.francescobasso.it/

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 19 gennaio 2017]]>

Continua l’esame d’ascolto dei musicisti premiati dalle classifiche dei referendum della rivista mensile “Musica Jazz” (in attesa dei sondaggi dell’altra, il bimestrale “Jazz. It”). Questa settimana rivolgiamo l’attenzione alle due liste relative ai cosiddetti giovani talenti emergenti, quella degli italiani e quella del resto del mondo. Va detto che, pur nella disomogeneità di una simile proposta, quello che salta… alle orecchie è un patrimonio di progetti, idee, esplorazioni, interpretazioni, riletture (non solo di composizioni ma anche di stili) che lasciano una sensazione di… freschezza, originalità e che lanciano una bella serie di promesse per il prossimo futuro, oltre ad esserci più di qualche conferma.  Anche in questa puntata una piacevolissima sequenza di interessantissime musiciste, Zoe, Alessia, Eloisa e Mette, vincitrice della parte riservata al jazz internazionale (Filippo Vignato per quella nazionale), oltre a nomi che in realtà tutto sono tranne che reali talenti emergenti in quanto personaggi ormai ben conosciuti ai più, come Ambrose Akinmusire o Logan Richardson o come Alessia Obino fra gli italiani. To be continued next time. Buon ascolto.  

JPY

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Traccia (autore)–esecutore–titolo cd (etichetta)–anno rilascio

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. other each (F. Vignato) – Filippo Vignato – plastic breath (auand)  - 2016

03. theme for K (G. Mitelli) – Gabriele Mitelli 4et – hymnus ad nocturnum (parco della musica) - 2014

04. Sa Dom’e S’Orcu, Tumbas de is Gigantes (Z. Pia) – Zoe Pia – Shardana (caligola) – 2016

05. Hong Kong blues (H. Carmichel) – Alessia Obino/Cordas – deep changes (caligola) - 2016

06. rondine (E. Manera)  - Eloisa Manera – rondine (almendra) - 2014

07. oOo (J. Lindvall) – Mette Henriette – Mette Henriette/o (ecm) - 2016

08. passé (M. Henriette) – Mette Henriette – Mette Henriette/O (ecm) - 2016

09. no wooden nickels (J.B.L.) – Jason Brandon Lewis – divine travels (okeh)  - 2014

10. slow (L. Richardson)  - Logan Richardson – shift (blue note)  - 2016

11. confession to my unborn daughter (A. Akinmusire) – Ambrose Akinmusire – when the heart emerges glistening (blue note)  - 2011

12. live in Amsterdam at NTR/Radio 6  - Tineke Postma & Aruan Ortiz

13. I can’t help it (T. Crocker) – Theo Crocker (feat. Dede Dee Bridgewater) – escape velocity (okeh) - 2016

14. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Spring Street Insomnia #14]]>
Dopo la puntata con il meglio del 2016 Spring Street Insomnia ritorna nel suo formato usuale. Buon ascolto!
 

 
Playlist:
 
1 - Gun Club - Promise Me
2 - Ganglians - Candy Girl
3 - Chromatics - Kill for Love
4 - Dean Blunt - Imperial Gold
5 - DJ Richard - Savage Coast
6 - Eskmo - Blue And Grey
7 - Floating Points - Thin Air
8 - Frankie Rose - Requiem
9 - Glasser - Window I
10 -Golden Bug - Accroche a moi (feat. Julienne Dessagne)
11 - The Great Society - Outlaw Blues
12 - Grizzly Bear - Knife (covered by Atlas Sound)
13 - Harmonia & Eno '76 - Sometimes In Autumn (Shackleton Remix)
14 - Zomby - I
15 - Vakula - Dim White Dwarf
16 - The Doors - End Of The Night
 

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<![CDATA[Diserzioni: Inquieto sentire]]>


Non saranno poi così importanti

le sensazioni che nascono dall'ascolto

Non saranno poi così importanti

i suoni che mi stanno attorno,

Non saranno poi così importanti

però entrano in sintonia

con questo mio inquieto sentire

blΔnc: This Feeling

Eric Dingus: Winter

Taras Bazeev: brood

Kosikk: The Stranger

Jedi G: HK calling

Quok: Similacrum

Fraunhofer Diffraction: Exhalation

SMiTH x Honeyruin: Home

DVRMS: Catch Sky

Airthrive: Exhale

Phenom: Special Needs

V A N D A I I: Sleepwalking

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<![CDATA[ReadBabyRead_317_Carrère_A_Calais_1]]>

La Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.


ReadBabyRead #317 del 19 gennaio 2017


Emmanuel Carrère

A Calais

(
parte 1 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Francesco Ventimiglia


“Vi sembrerà strano, ma l'Hôtel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino, non il contrario. Anzi, questa ex stazione di posta è l'antesignana degli hotel di lusso europei - un lusso oggi piuttosto sfiorito, ma che per un bel po', a prezzi ragionevoli, ha sedotto i turisti inglesi. Il problema è che negli ultimi anni i turisti inglesi - come qualunque commerciante di Calais vi confermerà - se la sono data a gambe per paura dei migranti e più in generale del caos che regna in città”.

Emmanuel Carrère
A Calais


"A Calais" è un intenso reportage con cui Emmanuel Carrère descrive la situazione dei migranti nella città francese; ma è anche un modo per capire la realtà attraverso lo sguardo della popolazione e il suo rapporto con l'immigrazione.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa vuol dire essere giornalista e scrittore nel 2016, gli consiglierei di leggere A Calais, un piccolo gioiello di reportage che Emmanuel Carrère ha pubblicato nella primavera di quest’anno per il trimestrale XXI, e che in Italia è uscito in contemporanea per Adelphi.

Nella scrittura di Carrère c’è dentro tutto: la capacità acuta di osservare il mondo e scegliere su cosa posare la lente di ingrandimento, l’abilità di decidere di volta in volta quale struttura narrativa usare, la straordinaria tendenza ad aumentare o diminuire il distacco tra la realtà e la finzione, tra oggettività e soggettività, tra giornalismo e letteratura; di muoversi all’interno di quella che tecnicamente, insomma, viene chiamata non-fiction novel. Certo che di finzione, in A Calais, ce n’è davvero poca, perché in quella città della Francia esiste davvero un inferno di miseria, di fame e fango dove sopravvivono a stento migliaia di immigrati: sono donne, uomini e bambini che provengono dalla Siria, dal Sudan, dall’Afghanistan; sono coloro che scappano dalla guerra in cerca di un futuro; quelli che di notte rischiano la loro vita cercando di attraversare il canale della Manica per raggiungere l’Inghilterra; sono quelli che spesso si devono fermare; sono quelli che sono odiati dalla gente del posto.

Carrère, però, gira solo attorno a tutto questo, ben consapevole che raccontare dei migranti vorrebbe dire non avere più nulla di cui scrivere, che «non ci sarebbe più spazio per nient’altro». Intorno a quella Giungla c’è comunque un mondo di cui parlare, e per descriverla, quella Giungla, Carrère descrive tutto il resto: la gente spaventata di Calais e pronta a votare per il Front National, indurita dalla crisi economica di questi anni; i volontari «democratici e di sinistra» che cercano di aiutare i migranti; le battaglie continue tra quei migranti e la polizia, in quello che lui chiama «videogioco postapocalittico»; e poi ancora i media; il dolore; la sciocca curiosità di chi va lì solo per vedere.

A Calais diventa per Carrère lo spazio del giornalismo più puro, della narrazione fluida che non lascia spazio al giudizio personale, ma solo a quello del lettore. In tutto questo c’è lo sguardo allo stesso tempo interno ed esterno alla vicenda, allo stesso tempo pieno di empatia e di ironia; allo stesso tempo curioso ed efficace, sicuro e pieno di dubbi; perché la curiosità è la prima dote per un cronista, ciò che non deve mai mancare a chi vuole descrivere il mondo; perché ogni storia è la scoperta anche di un pezzo di se stesso. Questo fa Carrère da anni, e questo fa anche con A Calais, un piccolo libro che in fondo è un articolo, che racchiude in sé un pezzo di storia di questo millennio, che contiene tante piccole-grandi storie di viaggio, di sofferenza, di attesa.

Ci saranno migranti che moriranno cercando di raggiungere l'Inghilterra, altri che vivranno ai margini dell'Europa il loro destino di umiliazione e di povertà, ma questo non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d'ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori, di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni


Donato Bevilacqua

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22 agosto 2016

 

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Otis Redding(Sittin' On) The Dock Of The Bay [Otis Redding/Steve Cropper]
Bob DylanI Pity The Poor Immigrant [Bob Dylan]
Led ZeppelinIn My Time Of Dying [John Bonham/John Paul Jones]
Lisa HanniganCourting Blues [Bert Jansch]
Lisa HanniganLille [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinKashmir [Jimmy Page/Robert Plant] 
Lisa HanniganPistachio [Lisa Hannigan]
Lisa HanniganOcean And A Rock [Lisa Hannigan]
Led ZeppelinImmigrant Song [Jimmy Page/Robert Plant]
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<![CDATA[Sundara Karma – Youth Is Only Ever Fun In Retrospect]]>

Per chi come la sottoscritta nell’anno appena concluso si è lamentato della mancanza di una buona dose di (indie)rock, questo 2017 forse non è iniziato in modo poi così malvagio.

Certo, siamo ancora quelli che se la devono vedere con i buoni propositi giurati a morte nelle notti di poca lucidità del 2016 ma, anche se la maggior parte di noi dovesse fallire (e senza dubbio questo succederà), qualcuno che non ha avuto difficoltà a mantenere i propri propositi c’è e noi dobbiamo prendere ispirazione da loro: i Sundara Karma.

Sundara Karma sono Oscar Pollock (voce e chitarra), Haydn Evans (batteria), Ally Baty (chitarra) e Dom Cordell (basso) e Youth Is Only Ever Fun In Retrospect è il loro primo LP che salta fuori direttamente dalla calza della befana il 6 gennaio.

Con ben otto brani non inediti su dodici, questo disco potrebbe inaugurare la categoria “Debutti che non lo sono” eppure questo quartetto sbucato dal Regno Unito  ormai già qualche anno fa, pare proprio voglia imporsi come una vera e propria novità di quest’anno.

Ma, parlando sempre di buoni propositi, se tra i loro c’era anche quello di dare vita a pezzi epici che facessero scatenare le masse, si deve purtroppo dire che l’obiettivo sia stato centrato solo in parte.

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Oscar Pollock e compagni non so esattamente che rapporto abbiano col karma ma se il concetto del suddetto è strettamente legato al tempo, loro hanno il gran merito di averlo saputo gestire riuscendo a mettere in piedi un lavoro ben confezionato senza perdere negli anni quella freschezza genuina, trascinante senza uno specifico motivo, che ti fa dire Sì. E ti fa finire su ticketone a comprare biglietti.

Poi insomma, basta guardarli. Il look è quello giusto: “zero pretese curate nei minimi dettagli”. Poi il frontman è un vero frontman che mette una grande impronta su tutti e dodici i brani, sia per la personalità vocale sia per la scrittura dei testi. Poi l’energia emerge fin da subito, anzi, proprio nei primi pezzi in scaletta i Sundara Karma partono in quarta mettendoci immediatamente nella condizione di scatenarci come se non ci fosse un domani.

A Young Understanding, già nota al pubblico dallo scorso febbraio, apre le danze e mette subito in chiaro qual è il mood di questo disco all’insegna di chitarre frenetiche e batteria instancabile. Si prosegue con Loveblood, uno dei pezzi forti, anzi il più forte, che oltre a non volerne sapere nulla di rallentare il ritmo, spicca come vero e proprio manifesto di un album che parla di giovinezza e questo brano ne rappresenta perfettamente l’essenza attraverso la scrittura di Oscar, romantica e drammatica allo stesso tempo. È proprio questo a dare personalità a tutto il lavoro: l’impeto nelle liriche,il tirare tutto fuori, l’avere paura ed essere drammatici ma anche passionali e poi tornare ad avere paura. I battiti cardiaci possono solo accelerare con i loop di chitarra ipnotici di Olympia e poi rallentare, ma solo per un attimo, nel farsi sorprendere da quel velo di nostalgia in Happy Familyall’insegna di cori solenni e vagamente malinconici. Ma in sei minuti di musica questo pezzo si riserva il diritto di cambiare le nostre sensazioni più e più volte. Poi sì, pezzi come Flame e Be Nobody i Kings Of Leon si staranno mangiando le mani per non averli composti loro.

Dopo una prima parte scintillante ne arriva una seconda che sinceramente, senza troppi giri di parole, è semplicemente un’inutile ripetizione di cose già sentite. Si va a colpo abbastanza sicuro con She Said e Vivienne che riescono a mantenere un’atmosfera elettrica e potente ma paradossalmente tutto ciò si protrae fin troppo in modo talmente uniforme e standard da far scemare gradualmente tutta l’intensità piacevole dei primi pezzi...continua su Vinylistics

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<![CDATA[The xx – I See You]]>

Una manciata di anni fa ascoltare gli xx permetteva di essere quelli che alle feste potevano fare di una parete la propria ombra ed essere comunque dalla parte dei giusti. Perché ascoltare gli xx significava aprire una porta, chiudersela alle spalle, ed entrare in una piccola dimensione parallela, lontana da tutto e tutti, con le luci basse e i soli battiti sonori a scandire emozioni e stati d’animo. In fondo questo è quello che ha sempre caratterizzato l’anima di questo trio, pacato e riservato, sempre sfuggente agli occhi dei media e di chiunque volesse saperne di più delle loro vite private. Ciò non ha comunque impedito loro di ritirare il Mercury Prize vinto con l’esordio del loro omonimo album e di attirare negli anni una gran fetta di pubblico.

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Se fino a poco tempo fa erano Madley Croft e Oliver Sim ad avere maggior visibilità (sia dal vivo che su disco) e a creare magiche connessioni musicali, senza dubbio oggi il leader indiscusso di questo trio è Jamie xx  che, dopo il suo ultimo lavoro da solista, aveva fatto presagire una grossa trasformazione anche nel percorso intrapreso con i due amici di sempre. Ebbene, a cinque anni di distanza da Coexist, gli xx sono tornati con “l’hypatissimo” (eheh) I See You e questa trasformazione in parte c’è stata ma in parte anche no. Perché sì, sicuramente non è un caso che i due singoli che hanno anticipato l’uscita del disco, On Hold e Say Something Loving, abbiano campioni vocali come ingredienti fondamentali e saranno pezzi che sentiremo in radio e ci faranno ondeggiare da qui fino alla fine dell’anno, ma a dispetto di quanto questi pezzi potessero farci intuire, il discorso può svilupparsi in qualcosa di più profondo e interessante.

Certo, l’inizio affidato a Dangerous, elettronica, “funkeggiante” e cinematica, ti mette davanti i primi quattro minuti di musica completamente dissociata da tutto ciò che era fino al momento di Coexist. Poi ascolti anche un pezzo come I Dare You e pensi che ormai la frittata è stata fatta: i passaggi elettronici sono sempre più presenti e la virata pop pare stia completando il suo loading. Eppure senti la Croft cantare in questo brano e ti sembra la sua voce non sia mai suonata tanto sincera e appassionata. E quando canta “I’ve been a romantic for so long…  All I’ve ever had are love songs”  sembra quasi voler allungare il braccio e avere un contatto maggiore con tutto ciò che la circonda. Allora sì, è vero che gli xx vogliono uscire dal guscio e abbattere i propri limiti ma tutto ciò solo a patto di poter essere ancora se stessi  e di non perdere l’intimità della loro musica. Questa intimità la ritroviamo eccome in pezzi come Brave For You, una ballata al piano romantica e inquieta che ancora una volta mette a nudo le loro fragilità nei versi “And when I’m scared / I imagine you’re there / Telling me to be brave… So I will be brave for you… Stand on a stage for you” finendo per diventare il rimedio contro le proprie paure.

Tutti e dieci i brani giocano nella stessa atmosfera crepuscolare ma ognuno di essi aggiunge una sfumatura diversa al mood generale: diventa estremamente sensuale con Lips, dove ancora una volta la presenza di Jamie è imponente ma senza alterare gli equilibri di Madley e Oliver. E se I Say Something Loving ricorda vagamente un r’n’b che esplora Marte, A Violent Noise non si accontenta e amplia maggiormente gli spazi. Replica si aggiunge al lotto di ritmi seducenti fatti per corpi che si devono muovere. Ma sempre lentamente, s’intende.

Tutto ciò, si deve dire, alla fine lascia un po’ la sensazione che la potenzialità di questo gruppo non sia ancora sbocciata appieno...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Enrico Coniglio + Underthesnow]]>


Domenica 22 gennaio dalle ore 18:30

PUKVia Puccini, 2/b, 31033 Castelfranco Veneto

Terzo appuntamento con la RASSEGNA DOMENICAL TARDO POMERIDIANA DI SUONI ALTRI con


ENRICO CONIGLIO e UNDERTHESNOW

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Enrico Coniglio (Venezia, 1975) è un musicista italiano.
La sua musica opera nell'ambito della sound art e del paesaggio sonoro, stile che ha intrapreso, dopo alcune iniziali ricerche di stampo ambientale, con l'intento di ricreare con il suono ambienti naturali e urbani immaginari e non.
Ha partecipato a numerose manifestazioni dedicate al mondo della musica di ricerca quali Flussi (Avellino), Mitocondri Electrofestival (Milano)[1] e Störung Festival (Barcellona). Ha collaborato nei progetti Lemures (con Giovanni Lami), Herion (con Emanuele Errante ed Elisa Marzorati) e Aqua Dorsa (con Oöphoi).
È inoltre detentore dell'etichetta digitale Galaverna, con cui distribuisce musica incentrata sui field recording, nonché membro dell'Archivio Italiano Paesaggi Sonori.

Underthesnow è Gianluca Favaron e Stefano Gentile.
Gianluca Favaron, è un musicista elettroacustico. Il suo lavoro si concentra principalmente sulla manipolazione di nastri e l’elaborazione di suoni concreti mediante l’utilizzo di effetti analogici e digitali. 

Oltre ad Underthesnow con Stefano Gentile, collabora stabilmente con Corrado Altieri nel duo Altieri | Favaron, con Ennio Mazzon nel progetto Zbeen e con Cristiano Deison in Deison / Favaron. Recentemente sono stati pubblicati i cd “Zolfo”, frutto del nuovo duo con Anacleto Vitolo e “Vetropaco” in collaborazione con Andrea Bellucci

Stefano Gentile, dopo la fortunata esperienza con Amplexus negli anni novanta, crea e gestisce Silentes, un progetto nato come etichetta discografica ma sempre più rivolto ad altri media quali video, fotografia e grafica. Da sempre coinvolto in esperienze sonore, oltre che con Gianluca Favaron in Under the Snow, ha collaborato con Aube, Amir Baghiri ed è promotore del progetto Maribor, gruppo aperto, nel quale hanno collaborato Maurizio Bianchi, Pierpaolo Zoppo, Andrea Marutti, Giuseppe Verticchio e lo stesso Gianluca Favaron.

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<![CDATA[Are You Real? release party]]>

Sabato 21 gennaio dalle ore 21:30

Cso DjangoVia Daniele Monterumici 11, 31100 Treviso

Are You Real? release party

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Il 21 gennaio, nella cornice del contest in occasione del primo anniversario di attività discografica di SISMA, festeggeremo il release party del nuovo progetto del roster, Are You Real?, in uscita il 16 gennaio con il suo secondo album "Songs From My Imaginary Youth" (Sisma/ Dischi Soviet Studio).

- Inizio concerti ore 21.30 -

Ore 22.30 Are You Real? ON STAGE

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Ci saranno DUE opzioni per l'ingresso:
- 3 € solo ingresso
- 10€ ingresso + maglietta SISMA

Ai primi 50 ingressi verrà regalata la speciale COMPILATION SISMA.
Arrivate presto!

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➤ Are You Real? è il progetto di Andrea Liuzza, musicista e videomaker veneziano. Le sue canzoni uniscono un folk incantato e cristallino a visionarie cavalcate elettriche, guidate da una voce prepotentemente sincera, evocando senari di apocalisse contemporanea e attimi in cui la realtà sfuma nel sogno. Da bambino A. consuma i vinili del padre, impara a suonare la chitarra e il computer. Giovanissimo, registra in casa Countless Ways For Pressing Flowers, votato fra i migliori esordi indie del 2006. L’anno successivo realizza un videoclip per ogni traccia. Nel 2009 pubblica Melancholia I. E’ facendo il cammino di Santiago che decide di abbandonare il suo nome: nasce Are You Real?. Il nuovo esordio è Songs Of Innocence (2012, Face Like A Frog Records), accolto da critiche entusiaste. Al termine di una serie di concerti in tutta Italia, Spagna, Belgio e Olanda, inizia a lavorare al nuovo disco, scegliendo di suonare tutti gli strumenti e curare personalmente il mix. Lo spettro d’influenze si allarga, toccando l’ambient e l'uso di percussioni sciamaniche. Nasce Songs From My Imaginary Youth, in uscita il 16 gennaio 2017. L'album sarà preceduto dal singolo We Are The Wild Things. Dal vivo Are You Real? si avvale delle chitarre di Alessandro Ragazzo e del laptop di Marco Agostini.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 12 gennaio 2017]]>

Come promesso la settimana scorsa, eccoci alle prese con l’annuale lettura dei risultati del referendum annuale della rivista Musica Jazz, nella fattispecie ascolteremo in questa puntata quasi tutti quelli che sono stati giudicati e premiati come i migliori dischi e i migliori musicisti jazz italiani del 2016. Inutile dire quindi che la qualità degli ascolti sarà come sempre e più di sempre di altissimo livello, con qualche storiella di contorno, qualche indicazione ma soprattutto grande musica da grandi musicisti e una sfilata di etichette discografiche molto attive nel supportare questo programma (parco della musica, ecm, caligola su tutte). Poi, per la prima volta, è stato messo in scaletta un disco arrivato in diretta, durante la puntata, attraverso le mani di una persona giunta in studio quasi appositamente, ed è stato usato per concludere la serata. La settimana prossima riprenderemo senz’altro il discorso referendum in quanto ci sono ancora molti ascolti da fare insieme, fino alle classifiche relative agli artisti del resto del mondo. Buona musica.  

JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. molekularni vandalizem (D. Gallo) – Danilo Gallo Dark Dry Tears – thinking beats where mind dies (parco della musica) - 2016

03. una beguine a Milano (F. D’Andrea)  - Franco D’Andrea Piano Trio – trio music vol. 2 (parco della musica) - 2016

04. per i morti di Reggio Emilia (Amodei) – Giovanni Guidi/Gianluca Petrella/Louis Sclavis/Gerald Cleaver – Ida Lupino (ecm) - 2016

05. Moguto suite (D. Cherry/E. Blackwell) – Cristiano Calcagnile – multikulti Cherry on (caligola) - 2016

06. un capanno (di montagna) in mezzo al mare (R. Brazzale) – Lydian Sound Orchestra – inedito live in Vicenza 2015

07. the hidden force of love (R. Giuliani) – Rosario Giuliani – the hidden side (parco della musica) - 2016

08. contrast (M. Ottolini) – Mauro Ottolini Sousaphonix – Buster kluster (azzurra) - 2016

09.  Petra (L. Aquino) – Luca Aquino & Jordanian National Orchestra – Petra - 2016

10. o que serà/el pueblo unido jamas serà vencido (C. Buarque/S. Ortega) – Paolo Fresu/Daniele di Bonaventura – in maggiore (ecm) - 2015

11. frogs (E. Rava) – Enrico Rava 4et – wild dance (ecm) - 2015

12. maccaroni (L. Minafra) – Minafric Orchestra – Minafric (sudmusic) - 2015

13. deixa ir (F. Petreni) – Francesco Petreni – prima (wide) - 2016

14. mercato dei pazzi (T. Tracanna) – Tino Tracanna Acrobats – red basics (parco della musica) – 2016

15. il suono della voce (I. Fossati) – Gabriele Mirabassi – il suono della voce (Tosca/sony) - 2014

16. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_316_Sophia_14]]>

Con questo bellissimo progetto Claudio Tesser ci porta alla (ri)scoperta dei classici antichi e attuali della storia del pensiero filosofico in un lungo appassionante viaggio dove emergono concetti di valenza universale.

ReadBabyRead #316 del 12 gennaio 2017

Sophia e l’amore per la sapienza
Selezione di brani da opere della storia del pensiero filosofico
a cura di Claudio Tesser

Il Sutra del cuore
Il sermone del fuoco
Elargizione della grazia
Inno della creazione
Mandukya Upanishad
Isa Upanishad
Vangelo di Giovanni: Prologo; La testimonianza di Giovanni; Le nozze di Cana
Eraclito: Il divenire; L’anima umana e la sua profondità; L’unità e il contrasto degli opposti; Lògos, saggezza, ignoranza 
Plotino: Il bello
Solone: La giustizia e l’ordine della pólis
Vitruvio: Regole e simmetria in architettura
Esiodo: La nascita del cosmo
Parmenide: Il proemio del poema sulla natura; Gli attributi dell’essere
Platone: La lettera VII: Politica e filosofia; La teoria classica delle idee; L’allegoria della caverna
Rainer Maria Rilke: Il libro d’ore
Giorgio Colli: La follia è la fonte della sapienza

(14a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast 


Legge: Francesco Ventimiglia


Sophia e l’amore per la sapienza

Una volta, si dice, c’erano le Pizie e le Erinni, i saggi e i sapienti e gli oracoli, poi, il logos da misterioso e aleatorio è diventato accogliente di ragione e di linguaggi mentre gli dei cominciarono e nascondersi e poi a andarsene assieme ai loro ambasciatori e interpreti; qualcuno scomparve del tutto altri si rifugiarono in grotte sempre più profonde e inaccessibili, nelle nubi delle altissime vette, nei fiumi e nelle foreste misteriose, nei sotterranei  e nei silenziosi deserti.

Allora gli uomini si struggevano d’amore per la sapienza, lontana, allontanata e cantata dai poemi. Le menti migliori di ogni generazione si impegnarono nel corteggiamento portando doni e sistemi  e voli di ingegno, mazzi di fiori e castelli in aria. I secoli trascorrono lenti, tragici e generosi e uomini audaci di spirito e pensiero avvezzi alle lotte silenziose coi demoni  continuavano a mettersi nel grande gioco e accumulavano i mattoni per costruire archi e volte e torri vertiginose di quell’edificio multiforme che è la filosofia, il pensiero filosofico. 

Lungo tutti i tempi attuali, trascorsi o lontanissimi Sophia spesso ha fatto capolino accanto, dentro o sotto l’epopea gloriosa del pensiero e del linguaggio. L’uomo si è specchiato in vari specchi e pozzi e pozzanghere perfino nella mota dell’autocrazia  e della dittatura, l’uomo suo malgrado ha danzato, ha corso a perdifiato e si è rinchiuso in torri d’avorio e palazzi indecenti, l’uomo ha molto pensato, la sapienza si è molto nascosta pur essendo anche ovunque e rivelandosi ai cuori e ai cervelli che sapessero coglierla e accoglierla. 

Una volta si dice che veggenti e sapienti (veri) consigliassero i potenti (spesso ci rimettevano la vita come pure i primi filosofi che erano veri e propri guerrieri) e ora dove li mandiamo i potenti, che non hanno neppure orecchie, da chi? Una mezza idea ci sarebbe…

Così abbiamo pensato di dedicare un numero imprecisato di puntate e in modo non proprio ebdomadario a Sophia e Filosofia giusto per il gusto di ritrovare vecchie compagnie e tanti stimoli. Non abbiamo un piano preciso né una scaletta da anticiparvi; senz’altro cominceremo con gli antichi ma non è detto che non ritornino anche in seguito o che i contemporanei nel frattempo non facciano capolino anche perché il filo che seguiamo può essere un tenue richiamo personale, un po’ nascosto… 

Come apparirà dall’ascolto la filosofia strettamente detta è soprattutto un affaire occidentale mentre la sapienza scaturisce da ogni dove e in ogni luogo e in particolare quando prende le tinte del misticismo tende ad accomunarsi e divenire un tutto folgorante. Parafrasando la celebre frase del libro di Ermete Trismegisto “La tavola di smeraldo” (attribuito a un sapiente dell’antico Egitto ma in realtà frutto del pieno medioevo, ma si sa, l’antico ha sempre autorevolezza e appeal) “ciò che sta in alto sta anche in basso” potremmo dire che tutti gli uomini sono un solo uomo.

Buon ascolto

Claudio Tesser
Francesco Ventimiglia

P.S.: ci scusiamo per l’approssimazione delle pronunce antiche e straniere per le quali abbiamo adottato dei compromessi che ci sembravano accettabili.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Soto Zen SchoolHannya Shingyo
Tony ScottThe Murmuring Sound Of The Mountain Stream [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Tony ScottAfter The Snow The Fragrance [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Matana RobertsAll Is Written [Matana Roberts]
Matana RobertsThe Good Book Says [Matana Roberts]
Matana RobertsClothed to the Land, Worn by the Sea [Matana Roberts]
Matana RobertsAlways Say Your Name [Matana Roberts]
Matana RobertsNema, Nema, Nema [Matana Roberts]
OMAddis [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
OMPilgrimage [Al Cisneros, Chris Hakius]
OMHaqq al-Yaqin [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
John ColtraneIndia [John Coltrane]
John ColtraneAcknowledgement [John Coltrane]
Ras Michael & The Sons Of NegusRun Come Really [Ras Michael]
Jon HassellCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassell]
Brian EnoNeroli  [Brian Eno]
Pink FloydWish You Were Here [David Gilmour]
Kamasi WashingtonSeven Prayers [Kamasi Washington]
James BlakeTimeless [James Blake]
Brad MehldauParanoid Android [Radiohead]
RadioheadCodex [Radiohead]
RadioheadFeral [Radiohead]
David BowieBlackstar [David Bowie]
Charlemagne PalestineStrumming Music [Charlemagne Palestine]
Frank ZappaLittle Umbrellas [Frank Zappa]
Ella Fitzgerald & Louis ArmstrongSummertime [DuBose Heyward-Ira Gershwin-George Gershwin]
Chor Des Norddeutschen Rundfunks, Helmut FranzLux Aeterna [György Ligeti]
Gerd ZacherOrgan Study #1, "Harmonies" [György Ligeti]
Leonard CohenTreaty [Leonard Cohen]
Led ZeppelinDazed and confused [Jack Holmes]
Grateful DeadDark star [Hunter/Garcia]
Brad MehldauMoon river [Mercer/Mancini]
Thelonius MonkCrepuscule with Nellie [Thelonius Monk]
Thelonius Monk'Round Midnight [Thelonius Monk]
Thelonius MonkPannonica [Thelonius Monk]
Brad Mehldau, Someone to Watch Over Me [Ira Gershwin/George Gershwin]
Brad Mehldau & Renée FlemingYour First Word Was "Light" [Mehldau/Rilke]
The Jimi Hendrix ExperienceWodoo Chile [James Marshall Hendrix]
Kamasi WashingtonClaire de Lune [Claude Debussy]

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<![CDATA[Diserzioni: Cicli Lunari]]>

la crescita, il mostrarsi,

la decrescita, il nascondersi

la pienezza, l’assenza,

come cicli lunari

come tutto ciò che vive

come il nostro respiro

come il suono che amiamo

 

Synkro: Lunar Cycle (Phase I)

Edisonnoside: Step Out Of The Mist

Samuke: You Link

Pablo Nouvelle:  All I Need

Liar: Garland Noose

ENiGMA Dubz:  Ready To Be With You

kyddiekafka: blue eyes

my.head: Vacuum

Burial:  Stolen Dog (Asiah Edit)

VVV: Lannis In Recovery

Yves Tumor: Perdition

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<![CDATA[Un Concert à la Dellera/De Rubertis]]>

Mercoledì 25 gennaio dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/a, 35121 Padova

Un Concert à la Dellera/De Rubertis


Sono anni che sotto varie forme Roberto Dell'Era (AfterhoursThe WinstonsDellera) e Gianluca De Rubertis (IL GENIO pagina ufficiale) collaborano artisticamente, condividendo palchi, note e parole. 
Dopo la scintilla scoccata tra i due sul palco del MArteLabel Fest, la decisione di portare in giro per la penisola uno show intenso e particolare, in cui ognuno possa liberare l'energia della propria scrittura e potenziarla. 

Dopo un viaggio di 24 date consecutive i due rock'n’roll travellers si riuniscono per un concerto unico allo Sherwood Open Live.

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi.

Il concerto inizierà ore 21.30 Ingresso: 3€
Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci Dellera e De Rubertis? Te li presentiamo noi!



http://www.robertodellera.com/
DELLERA, è un musicista ed esploratore. Cresce a Milano (Lombardia) con la chitarra in mano e l'idea di partecipare ad un musical scrivendolo. Lascia casa e lavori per 12 anni abita tra Irlanda, Usa e Inghilterra. Torna in Italia nel 2005 incontro fatale con Manuel Agnelli diventa ed è tuttora membro degli Afterhours. 
Nel 2011 pubblica Colonna Sonora Originale primo lavoro a suo nome e l'epitaffio della sua esperienza musicale e non in Inghilterra. Decide di cantarla in italiano. Entra nella ristretta finale del Premio Tenco e mette il suo segno nel panorama italiano. 
Collabora con Dente, i Calibro 35, Diego Mancino, Rachele Bastreghi, Nic Cester (gli australiani Jet) e i musicisti che ama di più. 
Nel 2012 Keep On lo elegge migliore voce italiana.
Per due anni successivi intraprende viaggi per la trasmissione televisiva Jack on Tour prima con gli AFTER su tutto il percorso della Route 66 e l anno successivo con Sergio Carnevale,Federico Poggi Pollini e Megahertz per tutta la Italia. 
Nel 2015 esce "Stare bene è pericoloso" Lp. "Ogni cosa una volta" è parte della colonna sonora del film "Senza nessuna Pietà" che partecipa alla 71° edizione del Festival del cinema di Venezia. 
A Gennaio 2016 esce The Winstons trio prog/jazz/psich insieme a Lino Gitto e Enrico Gabrielli. Dellera appare con lo pseudonimo di Rob Winstons. Il disco pubblicato in tutto il mondo dalla Ams/Btf records riceve reviews e apprezzamenti eclatanti. The Winstons sono dediti al culto dell'anarchia ancestrale (così dicono loro).
È anche l'anno del fortunatissimo disco di Daniele Silvestri con cui Dellera collabora in due occasioni musicali. 
Nel 2016 Dellera si trova ad essere in più volte in tutte le classifiche nazionali. Folfiri & Folfox degli Afterhours, The Winstons (album omonimo) e Acrobati di Daniele Silvestri sono ovunque nelle classifiche italiane.
Dellera rimane collaboratore, ispiratore e attivista del centro sperimentale di Teatro, Musica etc. Angelo Mai Altrove di Roma. 
Roberto Dellera ha una figlia di 3 anni e vive per ora a Milano.

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Gianluca De Rubertis nasce a Lecce nel 1976.
Nel 2001 fonda, assieme alla sorella Matilde, a Riccardo Schirinzi e Giancarlo Belgiorno, gli Studiodavoli, che vincono l’Arezzo Wave festival 2002 e nel 2003 firmano per Recordkicks con cui pubblicano “Megalopolis” (2004) e “Decibels for dummies” (2006), imponendosi sin da subito come band unica in Italia per suono, stile e riferimenti.
Nel 2006 De Rubertis si trasferisce a Milano e decide di collaborare con Alessandra Contini, con la quale fonda la band Il Genio. La scalata alla ribalta per questa nuova formazione è rapidissima: nel 2007 i due vengono contattati dalla storica etichetta Cramps e il primo album omonimo esce nel marzo del 2008. Contemporaneamente, grazie all'immagine ricercata del duo e all'enorme curiosità destata dal singolo "Pop porno", Il Genio si affaccia prepotentemente anche al mondo delle riviste di costume e di moda. A Settembre la band vince il premio Indie Music Like 2008 mentre il mese successivo la Universal Music Italia acquisisce l'album in licenza, preparando una nuova ristampa del disco che esce a Novembre. Anche il 2009 si presenta un anno ricchissimo di appuntamenti live, durante il quale si consolida l’interesse dei media, che confermano Il Genio come uno dei gruppi rivelazione degli ultimi anni. Terminato il tour, nel febbraio 2010 viene registrato il nuovo album “Vivere negli anni ‘X” che esce nel Giugno 2010. In Ottobre viene pubblicata la compilation “Romanzo Criminale - il CD", che vede la partecipazione de Il Genio con il brano “Roberta”. Nello stesso mese viene realizzato il video del secondo singolo, “Tahiti Tahiti”, che entra subito in rotazione su Radio Deejay e sulle principali televisioni musicali.
Nel frattempo l’artista lavora al suo disco solista “Autoritratti con oggetti”, che esce il 28 marzo 2012. In questo disco De Rubertis mostra al pubblico il lato più personale e cantautoriale di sé, con dodici tracce intense e densamente arrangiate. All'album collaborano tra gli altri Dellera, Rodrigo D'Erasmo ed Enrico Gabrielli. Le reazioni della critica di settore sono eccellenti e il disco viene molto bene accolto.
In un fitto tour De Rubertis porta in tutta Italia, tra il 2012 e il 2013, uno show elegante e pregno di significati testuali e musicali. Nel frattempo collabora alla realizzazione degli ultimi due album di Federico Fiumani, "Niente di serio" (2012) e "Preso dal vortice" (2013). Il 2013 è anche l'anno in cui, assieme ad Alessandra Contini, ritorna a scrivere nuove tracce per il terzo album de Il Genio che esce in dicembre con il titolo "Una voce poco fa", per l'indie label EgoMusic. Il nuovo album, rilasciato solo in formato digitale, contiene il cliccatissimo "Bar Cinesi". Il tour è fittissimo, e Il Genio si circonda per l'occasione di due nuovi musicisti, Alessandro Deidda (Le Vibrazioni) e Dario Ciffo (Afterhours, Lombroso). 
Nel maggio 2015 entra in contatto con MarteLabel, già etichetta di Dellera e Nobraino, sotto la cui egida giovedì 29 ottobre con il sostegno di “Puglia Sounds Record 2015” – REGIONE PUGLIA uscirà il suo secondo album da solista: "L'universo Elegante". Dodici canzoni per un pop sapiente e colto che si intreccia a parole argute, su di un tappeto musicale che giunge dritto al cuore dell'ascoltatore. Tra le featuring dell’album, Amanda Lear e Mauro Ermanno Giovanardi. La collaborazione con Amanda Lear va oltre la canzone “Mai più”, contenuta nel disco "L'universo Elegante", ripetendosi anche nel nuovo singolo di De Rubertis: “Prima del tuo cuore”, brano contenuto nella ristampa in vinile de "L'universo Elegante", pubblicato nel 2016 da MarteLabel.

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<![CDATA["Take Five, Jazz & Dintorni” del 5 Gennaio 2017]]>

In attesa delle puntate dedicate al tradizionale referendum consuntivo dell’annata appena conclusa indetto dalla rivista Musica Jazz, che partiranno dalla settimana prossima, una serata comunque ancora incentrata in larghissima misura sulle pubblicazioni piu’ recenti, volte a tenere sempre aggiornatissimi coloro i  quali usufruiscano di questo pluridecennale programma per esplorare il vasto mondo dell’attuale produzione della cosiddetta musica afroamericana, sin qui nota come Jazz che da non molto qualcuno ha cominciato a chiamare BAM (Black American Music). Uno sguardo un po piu’ attento al fenomeno Joey Alexander, il pianista tredicenne che stupisce per le sue doti, messo in virtuale e involontario confronto con un altro giovanissimo come Jacob Collier, due diversi “modi” di essere giovani musicisti… agli ascoltatori l’arduo compito di esprimere l’eventuale giudizio anche se chi vi scrive e parla ha gia’ espresso il suo in diretta. La prossima settimana appuntamento con gli italiani che si sono distinti nel primo referendum del 2017, gli amici Giovanni Guidi, Gianluca Petrella, Franco D’Andrea, la Lydian Sound Orchestra del vicentino Riccardo Brazzale, che sono i  “vincitori”, e molti altri. Buon ascolto.       

JPY

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Playlist:

01. Take Five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – Time Out (Columbia) – 1959
02. Live in Marciac/France – Wynton Marsalis 6et with Joey Alexander – 11.08.2015
03. Countdown (J. Alexander) – Joey Alexander – Countdown (Motema) – 2016
04. Time/Life (C. Bley) – Charlie Haden Liberation Music Orchestra - Time/Life, song for the whales and other beings (Impulse) – 2016
05. Aka Reggie (G. Cables) – George Cables – The George Cables songbook (Highnote) - 2016
06. Lover (Rodgers/Hammerstein) – Ken Peplowski – Live at Dizzy’s Club – 28.01.2016
07. Ornithology (O. Coleman) – Joshua Redman/Brad Mehldau – Nearness (Nonesuch) - 2016
08. Zulu (V. Hadzimanov Band) – Vasil Hadzimanov Band & D. Binney – Alive (Moonjune) - 2016
09. In my room (J. Collier/G. Hsher/B. Wilson) – Jacob Collier – In my room (Membran) – 2016
10. Threequel (K. Allen) – Kris Allen – Beloved – (Truth Revolution Rec) – 2016
11. Latin Genetics (O. Coleman) – Boris Kozlov – Conversation at the well (Criss Cross) – 2016
12. Take Five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – Time Out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[Phill Reynolds live]]>

Mercoledì 18 Gennaio 2017

Sherwood - vicolo pontecorvo, 1 Padova

riapertura Sherwood Open Live con

Phill Reynolds live

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Phill Reynolds, cantautore folk-blues che abbiamo avuto modo di apprezzare diverse volte allo Sherwood Festival.

Apriremo le porte alle 19.30 e per l'aperitivo vi proporremo spritz, birre artigianali CRAK Brewery, cicchetti e piatti sfiziosi.

Inizio concerto ore 21.30
Ingresso libero

Costo tessera 2017 : 2€

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- Non conoscete Phill Reynolds? Ve lo presentiamo noi!

Silva Cantele all’anagrafe, vicentino di nascita e formazione, Reynolds guarda fin dal debutto alla musica popolare a stelle e strisce. L’ispirazione gli arriva da colonne della musica folk come Woodrow Wilson “Woody” Guthrie e Bob Dylan.

Dopo più di duecento concerti da solista (Reynolds è anche musicista con i “Miss Chain & The Broken Heels”), tra Stati Uniti ed Europa, questo “one man band” continua a proporre il proprio linguaggio da “cantastorie errante” capace di raccogliere un pubblico in costante crescita. «Phill Reynolds – dice di sé il cantautore vicentino – è nato artisticamente alla fine del 2010, grazie al mio entusiasmo rinnovato per la chitarra acustica». Usciti due Ep, un disco registrato col telefono, un progetto come “Threelakes” e l’album “Love and Rage”.

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<![CDATA[ReadBabyRead_315_Sophia_13]]>

Con questo bellissimo progetto Claudio Tesser ci porta alla (ri)scoperta dei classici antichi e attuali della storia del pensiero filosofico in un lungo appassionante viaggio dove emergono concetti di valenza universale.

ReadBabyRead #315 del 5 gennaio 2017

Sophia e l’amore per la sapienza
Selezione di brani da opere della storia del pensiero filosofico
a cura di Claudio Tesser

Il Sutra del cuore
Il sermone del fuoco
Elargizione della grazia
Inno della creazione
Mandukya Upanishad
Isa Upanishad
Vangelo di Giovanni: Prologo; La testimonianza di Giovanni; Le nozze di Cana
Eraclito: Il divenire; L’anima umana e la sua profondità; L’unità e il contrasto degli opposti; Lògos, saggezza, ignoranza 
Plotino: Il bello
Solone: La giustizia e l’ordine della pólis
Vitruvio: Regole e simmetria in architettura
Esiodo: La nascita del cosmo
Parmenide: Il proemio del poema sulla natura; Gli attributi dell’essere
Platone: La lettera VII: Politica e filosofia; La teoria classica delle idee; L’allegoria della caverna
Rainer Maria Rilke: Il libro d’ore
Giorgio Colli: La follia è la fonte della sapienza

(13a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast 


Legge: Francesco Ventimiglia


Sophia e l’amore per la sapienza

Una volta, si dice, c’erano le Pizie e le Erinni, i saggi e i sapienti e gli oracoli, poi, il logos da misterioso e aleatorio è diventato accogliente di ragione e di linguaggi mentre gli dei cominciarono e nascondersi e poi a andarsene assieme ai loro ambasciatori e interpreti; qualcuno scomparve del tutto altri si rifugiarono in grotte sempre più profonde e inaccessibili, nelle nubi delle altissime vette, nei fiumi e nelle foreste misteriose, nei sotterranei  e nei silenziosi deserti.

Allora gli uomini si struggevano d’amore per la sapienza, lontana, allontanata e cantata dai poemi. Le menti migliori di ogni generazione si impegnarono nel corteggiamento portando doni e sistemi  e voli di ingegno, mazzi di fiori e castelli in aria. I secoli trascorrono lenti, tragici e generosi e uomini audaci di spirito e pensiero avvezzi alle lotte silenziose coi demoni  continuavano a mettersi nel grande gioco e accumulavano i mattoni per costruire archi e volte e torri vertiginose di quell’edificio multiforme che è la filosofia, il pensiero filosofico. 

Lungo tutti i tempi attuali, trascorsi o lontanissimi Sophia spesso ha fatto capolino accanto, dentro o sotto l’epopea gloriosa del pensiero e del linguaggio. L’uomo si è specchiato in vari specchi e pozzi e pozzanghere perfino nella mota dell’autocrazia  e della dittatura, l’uomo suo malgrado ha danzato, ha corso a perdifiato e si è rinchiuso in torri d’avorio e palazzi indecenti, l’uomo ha molto pensato, la sapienza si è molto nascosta pur essendo anche ovunque e rivelandosi ai cuori e ai cervelli che sapessero coglierla e accoglierla. 

Una volta si dice che veggenti e sapienti (veri) consigliassero i potenti (spesso ci rimettevano la vita come pure i primi filosofi che erano veri e propri guerrieri) e ora dove li mandiamo i potenti, che non hanno neppure orecchie, da chi? Una mezza idea ci sarebbe…

Così abbiamo pensato di dedicare un numero imprecisato di puntate e in modo non proprio ebdomadario a Sophia e Filosofia giusto per il gusto di ritrovare vecchie compagnie e tanti stimoli. Non abbiamo un piano preciso né una scaletta da anticiparvi; senz’altro cominceremo con gli antichi ma non è detto che non ritornino anche in seguito o che i contemporanei nel frattempo non facciano capolino anche perché il filo che seguiamo può essere un tenue richiamo personale, un po’ nascosto… 

Come apparirà dall’ascolto la filosofia strettamente detta è soprattutto un affaire occidentale mentre la sapienza scaturisce da ogni dove e in ogni luogo e in particolare quando prende le tinte del misticismo tende ad accomunarsi e divenire un tutto folgorante. Parafrasando la celebre frase del libro di Ermete Trismegisto “La tavola di smeraldo” (attribuito a un sapiente dell’antico Egitto ma in realtà frutto del pieno medioevo, ma si sa, l’antico ha sempre autorevolezza e appeal) “ciò che sta in alto sta anche in basso” potremmo dire che tutti gli uomini sono un solo uomo.

Buon ascolto

Claudio Tesser
Francesco Ventimiglia

P.S.: ci scusiamo per l’approssimazione delle pronunce antiche e straniere per le quali abbiamo adottato dei compromessi che ci sembravano accettabili.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Soto Zen SchoolHannya Shingyo
Tony ScottThe Murmuring Sound Of The Mountain Stream [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Tony ScottAfter The Snow The Fragrance [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Matana RobertsAll Is Written [Matana Roberts]
Matana RobertsThe Good Book Says [Matana Roberts]
Matana RobertsClothed to the Land, Worn by the Sea [Matana Roberts]
Matana RobertsAlways Say Your Name [Matana Roberts]
Matana RobertsNema, Nema, Nema [Matana Roberts]
OMAddis [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
OMPilgrimage [Al Cisneros, Chris Hakius]
OMHaqq al-Yaqin [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
John ColtraneIndia [John Coltrane]
John ColtraneAcknowledgement [John Coltrane]
Ras Michael & The Sons Of NegusRun Come Really [Ras Michael]
Jon HassellCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassell]
Brian EnoNeroli  [Brian Eno]
Pink FloydWish You Were Here [David Gilmour]
Kamasi WashingtonSeven Prayers [Kamasi Washington]
James BlakeTimeless [James Blake]
Brad MehldauParanoid Android [Radiohead]
RadioheadCodex [Radiohead]
RadioheadFeral [Radiohead]
David BowieBlackstar [David Bowie]
Charlemagne PalestineStrumming Music [Charlemagne Palestine]
Frank ZappaLittle Umbrellas [Frank Zappa]
Ella Fitzgerald & Louis ArmstrongSummertime [DuBose Heyward-Ira Gershwin-George Gershwin]
Chor Des Norddeutschen Rundfunks, Helmut FranzLux Aeterna [György Ligeti]
Gerd ZacherOrgan Study #1, "Harmonies" [György Ligeti]
Leonard CohenTreaty [Leonard Cohen]
Led ZeppelinDazed and confused [Jack Holmes]
Grateful DeadDark star [Hunter/Garcia]
Brad MehldauMoon river [Mercer/Mancini]
Thelonius MonkCrepuscule with Nellie [Thelonius Monk]
Thelonius Monk'Round Midnight [Thelonius Monk]
Thelonius MonkPannonica [Thelonius Monk]
Brad Mehldau, Someone to Watch Over Me [Ira Gershwin/George Gershwin]
Brad Mehldau & Renée FlemingYour First Word Was "Light" [Mehldau/Rilke]
The Jimi Hendrix ExperienceWodoo Chile [James Marshall Hendrix]
Kamasi WashingtonClaire de Lune [Claude Debussy]

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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni" del 22 dicembre 2016]]>

È consuetudine anche di questo programma cedere alla ritualità, spesso cantereccia, di questo periodo dell'anno segnato dalla serie quasi senza fine di festività cristiane. Certo, quella  ritualità  originariamente sacrale oggi si è trasformata, come sempre avviene, in occasione di commercio e profitto così, sia le canzoni scritte per essere usate nei riti che quelle scritte di recente per celebrare in qualche modo le feste, sono diventate terreno di riletture, reinterpretazioni e arrangiamenti che ogni artista o gruppo modula e veste con le caratteristiche del proprio genere o stile musicale (p.es. Paolo Fresu con un occhio alla sua Sardegna). Ovviamente a noi interessa la rilettura in chiave jazz o al massimo blues ma, invece di dedicare l'intera puntata a queste musiche, cosa già avvenuta qualche volta nel corso delle serie precedenti di questo programma, ormai quarantennale, ho deciso di alternare alcune di esse ad altri brani ma, sulla scorta della diffusa tradizione di canti e cori del momento, privilegiando, almeno nella prima parte, le voci, maschili e femminili.... poi, tornerò alle tradizioni di questo programma, con varie proposte di genere (in odore di Soul, Funky, Brasilian, Latin, African) e di tipo. Buon ascolto.           JPY

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Playlist:

01. Take Five (P. Desmond) - Dave Brubeck  4et - Time Out (Columbia) - 1959
02. Santa Claus is coming to town (H. Gillespie/F. Coots) - Jesper Bodilsen - Santa Claus is coming to town (U.I. Art rec) - 2016
03. Limehouse Blues (P. Braham) - Alexis Cole - A kiss in the dark (Chesky) - 2014
04. The Christmas Song (M. Torme/B. Wells) - Paolo Fresu 5et - Jazzy Christmas (Tuk Music) - 2015
05. Holding On (G.V. Lawrence/J.J. Napier/G. Porter) - Gregory Porter - Take me to the alley (Decca) - 2016
06. O Tannenbaum (E. Anschutz) - Vince Guaraldi Trio - A Charlie Brown Christmas (Fantasy) - 1965
07. Soul Eyes (M. Waldron) - Kandace Springs - Soul Eyes (Blue Note) - 2016
08. Soul Sister (W. Wolf) - Warren Wolf - Convergence (Mack Avenue) - 2016
09. Sweet Baby (M. Grey) - Macy Grey - Stripped (Chesky) - 2016
10. Corcovado (A.C.B. Jobim) - Steve Turre - Colours of the Masters (Smoke Sessions) - 2016
11. Consiencia (Badi Assad) - KreuschBros - Two Worlds One (GLM Rec) - 2015
12. Galapagos (R. Rosnes) - Renee Rosnes - Written in the Rocks (Smoke Sessions) - 2015
13. I'm a fool to want You (J. Herron/F. Sinatra/J. Wolf) - Terri Lyne  Carrington/Chaka Khan) - The mosaic project: Love and Soul (Concord) - 2015
14. We go on (P. Metheny) - Kin (Nonesuch) - 2015
15. Bilongo - Richard Bona - Heritage (Membran) - 2016
16. Tres palabras (P. Bernstein) - Peter Bernstein - Let loose (Smoke Sessions) - 2016
17. Take Five (P. Desmond) - Dave Brubeck  4et - Time Out (Columbia) - 1959

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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni" del 29 dicembre 2016]]>

Apertura dedicata alla musica di stagione, come nella precedente puntata, ma eseguita da un grande, uno dei più grandi interpreti attuali del scena jazz mondiale, Wynton Marsalis, anch' egli non raro frequentatore delle riletture natalizie. Stavolta però il brano è l'unico omaggio alla tradizione visto che poi ci lanciamo nell'ascolto di un vasto panorama di tutta la serie di opere discografiche recenti e recentissime, una sorta di riassunto, insieme alle precedenti due puntate, di quanto è stato realizzato nel 2016 in campo internazionale... non tutto, ovvio, ma tanto! Dai grandi nomi come John Scofield, Roswell Rudd, Henry Texier, Kenny Garrett , The Bad  Plus, fino al primo disco strumentale, e Jazz, di Paolo Conte, e ancora, una serie di donne protagoniste della nostra musica preferita:  francesi, italiane, cilene, cantanti ma anche strumentiste. Ovviamente, a questo punto, l'augurio non può che essere: un buon anno con buona musica a tutti. Buon ascolto.      JPY

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Playlist:
01. Take Five (P. Desmond) - Dave Brubeck  4et - Time Out (Columbia) - 1959
02. Santa Claus is coming to town (H. Gillespie/F. Coots) - Wynton Marsalis - Christmas Jazz Jam (Somerset) - 2009
03. Jolene (Dolly Parton) - John Scofield - Country for old men (Impulse) - 2016
04. Social Call (J. Hendricks/B. Qusim) - Roswell Rudd & Heather Masse - August Love Song (Red House) - 2016
05. Mediterraneo - Rosa Brunello Y Los Fermentos - Upright Tales (Cam) - 2016
06. Rhyme or Rhythm (J.I. Bloom) - Jane  Ira Bloom - Early Americans (Outline) - 2016
07. Course (C. Bertault) - Camille Bertault - En Vie (Sunnyside) - 2016
08. Vision of Billie's Blues (B. Holiday/C. Liuzzi) - Chiara Liuzzi - Floating... visions of Billie Holiday (Leo) - 2016
09. Earth Call (M. Grossmann) - Muriel Grossmann 4et - Earth tones (Dreamland) - 2016
10. Free Fall (M. Aldana) - Melissa Aldana - Free Fall (Wom music) - 2013
11. JFK Beagle (J. Hollenbeck) - The Claudia 5et - Super Petite (Cuneiform) - 2016
12. Squared (Malija) - Malija - The day I had everything - (Edition rec) - 2013
13. City Lights (J. Alexander) - Joey Alexander - Countdown (Motema) - 2016
14. Amazing Game (P. Conte) - Paolo Conte - Amazing Game (Decca) - 2016
15. Mic Mac (H. Texier) - Henry Texier - Sky Dancer (Label bleu) - 2016
16. Mandy (S. English/R. Kerr) - The bad plus - It's hard (Okeh) - 2016
17. Calypso Chant (K. Garrett) - Kenny Garrett - Do your dance (Mack Avenue) - 2016
18. Take Five (P. Desmond) - Dave Brubeck  4et - Time Out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[Il settimo compleanno di Electronicgirls]]>

Giovedì 05.01.2017

Spazio DIY c/o Spazio Aereo -Marghera (VE)

Electronicgirls 7° Birthday Party


Electronicgirls, netlabel veneziana dedicata alla sperimentazione elettronica, festeggia il suo settimo compleanno con tre mini live elettronici, tre dj-set e due performance.

Attraverso il nuovo format Spazio DIYSpazio Aereo propone un evento in sinergia con le più pulsanti proposte creative del territorio e punta i riflettori sulle etichette indipendenti, invitate a presentare il risultato delle loro ricerche sonore con showcase degli artisti in roster e ospiti d’eccezione. Protagonista del secondo appuntamento Electronicgirls, netlabel veneziana dedicata alla sperimentazione elettronica, giunta ormai a festeggiare il settimo anno di attività in una serata fra performance, live elettronici e dj-set.

Apertura porte ore 20:00 – Live performance dalle ore 20:30
Ingresso riservato ai soci ARCI
Contributo responsabile € 5

 

Nel corso della serata si esibiranno:

Laisse moi pas tomber

Performance ispirata a film horror a cura di Marianna Andrigo con le allieve della scuola Kairós Danza e Teatro – Associazione culturale di Venezia.

Live performance a cura di Andrigo / Aliprandi

Andrigo / Aliprandi collaborano dal 2009. Lei performer, lui artista: uniscono il loro interesse per il movimento, il suono, video, site specific, performance, installazioni. I loro lavori sono stati presentati in Italia e Tunisia, Grecia, Albania, Repubblica Ceca, Romania, Francia.

Then at one point – Frammenti da Francesca Woodman

Una finestra sul mondo di Francesca Woodman a cura di Alessandra Trevisan (voce) e Johann Merrich (elettronica).
Alessandra Trevisan: lyricist e sperimentatrice vocale da oltre un decennio, ufficio stampa 2.0 (Live Arts Cultures), è dottoranda in Italianistica all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Johann Merrich è cofondatrice di electronicgirls.org, autrice del volume “Le Pioniere della Musica Elettronica”, attiva nel campo della sperimentazione elettronica dal 2000.

Akedia Youth’s Arcadia. Polymnestos
Due inediti di Bertrand Rossa.

Diplomato in pianoforte al Conservatorio di Venezia, Bertrand Rossa compone musica elettronica dal 2010, esibendosi come solista e all’interno di ensemble di musica sperimentale votate alla ricerca. I suoi lavori sono stati rappresentati in Italia, Francia, Germania, Olanda, Bosnia, Croazia.

Untitled_VNZ (extract)
di e con Federico Dal Pozzo

Untitled_VNZ è un concerto acusmatico dedicato a Venezia e al suo suono formato da quattro movimenti continui e connessi che evolvono per un totale di 45 minuti.
Compositore e musicista veneziano ma torinese d’adozione, Federico Dal Pozzo si è formato tra Chillicothe, Ohio, e Corfu. Lavora come sound designer per diverse compagnie di teatro e danza in Italia, Francia, Belgio e Israele.

 

Dj-set

LECRI / electronicgirls

Un set dalle sonorità elettroniche ricercate e indipendenti che spazia dalla musica sperimentale alla techno.

Plasman 51/ 51beats

Plasman 51 ha pubblicato tre album da solista sulla 51beats tra il 2008 e il 2012, label di cui è tuttora membro attivo. Ha fatto parte del progetto live Cani Giganti tra il 2012 e il 2014 e del collettivo Fanciulli Goom nel 2015. Ha pubblicato recentemente un nuovo album, Endless Wave, su Stato Elettrico netlabel. Collezionista di vinili e maniaco dei sintetizzatori, come dj concentra la sua attenzione sulla synthwave, la kosmische musik e la sperimentazione elettronica.

Roberto Robidat/ 51Beats

Roberto Robidat è un ricercatore e fisico, intrappolato dai vinili dal 1991. Da quell’anno non abbandona più i giradischi, proponendo set potenti costruiti su miscele di techno percussiva e suoni acidi della vecchia scuola. Condivide negli anni la consolle con star internazionali (Wolfgang Flür -ex Kraftwerk, Adriano Canzian, Carola Pisaturo, Daniel Meteo, Marco Resmann…). Da sempre allergico ai canali più mainstream, fonda 51BEATS nel 2008. Durante la serata sarà inoltre presentata la pubblicazione on-line di 7 Deadly Sins, album collettivo frutto di una call e scaricabile gratuitamente dal sito dell’etichetta.

 

Electronicgirls è un’etichetta discografica indipendente dedicata alla sperimentazione elettronica con distribuzione web. Attenta ai problemi inerenti al diritto d’autore e consapevole dei nuovi canali di diffusione della cultura, ha scelto di rifiutare la tutela della Società Italiana degli Autori ed Editori e di licenziare le sue produzioni con Creative Commons: una posizione al limite tra provocazione e utopia che si pone in atteggiamento critico nei confronti dell’immobilismo del mercato discografico. Electronicgirls distribuisce gratuitamente al pubblico le sue opere realizzate in formato digitale. L’etichetta nasce a Venezia nel 2010 grazie all’incontro tra alcune compositrici di musica elettronica ed elettroacustica. L’attività prende avvio sotto forma di collettivo dedicato alla trasmissione della storia della musica elettronica al femminile, delle nuove proposte sonore e del concetto di una cultura tecnologica paritaria.

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<![CDATA[Spring Street Insomnia#13 - best of 2016]]>

Spring Street Insomnia ci presenta la playlist dei migliori dischi del 2016!

Buon ascolto!

David Bowie - Lazarus
Brian Eno - Fickle Sun (II) The Hour Is Thin
James Blake - Points
Andrew Weatherall - Thirteenth Night
Massive Attack & Azekel - Ritual Spirit
Andy Stott - New Romantic
Radiohead - Glass Eyes
ANOHNI - Obama
Julianna Barwick - Wist
Logan Takahashi - Low Frequency Wind
Matt Karmil - So
Pantha Du Prince - In an Open Space (feat. Queens)
Lucy - A Millennia Old Adversary
Kowton - Some Cats
Gatos Negros - Sriracha
Rival Consoles - Slow Song
SHXCXCHCXSH - SsSsSsSsSsSsSsSsSsSsSsSsSsSs
Roman Flugel - Planet Zorg
Shifted - Life Backwards
Biosphere - With Precious Benefits To Both
Christian Loffler - Lid
Helado Negro - Calienta
2814 - Lost in a Dream
Nicolas Jaar - No
Murcof x Vanessa Wagner - Avril 14th
Kyle Dixon & Michael Stein - A Kiss
Carla Dal Forno - Fast Moving Cars
Tulioxi - Final Run
Autarkic - I Am The Clone
MJ Guider - Surfacing First

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<![CDATA[ReadBabyRead_314_Sophia_12]]>

Con questo bellissimo progetto Claudio Tesser ci porta alla (ri)scoperta dei classici antichi e attuali della storia del pensiero filosofico in un lungo appassionante viaggio dove emergono concetti di valenza universale.

ReadBabyRead #314 del 29 dicembre 2016

Sophia e l’amore per la sapienza
Selezione di brani da opere della storia del pensiero filosofico
a cura di Claudio Tesser

Il Sutra del cuore
Il sermone del fuoco
Elargizione della grazia
Inno della creazione
Mandukya Upanishad
Isa Upanishad
Vangelo di Giovanni: Prologo; La testimonianza di Giovanni; Le nozze di Cana
Eraclito: Il divenire; L’anima umana e la sua profondità; L’unità e il contrasto degli opposti; Lògos, saggezza, ignoranza 
Plotino: Il bello
Solone: La giustizia e l’ordine della pólis
Vitruvio: Regole e simmetria in architettura
Esiodo: La nascita del cosmo
Parmenide: Il proemio del poema sulla natura; Gli attributi dell’essere
Platone: La lettera VII: Politica e filosofia; La teoria classica delle idee; L’allegoria della caverna
Rainer Maria Rilke: Il libro d’ore
Giorgio Colli: La follia è la fonte della sapienza

(12a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast 


Legge: Francesco Ventimiglia


Sophia e l’amore per la sapienza

Una volta, si dice, c’erano le Pizie e le Erinni, i saggi e i sapienti e gli oracoli, poi, il logos da misterioso e aleatorio è diventato accogliente di ragione e di linguaggi mentre gli dei cominciarono e nascondersi e poi a andarsene assieme ai loro ambasciatori e interpreti; qualcuno scomparve del tutto altri si rifugiarono in grotte sempre più profonde e inaccessibili, nelle nubi delle altissime vette, nei fiumi e nelle foreste misteriose, nei sotterranei  e nei silenziosi deserti.

Allora gli uomini si struggevano d’amore per la sapienza, lontana, allontanata e cantata dai poemi. Le menti migliori di ogni generazione si impegnarono nel corteggiamento portando doni e sistemi  e voli di ingegno, mazzi di fiori e castelli in aria. I secoli trascorrono lenti, tragici e generosi e uomini audaci di spirito e pensiero avvezzi alle lotte silenziose coi demoni  continuavano a mettersi nel grande gioco e accumulavano i mattoni per costruire archi e volte e torri vertiginose di quell’edificio multiforme che è la filosofia, il pensiero filosofico. 

Lungo tutti i tempi attuali, trascorsi o lontanissimi Sophia spesso ha fatto capolino accanto, dentro o sotto l’epopea gloriosa del pensiero e del linguaggio. L’uomo si è specchiato in vari specchi e pozzi e pozzanghere perfino nella mota dell’autocrazia  e della dittatura, l’uomo suo malgrado ha danzato, ha corso a perdifiato e si è rinchiuso in torri d’avorio e palazzi indecenti, l’uomo ha molto pensato, la sapienza si è molto nascosta pur essendo anche ovunque e rivelandosi ai cuori e ai cervelli che sapessero coglierla e accoglierla. 

Una volta si dice che veggenti e sapienti (veri) consigliassero i potenti (spesso ci rimettevano la vita come pure i primi filosofi che erano veri e propri guerrieri) e ora dove li mandiamo i potenti, che non hanno neppure orecchie, da chi? Una mezza idea ci sarebbe…

Così abbiamo pensato di dedicare un numero imprecisato di puntate e in modo non proprio ebdomadario a Sophia e Filosofia giusto per il gusto di ritrovare vecchie compagnie e tanti stimoli. Non abbiamo un piano preciso né una scaletta da anticiparvi; senz’altro cominceremo con gli antichi ma non è detto che non ritornino anche in seguito o che i contemporanei nel frattempo non facciano capolino anche perché il filo che seguiamo può essere un tenue richiamo personale, un po’ nascosto… 

Come apparirà dall’ascolto la filosofia strettamente detta è soprattutto un affaire occidentale mentre la sapienza scaturisce da ogni dove e in ogni luogo e in particolare quando prende le tinte del misticismo tende ad accomunarsi e divenire un tutto folgorante. Parafrasando la celebre frase del libro di Ermete Trismegisto “La tavola di smeraldo” (attribuito a un sapiente dell’antico Egitto ma in realtà frutto del pieno medioevo, ma si sa, l’antico ha sempre autorevolezza e appeal) “ciò che sta in alto sta anche in basso” potremmo dire che tutti gli uomini sono un solo uomo.

Buon ascolto

Claudio Tesser
Francesco Ventimiglia

P.S.: ci scusiamo per l’approssimazione delle pronunce antiche e straniere per le quali abbiamo adottato dei compromessi che ci sembravano accettabili.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Soto Zen SchoolHannya Shingyo
Tony ScottThe Murmuring Sound Of The Mountain Stream [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Tony ScottAfter The Snow The Fragrance [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Matana RobertsAll Is Written [Matana Roberts]
Matana RobertsThe Good Book Says [Matana Roberts]
Matana RobertsClothed to the Land, Worn by the Sea [Matana Roberts]
Matana RobertsAlways Say Your Name [Matana Roberts]
Matana RobertsNema, Nema, Nema [Matana Roberts]
OMAddis [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
OMPilgrimage [Al Cisneros, Chris Hakius]
OMHaqq al-Yaqin [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
John ColtraneIndia [John Coltrane]
John ColtraneAcknowledgement [John Coltrane]
Ras Michael & The Sons Of NegusRun Come Really [Ras Michael]
Jon HassellCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassell]
Brian EnoNeroli  [Brian Eno]
Pink FloydWish You Were Here [David Gilmour]
Kamasi WashingtonSeven Prayers [Kamasi Washington]
James BlakeTimeless [James Blake]
Brad MehldauParanoid Android [Radiohead]
RadioheadCodex [Radiohead]
RadioheadFeral [Radiohead]
David BowieBlackstar [David Bowie]
Charlemagne PalestineStrumming Music [Charlemagne Palestine]
Frank ZappaLittle Umbrellas [Frank Zappa]
Ella Fitzgerald & Louis ArmstrongSummertime [DuBose Heyward-Ira Gershwin-George Gershwin]
Chor Des Norddeutschen Rundfunks, Helmut FranzLux Aeterna [György Ligeti]
Gerd ZacherOrgan Study #1, "Harmonies" [György Ligeti]
Leonard CohenTreaty [Leonard Cohen]
Led ZeppelinDazed and confused [Jack Holmes]
Grateful DeadDark star [Hunter/Garcia]
Brad MehldauMoon river [Mercer/Mancini]
Thelonius MonkCrepuscule with Nellie [Thelonius Monk]
Thelonius Monk'Round Midnight [Thelonius Monk]
Thelonius MonkPannonica [Thelonius Monk]
Brad Mehldau, Someone to Watch Over Me [Ira Gershwin/George Gershwin]
Brad Mehldau & Renée FlemingYour First Word Was "Light" [Mehldau/Rilke]
The Jimi Hendrix ExperienceWodoo Chile [James Marshall Hendrix]
Kamasi WashingtonClaire de Lune [Claude Debussy]

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<![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]>

Usare il suono al pari di una matrice su cui allineare gli elementi che sviluppandosi andranno a comporre la formula algebrica capace di unire calcolo matematico e purezza visionaria, una costruzione virtuale che passa attraverso la musica trasformandosi in visione. Andiamo a conoscere Edisonnoside, uno di questi alchimisti abitanti dell'universo virtuale, li dove l'esperienza immersiva è regola.

 

First of all: spiegami il significato del tuo moniker, sempre ne abbia uno.

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<![CDATA[Diserzioni: Nel caos dell'inquietudine]]>

Calarsi a proprio agio

nel caos dell'inquietudine

perché è lì che scopri

la forma non definita

della bellezza del suono



Max Cooper: Order From Chaos

Soulsavers: Hal (wolfgang Voigt Mix)

Aether x Pensees – Nocturne

OGLΛK: Love Can't Be Defeated

Onhold: Lost Touch.

Om Unit: The Lake

Sister Grott: Videotape

Motorama: Deep

r.roo: again and again

Bohren & Der Club Of Gore: Maximum Black

Fogh Depot: Oscar

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<![CDATA[ReadBabyRead_313_Sophia_11]]>

Con questo bellissimo progetto Claudio Tesser ci porta alla (ri)scoperta dei classici antichi e attuali della storia del pensiero filosofico in un lungo appassionante viaggio dove emergono concetti di valenza universale.

ReadBabyRead #313 del 22 dicembre 2016

Sophia e l’amore per la sapienza
Selezione di brani da opere della storia del pensiero filosofico
a cura di Claudio Tesser

Il Sutra del cuore
Il sermone del fuoco
Elargizione della grazia
Inno della creazione
Mandukya Upanishad
Isa Upanishad
Vangelo di Giovanni: Prologo; La testimonianza di Giovanni; Le nozze di Cana
Eraclito: Il divenire; L’anima umana e la sua profondità; L’unità e il contrasto degli opposti; Lògos, saggezza, ignoranza 
Plotino: Il bello
Solone: La giustizia e l’ordine della pólis
Vitruvio: Regole e simmetria in architettura
Esiodo: La nascita del cosmo
Parmenide: Il proemio del poema sulla natura; Gli attributi dell’essere
Platone: La lettera VII: Politica e filosofia; La teoria classica delle idee; L’allegoria della caverna
Rainer Maria Rilke: Il libro d’ore
Giorgio Colli: La follia è la fonte della sapienza

(11a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast 


Legge: Francesco Ventimiglia

« κοινός τε μν εμι, ν ποτέ τι πρς λλήλους δεηθέντες φιλίας γαθόν τι ποιεν βουληθτε· κακ δ ως ν πιθυμτε, λλους παρακαλετε. »

 « Sarò di certo con voi se, provando bisogno di reciproca amicizia, cercherete di fare qualcosa di buono; ma finché siete a desiderare il male, chiamate in aiuto qualcun altro. »

(Platone, Lettera VII, 350 a.C.)

(…)
"Un tempo, nella mia giovinezza, ho provato ciò che tanti adolescenti provano: avevo progettato, dal giorno in cui avessi potuto disporre di me, di dedicarmi sùbito alla vita politica. (…) M’illusi - né c'è da stupirsi, giovane com'ero! -. M'immaginavo, infatti, che avrebbero governato la Città riconducendola dalle vie dell'ingiustizia su quelle della giustizia, e quindi attentamente consideravo quello che avrebbero fatto. Mi accorsi però che in breve tempo quegli uomini fecero sembrare oro il precedente regime politico. 
(…)
Vedendo ciò e vedendo quali uomini tenessero in mano la politica, quanto più consideravo le leggi ed i costumi, quanto più divenivo maturo, tanto più mi sembrò difficile amministrare onestamente gli affari dello Stato. (…) Le leggi scritte e la moralità si corrompevano e si dissolvevano in maniera talmente stupefacente, che io, un tempo tutto ardore e pronto a lavorare per il bene pubblico, osservando questa situazione e vedendo come tutto andasse in disfacimento, finii per rimanerne sbigottito. Non cessavo, no, di spiare i possibili segni di un miglioramento in questi avvenimenti e soprattutto se migliorasse la situazione del governo, ma per agire attendevo sempre il momento opportuno, finché alla fine compresi che tutti gli Stati attuali erano mal governati, per il fatto che la loro legislazione era quasi incurabile se non vi fosse stata una qualche miracolosa preparazione accompagnata da buona fortuna. Fui allora irresistibilmente portato a lodare la retta filosofia ed a proclamare che solo attraverso essa è possibile comprendere ove la giustizia sia nella vita pubblica e nella privata. Mai, dunque, per l'umano genere cesseranno i mali finché i puri ed autentici filosofi non arrivino al potere, o i capi degli Stati, per grazia divina, non si mettano a filosofare veramente.
(…)
Tale era il mio modo di pensare, quando per la prima volta venni in Italia e in Sicilia. Giunto, non mi piacque affatto quella cosiddetta vita felice che là si conduceva, sempre piena di italioti e siracusani festini, quel rimpinzarsi due volte al giorno, quel non andar mai, la notte, a letto soli, e tutto quel che segue ad un simile genere di vita; certo, perché sotto la volta del cielo non può nascere uomo che, contratte tali abitudini e così vivendo fino dalla fanciullezza, possa divenire uomo di senno - nessuno mai potrebbe avere tanto meravigliosa natura! -, o riuscire a vivere secondo temperanza.
(…)
E così non v'è Città che possa tranquillamente vivere sotto le proprie leggi, per buone ch'esse siano, qualora i cittadini credano quasi un loro dovere abbandonarsi a grandissime spese, non fare assolutamente nulla, se non banchettare, bere, e, se mai, affaticarsi con serietà nelle cose d'amore. Fatale, è, quindi, che simili Stati continuamente si trasformino in tirannidi, oligarchie, e che coloro che in essi hanno in mano il potere neppure vogliano sentire fare il nome di una forma di governo giusta e fondata su uguaglianza di diritti."


Sophia e l’amore per la sapienza

Una volta, si dice, c’erano le Pizie e le Erinni, i saggi e i sapienti e gli oracoli, poi, il logos da misterioso e aleatorio è diventato accogliente di ragione e di linguaggi mentre gli dei cominciarono e nascondersi e poi a andarsene assieme ai loro ambasciatori e interpreti; qualcuno scomparve del tutto altri si rifugiarono in grotte sempre più profonde e inaccessibili, nelle nubi delle altissime vette, nei fiumi e nelle foreste misteriose, nei sotterranei  e nei silenziosi deserti.

Allora gli uomini si struggevano d’amore per la sapienza, lontana, allontanata e cantata dai poemi. Le menti migliori di ogni generazione si impegnarono nel corteggiamento portando doni e sistemi  e voli di ingegno, mazzi di fiori e castelli in aria. I secoli trascorrono lenti, tragici e generosi e uomini audaci di spirito e pensiero avvezzi alle lotte silenziose coi demoni  continuavano a mettersi nel grande gioco e accumulavano i mattoni per costruire archi e volte e torri vertiginose di quell’edificio multiforme che è la filosofia, il pensiero filosofico. 

Lungo tutti i tempi attuali, trascorsi o lontanissimi Sophia spesso ha fatto capolino accanto, dentro o sotto l’epopea gloriosa del pensiero e del linguaggio. L’uomo si è specchiato in vari specchi e pozzi e pozzanghere perfino nella mota dell’autocrazia  e della dittatura, l’uomo suo malgrado ha danzato, ha corso a perdifiato e si è rinchiuso in torri d’avorio e palazzi indecenti, l’uomo ha molto pensato, la sapienza si è molto nascosta pur essendo anche ovunque e rivelandosi ai cuori e ai cervelli che sapessero coglierla e accoglierla. 

Una volta si dice che veggenti e sapienti (veri) consigliassero i potenti (spesso ci rimettevano la vita come pure i primi filosofi che erano veri e propri guerrieri) e ora dove li mandiamo i potenti, che non hanno neppure orecchie, da chi? Una mezza idea ci sarebbe…

Così abbiamo pensato di dedicare un numero imprecisato di puntate e in modo non proprio ebdomadario a Sophia e Filosofia giusto per il gusto di ritrovare vecchie compagnie e tanti stimoli. Non abbiamo un piano preciso né una scaletta da anticiparvi; senz’altro cominceremo con gli antichi ma non è detto che non ritornino anche in seguito o che i contemporanei nel frattempo non facciano capolino anche perché il filo che seguiamo può essere un tenue richiamo personale, un po’ nascosto… 

Come apparirà dall’ascolto la filosofia strettamente detta è soprattutto un affaire occidentale mentre la sapienza scaturisce da ogni dove e in ogni luogo e in particolare quando prende le tinte del misticismo tende ad accomunarsi e divenire un tutto folgorante. Parafrasando la celebre frase del libro di Ermete Trismegisto “La tavola di smeraldo” (attribuito a un sapiente dell’antico Egitto ma in realtà frutto del pieno medioevo, ma si sa, l’antico ha sempre autorevolezza e appeal) “ciò che sta in alto sta anche in basso” potremmo dire che tutti gli uomini sono un solo uomo.

Buon ascolto

Claudio Tesser
Francesco Ventimiglia

P.S.: ci scusiamo per l’approssimazione delle pronunce antiche e straniere per le quali abbiamo adottato dei compromessi che ci sembravano accettabili.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Soto Zen SchoolHannya Shingyo
Tony ScottThe Murmuring Sound Of The Mountain Stream [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Tony ScottAfter The Snow The Fragrance [Tony Scott/Shinichi Yuize]
Matana RobertsAll Is Written [Matana Roberts]
Matana RobertsThe Good Book Says [Matana Roberts]
Matana RobertsClothed to the Land, Worn by the Sea [Matana Roberts]
Matana RobertsAlways Say Your Name [Matana Roberts]
Matana RobertsNema, Nema, Nema [Matana Roberts]
OMAddis [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
OMPilgrimage [Al Cisneros, Chris Hakius]
OMHaqq al-Yaqin [Al Cisneros, Chris Hakius/Al Cisneros, Emil Amos]
John ColtraneIndia [John Coltrane]
John ColtraneAcknowledgement [John Coltrane]
Ras Michael & The Sons Of NegusRun Come Really [Ras Michael]
Jon HassellCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassell]
Brian EnoNeroli  [Brian Eno]
Pink FloydWish You Were Here [David Gilmour]
Kamasi WashingtonSeven Prayers [Kamasi Washington]
James BlakeTimeless [James Blake]
Brad MehldauParanoid Android [Radiohead]
RadioheadCodex [Radiohead]
RadioheadFeral [Radiohead]
David BowieBlackstar [David Bowie]
Charlemagne PalestineStrumming Music [Charlemagne Palestine]
Frank ZappaLittle Umbrellas [Frank Zappa]
Ella Fitzgerald & Louis ArmstrongSummertime [DuBose Heyward-Ira Gershwin-George Gershwin]
Chor Des Norddeutschen Rundfunks, Helmut FranzLux Aeterna [György Ligeti]
Gerd ZacherOrgan Study #1, "Harmonies" [György Ligeti]
Leonard CohenTreaty [Leonard Cohen]
Led Zeppelin, Dazed and confused [Jack Holmes]
Grateful Dead, Dark star [Hunter/Garcia]
Brad Mehldau, Moon river [Mercer/Mancini]
Thelonius Monk, Crepuscule with Nellie [Thelonius Monk]
Thelonius Monk, 'Round Midnight [Thelonius Monk]
Thelonius Monk, Pannonica [Thelonius Monk]
Brad Mehldau, Someone to Watch Over Me [Ira Gershwin/George Gershwin]
Brad Mehldau & Renée Fleming, Your First Word Was "Light" [Mehldau/Rilke]
The Jimi Hendrix Experience, Wodoo Chile [James Marshall Hendrix]
Kamasi Washington, Claire de Lune [Claude Debussy]

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<![CDATA[Spring Street Insomnia #12]]>

La puntata pre festività natalizie di Spring Street Insomnia non poteva che cominciare con Happy Mondays... e il resto è tutto da ascoltare!

1 - Happy Mondays - W.F.L.
2 - Incan Abraham - Concorde
3 - Grouper - Call Across Rooms
4 - Girls - Lust for Life
5 - Function - Counterpoint
6 - Forest Swords - Anneka's Battle
7 - Fatima - Talk
8 - El Deux & Martin Kraft - Mein Ding
9 - East India Youth - HEAVEN, HOW LONG
10 - Casino Versus Japan - It's Very Sunny
11 - Dirty Projectors - No More
12 - Deerhunter - Earthquake
13 - David Sylvian - The Scent Of Magnolia
14 - David August - Hommage feat. Wanja
15 - The Cure - A Night Like This
 

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