<![CDATA[LiveReporter | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/44/livereporter/articles/1 <![CDATA[Baustelle Live Report]]>

I.   Di un gruppo in perenne evoluzione

Gli annali dello Sherwood Festival ci restituiscono due date, 2008 e 2010, per ricordarci le due “calate” padovane del trio originario di Montepulciano (faremo finta che la prima storica, all’epoca della “Moda Del Lento”, in realtà non esista). Vennero portati in giro per l’Italia due dischi, “Amen” e “I Mistici Dell’Occidente”, fra di loro diversissimi per densità, caratura e strutturazione: il primo, mastodonte di cultura pop alta e bassa, di canzonetta e di ethio-jazz, di struggenti dagherrotipi ed anthem (ahimè) impossibili a rimodularsi; il secondo, decisamente più contenuto nel minutaggio, dal respiro eminentemente cinematografico, dal taglio melodico meno ricercato, decisamente meno riuscito. Due dischi, soprattutto “Amen”, con i quali i Baustelle si apprestavano a scrollarsi di dosso gli ultimi residui di quel situazionismo particolaristico “indie” sotto la cui ala erano nati, erano stati svezzati e da cui, in occasione del passaggio a major con l’ottimo “La Malavita” (2005), contavano di emanciparsi. Quale la ragione, a latere, di questa scelta? Difficile anteporre, a tutto, il desiderio di maggiore notorietà, che pure è arrivata, col suo carico di inevitabili effetti collaterali… Nella mente di Francesco Bianconi (e, in misura minore, di Rachele Bastreghi e di Claudio Brasini, vedremo il perché) è da sempre girato un meccanismo la cui sola presenza morfematica induce a storcere il naso: l’ambizione. L’ambizione di trasformare il gruppo cult del “Sussidiario” nel tutto-e-niente della “Moda Del Lento”, nei popolari poeti maudit de “La Malavita”, nei citazionisti sentimentali di “Amen” e nei retromani incalliti dei “Mistici”. Fino all’ultimo passo, quello decisivo, il coronamento di una vita spesa ad inseguire passioni, manie, fantasmi. Fantasmi, esattamente. Gli spettri del tempo e dei segni indelebili del suo passaggio, si potrebbe chiosare, ma il pantagruelico, sesto disco dei Baustelle è molto di meno e molto di più: uno zibaldone che raccoglie ricordi, amori, frammenti di giovinezza e sprazzi di maturità, l’attaccamento alla canzone italiana e al suo immaginario eminentemente onirico, gli archi e le chitarre, gli stornelli di borgata e la musica classica, il cinema e la letteratura. Un macigno di Sisifo, un volo di Icaro o, chissà, il determinante filo d’Arianna.

II.    Cinque anni dopo

Mi sono rifiutato di vedere i Baustelle dal vivo nel 2010 perché, lo confesso, troppo grande era stata la delusione dell’appassionato appena due anni prima. Ancora troppo impegnativo da rendere al meglio un disco elaborato come “Amen”, forse, per le capacità tecniche e la tenuta fisica di un gruppo da sempre recalcitrante nei confronti delle grandi platee. Fatto sta che, nonostante signori innesti come Nicola Manzan alle chitarre e Sergio Carnevale dietro le pelli, l’esordio dei Baustelle sul Main Stage dello Sherwood fu un significativo buco nell’acqua, tra stecche improvvise, svisate incontrollate, code raccolte in blob amorfi ed una scarsa interazione tra i vari membri aggiunti. Peggio, a quanto si poteva leggere in giro per il web in quei mesi, non certo un’isolata eccezione. Un peccato. Saliva ancor più la curiosità, allora, di rimettere alla prova le proprie perplessità, alla luce di un “Fantasma” dove il nucleo originario del gruppo veniva dilatato sino ad inglobare le peripezie strumentali di un’intera orchestra, quella di Varsavia. Come reggere l’impatto schiacciante di dover coniugare il proprio senso melodico, il proprio orizzonte con i destini di altre venti, trenta persone, di decine di strumenti differenti, di cori e sovraincisioni, di armonie complesse e di sfumature infinitesimali?
La si pensi come si vuole – snaturamento inaccettabile dell’”anima” del gruppo, esperimento riuscito a metà, prova di forza straordinaria ed atto di coraggio sublime –, ma “Fantasma” è un disco che richiede, ed assorbe, moltissima attenzione. Attenzione per come i brani (o, in senso esteticamente classico, i movimenti) sono legati tra di loro, in un continuo gioco di rimandi metartistici e metatestuali. Attenzione per come gli strumenti interagiscano tra di loro, in un quadro apparentemente statico che, in realtà, rivela un brulichio sotterraneo dotato di grande forza dinamica. Attenzione per come i nuclei melodici si nascondano, a tratti, dietro gli steroidi degli arrangiamenti, perdendo talvolta forza, ingigantendo altrove le prospettive. Attenzione, infine, per il recitar cantando, ciò di cui si predica, la cura estetizzante nella scelta delle parole e nella loro funzionale disposizione, nella disperazione che si apre a seguire pedissequamente l’evoluzione letteraria interna del disco, solo raramente mitigata da un senso di speranza che è, prima di tutto, sottile derisione, umorismo del declino, affezione al secolare gioco del contrasto.
I Baustelle del 2013, infine. Tutto un altro gruppo, con o senza orchestra. A Padova non va in scena il computissimo Enrico Gabrielli delle prime uscite, straordinario musicista proteiforme a dirigere, con piglio d’accademia, il riflesso delle proprie stesse orchestrazioni su di un ensemble, quello polacco, tanto prestigioso. Vi è invece la più classica delle formazioni allargate, tra selve di chitarre elettriche ed acustiche, tromba, sax, flicorno, organetto, flauto traverso, basso, batteria, tastiere e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, o quasi, sono seduti, immobili al centro di un palco persino troppo grande, in attesa religiosa che la musica scorra e si riveli da sé. Lo scarto, rispetto ai ricordi, è chiarissimo, evidente: lì c’era un gruppo timoroso della propria ombra e timorato del pubblico, qui un complesso senza macchia e senza paura, che in rigida immobilità affronta una platea inevitabilmente meno esigente – paradossale, se si pensa alla difficoltà concettuale maggiore su cui è stato imperniato “Fantasma”… – ma estremamente più numerosa, passionale.

III.    Le canzoni

La novità sostanziale è che non ci sono novità. Tra la riproduzione disco e la riproduzione live dello stesso oggetto, le differenze sono così minime da risultare impercettibili. Le alchimie tra i musicisti sembrano tarate su di una sola, tacita legge: fai quel che devi fare, e tutto andrà bene. Certo, tutto va bene perché in questa maniera – e, specialmente, con questo nuovo piglio – diventa davvero difficile sbagliare. Se l’assenza del corposo apparato d’archi viene esperita da sottili correzioni in corso d’opera e preziose registrazioni in sottofondo, tutto il resto è così fedele all’originale da sfiorare la calligrafia: in Fantasma (Titoli Di Testa) – che dell’Uccello dalle piume di cristallo è omaggio, e non pura imitazione – viene facile catapultarsi nella Roma in marcescenza dei primi misteri argentiani, laddove invece il recital de Il Futuro prima, il passo marziale con chorus angelico incorporato de Il Finale poi (accostamento voluto?) evocano epoche diverse, malinconie e dolori sparsi nel tempo, da qualche parte tra Se Telefonando e Il Cielo In Una Stanza. Francesco Bianconi è il motore naturale della macchina Baustelle, e non solo perché sia seduto esattamente al centro del proscenio, con Brasini alla sua destra e Rachele, accoccolata dietro un lucido pianoforte a coda nero, alla sua sinistra: per di lui passa la quasi integrità delle linee vocali – assai migliorate rispetto al passato, bisogna dirlo – ed il mood interpretativo dei brani. La lunga Diorama è uno spaccato cantautorale di grande potenza, che si propende in arzigogoli strumentali funzionali a decorare la passeggiata del protagonista nel “museo di storia naturale”: poco meno che impressionante Nessuno, episodio qualitativamente minore, i cui cori vengono riprodotti, con perfezione maniacale, da una Bastreghi che si merita l’ovazione riservatale. Viene suonata persino L’Orizzonte Degli Eventi, interamente strumentale, che ricrea tangibilmente una patina d’umore spettrale, ghost story priva di scheletro narrante che ondeggia, inquieta, tra vibrafoni e xilofoni, ricorsive volute di pianoforte ed apparati sfumati di fiati. A voler muovere una critica, vi è sicuramente da annotare la totale mancanza di guizzi, di sussulti, di sorprese, percepibile sin dal primissimo attacco, ma che inizia a farsi pesante col passare dei minuti. La piacevolezza regna sovrana, e questo è quanto. La maggioranza dimostra di sapersi accontentare.

IV.    Cosa rimane di noi…

Il punto di svolta del concerto è quando Bianconi, per l’inizio della seconda parte, riveste i panni del “ragazzo di periferia” (che non è più) e alza il sipario su Cristina, fenomenale saggio di bravura compositiva, parata bandistica che a metà s’avvita su sé stessa in un elegante trotto doo-wop. Rachele Bastreghi, non ci si stanca mai di sottolinearlo, è sempre più bella: di una bellezza ipnotica, non convenzionale, indifferente al passare degli anni. Eppure il suo ruolo, nell’economia di “Fantasma”, non è più quello di compositore alla pari, di alter ego gentile del compare maschile: oggi appare, e suona, più come comprimaria di lusso, come contorno alla portata principale, musicista dalle grandi doti inespresse. Tre sono i brani dell’ultimo concept dove si ha l’occasione di sentirla all’opera. Radioattività è un lento cullato su strenne di flauti, senza grande mordente: Monumentale è la vena romantico-decadente dei Baustelle, un organetto di Barbiana che intona l’amore anticonformista tra i “divani fondi come tombe” ed i versi strappati a Montale; ancora, La Natura è la melodia pop più bella del disco, ingentilita dallo svolazzare finale di archi e fiati a ricreare atmosfere mahleriane, ma i salti armonici e le difficoltà di stratificazione strutturale ne strozzano un po’ l’enorme potenziale. Decisamente meglio, tuttavia, quando la sua voce viene lasciata librarsi sopra ad episodi d’annata: splendido, ad esempio, l’inciso in solo – con un Brasini essenziale, westernato surf, il Lee Hazlewood tarantiniano di una moderna Nancy Sinatra – de L’Aeroplano, bellissima in questa versione nuda, e bello anche il call&response con Bianconi sulla classica Col Tempo del grande Leo Ferré, reso celebre dall’interpretazione di Patty Pravo.
Già, Claudio Brasini… l’altro grande assente dei “nuovi” Baustelle. Per quanto “Fantasma” sia un lavoro essenzialmente barocco, ai blocchi di partenza ci si sarebbe comunque attesa una rifinitura chitarristica più pronunciata. Il tocco del “terzo”, invece, è annacquato, a tratti inconsistente, pressoché insignificante nel marasma di nuovi colori strumentali. Non bastano lo sfarzo opulento – e un po’ kitsch, a veder bene – di Fantasma (Titoli Di Coda), o le ragnatele sotterranee della già citata La Natura, o gli strali funebri che scendono sull’esecuzione un po’ fiacca del singolo La Morte (Non Esiste Più), o ancora il riff inconfondibile de La Guerra È Finita, nel bis, che scatena l’orda dei fedelissimi ad abbandonare ogni cerimoniale per spingersi fin sotto il palco: pare proprio che il futuro del gruppo non passi per le chitarre, e nemmeno per quella digressione di cantautorato “colto” e di arpeggio liturgico che aveva contaminato alcune sezioni importanti del precedente “I Mistici Dell’Occidente”. Prova ne sia una versione irriconoscibile per sola voce e tromba, finanche paradossale, dell’anthem Charlie Fa Surf (trascurabile), meccanismi che avanzano senza ulteriori spinte elettriche (l’interessante Maya Colpisce Ancora, con Rachele ancora relegata ai cori, il gravoso peccato intellettualoide di Contà L’Inverni) ed una chiusura telefonata, con Andarsene Così, dove la propulsione si accende più per accostamenti sonori, che per reale fisicità.

Tutto sommato, può funzionare lo stesso. Ancora ben lontani dal dispensare alta e snobistica cultura, i Baustelle si fanno ampiamente perdonare per una parabola, evolutiva, decisamente refrattaria alla staticità. Se i giovani disillusi del “Sussidiario” sono morti e sepolti, nondimeno parrebbe ancora interessante assistere al disintegrarsi della cometa…

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Nonostante la pioggia e il freddo ancora pressoché invernali, venerdì sera il Teatro Geox era praticamente pieno per accogliere i Baustelle, che hanno fatto tappa a Padova per il tour di lancio del loro sesto album, Fantasma.

Il disco del ritorno sulle scene dopo tre anni di silenzio è sicuramente una tappa fondamentale del percorso artistico dei Baustelle: concept album imperniato sui concetti non proprio leggeri di tempo, morte e impermanenza e registrato a Montepulciano con un’orchestra sinfonica e ben due cori, esso porta a compimento il passaggio (già ampiamente annunciato dal precedente I mistici dell’Occidente) verso uno stile ispirato alle colonne sonore anni ’60, bohèmienne e cinematografico, con arrangiamenti sinfonici maestosi cuciti addosso ad ogni brano.

Per questo è quasi naturale che il tour di Fantasma abbia un respiro decisamente teatrale, e che ad accompagnare sul palco Francesco, Rachele e Claudio sia una big band di sette elementi.

Mentre prendo posto, il Geox risuona già del pezzo strumentale Titoli di testa, che apre il nuovo album. Senza dire una parola, Francesco e soci snocciolano quindi altri brani del disco, ovvero Futuro (a mio parere, forse la canzone più bella del disco), Nessuno e Il finale. Con Radioattività è il momento del primo brano cantato interamente da Rachele, che seduta al pianoforte è divina come sempre. Diorama, che parte con un arrangiamento quasi minimale e poi cresce in una coda sinfonica, e la strumentale L’orizzonte degli eventi chiudono la prima parte del concerto.

A questo punto, un barbuto Francesco si alza dallo sgabello e saluta il pubblico del Geox, dando inizio alla seconda parte del live, quella meno decisamente contemplativa, anche se il tema del tempo, intorno a cui è organizzato il tour, resta in primo piano: è così il turno di Cristina, Contà l’inverni e Monumentale, ispirata all’omonimo cimitero milanese e cantata ancora da Rachele. Con il primo singolo estratto da Fantasma, La morte (non esiste più), Maya colpisce ancora e Natura le tracce del nuovo album sono praticamente esaurite. I fan di lungo corso (si vedono parecchi volti maturi stasera al Geox, anche se non mancano i ragazzini: l’hype del disco è stato infatti notevole) si cominciano a chiedere quali brani del passato compaiano in scaletta, anche se le scorse date del tour non dovrebbero lasciare dubbi: difficilmente (e purtroppo, aggiungerei) si sentiranno brani del Sussidiario e della Moda del lento, i due primi dischi che hanno lanciato i Baustelle come cantori degli adolescenti di provincia maledetti e anacronistici, fra riformatorio e il mito di Alain Delon. Si comincia infatti con Aeroplano, tratto dall’album Amen del 2008, con cui Rachele conquista definitivamente il Geox, poi seguono una fantastica cover di Leo Ferrè (Col tempo), Il corvo Joe (La malavita, 2005) e Alfredo (ancora Amen), mentre la parossistica L’estinzione della razza umana ed i Titoli di coda di Fantasma chiudono il live.

Ma il saluto del gruppo, è chiaro, prelude ad un applauditissimo ritorno in scena: i bis sono Charlie fa surf, La guerra è finita e Andarsene così. Sotto il palco si balla, mentre il gruppo si congeda con un inchino, come a teatro. Sipario.

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<![CDATA[Sketch & Soda - Teatro Toniolo Mestre]]>

Mercoledi 6 marzo Teatro Toniolo di Mestre, la sala è gremita di gente impaziente di assistere ad uno spettacolo contenitore di quelli che sono gli sketch più divertenti e conosciuti del brillante duo comico romano. Per la regia di Claudio “Greg” Gregori e le musiche di Attilio Di Giovanni va in scena "Sketch & Soda".

E' con il loro più famoso cavallo di battaglia L'Audizione che danno il via a più di un' ora e mezza di spettacolo. Spettacolo che racchiude 7 gags, intervallate da piccoli stacchi musicali. Giocano sul palco interpretando vari personaggi protagonisti di surreali vignette, prive di filo conduttore, leggere ma allo stesso tempo pungenti come la risata che vogliono provocare.
E' Vania Della Bidia, giovane attrice da me sconosciuta  che prende il posto della più nota Virginia Raffaele, ad accompagnare Lillo e greg sul palco in Scene come quella del Treno o le innumerevoli scene al ristorante che parlano di un tema spesso fonte di grasse risate: quello del rapporto tra uomo e donna. Si susseguono poi il divertente ‘Disco boom’ ambientata in un negozio di dischi dove l’acquirente, per far capire al venditore quale disco sta cercando inizia a cantarne il motivo, fino all’intera esecuzione e altre divertenti "storielle".

Cio'che diverte di più me e il pubblico in sala non sono forse le varie "scenette", già note ai più, ma sicuramente la personalità e il carisma dei due comici (al secolo Claudio Gregori e Pasquale Petrolo).
La bellezza dello spettacolo è proprio il ritmo con cui si susseguono tante scene e l'opportunità di assistere in una sola sera e dal vivo a quello che normalmente vediamo o abbiamo già visto in televione o sentito alla radio.

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<![CDATA[Macbeth - Teatro Goldoni di Venezia]]>

Avete presente il disagio? Ve lo descrivo: ti presenti sobrio ad una festa alto-borghese con ore di ritardo, l'alcol è finito, gli invitati sono già ubriachi fradici, ridono tutti come idiote scimmie adolescenti e a te non resta altro che galleggiare tra l'imbarazzo e l'odio di classe. Tutti che strillano e non c'è nulla da strillare. Ecco, il Macbeth di Andrea De Rosa inizia così, in un frivolo festino per riccastri scemi, e l'ancestrale decadenza scozzese del testo originale non potrebbe essere aggiornata in modo migliore: nella prima mezz'ora vorresti vedere gli sguaiati protagonisti in scena tutti morti e coperti di sangue. E il bello è che sai benissimo che verrai accontentato.

Su un grande divano siedono tre curiosi ciccio-belli, tre bambole orrende che ricordano i giorni più atroci della tua infanzia, i pomeriggi di noia, i regali sbagliati, scusi signora credevo fosse una bambina, ma va là che si divertirà lo stesso, e adesso gioca con queste e non fare il viziato. Non appena entrano in scena Macbeth e la sua Lady, ebbri e insostenibili, i ciccio-belli si trasformano in adorabili epigoni di Chucky – La bambola assassina, snocciolando con voci metalliche le mefitiche profezie delle streghe shakespeariane.

Si comincia a (s)ragionare: il disagio-party si rivela essere la festa per la vittoria di Macbeth e Banquo e dalla stanza fumatori entrano tutti ilari Seyton, Malcolm, Macduff... La prima profezia delle nipotine di Chucky tosto si realizza: Macbeth è nominato barone di Cawdor, quindi di lì a poco anche il trono di Scozia sarà suo.
I sogni son desideri, ma i desideri realizzati sono gli incubi peggiori”, diceva Chiasmo da Rotterdam: passata la sbornia, il pover'uomo si trova così schiacciato dalla propria ambizione e dal disegno del Destino, dall'inconfessabile volontà di potere e dalla moglie più infernale del teatro moderno. L'assassinio di re Duncan inaugurerà la festa crudele del sangue e del rimorso.

Ora, io di sangue e crudeltà un po' me ne intendo, quindi per accontentarmi a questo punto devi alzare di molto l'asticella: diciamo che se non appendi feti grondanti di vernice rossa io non sono felice, se non mi rimbambisci con musica iper-violenta e luci epilettiche ti considero un chierichetto. Voglio il vomito e la paura. È chiedere troppo che Decadenza e Disagio rendano il disumano tangibile, disturbante, schizzante plasma? No, e infatti il buon regista mi asseconda in tutto e per tutto, mettendo in scena un parto orripilante che nemmeno in Brood - La covata malefica, e musiche e voci industriali degne di un album dei NIN. Macbeth e la Lady sprofondano nel più contemporaneo ed abissale degli incubi: quello della frenesia feroce, della megalomania del tiranno, dell'intima tenebra, malati di una fame insaziabile prima, e di una sazietà inconsolabile poi.

Non a caso parlo di fame e pance satolle: il dominatore assoluto della scena è ovviamente un Giuseppe Battiston ENORME, per stazza e per talento, che continua ad inseguire e perseguire in tutto e per tutto quel genio esasperato di Orson Welles (ricordiamo che lo ha interpretato nel 2010 in “Orson Welles Roast”, e che la trasposizione cinematografica più celebre e riuscita della tragedia shakespeariana è proprio del regista di Quarto Potere). Ma anche Frédérique Loliée è una meravigliosa Lady Macbeth, insopportabile e spietata come è giusto che sia, e il resto del cast ha il merito di non rovinare la piazza a questa coppia in stato di inquietante grazia.

Due ore di sogni che conducono uomini alla rovina, di Male in serata di Gala, ma soprattutto di idee e coraggio, finalmente. Nel circuito teatrale tradizionale difficile chiedere di più.

 

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<![CDATA[Il Geyseir di suono dei Sigur Ròs]]>

Descrivere un live dei Sigur Ròs, gruppo che si è creato un linguaggio tutto suo (la lingua vonlenska), con le parole è difficile, farlo nel classico modo parlando di tecnica o scaletta è inutile.

Perché è un  puro incantesimo sonoro vissuto disco dopo disco che si materializza davanti a te come un paesaggio da fiaba


Entrano sul palco e inizia la magia, ogni istante sarebbe da immortalare, per il colore che prende il set, per  il riflesso nascosto dal velo di nebbia artificiosamente creato, per l’impetuoso calore del Geyseir di suono che erutta ritmicamente e ogni volta ti toglie il fiato.

I Sigur Ròs sono un incanto, fatto di ghiaccio e fuoco, di folletti e spiriti che animano il suono, vero padrone che tutto irrora e riscalda.  L’attività vulcanica vince la gravità, t’ipnotizzano gli sbuffi sonori, ti abbandoni e ti immergi, e t'innalzi con loro.

Brividi ed emozioni si rincorrono mentre su quel velo si piroettano colori e immagini e quando cade il tempo e lo spazio sono stati annullati e qualcosa è cambiato irrevocabilmente.

La scaletta alterna classici ed inediti, ma poco importa.

Ascoltare i Sigur Ròs significa viaggiare dentro sé stessi, essere disposti a ripercorrere il sentiero interiore ancestrale che si nutre di contraddizioni, che vive di isolamento e incanto.

Il crescendo finale è un invito ad arrendersi alla vitalità del selvaggio sentire, svuotarsi della razionalità e perdersi nella mutevolezza continua.

L'orologio segna la fine del concerto dopo due ore esatte. Non è vero.

E' durato un’intera stagione sonora incantata.

La stagione dei Sigur Ròs

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<![CDATA[Splatterpink: intervista e live report]]>

Mentre i Litfiba cominiciano il loro tour di reunion nostalgica a Milano, dando così a Ghigo l'occasione di suonare pezzi wave degli anni '80 utilizzando più o meno la distorsione dei Pearl Jam, a un paio di centinaia di chilometri di distanza un gruppo molto, molto più incazzato, senza dir nulla a Simona Ventura riempie fino all'orlo il Locomotiv di Bologna per il suo rientro.

Gli Splatterpink sono quattro tizi davvero poco inclini al compromesso, sia esso sonoro o lessicale, che risorgono in formazione quasi originale dopo un'assenza decennale. Il locale è pieno ben prima dell'inizio del concerto, ad aprire la serata ci sono i Fuzz Orchestra, che scaldano un pubblico particolarmente incline a farsi scaldare. Questo primo live è potente quanto basta per impedire qualunque dialogo sino al parcheggio e, senza entrare nei dettagli, non c'è alcun dubbio sul fatto che siano un'apertura più che onorevole per chiunque debba seguirli. Personalmente approccio la serata forte di una robustissima ignoranza in materia di Jazzcore e soprattutto di Splatterpink, ma la sensazione è da subito buona, se non altro per il palpabile clima di attesa che mi circonda e per la qualità inusuale del gruppo spalla.

Gli Splatterpink salgono sul palco tra gli applausi e le grida senza farsi attendere, con l'aria di chi è contento ma non particolarmente stupito dalla situazione; nemmeno dal fatto che durante lo show si leverà dal pubblico più volte il coro "Va-sco Va-sco", apparentemente diretto al frontman Diego D’Agata, in una sorta di inspiegabile decontestualizzazione artistica collettiva/presa per il culo dello spettatore medio.
Quando il pubblico applaude e devi ancora suonare un po' hai già vinto; loro sembrano saperlo bene. E infatti vinceranno.

Partono senza troppi preamboli e con un ritmo frenetico scaricano un'ora e mezza (il tempo l'ho stimato adesso, un po' a caso) di decibel arroganti sulla sala, sfornando, fra le cose, tre inediti che fanno presagire un nuovo album in arrivo. La pista è teatro di scenette piuttosto divertenti, poiché deve fronteggiare un pogo di dimensioni ed entusiasmo decisamente preoccupanti, quantomeno per alcune ragazze che si sono guadagnate un posto un prima fila ma che non hanno fatto i conti con una quarantina di osti che giocano a proiettare persone in direzioni casuali.

Tanto entusiasmo non può che far bene al gruppo che per tutta la durata del concerto mantiene un suono granitico forte di dieci anni di arretrati. A prescindere dai gusti musicali non possono non stupire, quantomeno perché quello che eseguono sul palco ha l'aria di essere straordinariamente difficile. Gli inserti di sassofono e più in generale lo stile della band mi ricordano vagamente gli Zu (anche se per cronologia dovrebbe essere il contrario), con strutture delle canzoni più riconoscibili, un suono meno scuro, un atteggiamento decisamente più strafottente e, ovviamente, una voce in più ... quindi in buona sostanza non ci somigliano, ma non ho altri riferimenti nel genere.

Il concerto dura parecchio, ma ci vogliono comunque un paio di bis perché il pubblico si quieti e accetti di averne abbastanza, e in realtà anche gli Splatterpink non sembrano aver troppa intenzione di scendere dal palco dopo tutto questo tempo in cui ne son stati alla larga.

A fine serata sono contenti tutti, gestori, gruppo, recensori di Sherwood e folla festosa... ma questo successo ce lo potrà confermare con le sue parole il cantante/bassista Diego D’Agata aka “Il Simon Le Bon del terrorismo musicale” (da wikipedia…)

Intervista a Diego D'Agata
degli Splatterpink

Ciao Diego, allora, cosa ne pensi del vostro rientro? A occhio e croce è stata una serata grandiosa.

Direi che è andata anche oltre le aspettative.

Dal mio punto di vista te lo posso ampiamente confermare. Comunque, mi hai detto ho sentito che avete fatto tre inediti. Sono forieri di un nuovo album?

Non lo sappiamo ancora bene, di sicuro abbiamo visto che ci piace sempre comporre musica e che c’è sempre del materiale su cui lavorare; l’idea è concretizzare questa roba in sei pezzi e registrarli, per il resto siamo pessimi promotori di noi stessi, lo siamo sempre stati; possiamo solo dire che ci sembrerebbe stupido non investire in questa band, poi magari salta fuori che invece i pezzi fanno cagare e bòm, ognuno di nuovo per la sua. Dal vivo proponiamo una scaletta che abbraccia tutti e tre gli album, con una particolare predilezione per il primo. Siamo riusciti a ficcarci dentro due pezzi nuovi (tre se contiamo l’abbozzo del “fuori programma”, che cmq è a tutti gli effetti un brano nuovo), che come ti dicevo prima verranno a breve registrati

(Ndr: il fuori programma è stato quando il fonico ha impiegato … boh… un quarto d’ora? … per cambiare il microfono del Sax che non andava)

Durante il concerto c'era un acceso pogo che coinvolgeva mezza pista. Buona parte del pubblico in esso coinvolto probabilmente non poteva legalmente acquistare dell'alcool quando calcavate le scene negli anni'90. Questo vuol dire che avete lasciato un segno indelebile a cavallo di due secoli e due generazioni?

Quello che in parte ci ha spinto a riunirci è l’aver constatato che c’era ancora un cospicuo numero di persone che continuava a conoscere e a far girare questo nome, il web, e relativi feedback a riguardo ce l’hanno confermato. Per la questione del lasciare un segno boh, se è stato lasciato forse è dovuto al fatto che, faccia essa cagare o no, la nostra musica difficilmente può risultare datata, o perlomeno penso che possa essere contestualizzata anche nel decennio successivo, la gente ha continuato ad ascoltarla. Deriverà dal fatto che a me certa musica vecchia ha sempre fatto cagare e quindi tendo a trasmettere ai miei pezzi questa fobia di suonare, che so, come i Van Der Graaf Generator. O Frank Zappa.

Chiudo chiedendoti di una "variabile esogena": so che sei piuttosto impegnato anche sul fronte Testadeporcu e, stando a quanto dice il web, anche questa band nutre di un certo seguito. Continuerete o gli Splatterpink assorbiranno tutto?

Una cosa non esclude l’altra , anzi. I tdp sono un progetto al quale tengo molto, abbiamo pronto un lavoro nuovo, in marzo-aprile stampiamo e facciamo uno spezzatino-tour, nel senso che le date sono tutte sparpagliate.

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<![CDATA[Report - Ascanio Celestini - Discorsi alla Nazione]]>

Ragionar per metafore è un mestiere rivelatore. Si tratta di traslocare un significato da un significante ad un altro, diverso e parallelo, e come per incanto tutto diviene limpido come un laghetto senza fango, chiaro come un cielo sempre blu. È questa un'arte propria dei poeti e dei teatranti, di filosofi e narratori. Man mano che il senso originale si allontana della parola che abitava, pare inspiegabilmente avvicinarci ad una verità più antica e dimenticata. Ascanio Celestini, però, è un teatrante nel quale sarebbe comodo non imbattersi mai: tu credi di vedere, arriva lui, ti accende la luce e ti ritrovi nel buio più profondo e inconsolabile.

Discorsi alla nazione: studio per uno spettacolo presidenziale”, andato in scena lo scorso venerdì al Rivolta PVC di Marghera, è un allestimento in fieri, ossia ancora in lavorazione (uno studio, appunto), scrittura in scena, che fa sorridere di continuo lasciando però la bocca ingolfata di amarissimi lampascioni.

Lo spettacolo si articola in una successione di discorsi che vari tiranni pronunciano in libertà dal podio davanti ai loro sudditi/elettori. C'è il dittatore capitalista, quello razzista, il socialdemocratico e così via. Scopo del gioco: conquistare il consenso, utile non tanto a governare, che i tiranni governavano già prima e governeranno anche dopo, ma a celebrare l'irreversibilità della propria dittatura. E questo alternarsi di arringhe superbe pian piano prende la foggia di una picaresca avventura: quella del capitalismo alla conquista dei nostri culi addormentati. Il voto dei cittadini allora non è più un esercizio democratico, ma la busta paga del dominato, lo zucchero per addolcire l'inaccessibilità del potere. Tutto molto marxista.

Nelle trasfigurazioni di Celestini i tiranni non hanno neppure più bisogno di vestire i panni del politico, ma spadroneggiano sfacciatamente, irrisoriamente, ghignano e sfottono. Noi spettatori ridiamo e sprofondiamo, ci ripariamo sotto le scarpe dell'uomo con l'ombrello, la posizione ideale per non bagnarsi, ma anche per raccogliere briciole e mozziconi di cicca, e sporcarsi di merda quando il tiranno defeca. D'altronde la gravità è una forza di natura, mica la si può invertire.

Se una speranza rimane è quella del gramsciano ottimismo della volontà, ma un popolo satollo difficilmente interromperà lo spettacolo della tirannia per trovarsi rivoluzionato ed affamato. E così ogni reazione viene inglobata, diventa un vezzo del mondo padronale, una smorfia buffa, un wine bar benedetto dal Che là dove prima sorgeva un Centro Sociale Occupato.

Celestini può non anche non piacere, con la sua insistita cadenza retorica, schiavo com'è dell'anafora almeno quanto il sottoscritto lo è di ossimori ed endiadi, però ci restituisce fedelmente il punto di vista di una sinistra che sotto sotto disprezza la propria ideologia passata e ora si trova incapace di guardare al futuro.
Si conferma comunque un narratore sopraffino, capace di plasmare storie e immagini nelle nostre menti col solo uso dell'arte retorica e recitativa, addolcendoci con parole rassicuranti, spiazzandoci con paradossi, dilaniandoci con iperboli grottesche, così sinistramente familiari.

Lo spettacolo sarà completo solo in aprile, ma il messaggio appare già strutturato, crudele e maligno.

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<![CDATA[Massimo Zamboni in Spleen Artico-Emiliano]]>

La terra come denominatore comune, il viaggio come elemento di ricomposizione.

Questo Massimo Zamboni, coadiuvato alle musiche da Cristiano Roversi e ai video da Piergiorgio Casotti, ci presenta in "Spleen Artico-Emiliano".

Un lavoro allo stesso tempo visionario e concreto. Dove gli occhi dello spettatore si perdono lungo le carrellate artiche, per poi ritornare coscienti di fronte ai vivi colori di un Emilia appena martoriata dal terremoto.

Zamboni, in questo nuovo lavoro sembra voler mettere a nudo un proprio percorso, fatto non solo di musica e immagini, ma anche (e soprattutto) di parole.
Qui il pubblico gioca un ruolo fondamentale. Per comprendere infatti l'intera produzione post-cccp/csi, l'ascoltatore deve lasciare da parte i propri pregiudizi o aspettative date dai ricordi, per abbandonarsi con maturità ad un percorso intimo.

Lo spleen non è solo un disagio negativo, ma testimonia anche una sensibilità diversa che vuole esprimersi.



Guarda il video integrale dello spettacolo

Registrato al CSO Pedro - Venerdì 8 Febbraio 2013
dalla Sherwood WebTv



Massimo Zamboni | Piergiorgio Casotti
Spleen
Artico Emiliano

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<![CDATA[Leon Ware + Freestyle Records + HWT]]>

Pontecorvo studios (PD): questa settimana saremo in trasferta londinese per un paio di appuntamenti stratosferici.
Islington Assembly Hall (Londra), pomeriggio speciale dedicato all'uomo che si celava dietro numerosi successi planetari legati alla black music.
Stiamo parlando di Leon Ware cioè mister "I Want You" di Marvin Gaye oppure, in tempi più recenti, invisibile arrangiatore in "Urban Hang Suite" album d'esordio di Maxwell che ha ridefinito il (nu)soul.
In session con il line up degli Incognito(!), la band retro-soul del momento, gli Hannah Williams & The Tastemakers (HWT) e Linda Muriel con le Afro Symphony..noi ci saremo.
A seguire un report dell'evento ed un'intervista esclusiva con gli HWT..

Leon Ware + Incognito @ Islington
Incontreremo, poi, Greg Boraman della Freestyle Records, etichetta "cugina" della nostra Record Kicks, da un decennio impegnata a spargere il verbo della musica afro-americana in ogni sua emanazione.

E poi...sorpresa..occhio alla pagina di Soul revolution!
Per finire basta parole ma godetevi il mixtape-playlist della settimana, una miscela di spiritual jazz con ritmi cubani, elettronica, rare groove e tanto funk.

Tracklist

- The Greg Foat Group "For A Breath I Tarry" (Jazzman, 2013)
- Jessica Lauren Four "Vaya Con Dios" (Freestyle Records, 2012)
- Part-Time Heroes feat. Sarah Scott "Dancing In The Dark" (Wah Wah, 2012)
- Caroline Lacaze & Mocambo Electric Sound Orchestra "L'Etrange" (Mocambo, 2012)
- Barbara St.Claire "Teacherman" (Soul Spectrum, 2013)
- El Rego "Hessa" (Wax Poetic, 2011)
- The Soul Immigrants "The Ghetto (There's No Way Out)" (Dry Rooti, 2012)
- Nicole Willis & The Soul Investigators "My Four Leaf Clover" (Timmions, 2005)
- Hannah Williams & The Tastemakers "I'm A Good Woman" (RK, 2012)]]>
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<![CDATA[La torre d'avorio di Ronald Harwood]]>

Nella Germania nazista era moralmente lecito che un artista contrario al regime continuasse ad esercitare in patria, dando lustro alla propria perversa nazione?
O l'arte nei regimi totalitari non può che essere collaborazionista?
E perché lavo ogni volta questa mia unica camicia a novanta gradi e il colletto resta sempre opaco?

Oggi ho la soglia d'attenzione di un ragazzino a catechismo, però rimane il problema: perché devo sempre vestirmi in modo così sciatto? Vado pure a vedere Montalbano a teatro, ci sarà un esercito di madri pronte a giudicarmi e rimbrottarmi! Se mi urlassero “Sembri sei il figlio di nessuno” mia madre ne sarebbe dilaniata.

Ma torniamo in argomento: Montalbano, si diceva, cura la regia e interpreta “La torre d'avorio”, di Ronald Harwood, ai più noto come lo sceneggiatore de “Il Pianista” di Polanski.

1946, Berlino Ovest: Zingaretti esce dal suo ingombrante personaggio televisivo ed entra finalmente nei panni di uno sbirro che fa interrogatori. Qui, in piena denazificazione della Germania, mentre a Norimberga va in scena lo spettacolo della punizione, uno sbirro americano è incaricato di raccogliere prove e dichiarazioni sul direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler, orgoglio di tutti i tedeschi e vera stella internazionale dell'epoca al pari del nostro Paganini. La volontà degli Alleati di mettere sotto scacco... SPEGNI IL CELLULARE, CIALTRONA! La volontà degli alleati di... ANCORA?!?
Ecco, si alza: maledetta obesa dallo sguardo vacuo, fuori di qui! Sei la vergogna di tutta l'intelligentia mestrina! Shame on you!

Scusate, riprendiamo. Ora ci sono, ho occhi solo per lo spettacolo. Inizia l'interrogatorio, lo sbirro americano Arnold è ben diverso dallo sbirro Montalbano: è un uomo rozzo, ragiona per preconcetti, sciorina tutto tronfio tecniche di interrogatorio abbastanza ridicole. Il confronto è serrato... ANCORA?!? Uh, arrivano le maschere! Sei carne morta, cotechino impellicciato! Eccoli, chiedono al vigile del fuoco in sala, gliela indica, la prendono per un braccio e la portano fuori! Massacratela! Tu e la tua suoneria del menga!

Ficata 'sto spettacolo, mai visto scene del genere! Ma giriamo la testa e torniamo a guardare il palcoscenico. C'è una donna che urla tre minuti e poi scompare a godersi il suo giorno di paga, gli interrogativi morali si stratificano e innalzano mura sempre più alte per la Babilonia delle incomprensioni e dei punti di vista: “l'arte è libertà, l'arte è gioia e verità nei momenti bui” vs “l'arte qui c'entra poco, qui c'entrano i festini che lei si faceva in camerino grazie ai favori del regime, lei disprezzava Hitler ma mangiava dal suo piatto, ha pure dei figli illegittimi che dimostrano non ho ben capito cosa”.

Due ore e venti così, e tosto finisce lo spettacolo: tripudio per Zingaretti, la madri si voltano verso i figli per chiedere: “l'hai registrato? Dimmi che l'hai registrato”, ma i figli non ci sono, sono tutti a Marghera al concerto degli Asian Dub Foundation.

Io credo di essermi distratto un po' troppe volte per darvi un giudizio obiettivo, ma non credo sia esclusivamente colpa mia: l'argomento è un poco trito, gli attori sono statici, la scenografia alienante. Fuori dal teatro, sotto il diluvio, una carcassa grassa giace zuppa e pesta sul selciato di una via laterale, mentre la suoneria ancora trilla nel vuoto.

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<![CDATA[Occidente Solitario con Claudio Santamaria e Filippo Nigro]]>

E andiamo a vedere uno spettacolo con Claudio Santamaria, che almeno piace alle giovinotte che accorreranno in massa a teatro, così stasera non saremo gli unici a sentire lo spettacolo in una sala solitamente colma di clienti Amplifon®.

Occidente solitario ha una locandina intrigante, con tanto di coltello e fucile, sguardi gonfi di tensione, e l'autore è Martin McDonagh, pluripremiato autore inglese d'origine irlandese, regista per il cinema di un film dignitoso come In Bruges.
Si narra la storia di due fratelli ai ferri corti, tra ricatti e dispetti, e del prete che cerca di riconciliarli anche con l'ausilio di gesti estremi, che mai verrebbero perdonati dalla religione che ha sposato.

L'inizio è scoppiettante: quattro personaggi evidentemente affetti da Sindrome di Tourette vomitano addosso al pubblico un bellicoso stuolo di “cazzo”, “culo”, “puttana”, “troietta” e chi più ne ha più ne metta.
I clienti Amplifon® spengono l'Amplifon®, ché qui ci si gioca il Paradiso proprio in dirittura d'arrivo, i giovini apprezzano e ridono: questo testo sembra scritto dall'invidiatissimo bullo del secondo banco.

I protagonisti sono dunque due fratelli eternamente in zuffa, che se vivessero in America sarebbero definiti redneck (i bifolchi delle praterie che sequestrano e scuoiano giovani studenti borghesi negli horror anni '80), ma dal momento che la storia è ambientata in Irlanda chiameremo green-neck. Li interpretano Claudio Santamaria e Filippo Nigro che, per volere del regista Juan Diego Puerta Lopez, recitano come se fossero Chiquito & Paquito: lo sketch è bello finché dura poco e alla lunga (lo spettacolo sfora le due ore) smorzano tutta la tensione, che pure vorrebbe straripare da ogni gesto e da ogni parola.

Il problema della messinscena è essenzialmente questo: due cerebrolabili sottosviluppati non possono far esplodere la Crudeltà, almeno a parere di chi scrive, perché depotenziano di continuo tutte le situazioni e la distruzione latente, perché sono pur sempre Chiquito & Paquito in versione catastrofica, e nessuno si può identificare in Chiquito & Paquito, nessuno riflette su un delirio ridicolo. Non ci sono grandi metafore, o almeno non vengono percepite: tutto è parossistico quanto innocuo.

Ad accompagnare i due protagonisti, un prete gemebondo, alcolizzato e incapace (Massimo De Santis), e una ragazzina indomabile (Nicole Murgia) che la costumista ha vestito come la figlia ribelle di Massimo Boldi in un cinepanettone: chiodo, ciuffi colorati, chewing-gum in bocca e gonnellina scozzese.

Si ride, la gente muore fuori scena (gettandosi nel lago dalla parte sbagliata, tra l'altro), si sputa e si rutta, ma si spegne il cervello e non si fa male a nessuno. Musica elettronica tanto bella quanto inappropriata.

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<![CDATA[Una notte in Tunisia di Vitaliano Trevisan]]>

Vitaliano Trevisan, nell'immaginario di chi scrive, è il folgorante protagonista demoniaco del “Primo Amore” di Garrone, dove con il suo violento accento vicentino modella un ideale estetico perverso sul corpo sacrificale di Michela Cescon.
È anche l'autore del romanzo Una notte in Tunisia (Einaudi, 2011) da cui viene tratta l'omonima piéce andata in scena lo scorso weekend al Teatro Toniolo di Mestre, per la regia di Andrée Shammah.

Protagonista dello spettacolo è un reietto del teatro italiano, quell'Alessandro Haber condannato alla pubblica gogna dopo gli episodi ambigui della scorsa stagione, che interpreta il reietto per eccellenza della Prima Repubblica, Bettino Craxi, il corrotto corruttore della fede politica, il grande ingannatore, esiliato ad Hammamet per morire lontano dalle monetine degli italiani traditi.

Le premesse per una grande messinscena ci sono tutte.

Eppure Una notte in Tunisia non funziona, annoia, reclude in platea lo spettatore per un'ora e quaranta di infinite parole. Haber è sontuoso, Martino Duane nei panni del servo-ascoltatore Cecchin una spalla superba, Pia Lanciotti e Pietro Micci, pur non eccellendo (anzi!) non sono la prima causa del fallimento.

Ovunque leggo recensioni positive, poco ci manca che si gridi al miracolo, alla rinascita, alla nuova epifania. Ma sul testo di partenza grava il peso di una quantità opprimente di parole, di fogli, d'analisi, di letture, di scritture. Seduto alla sua scrivania, Craxi, per l'occasione ribattezzato signor X, pontifica. Pontifica. Pontifica.
Hammamet non è un luogo fisico, è un esilio metafisico, e lui è il dio morente di questo limbo che precede l'inferno. Di un dio Craxi non sentivamo il bisogno, non occorre dirlo. Ammalato lui, ammala di logorrea ogni orecchio presente in teatro.

Il contenuto è straordinariamente profondo, l'ossessione del politico di lasciare una traccia definitiva del proprio pensiero è nell'ordine delle cose di questo mondo, il metaforone sul cancro che, una volta estirpato, continua a far impazzire tutte le cellule che gli giravano intorno, accelerando la decadenza del corpo e della morale, è chiaro e illuminante. Ma tutta la messinscena è viziata di colpevole staticità, i protagonisti leggono le didascalie (la parola, la parola, il meta-teatro, che noia infinita!), i pensieri di Craxi inanellano sentenze di grande spessore intellettuale, la scenografia puzza giustamente di morte, ma allo spettatore non resta che combattere con le tentazioni della propria palpebra, e tanto amaro in bocca per l'occasione sprecata, per un teatro che invece di attirare nuovo pubblico, allontana il vecchio beandosi dei propri giochi sofisticati e stantii, della bella conversazione, dei complimenti dei critici ottuagenari, di un intellettualismo inattaccabile che nasconde in soffitta ogni fresca rivoluzione.

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<![CDATA[The Skatalites live Report]]>

Nonostante sia passato del tempo dalla formazione della band nei primi anni '60, oggi continuano a girare il mondo intero con una formazione che raccoglie gli strumentisti più apprezzati del genere, regalando uno spettacolo unico dalla prima all'ultima nota, unendo il pubblico in una frenetica ed euforica danza inarrestabile.

Quando si va a vedere un concerto di artisti storici come gli Skatalites si rimane sempre colpiti ed emozionati da chi troviamo sul palco.

Molti artisti della storia reggae internazionale, col passare degli anni ci lasciano piano piano e riuscire a godersi ancora un concerto del genere non ha prezzo.

12 euro o 15 euro di biglietto (in base se si è arrivati prima o dopo le 23.00) per seguire ben due ore di concerto degli Skatalites sono solo che ben riguadagnati.

Sabato 24 novembre al Centro Sociale Rivolta di Marghera (Ve) abbiamo avuto la storia, il seme del Reggae, passando dallo Ska, al RockSteady fino ai giorni d’oggi con Lester Sterling, Doreen Shaffer e tutta la band SKATALITES per festeggiare i 50 anni dell'indipendenza in Jamaica.

La serata si aprì con DJ GUSMA-T in consolle per scaldare le danze e lasciare il posto agli Skatalites.

Dopo le date estive, che li hanno visti protagonisti ad agosto tra Puglia e Lombardia, la band giamaicana ha confermato la propria presenza per due eventi, uno a Bologna il giorno precedente e uno questo Sabato 24 Novembre a Marghera.

Sul palco la band sfoggiò i loro pezzi migliori ma anche tracce famose di altri artisti come ovviamente Bob Marley.

A fine di questo splendido concerto durato ben due ore, la serata al Rivolta continuò nella seconda sala raccogliendo ancora la maggior parte di pubblico attirata dall’ottima selezione rigorosamente roots in vinile del nostro dj Tony (BomChilom) accompagnato da Sergio, la voce dei No Border e concludendosi successivamente con un cambio dj e di stile, passando così con Wildcat e spostando l’attenzione verso un genere più moderno.

AleFailla (Zion Train Radio) per Sherwood Live Report

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<![CDATA[Tito & Tarantula live report]]>

Tarantino Party!
Venerdì sera al New Age una serata dedicata al regista pulp per eccellenza: Quantin Tarantino. Pulp, Kill Bill, Iene e altri personaggi, si svuota un armadio alla ricerca di giacca e cravatta per entrare nei panni di Mr White o in quelle di Budd con un cappello da cowboy.

Ma il Tarantino party ha per protagonista soprattutto la musica di Tito & Tarantula di ritorno in questo nuovo tour 2012 in attesa del nuovo album.

Piacevole sorpresa l'opening act con la cover band di Treviso El Cuento de la Chica y la Tequila. Bravi, sinceri e con Stefano Silenzi particolarmente virtuoso alla chitarra.

Attirati da quel "After dark" di "Dal tramonto all'alba" (e da Salma Hayek) di fatto il loro successo più commerciale, New Age gremito.

Della formazione originale con Johnny 'Vatos' Hernandez, Nick Vincent, Peter Atanasoff e altri è rimasto solo Tito Larriva, vera spina dorsale del gruppo.

Southern rock & blues eccellente, fatto di strade deserte, ragni, serpenti e tequila, Tito porta a Roncade la sua colonna sonora: le hits scritte per i film "Machete", "Desperato", "Dal tramonto all'alba". Un filone musicale che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Pezzi celebri e meno estratti dai suoi 5 album: Angry Cockroaches, Strange Face of Love, Back to the House, Come Out Clean, in ordine sparso, tanto per citarne alcuni.

Non è di tante parole ma racconta aneddoti delle sue collaborazioni: "Johnny Depp? Molto basso", segnando con la mano la sua spalla. Noi invidiosi lo abbiamo sempre saputo ma lo ringraziamo lo stesso.

La nuova formazione forse pecca di estremo ringiovanimento, ragazzi polistrumentisti tra cui la figlia Lolita Lynne Carroll. Basso, chitarra e batteria alternativamente. E anche qui forse c'è un po d'invidia a vedere ventenni che suonano discretamente e girano tutto il mondo.

Alla fine tutti sul palco a gridare, più o meno in inglese, in una orgia finale collettiva, "Burning burning, in the flame". Ricompare perfino Silenzi che si prende di nuovo i meritati applausi suonando la chitarra di Tito. Bella serata.

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<![CDATA[The Pains of Being Pure At Heart live report]]>

Ennesimo prodotto del mitico Flood, i newyorkesi The Pains of Being Pure At Heart arrivano a Padova in occasione del loro breve tour italiano. Ambientazione a dire poco suggestiva per questa tappa nel capoluogo veneto. Ci troviamo in uno dei vecchi bastioni della città che sorgono lungo le mura che ne delimitano il centro storico. Un luogo che già di per sè crea un'atmosfera davvero speciale. Il concerto si svolge in uno degli spazi entro la fortificazione che fungeva da deposito per i cannoni. Oggi invece può capitare di assistere a delle performance teatrali o addirittura dei concerti. Come nel caso di The Pains of Being Pure At Heart, che suonano all'interno della rassegna organizzati da quelli del Looop Club

Circa trecento persone per assistere alla loro performance. Tra i presenti c'è chi li conosce bene, ma non sono la maggioranza. Si fanno sentire quando accompagnano il gruppo cantando sulle note di The Body, pezzo molto scaricato in rete secondo le solite statistiche, e soprattutto Contender che è il brano che li ha fatti conoscere e che apre il loro primo disco.

I cinque giovanissimi si danno un gran da fare, ma nonostante le tante date sostenute, sul palco davvero a suo agio ci sta solo Kip Berman, il frontman del gruppo.
Il sound non è affatto originale, ma si vede che i ragazzi hanno degli ottimi ascolti alle spalle. Si sentono spruzzate di Sonic Youth e di Cure come di tante altre band che hanno scritto le pagine più significative del panorama indipendente. Soprattutto inglesi, verrebbe da dire.

Suonano bene, non c'è che dire, anche se l'acustica non potrà mai essere perfetta avvolti come si è nella pietra dei bastioni. Ma il suono è accettabile, bisogna riconoscerlo. Dopo tutto, serviranno a qualcosa i fonici, oppure no?!?
Il pubblico sembra gradire infatti. E' vero, forse il loro sound non impressiona ma neppure delude. Non si è di fronte a dei “mostri” ma si vede che c'è talento e voglia di migliorarsi. Quindi, teniamoli d'occhio.

La serata è stata aperta dai Flowers, un trio inglese sicuramente ancora acerbo ma con delle buone intuizioni. Sul trio, non scommetterei ma, se tra qualche anno sentiremo parlare della loro cantante, non mi stupirei affatto.

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<![CDATA[Wilco Live Report]]>

Ci ho dormito su. Si perché gli ultimi report li ho sempre scritti di getto, rientrato a casa dopo il concerto. Invece questa volta ho deciso di lasciare decantare, almeno qualche ora. Una notte, insomma. E l’effetto non è poi così diverso. Affatto. Jeff Tweedy e soci non hanno tradito le attese, e quello di Padova, il primo dei tre concerti di Wilco nel “belpaese”, è stato un successo.
Non poteva che essere così, ma bisognava vedere le facce di quelli che uscivano dal Teatro Geox per capire.
Gioia e soddisfazione.

Due ore suonate alla grandissima.
In sette sul palco, allestito con una serie di lampade abatjour, come quelle che si vedono comunemente nelle camere da letto. Una soluzione che avevano già trovato anche i Blonde Redhead qualche anno fa. Per il resto luci calde, rosse e blu.

Tutto abbastanza essenziale, perché la protagonista assoluta è la musica. E che sound, infatti!

Puntualissimi aprono il set che sono le 21 e 30.
E partono alla grandissima con One Sunday Morning (song for Jane Smiley’s Boyfriend). Uno dei brani più belli dell’ultimo lavoro, The Whole Love.

Una decina di minuti in cui su un ripetuto riff di chitarra si innescano pianoforte e tastiere, con la batteria che sembra quasi non volere interferire. Un brano che fa capire quanto questi ragazzi di Chicago siano vogliosi di percorrere la loro strada liberamente, ma allo stesso tempo quanto abbiano imparato la lezione dei maestri del folk rock psichedelico americano.
Un brano nella migliore tradizione Yo La Tengo, per fare un esempio pratico.
I primi forse che hanno saputo creare trame infinite e allo stesso coniugare la capacità di creare perfetti brani pop (non è un’offesa.) da tre minuti. In particolare questo brano dove ci sono tutti quelli elementi che rendono speciale una canzone. Il testo, che descrive il rapporto padre figlio. Un brano dove c’è tutta la difficoltà del farsi capire tra uomini di diverse epoche. Un brano toccante ed emozionante, dove si capisce davvero che insieme a loro, ai Wilco, siamo cresciuti anche noi pubblico che ci emozioniamo carpendone anche le sfumature.

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Siamo tutti a sedere, ma durerà poco.
Il tempo che finiscano di eseguire Art, terzo brano della serata, e la gente è tutta in piedi.
L’atmosfera è bellissima davvero.
Il gruppo ci da dentro di brutto. Tra tastiere, organi, chitarre di tutte i generi, e una miriade di strumenti che appaiono e scompaiono per il tempo di una canzone.

Quando arriva il momento di At least that’s what you said la maggior parte dei presenti la riconosce dalle prime note. Parte quasi lo-fi (come sembra antico questo termine) come l’inizio del concerto. Ma poi è un esplodere di chitarre.
Quante canzoni d’amore sono state scritte? Ma solo alcune riescono a descriverne davvero certi momenti in modo efficace e non scontato. Il testo si consuma subito, è essenziale e crudo. E’ di una separazione che si parla. E le chitarre che appunto prendono il sopravvento su tutto, sono addolcite da un malinconico organo cheimpreziosisce ogni attimo. Uno dei momenti più belli della serata. Il pubblico gradisce eccome.

Si diceva dell’organo. Già, perché durante l’esecuzione della mitica Impossible Germany, quella in cui assoluto mattatore è Nels Cline, chitarrista sopraffino che da vita all’esecuzione di uno dei pezzi più attesi da tutti , l’organo va in panne. Lui ci ha provato a stare al passo di Cline, ma questo correva troppo veloce

E’ il momento di Theologians e Jesus etc., due brani che a suo tempo fecero parlare di se anche per i testi che non tutti videro di buon occhio. I bacchettoni.

Cline e Tweed non solo i soli a dare spettacolo. E’ vero che il primo tra ricami, slide e double guitar, da proprio l’idea di prendere le cose tremendamente sul serio. Ma una notazione di merito va anche a Glenn Kotche, un batterista che non sbaglia un colpo, e che si concede anche al pubblico.
Più timidi ma tremendamente abili ai loro strumenti, Jorgesen e Sansone, che danno prova di sentirsi a proprio agio sia con gli strumenti a corda che con tastiere e piano.

Una band completa, generosa, che per due ore piene ha regalato una serata di grandissima musica. Nel senso più alto del termine.
Un finale esaltante che li spinge a uscire a offrire ulteriori bis. Se parte così il tour italiano, è un trionfo garantito.

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<![CDATA[Marta sui tubi live report]]>

Si avvicina alla fine il "Cromatica tour" con la data di Schio, penultimo concerto del tour che gli ha visti impegnati in più di cento date da Marzo. L'ultima data, il 10 Novembre al TPO di Bologna, sarà un evento speciale, dal nome 'La Notte delle Coincidenze', un'occasione unica per concludere questi sei mesi quasi ininterrotti di concerti.
Per il momento non si ha ancora nessun dettaglio sulla serata, si sa solo che tutto l'evento sarà ripreso da svariate telecamere, ma nulla di più.

Ma veniamo al concerto:
devo ammettere che mi ero fatto un'idea di come sarebbe stato, però lo spettacolo ha davvero superato le mi aspettative. Mi aspettavo la botta di suono che ogni tanto sfoderano anche negli album, ma non così violenta e ben calibrata: in alcuni momenti pestano davvero tanto, ma sempre in maniera misurata e controllata.

Suoni graffianti e batteria incalzante, seguiti da violoncello elettrico e pianoforte che creano un mix sconcertante per chi non li ha mai ascoltati. Poi vedere Carmelo scapocciare come un dannato è davvero uno spettacolo! Mi aspettavo anche la voce incrediblie di Giovanni, ma dal vivo è un'altra cosa: oltre ad essere una macchina, per la velocità con cui canta alcune strofe, interpreta in maniera stupenda i testi e coinvolge molto il pubblico, fa di tutto per scaldare l'atmosfera ("ora alzate la mano sinistra, chiudete gli occhi e, senza pensarci, toccate il culo di una persona vicina!") e si commuove al ricordo di Dalla e del lavoro fatto assieme.
Insomma, é stata davvero una piacevolissima sorpresa sentire l'energia che i 5 che erano sul palco del Palacampagnola sono riusciti a sprigionare, senza eccessi o patinature.

La scelta delle canzoni è ricaduta su tanti brani più vecchi, da Vecchi difetti a Dio come sta, passando per L'Abbandono, Post, Il giorno del mio compleanno (dedicata ai 34 anni di Carmelo), Cinestetica, La Spesa e Una Donna e la sua semplicità, canzone che, a detta loro hanno sempre eseguito pochissimo dal vivo, e che hanno voluto regalare al pubblico di Schio. La scaletta ha incluso anche Stitichezza Cronica, Muscoli e DeiTi mento, L'unica cosa, Licantropo e i brani estratti dall'ultimo album: Di Vino, Al Guinzaglio, Camerieri, Muratury, Cromatica e Coincidenze, con cui ci hanno chiuso il concerto.
Prima di scendere dal palco però, hanno voluto ringraziare il pubblico in maniera personale: intonando un "grazie Schio" a cappella, a mo' di canto gregoriano.

Alla fine ho avuto proprio l'impressione che siano riusciti a creare, con il pubblico, un'atmosfera calda e accogliente, tipo da amici che escono a bersi la birra al pub, per parlare del più e del meno, per confrontarsi con le loro vite, le avventure di tutti i giorni, le sfighe, le delusioni, le fortune, le storie con le ragazze.

Un concerto intimo, onesto, piacevole, divertente, commovente in alcuni momenti, gestito magistralmente da un gruppo che ha l'umiltà di creare attorno a sè un mondo che non è perfetto, proprio come quello in cui viviamo, ma ricco di colori, autoironia e poesia che lo rendono un piacevole limbo.

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<![CDATA[OM + Lucertulas live report]]>

Era da parecchio tempo che non andavo in chiesa. E diciamo che non mi mancavano certo preghiere e litanie, ma dopo il concerto dell'altra sera mi sono dovuto ricredere. Scemenze a parte, gli OM nascono per questo scopo: portare l'ascoltatore ad un livello trascendente della musica, e per fare ciò non serve molto: basso e batteria. In realtà il duo americano creatosi dalle ceneri degli Sleep ha ampliato il suo range strumentale e Advaitic songs e God is good, ultimo e penultimo lavoro di Al Cisneros e Emil Amos, ne sono l'esempio: archi, sitar, percussioni etniche e cori in sanscrito non si sprecano. Si crea così un'atmosfera da meditazione, sporcata dal basso distorto di Cisneros, che merita di essere considerata. Dal vivo poi sembra davvero di essere in un'enorme cattedrale psichedelica dello stoner rock, con la pacca del Rickenbacker sempre a spingere sulle costole. L'alchimia creata dai mantra strumentali è davvero coinvolgente e, anche se il concerto dura solo un'ora, l'esperienza è davvero appagante. Il duo, che nei live è accompagnato da Rob Lowe (Lichens) per potersi permettere accompagnamenti di archi e cori, è capace di trascinarci nella semplicità della loro musica in un viaggio oscuro, misterioso e mistico, carico di riferimenti religiosi, ma che non stonano per niente con suoni e ritmi pesanti. Per una volta posso ritenermi contento di essere andato in chiesa.

Gli OM sono stati preceduti sul piccolo palco del circolo arci di Conegliano dai Lucertulas, un gruppo noise-hardcore veneto che ha davvero stupito per aggressività e potenza. Tutto un altro mondo rispetto a quello che li seguirà sul palco, ma per questo in nessuna maniera inferiore. Un suono super distorto che trapana il cervello e che colpisce direttamente in faccia. Il pogo è inevitabile e i tre componenti sanno tenere molto bene a bada le bestie che si scatenano. Un mix di noise rock, hard core e punk che schizza violentemente nelle orecchie e che si fa ricordare. Da provare!

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<![CDATA[A Perfect day Festival - Domenica 2 Settembre - Live Report]]>

Sono le mura del Castello Scaligero di Villafranca (Vr) a fare da cornice all’”A Perfect Day Festival” che ha visto alternarsi sul palco, durante i tre giorni in cui si è svolto, davvero grandissimi nomi della scena indipendente internazionale.
Franz Ferdinand, Mogwai e Killers, tanto per fare dei nomi.
Non potendo assistere a tutte le tre le serate ho scelto quella di domenica, con gli islandesi Sigur Ros a farla da padroni.

Ma andiamo per ordine, perché il programma di questa serata non prevedeva solo loro, anche se è facile da intuire, la maggior parte della gente era qui principalmente per questo.

Al mio arrivo hanno appena finito di esibirsi Temper Trap di cui sento commenti positivi. Io invece sono molto curioso di assistere all’esibizione di dEUS.
La band di Tom Barman negli anni Novanta era una realtà davvero singolare. Di provenienza belga, proponevano un pop rock visionario e per i tempi assolutamente originale e innovativo. Non era il solo mescolarsi di generi ad attirare l’attenzione, ma il modo di proporle, il linguaggio e la solida sfrontatezza di chi non sa bene dove sta andando ma è contento così. Eliminati gli orpelli che facevano dei loro concerti delle vere e proprie imprese da portare a termine, si mostrano al pubblico di Verona nella loro veste più essenziale. A distanza di tanti anni fa un certo effetto ritrovarseli di fronte, anche perché sembrava che il loro percorso fosse arrivato a termine, e della line up originale, a parte Barman è rimasto ben poco. Va aggiunto poi che ciò che proponevano a inizi anni Novanta ha influenzato più band di quante se ne possano immaginare.
Il live è diretto e potente. Tutto molto essenziale, come dicevamo, e Tom Barman a farla da padrone. Memorabile l’esecuzione di “Quatre Mains” e “Fell Off The Floor, Man”. Attinge da tutto il repertorio, molto apprezzata dal pubblico anche l’esecuzione di “Instant Street” dall’album “The Ideal Crash” del 1999. Quello che avrebbe dovuto consacrarli al grande pubblico; fu al contrario un album che la critica non accolse bene, e questo si sa, condiziona non poco le fortune di questa o quella band. A quel tempo poi, determinava eccome.

Finale strepitoso non solo per l’esecuzione di "Suds & Soda" che ha raccolto grande entusiasmo, ma “Roses” non ce l’aspettavamo proprio. Applausi scroscianti.

Mezz’ora ed è tempo di Mark Lanegan Band.
Dimenticatevi il Lanegan introspettivo di “Field Songs”, o quello che collabora con i QOTSA. Meno che meno quello che duetta con Isobel Campbell. Qui è tutta un’altra cosa, la dimensione giusta per lui in questo momento. Un rock sempre più blue(s), un’atmosfera cupa ma allo stesso tempo potente e piena di energia. Ma che voce ha costui? Ti arriva dritta senza che ci si possa difendere in alcun modo. Un’ora secca di performance, suonata e cantata tutto di un fiato. Parte con “The Gravedigger’s Song”, “Sleep With Me e Hit the City”. Fantastica esecuzione di “Ode to sad disco”, la splendida cover di Mark Almond.
Finale che strappa applausi sempre più convinti con “Harborview Hospital” e “Methamphetamine Blues”, due cavalcate che ancora di più chiariscono perché è tanto amato, il nostro.

Sono le 22 e 15, forse qualcosa di più, e comincia il set più atteso, in una serata che fino a questo momento è già di per sé memorabile. Ma quando attaccano con “I Gaer“  è tutta un’altra musica.
Le atmosfere sono inconfondibili, le esecuzioni sono molto fedeli a quelle dei loro dischi, poco spazio per le improvvisazioni. E’ una musica che riempie, quella dei Sigur Ros.

Una band che ha saputo inventarsi un genere valorizzando le proprie caratteristiche. Era il 2000 che usciva “Aegatis Byron” e già da un primo ascolto si era intuito che si era di fronte a qualcosa di davvero unico. Noi che lo si trasmetteva per radio percepivamo e coglievamo lo stupore degli ascoltatori che poi cercavano in tutti i modi per saperne di più su di loro. Sono passati dieci anni e sono una delle realtà più solide del panorama continentale. Il loro live è davvero un’esperienza da vivere appieno. Si “lavorano” il pubblico offrendo loro i brani più rappresentativi della loro discografia, e lasciando i pezzi più ostici e più recenti per il gran finale. L’esatto contrario di ciò che si fa di solito. Li trascinano dalla loro parte per poi portarli ancora più in la, a esplorare territori sempre più lontani. Archi e fiati non sono un corpo estraneo, e questi manipolatori di suoni, sembrano quasi sfidare le loro chitarre, tirate quanto le corde vocali di Jonsi, che si dimostra avere un talento eccezionale.
Olsen Olsen” e “Festival” accolte da uno scrosciare di applausi da parte di un pubblico davvero estasiato, attento, emozionato.

Se si può muovere una critica, certamente ci si aspettava di più dalla parte visual, ma poi in fondo, a pensarci su, a cosa serve un’immagine con tutta questa musica?

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<![CDATA[Foo Fighters, live @ Villa Manin, Codroipo, Udine]]>

Ok, sono loro. A 10 minuti da casa mia. 
I Padri putativi di molte delle velleità della generazione 80, rediviva e supersiste dai vari scazzi post laurea, post adolescenziali, post punk, post rock, post annizero, post su fb e così via. I FOO FIGHTERS.

Se hai più di vent'anni e meno di quaranta, e hai provato a suonare musica rock con gli amici in cameretta, nei garage, o alle feste senza riuscire a limonare per giunta, devi esser passato dalle tablature dei Nirvana a quelle dei Foo Fighters.
Trattasi di un rituale generazionale, tipo l'esame delle medie.

Ma partiamo con ordine.
Cornice più che suggestiva, Villa Manin, vila veneta in cui ci è passato pure Napoleone. Moltissima gente, sciamano accenti da tutte le parti d'Italia, laziali e toscani subito riconoscibili ma non solo. Inglesi, tedeschi, lingue dell'est.

Il palco poi risalta per la particolare struttura. Al colpo d'occhio, ricorda il monolite nero, di 2001 Odissea Nello Spazio.

Ok l'onere e l'onore di scaldare i primi animi spetta ai Gaslight Anathem, punk rockers dal New Jersey, molto tatuati, molta attitude.
La loro confusione gioiosa/ribelle 'miladodici, mescola momenti di Punk 77 a ballatone furbette come la loro "45" tratta dal loro ultimo disco Handwritten, carica di richiami a certi giorni verdi. Un po' acerbi forse, ma sicuramente emozionatissimi, per dover suonare prima dichivoibensapete.

Passaggio di testimone a Bob Mould, voce che fu degli Husker Du. In grandissima forma, sembra rinato, o forse è un sosia. Dai, non mi dilungo, tutti sanno chi sono gli H.Du. E in caso uscite da questo report, e fate lavorare youtube.  Il momento più bello per lui, arriverà dopo.

N.B. Tabelle di marcia rispettate al minuto, quasi in anticipo sui tempi. Suonate, uscite, cambio palco e via; cosa non proprio diffusa, segno del gran lavoro organizzativo e tecnico dietro a quest'evento. 21.15 si era detto, 21-15 giunse il momento.

Chitarroni, luci abbassate. Taylor Hawkins nel suo biondo furore è il primo a salire sul palco, gli altri lo seguono alla spicciolata, finchè ovviamente giunge il buon David Eric. Nessun "Ciaaoh Ittalìa" da parte dei Foos, White Limo è il ben venuti. 
Palm Mute, All my life che così, senza avvisare è un colpo basso. È come iniziare una  serata partendo dall'hangover, e io ho ancora la birra e c'è pure caldo, e lo spread, e questi cazzo di anni zero,  e rischio di sporcare la tipa carina davanti a me, ed inizia Rope. Parte il tumulto, che deflagra poi con The Pretender.  

Ciao birra, ciao tipa, ciao a tutti. Se queste sono le premesse lanciamoci, "we'll never surrender". Never ever. 
Ussignur, piovono bombe; e My Hero

"Mandi Uddineeh" dice Dave. (traduco, per tutti: mandi è il saluto universale in dialetto friulano, significa contemporaneamente ciao e arrivederla esimio collega, NDR). Complimenti, dobbiamo venire più spesso, dice Dave. L'Italia è un posto fantastico, e noi vogliamo suonare il più a lungo possibile aggiunge. Detto, fatto (il concerto è durerà quasi 3 ore).
E da qui in poi, mi lancio, mi perdo fino alla prossima chiacchierata della band.
Generator, un paio di pezzi che non conosco, perchè salto ed urlo parole alla cazzo e non ho tempo per pensare al testo, Learn to Fly e il mood cambia virando verso le produzioni più "tranquille" della Band.

Pausa, e presentazione del gruppo in stile Grohl, ovvero dedica affettuosa ad personam ed assolo dell'interpellato. 

Due ore di live, serrate, intense, ad altissimo livello, e potrei dilungarmi in una miriade di descrizioni filo-hipster sull'etica del musicista, dell'eredità del grunge, del suo peso sociale, del fatto che per anni loro sono stati considerati (e da qualcuno tutt'ora) "la band di quello che suonava con i Nirvana" eccetera eccetera. O concludere tirandomela dicendo "be si bravini ma", invece no. Ancora adesso, fatico a credere a quanto ho visto.

La mia epifania è il perenne sorriso a 45 denti di Dave Grohl. Sorride anche quando dedica These Days, agli amici di un tempo che ci sono ancora e anche a quelli che non ci sono più. Nessuno fa nomi, nevermind abbiamo pensato tutti la stessa cosa.

Best of you, ci lascia prima dall'encore. Sfiorate le due ore e mezza di concerto, rientra solo Dave sullo stage. Ci amano tutti, e tantissimo, e si siamo un pubblico stupendo incastonato in una cornice fantastica. 
Intona tutto solo Times like these. Gioia, tripudio e gaudio. 
Il resto della band rientra sul palco, con Bob Mould al seguito, commosso dalla dedica speciale di mr. Grohl "my Hero, i've started to play music because of him".
Dear Rosemary registrata assieme a lui, conclusa con una jam blues, lunga, sinuosa, tutta atmosfere calde e fumose. Che nonosatnte qualche lamentela da parte forse, di una parte pubblico più mainstream, rappresenta il capolavoro nel capolavoro. 

È l'apice e la fine inevitabile. Ma è bellissimo. 
Brakdown di Tom Petty, che se non fosse stato per l'austriaco allampanato e col baffone a manubrio accanto a me non l'avrei mai capito.
Grazie, grazie e grazie ancora. Il nirvana balena  con l'ultimo pezzo, l'inno foo della mia generazione, Everlong.
Finisce inevitabilmente, ma in che spettacolare modo. Qualcuno dietro a me piange addirittura.

Quello che suonava con i Nirvana e che adesso ha un'altro gruppo saluta tutti e sorride di gusto. Ci ringrazia di essere venuti, ci chiede se torneremmo a sentirli. Anche se dovessimo aspettare un po' di tempo perchè "what the fuck guys, we'll have to come to play more often in Italy cause youre fucking awesome".

Ma certo, d'altronde ho aspettato tanto per vedervi, everlong, più o meno.

Marco Bidin

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<![CDATA[Daniele Malvisi e Danilo Rea @ Jazz By The Poll]]>

L'acqua ed il suono sono gli elementi che l'hotel Terme Preistoriche ha
voluto sposare per la rassegna Jazz by the Pool, giunta ormai alla sua
quarta edizione.
Nella splendida cornice del parco delle Terme Preistoriche, il jazz prende
forma ogni venerdi sera in un caleidoscopio di progetti rivolti sia
all'orecchio più attento che al pubblico a 360 gradi.
Dal bebop, alla canzone popolare rivisitata in chiave jazz, al soul, l'hotel
Terme Preistoriche offre ai suoi avventori una formula che coniuga il
benessere dell'acqua termale con una programmazione musicale di altissimo
livello, che vede in cartellone nomi come Danilo Rea, Barbara Casini, Joyce
Yuille e molti altri.
 
Il 3 agosto noi di Take Five Jazz e dintorni abbiamo incontrato Daniele
Malvisi e Danilo Rea, protagonisti del progetto "Jazz for Piece"; la loro
musica ha stregato una platea di oltre 200 persone per un tutto esaurito, in
un crescendo di attenzione e coinvolgimento che ha riportato alla nostra
memoria le situazioni che spesso si vivono in jazz festival storici, quali
Umbria jazz, Siena Jazz...
 
Complici il rumore in sottofondo dell'acqua, l'aperitivo al tramonto a bordo
piscina, un buffet comprendente ogni genere di prelibatezza di terra e di
mare,  il pubblico si è fatto coinvolgere fin da subito in quell'atmosfera
magica ed un po' retrò che il Jazz by the Pool evoca, essendo però al tempo
stesso promotore di giovani talenti e vivendo quindi il jazz in modo
assolutamente contemporaneo grazie al concorso organizzato in collaborazione con il Conservatorio di Amsterdam.
 
Danilo Rea e Daniele Malvisi ci raccontano in questa speciale puntata di
Take Five Jazz e Dintorni l'origine del progetto "Jazz For Peace", nel quale
ogni composizione originale, scritta ed arrangiata da Malvisi, è dedicata ad
un grande personaggio della storia;  i brani, dedicati a Madre Teresa,
M.L.King, Gandhi e altre figure importantissime per la pace nel mondo,
vivono di un'energia forte che si racconta nota dopo nota, che non rimane
imbrigliata nell'arrangiamento ma che al contrario trae da esso il suo
spunto per dipanarsi nell'abilità dell'improvisatore, il tutto in un
equilibrio molto spiccato nel quale la Musica è sempre al primo posto.
Abbiamo sentito i leader in grandi a-solo, cosi come accompagnare un pedale
per diversi minuti a favore di un climax da raggiungere senza
necessariamente mettere il proprio ego al primo posto.
Caratteristiche quindi speciali, di grandi professionisti che hanno creato
una serata indimenticabile agigungendo un altro mattone al solido edificio
che questo giovane festival sta costruendo anno dopo anno.

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<![CDATA[Elio e Le Storie Tese Live Report]]>

Chi può avere così tanto coraggio e faccia tosta da fare una cover di Baba O’Riley e poi farla passare per una canzone di un pasticcere che ha fatto male il suo lavoro? Solo gli Elii, che aprono il concerto di Mestre con una Babà Oribly cantata da Rocco Tanica. Eccoli finalmente sul mainstage: dopo il rinvio di due settimane fa, può cominciare il delirio progressive-metal-samba-comedy-core-gore-psycho rock del gruppo milanese.

Si parte con Burattino senza fichi, una delle tante storie di sofferenza e frustrazione che gli Elii sanno dipingere sapientemente con il loro gusto musicale e il talento poetico di Elio, aiutato questa sera da uno special guest di rilievo: un pollo di gomma che in alcuni momenti ha persino messo in ombra con il suo grande carisma l‘intera immagine della band.

Pollo ha un ruolo fondamentale anche in Gargaroz: i riferimenti e le citazioni delle performance del grande shredder romano Richard Benson e delle sue svisate infernali si sprecano. Il Pollo ci sa davvero fare.

Il momento in cui si fa sul serio però arriva presto: gli Elii sanno quando bisogna fare sul serio, e infatti affrontano un argomento che, a detta loro, sono stati i primi a portare alla luce del sole in Italia. Si parla di Omosessualità, iniziata con un blues e trasformata poi nella classica versione hard rock, a cui segue una breve parentesi in cui Rocco Tanica dimostra tutta la sua tolleranza e accoglienza per gli omosessuali. Ad Heavy samba succede un brano dedicato agli Area, che è un esperimento progressive pieno di cambi di tempo e campionamenti della voce di Demetrio Stratos.

Non mancano le frecciatine dirette ai politici e qualche parola spesa in difesa dell’informazione libera, soprattutto quella riguardante la pornografia di nicchia, a rischio censura da un sistema corrotto e ottuso. Ed è per rivendicare la liberta di poter usare il proprio corpo come si vuole,che gli Elii continuano con il brano che dà il nome al tour, Enlarge your penis: una canzone che è a dimostrazione di come questa band sia attenta ai giovani e ai loro problemi di spam e dimensioni insoddisfacenti.

C’è spazio anche per i proletari lombardi che combattono per un Abbecedario, o per avere un angolo di verde nella loro città (Parco Sempione), magari però senza i fricchettoni che rompono i maroni con i bonghi. Una delle canzoni preferite dagli ambientalisti urbani.

Elio è sempre capace di stupire il pubblico, ma questa volta ha voluto esagerare: Rock and Roll in versione acustica (o almeno l'inizio) sono cose che si vedono una volta nella vita, come il bosone di Higgs, o una reunion dei Jalisse

Momenti di nostalgia con la coppia vintage La bella canzone di una volta e Discomusic, che permette finalmente a Mangoni di poter indossare i suoi stivali in paillettes rosa, il sogno proibito di ogni fan.

La prima parte del concerto si conclude con La visione e la cavalcata chierico-dance Born to be Abramo, che è stata al centro di una grande bagarre giudiziaria dopo il plagio nel '78 da parte di Patrick Hernandez.

La fine del concerto (che purtroppo prevede solo due canzoni) comincia con un brano cantato in inglese dalla bravissima Paola Folli, che da qualche anno segue in tour Elio e il suo complesso (inteso come band, ma forse anche come problema).

Prima di concludere però, il maestro Pollo di Gomma dà prova un'altra volta della sua capacità vocale, improvvisando un assolo di voce sulle note di Smoke on the water: è l'elemento fondamentale della band, si parla già di una collaborazione prolungata.
Il concerto si chiude con l'immancabile Tapparella, il capolavoro degli Elii che rappresenta anni di aranciate amare, pomiciate mancate e odore da ascelle durante gli anni delle medie. L'inno agli ormoni insoddisfatti e di amicizie di cortesia, la colonna sonora dei traumi adolescenziali con il baffo.

Che dire poi della band: Nicola Riccardo Fasani (nome d'arte Faso) è come sempre una macchina da groove di quelle che manco all'Ikea o dai cinesi riesci a trovarne una simile; Cristian Meyer è preciso come un uovo di cioccolato svizzero; Cesareo è sempre Cesareo; Jantoman che come sempre racimola tonnellate di reggiseni e mutandine grazie al suo charme irresistibile; Rocco Tanica si dimostra un grande cultore della cultura culturale e delle culture di culti, è praticamente un'enciclopedia vivente che sa dare ai concerti il tocco di Piero Angela che manca; Elio interagisce bene col pubblico e le sue urla a caso, e per finire Mangoni: rapper, omosessuale, vittima del rock, impiegato sfruttato, disco-dancer, fricchettone, coso vestito di bianco con una scopa in mano... passa la maggior parte del suo tempo in gabbia, perché, a detta di Elio, è pericoloso e morde: probabilmente sotto effetto della droga che rende zombie. Un architetto dalle mille personalità, inquietanti e conturbanti allo stesso tempo, sempre disposto a sacrificarsi per la causa del rock and roll, un vero animale da palco... che va tenuto al guinzaglio.

Chi non è venuto, è un vitello dai piedi di balsa.

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<![CDATA[Olafur Arnalds & My Brightest Diamond live]]>

Alle 21 scoppia un temporale estivo e mentre gli organizzatori prontamente coprono la strumentazione sul palco, l’aria rinfresca e ci prepara per un’altra boccata di ossigeno sonoro per i nostri neuroni.
La pioggia dura poco più di 10 minuti e appena smette "Brown and the Leaves" apre la serata. E’ il progetto solista di Mattia Del Moro, nato e cresciuto a Tolmezzo, ai piedi delle Alpi Carniche.Per l’occasione è accompagnato da Riccardo Di Vinci (contrabbasso) e Lucia Violetta Gasti (violino) ci presenta un saggio di  pezzi che mi ricordano quell’anima senza impronte che è stato Nick Drake. Bravo.

Alle 22  è la volta della talentuosa My Brightest Diamond (Shara Worden) torna in Italia per presentare il nuovo “All Things Will Unwind”, Per sexto’nplugged My Brightest Diamond ripropone il concerto realizzato al Lincoln Center di New York avvalendosi della collaborazione di un ensemble acustico “locale” diretto, nell’occasione, dal Maestro Giorgio Tortora e da un giovane batterista.
Shara sprizza energia e diverte con il suo pop cameristico orchestrale, usando strani strumenti e accompagnando il suo live con travestimenti e gag molto particolari.

Ma devo ammetterlo, io sono qui per Ólafur Arnalds.

“se c’è una cosa che mi manca è la mancanza” cit.

…nel sovraccarico sonoro del nostro tempo, la sottrazione dal rumore di fondo, la sottrazione all’uso sconsiderato di hard disk pieni di mp3, la sottrazione all’accelerazione dei flussi sonori è  centrale per evitare la desensibilizzazione.
Da qui la ricerca del suono dove tutto si fa ral­len­ta­to, dove i no­stri sensi si di­la­ta­no, dove as­sa­po­rare ancora distacco dal reale. La  mo­dern-clas­si­cal è anche que­sto: Un ri­fu­gio si­cu­ro dove di­sten­der­si e la­sciar­si an­da­re, se­guen­do le scie più dolci nel marasma sonoro.
Musica senz’altro più adatta all’intimo della propria stanza che ad un live show. Il live richiede qualcosa di più al pubblico: una devozione a questo suono dove si presuppone un assoluto silenzio e una profonda attitudine introspettiva. Pochi musicisti riescono ad ottenere questo, uno di questi è senz’altro Ólafur Arnalds, giovanissimo artista ma già affermato proveniente dalla glaciale e lontana Islanda.
Grazie alla perfetta unione tra musica e location, quello si Sexto Unplugged è stato un live commovente, con splendidi e struggenti brani dai nomi impronunciabili che regalano ai presenti momenti di rara bellezza, intrisi di poesia e solitudine come paesaggi innevati, o per restare in loco come paesaggi boschivi della pianura friulana.
Tra un pezzo e l'altro il giovane Olafur abbandona le vesti dell'artista malinconico per tornare uno scanzonato ventenne che intrattiene il pubblico con aneddoti e sagace umorismo, creando un spiazzante contrasto con la malinconia delle sue composizioni.
Il concerto è la su­bli­ma­zio­ne del bello e molto altro: un pia­no­for­te-me­tro­no­mo che scan­di­sce i tempi un vio­li­no che  scal­da i no­stri cuori, un violoncello con­tem­pla­ti­vo creano un'atmosfera sospesa nel silenzio e sembra davvero di essere “altrove”.
Qualcuno durante l’esibizione ha lasciato il proprio posto a sedere, forse per l’ora tarda, forse per la mancata sintonia con un suono malinconico, a tratti triste e cupo,che richiede una simbiosi per sfociare in gioia dell’animo.
 L’ Islanda è la ter­ra di ar­ti­sti, inu­ti­le gi­rar­ci in­tor­no, af­fa­sci­nan­te ed evo­ca­ti­va e nel­l'ul­ti­mo pe­rio­do ha dato prova di essere capace di rivoluzioni non solo sonore, evitando l’austerity e  debito finanziario. Investire in cultura è servito e serve eccome!!!
 La musica di Olafur ( e molto Iceland sound) rappresenta il suono un paese che incanta, ma non si lascia incantare.

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<![CDATA[Soap&Skin e Apparat live]]>

Nell'ultimo album "The Devil's walk" Apparat si è avvalso della collaborazione di Soap&Skin (che canta, per lui, il brano "Goodbye"): da qui l'idea di farli esibire nella stessa sera, per un'esclusiva a Sexto'NPlugged.
Apparat è senz'altro uno dei produttori più richiesti e trendy del momento, molto cercato anche nei giri “artistici” che contano, forse è per questo che c'è il pienone di pubblico, in numero superiore rispetto alle sedie messe a disposizione e rispetto alle scorse edizioni.
Ma l
a location (la splendida Abbazia di Sesto al Reghena), il pubblico sempre attento e la giovanissima compositrice austriaca, Soap&Skin ovvero Anja Plaschg con la sua atmosfera in bilico tra elettronica, cantautorato barocco ed atmosfere dark , fanno subito dimenticare gli hype, le new tendencies, i future sounds of...

Alle ore 21,45 , non appena scende il buio, Anja sale sul palco dove ad aspettarla c'è il suo pianoforte e può avere inizio il suo incredibile concerto.

La timidezza di Anja non trattiene il tormento della sua anima e si scioglie nella carica impressionante sul pianoforte e nella sua voce inimitabile.

L'emozione è fortissima anche quando alla sua voce si accompagna quella della sorella e si alternano i pezzi tratti dai suoi due album: "Lovetune for Vacuum" e “Narow” eseguiti al pianoforte e accompagnati da basi controllate al laptop dalla stessa Anja.

Quando la sorella esce definitivamente dal palco, Anja lascia il pianoforte e scatena voce e corpo su basi che ricordano quel matrimonio tra umano e macchina, quel suono che ha dato il via a tutti i “suoni futuri” cioè l'industrial.

Momenti di pura estasi.
"Pale Blue Eyes" , dei Velvet Underground, è la cover che Anja decide di eseguire sul palco di Sesto al Reghena per chiudere il concerto.

E' impossibile restare impassibili a un così travolgente talento.

 

Alle 23,30 sale sul palco la Apparat band.

Apparat, come dicevo è produttore e dj molto trendy, ma l'ultimo album, il primo per Mute denota un nuovo stile ed un nuovo approccio, è lontano dalla techno e dalle estasi dance mentre trovano spazio le beatitudini dream-pop e l'ambient, un disco coraggioso che dal vivo si presenta in un liveshow completamente suonato nel senso più classico del termine.

Insomma i beat diventano beat-i e anche se ogni volta che questi accennano ai classici 4/4 techno si alzano urli di approvazione, vengono subito sopiti dal ritorno a sonorità più vicine ad in concerto shoegazing che ad uno techno-elettronico.

I brani sono principalmente tratti dall'ultimo disco ma anche dal precedente Walls del 2007 e i discreti beats elettronici si mescolano alla perfezione con il sound dei musicisti sul palco ed anche la voce dell’esile figura di Sacha Ring risulta perfetta per l'atmosfera creata.

Il suono urbano che ha fatto la fortuna della scena berlinese rivolge lo sguardo al naturalmente sognante e contemplativo suono islandese.

Gli orizzonti si allargano e sognare una metropolitana tra i vulcani innevati dell'Islanda è forse la migliore visione di futuro per la musica attuale.

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<![CDATA[Alanis Morissette Live @ Hydrogen Festival]]>

Lo scenario è quello della favolosa Piazzola Sul Brenta, sullo sfondo la fascinosa Villa Contarini; una location che già da sola crea il clima giusto per un concerto. Mai sazio di live raggiungo questo luogo incantevole solo in fondo per togliermi un dubbio. Dal Paese da dove arrivano due dei progetti musicali che hanno segnato maggiormente il mio percorso musicale, God Speed You Balck Emperor e Arcade Fire, l’artista di cui maggiormente si è parlato a fine anni Novanta è stata di sicuro Alanis Morissette. I suoi dischi hanno venduto milioni di copie, e bisogna riconoscere che non sono progetti studiati a tavolino per raccogliere consensi. Quindi la mia curiosità come sempre ha la meglio e vado a verificare. Sono da poco passate le 21, l’Hydrogen Festival è partito da qualche giorno e questa è una delle serate più attese, dopo Sting che come era prevedibile ha fatto il pienone. Sting che ha detta di chi ci lavora a questo Festival, è stato di una umanità e di una disponibilità eccezionali. Ma dopo tutto è sempre così. Chi grande già è non ha bisogno di fare la star. Il contrario invece accade sempre. Guardate il cartellone e provate a indovinare chi invece ha assunto i comportamenti da divo. Dai, è facile..
Il festival è davvero ben organizzato, due schermi che con una qualità pazzesca mostrano ogni istante di quanto accade sul palco e sugli spalti.
Chiusa questa parentesi, cerchiamo di raccontare questa ora e un quarto di live (!!!) dell’artista canadese. Avendo premesso che è la curiosità che mi ha spinto fino qui e la voglia di sentire se è come dicono coloro che hanno visto le sue performance live. Sono quasi le 22 e la Morissette sale sul palco. Attacca con I remain un pezzo che crea un’atmosfera quasi ipnotica, ma dura poco. Resterà un episodio isolato.
In realtà la Morissette sceglie di presentare qualche inedito qui e la, ma salta in blocco i due ultimi lavori e si tuffa quasi completamente nel suo disco di maggiore successo, Jagged Little Pill. Una scelta che in qualche modo ci segnala una difficoltà. Quella di uscire dalla gabbia che un grande successo provoca, e quindi rinnovarsi. Il suono e gli arrangiamenti vanno in una direzione che è tutto fuori che una rielaborazione. Un concerto costruito senza rischi, sui successi più amati. E il pubblico bisogna dire che risponde. Non proprio caldissimo, ma partecipa. E ascolta.
La voce è innegabile, c’è. Eccome se c’è. Ma sarà che forse mi aspettavo qualcosa di più, qualche azzardo, qualche rischio, a me è parso tutto uguale.
Ironic la canta quasi praticamente solo il pubblico. Sarò un po’ difficile, ma è una cosa che non perdono neppure all’adorato Manuel Agnelli, quindi… Io capisco il coinvolgimento, ma è una cosa che non ho mai apprezzato. Non credo sia quello il modo di omaggiare il pubblico, ma al contrario cercare di dare tutto se stessi per coloro che pagano il biglietto.
You Oughta Know un pezzo rabbioso che a suo tempo aveva quasi spiazzato i suoi fan, è forse l’unico momento che ricorderò, che ha avuto una certa intensità. Forse perché appunto suona diverso dal resto, forse perché il testo è così graffiante che o lo si canta convinti o non funziona. E lei lo esegue molto convinta. Sarà che è una ferita ancora aperta? Le ferite del cuore non si rimarginano mai completamente, quindi chi lo sa..
Arrivano i bis. Hand in my pocket altro successo di tempo fa, e chiusura con Thank U. Ma a quel punto ero già lontano.

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<![CDATA[Erykah Badu live @ Umbria Jazz 2012]]>

Umbria Jazz: nel 1997 Erykah Badu (vero nome Erica Abie Wright) compie il primo live europeo proprio qui a Perugia per promuovere l'allora album d'esordio, quella magica fusione di hip-hop'n'soul, che fu "Baduizm" ed ora ri-omaggia questo splendido festival a distanza di quasi 15anni+5album+1live+multipligrammyawards.

Riusciamo ad arrivare ai piedi del palco, emozionatissimi, in attesa di vedere  quale camaleontica versione di EB si sarebbe manifestata: "afro-style" periodo WWU (2003) oppure "organico-cibernetica" eredità dell'ultimo embrionale lavoro (New Amerykah Part Two, 2010) fusione perfetta di nuove tecnologie e strumenti ancestrali (l'arpa), ma soprattutto di sentire il suo sound...

Dj Roshand per cominciare, e sulle note della Marleyana "Could You Be Loved" il livello di felicità della gente raggiunge per una volta quello del Bhutan..al centro del palco un laptop omaggiante la nativa Dallas ed una "drum machine" che lasciano solo intuire quali alchimie sonore questa Fata Morgana ci scaglierà addosso come pozioni ipnotizzanti.

Il line-up si dispone a ventaglio sul palco, sulla t-shirt del percussionista Brenton Lockett la scritta "Pure Hip Hop Nutrition Facts" ci ricorda che il nutrimento da "grassi Hip Hop" che ci attende è più salutare dei BigMac...e sulle note di "Amerykahn Promise", cover dei Ramp, spazio alle voci coriste (se tra queste una nuova N'Dambi...) prima di una scena completamente "baducentrica".
EB entra finalmente..bellissima l'atmosfera (anche la costellazione di Okuto in cielo ci benedice), trench-coat lungo (come farà con quel caldo??), taglio mohicano, tacco 11 e posa da dea kemetica..i musicisti si fermano..silenzio..si aspetta la sua voce..prima un paio di spennellate sonore alle tastiere poi eccola: "My Love / what did I do / To make u fall / So far from me...I'm 20 feet tall!!!!!" boato della gente..senza sosta si incomincia: "The Healer", "Me" (we miss Roy H!) and "My People" come tre perle che inanellano il gioiello che è "New Amerykah Part One".
"On&On", successo planetario, arriva camuffata in un medley dove tutto è ricostruito: "..& On" sui RUN DMC, "Apple Tree" sul sample di "Planet Rock" degli Afrika Bambaataa..siamo disorientati!!! 
EB finalmente si leva il trench..forma impeccabile..piccolo fuori programma (oppure ben calcolato?..."cauze I'm Cleva") che ci ricorda un ruolo innanzitutto di madre, le sue due figlie (su tre) entrano sul set, se la mangiano con gli occhi, giocano con lei cantando e ritmando..resta la più piccola che non vuol saperne di lasciarla..il suono si ferma.. duetto scat madre-figlia..la gente apprezza..
"Twinkle" ci riporta alla danza primordiale al solo suono di un drum..EB: "Stretch your hands to the left!..to the right!..to the middle!"..arriva "I Want U" poi "Love of My Life" mixata intelligentemente su "Bonita Applebum" degli ATCQ, anche questa volta siamo giocati da questa maga del sampling.
L'atmosfera rallenta, le luci si abbassano ed Erykah canta l'inedita "Liberation / Humble Mumble" dedicata ad Amy Winehouse ed uno alla volta introduce, con relativo assolo, i musicisti  in particolare il flauto di Dwayne Kerr ci magnetizza..
Un girasole ad omaggiare l'Umbria ed ancora musica dove EB preferisce attingere dal suo album più sottovalutato quel "WorldWideUnderground"con  "Bump It" e la cover di Donald Byrd "Think Twice" ma sentiamo che ci manca qualcosa..chiusura con un piano solo e la sua voce intonando in OrangeMoonesque way una preghiera spirituale per la gente, la terra, la luna, l'universo...good bye Italy!!!
Tutto si ferma ma c'è spazio per lasciarsi con il sorriso e DJ Roshand mette ai piatti "Good Times" ..non vi sveliamo chi la canta!

Grande appuntamento, venue perfetta e grande artista come ce ne vorrebbero più spesso qua in Italia per impregnarci di più di afro-americanicità.
Tuttavia nonostante le quasi due ore di concerto abbiamo l'impressione che EB non abbia dato davvero il meglio di sè e si sia presa la licenza di sperimentare (vedi anche le recenti esibizioni con i The Cannabinoids) sempre di più nuove alchimie sonore fatte di sampling, mpc3000, e laptop anzichè il groove essenziale dell'acoustic-soul che genera emozioni..di fatto non c'è stata quell'empatia totale con il suo sound..cosa che ascoltando uno a caso dei suoi album non manca mai.
A notte fonda per consolarci..la debordante energia dei Funk Off in una Piazza Italia ancora gremita come in una finale mondiale e danzante che ci fa ri-pensare a chi fossero i veri protagonisti della serata...

Erykah Badu Live @ Umbria Jazz, line-up:

Erykah Badu: voce
RC Williams Jr.: tastiere e direttore musicale
Keisha Renee Williams, Rachel Margrit Yahvah, Bernarr Durand Ferebee Jr.,
Koryan Vylia Wright: cori
Stephen "Thundercat" Bruner: basso
Michael Feingold: chitarra
Brenton Taron Lockett: percussioni
Dwayne Darryl Kerr: flauto
Burton Roshand: DJ
Cleon Demonte Edwards: batteria

Playlist:

1) Amerykahn Promise
2) 20 Feet Tall
3) The Healer
4) Me
5) My People
6) On & On /  ...& On / Kiss Me on My Neck / Apple Tree Medley
7) Twinkle
8) I Want U
9) Love of My Life
10) Liberation / Humble Mumble
11) Bump It
12) Think Twice


Per Sherwood Live Report gli inviati Al Prix and Angie C

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<![CDATA[Gogol Bordello Live Report]]>

L’asfalto del parcheggio nord dello stadio Euganeo è ormai un’accozzaglia di ricordi. Ha assorbito lacrime e sudore, adottato i passi di centinaia di migliaia di persone, vissuto le provenienze di ciascuno di loro. Eugene Hutz lo attraversa con la calma naturale che lo contraddistingue da sempre, approdando nei divanetti della WebTV con un gioioso “Hurrà!”. E ritorna il sole.

E’ stata un’edizione spettacolare e fortunata, pregna di fervore e di grandi sorrisi, che culmina sugli scenari musicali dei Gogol Bordello. La ricchezza umana e culturale di questo gruppo non ha eguali, riesce a ricreare ogni volta uno spettacolo unico nel suo genere. La formula sta nell’unione di un grosso quantitativo di mondi: Ucraina (Eugene Hutz, voce e chitarra), Russia (Sergey Ryabtsev e Yuri Lemeshev rispettivamente: violino e fisarmonica), Isreale (Oren Kaplan, chitarra), Italia, Svezia e un poco di Trinidad e Tobago (Oliver Francis Charles, batteria), Etiopia (Thomas “Tommy T” Gobena, basso), Ecuador (Pedro Erazo, percussioni). Il palco si colora del loro bellissimo striscione, che racconta della storia di una ballerina, dal volto coperto, colta a danzare accanto ad una meravigliosa, lunghissima, parola: Revolution.

Di piccoli o enormi rivoluzioni ne sono avvenute molte in questa edizione estiva dello Sherwood. Oggi ogni pezzo di noi traspira malinconia. E non c’è il tempo per accorgesene: già nel tardo pomeriggio i nostri pensieri vengono travolti da un sound check colorito, un gustoso assaggio del concerto che verrà. E tra un abbraccio e un negroni è già calata la sera, il palco si accende, il pubblico scalpita.

Ogni volta, ad ogni loro concerto, l’aria si riempie di pacche danzereccie, e la scena arde della più genuina felicità. In questa notte, è nato un atto d’amore. Per la musica, per il mescolarsi di etnie, e per un mondo raddrizzabile. Mentre scuotiamo le nostre piccolezze o le nostre sudate corpulenze, tra bolle colorate e gonne con sonagli, veniamo travolti da un fantastico cambio d’arrangiamento di tutti i pezzi, eppure la folla non smette di cantare ogni singola parola di questa filastrocca multiculurale. Eugene placa il suo pubblico, alza l’indice con fare giocondo, s’inebria di vino e urla alla folla “revolution comes even from a single person, each of you could start a revolution”. E noi siamo pronti, a rovesciare tutto. A far tabula rasa e riscrivere il mondo, mettendoci all’indice l’umanità, tra i capitoli la più spinta passione, una cieca dedizione e un entusiasmo illimitato, e nel prologo la regola principale: innamorarsi, tutti i giorni. Tutti gli istanti.

Uno spettacolo entusiasmante, un incontro appassionato, due ore di balzi e gioia. Una giornata rara. Un mese che trascina con sé innumerevoli storie e racconti, tutti elettrizzanti.

Ad ogni fine, un inizio. Ad ogni respiro, un inevitabile cambiamento. Raccogliete le vostre vite normali, e seguite l’A4 fino a che non finisce tutto, di lì si estende un parco grandissimo che dà su un cielo enorme. Si chiama San Giuliano. Noi vi si aspetta al Sherwood Venice.

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<![CDATA[The Cult Live @ Hydrogen Festival, Piazzola sul Brenta (PD) 13/07/12]]>

Eccoci di nuovo qua, calendario intenso quello dell'Hydrogen Festival di quest'anno per gli amanti della musica old school...dopo il biondo Billy ora tocca ai Cult farci tappa.

Ricapitoliamo un po' chi sono i Cult...nati sull'onda del dark o quel che si voglia gothic rock negli anni 80, ne presero ben presto le distanze e si proposero come interpreti di una tradizione rock psichedelica dai tratti un po' cupi che ne distinsero il suono e l'immagine per tutto quel periodo. Capitanati dal carismatico Ian Asbury, figura mistica e spesso accostato, a torto o meno lo lascio a voi, al fu Jim Morrison, tanto da prenderne gli oneri durante la reunion dei Doors. I Cult pubblicarono tre album fondamentali durante gli anni 80 Dreamtime, Love, Electric lasciando il loro marchio indelebile nella musica.

Bhe dopo questo breve cappello passiamo al concerto, vedere vecchie glorie si sa è sempre un rischio o un arma a doppio taglio, si va sul sicuro ma si rischia di ricercare il gruppo che fu e non quello che è... Il buon Ian Astbury e il fido Billy Duffy al basso ahimè su questa cosa hanno le idee chiare...non aspettatevi i Cult di allora, abbiamo nuovi progetti e siamo andati avanti...nonostante tre anni fa dichiararono più e più volte la chiusura di baracca e burattini...mah stì artisti bipolari...

Dopo questa premessa e alcune recensioni negative precedenti insomma me l'ero che bella messa via, da bravo retrologo quale sono. Iniziano un po' in ritardo, fa molto rockstar questo, e quando salgono nel palco, molto sobrio devo dire, mi accorgo subito di una cosa, il tempo non è stato proprio generosissimo con Ian...seminascosta da un giaccone con stola di pelliccia (a Luglio!!!!! va ben che non era caldissimo ma...) la panza avanza e anche il volto mostra i segni di un attaccamento primario al collo della bottiglia...il fido Billy Duffy alla chitarra invece mantiene un po' più di linea dai...

A parte questo la scaletta riserva sin da subito vecchie glorie quali la sempreverde Rain che li ha portati al successo e alle masse, a parte la presenza devo dire che le sonorità son quelle che ci si aspettava e anche la voce tutto sommato tiene nonostante non sia proprio ai tempi d'oro. Scaletta mista tra le vecchie glorie e le nuove canzoni dell'album dato alle stampe di recente Choice of Weapon. L'influenza del trip di Astbury per gli indiani d'america e il loro mondo si sente di peso...anche nelle immagini che scorrono sui megaschermi, ogni tanto avevano del macabro e dell'inquietante non da poco. Le vecchie Nirvana, Fire Woman, Rise  si mischiano alle nuove Wolf Lucifer e For the Animals tratte dall'ultimo lavoro, nonostante le sonorità siano palesemente diverse ogni pezzo viene accolto bene dal pubblico, composto in gran parte da maturi metallari e biker che a dispetto delle apparenze son le persone più pacifiche del mondo.

Ian si diverte, fa un po' lo spocchioso...manda un po' a fanculo il pubblico e la gente...ogni tanto gli sfugge anche un "Ciao Italia" "Grazi Mille" di rito che insomma non sai mai se lo fan sul serio o ti piglian per il culo, osa anche un "Pavorotto...Lusciano" e giuro...ho chiesto anche ad altre persone perchè non volevo crederci ma ha detto pure "Topo Gigio"!!!!!!! Comunque come presenza si dai ci stanno, non saltano di qua e di là, ma han anche una certa età. Il concerto stà per giungere al termine e loro non sprecano di certo il bis e ovviamente She Sell Sanctuary e a sorpresa Love Removal Machine non poteva che essere un ottimo commiato per il pubblico di Piazzola accorso a vederli.

Di certo non uno dei migliori concerti della mia vita, ma credo che insomma nonostante le negative recensioni precedenti ora i Cult abbiano trovato la strada per il riscatto, sono soddisfatto e piacevolmente sorpreso di questo e spero continuino cosi, anzi sapete che vi dico che romperò il mio tabù e mi comprerò il loro ultimo lavoro!!!

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<![CDATA[Heike Has The Giggles Live Report]]>

Live Report: Heike Has The Giggles

Heike Ha I Ridolini. Che poi sarebbe la traduzione migliore, secondo la band, per Heike Has The Giggles. Ma la ignara Heike sicuramente sorriderebbe, batterebbe le mani e sarebbe fiera di aver ispirato un simile terzetto.

Non conto le volte che ho ripetuto, in quanto ancora incredulo, che vengono dal paese della Pausini, Solarolo. Credo sia una croce che si porteranno dietro fino a fine carriera, spero quindi molto a lungo, visto che davvero c'è da chiedersi se abbiano bevuto la stessa acqua dalle stesse falde o abbiano sperimentato fonti di alimentazione alternativa. O viceversa.

I ragazzi salgono sul palco nel caldo tardo pomeriggio per il check, e suscitano l'attenzione dei collaboratori del festival, intenti ad aprire gli stand, con una versione acappella del successo delle TLC, "No scrubs", che in serata verrà anche eseguita al completo, unica cover in luogo della consueta "Crazy in love" di Beyoncé.

"Oh-oh". Ciao, sono Momo e ho la fortuna di aver scoperto questa band un po' di anni fa, grazie al loro sound e a chi ha creduto in loro dall'inizio, in barba a quanti non trovavano altro di meglio da fare che attribuire loro l'aggettivo "monocorde". Mai diceria fu più errata. Emanuela, Matteo e Guido sono in tre ma sembrano tanti, modificando così la dinastia dei denti davanti e il mood del pubblico, picchiano sugli strumenti, urlano, armonizzano e vanno dritti come un metronomo, fino agli organi interni del pubblico.

Non si può non notare la bellezza del loro insieme. Umili musicisti già navigati dall'esperienza accumulata in giro per il mondo, a suonare e soprattutto ad ascoltare le altre band. Si sente, si sente tutto, nel piglio personale che applicano alle influenze che hanno dato loro la febbre del palco.

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Sì, sono di parte. Perché per una volta è tutto a posto:
- "Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista", dice Caparezza, e il loro "Crowd Surfing", successore di "Sh!", è una bomba.
- A volte i gruppi di supporto servono agli artisti per far scaldare il palco, come l'anziano che ama il culo caldo nel vedere a lui ceduto un posto sul bus. Chi ha l'onore di avere gli Heike prima di loro se ne ricorda bene, e li vuole con se. Chiedete a Beth Ditto, che in poltrona non c'è stata.
- Le band italiane non possono cantare in inglese, o non avranno futuro. Gli Heike hanno "interessanti prospettive per il futuro", come direbbe Pozzetto e come dimostra il pubblico pagante (seppure un solo euro).
- Ci si crede. Ci credono loro. Ci crede Estragon Lab, mica cotica. Ci crede Foolica. Ci crede gran parte della cricca / mafia / grande famiglia della musica indipendente italiana, perché verso gli Heike c'è rispetto, sempre e soprattutto, quando anche non si parli di ammirazione.
- Andateli a vedere. Tornerete.

Torneranno.

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<![CDATA[Billy Idol Live @ Hydrogen Festival, Piazzola sul Brenta (PD) 07/07/2012]]>

Eccoci qua, in questa afosa e strana estate padova scandita da grandi appuntamenti live fa capolino anche chi meno ti aspetti. Nella tranquilla campagna padovana passa anche una figura quanto mai di spicco per gli anni 80 neinte poco di meno che il biondissimo Billy Idol.

Ovviamente il buon Max, l'anima retrò e punk di sherwood poteva mancare?!? No! 

Premetto che non mi aspettavo grandi cose, alla fine si sa che il buon vecchio Billy è sempre stato un po' trucco e parrucco, se uno a 58 anni continua ad ossigenarsi i capelli insomma prima o poi la calvizia lo prenderà..comunque tornando a noi, un gran bel concerto.

Unica data italiana e quindi ci si aspetta pubblico da ogni dove e cosi è stato, diciamo che il buon Billy non era l'unico over enta tra la folla, era l'idolo e il sex symbol di quelle che ora saranno anche mamme se non di più... che sono accorse a vederlo magari accompagnate da un marito brontolante che sperava l'infatuazione per il biondino passeggera.

Il buon vecchio Billy Idol (storpiatura di Idle = tardo, nomignolo affibiatogli dalla sua maestra non certo per le brillanti intuizioni) inizia a scatenare la piazza con una vecchia gloria Ready Steady Go del repertorio punkeggiante dei Generation X. Parte in quarta. Con nonchalance si libera anche di Dancing With Myself un suo cavallo di battaglia ma eseguita un po' sottotono, ahimè stavo quasi per deludermi... Ma lui si può permettere di perdere punti perchè sa che se li rigudagna in un batterd'occhio infatti il timore di vedere un patetico 50enne viene allontanato e rincuora il pubblico mostrando tutto ils uo repertorio di mossette e smorife che tanto ci piace e ci ha accompagnato negli anni della sua carriera. Flesh for Fantasy riecheggia strani ricordi, momenti che vorresti condividere con qualcuno che non è li al tuo fianco...ma ora nel palco Billy commosso stà facendo un discorso...capisco gran poco solo...daddy, birthday, 88 years....e noooooo presenta il suo paparino nel palco dicendo che l'ha seguito qua in italia e oggi compie gli anni...88!!! E se li porta bene, è un Billy Idol con i capelli bianco naturale praticamente. 

Sweet Sixteen  Eyes Without a Face commuovono il pubblico..la scaletta è un buon mix di vecchie glorie e di pezzi anche un po' più recenti e meno noti...per fortuna ha tralasciato i pezzi di Cyberpunk...album anche valido ma insomma non amatissimo dai fan...

Il suo fido Steve Steven con un look che ha veramente del gotha della tamarraggine lo accompagna fedelmente in ogni pezzo...quei due sono veramente inarrestabili assieme. Grande menzione al grande Steve, anzi due...la cotonatura impeccabile dei capelli e la chitarra con i led blu sui capotasti...penso che il 70% del pubblico il giorno dopo la sia andata a cercare in internet!!!

Il rocker biondo esegue ancora vecchie glorie King Rocker, si lancia in una versione di Tutti Frutti e LA Woman ovviamente tutti cantano e ballano (anche se saltare sui sanpietrini è scomodo!!). Grandissimo finale inanellando in sequenza Rebel Yell (e qui un urlo di liberazione ci stà sempre) White Wedding, da dove scendono delle gigantografie enormi di Billy sullo sfondo, tanto per farci ricordare quanto sia figo e poco vanitoso e chiusura con Money Money

Che dire...volevate qualcosa di più? Mah per me è stato stupendo cosi...bel concerto, veramente non ci speravo e non ci credevo...vai billy, continua cosi che è cosi che ti vogliamo, a presto spero cosi qualcuno può recuperare questa occasione perduta

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<![CDATA[Note intorno alla crisi con Riccardo Bellofiore, Luca Casarini, Danilo Del Bello]]>

Denso di contenuti il Talk Gli scenari della crisi Talk con Riccardo Bellofiore - (autore del libro “La crisi capitalistica, la barbarie che avanza” - Asterios, 2012) e Luca Casarini e Danilo Del Bello svolto presso la Sherwood Web Tv.

Le problematiche affrontate riguardano stimoli, suggestioni, approfondimenti sulla teoria della crisi in Marx, particolarmente attuale nell’epoca della globalizzazione economica e del dominio del capitale finanziario.
La “Marx renaissance” è sotto gli occhi di tutti.
Nel testo presentato vi sono alcuni spunti interessanti, classici nel pensiero marxiano, ma nel contempo elaborati in una forma nuova ed attuale.
La prima domanda non banale è: esiste una teoria organica e compiuta della crisi in Marx?
Si è convenuto nel dibattito che questa non esiste in tale veste. Il pensiero di Marx, è un cantiere aperto, un laboratorio in cui vi sono tanti percorsi e sentieri. Le crisi possono avere di varia natura: sproporzione del movimento di capitale, mancata realizzazione del plus valore, sovrapproduzione, sotto consumo.
In Marx nessuno di questi elementi viene irrigidito in maniera assoluta sono tutti compresenti, si intrecciano tra di loro.
Quello che interessa a Marx è la dislocazione della crisi ciclica su un altro piano: la crisi è insita nel capitalismo, ne è l’elemento costituente, è il suo peculiare meccanismo di funzionamento.
Ma le crisi capitalistiche sono sempre in grado di riprodurre il capitalismo su scala allargata?
Qui ritroviamo il Marx critico dell’economia politica e dell’eternizzazione metastorica del modo di produzione capitalistica.
Ogni crisi può creare un nuovo processo di accumulazione, ma nel contempo apre scenari di alternativa radicale.

Si è giunti così nella discussione alla legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, enucleata nel Terzo libro del Capitale, che più che una legge è una “tendenza al limite”, come potremmo dire nelle scienze logiche e matematiche. Ma una tendenza che apre possibilità reali per la rivoluzione sociale.
Temi questi che Riccardo Bellofiore ha analizzato nella discussione collettiva, che si è soffermata sulla tendenzialità non oggettivistica ma dinamica della crisi e dello sviluppo capitalistico.
Uno stimolo per una discussione capace di liberarsi di due fantasmi contemporaneamente: la teoria del crollo inevitabile del capitalismo, ma anche da quelle controtendenze neo-keynesiane e neo-riccardiane che pensano ad un ciclo capitalistico infinitamente riproducibile.

Riccoardo Bellofiore salva il concetto di caduta tendenziale, ma lo considera come una “metateoria” cioè una cornice logica, storica, materialista, politica e filosofica in cui sono contenuti tutti gli altri elementi marxiani enunciati dalla analisi delle crisi capitalistiche.
Questa concetto ha permesso nella discussione di passare ad un’altra considerazione interessante: come spiegare ad esempio, che mentre l’Occidente sviluppato ha una crisi strutturale nel cuore dell’attuale capitalismo dominante, quello finanziario, altri paesi dell’economia mondo, i BRICS, vivono una sorte di accumulazione originaria?
Inevitabile a questo punto parlare di plus valore relativo ed assoluto, di sussunzione formale e reale, dal Primo al Terzo libro del Capitale.
Nonostante alcune differenze emerse nel dibattito si è convenuto che l’idea di capitalismo in Marx non è per niente lineare, positivistica e deterministica. Il capitale è una “totalità contradditoria” in cui possono coesistere, soprattutto nella fase dello sviluppo del mercato mondiale, diverse modalità di accumulazione.
In sostanza non vi è solo l’elemento diacronico, lo sviluppo del capitalismo nel tempo e la sua evoluzione, ma anche quello sincronico, la coesistenza di forme differenziate nello stesso spazio.
Il vero problema è quello di evitare una visione lineare e deterministica della crisi globale, che potrebbe ancora una volta far pensare al crollo finale ineluttabile.
Siamo memori infatti di quante illusioni e fallimenti questa visione del mondo ha già portato storicamente.
Da questo il dibattito si è spostato sul concetto luxemburghiano di salario relativo. Nel capitalismo sviluppato, la lotta salariale non è tanto per la mera sopravvivenza ma appunto relativa al volume della ricchezza generale e sociale prodotta. Quindi essa tende ad essere una variabile indipendente rispetto al capitale, un attacco diretto al saggio di plus valore e al saggio di profitto da parte delle classi lavoratrici.
Lotta autonoma e politica fino in fondo, non solamente lotta economia.
La discussione si è conclusa con una domanda fondamentale: vi può essere una risposta neo-keynesiana alla crisi globale del capitalismo?
Interessanti sono state le considerazioni sviluppate: il keynesismo si è accompagnato ad una delle più feroci guerre che l’umanità ha conosciuto. La crisi degli anni trenta si risolve nella guerra o comunque nella ricostruzione post-bellica. Anche quella sorte di keynesismo paradossale liberista e privatistico alla Reagan , che Riccardo Bellofiore, in maniera provocatoria cita ha avuto bisogno della guerra.

Ma quale è oggi la forma della guerra?
E’ una questione che sicuramente merita un approfondimento. E’ guerra sociale, è guerra economica, guerra tra eserciti, o forse contiene tutti questi elementi tutti insieme?
Il keynesismo è possibile solo con la costruzione e la ricostruzione? Oppure i fondi per la spesa sociale sono definitivamente sepolti dalle retoriche del debito e dalle pressioni concrete del sistema finanziario?

In conclusione la discussione si è spostata sul concetto interessante sviluppato da Bellofiore sulla “sussunzione reale del lavoro nel debito e nella finanzia”, il che significa che attualmente la società civile, le famiglie, i produttori etc .. sono tutti schiavi del nuovo dispotismo.
Come diceva Marx del capitale industriale nella classica figurazione del grande padrone, grasso ed opulente, che divora le moltitudini, così si può dire oggi delle banche e della finanza: “un signore barbaro e grandioso”.
Rimane ovviamente aperta per tutti la questione: può una nuova soggettività rivoluzionaria e di classe attualizzare la marxiana “prassi rovesciante” che sta potenzialmente dentro la crisi?

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<![CDATA[Caparezza Live Report]]>

Live Report: Caparezza

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"Mi bruci per ciò che predico, è una fine che non mi merito, mandi in cenere la verità perché sono il tuo eretico, io sono il tuo sogno eretico,  ammettilo sono il tuo sogno eretico".
Parte molto carico e saltellante il concerto del cantautore pugliese, con "Il sogno eretico", canzone tratta dall'ultimo album. Ovviamente Capa non delude e ci regala un live pieno di spunti divertenti che vanno oltre l'esecuzione dal vivo delle canzoni, ma che offre anche momenti di teatro, introducendo ogni singolo pezzo con delle scenette ben pensate e costruite, spesso al confine tra comicità e non-sense. Caparezza in questa parte dell'Eretico Tour (L'Estinzione) deve decidere se morire nel finale o se fare "abiura" ma questo lo scopriremo solo tra due ore circa di musica e spettacolo. Alla scenografia vista anche nel live di marzo al Rivolta si aggiungono degli effetti visuali che risultano particolarmente godibili, con un led-wall piazzato a centro palco che dalle fiamme iniziali proietta via via visioni sempre suggestive e azzeccate col tema dei singoli brani (su tutte: i titoli di film storpiati sul brano "Kevin Spacey" e l'esilarante storia dei "The Rezzas" che precede il brano "La rivoluzione del sessintutto"). Scaletta completamente rinnovata, "Non mettere le mani in tasca" è il secondo brano, una chicca che non sempre si riesce ad ascoltare live. La folla, che abbraccia più generazioni, ha risposto in gran numero alla chiamata di quella che sarà una delle ultime occasioni per vedere Caparezza dal vivo prima della pausa con conseguente stesura di un nuovo album. Tutti si stanno divertendo, soprattutto i più grandi, magari i genitori che hanno accompagnato i propri figli, nei momenti di teatro, dove Capa si traveste nei modi più impensabili, mentre le prime file saltano e ballano di continuo, là dove si concentrano i fan più giovani e più accaniti. Dopo brani significativi quali "Il dito medio di Galileo" o "La grande opera", di certo non era prevedibile quel che sarebbe accaduto a metà concerto: "Mi piace che mi grandini sul viso la fitta sassaiola dell'ingiuria, l'agguanto solo per sentirmi vivo al guscio della mia capigliatura". Sto parlando de "La fitta sassaiola dell'ingiuria", brano tratto dal suo primo lavoro come Caparezza. Son passati 12 anni e già al tempo Sherwood aveva scommesso sulle doti di Michele Salvemini, ospitandolo non molto tempo dopo (ancora così poco conosciuto) sul palco del festival. Solo i migliori fan potevano ricordarla, infatti sulle prime note parte l'applauso del pubblico degli "affezionati". Concerto che scorre molto veloce e che fa divertire tutti, ma la vera esplosione del pubblico la si ha quando Capa ci invita ad andare a "ballare in puglia", canzone molto apprezzata risalente all'album del 2008 "Le dimensioni del mio caos" e che ha avuto un grosso successo a livello nazionale su di un pubblico piuttosto trasversale. Siamo quasi alla fine e tutti aspettano di sapere quel che sarà del nostro amico; l'ultimo brano è "Abiura di me", l'eretico fa abiura ma verrà bruciato a fine tour (come ci ha anticipato Capa nell'intervista rilasciata per la web-tv), e poi si vedrà, ci dovremo aspettare (a detta sua) qualcosa di rivoluzionario per il prossimo disco, e questo lascia sperare in meglio da parte di un rapper che non è solo un rapper, di un artista completo che attraverso la fusione di stili, le innumerevoli e varie collaborazioni, il sapersi reinventare continuamente ha segnato gli ultimi 10 anni di musica in Italia e che anche a Sherwood (e non poteva essere altrimenti) ha offerto uno dei migliori live visti fin'ora in quest'edizione del festival.

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<![CDATA[Verso le elezioni politiche 2013]]>

Centinaia di persone hanno affollato lo spazio dibattiti di Sherwood lunedì sera. La ragione c’era.
Gli ospiti, innanzitutto, che scegliendo di venirsi a confrontare pubblicamente sul palco dello Sherwood Festival, hanno implicitamente accettato di misurarsi su un terreno più diretto e meno retorico del solito.

La presenza poi del compagno Panos Lamprou della Segreteria nazionale di Syriza e di Anghiris Panagopolus, invitati espressamente per raccontare l’esperienza innovativa della coalizione elettorale che alle ultime elezioni ha sbaragliato il Pasok fedele ai memorandum della troika europea, non dava adito a dubbi sulla volontà di costruire un dibattito serio, senza troppe mediazioni, attorno al tema delle prossime elezioni politiche del 2013.

Poteva essere interessante dunque, anche in un momento come questo, spesso dominato a sinistra dall’impotenza nei confronti del pensiero mainstream del partito Repubblica-PD-Napolitano, alfieri della reiterazione del Montismo nazional popolare, oppure dall’autosufficenza minoritaria, buona per attendere in santa pace, chissà quando, tempi migliori per la riscossa comunista. Ma una speranza che il tempo da passare ad ascoltare non fosse buttato, la dava anche il contesto.

Come bene ha ricordato Vilma Mazza a nome di Sherwood, che ha organizzato l'incontro, è bene chiarire una questione: si può essere interessati, e molti lo sono, a ciò che accade sul terreno della governance che passa dunque sul piano elettorale, scegliendo di non esserne implicati, di essere esterni a quei processi. E perché dunque? Per una scelta di campo innanzitutto.

L’alternativa alla crisi e alla sua gestione in termini di politiche economiche e di comando, è soprattutto un terreno di conflitto. E’ un processo, e non un’ora X o un evento, che va messo in moto a partire dalla società e dalle forme di vita e di azione politica di movimento che sono immediatamente anche forme di critica radicale ai meccanismi della politica dei partiti, delle istituzioni e del voto.

Se parliamo di crisi sistemica e al suo interno scorgiamo tutte le avvisaglie di una postdemocrazia istituzionale, non possiamo dunque eludere il nodo che esistono dei campi, appunto, anche contrapposti quando parliamo di movimenti e sistema della governance.
Non vi è un’unicuum, e soprattutto non vi sono scorciatoie: senza la movimentazione sociale di una radicale critica all’esistente, compreso il parlamentarismo e il sistema delega/partiti, nessuna alternativa può determinarsi.
Allo stesso tempo nessuna alternativa può formarsi nelle pieghe di un infantilismo politico che non veda come un grandissimo nodo da affrontare qui ed ora, la mancanza di grandi movimenti di contestazione, di conflitto e di progetto, che sappiano percorrere la società italiana ed europea portando con sé il vento di un cambiamento radicale.
A tutto questo va affiancata la capacità di stimolare un dibattito pubblico italiano capace finalmente di affrancarsi dagli inganni: le elezioni o diventano un processo nel quale anche le diverse ipotesi di governance si scontrano, alternative una all’altra, e allora la discussione e gli esiti, come in Grecia, possono essere di una qualche utilità per costruire l’alternativa, oppure sono la stessa identica robaccia di sempre, e ancora peggio visti i tempi.
Ma, ritornando all’introduzione del dibattito, tutto questo può diventare un contributo serio, se si è chiari: la scelta di campo di stare in movimento, segnalando non tanto e non solo un’appartenenza radicata nella storia di questi decenni di azione politica autonoma, ma quanto una centralità nel ruolo dei movimenti sociali, del conflitto radicale, della rottura e dell’incompatibilità nella proposizione costituente di qualsiasi alternativa, significa ad esempio non proporsi né come candidati alle elezioni né come liste.

E proprio per questo, ascoltare cosa ha da dire chi, come Nichi Vendola o Luigi De Magistris, si propone all’interno della dinamica elettorale e istituzionale, come “anomalia”, ragionando attorno alla possibilità di alternativa di governance, può essere interessante.
Può, ma non deve per forza. Se è interessante lo è anche per chi è esterno al processo elettorale. Se non lo è, semplicemente, non avrà aggiunto o tolto nulla alla storia vecchia della sinistra italiana.

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<![CDATA[Ancora in piedi]]>

ANCORA IN PIEDI
Indipendenti per l'Emilia Romagna e la Lombardia
Due inviati di Sherwood Foto a Bologna per raccontare la solidarietà

23.06.2012 – Autostrada, direzione Bologna. Provati dalla notte insonne post concerto dei Subsonica allo Sherwood festival, raggiungiamo in tarda mattinata il capoluogo emiliano. Non potevamo lasciarci scappare l'opportunità offerta dall'amico Emiliano "Ra-B" Rubbi di visitare il set dove si gira il videoclip del singolo “Ancora in piedi” per scattare qualche foto.

Ancora in piedi” non è solo un singolo, ma un vero e proprio progetto musicale e un grande esempio di solidarietà. L'iniziativa partita da un'idea di Tommaso “Piotta” Zanello riunisce alcuni tra i migliori artisti della scena indipendente Italiana per realizzare un brano a più voci i cui ricavati finanzieranno opere di assistenza e ricostruzione nelle zone devastate dal terremoto di Maggio 2012. Afterhours, Teatro degli Orrori, Cisco, 99 Posse, Lemmings, Velvet e Sud Sound System sono solo alcuni dei nomi che compariranno nel lungo elenco degli artisti di I.P.E.R.: Indipendenti per Emilia Romagna e Lombardia.

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Arrivati al Parco della Montagnola conosciamo Luna Gualano, giovane regista da tempo collaboratrice di Piotta e già vincitrice del Roma Videoclip Festival. Oggi, tra i giochi di luce ed ombra creati dagli alberi del parco, bancarelle, ambulanti e famigliole, si gira la parte con Federico Poggipollini, storico chitarrista di Ligabue. Colpiti dalla semplicità del tutto, ci facciamo spiegare da Luna ed Emiliano Ra-B il progetto itinerante che porterà alla realizzazione finale del videoclip: ottimizzare le spese per massimizzare il guadagno da devolvere. Una piccola troupe che gira l'Italia da Nord a Sud con una macchina a GPL recuperando gli artisti lungo il tragitto, evitando così i costi che comporterebbe radunarli in un unico set, sembra essere l'arma vincente.
Ci perdiamo in chiacchiere e racconti di viaggio fino a quando Federico, chitarra in spalla, ci raggiunge accompagnato da moglie e figlie e noi ci facciamo da parte per lasciarli lavorare.
Le riprese filano veloci, Luna sa quello che vuole e lo realizza al primo ciak nonostante le attrezzature limitate, lasciando presto Federico libero di tornare al suo sabato in famiglia.

Rimane giusto il tempo per bersi una meritata birretta, migliore amica degli afosi pomeriggi bolognesi e padovani, chiacchierando sui dettagli di quest'esperienza.
Luna e Ra-B stanno girando l'Italia grazie all'appoggio logistico dell'associazione Arci nazionale che, oltre a provvedere alla loro sistemazione nelle diverse trasferte, è assieme ad Audiocoop la principale promotrice del progetto.
La stesura del brano è stata possibile grazie alla rete, che ha permesso agli artisti di collaborare senza doversi ritrovare a forza in un unico studio realizzando così a distanza le rispettive parti riunite abilmente dal produttore musicale Ra-B per dare vita al pezzo.
Bologna è una delle ultime tappe: ancora poche riprese e il singolo sarà pronto per il lancio, ovvero il 3 Luglio, come previsto. I ricavi provenienti dalla vendita e dall'utilizzo del pezzo verranno versati nel c/c 145350 di Banca Etica – Emergenza Terremoto in Nord Italia.
Purtroppo il tempo vola e la troupe deve ripartire alla volta di Roma, quindi ci salutiamo e li ringraziamo di cuore per la gentilezza e la disponibilità senza limiti. Non ci resta che attendere l'uscita del singolo rimanendo ancora in piedi.

Si ringraziano tutti gli artisti, le etichette indipendenti e gli studi di registrazione che hanno reso possibile la realizzazione di “Ancora in piedi”.
Chi vuole supportare il progetto può contattare:
- Arci: federico.ferrari@arci.it
- Audiocoop: info@audicoop.it
- Press/Tv/Web: Lunatik – info@lunatik.it

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<![CDATA[Niente, più niente al mondo Live Report ]]>

Continua lo spazio dedicato al teatro allo Sherwood Festival, con uno studio che vede protagonista Gianni Stoppelli, attore indipendente, con la sceneggiatura di Massimo Carlotto.

La scena si apre, con la voce di una donna di 45 anni, di professione domestica ad ore. La storia, racconta le difficoltà di una madre che, si ritrova in una situazione economica precaria e che racconta, problemi ed affanni quotidiani. Partendo dal resoconto di una spesa quotidiana consumata in un discount, al licenziamento, passando per l'insoddisfazione matrimoniale, fino ad arrivare a fantasie coltivate nella propria mente e all'alcol, usato per dimenticare delusioni ed alimentare desideri.

Una donna, insoddisfatta e incapace di essere felice che, si districa tra un marito inutile ed una bambina senza ambizione. Un riassunto, se così possiamo chiamarlo, fra tematiche sociali all'ordine del giorno ed inaspettati colpi di scena, come l'uccisione della figlia.
Uno spettacolo con temi talvolta anche crudi e tristi, ma resi sicuramente appetibili dalla performance di Gianni Stoppelli che, riesce ad inserire in questo scenario un tocco di grottesco, attraverso il quale può veicolare una storia fatta di spietate consapevolezze.
Una tragedia, che non ha speranze, ma che racchiude in sé, sottili riflessioni sui modelli consumistici e sull'incapacità di riconoscere un po' d'amore attorno a noi.

Al termine dell'esibizione, l'attore non ha esitato ad esclamare al pubblico presente, una frase che racchiude, l'essenza del suo modo di fare teatro e delle sua peculiare ironia: spero che non vi sia piaciuto.

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<![CDATA[Portishead Live Report]]>

Sono bastati tre album per consacrare all'Olimpo della musica internazionale il progetto dell'ex Massive Attack Geoff Barrow, il chitarrista Adrian Utley e la strepitosa Beth Gibbons con la sua voce unica. Non è possibile definirli con un genere perché ne hanno creato uno proprio, che è sì ricco di sfumature che ovviamente provengono da artisti che li hanno ispirati, ma che è unico.
Le poco più di tremila persone presenti nello splendido scenario delle mura del castello di Villafranca si aspettano qualcosa di unico, di memorabile. Quattro anni di attesa dall'ultima volta che sono venuti in Italia, quindi figuriamoci le aspettative di chi è arrivato qui, che in realtà è messo a dura prova dalla performance del gruppo spalla, i Thoughts Forms, davvero ostici. Magari non per chi vi scrive, che band di questo tipo ne ha viste tante e infatti non ci ha trovato uno straccio originale di idea, e per di più eseguita in maniera arruffata. Si può giocare con il post rock e il punk, ma bisogna saperlo fare.
Quando sono da poco passate le 21 e 15 si capisce che è arrivato il momento tanto atteso. Si illumina l'enorme schermo che sarà uno dei protagonisti della serata, catalizzando l'attenzione degli astanti, essendo non un qualcosa in più, ma una componente essenziale della performance.
Vengono proiettate immagini sia prodotte ad hoc che quelle che arrivano direttamente dalle web cam poste sugli strumenti e sparse qui e li per il palco. Una suggestione in più che rende chi ascolta e osserva, ancora più parte integrante del viaggio in cui ci conducono i tre Portishead e gli abilissimi musicisti che li accompagnano. Si parte con “Silence”. Questo come molti dei brani eseguiti sono dell'album Third, l'ultimo, che risale al 2008. “Machine Gun”, che arriva più o meno a metà concerto, presenta un suono industriale di batteria, metallico. Scorrono immagini frenetiche in cui appaiono momenti salienti dell'ultima stagione politica italiana, condita con la parata del rigore di Buffon all'Inghilterra. E non manca la caduta di Berlusconi. Tutto molto asettico, senza giudizio alcuno. Strepitosa “Threads” dove il muro sonoro va a esaltare la voce di Beth Gibbons. Tutto è sempre portato al limite; i suoni, i volumi, a tratti paiono quasi insostenibili, come un treno ad alta velocità che sta per deragliare, ma poi la voce della Gibbons riesce sempre a riportare tutto questo “frastuono” a una conclusione che appare quasi logica, ma che lascia poi spazio a mille interpretazioni. E' evidente la ricerca continua non solo di suoni e soluzioni, ma anche di una volontà di rendere quel suono che li contraddistingue come se si lasciasse sempre aperta una possibilità. E' un suono di frontiera, ma senza steccati che possano precludere qualcosa di ancora più sorprendente. E colpisce che stiamo parlando di una band cha all'attivo ha solo tre album in studio.
I classici come “Glory Box” e “Roads” sono eseguiti alla perfezione. E “Wondering Stars” offre un' interpretazione intensa con un duetto basso voce accompagnato da distorsioni di chitarra.
Altri brani eseguiti sono stati “Mysterons”, “The Rip”, “Sour Times”, “Magic Doors”, “Over”, “Cowboys”e “Chase the Tear”, l'unica che non compare in nessuno dei tre album studio, composta nel 2011 per Amnesty International.
Roads” è il primo bis, “We Carry On” il gran finale, con la Gibbons che scende a stringere le mani al pubblico assiepato alla transenne. Finisce così, con lei che riguadagna il palco mentre una cavalcata che sembra non finire mai si interrompe bruscamente. Questa volta è finita davvero.
Ma rimane tanto.

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<![CDATA[Edo Live Report]]>

Live Report: Edo

Edo parte da Padova per andare a Milano. Edo parte da Milano per tornare a Padova. Una lunga sequenza di autostrade e treni, compreso il treno della musica che lo spinge a migrare per trovare spunti, sfoghi, agganci, mentre si sgancia da quella definizione di "cantautore" che gli va stretta come un paio di jeans comprati prima dei 25 anni.
Io non ho mai visto Lost ma in quello che canta Edo mi ci trovo, a cominciare da quando inizia il check con "L'Armando" del mai abbastanza celebrato, forse perché ancora vivo, Enzo Jannacci.

Fa caldo a Sherwood, e si sta per onorare il rituale di una semifinale che ancora non sappiamo che vinceremo. VincerEdo. Edo che sa che dovrà suonare ma non sa ancora quante persone ci saranno a vederlo, e da che ora, visto che l'ora del suo set sarebbe potuta essere morsicata dalla parte del pubblico dei rigori.
La mela però si sbuccia correttamente, simmetrica e l'atmosfera è rilassata. Edo e i due soci a chitarra elettrica e batteria si stanno preparando con molta calma mentre il pubblico calcistico inizia ad andarsene.

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"Naso a tramezzino", storia di una qualunque pesca a strascico su Facebook ambientata nella città di Padova, è una bella conferma. "Nemo propheta in patria" in questa serata non funziona, come non funziona l'usuale essere restii ad avvicinarsi al palco del pubblico: tutti si avvicinano, molti cantano, i neofiti incuriositi iniziano a divertirsi dopo trenta secondi ed i fedelissimi se ne compiacciono, come a dire "io c'ero". O forse "Edo c'è". Perché Edo racconta di come vedere Lost per avere il coraggio di provarci. Perché c'è un "Frullatore d'acqua dolce" di memoria Albanese, o d'Albanese memoria, fate voi.

C'è ironia, quella vera. C'è partecipazione del pubblico. C'è un adeguato supporto sonoro, con un palco che Edo stesso fatica a misurare perché abituato a suonare in spazi angusti.

C'è spazio per i racconti curiosi di un batterista collassato per un mix non letale di mezzo kg di "ciuccetti" dello stand per il primo anno antistante al palco, ironia della sua sorte, dopo una serata impegnativa e c'è spazio per la tensione, palpabile, di operai della musica che ci stanno credendo.

Ma c'è il pubblico che canta, sostiene i cori, sorride e batte le mani con il cuore, non sempre estensione degli arti per gli spettatori di un live, a maggior ragione quando il live non è di un artista così famoso da meritare un'accoglienza "a scatola chiusa".
Premiata la band, premiato il pubblico, premiato Edo con il suo primo stage diving dal palco.

Una serata che vince, non solo per il calcio.

Setlist:
Sommelier
Inzagol
Bustine di tè
Gabbiano Veneziano
Naso a tramezzino
Coinquilino Fernando
Super-noi
Gravidanze catanesi
John Colombo
Vedere Lost
Dopo l'Università?
Frullatore d'acqua dolce

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<![CDATA[Universal Sex Arena Live Report]]>

Live Report: Universal Sex Arena

E’ domenica sera, Italia ed Inghilterra scendono in campo per i quarti di finale degli europei di calcio e pendono a mo’ di spada di Damocle sul concerto degli Universal Sex Arena, la cui esibizione è prevista in second stage al termine dei tempi regolamentari. Va da sé che gli eventi possono prendere soltanto una piega: Murphy non ha passato tutta la vita a perfezionare il suo teorema maestro per vederlo confutato da ventidue ragazzi ricchi in gel e pantaloncini, ed infatti Balotelli e compagnia bella ci mostrano come sia assolutamente possibile percepire svariati milioni di euro riuscendo tuttavia a mancare da ogni posizione immaginabile una porta di 18 metri quadri con una sfera di 70 centimetri di diametro, e si trascinano indecorosamente ai rigori, intralciando goffamente il concerto.

Alla fine del primo tempo supplementare gli Universal Sex Arena, tanto incuranti degli eventi sportivi quanto ligi agli orari imposti dal comune (o da chi per esso), salgono sul palco per affrontare stoicamente quella che rischia di essere una pista vuota; ma ai primi battiti di grancasse (hanno due batterie, per chi non lo sapesse o ricordasse) questo timore scompare, ed ecco che dalle panchine di fronte agli schermi gruppi di fidanzate annoiate, rockettari convinti e recensori poco inclini al tifo si alzano e muovono veloci alla volta del palco, per assieparsi il più vicino possibile alla band e rimanerci sino all’ultima nota, con l'espressione di chi non rimpiange affatto la partita. Gli Universal Sex Arena (che temo non riusciranno a schivare troppo a lungo il loro acronimo e il sapore drammaticamente diverso che donerebbe al loro nome) hanno esordito poco più di un mese fa allo Sherwood Open Live del CSO Pedro, ed è proprio a Sherwood ufficiale che li rincontriamo, se possibile ancor più spavaldi, gioiosi, convinti dei propri mezzi e decisi a stupire tutte quante con la loro performance. Già, tutte quante: i brani, le movenze dei componenti, i testi delle canzoni e soprattutto il frontman con le sue frasi rivolte al pubblico ed ostentatamente declinate esclusivamente al femminile, rimarcano di continuo quanto le donne siano l’obiettivo artistico (eheh… artistico...) della band. L’altra metà del cielo sembra gradire e reagisce con voce acuta facendo valere la propria maggioranza numerica sulla pista, e qui gli Universal Sex Arena si rendono conto che la selezione naturale imposta dalla partita che va avanti da ormai tre ore non è stata poi tanto meschina nei loro confronti ed ha moltiplicato in maniera assai felice i cromosomi X innanzi a loro relegando gli Y alla competizione sportiva.

Il suono della band è semplicemente granitico e arrivare sotto il tendone del second stage da fuori è grossomodo come entrare in una galleria del vento, bisogna passare alcuni secondi a ricalibrare i timpani prima di riuscire a capire bene quello che esce dagli amplificatori; una volta tarato il sistema uditivo è però impossibile non rimanere rapiti da questi personaggi fuggiti da qualche decennio fa, che affrontano qualunque palco gli si metta sotto i piedi come se fosse quello di Woodstock. Un plauso va fatto al fonico, che gestisce il tutto senza alcuna sbavatura, e quando così tante valvole e pelli lavorano insieme non è certamente facile.
Il cantante si diverte in maniera vistosa e in cinquanta minuti snocciola tutte le mosse elencate nell'enciclopedia della tracotanza scenica, mettendo a dura prova gli operatori della webtv, che vedono la loro necessità di eseguire stretti primi piani schiantarsi contro un pazzo a petto nudo che rotea il microfono come fosse un nunchaku saltando a destra e a manca, che si lancia a terra come uno straccio bagnato quando meno te lo aspetti e che, se perso di vista per un istante, rischia di essere ritrovato ad un paio di metri dal suolo avvinghiato ad un’impalcatura.
La scaletta è la medesima del concerto di esordio, tutti i brani suonati sono contenuti in Women will be girls, disco che potete trovare sul sito, con il pezzo più ferocemente garage (Brain Ferry) ad aprire le danze, e in questo caso anche a chiuderle, in un bis che sembra voler dire al pubblico aggiuntivo arrivato dopo i rigori (quindi quasi alla fine del concerto): “guardate cosa vi siete perse”.

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<![CDATA[Cypress Hill Live Report]]>

Live Report: Cypress Hill, Everlast, Dope D.O.D.

A cura di Max 'Mbassadò

Cypress Hill come collina dei cipressi, con tanto di simboli gotici, cimiteri etc. Eppure l'origine etimologica è altrove e per l'esattezza và cercata nella mappatura delle strade di South Gate e piu' precisamente in quella Cypress Avenue, l'arteria stradale che attraversa South Central giungendo al cuore di Los Angeles. B-Real, (di madre cubana e padre messicano) è il frontman di quello che viene ritenuto storicamente il primo gruppo Latin Hip-Hop pluridecorato fino a giunger al disco di platino a suon di innumerevoli riconoscimenti. A dar lustro alla portata universale della musica dei Cypress Hill è l'unica data per il Nord-Italia del tour. . Ma facciamo un salto a ritroso. L'ossatura del gruppo nasce nel 1985 prima come DVX (Devastating Vocal Excellence) nel quartiere di South Gate nella zona di South Central L.A., per poi diventare definitivamente Cypress Hill. L'esordio discografico ufficiale risale all'agosto del 1991 con l'album omonimo “Cypress Hill”, il gruppo composto dal suo frontman B-Real affiancato da Sen Dog e Dj Muggs (successivamente da Eric Bobo, percussionista). Una delle peculiarità del sound dei Cypress Hill è da trovar nel flow inimitabile e nasale di B-real aka “the Phunky Feel One”. Parlando del suo esordio B-real ama richiamare il primo singolo “How I just could kill a man” spiegando “era una sorta di medley di tre brani che avevo scritto, e dopo aver sentito il beat infettivo di Muggs decisi di metterli assieme in un unico brano. In quel periodo stavo ancora elaborando il mio stile”. 

Hey don't miss out on what your passin
You're missin the hoota of the funky Buddha
Eluder or the f**ked up styles to get wicked
So come on as cypress starts to kick shit.”
Il lato b del singolo era “The Phunky Feel one”, e l'album conteneva anche “Latin Lingo” il vero e proprio manifesto dello slang Spanglish “Latin lingo baby (funky bilingual) funky bilingual
Yeah, funky bilingual!”

Da allora molti dj's, b-boys ed mc's hanno mostrato amore e riconoscimento per i Cypress Hill. Già prima c'era una folta rappresentanza di ispanici nell'ambito della cultura Hip Hop basti pensare ai primi writers (Lee etc), dj's, mc's (Fantastic MC's), b-boys(Rocksteay Crew) ritratti nei primi documentari come “Wild Style”, anche se non veninvan spesso riconosciuti tra i pionieri. Ed oggi giorno la tradizione continua dopo loro ed i vari Kid Frost, Mellow Man Ace (fratello di Sen Dog) con Fat Joe, Big Pun (R.I.P.), The Beatnuts etc. Il primo album omonimo fu anche l'opportunità di porre fine alla vitaccia in strada spacciando per sbarcare il lunario, per dedicarsi finalmente alla sua vera passione ovvero la musica. Seguì a ruota Black Sunday che fu l'album della consacrazione che finì dritto al primo posto in classifica con hit come “Insane in the brain” che ebbe un airplay massiccio anche sulle college radio e circuiti alternativi e la cupa "I Ain't Goin' Out Like That". Facendo riferimento alla sua voce dal marcato pitch nasale B-Real dice “se hai un tratto che ti distingue dagli altri, devi giocartelo a tuo vantaggio”. A livello di sound il produttore Muggs ha dato un sound funk minimale per poi diventare sempre piu' spettrale al gruppo, pescando da samples assai eccentrici. Da allora il gruppo ha consolidato la propria fan base attirando anche il circuito piu' alternativo e cross-over andando a suonare al Lollapalooza senza però mai perder di vista il proprio zoccolo duro hiphop e mostrando sempre amore ed attaccamento alle proprie origini . Un progetto interessante nel percorso artistico di B real è stato senz'altro “Psycho Realm” di cui ha voluto far parte subito dopo averli sentiti live, da cui l'affiliazione immediata.

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Dopo questo breve flashback rieccoci al tempo reale, è un mercoledi' di fine giugno con caldo afoso, ma i veri hip hop heads comunque non se ne fanno una ragione, sin dalle h18 è attivo il 2nd stage con una live showcase di Ear 2 the Street, con ai piatti Dj Keyone che inizia a dispsensare classiconi, per poi dare la parola al giovanissimo talento di Nitro, direttamente da Gioventu' Bruciata (Camisano Vicenza) che dopo un round di warm-up in freestyle affiancato da Mova sfoggia un live d'impatto, che ne certifica la continua crescita, non a caso finalista di MTV Spit!. A seguire l'armata di Unlmtd Struggle prende il testimone con Mistaman al mic e Rock B sui tecnici, con Karma22, ultimo acquisto della scuderia pronto a condividere il palco, con i suoi soci alternandosi nella presentazione della new release “Scatola nera”. Giunge il momento di trasferirsi presso il main stage intanto inizia a giunger un 'esercito di Hip Hop heads da tutto il Nord Est. E' il momento dei Dope D.O.D. Formazione olandese di Gronigen che con il loro sound d'impatto fanno breccia a suon di frequenze basse sempre complementari con metriche molto ricercate, confermando di esser una delle rivelazione del panorama Europeo. Si giunge cosi ad Everlast, frontman degli House of Pain, affiliati della Soul Assasin, che con la sua band ci regala un bluesy a country sound tra una rima ed un accordo di chitarra ci regala un live acustico di ottima caratura. Quando scattano circa le 22.05, si arriva al momento clou della serata, una folta e gremita platea impaziente applaude l'ingresso di Julio G, ma esplode soprattutto all'ingresso di Sen Dog e B-real in una cornice suggestiva, affiancato dal percussionista Bobo che si sbizzarrisce tra congas e octopad. Il pubblico recepisce eccome, e dal classico Hand on The Pump lo show spicca il volo, a ruota When The Ship Goes Down, e l'altro classico How I could just Kill a Man i due mc's s'intrecciano a meraviglia. S'arriva poi al momento del sound piu' caliente latino con un Sen Dog che in Splanglish ci regala Latin Thug anche in ispirato ballerino. A ruota il brano capostipite dello stile Spanglish ovvero Latin Lingo e Tequila Sunrise il pubblico s'infiamma, e quando B real parte con la frase don't you know I'm loco, la folla si prepara al primo climax della serata Insane in the brain, che colpisce dritto nel cuore. Quando B real ne appiccia una giunge il momento del Weed Medley cantato in Splanglish “Quero fumar” a mò di medley ininterrotti. C'è poi tempo per una turntable session con Julio G che invita B-Real in console, ed i due si scambiano in un sorprendente beat juggling che manda in visibilio il pubblico. Il testimone poi passa all'istrionico Bobo che con le sue percussioni dimostra una padronanza ritmica fenomenale, con una velocità d'assestamento di colpi inaudita. Si passa poi ai suoni piu' cupi di Throw your set, Boom Biddy Bye, Cock the Hammer per giungere a Vato e l'inesorabile Ain't going out like that. Il pubblico gradisce e s'infiamma, e dopo un piccolo break, chiama a gran voce il bis. C'è tempo per brani dal nuovo repertorio con Rusko e da Rise up, e la voce nasale di B-real dimostra quanto sia a proprio agio anche sugli extra beat incendiando il pubblico completamente stordito al gran finale che non poteva che esser Rock Superstar. C'è poco altro da aggiunger una serata memorabile che dimostra quanto sia importante puntare sui giusti ingredienti per riportare l'hip hop alla sua sede naturale la strada con il suo sound diretto crudo autentico, nella cornice di musica indipendente e libera per antonomasia, lo Sherwood Festival. Un ringraziamento a tutto lo staff di Sherwood ed a voi pubblico meraviglioso

Boom biddy bye bye!!!!!!!!

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Manu Chao Aggiornamenti Live]]>

Manu Chao Live, tutti gli aggiornamenti in tempo reale dalla redazione di Sherwood.it

Manu Chao Live, tous les ajournements en temps réel de la rédaction de Sherwood.it

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Ore 23.45

Si accendono le luci e le più di diecimila persone che sono accorse salutano Manu Chao e i suoi musicisti. Un saluto caloroso e sentito.
Sulle pagine del nostro sito e sui social network trovate le immagini di questa indimenticabile serata. Ma anche le impressioni di chi la sta ancora vivendo. E' lunedì, è vero, ma c'è ancora tantissima voglia di fare festa. Qualcuno, ma solo una sparuta minoranza è costretto a fuggire via per ovvie ragioni, ma i più mi sembra di potere dire, hanno voglia di goderselo questo Festival di Sherwood.
Sul palco intanto cominciano i lavori per liberarlo. Domani si ricomincia, mercoledì arrivano Cypress Hill.

Les lumières se sont rallumées et les 10.000 personnes présentes saluent Manu Chao et ses musiciens. Un salut chaleureux et bruyant.
Sur les pages de notre site et réseaux sociaux, vous trouverez toutes les images de cette inoubliable soirée. Mais également les impressions qui ont été faites en direct. Il est vrai, qu'aujourd'hui, c'est lundi mais tous ont encore envie de faire la fête. Une partie du public, bien que minoritaire, est obligée de rentrer chez soi pour des raisons évidentes mais la majorité semble tout de même avoir envie de profiter à fond de ce Festival Sherwood. Sur la scène principale, les travaux ont commencé afin que tout soit pret pour les jours suivants.
Demain, une nouvelle journée s'annonce au Festival et mercredi, ce seront les Cypress Hill qui y seront en concert.

Ore 23.30

Una leggera pioggia comincia a scendere, ma quasi impercettibile. Ballano tutti, di tutte le età. L'energia che si sprigiona dal palco arriva fino alla collinetta che costeggia la curva dello Stadio Euganeo, che consentiteci di dirlo, risulta quasi decente sullo sfondo a così tanta gente, che non smette di tenere il ritmo. Un'armonia bellissima che ripaga dello sforzo di tanti chilometri sostenuti per giungere fino a qui.
Gente che arriva dal profondo Sud o dal martoriato Abruzzo. E se la godono, si divertono, tutti insieme. C'è davvero gente di ogni dove.
Gli stand gastronomici sono presi d'assalto, ma intanto.."Je ne t'aime plus, mon amour, je ne t'aime plus tous le jours", e tutti cantano e lo accompagnano.

Une légère pluie commence à tomber mais elle est quasi imperceptible. Le public, de tout âge, continue à danser. L’énergie qui est communiquée depuis la scène arrive jusqu'aux collines situées sur le coté du Stage Euganeo. Le rythme ne cesse de continuer. Une jolie harmonie compense les kilomètres parcourus par certains pour arriver jusqu'au Festival.
Il y a, en effet, des personnes qui sont venues du Sud de l'Italie mais également de l'Abruzze. Et cela en valait la peine parce que tous en profitent et se divertissent tous ensemble. Il y a vraiment des gens venant de partout.
Les stands gastronomiques sont pris d'assaut et pendant ce temps.. "Je ne t'aime plus. mon amour, je ne t'aime plus tous les jours" chanté par tout le public pour l'accompagner.

Ore 23.00

Quando sono echeggiate le note di “King Kong Five” , anche se la versione del fortunato hit di Mano Negra ha qualche anno, tutti si sono messi a cantare e ballare. Una versione completamente rivisitata e arrangiata, ma davvero convincente. Poi è sta la volta dell'omaggio a Pinocchio di Collodi e a Vinicio Capossela. Come dire l'incontro di culture tra la tradizione del racconto popolare e quel mix di culture che è la musica dell'artista pugliese.
Il team di cameraman coordinato dalla regia della web tv da un gran supporto al pubblico per fare sì di non perdersi nulla della serata.

Lorsque les notes de "King Kong Five" ont raisonné, même si la version du fameux hit de Mano Negra a déjà quelques années, tout le public s'est mis à chanter et à danser. Une version complètement revue et arrangée mais tout à fait convaincante.
Il y a eu ensuite un  hommage   à  Pinocchio de Collodi et à Vinicio Capossela. Il s'agissait en quelque sorte d'une rencontre entre la culture de la tradition populaire et du mixe culturel qu'est la musique de l'artiste .
L’équipe  de cameramans,  coordonnée  par la  régie  de la web tv, aide le public  à  ne pas perdre une seule  minute du concert.

Ore 22.00

Più di 10.000 persone avvolte e coinvolte da Manu Chao e la sua band.
C'è gente ovunque, ma tutto si svolge ordinatamente, l'atmosfera è colorata come deve essere in queste occasioni.
Si diceva di persone arrivate da tutta Italia e non solo, e stanno rispondendo alla grande alle sollecitazioni dello spettacolo.
Tommaso Cacciari ha parlato a nome di tutta la libera comunità di Sherwood e ha dato il benvenuto a Manu Chao ricordando il percorso fatto insieme attraverso Porto Alegre e Genova 2001.
Grandi emozioni ma senza nostalgia, bensì la consapevolezza di un cammino non ancora compiuto, ma che si sta compiendo ancora di più oggi.

Plus de 10.000 personnes sont pris par le concert de Manu Chao et de son groupe.
Le monde est présent partout mais tout se déroule bien, l’atmosphère est colorée comme il se doit de l’être dans ce genre d'occasion.
Les personnes sont venues de toute l'Italie comme on le disait précédemment et répondent présent aux sollicitations du chanteur.
Tommaso Cacciari a parlé au nom de toute la communauté de Sherwood et a souhaité la bienvenu à Manu Chao rappelant le parcours fait à travers Porto Alegre et Genova 2001.
De grandes émotions, sans nostalgie toutefois mais avec la pleine conscience d'une marche qui n'est pas encore terminée mais qui ne fait que continuer encore plus aujourd'hui.

Ore 21:30

L'inizio spettacolare carico di salti urla e ottimo sound! Il pubblico in delirio!

Le début spectaculaire est plein de sauts énergiques avec un son magnifique! Le public est en délire!

Ore 21:15

L'attesa sta per terminare. I fan di Manu Chao fremono. Tra poco le note del Grande Artista allieteranno la nostra serata. Buon divertimento!

L’attente est sur le point de se terminer. Les fans de Manu Chao tremblent. Dans quelques instants, les notes du Grand Artiste accompagneront notre soirée. Bon divertissement!

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Ore 20:45

Continua la diretta streaming dallo stand della web tv dello Sherwood Festival 2012 e i fotografi si divertono tantissimo a fotografare le ben 10.000 persone che sono finora arrivate qui a Padova per vedere il concerto più atteso dello Sherwood Festival 2012.
Numerosi gli interventi in studio del pubblico arrivato da tutta Italia e oltre confine.
Dalle foto del nostro gruppo fotografi potete seguire la situazione.

Le direct streaming continue au stand de la web tv du Sherwood Festival 2012. Les photographes sont aux anges. Ils peuvent, en effet, prendre en photos les 10.000 personnes qui sont arrivées jusqu'à présent à Padova pour voir le concert le plus attendu du Sherwood Festival 2012.
Les interventions d’un public ,venu de toute l’Italie et des pays frontaliers, ont été nombreuses en studio.
Vous pouvez suivre la situation grâce aux différentes photos prises par l’équipe des photographes.

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Ore 18.15

Adesso si può cominciare a parlare di afflusso importante da parte di coloro che possiedono il fortunato tagliando. Dai messaggi che appaiono su twitter si capisce che molti sono per strada. Si consiglia di usare il più possibile le navette che partono dalla stazione. L'atmosfera è quella di quando si è consapevoli di star per vivere un evento unico. E la libera comunità di Sherwood sta rispondendo alla grande a questo impegno. E' stato rafforzato anche il comparto di intervento medico pronto per qualsiasi emergenza.

Tra poco la diretta via web delle trasmissioni dal Festival. Conducono in studio Stefano Dalla Porta, Carlo Vitelloni e Ivan Grozny.

A présent, on peut vraiment commencer à parler d’afflux important de la part de ceux qui possèdent la prévente. On comprend de suite que beaucoup de personnes sont en route lorsque l’on regarde les messages apparus sur twitter. Voilà pourquoi nous conseillons d’utiliser le plus possible les navettes qui partent de la gare. L’atmosphère est celle que l’on retrouve lorsque l’on est conscient que l’on va vivre un moment unique. Et c’est la communauté du Sherwood qui a rendu cela possible. Pour l’occasion le compartiment pour les interventions médicales a également été renforcé afin d’être prêt pour n’importe quelle urgence.

Tout de suite, le direct de la transmission du Festival via web présenté en studio par Stefano Dalla Porta, Carlo Vitelloni e Ivan Grozny.

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Ore 17.30

L'afflusso è regolare ma continuo. C'è gente ovunque, in tutti gli stand. E' chiaro che il grosso del pubblico affluirà tra le 18 e le 20 e quindi consigliamo a tutti quelli che devono arrivare di cercare di farlo al più presto.
Si vedono bandiere No Tav sventolare, più di qualcuno se n'è portate. Ma non mancano neppure quelle No Dal Molin, ovviamente. E si è pure vista qualche T-shirt contro le grandi navi a Venezia.
Ogni angolo del Festival è una sorpresa. Alle 18 comincia la diretta ma sui social network e sul sito di Sherwood si possono già trovare parecchi contenuti multimediali.
Il caldo è stemperato da una piacevole brezza.
Manu Chao e la band raggiungeranno lo Sherwoo Festival tra poco, prontissimi per la serata. Come già anticipato incontrerà Don Gallo, ma non solo. Tanti attivisti presenti hanno incrociato più volte la sua strada, ed è arrivato il momento di conoscersi.

L’afflux des spectateurs est régulier et continu. Il y a des personnes partout dans le Festival. Mais il est évident que la majorité du public arrivera entre 18h et 20h voilà pourquoi nous conseillons à toutes les personnes qui doivent encore arriver de venir le plus rapidement possible.    
Dans le Festival, on peut également voir des drapeaux No Tav volés dans le ciel. Bien évidemment, à coté de ceux-ci, il y a également ceux de No Dal Molin.
Chaque angle du Festival est une surprise.
A 18h, commencera le direct mais sur les réseaux sociaux et sur le site du Sherwood, se trouvent déjà pas mal de contenus multimédias.
La chaleur, elle, est devenue plus supportable grâce à une brise tout à fait plaisante.      
Manu Chao et son groupe rejoindront le Festival dans peu de temps, plus prêts que jamais pour la soirée.         
Comme dit précédemment, il rencontrera Don Gallo mais pas uniquement. En effet, de nombreuses activités croiseront plusieurs fois son chemin durant la soirée.

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Ore 16.30

Da tutta Italia e non solo, dicevamo. Molti non erano mai stati allo Sherwood Festival, ed è davvero piacevole constatare la sorpresa che ha chi vi si trova per la prima volta. Volti sorridenti nonostante il caldo, da parte di tutti. Chi lavora affinchè non solo questa data, ma tutto il Festival vada al meglio, come è sempre stato. La libertà di poter fare un sacco di cose per ingannare l'attesa. C'è chi si affaccia allo stand di sherwood.it, chi sfoglia i volumi in libreria, chi mangia o cerca refrigerio all'ombra o sotto le docce che sono state messe a disposizione per il pubblico. Si gioca a pallone sulla collina che costeggia lo stadio Euganeo, si gioca ai dadi o a scacchi sotto il palco. Ma c'è anche chi si esibisce in giochi di abilità, giocolieri.
Intanto Manu Chao e la band hanno pranzato in un ristorante della zona, e dopo il pasto i musicisti hanno improvvisato una piccola performance con le non proprio giovanissime titolari del locale.
In serata è atteso l'arrivo di Don Gallo che assisterà al concerto e sarà ospite della web tv.

Beaucoup de personnes n’étaient jamais allés au Sherwood Festival et c’est vraiment plaisant de constater leurs expressions de surprise.
On ne retrouve que des visages souriants et ce malgré la chaleur. Même chez ceux qui y travaillent tous les jours et non seulement pour cette date importante. Beaucoup d’activités sont proposées pour faire passer un peu le temps avant le concert. Il y a, en effet, ceux qui attendent au stand de sherwood.it, ceux qui feuillettent les livres mis en vente, ceux qui mangent ou cherchent un peu de fraicheur à l’ombre ou sous les douches qui ont été mises à disposition du public. Certains jouent même au ballon, au dé ou aux échecs sur la colline se situant à coté du stade. Mais il y a aussi ceux qui se s’exposent en jouant à des jeux d’habilité ou en vendant des bijoux.
Pendant ce temps, Manu Chao et son groupe sont allés manger au restaurant de la zone et après leur repas, les musiciens ont improvisé une petite performance aux propriétaires du local.            
Durant la soirée, Don Gallo est attendu pour assister au concert et sera également l’invité de la web tv.


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Ore 15.45

Il Parcheggio Nord dello stadio Euganeo si sta riempiendo. Sole e umidità ci accompagnano verso la serata. I flussi di persone si avviano verso il mainstage addobbato della scenografia che accompagna Manu Chao in tutte le stazioni del suo progetto La Ventura. Ricordiamo inoltre che aprirà la serata il nostro Amico di lunga data, Don Gallo.
In collinetta aumentano costantemente gli asciugamani stesi, le birrette, l'emozione e il caldo. Rinfrescarsi è facile: è stata installata una doccia proprio vicino a voi e in tutta l'area numerosissimi i punti di ristoro.

Le Parking Nord du stade Euganeo est en train de se remplir. Soleil et humidité nous accompagnent vers la soirée. Petit à petit, le flux des personnes se rapprochent de la scène principale décorée par une scénographie qui accompagne Manu Chao durant tout son projet La Ventura. Rappelons tout de même que ce sera Don Gallo, notre ami de toujours, qui ouvrira la soirée.
Sur la petite colline, les essuies de plage, les bières, l’émotion et la chaleur ne font qu’augmenter. Pour se rafraichir, une solution : la douche installée spécialement pour vous et de nombreux petits bars permettant de vous ressourcer.

Ore 14.00

I CANCELLI SONO UFFICIALMENTE APERTI!

In parecchi sono arrivati la mattina presto. Dal Veneto stesso, ma anche dalla Puglia, dalla Calabria. C'è perfino un gruppo di ragazzi messicani che aspetta di entrare: “tutte le volte che è venuto a Città del Messico – raccontano - ce lo siamo perso, e questa volta, visto che siamo in Italia da un po', non ci abbiamo pensato un attimo e abbiamo subito acquistato il biglietto. Non vediamo l'ora sia stasera”.
Un gran caldo, ci si ripara sotto gli alberi. Qualcuno ha portato una tenda, pur di ripararsi dal sole.
In backstage intanto ci si rilassa. Tanta frutta, verdura, aringa sciocca e salmone affumicato. Dopo lo spuntino Manu Chao e il gruppo stanno raggiungendo l'albergo per riposarsi.
All'interno dell'area del Festival è tutto pronto.

LES PORTES SONT OFFICIELLEMENT OUVERTES!

De nombreuses personnes sont arrivées ce matin. De la Région du Vénétie elle-même mais également de la Pouilles et de la Calabre.           
Il y a même un groupe de jeunes venant du Mexique qui attend pour entrer : "A chaque fois que Manu Chao est venu à Mexico - racontent-ils - nous n’avons pas pu aller le voir. Mais cette fois-ci, vu que nous sommes en Italie, on a été acheté les billets sans même y réfléchir des que nous avons vu l’annonce de son concert. Maintenant, on attend qu’une seule chose : Etre ce soir à son concert".
La chaleur présente sur le Festival pousse les personnes à chercher un peu d’ombre sous les arbres. En plus de cela, les différents bars présents proposent énormément de fruits, de légumes, d’oranges pressées et de saumons fumés.          
Après un petit apéritif, Manu Chao et son groupe ont rejoint leur auberge pour se reposer un peu.
Du coté du Festival, tout est déjà prêt.

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Ore 13.00

Mezzogiorno, sole a picco su tutta l'area dello Sherwood Festival. E' un lunedì speciale, perché quelle che risuonano nell'aria sono le note di Manu Chao. E' solo il soundcheck, ma le vibrazioni e l'energia già fanno presagire che sarà una giornata memorabile. Sono attese migliaia di persone, le prevendite sono andate a ruba in pochi giorni. Più di trecento persone intanto lavorano affinché tutto sia pronto per quando i cancelli saranno aperti, alle ore 14.00.
Su www.sherwood.it segui la diretta attraverso articoli, immagini, video della giornata e la diretta web tv dalle 17.30.
Continui aggiornamenti anche via twitter, seguendo l'hashtag #sherwood12 e facebook nelle nostre pagine ufficiali Sherwood Festival e Sherwood.it.

Midi. Le soleil brille de mille feux sur toute la zone du Sherwood Festival. Il s’agit d’un lundi un peu spécial car dans l’air, ce sont les notes des musiques de Manu Chao qui raisonnent. Pour le moment, il ne s’agit que du souncheck, mais les vibrations et l’énergie annoncent déjà une journée mémorable. Des milliers de personnes sont attendues, les préventes sont parties en peu de jours. Parallèlement a cela, plus de 300 personnes y travaillent pour que tout soit prêt pour l’ouverture des portes qui aura lieu a 14h00.     
Sur le site sherwood.it, tu peux suivre le déroulement de la journée, moment après moment, à  travers des articles, des images, des vidéos de la journée et le direct sur la web tv à partir de 17h30.
Des ajournements continus se font aussi à travers twitter suivant l’hashtag #sherwood12 mais également sur facebook sur notre page officielle Sherwood Festival et Sherwood.it.

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[THE MARS VOLTA live @ MAGAZZINI GENERALI (MI) 20/06/2012]]>

Un trip surreale e lisergico è stato dettato dalle note dei Mars Volta Mercoledì sera ai Magazzini Generali di Milano.
La band di El Paso ha sconvolto lo stipato pubblico all’interno del locale, con uno show fatto di suoni, tempi e controtempi inimmaginabili, frutto di mostruosità tecniche e vivo sentimento. Gli spettatori son stati trascinati in altre dimensioni: dai caldi deserti Messicani del Peyote a remoti viaggi onirici tra le più sconosciute galassie dell’Io.
E’ difficile descrivere il fascino che esercitano i Mars Volta su chi li ascolta e li segue: da molti giudicati superficialmente troppo complessi e naif credo invece siano tra le poche e uniche band realmente innovative che hanno dato un contributo significativo alla musica degli ultimi dieci anni. Il singolare timbro vocale di Cedric raggiunge acuti non permessi ai comuni mortali, Omar alla chitarra riversa suoni sul pubblico senza mai fermarsi, Juan al basso colora con un groove indescrivibile, Marcel ai synth è  fondamentale per ricreare le giuste atmosfere e Deantoni Parks alla batteria unisce tiro, fantasia e precisione senza sbagliare un colpo per tutta l’intera esibizione.
Il concerto inizia con un intro stile “Mariachi-Tarantiniano” che suona autoironico viste le origini Messicane della band. Seguono Aegis e poi The Whip Hand, estratti dalla loro ultima fatica discografica Nocturniquet, da cui il tour prende il nome. I pezzi sono riarrangiati rispetto al disco: vengono fatti suonare più duri ed electro a tratti, ad altri vengono “addolciti” per lasciare spazio a momenti estasiatici e riflessivi che si ascoltano in brani come la bellissima Lapochka o Trinkets Pale Of Moon. Quasi tutto l’intero disco viene suonato, interrotto solo dall’ormai consolidata Broken English Jam .
Il rito sciamanico dei Mars Volta si chiude con due tra i miei pezzi preferiti: The Widow che eseguita dal vivo rimanda ad atmosfere mistiche Led Zeppeliniane, e Goliath:  dieci minuti di follia sussultoria e spasmodica su giri prog-hardrock.
Niente bis, e interazione con il pubblico pari quasi a zero: Cedric accenna solo un “Thank you” e una comprensiva lamentela per l’acustica del posto che ha messo alla prova i suoi acuti, tanto da trovarsi costretto a chiedere l’aiuto del pubblico per cantare The Widow . Apprezzo però il loro modo di mantenere le distanze dalla folla: è lo stesso approccio che hanno usato i grandi del rock e del progressive della golden age della musica. Il distacco della band dal pubblico crea una sorta di misticismo e irraggiungibilità per i componenti, creando un’aurea mitica che la maggior parte degli artisti dei giorni nostri ha perso. Si pensi alle innumerevoli “chatty band” odierne, più preoccupate a condividere con i fan i loro status su Twitter e Facebook piuttosto che fare buona musica.
Detto questo, a parte la discutibilità della location, Mercoledi sera posso dire di avere assistito ad un momento di grande musica, una fortuna al giorno d’oggi trovare band del calibro dei Mars Volta. Ho provato la stessa sensazione che si prova nel guardare un film di Jodorowski : un viaggio estasiante di un’ora e mezza che ti lascia senza parole, ma ti fa scervellare i giorni seguenti per capirne il senso logico e ricondurti ad un ordine generale delle cose.

Filippo for Sherwood Live Reporter

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<![CDATA[Maria Antonietta & Amor Fou Live Report]]>

Live Report: Maria Antonietta

Letizia Cesarini indossa dei canzolncini a vita altissima, una camicia di troppe taglie più grandi della propria, e si fa chiamare Maria Antonietta.
Sofia Coppola c’ha provato, con un’esplosione di frivolezza e colore, a raccontare questo nome. Letizia ci è riuscita facilmente, puntando solo su se stessa.

Ad un certo punto si smette di cantare in inglese, non si è più la voce degli Young Wrists, si abbandonano gli spazi troppo stretti. Anche casa nostra può diventare un luogo a cui non apparteniamo più. E giunge il momento di sbraitare solo di noi stessi, quasi fossimo unici, quasi qualcuno ci potesse sentire. Il 6 Gennaio 2012 esce il suo secondo disco, omonimo, registrato e prodotto da un altro piccolo e improvvisato poeta, Dario Brunori. Le reti umane sono importanti, e i risultati divengono sublimi.

In mezzo a un grande palco, Maria Antonietta è piccola davvero.
Ha capelli senza regola né condizione, sembra una bambina dal corpicino scosso da convulsioni. Da impeti genuini, incontrollabili e scomposti.
A 23 anni diceva di non sapere come comportarsi, e da allora tutti hanno iniziato a chiederle come sia stato sentirsi così a disagio. Sembra che nessuno sia in grado di capire l’importanza di una fragilità così imbarazzante, e della normalità nello sentirsi sconvolti. “Trenta secondi ed ho finito” sussurra lei, noi si starebbe ad ascoltarti fino alla fine del mondo, Letizia. L’abbiamo noi tutti, una bestia. A volte è tenera, altre volte insopportabile. Siamo animali simili, muoviamo alla ricerca di un amore che non viene mai, e scompare come fumo.

Live Report: Amor Fou

Da una duttile, intima, femminile, e delicata giovinezza, si passa alla follia vera e propria. Animali vari e improbabili iniziano a svolazzare sul palco. Fenicotteri rosa, dinosauri, bianchi mostri col sorriso. Se di mostri non possiamo liberarci, tanto vale renderli ridicoli. Quando si dice vivere in un mondo che è solo nostro, Amor Fou è una combinazione di più mondi, e il risultato dell’addizione è surreale.

L’ingranaggio è composto della voce che fu dei Giardini di Mirò, una costola dei La Crus, qualche coccio di Pasolini, un terzo posto al premio Tenco, adattamenti teatrali e la ferrea inclinazione a seguire solo propri tracciati. Ad ascoltarli, un poco si riceve in cambio un tenue assopimento. Una musica che arriva in punta di piedi, delicata, si lascia ascoltare, ci lasciamo tentare. A Parigi ci potremmo sedere in strada, a ber vino parlando a fianco di sconosciuti. Qui facciamo tutti la figura degli intellettuali troppo aridi per esser normali. E poi, d’improvviso, gli occhi si riaprono a una sequenza ipotetica irrisolvibile. Ah! Se io fossi meno io, se tu fossi meno tu, se noi fossimo almeno noi.

Il cielo è coperto, non ci sono stelle, non possiamo sperare troppe cose tutte insieme. Sono momenti di solitudine. Con tutte le debolezze che siamo, è il caso di andarci molto cauti. Alla prossima fuga onirica.

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<![CDATA[Subsonica Live Report]]>

Live Report: Subsonica

Partono subito carichissimi, con Ratto, canzone tratta da Terrestre, album che ha un taglio più rock che elettronico
“E sai che c'è un ritmo per tutto, di gioia e dolore per tutto, e ieri chissà e domani chissà, che tutto si perde nel flusso. E l' unica ambizione che hai è stare in piedi”.
La cosa che mi colpisce di più dei Subsonica è la capacità che ha una loro canzone di sembrare scritta apposta per te. La precarietà, l'indecisione, il non vederci chiaro. Ho potuto emozionarmi tantissimo vedendo tutte le mani applaudire a tempo, le braccia alzarsi quasi fossero tutti danzatrici di nuoto sincronizzato, ho visto il pubblico saltare spalla a spalla, le spinte a tradimento, i sorrisi, gli occhi lucidi. Al secondo posto in scaletta troviamo Veleno, che si può dire che è una delle mie preferite. Di cosa parla veleno? Parla d'amore, di un amore che non c'è più: “dentro una storia senza più titolo”, e pur essendo consapevoli di questa assenza non si riesce a fare a meno di avvicinarsi a quelle labbra che più volte abbiamo baciato, succhiato e morsicato. Una rabbia contro la debolezza dell'essere semplici esseri umani. Contro la tentazione del soddisfare la pura necessità di estremo piacere, che però rischia di farci male, di essere veleno.
Si prosegue distanziandosi un po' dai turbamenti dell'animo umano e rivolgendosi verso la denuncia sociale con Corpo a corpo. La scaletta estiva non concede nessuna pausa. La gente non è mai stanca di saltare.
È il tempo del primo classico: Liberi tutti, e si creano serpentoni di pogo tra il pubblico, poi tocca a Diluvio canzone dell'ultimo album Eden. Poi una storia interessante Benzina Ogoshi. Brano che è stato scritto in parte dai fan con suggerimenti via web 2.0. Un procedimento singolare che evidenzia il bellissimo e intimo rapporto che durante il corso degli anni i Subsonica hanno saputo costruire con chi li segue. 

Genova 19 luglio 22 luglio 2001: “Movimenti no-global e le associazioni pacifiste danno vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell'ordine e manifestanti dove, durante uno di questi, trova la morte il manifestante Carlo Giuliani.” Episodi sintetizzati nella canzone Sole silenzioso, dell'album Amorematico.
Istantanee è invece il momento della riflessione. Segue un brano che è quasi uno scioglilingua, Depre.
La cosa più succulenta è quella che non si può avere. Più è difficile, più è attraente. L'essere umano è un debole predatore, cade spesso in fallo intestardendosi in un inesauribile soddisfacimento di desiderio. Situazione spiegata in Cose che non ho, canzone contenuta nel primo album: Subsonica.
Continua con la parte più dance e commerciale del concerto, infatti i Subsonica propongono l'inseparabile tripletta: Glaciazione, Centro della fiamma, Nuova Ossessione presente in scaletta già dal tour estivo dell'eclissi (2008) tour passato alla storia.
Ci si avvia verso la fine con Up patriot to arms brano di Battiato.
È il turno di Strade, che come al solito commuove un po' tutti, sopratutto per il significato di quelle semplici parole intelligentemente cucite tra loro, e un po' perché si realizza che si è quasi alla fine.
Il finale dei concerti dei subsonica è sempre un po' “caciarone” infatti loro stessi chiedono ai fan che canzoni vorrebbero sentire, ne sussegue un casino infernale di cui non si capisce nulla. Concedono i classici da concerto Discolabirinto e Tutti i miei sbagli.

Ogni canzone ci spalanca un forziere di ricordi e sentimenti, che è sempre bene rispolverare ogni tanto, perché se dimentichiamo è come se non fosse esistito nulla, e se una cosa non esiste non possiamo imparare nulla.

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<![CDATA[Il Pan del Diavolo Live Report]]>

Live Report: Il Pan del Diavolo

Sapete qual è la differenza tra essere svegli e dormire? Una voce. La voce di Alessandro Alosi, a voler essere onesti. Uno che, se fosse nato in un paese scandinavo a caso sopra la Danimarca e sotto l’Islanda, si sarebbe pitturato la faccia di simboli pagani, andando a vandalizzare chiese e cimiteri cristiani. Per fortuna è nato in Sicilia – basta vederlo, lo si riconosce al primo colpo, prima ancora che l’accento palermitano faccia capolino – e ai nullafacenti black metal preferisce gli urlatori italiani. Fuori i manuali di filologia: chi si ricorda di Clem Sacco? chi ha un debole per i Blackmen? chi non potrebbe stare senza i Corvi? chi? chi? chi?
Per Il Pan del Diavolo, di forma quattro, di sostanza due, rispolveriamo l’abusatissima formula “sono in pochi ma sembrano un esercito”. Tre, quattro accordi, qualche assolo elettrico piazzato in mezzo quasi per dimenticanza, lenti stritolati in un mare di ruvidità, batterie e grancasse che sono bombe nel cuore pronte ad esplodere, sei, dodici, centocinquanta corde da accordare e riaccordare dopo ogni pezzo tale la foga nel violentarle. E poi, dicevamo, la voce.
La velocità è il senso della vita, il senso della vita è la velocità. In un’ora e un quarto di strepiti e rustiche pulsioni folk, mai un calo, mai un’incertezza: tant’è che quando arriva l’ultima corsa le orecchie sanguinano, nemmeno che sul Second Stage abbiano appena suonato i Motorpsycho. Il Pan del Diavolo si lascia dietro piombo, polvere e carbone, indugiando sulle sfumature del secondo, recente disco, che alterna sciabolate di concretezza esemplare (“Dolce Far Niente” è già quasi un anthem) ad impolverate torcide morriconiane (“Elettrica”) a pause arpeggiate e sature di tensione (“Vento Fortissimo”), e concedendo gli estratti migliori di “Sono All’Osso”, la fucilata che nel 2010 li impose all’attenzione dell’Italia musicale. Sono all’osso sì, Il Pan del Diavolo, e meno male: chissà cosa salterebbe fuori con qualcosa in più. Quando partono i ghirigori di “Pertanto” si alza un’ovazione che cresce e batte, batte con la potenza selvaggia delle ritmica estenuante de “Il Boom”, si scioglie per un istante – solo un istante – in “Africa” e torna a martellare, in un inestricabile maelstrom sonoro che dona al blues e al rock’n’roll sembianze luciferine, in “Farà Cadere Lei”.
Hai capito i picciotti della Vucciria. Danze sfrenate e hats off.

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<![CDATA[Rock in Idrho Preview @ Carroponte - Sesto San Giovanni (MI) - 13 Giugno 2012]]>

Gustosa anticipazione di Rock in Idrho che da quest'anno si avvale di una giornata appunto di "preview" presso l'area del Carroponte di Sesto San Giovanni: la scelta della location si rivela davvero azzeccata, ed in particolar modo si fanno apprezzare la disposizione dei due palchi (quello principale e quello "secondario" posto sul lato destro del parco) e la precisione e sincronizzazione pressochè perfetta per quanto riguarda gli orari delle esibizioni.

Si parte dal palco piccolo con gli americani La Dispute, band cristiana che cerca di smuovere il pubblico che ha iniziato ad affollare il Carroponte: esibizione che però lascia un pò l'amaro in bocca, unica della giornata tra l'altro, e che vede la band un pò troppo statica e scarica on stage. Il nuovo album "Wildlife" ha lanciato in alto il nome della band del Michigan ma probabilmente questo non è ancora il contesto adatto per i La Dispute, probabilmente più a loro agio in venue più intime. Passano pochi minuti dalla fine del set dei La Dispute ed è già tempo di spostarsi nel main stage per i canadesi Billy Talent, band amatissima in Inghilterra e Germania ma ancora pressochè di nicchia dalle nostre parti. Al netto di volumi più bassi del previsto, riusciamo ad apprezzare la pulizia del suono e la carica dei BT, band rodata e con una manciata di brani che sembrano confezionati per far esplodere il pubblico. Alla lunga la voce molto particolare ed "acida" di Benjamin Kowalewicz rischia di stancare ma un brano come dinamitardo e adrenalinico come "Try Honesty" mette in secondo piano qualsiasi possibile difetto.

Si ritorna sul palco piccolo per gli Hot Water Music: premesso che forse il palco b è persino riduttivo per una band di tale spessore (poteva starci benissimo uno switch con i Billy Talent), Chuck Ragan e soci si danno da fare con il loro punkcore emozionale e portano a casa il risultato grazie ad una prestazione non particolarmente sopra le righe ma senz'altro solida e piacevole. Molto graditi gli estratti dell'ultimo ottimo album "Exister" che rinverdisce la classica formula HWM con evidente influenze derivate dal lavoro solista di Chuck. Decisamente più adrenalinica e da annoverare come miglior performance della serata l'esibizione live degli svedesi The Hives: saranno i roadie/ninja che fanno capolino on stage, sarà la strafottenza di mister Pelle, sarà che i The Hives hanno in canna dei brani fatti per essere suonati in un festival estivo, ma è davvero impossibile non promuoverli a pieni voti. I brani stranoti e le hit di successo (ma manca "Two-Timing Touch and Broken Bones"!) vengono alternate ai pezzi con più presa del nuovissimo album "Lex Hives" e bisogna ammettere che una "Patrolling Days" del caso non stona per niente con il materiale più rodato della band. Chiusura pirotecnica con "Tick Tick Boom" ed applausi a scena aperta.

Gli ultimo ad esibirsi sul palco piccolo sono i Lagwagon, band storica del punk americano che a dirla tutta non aveva lasciato un'ottima impressione nelle ultime prove live in terra italiana. Ammetto di averli ascoltati distrattamente ma mi sono sembrati decisamente più in palla rispetto a queste deludenti esibizioni ed i tanti kids sotto il palco sembrano apprezzare. Gran chiusura di preview con gli Offsping che a dispetto di ogni più negativa previsione (ce la faranno a reggere?) riescono ad imbastire uno show decisamente piacevole e senza cali di tensione, ad esclusione forse dell'esecuzione della nuovissima "Days Go By" (fiacca e a dirla tutta accolta da qualche fischio già dall'annuncio di Dexter). In generale è un piacere riascoltare brani come "All I Want", "Come Out And Play", " Want You Bad" o il superclassico "Self Esteem", brani eseguiti magari senza la verve di un tempo ma va comunque detto che il rischio di trovarsi di fronte a versioni spompate dei vecchi cavalli di battaglia è stato accuratamente evitato. In soldoni Dexter Holland e soci non avranno più la siluette di un tempo ma la passione sembra ancora esserci tutta e lo show conclusivo di questa prima edizione “preview” del Rock In Idhro si conclude nel migliore dei modi.

Head For Sherwood Live Reporter

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<![CDATA[Beni Comuni: Che fare? Live Report ]]>

Oltre contraddizioni, ambiguità e ideologie, un concetto potente per lo sviluppo dei movimenti e la trasformazione possibile: il confronto con Guido Viale, Beppe Caccia, Marco Bersani, Antonio Musella e Giuliana Beltrame, coordinato da Vilma Mazza.

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Più di trecento persone, nonostante la temeraria contemporaneità con la partita di qualificazione della Nazionale agli Europei, hanno partecipato lunedì 18 luglio al primo dei dibattiti previsti dal programma di Sherwood Festival, quello dedicato al tema Beni comuni, che fare?.
Tema di straordinaria attualità, da quando questo concetto è diventato la diffusissima parola d'ordine di molteplici movimenti che, dalle realtà locali fino al livello globale, si battono intorno al controllo della proprietà e alla gestione di risorse, beni e servizi, dal territorio e l'ambiente ai saperi. Ma tale diffusione comporta anche il rischio della banalizzazione e dell'utilizzo strumentale. Il confronto tra gli ospiti della foresta di Sherwood ha invece consentito di approfondirne il significato e soprattutto di discutere in quali pratiche di conflitto esso possa tradursi, senza nascondersi i limiti e le contraddizioni dei diversi percorsi che, nel nostro paese, a questa parola d'ordine si richiamano. I beni comuni non possono essere ricondotti ad una tabella merceologica, né possono essere definiti soltanto come quelle risorse naturali, esauribili o rinnovabili che siano, disponibili e necessarie per la vita sociale. Sono piuttosto il prodotto della comune attività umana, della cooperazione stessa, che oggi nella pienezza della sussunzione reale investe completamente la dimensione ecologica. Allo stesso modo non possono essere considerati oggetto di una neutra definizione scientifica, oppure determinati a priori attraverso il ricorso a formali categorie giuridiche, vecchie o nuove che siano. Costituiscono piuttosto il permanente campo di una contesa, in cui la definizione stessa di ciò che è comune segue necessariamente lo stabilirsi sempre mobile dei rapporti di forza sociali.

La discussione ha escluso che si possa confondere la molteplicità costitutiva dei beni comuni con la riduzione ad Uno del Bene Comune, singolare e maiuscolo: nozione quest'ultima che nega lo scontrarsi di ben precisi punti di vista e annacqua la consistenza di solidi interessi di parte in un interesse generale, corrispondente invece al punto di vista e agli interessi di classe dominanti. Un'idea che serve, in ultima istanza, a conservare lo stato di cose presente. Viceversa la determinazione materiale e plurale dei beni comuni, a partire dai conflitti stessi per il loro statuto proprietario e il loro controllo, può pure contribuire ad evitare che su si essi si ricostruisca una rinfrescata narrazione puramente ideologica: non porta da nessuna parte un benicomunismo per i nostalgici del Novecento!
Se invece questa idea-forza ricorre infatti, negli ultimi anni, sempre di più tra le parole d'ordine qualificanti dei movimenti sociali reali che si battono contro le privatizzazioni e più in generale contro una gestione della crisi all'insegna dei sacrifici, del peggioramento delle condizioni di vita e della distruzione dei diritti di tutti - da quello per l'acqua, a quelli di studenti e ricercatori per i saperi fino a quelli a difesa di territori ed ambiente - è forse perché i beni comuni possono davvero costituire il cuore della ricerca di un'alternativa, che sia di modello produttivo e di sistema sociale al tempo stesso.

La loro individuazione nel vivo dei conflitti corrisponde perciò al tentativo di costruire un orizzonte comune di cambiamento radicale dell'esistente, in cui molte e molti possano riconoscersi e per cui possano battersi. E ciò spiega perché la carica trasformativa dei movimenti per i beni comuni non possa diventare un punto tra gli altri di un programma elettorale, né debba essere piegata alle logiche e ai riti della rappresentanza politico-istituzionale, e così perimetrata e depotenziata. Piuttosto essi indicano il terreno di una pratica culturale e politica che apre nuovi spazi di democrazia diretta, di decisione condivisa intorno a ciò che è comune. Dal concetto di commons, dalla sua storia secolare di rottura dell'ordine capitalistico, fino alla più stretta attualità nella crisi economico-finanziaria e alle vie d'uscita politiche che esso indica, la discussione ha infine affrontato i nodi che riguardano il rilancio dei movimenti, a partire da quello per l'acqua e dai mille conflitti intorno al governo del territorio e ai progetti infrastrutturali devastanti, e il rapporto tra beni comuni e la prospettiva di una radicale riconversione ecologica del modello produttivo, nella permanente relazione tra comitati, lavoratori e autonomie locali.
Di seguito i video degli interventi.

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<![CDATA[Monika Live Report]]>

Lo Sherwood Festival, riveste un ruolo importante per i suoi concerti, ma è anche uno spazio dove si intrecciano dibattiti, incontri, film e spettacoli teatrali.
Proprio ieri, è partita la stagione teatrale di questa dodicesima edizione del festival, con la rappresentazioni di Monika di Beppe Casales, interpretato da una bravissima Irene Lamponi  e ispirato al libro La ragazza che vendicò Che Guevara – Storia di Monika Ertl di Jürgen Schreiberlo.

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Alle 22.00, il pubblico inizia a prendere posto, le luci si abbassano e l'attrice entra in scena, presentando il suo personaggio.  
La storia è quella di Monika Ertl, nata in Germania nel 1937 ma, espatriata in Bolivia quando aveva 16 anni, dove si sposa e conduce una vita tranquilla.
L'anno 1977 segna una svolta nella sua vita: sente alla radio che Che Guevara è in Bolivia. Tutti si chiedono allora se, dopo Cuba, toccherà alla Bolivia essere lo stato della rivoluzione, fino a quando, il 9 ottobre dello stesso anno, Che Guevara viene ucciso dall’esercito boliviano.    

Monika decide quindi, di lasciare tutto per entrare in clandestinità », cioè diventare una rivoluzionaria. Nella giungla boliviana incontra Inti, l’erede del Che, di cui si innamora. Sono felici insieme, fino al giorno in cui lui viene ucciso dal capo dei servizi segreti, Roberto Quintanilla.           

Le emozioni invadono allora Monika che, progetta l'uccisione dell'ambasciatore boliviano. Spinta da questa follia, si finge una guida australiana che, cerca informazioni sul paese sudamericano.
Una volta nel suo ufficio, tutto diventa piu veloce. La sua voce e i suoi gesti accellerano fino a quando lei gli spara, così da mettere in atto il suo desiderio piu profondo: Che quello che non mi piace, non succeda mai più.        

La rappresentazione finisce con le immagini delle rivoluzioni del 2010/2011, aprendo in bellezza il mondo del teatro allo Sherwood Festival.

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<![CDATA[L'agricoltura nel tempo della crisi Live Report ]]>

L'agricoltura nel tempo della crisi Live Report

Sherwood Festival, non significa soltanto musica. E' anche un'occasione per decine di associazioni ed aziende locali, di promuovere i loro prodotti, costruendo l'alternativa tramite dinamiche indipendenti e seguendo una condivisione a fliera corta.

Tra stand di artigianato, libri e abbigliamento, una piccola tavola, circondata dallo slogan Con un click, mangiamo meglio, spendiamo meno, attira la nostra attenzione. A guardar meglio, si scopre che è lo stand della CIA, la Confederazione Italiana Agricoltori del Veneto che, durante tutto il mese, sarà presente allo Sherwood Festival.

Ieri, durante il dibattito, in diretta sulla Sherwood Web Tv, l'argomento principale era incentrato sull'agricoltura, la crisi e le esperienze locali.

Daniele Tonido, presidente della CIA e gli altri invitati, ci hanno parlato di un rapporto diretto tra consumatore e produttore e delle relative difficoltà. Effettivamente, il rapporto diretto, equivale a prezzi più alti, cosa che in tempo di crisi il consumatore tende ad evitare. Esistono però, delle soluzioni che cercano di venire incontro al cliente, tra cui l'iniziativa il prezzo è giusto, la promozione del rapporto diretto produttore-consumatore e la creazione di vari tipi di servizi complementari.

Il concetto guida su cui si basa questa logica alternativa, afferma Toniolo, "è far sapere ai consumatori da dove viene il prodotto".
Questo, unito ad altre iniziative, potrebbe risolvere ed arginare la concorrenza con la grande distribuzione, permettendo agli agricoltori di continuare a crescere e a sviluppare nuove alternative di produzione.

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<![CDATA[2Pigeons Live Report ]]>

Live Report: 2 Pigeons

I 2 Pigeons, alias Chiara Oakland Castello e Kole Laca, rappresentano una folata di aria fresca in un panorama indipendente italiano, talvolta stantio e poco originale.

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Il loro intento, specie con l'uscita del loro nuovo lavoro, Retronica, è quello di avvicinare elementi apparentemente inconciliabili, incanalandoli in un unico flusso sonoro. Synth analogici, tastiere, loop station e l'abile voce di Oakland, hanno l'importante ruolo di di raccontare ed esprimere quello che si è.

Freddi, ipnotici e coinvolgenti, sono la prima band che sale sul palco del second stage, quello dedicato alle nuove sonorità e ai talenti emergenti.
La loro esibizione live, si concentra in poco più di un'ora, con un'attitudine punk fuori dal comune.

Dai primi suoni grigi e metallici di Completely lost, una piccola folla radunata che, via via aumenterà di numero, sembra quasi schiacciata verso le casse, come se rapita dalle sonorità che il duo riesce a tener fuori.
Ikarus e Teknowest, tratti dal loro ultimo album, a metà fra sonorità pop ed electro, non fanno altro che incalzare i ritmi ed aumentare il coinvolgimento del pubblico, fino ad Hard Working Space.
Primo singolo estratto dal loro Retronica, è quello con la maggiore attitudine dancefloor, fra campionature di violini, batterie techno ed i giochi vocali della vocalist.

Sempre in crescendo, il duo regala attimi con un elevato grado di emozioni, come nel caso di Reptile, fino ad essere richiamati a gran voce per un bis, dalle centinaia di persone, rimaste ipnotizzate dalla loro esibizione.
Saranno proprio le forti vibrazioni di Hard Working Space, a chiudere definitivamente il live.

Pigeons One e Pigeons Two, ringraziamo.

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<![CDATA[Il Teatro degli Orrori Live Report]]>

Live Report: Il Teatro degli Orrori + Putiferio

Il successo del Teatro degli Orrori che vede tutto lo staff di Sherwood come primi fan, ha reso spontanea la redazione del report del concerto. Tanto da averne prodotti addirittura due! Le nostre trasmissioni Spiaggia Nudisti e A Dispetto Della Discrezione hanno messo nero su bianco il flusso naturale dei pensieri post concerto. Buona lettura!

A cura di Spiaggia Nudisti

Vulcanico, caustico, su di giri, poetico e triste. Immancabile sul main stage dello Sherwood Festival 2012 sale il Teatro degli Orrori.
Si comincia dando l'addio, e il pubblico si gasa, salta, sorretto dai chitarroni di Non vedo l'ora. E come solo loro sanno fare un attimo dopo, ti stringi a te stesso sentendo la storia di Ion, Doris o Tom. Dei simboli.
"Non sono io che parlo, ma è la storia di questo ragazzo!" esordisce Pierpaolo, zittendo qualche fan un po' troppo affettuoso, il momento richiede silenzio.
E più di qualcuno dei presenti, è sicuramente riuscito a capire di chi e cosa parla questo pezzo.
Continuando la performance, dopo questo momento più intimista, il teatro cala il poker: Vita mia, Dio mio, Lei venne, Teresa. Intramontabili ed immancabili. Sotto il palco si poga, di nuovo.
Macchina rodatissima ed efficace, la compagine di Capovilla non sbaglia un colpo, vederli dal vivo è sempre garanzia di qualità; nonostante la prima calda e afosa sera d'estate, la forma è ottima.
La fine del concerto è prossima, le gambe pesano e la chiusura è quella che non ti aspetti.
Niente botti finali, ma un ennesimo, sentito e lucido omaggio, alla vita.
La Canzone di Tom, struggente ricorda (e ci ricorda), la perdita di una persona cara. Ciascuno di noi, ha il suo Tom da qualche parte. Ciascuno di noi avrebbe voluto dirgli tante cose e forse la più importante non ce se la ricorda più.
Simboli. Il Teatro tramite l'utilizzo di questi simboli, fa della propria arte strumento per divulgare un messaggio. Arrivare alla coscienza del pubblico, per giungere finalmente alla realtà.
In “questo bellissimo paese” (cit. Pierpaolo) c'era chi si lamentava che in questo delicato periodo storico e culturale mancasse un gruppo in grado di dare un suono alla protesta.
Siamo sicuri che manchi davvero?

A cura di A Dispetto Della Discrezione

Partiamo dalle note positive. Il Teatro Degli Orrori version three visto in azione sul palco dello Sherwood Festival è diventato una macchina da guerra, lontanissimo parente delle stonature alcoliche dei live periodo “Dell’Impero Delle Tenebre”, poco meno equidistante dalla consapevole teatralità “potabile” di “A Sangue Freddo”. Chiusure (quasi) impeccabili, onesti turnisti, il filo di uno svolgimento che riesce a non ingarbugliarsi mai. Pierpaolo Capovilla è il sacerdote di un rito liturgico che si muove tra nuova forma rock, squilibri post-core ed afflati istrionici da melodramma, capace di abbracciare con lo sguardo il pubblico (il “suo” pubblico, direbbe ormai qualcuno) e di zittirlo quando la fame di decibel sembra avere la meglio sulla religiosa contemplazione di cronache tanto orrende da non poter essere vere: Gionata Mirai unisce fraseggio e verve, potenza valvolare e delicatezza acustica, dando mostra di una sensibilità d’approccio che nessuno avrebbe osato supporre, sino a qualche anno fa; la sezione ritmica, Francesco Valente (superba la sua prova) e Giulio Ragno Favero (quando i bassi travolgono tutto e tutti…) ispessiscono e irruvidiscono le trame di canzoni a tratti ben incuneate in alveoli pop.

L’innegabile distacco dalle incarnazioni precedenti – a scanso di equivoci: bravissimi e discreti i turnisti, ma Nicola Manzan e Tommaso Mantelli erano ben altra cosa! –, l’innegabile distacco dalle incarnazioni precedenti, stavamo dicendo, si fa sentire anche sotto un altro aspetto, marcatamente meno felice. Quello del Teatro Degli Orrori, lungi dall’essere solo e soltanto un concerto, è ora uno show in piena regola, con ogni cosa al suo posto, poche divagazioni, tempistiche da rispettare: qualcosa, insomma, che si avvicina al concetto di performance “televisiva”, terminologia inadeguata ma non troppo, aldilà dei consueti strali di Capovilla contro l’elettrodomestico più diffuso nel mondo, contro Facebook e contro Twitter. “Siete scesi in piazza!”, urla trionfante il frontman del quartetto veneto. Ma il risultato, bisogna essere sinceri, non galvanizza granché. Complesso sicuramente, “Il Mondo Nuovo”, come disco da portare live in giro per lo Stivale: controverso, a tratti sovrabbondante, in più episodi fuori fuoco, e certamente non all’altezza delle due prove precedenti. Dal vivo, sì, dal vivo è un’altra cosa e tutto, vuoi per la sapienza con cui gli ingredienti vengono rimescolati sul palco, vuoi per l’interazione magnetica con chi le assi le guarda da sotto in su, assume altri connotati, migliori. Apprezzabile, ad esempio, la scelta – coraggiosa – di escludere dalla scaletta l’ultimo singolo, “Io Cerco Te”, e l’anthem etno-something di “Gli Stati Uniti D’Africa”, due dei brani peggiori mai composti dal Teatro Degli Orrori, strutturalmente fragili ed onticamente banali. Un po’ meno l’apertura con “Dimmi Addio”, non esattamente quello che si dice un cavallo di battaglia (ci si sarebbe aspettati “Rivendico”…), e soprattutto con la decisione di dedicare uno spazio fin troppo ridotto, sul declinare del concerto, a “Dell’Impero Delle Tenebre”.

Assolutamente eccellente la resa sonora. I bassi di “Non Vedo L’Ora”, di ben altra pasta rispetto a quelli (non) sentiti a Roma, in occasione della festa del lavoro, scatenano il pogo nelle prime file. Ci si muove ancora, e ancora, e ancora, sopra e sotto. Ancora nulla da dire sull’onestà, qualche appunto sulla naturalezza dell’insieme. “È Colpa Mia”, con chiusura corale, riporta la mente alla straordinaria prova di forza padovana di due anni fa, ma lo scorrere del brano è come filtrato da una patina di compostezza che gli impedisce di prendere il volo: “A Sangue Freddo” e “Due” si confermano carneficine a tutto tondo, eppure non avrebbe guastato meno rigore metodologico – finita una, avanti la prossima – e più anarchia decostruttiva. In questo contesto entrano in gioco i gusti personali, e il discrimen, la barriera tra ciò che è giusto e ciò che piace si assottiglia pericolosamente: riserviamo ulteriori approfondimenti per la prossima occasione. Inevitabile sottolineare, tuttavia, come le pause e gli stacchi troppo prolungati – nell’ordine anche di una decina di secondi – tra un pezzo e l’altro tendano a smorzarne il ritmo belluino, a far calare l’attenzione. Particolarmente evidente, quest’aspetto, nell’esecuzione magistrale – dopo un tormentato, toccante intermezzo acustico, con la storia di Ion Cazacu trasposta nel fingerpicking sentito di “Ion” – del poker d’avvio dell’esordio datato 2007, una tempesta sulfurea di dissonanza e maledettismo non simulato (“Vita Mia”, “Dio Mio” – sempre un grandissimo sentire –, “E Lei Venne!” e il tripudio di pugni sinistri chiusi in “Compagna Teresa”), brani storici composti e pensati come un ideale unicum e per questo non facilmente disgiungibili. Un peccato. Anche perché, d’altro canto, le scelte interessanti nella scaletta non mancano: una “Majakovskij” inaspettata, recital luciferino dilatato a dismisura e sferzato da aguzzi orientalismi, il finale di micidiale accumulo noise in “Skopje”, “Doris” che inocula gocce di Valium al contorto fil di ferro shellachiano salvo poi farlo saltare in aria, la sontuosa “Nikolaj”, dove il violino stride in un apologo di forma doom e sostanza dark francamente impagabile. Di consumato mestiere e primitiva essenza l’epilogo: e a ben pensare, “La Canzone Di Tom” non potrebbe suonare male nemmeno se riletta in chiave grind.

Dove arriverà il Teatro Degli Orrori? Ce lo potrà dire solo il tempo. L’esegesi dei Putiferio, azzeccatissimo open act per un pugno di fortunati, parla invece di un gruppo relativamente recente dalla gavetta ventennale. A citare tutti i gruppi in cui hanno avuto modo di militare i quattro ragazzi padovani si scriverebbe un’altra recensione, e chi ha voglia di informarsi può tranquillamente farlo via web. Ciò che conta è quel che si dice ora, e come lo si dice. Ad entrambi i quesiti il feedback è, trionfalmente, positivo. “Lov Lov Lov” è il secondo, ultimo disco del quartetto patavino, scritto a quattro anni di distanza dal dinamitardo esordio “Ate Ate Ate”, e la quasi integralità della scaletta è incentrata su canzoni che sono, in realtà, spasimi nevrotici, violente schegge di schizofrenia post-core e disturbo elettronico di fondo, noise azzannato alla giugulare e trapanato di colpi. Fa un po’ strano, per chi li conosce, vedere all’azione i Putiferio su un palco così lontano dai loro consueti, ma le dimensioni non scoraggiano: anzi, amplificano. Così “Amazing Disgrace” è la bomba d’apertura, l’incalzare isterico e spasmodico di due formidabili chitarre: “Void Void Void” un saggio di teatro dietro la tendina dell’Amphetamine Reptile; “Hopileptic!” lo stupendo farsi e disfarsi free form di un’epopea d’altri tempi; “Now The Knife Is My Shrink” un’accorata ed ironica confessione urlata e sputata in faccia a chi non se lo aspetterebbe. Vent’anni di tradizione ed innovazione che scivolano via in poco più di mezz’ora. Che gran prova, ragazzi.

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