<![CDATA[LiveReporter | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/44/livereporter/articles/1 <![CDATA[Alex Britti Live Report]]>

A volte capita che vai ad un concerto con alcuni pregiudizi e poche aspettative.
A volte capita che torni a casa pensando che si può cambiare idea.

Le due ore di concerto di Alex Britti sono passate veloci, due ore di buona musica e armonia che riescono a lasciarti un senso piacevole di leggerezza.

Alex Britti è uno di quei musicisti onesti e molto preparati tecnicamente che può riuscire a sorprenderti.
La scenografia del palco è essenziale, familiare, arredata da un pianoforte e moltissime chitarre, una diversa dall'altra, dall'acustica alla classica, dall'elettrica alla steel guitar.
E "visto che c'è la tecnologia, utilizziamola", ecco che a completare il quadro ci sono vari strumenti campionati che serviranno all'artista a sentirsi meno solo.

Appunto, perché quello che ti sorprende è che durante tutto il live, non ci saranno  altri musicisti oltre a lui in quel palco così grande; Alex, però, riesce comunque a riempirlo con quella sua voce sempre intonata, alternando la potenza alla delicatezza, e con il suono perfetto della sua chitarra che ti sbalordisce quando sembra che ne stia suonando più di una contemporaneamente.

Puntuale, alle 21.30, Alex Britti entra in punta di piedi, intonando la celebre Gelido, scalda il pubblico e si scalda lui. Da lì in poi, con una certa timidezza nella continua ricerca d'interazione col pubblico, esegue un pezzo dopo l'altro, utilizzando tutte le chitarre presenti, accompagnato da alcuni video minimali alle sue spalle e sedendosi in un salottino come se noi fossimo i suoi ospiti e lui, l'amico musicista, intrattenitore di una serata molto particolare.

La scaletta ripercorre tutta la sua carriera, dai pezzi più blues a quelli pop, o più rock 'nroll, intervallati da racconti e aneddoti vari, come quello di Sanremo. 

Era il 2003 e Britti presentava 7000 caffè. E, da bravo musicista qual era, pretendeva di iniziare la canzone con un intro di assolo di chitarra di ben 10 minuti.
Cosa azzardata ed insolita alla kermesse più celebre d'Italia, tant'è che gli fu negata..

Ma ancora oggi, dopo quasi undici anni, il bruciore di quel divieto, il fastidio di non essere stato capito e apprezzato, non è riuscito a levarselo di dosso, sentendosi in "dovere" di suonare quel pezzo, tanto studiato e amato, ad ogni suo concerto, per non lasciarlo solo un brutto ricordo.

Durante il live, c'è spazio anche per un toccante omaggio a Stefano Rosso - gli occhi dei bambini - e per la canzone a richiesta, Lo zingaro felice, che il pubblico del Geox, a gran voce, intona.

Si torna a casa ripensando alle parole di Alex, la sua umiltà nel dire che lui era ed è un musicista ed è stato solo un caso, sembra giustificarsi, se poi è diventato, all'improvviso, un cantautore.

scaletta:

Gelido
Prendere o lasciare
Come chiedi scusa
Piove
Esci piano
Milano
Lo zingaro felice
Gli occhi dei bambini
Nomi
Perché mi vuoi
Bene così
Una su un milione
7000 caffè
Oggi sono io
La vasca
Baciami (e portami a ballare)
Solo una volta

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<![CDATA[Hai paura del buio? Afterhours live report]]>

Questa storia termina il 21 marzo 2014. Gli Afterhours salgono sul palco fortemente acclamati da un caldissimo Estragon, fanno un lungo show e scendono dal palco.

Tutto finito? Non sembra. L’emivita del farmaco Hai paura del buio? è piuttosto lunga, come l’attesa del pubblico in sala che, tra una nota di musica classica e il vociare, fischia e urla ad ogni movimento su quel palco del quale sono al fianco, vicino a una scaletta dalla quale sbirciare, privilegiato, tutto quello spettacolo.

Il serpentone umano lì fuori non accenna a diminuire, al contrario della capienza di un Estragon che, come in pochissime occasioni, appare allo stesso tempo troppo piccolo e troppo grande per quel popolo pronto ad abitarlo per poche ore.

Si apre la porta del backstage e tre degli attori protagonisti entrano rapidamente verso la zona dei camerini, non faccio a tempo a riprendermi dall’abbraccio di Emidio Clementi che, evidentemente, non si è fatto sfuggire un evento così atteso quando, frettolosamente, giungono le 22:35 e davanti a noi, allineati al muro delle stanze dei bottoni dell’Estragon per non disturbare, salgono sul palco loro, co-protagonisti delle loro canzoni.

Credo di aver intravisto lo spettro di un Pirandello che, beffandosi di noi che attendiamo schiena al muro un improbabile plotone di esecuzione, ci degna di un Questa sera si recita a soggetto. Già conosciamo parte della trama, un po’ grazie a chi ha visto la data-zero e molto grazie al concept stesso, ma non abbiamo ammesso spoiler a questo banchetto.

I suoni di Hai paura del buio? rompono quel silenzio di là della transenna e il sold out della sala emette lunghe vocali di approvazione. Parte 1.9.9.6. e non c’è un Bennato ad alterarne il testo, quanto un Agnelli in perfetta forma a recitare un testo-simbolo di chi negli anni ’90 ha scelto la sua strada in direzione di una band.

Il suono è grande, grosso e fa un po’ di paura, seppure il buio venga puntualmente squarciato da un impianto-luci mai visto così potente su un palco della band lombarda, e mentre varco il confine delle transenne per iniziare il mio percorso a ostacoli verso il bar opposto mi chiedo se sia in effetti più maestoso e forte quel buio o quella luminosità. La formazione non è la stessa, anche se Iriondo sembra uscito da una macchina del tempo, ma il suono è maestoso, ruvido e potente come quasi 20 anni fa.

C’era motivo per non aspettare il ventennale?
Ci sono cose durate 20 anni che fanno molta più paura (e danni) del buio.

Male di miele dà forti colpi di pettine a tutto il pubblico, le cui urla sembrano non avere un limite apprezzabile da un comune fonometro. Ciò che non sembra essere fonte di timore è la forza della voce di Manuel dal palco, nemmeno nella difficile Rapace. È nella mistura di Elymania che riesco a trovare la lucidità, levigata da un vodka-lemon, di osservare come la band stia eseguendo perfettamente questa specie di “copione”, non come marionette ma con un’ottima attitudine da palco.

Pelle lascia spazio a facce che si scontrano tra le lingue o combinazioni occhichiusi - sguardoalsoffitto - ripresadasmartphone - schermoacceso per chiamate, registrazioni vocali, messaggi che forse non saranno mai inviati, ma a smontare ogni servitù della gleba del pubblico parte una tiratissima Dea. Senza finestra e Simbiosi rallentano e allentano la tensione, preparando il terreno per una Voglio una pelle splendida che, per una volta, non fa la primadonna.

La sensazione è quella di devozione verso un disco. Una certa forma di snobismo latita tra il pubblico per emergere solo nel momento dei “singoloni”, ma anche i più burberi e altezzosi non riescono a fare a meno di cantare. Qualcuno è annoiato dai cori, ma passa subito. La temperatura all’interno dell’Estragon, nel frattempo, sale ancora.

È giunta l’ora di tornare al bar, e lo strumentale dell’inizio di Terrorswing sembra aver invitato non solo me a distogliere solo per un attimo lo sguardo da quel palco - luna park dei sentimenti.

Terminata la coda, Lasciami leccare l’adrenalina riporta l’anarchia tra un pubblico che, fermo solo nella parte di coda, contribuisce ad evocare sotto forma di condensa quella nebbia padana dalla quale non riusciamo a staccarci nemmeno noi.

Punto G e Veleno emozionano e fanno saltare corde vocali, recuperate solo nel momento di parlato per essere poi devolute al vicino di posto in forma detraibile. A placare gli animi una Strichinina di Come Vorrei, prima di Questo pazzo pazzo mondo di tasse che, a dispetto del nome, non sembra agitare gli animi di una zona che qualche bluff da web vorrebbe “eletta” nell’immaginario collettivo.

Anche Musicista contabile permette all’acido lattico di smettere di rubare la scena al divertimento, ma la guardia è alta, quasi come la potenza di Sui giovani d’oggi ci scatarro su e le parole sussurrate di Mi trovo nuovo di un pubblico che teme l’avvicinarsi della fine.

È il momento di un break, ma nessuno vuole credere che un disco che continua a parlare conduca a una conclusione così vicina.

Un cambio d’abiti rapido, ma che sembra lunghissimo, e gli Afterhours risalgono sul palco vestiti da donne, ciò che però portano è una grandissima ondata di Germi, seguita da Siete proprio dei pulcini e Plastilina.

Un secondo break porta per le strade della zona, da Spreca una vita a Costruire per distruggere, da Io so chi sono alla title track che ha riabilitato, seppur in campo ristretto, il termine Padania in molte teste.

Un bis con Televisione chiude tutto, come nella realtà.

Mi perdo nel dietro le quinte e mi sento il protagonista di quello spot di preservativi che terminava con Warning: the feeling may last over 48 hours. La musica è riuscita dove la vodka ha fallito, e la band entra in una sala parzialmente svuotata mentre il dj spara cannonate rock e non degli ultimi 20 anni, per brindare con il pubblico e fare due chiacchere.

Forse, a voler cercare il pelo nell'uovo, avrei scambiato idealmente il blocco di Padania con quello di Germi, per far ricaricare le pile del pubblico e farle esplodere con la sorpresa di un primo album in Italiano mai abbastanza celebrato.

Siamo tutti felici, ebbri di musica e ricordi, immersi nel fumo dei disobbedienti e facili al brindisi. Appagati, pienamente, da un live che era necessario. Non arrivato troppo presto, non marchetta, non meramente celebrativo, non con una sfilata di ospiti: guaritore, decisamente guaritore. E non dai Germi in sette note.

Questa storia comincia il 13 dicembre 1997, quando a seguito di un diverbio, mi perdo quasi metà concerto di “Hai paura del buio?”.

Tanto di cappello al turno di recupero.

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<![CDATA[Brunori Sas Live Report]]>

Eeeh Lailalalalà… Eeeeh io che pensavo che fosse dedicata solo a me. In fondo siamo tutti sensibili a sprazzi gratuiti di romanticismo, e con Brunori è un po’ “ti piace vincere facile?”.

Poi ti svegli quando ti dicono “E’ ormai certo che la sillabazione del tuo nome sia il leit motiv dei ritornelli di tutte le canzonette”. La magia si rompe ed inizi a pensare: canzonette?!
Permettetemi questa piccola digressione personale per tornare alla realtà. 

Qualche anno è ormai passato dai primi due volumi ricolmi d’amore e di stelle (soprattutto) ed ora, che lo rivedo, mi accorgo di essere di fronte ad un cantautore indipendente dotato di ironia e sentimento molto più adulto di quanto si pensi ascoltando il suo disco o mettendo su una playlist su spotify.

Magari ci mette pure un po’ del suo, scherzando tra una mancanza di fiato e l’altra (uno che si vuol fare il cammino di santiago in taxi non potrà mica avere tutta sta resistenza…) ma no, non è uno spirometro quello che ha davanti, bensì un microfono usato magistralmente, qui al Geoxino “la sala che traspira”.

Poesia e voce gasano il pubblico spaziando tra un vol. e l’altro come le sue Canzoni fossero tutte vissute da tutti nel preciso istante in cui vengono cantate.

Certo la botta di passione (e di limoni) arriva con i grandi classiconi riarrangiati “Italian dandy”, “Nanà”, “Fra milioni di stelle” e immancabile in chiusura “Rosa”.
Bravo Dario, brava Simona Marrazzo e brava tutta la Sas. 

Un “Mambo reazionario” a tutti e con un “Pornoromanzo” “…vattene a letto e dormici su”. Notte.

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<![CDATA[Editors live report]]>

Un'ora e 45 minuti. Tanto dura la performance degli Editors nella loro data di Bologna. 

Unica ora e tre quarti (al momento) per la band di Birmingham nel bel paese.
Esportatori dall'inizio degli anni zero di quella cosa chiamata indie rock, gli Editors si presentano al pubblico nostrano durante il tour per la loro ultima fatica discografica, The weight of your love.

Strano destino quello degli Editors, in particolare quello del cantante Tom Smith, ennesimo e forse unico vero erede morale del fin troppo compianto Ian Curtis. Ma questa è una storia vecchia, trita e contrita. Pare che non ce la facciano proprio a scrollarsi di dosso questo genere di paragoni, infatti l'ultimo li vede avvicinati addirittura agli U2. Ma tant'è.

Comunque il cambio formazione avvenuto con l'abbandono da parte dello storico chitarrista Chris Urbanowicz, individuo che ha indubbiamente imposto la cifra stilistica del gruppo d'oltremanica, ha prodotto un ennesima ed inevitabile svolta artistica. Dopo l'elettronica imperante del penultimo disco, In this light and in this evening, ecco una nuova virata verso atmosfere meno sintetiche ma più "organiche".

La curiosità di sapere come suonerà dal vivo quest'ultimo lavoro è tanta, nonostante sia maggiormente fan delle prime produzioni della band d'oltremanica. Prediligo la loro tendenza al groove, al “tiro” espresso nei primi due dischi, nonostante T.W.O.Y.L sia un'ottimo prodotto, sicuramente all'altezza delle aspettative.

Oltretutto il cambio di location, dal Paladozza all'Unipol Arena per motivi di capienza, fa intuire quanto e come Smith e soci stiano preparandosi ad un plausibile salto da band da club/palazzetto (concedetemi il termine) a "gruppo da stadio/arena". Con buona pace dei puristi.

Fiammate alte due metri accolgono in maniera estremamente Ramnesteiniana l'ingresso della band, destando non poca perplessità per altro (ma che ci pigliano gli Editors con il fuoco?), che avvia le danze suonando una Sugar piacevolmente aggressiva nella veste live

Segue a ruota Someone Says, tratta dal disco d'esordio The back Door. il mood risale, il fonico aggiusta il tiro. Smith e compagni si scaldano e di conseguenza il pubblico s'accende. L'inizio è di quelli furbetti, di quelli che accontentano tutti. Soprattutto chi come me si aspetta una set list di una certa intensità pur apprezzando le sfumature più soft e cantautorali del gruppo.

Ed infatti fortunatamente Munich, irrompe sulla scena. Da qui in poi, per tutta la prima ora della performance, il gruppo si esibirà in un sapiente ed apprezzatissimo alternarsi tra le varie canzoni offerte dalla loro discografia, passando per i maggiori successi che ne hanno caratterizzato la storia sino ai pezzi dell'ultimo disco che si riveleranno essere un'assoluta sorpresa per l'efficacia con cui vengo interpretati dal vivo. Forse appunto, quest'ultimo è stato più pensato come disco da live performance.

An End Has a Start
, Formaldehyde, Lights, Bullets, The Racing Rats seguono interrotte solamente da un piccolo problema ad una chitarra e dai “Gretzie” di un decisamente cortese Tom Smith, che pareva assieme al bassista Russel Leetch divertirsi molto, non riuscendo mai stare fermo (si metterà in piedi sul coperchio pianoforte mentre un Leetch tarantolato anima le folle come farebbe uno scafato operatore di un villaggio turistico) e senza esimersi dall'esibirsi in pose quanto mai particolari.

Il flusso sembra condurre verso un inevitabile climax, Eat Raw Meat = Blood Drool cupa ed elettronicissima mostra le latitudini raggiunte dai nostri nel precedente disco, donando una sfumatura diversa alla performance, quasi alla Depeche. Sempre a 100 all'ora.

Ton of Love, cantata all'unisono dal pubblico pare quasi battere in termini di gradimento e partecipazione le successive Bones ed Honesty.

E qui la prima parte del live si concluderà, mantenendo un standard elevatissimo, coerente nella scelta della scaletta ed esaltando le doti del cantante, che si confermerà uno dei migliori frontman in circolazione.

Sarà durante l'encore che la band regalerà la solita, per così dire sorpresa. Smokers Outside the Hospitals door in coppia Con Nothing, pezzo ad ora non registrato, reperibile solo nei contributi dal vivo della band. Pensato, studiato e furbescamente voluto ad unico appannaggio dei fruitori dei live show. E sarà pur sempre la solita nothig, con quest'aura pseudo feticista che la circonda, vista l'irreperibilità fisica della stessa, ma qui forse gli Editors raggiungono il picco della serata.

Il commiato arriva con una lunghissima versione di Papillon, regalando purtroppo, una gran botta d'adrelina ai presenti. A mio modesto avviso caricare la platea in questo modo per poi andarsene, non è proprio un bel gesto, ma per quasi 10 minuti il pavimento dell'arena vibrava per effetto dei salti del pubblico e devo ammettere che come arrivederci non è stato così male.

La sensazione alla fine è che forse veramente questi Editors siano pronti per il salto di categoria. Riflettendo sulla performance appena conclusasi, il paragone con gli U2, può forse starci. Smith è indubbiamente uno dei migliori performer in circolazione, la discografia della band vanta già inni da stadio e ballate da smartphone.
Personalmente, vorrei esserci, se e quando questo stadio arriverà.

SETLIST

Sugar 
Someone Says 
Munich 
An End Has a Start 
Formaldehyde 
Lights 
Bullets 
The Racing Rats 
A Life as a Ghost 
Eat Raw Meat = Blood Drool 
All Sparks 
In This Light and on This Evening 
Bricks and Mortar 
A Ton of Love 
Bones 
Honesty

Encore:

Camera
Smokers Outside the Hospital Doors
Nothing
Papillon

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<![CDATA[Moderat Live Report]]>

Il 22 febbraio l’Alcatraz di Milano ha ospitato l’unica data Italiana di Moderat, e se ve la siete persa la potete ammirare adagiata in un letto di Sold Out a questo link.

Ventisei concerti in due mesi con una partecipazione da far invidia ai compleanni di Kim Jong-iI sono un indizio del fatto che il loro ultimo album II, uscito dopo 4 anni dal precedente, non ha tradito le aspettative.

Moderat rappresenta la fusione lessicale ed artistica fra ModeSelektor (Sebastian “Charlie” Szary e Gernot Bronsert) ed Apparat (Sascha Ring), artisti di spessore indiscusso quando presi singolarmente, Supersayan della musica elettronica in questa formazione.

Il concerto era stato inizialmente organizzato ai Magazzini Generali a Milano, a settembre 2013, ma a quanto pare tutto l’hype che circonda questi tre ragazzi non li rende invulnerabili, e così Apparat pochi giorni prima del concerto si è procurato diverse fratture in un brutto incidente in moto, il tour è stato rinviato al 2014, e il concerto dai Magazzini Generali (evidentemente in difficoltà a gestire l’enorme richiesta di biglietti) è stato spostato all’Alcatraz. Nonostante l’aumentata capienza, il sold out è rapidamente calato sull’esibizione.  

La connotazione dello show, e più in generale l’impostazione che viene data al tour è quella tipica di una band, se non altro per due particolari: si suona prestissimo (dalle 21.15 alle 22.45 in questo caso) e le canzoni sono separate tra di loro. (Da ora parleremo quindi dei Moderatal plurale) Una rapida occhiata fra la folla basta a rendersi conto che il pubblico dei Moderat non è del tipo  “torno a casa a fine concerto e mi bevo un latte caldo”, e infatti l'organizzazione è stata previdente: il biglietto consente l’entrata all’Alcatraz e ad una successiva serata Techno al Dude, a svariati chilometri di distanza, con tanto di esibizione di (fra gli altri) ModeSelektor. L'idea funziona al punto che più o meno tutti i presenti decidono di percorrere la distanza che separa i due locali, ignari del fatto che il secondo è molto più piccolo del primo e li conterrà tutti in cambio di un grosso sacrificio in termini di aria respirabile.

I live dei Moderat sono sempre stati supportati da un massiccio utilizzo di visual di altissima qualità e per questo tour non c'è da rimanere delusi: la scenografia è incentrata in un sistema di schermi che definirei semitrasparenti (le luci se necessario li trapassavano) a formare una sorta di x alle spalle dei musicisti, con alcuni proiettori in posizioni strategiche, credo per dare a chi sta di fronte al palco un' idea di tridimensionalità delle immagini risultanti... Ad ogni modo, una cosa complicata e ben riuscita. Un video random della serata su youtube lo può facilmente dimostrare.

Non è scontato capire chi fa cosa nell'esecuzione dei pezzi dei Moderat, tranne quando Apparat canta. Questa intervista può chiarire un po' le idee: i tre si spartiscono un rispettabile set fatto di sintetizzatori, effetti, computer, drum machine, Ipad (...) e mixer, Sascha si occupa maggiormente della parte melodica, Gernot è l'ingegnere della squadra e si occupa della gestione dei messaggi midi e delle sequenze, Sebastian è il terminale che riceve segnali dai due, lavora i suoni e crea beat. Quanta percentuale di ciò che si ascolta sia imputabile ad un effettivo lavoro umano in diretta e quanta sia invece in memoria di Ableton è una domanda che perseguiterà tutti i gruppi di questo tipo per i secoli a venire, ma probabilmente è anche poco importante, poiché il risultato è  eccellente. Le variazioni sulle strutture originali dei pezzi sono poche, ma sufficientemente sottolineate da risultare una parte importante dell'esecuzione, i sintetizzatori risultano più coinvolgenti che nel disco e in generale l'idea è di assistere ad un'interpretazione a suo modo unica dei brani. Di certo c'è che non vorrei essere nei panni del tecnico che deve risolvere la situazione quando nel bel mezzo del concerto “qualcosa non funziona” dalle parti di Apparat. Per qualche minuto il concerto si interrompe, un po’ di imbarazzo irrompe sul palco, ma il problema viene individuato e rapidamente risolto. A conti fatti questo risulta essere l'unico intoppo patito dai tre durante la serata.

L'esordio dello show è per This Time, dal nuovo album, col pubblico che non mostra la benché minima diffidenza e festeggia in ogni angolo, gremito, del locale; il battesimo di fuoco della band arriva però con il secondo  brano, New Error, colonna portante del primo disco, canzone molto attesa al varco alla prova (superata) dei bassi, almeno a giudicare dalla quantità di telefonini alzati durante l'arpeggio iniziale. A onore del vero, questa non è una scena di cui il pubblico dovrebbe andare fiero.

La scaletta comprende un totale di circa quindici brani, ed è con tutta probabilità questa (potrebbe esserci qualche differenza, ma ci somiglia molto). L'esibizione non dura quanto la maggior parte del pubblico si aspetta, dopo un'ora e mezza finisce il bis, le casse sono spente e ci sono parecchi siparietti comici che vedono persone  assiepate sotto il palco perplesse di fronte agli addetti alla sicurezza, cortesi ma piuttosto risoluti, che le invitano ad uscire, cosa peraltro impossibile visto che la coda per il guardaroba è titanica ed inevitabile. Ho il vago sospetto che tanta fretta di avere la pista libera nasconda qualcosa, ed infatti.

In definitiva Moderat  si dimostra una formazione che affronta a testa altra il peso del meraviglioso album di debutto, e lo fa portando in scena uno spettacolo (ed un album) che punta su quelli che sono stati i punti di forza in passato, senza che il pubblico lo percepisca come un ripetersi. 

E' ragionevole pensare che gli unici ostacoli che si potranno mai frapporre fra questi tre artisti e un'eccezionale carriera assieme saranno le eccezionali carriere dei singoli individui.


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<![CDATA[Bobo Rondelli e l’Orchestrino Live Report]]>

“Facciamo una canzone triste, cosi potrai dire: stavo male, ma ho visto lui che sta peggio di me"

Bobo Rondelli

Io l’ho incontrato una domenica pomeriggio, alle sei di sera al centro Culturale Candiani di Mestre, e, effettivamente, stava peggio di me. Parlava e cantava rivolto a una tenda dal drappo rosso, la sua unica prospettiva data la disposizione del palco: ai suoi lati, le platee con il pubblico; Bobo e l’Orchestrino al centro, di fronte all’uscita di sicurezza coperta da una elegantissima tenda rossa. Bobo non può fare a meno di guardarla. Se ne innamora quasi, ma, ve l’ho detto: sta peggio di me.

E comunque dietro, nascosto da quello che sta peggio di me, ci sono Dimitri Grechi Espinoza (sax alto e tenore, arrangiamenti), Beppe Scardino (sax baritono), Filippo Ceccarini (tromba), Tony Cattano (trombone), Daniele Paoletti (rullante), Simone Padovani(cassa), Fabio Marchiori (melodica).
Il teatro, la tenda, la malinconica allegria di Bobo ci hanno fatto sentire coinvolti e partecipi di un concerto strepitoso e divertente.

Cantautore, attore e performer livornese tiene compagnia ad un pubblico entusiasta per più di un'ora e mezza ,con canzoni come "Disperati, Intellettuali, vitelloni" , "dal Balcone", "Fiore nell'asfalto" e "Paranoid Song".
«A Famous Local Singer» è il suo nuovo disco, uscito lo scorso giugno, lavoro ritmico e poetico nato dall’incontro con la brass band l’Orchestrino di cui fanno parte alcuni noti jazzisti italiani.

E' strano come in una domenica grigia di febbraio, in una città come Mestre, che La Spezia a confronto sembra New York, ascoltando un cantautore malinconico, accompagnato da un’Orchestrina, si possa in qualche modo essere felici.
Grazie Bobo. Grazie Orchestrino. E, già che ci siamo, grazie anche a Mestre: è triste, sì, ma si trova parcheggio.

Chiudo con una poesia del Rondelli, tratto a un libricino di sue composizioni acquistato all’esterno della sala:


Furetta
Tu, sei la pazzia che cercavo per dirti, sono pazzo di te.
Bobo Rondelli

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<![CDATA[Mark Lanegan Live Report ]]>


Mark Lanegan è la sua voce. Bastano il suo inconfondibile timbro baritono e la sua voce graffiante ad inchiodare ed ammaliare un’intera platea. A dimostrarlo la minimale formazione con cui il tenebroso cantautore americano si è presentato martedì 19 novembre al Teatro Corso di Mestre (VE). Nessuna percussione o batteria. Lo accompagnano due chitarre ( e che chitarre...Jeff Fielder e Duke Garwood), poi violino, violoncello e basso. Un’ora e mezza di spettacolo per presentare le sue ultime uscite discografiche, ben due pubblicate a distanza di pochi mesi una dall’altra: Black Pudding e Imitations.

L’atmosfera sul palco è sulfurea, surreale. Flebili fari rossi illuminano la band. La luce traccia a malapena le sagome, tra le cinque è la centrale che spicca: è immobile, si regge sull’asta del microfono, di poche parole, se non qualche “thanks”. Poco importa, nessuno del pubblico vuole o si aspetta una di quelle frasi ammica-pubblico, che gli artisti stranieri ci riservano quando vegono a trovarci. Mark Lanegan, non è di certo il tipo, lo sappiamo.
Il concerto parte con dei classici come When your number isn’t up e One way street, l’atmosfera si scalda però definitivamente con una suggestiva rivisitazione di The Gravedigger song per proseguire poi con Phantasmagoria Blues. Suonano grandiosamente i brani estratti da Black Pudding, album uscito la scorsa primavera, frutto della collaborazione con il chitarrista polistrumentista Duke Garwood. E questo tour ha la fortuna di ospitarlo come membro ufficiale della band che affianca Lanegan. Garwood è uno straordinario musicista, un chitarrismo primitivo il suo, marchiato profondamente dal blues, che sposa perfettamente la voce maledetta del cantautore. Ne son prova brani come Mescalito o Driver, note che potrebbero accompagnare lunghi viaggi di riflessione senza meta tra i deserti più reconditi.

La setlist si sposta poi ad Imitations. Definire questo disco un “cover album” suonerebbe estremamente riduttivo. Le canzoni proposte vengono sconvolte e personalizzate, cosa che si nota ancora maggiormente nell’approccio live. L’intensità di esecuzione fa coglier quanto abbiano significato per l’artista i brani proposti. Ne emerge un artista divertito, compiaciuto di quanto esegue, lo si vede in Mac The Knife e ancor meglio in Pretty Colors. I momenti più alti li si raggiunge con la cover di Nancy Sinatra You only live twice dove le pause degli strumenti lasciano sola la voce del cantante, ed è qui che la si può cogliere in tutta la sua essenza. Non manca un tributo al recentemente scomparso Lou Reed con una Satellite of Love degna di nota. 

On Jesus programs chiude la scaletta, Mark ringrazia e saluta ripetendo “On Jesus programmes”, come una sorta di benedizione che suona da ammonimento al pubblico. La platea, dimostratasi educata fino ad all’ora lo richiama e acclama.  Lanegan rientra accompagnato solo dal fidato Jeff Fielder. Si chiude con un ritorno al passato: parte il riff di Halo of ashes degli  Screaming Trees. C’è spazio anche per un solo di chitarra che vorrei non finisse mai, tanto che anche Mark si siede ed ascolta cosa ha da dire Jeff, straordinario chitarrista, che ha dimostrato per tutto il concerto di avere piena complicità con l’ex Screaming Trees.


Ho aspettato qualche giorno prima di stendere questo live report, per far passare gli entusiasmi del momento. Il mio parere non è cambiato. Quando l’essenzialità si fa potenza credo si possa parlare di genio e grandiosità. Sono convinto che artisti come Lanegan siano sempre più rari. Una voce nuda e cruda che ammalia una platea, che rende la musica misticismo, che da sola sa catturare e rapire i propri ascoltatori nel suo “inferno personale”. Mark Lanegan raccoglie attorno a se il suo pubblico, racconta storie di vita che emergono dagli abissi del blues e trasudano la dannazione del rock.

Filippo Stocco per Sherwood Live Report

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<![CDATA[Queens of the Stone Age - Live Report (atto II e ultimo)]]>

Domenica 3 novembre. Si parte per andare a vedere i Queens of the Stone Age al Forum di Assago. Si va subito dopo pranzo, nonostante il concerto cominci alle 21, per essere sicuri di non avere sorprese per strada. Che puntualmente arrivano. Nonostante la crisi, tutto il Nordest si è riversato sulle strade per il rientro dal long weekend, e ci troviamo in coda a più riprese a Vicenza, a Verona, sul Garda e a Brescia.

Ascoltiamo Isoradio per capire se ci sono incidenti, e a ogni intervallo musicale preghiamo a mani giunte che non arrivi una canzone della Pausini. Il più delle volte ci va bene, passano Prince e i Beatles. Ma al primo pezzo di Ligabue desistiamo e ci abbandoniamo al destino. Se ci sarà un incidente, pazienza.

Arriviamo al Forum (omettiamo di menzionare lo sponsor che adesso dà il nome all'edificio, non tanto per dare soddisfazione a Naomi Klein, quanto per manifesta antipatia nei confronti dello sponsor stesso), giusto in tempo per cambiare il biglietto, prendere qualcosa da mangiare... e scoprire che ci siamo persi del tutto il gruppo di supporto, che suona l'ultimo minuto di concerto proprio mentre stiamo cercando un posto.

Non sapremo mai come se la cavano i Band of Skulls dal vivo. Presumo bene, vedendo dai video su YouTube, anche se l'idea che mi sono fatto è che non siano granché a livello di originalità. Il solito gruppo col sound giusto, il look giusto, canzoni poco invadenti e conformi al genere, ma nessuna idea forte e nessuna melodia indimenticabile.

Il Forum è gremito, dovrebbe avere sui 15000 posti in caso di basket, tolto un lato per mettere il palco e aggiunto il parterre forse i posti in caso di Queens of the Stone Age sono qualcosa di più. Attendiamo il setup del palco con un fonico che ci grazia e invece di mettere la solita fusion immonda mette nientepopodimeno che uno dei dischi della compilation Nuggets.

I nostri entrano sul palco con aria soddisfatta (per quello che si può vedere della faccia di qualcuno stando dalla parte opposta di un palasport), e dopo un countdown di un minuto scandito dai classici numeroni vintage sul maxischermo attaccano con il primo pezzo di ...Like Clockwork, ovvero Keep Your Eyes Peeled. Sound potente ed esecuzione impeccabile, un bel pugno in pancia seguito da un uppercut (Millionare) e dal colpo di grazia di No One Knows. Partendo con un trittico del genere è difficile non folgorare il pubblico. Nel frattempo il fonico ha fatto la tara all'acustica infame da palasport (e all'inevitabile cambio della resa acustica dell'ambiente dovuta all'arrivo del pubblico), e anche in fondo si cominciano a sentire i dettagli dell'esecuzione.

Nel concerto, oltre a numerosi classici, trovano spazio quasi tutti i brani dell’ultimo album. L’impressione generale è quella di una band compattissima, anche alcuni dei pezzi che su disco suonano un po’ freddini nell’esecuzione (forse a causa dei molteplici cambi di batterista durante le registrazioni?) dal vivo sono pienamente valorizzati: in particolare If I had a Tail e Smooth Sailing vengono molto meglio. E qui ecco una delle tante cose che fanno grandi QOTSA: sono un gruppo che riesce a suonare dal vivo meglio che su disco. Nonostante i dischi siano impeccabili.

In generale l’atmosfera è bollente, i pezzi si susseguono rapidamente, ben coadiuvati dalle proiezioni di sfondo, che mostrano spezzoni di video e animazioni realizzate, presumibilmente, su misura per i vari brani: da segnalare una specie di meduse tra il fallico e il vaginale su Smooth Sailing (se non ricordo male). Un’altra cosa che fa grandi i QOTSA è il fatto che riescono a fare hard rock ed essere sensuali. E in una maniera non machista, ma più genericamente dionisiaca. I QOTSA sono un gruppo hard rock che piace anche alle ragazze. Sarà perché nonostante i suoi quasi due metri di altezza e i quarant’anni suonati Josh Homme si agita come un Elvis degli anni d’oro (ciuffo compreso), sarà che invece di sfondarsi la laringe per cantare le note alte sfodera un falsetto morbido, dal timbro ricco e sensuale. 

E forse la più grande sorpresa della serata, nonché uno dei suoi due punti più alti, è proprio la canzone che dà il titolo all’ultimo album, Like Clockwork. Su disco è una ballata delicata che comincia quasi solo con il pianoforte e una chitarra acustica appena accennata. Dal vivo rende perfettamente, con Homme che canta impeccabilmente e dimostra che anche in un concerto così potente ci può essere spazio per un momento più tranquillo. L’altro vertice assoluto del concerto è a mio parere (ma anche di Luca) è la mega jam psichedelica di Better living Through Chemistry, dilatata e avvolgente come non mai.  

Unico inghippo tecnico della serata, quando all’inizio dei bis viene messo in scena un piano per far suonare al buon Josh The Vampyre of Time and Memory. La rodata macchina di scena si inceppa e partono feedback a raffica. Alla terza volta si riesce a cominciare, per continuare con una immancabile Feel Good Hit of the Summer (Nicotine, Valium...), e la conclusiva, torrida A Song for the Dead. Grande serata.

Note a margine: i QOTSA sono rinomati per la finezza e l’originalità dei loro suoni, loro tendono a non divulgare molto i loro trucchi, ma segnalo che i suoni erano praticamente identici al disco, almeno per quanto riguarda le canzoni nuove. Chi volesse emulare cerchi le classiche foto dell’attrezzatura carpite dal pubblico e si dia da fare a procurarsi i pezzi che gli mancano. Unica nota dolente, la batteria, che come in quasi tutti i concerti grossi suona esattamente come quella di Lars Ulrich in ...And Justice for All: la cassa è quasi più alta del rullante, come timbrica. E qui chiedo agli amici fonici: è un’esigenza dettata dalla necessità di far passare il suono di batteria anche dove non arrivano bene i subwoofer dell’impianto, oppure è semplice pigrizia?

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<![CDATA[Queens of the Stone Age - Live Report (atto I)]]>

Ci siamo presi qualche giorno per digerire meglio il concerto della band di Josh Homme...giusto per non eccedere troppo nell'entusiasmo...ma il risultato non è cambiato: il concerto di domenica scorsa al Forum di Assago (MI) è stato un gran concerto! I Queens of the Stone Age sono riusciti a superare i problemi tecnici dell'impianto e di una qualità audio in diversi momenti non all'altezza della situazione regalando una esibizione più che convincente.
La scaletta è stata principalmente dedicata all'ultimo album,il sesto della loro carriera, ….Like Clockwork, pubblicato a giugno di quest'anno da Metador Records, anche se le sorprese non sono mancate.

L'apertura come nel disco è affidata a Keep your eyes peeled e che dire, i bassi si fanno subito sentire. L'incipit è per certi versi atipico, quasi a far intendere, a chi ancora non l'avesse capito, che i QOTSA non sono più quelli di Songs for the Deaf. L'atmosfera è cupa. L'incedere lento e tetro del pezzo avvolge la platea dipanando sul finire trame e sonorità molto più variegate e caleidoscopiche rispetto ai lavori precedenti.; Homme rimane con la chitarra in drop C e spara un uno/due che stende le prime file: You think I ain't worth a Dollar, but I feel Like a Millionaire & No One Knows, i bassi massicci ci sono e solleticano il corpo!!danno piacere fisico e si vede!

Il concerto è ormai lanciato: la parte centrale del set è dedicata ai nuovi brani, intervallati dalla ottima Burn the Witch e dalla “metronomica” Little Sister. Esecuzioni perfette.
L'aria si rilassa quando è la volta di Make it wit chu: le “Regine dell'età della pietra” si divertono e il pubblico con loro, a metà del pezzo un simpatico e burlone Josh Homme, in perfetto italiano e armato dell'eleganza raffinata che lo contraddistingue, sfoggia nozioni di anatomia femminile con assoluta naturalezza. Il gigante rosso è insolitamente empatico con il pubblico, segno che la serata sta andando bene!

E son di nuovo e subito pietre con Sick, Sick, Sick : i decibel tornano nuovamente a pieno regime. A questo punto la serata offre forse il momento migliore (..almeno a detta di chi scrive!!): Better Living Through Chemistry, brano tratto dall'ottimo Rated R, il secondo album dei QOTSA, e la mente vola subito con nostalgia ai Kyuss. Un brano scarno,dilatato, pesante e granitico stoner!!

E dopo una trionfale Go With The Flow e la noir I Appear Missing la band capitanata dal rosso di Palm Springs abbandona momentaneamente il palco per raccogliere gli applausi. 
Siamo agli sgoccioli e finalmente al terzo tentativo The Vampyre of Time and Memory può partire.
Feel Good Hit Summer lascia il posto alla mostruosa A Song for the Dead lanciata velocissima dalla chitarra di Homme che martella il pubblico in delirio. La band sembra voler smantellare il palco: l'impianto incassa i colpi con classe e tiene fino alla fine.

Dopo quasi 2 ore il concerto termina.
Il tempo è volato e anche questo è un buon segno.

Che dire? Gran concerto, nonostante le ottime luci l'atmosfera è rimasta genuina; la genuinità del sano rock sudato, nè più nè meno!!! I Queens of the Stone Age non sono più quelli di Songs for the Deaf,sono anche quelli, ma sono anche altro. Hanno allargato lo spettro dei suoni rallentando magari un pochino, ma ...Like Clockwork rimane un gran bel disco. I nuovi pezzi, anche in versione live, hanno convinto.

La formazione a 5 è ormai rodata: suona alla grande. Le chitarre di Troy Van Leeuwen e quella di Homme si intrecciano in trame rettili. Michael Schuman e Dean Fertita, reclutati ai tempi di Era Vulgaris, entrambi polistrumentisti, hanno arricchito la gamma sonora; la dinamicità del nuovo batterista Jon Theodore (ex The Mars Volta) ha amalgamato ancora di più il gruppo.
Voti qui non se ne danno.

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<![CDATA[David Byrne, St. Vincent Live Report]]>

"Questo dev’essere il posto giusto", ed in effetti per due ore abbondanti lo è stato. Il concerto di David Byrne e St Vincent inizia come il passo sbagliato e distratto di un bambino talmente affascinato dall'idea che si sta facendo della traiettoria della palla sul muro, che inciampa sui lacci, cade, si sbuccia, sanguina e si incanta nuovamente, questa volta nel sapere che c'è vita dentro la vita, come dentro la musica c'è, ancora ad oggi, della musica.


 La musica sta già suonando, sul palco c'è David Byrne (capelli bianchi come la giacca), c'è Annie Clark (St. Vincent per qualcuno) con dei capelli biondissimi e riccissimi, ci sono otto fiati, un tastierista ed un batterista ai lati. Sono già al secondo pezzo e tu non ci hai ancora capito nulla, non hai ancora deciso (perché non può) chi soffermarti ad osservare, da chi farti trascinare: David Byrne non si prende la scena, ma con eleganza la passa alla chitarra, alla voce, al theremin di St Vincent, che la cede volentieri al basstuba ed agli altri sette fiati, in un gioco schematico e disinvolto di scenografie curate nel dettaglio, segno inconfutabile che l'arte è proprio una biglia che gira e che viene scagliata da una parte e dall'altra, contaminando e facendosi contaminare.
Se ci devono essere degli incontri, delle combinazioni, degli scontri giusti, questo è uno di quelli: il genio e la pazzia di Byrne incontrano e si scontrano con la tecnicissima follia di Clark generando uno spettacolo totalmente nuovo. La scelta di ridurre al minimo gli strumenti a corda (poca chitarra di Byrne rendono praticamente unica la chitarra di Clark) ed esaltare l'ampiezza di ben otto fiati (saxofoni, trombe, tromboni, bassotuba..), è già di per se geniale. La voce elettrica, fiabesca e folle di lei si mischia perfettamente con quella ancora inspiegabilmente giovane, vivace ed eclettica di lui, a volte come prima ed a volte come seconda, in un gioco di ruoli tutto da ridefinire, da rileggere, da curiosare, come nella realtà.
La batteria scavalca a piè pari gli anni ottanta, strizza l'occhio a tutti i batteristi del ventunesimo secolo e raccoglie spunti interessanti dagli anni settanta, quelli di found a job e take me to the river, per capirci.Gli effetti e le tastiere restano di giustezza molto talking heads. La mano di Clark è un’ estasi per l'orecchio e l'occhio: aggressiva, dolce, sincretica, rock!
I suoi movimenti, il passo stretto, i suoi capelli elettrici sono coinvolgenti, eccitanti, chimici: è come se una grande calamita facesse a tratti il suo dovere magnetico, ed a tratti ti lasciasse il tempo di respirare. Le coreografie curate nel particolare, le posizioni dei fiati che cambiano e si intrecciano ad ogni secondo (David si sa che è un cultore e precursore del marching band show, ormai dai tempi di stop making sense).
Le luci palpabili ed i suoni perfetti, gioiosi, intensi e mai troppi, correggono il passo ancora dirompente di David Byrne, in una sobrietà scenica molto teatrale.


Provare ad aspettarsi qualcosa di specifico da questo spettacolo è praticamente impossibile: la scena cambia in continuazione, il contesto pure, i protagonisti anche ma sempre senza virtuosismi (per fortuna e finalmente, direi) passando da pezzi molto pop ad aggressioni elettricamente rock; due bis trascinano il pubblico dalla lontana e scomoda sedia ad un sottopalco dirompente, in piedi, saltando, attraverso ciò che più di tutto poteva gasare: prima Burning down the house e poi road to nowere sono il banchetto perfetto per la malinconia, che si esprime in tutto il suo battere accelerato e nell’estasi di una pelle d’oca talmente grande da non farti nemmeno chiudere gli occhi.
Se St. Vincent volesse farsi conoscere, questo non lo so. Se David Byrne volesse rimettersi in gioco per l’ennesima volta, questo non lo so. Sono però certo che il puzzle di forme e suoni creato dall’intreccio di queste due personalità curiose è il massimo che in questo periodo di poca novità si possa chiedere dalla Musica live.

Mattia Di Carlo

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<![CDATA[Blixa Bargeld e Teho Teardo, Rover live]]>

- “Ei diggei! Dai metti i rollinston! Quea che fa uh uh,  uh uh! Quea col cesso in copertina.”

- “No guarda, è un gran pezzo, ma stasera facciamo musica elettronica.”

- “Va ben, ma posso vardar a valigia dei dischi? Quei bei i riconosso daea copertina.”

 

C'è stato un tempo (inizio anni 90) in cui mi capitava di organizzare delle serate di musica elettronica e puntualmente mentre facevo girare i dischi arrivava il “rockettaro” che voleva rovistare fra i tuoi vinili per vedere se trovava qualcosa attinente ai suoi gusti.

-“Scommetto che tira fuori il disco degli Einstürzende Neubauten col cavallo di Hans Baldung Grien” dicevo io. -“E dalla mia quello dei Meathead con la copertina di Professor Bad Trip” controbatteva Marco (il mio compagno di battaglia).

Difficilmente sbagliavamo, Blixa Bargeld e Teho Teardo e i rispettivi progetti erano figli della musica industriale e mettevano d' accordo i fautori dei nuovi suoni elettronici e vecchi rockettari. Oppure più probabilmente le loro copertine colpivano duro.

Questo per dire che questi due accompagnano i miei ascolti da molto tempo, quindi vederli suonare assieme è per me un evento molto speciale.

 

Ebbene sì , sono qui a Sesto al Reghena per vedere il concerto di Teho Teardo e Blixa Bargeld, ma ad aprire la serata c’è Rover, moniker di Timothée Régnier, in classico trio chitarra, basso, batteria. Rover entra in scena alle 21.20 e sembra fin dall’aspetto un uomo d’altri tempi con quell’aria da bohemien che racconta in musica parti del suo bagaglio di vita: di quando venne espulso dal Libano per problemi di visto  durante un tour con i The New Government, band molto famosa in Medio Oriente e del suo ritorno forzato in Francia. Racconta del suo ritiro in Bretagna, nella sua casa dove passa il tempo a scrivere e comporre.  Una“Vita da bohème” come quella dei personaggi del film di Aki Kaurismaki, anche la sua è una storia di un esiliato, spaesato in patria e che sogna un vagare per il mondo impregnato di quell’allegria da naufraghi che non esclude né dignità né tenerezza. Questi sentimenti sono espressi con una  voce che è ora calda, ora grave ma capace di liberarsi nel cielo stellato accompagnata da un suono che ha reminescenze di Bowie e Interpol. Un’ora di concerto di puro romanticismo rock.

Teho Teardo e Blixa Bargeld salgono sul palco alle 23  circa,  accompagnati dal violoncello di Martina Bertoni, dando vita ad una performance di rara bellezza. Bargeld, è sicuramente il protagonista di questo concerto, la sua presenza è magnetica pur nei misurati gesti. Presenza imponente, da fuoriclasse, con l'elegante tocco del calice in mano ad ogni pausa. Teho Teardo però è molto più che la spalla, anzi si capisce chiaramente che è lui il regista del progetto. Martina Bertoni infine, puntuale e bravissima, è il giusto tocco di romantica melodia che ci vuole.
Viene ripercorso l’intero album “Still Smiling” con impressionante intensità che arriva al massimo con l'apporto di un quartetto d'archi nei pezzi finali della performance. Richiamati a gran voce dal numerosissimo pubblico  ecco che arriva la sorpresa della serata: una magnifica cover di “Crimson And Clover” di Tommy James and The Shondells, qui riproposto in realtà nella versione italiana di Patrick Samson, Soli si muore. Il concerto si chiude con Defenestrazioni. «Ho sempre voluto utilizzare questa parola», afferma Blixa, ed è il miglior finale immaginabile per l'edizione 2013 di Sexto 'nplugged.

- "Ei diggei! Dai metti “another brick in the wall”. Quea col video dei martei che camina."

- "E basta casso, assame star che stasera vado a vedar Blixa a  Sexto 'Nplugged!"

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<![CDATA[Mùm e Ane Brun live]]>

Venerdì 19 luglio nella piazza Castello di Sesto al Reghena, la cui bellezza viene presa in prestito ogni estate dal festival Sexto 'nplugged, puntuale alle 21,15 sale sul palco una donna che riesce con la sua sola presenza a far dimenticare tutto il cattivo gusto che invade l'immaginario gossipparo nostrano.

L'eleganza incantatrice di Ane Brun colpisce, la sua voce è straordinaria, non a caso è stata scelta da Peter Gabriel per i suoi tour (da sentire “Don't give me up” live dove interpreta la parte che fu di Kate Bush), la band è affiatata e supportata da una eccezionale sezione ritmica. Un'ora che vola tra canzoni più intimiste e  altre più spensierate.

E' pop, ma di alta classe.

 

Dopo Ane Brun tocca agli islandesi, e quando si parla di musica islandese i primi nomi a venire in mente sono gli ovvi Sigur Rós e Björk, poi, in seconda battuta, i Mùm.

C'è stato un periodo dove anche i “waver” più duri e puri, si avvicinarono alla nuova elettronica attraverso la sua parte più dilatata e sognante, soprattutto quando prendeva spunto dal dream pop con la voce che disegnava panorami di sconfinata bellezza e malinconia.

Si parlava di folktronica e i Mum erano una delle punte di diamante della scena.

Era l'inizio degli anni “00” e nel tempo  i nostri avrebbero perso per strada le due gemelline Valtýsdóttir. Fu veramente una brutta tegola per chi aveva amato quel cantato flebile e fanciullesco, ma ora che una delle due (Gyða) è tornata con quella voce infantile e sussurrata, i Mùm, con i loro suoni tenui e rilassati, con i loro ritmi insinuanti, tornano ad incantare.

La scaletta ripercorre la carriera del gruppo con alcune nuove canzoni dall'album che uscirà in settembre, come Toothwheels dove  Gyða improvvisa una narcolettica danza. Da segnalare, prima del bis, Gyða che dovendo prendere tempo per l'accordatura degli strumenti coinvolge il pubblico intonando “La casa” di Sergio Endrigo. Per entrare nella casa sonora Mùm, come in quella della canzone di Endrigo bisogna avere una certa confidenza con il mondo sognante di un fanciullo,solo così  la mancanza del soffitto diventa occasione per volare.

Il concerto è stato come volare in quelle notti di una decina d'anni fa, passate ascoltando questi suoni. Certo è passato un po' di tempo, ma riviverle in questo straordinario luogo ed insieme a tante altre anime sensibili non ha prezzo.

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<![CDATA[Tame Impala - Live Report]]>

Concerti come quello tenutosi a Ravenna lo scorso 9 Luglio 2013 alla Rocca Brancaleone sono ciò che ci vuole per combattere il “pessimismo musicale da bar” che circola ormai da tempo, e che nuoce gravemente alla salute dei giovani musicisti. I Tame Impala sono a mio avviso una vera e propria band rivelazione degli ultimi anni. Prima con Innerspreaker (2010) e poi con Lonerism (2012), il gruppo australiano ha portato ventate di aria fresca nel panorama rock internazionale, senza però dimenticare il passato, reinterpretandolo con estrema originalità.

Azzeccatissima la suggestiva location di Rocca Brancaleone,  che sembra piacere pure ai cinque di Perth, molto più a loro agio in una cornice di questo genere che nei calderoni di qualche big festival internazionale. Non appena il sole tramonta e cala l’oscurità, si accende il maxi schermo che fa da sfondo al palco e timidamente eccoli entrare. Kevin Parker alla voce e chitarra, Jay Gumby Watson alle tastiere synth,  Dominic Symper alle chitarre e synth, Cam Avery al basso e Julian Barbagallo alla batteria.

L’atmosfera si fa da subito quasi surreale, rarefatta. Il contesto tende a richiamare il Live in Pompei dei Pink Floyd, vuoi per la location monumentale, vuoi per il sound vintage e il look dei componenti della band che potrebbero tranquillamente essere usciti dalla Summer of '69 Californiana.

Si parte con l’eterea “Why Won’t You Make Up Your Mind” classico da “Innerspeaker”, da cui ripescano anche la sincopata “Solitude Is Bliss” che smuove un po’ gli scettici e “Alter Ego”. 

La scaletta prosegue con i brani del tanto amato e acclamato “Lonerism” intervallati da jam e suite strumentali dove il gruppo da davvero il meglio di sè. Non manca la parte più stoner e granitica grazie a tracks come “Elephant” (forse penalizzata da volumi a tratti troppo contenuti)  e  “Half glass full of wine” eseguita in onore del Bel Paese e del suo buon “succo d’uva” tanto che Parker si scusa in italiano per i loro denti neri “ma il vostro vino è troppo buono” .

Degno di nota il drum solo mescalinico "Oscilly", una vera e propria sinfonia ritmica dove a far da protagonista sul palco rimane solo Julian Barbagallo in compagnia di un Kevin Parker disteso a terra a contemplare la stellata che copre il cielo di Ravenna. Tra i momenti migliori "Feels only like we only go backwords “, "Apocalypse Dreams" e il reprise finale con "Autoprog3" e “Nothing that Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control”.

Tutto lo show  viene condito  da curatissime proiezioni video: immagini lisergiche e animazioni digitali degli albori con la quale a ritmo di musica prendono vita opere d’arte fatte di esplosioni di luci e colori.

Un’esperienza sonora e visiva e dalla quale difficilmente si vuole uscire una volta entrati.  La capacità della band  sta nel mandare in escandescenza il pubblico, saltando in modo schizofrenico da momenti e melodie di onirico pop, alla psichedelia inglese '60  mimetizzando moderno e blues acido, servendo tutto con la voce sottile, liquida e senza tempo che spesso e volentieri rimanda allo “Smart One” dei Fab Four, John Lennon.  Il riverbero delle chitarre, l'elettronica sottile, e l'eco volutamente marcato delle voci  ci danno un esempio, di come si possa rimescolare le carte gloriose della storia, vestendole con gusto, sintesi e personalità.

Se siete tra quelli che pensano che il rock psichedelico si sia fermato negli anni ‘70, e che il rock non abbia più niente da dire in quanto originalità e fantasia andate a vedere i Tame Impala, son sicuro cambierete idea.

Setlist

Why Won’t You Make Up Your Mind?
Music To Walk Home
Mind Mischief
Solitude Is Bliss
Half Full Glass Of Wine
Elephant
Auto Prog 2
Be Above It
Endors Toi
Untitled
Feels Like We Only Go Backwards
Oscilly
Alter Ego
Apocalypse Dreams


Filippo Stocco

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<![CDATA["Lost in Veneto" di Loris Contarini e Massimo Carlotto - Live Report]]>

Che cosa vuol dire essere veneti?

Il teatro, da sempre, ha la capacità di porre domande a cui spesso prova a dare anche delle risposte. Il quesito che aleggia su "Lost in Veneto", lo spettacolo che ha aperto la serie di appuntamenti teatrali di Sherwood Festival 2013, è di sicuro spinoso e attuale.

È lo spaesamento il vero protagonista. Viene evocato già dalle battute iniziali, dall'estratto del vigoroso, tremante e viscerale Amleto vicentino di Luigi Meneghello.

È un gioco di parallelismi, di angosce che si somigliano, di incertezze sul cosa si è e sul cosa fare.

L'apertura sheaksperiana è doppiamente emblematica e allo stesso tempo paradossale. Amleto, principe di Danimarca e dei dubbi esistenziali, ben si presta ad essere il simbolo della mancanza di certezze. La sua trasposizione in un universo linguistico in cui non siamo abituato a collocarlo amplifica questa sensazione. Pure se quella stessa lingua è più o meno la nostra, quella che parliamo da sempre.

Che cosa vuol dire essere veneti?

La domanda ritorna e a quel punto Loris Contarini, protagonista e autore con Massimo Carlotto dello spettacolo, opta per la manovra diversiva. Prova a farci vedere cosa voleva dire essere veneti, quando non c'era la ricchezza, quando si moriva di fame, quando i migranti d'Europa venivano dalla Pianura Padana e non da posti con nomi più esotici.

Ci racconta la storia di un uomo ormai vecchio che ricorda la sua vita, segnata dalla miseria, dall'essere stato venduto dai suoi genitori per sconfiggere la fame di tutti, dall'aver girovagato. Senza una patria?

Le domande non si fermano, anzi si accumulano.

Cosa vuol dire essere veneti?

Si arriva finalmente al presente. Se fino a quel momento si era respirata un'atmosfera grave e sofferta, adesso qualcosa sembra rassenerarsi. In scena c'è un "veneto moderno". Ci da delle risposte, le risposte alle nostre domande.

Ma sono quelle giuste? Il suo monologo scivola via nel sorriso, nella risata, nella farsa. Quello che lui, l'orgoglioso padano dei giorni nostri, va predicando non può essere la risposta allo spaesamento perchè è esso stesso fonte di spaesamento. Parte dal lavoro, dall'onestà e via via slitta, si lascia attirare dall'esatto opposto, da quello di cui vengono accusati gli altri, i diversi, gli stranieri. Diventa altro anche lui.

I musicisti che accompagnano le parole di Contarini, Rachele Colombo e Paolo Valentini, sono bravissimi a sottolineare i momenti che si susseguono, ora con discreti sottofondi, ora con veri intermezzi musicali che irrompono nello spettacolo stesso. Contarini stesso è abilissimo ad accompagnare gli spettatori attraverso mondi e registri molto diversi tra loro.

La parabola del veneto moderno non si ferma e viene portata all'estreme conseguenze. Si passa ad altri esempi dell'assurdità e dell'illogicità di certe pretese, di certi modi di vivere e di richiamare le proprie radici. Il tutto diventa ancora più straniante perchè si tratta di fatti realmente accaduti, come l'assalto a Piazza San Marco da parte dei sedicenti Serenissimi del 1997.

Nel racconto di questo episodio lo spettacolo raggiunge la sua massima carica comica ma, allo stesso tempo, il suo massimo senso di straniamento. Nascosto sotto le risate che si prendono gioco di quell'impresa così scalcagnata, non ha mai smesso di serpeggiare e di ricordarci le domande iniziali.

Che cosa vuol dire essere veneti? Cosa fare adesso? Adesso che non c'è più il mondo che abitavamo, che la nostra lingua e la nostra cultura si contamina con altre che vengono da lontano, che il lavoro, il lavoro che c'ha reso quelli che siamo, inizia a scarseggiare, inghiottito dalle fauci della crisi.

Che fare? Dove guardare?

La risposta arriva dallo stesso posto dal quale sono partite le domande. Dalla cultura veneta e in particolare dalle parole di un altro grandissimo veneto, Andrea Zanzotto.

È il sublime l'unica cosa che può salvarci, la poesia, il teatro, l'arte gli strumenti coi quali non soccombere, la beltà il terreno dove le nostre radici possono affondare, salde, sicure, senza il rischio degli smottamenti dell'ignoranza e dei teatrini squallidi e farseschi.

Perchè siamo veneti. Ma ancor prima siamo umanità.

Al termine dello spettacolo il numerosissimo pubblico ha tributato ai tre artisti in scena un lungo e convinto applauso. Succede quando si riesce a toccare l'animo delle persone.

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<![CDATA[Mannachi live report ]]>

Se giovedì sera gironzolavate per il festival era difficile non essere attirati verso il palco "second stage" da un ritmo travolgente dove un vero e proprio tributo alla musica afro-americana aveva luogo.

I musicofili lo definirebbero "groove"..in realtà quello che i Mannachi ci stavano trasmettendo era energia pura.
Energia che incorporava un cinquantennio di stili ed artisti: da "Musicology" di Prince a  "Son of a Preacher Man" (n.d.r. Dusty Springfield, 1968) oppure al doppio tributo all'RH Factor di Roy Hargrove (n.d.r rispettivamente "Crazy Race" e "Forget Regret") ma anche brani 100% Mannachi.
Incontrarsi da un anno e mezzo e formare una band non è solo personalizzare dei "mostri sacri" è anche avere il coraggio di omaggiarli, di salire sul palco e dare tutto per far muovere la gente.

Inizio funkyband: in sequenza "Ford" (n.d.r.inedito), "I Wish" di Stevie Wonder fino al ritornello dello Sherwood Second Stage 2013: "Theme from Starsky & Hutch"!
Yuri e Nazzareno intonano l'intro di "Crazy Race" entra in scena Sara alla voce..pezzo fantastico! cambio di ritmo..modern jazz to dub-reggae..la gente non se lo aspetta..dance dance dance!
Formazione in assetto: tastiere-batteria a sinistra;basso-chitarra-percussioni a destra; voce-tromba-sax al centro.
Strizzatina ai J.B's (o forse a Pastorius???...tutto può essere!) con "The Chicken"..il pubblico segue, balla, omaggia...band di nuovo al completo per "Paris" (n.d.r. altro inedito) dove possiamo intuire futuri approdi compositivi...
Rientro in scena a grande richiesta e chiusura con la sensualissima "You Don’t Love Me (No No No)" riarrangiata da Andrea:  ballo ipnotico, mente libera di viaggiare.
Si finisce con i ragazzi tra la gente, ambiente rilassato...eredità della musica suonata..quando si dice "cibo per l'anima" ricordatevi in futuro di ascoltare ancora i Mannachi!

Per Sherwood l'inviato Al P

Tracklist

1) "Ford"
2) "I Wish"
3) “Theme from Starsky & Hutch
4) "Crazy Race"
5) "Musicology"
6) "Son of a Preacher Man"
7) "The Chicken"
8) "Let's Go To Work"
9)  "Forget Regret"
10) "Paris"
11) "You Don’t Love Me (No No No)"

Mannachi Lineup a Sherwood 2013

Yuri Argentino: Sax Tenore
Nazzareno Brischetto: Tromba
Sara Fattoreto: Voce
Andrea Vedovato: Chitarra Elettrica
Simone D’Eusanio: Tastiere
Marco Bonutto: Percussioni
Federico Mistè: Basso
Ugo Ruggiero: Batterie

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<![CDATA[Elektro Guzzi live report]]>

Sabato sera, mentre decine di migliaia di persone assaltavano Padova per vedere Bruce Springsteen all’Euganeo (o, nel peggiore dei casi, Tony Humphries a Villa Barbieri) una monovolume targata Austria procedeva a passo d’uomo fra i fan in coda cercando di raggiungere il Summer Student Festival.

Al suo interno gli Elektro Guzzi, band partita dall’Austria per sfidare il Boss in questa lotta impari sotto la tradizionale pioggia gelida del maggio patavino, mentre uno sparuto gruppo di loro stalker (di cui mi fregio di esser parte) li attendeva con trepidazione.

Gli Elektro Guzzi sono in tre (mi sentirei di azzardare “3+1”, visto che il fonico si allarga un po’ rispetto alla media dei suoi colleghi) e suonano, semplicemente, della ottima techno con un basso una batteria e una chitarra. Come se fosse normale. Il loro palco è scarno, niente console, nessun computer, vinile, sequencer, drum machine, sintetizzatore… nulla che possa fare pensare che loro saranno il dj della serata. E invece, ciò che siamo abituati a sentire eseguire da dei macchinari qui entra nella dimensione di una band con tanta naturalezza che viene piuttosto spontaneo chiedersi com’è che non lo fanno tutte le discoteche del mondo.

Sul palco saltano subito all’occhio le tonnellate di effetti a pedale dall’aria estremamente ricercata in dotazione al bassista e al chitarrista, mentre la batteria è ridotta all’osso, denudata di ogni tom e del timpano, e con un parco piatti piuttosto ristretto. La cura per il suono è (tanto nel complesso quanto per i singoli) maniacale, e non potrebbe essere altrimenti dato il genere che il gruppo intende suonare: un tripudio di effetti non meglio identificati ora trasformano il basso in un sintetizzatore, ora rendono incomprensibile il legame fra le mani del chitarrista e il suono che questo produce; la stessa batteria è effettata oltre il pensabile, con delay che si rincorrono da una cassa all’altra dell’impianto trasformando un colpo di bacchetta sul bordo del rullante in una sinfonia percussiva di alcuni secondi di durata. Tutta questa sovrabbondanza di effetti (analogici, a occhio e croce) sulle prime note del soundcheck sembra decisamente eccessiva, ma una volta che la band suona a regime tutto si incastra perfettamente.

Lo show comincia presto (suonano in apertura di Heatsick), la pioggia, che sino a quel momento non si è fatta vedere, accorre al primo batter di cassa per non perdersi il concerto, mentre il pubblico è intento a affollare i bar situati a una distanza siderale dal palco. Va da sé, la sensazione sulle prime note del concerto per noi dodici spettatori che ci accalchiamo sulle transenne oscilla fra lo sconforto e lo stupore per cotanta indifferenza, ed è lecito temere il flop totale.

Questo timore, per fortuna, svanisce in pochi minuti: il gruppo sembra non curarsi della situazione poco promettente, comincia con il suo martellare ipnotico e durante le prime canzoni la gente accorre felice alla base del palco, per rimanerci sino all’ultima nota ballando e incassando una tenue e fastidiosa pioggia continua, pretendendo infine un sostanzioso bis.

Un piccolo sondaggio autocondotto origliando a destra e a manca svela che il gradimento per la band è trasversale, e unisce chi generalmente è abituato a capelli lunghi e chitarre elettriche distorte e chi preferisce visual e dj ai piatti. La loro scaletta non prevede nessuna pausa, le canzoni sono fra loro mixate, con il passaggio fra un brano e l’altro che ripropone all’orecchio tutte le caratteristiche del classico cambio di disco di un Dj.

I tre musicisti, oltre a rivelarsi personaggi squisiti e straordinariamente disponibili al di fuori del palco, si dimostrano molto caratteristici durante la performance: il bassista (Jakob) ha tutta l’aria di essere un robot, sia dal punto di vista tecnico che da quello emotivo, sembra che abbia la funzione risparmio energetico attivata, muove impercettibilmente le dita, si sposta raramente, credo di poter dire che non sbatte le ciglia, non lascia trasparire nulla di simile a quelle cose che noi umani chiamiamo emozioni ed è di una precisione e ossessività disarmante.
Il batterista (Bernhard), suona per la quasi totalità del concerto con gli occhi chiusi, in una sorta di estasi della cassa dritta (sospetto che anche passeggiando cammini in quattro quarti), dimostrando come spesso il ritmo efficace è dato dalla sottrazione più che dall’aggiunta; nei passaggi fra un brano e l’altro armeggia con un mixer posato al suo fianco, che sortisce pesanti effetti sul suono del suo strumento. Il chitarrista (Bernhard anch’esso) è l’estroso: ha un aspetto più alternativo dei suoi colleghi (piuttosto precisini), un approccio meno matematico allo strumento, di tanto in tanto balla scompostamente e riesce a tirare fuori dalla sua chitarra dei suoni che ti colgono davvero di sorpresa; anche perché una chitarra tradizionale in quella musica non si saprebbe proprio dove infilarla.

Nessuno dei tre si cura particolarmente del pubblico, non pronunciano una sillaba per tutta l’esibizione, guardano di rado aldilà del confine del palco e danno l’idea di essere completamente assorbiti dal loro stesso groove; di tanto in tanto incrociano gli sguardi per coordinarsi nei passaggi, mentre molleggiano il capo al ritmo dei loro circa 125 Bpm; ma tralasciando queste piccole debolezze terrene danno l’idea di essere degli automi. E lo dico in senso positivo. 

Va da sé che il punto di forza di questa formazione rischia di essere anche il tallone D’Achille, poiché inevitabilmente (almeno in paesi poco inclini alle novità musicali tipo… che so… il nostro) in fase organizzativa deve affrontare diffidenze sia da chi è abituato a organizzare live ( “ma noi non facciamo musica da discoteca!”) sia da chi è abituato a fare serate con Dj (“cosa significa una batteria?”).

Per il momento, diffidenza o meno, pare che se la cavino comunque piuttosto bene, e infatti mentre scrivo stanno volando verso il Giappone, per suonare a Tokyo, Kyoto ed Osaka. Saranno inoltre al Sonar a Barcellona quest’anno, come già successo in passato, e hanno in bacheca un EBBA, vinto nel 2012. Se sapete che suonano dalle vostre parti, intese come un area corrispondente a un cerchio di raggio di 400 km con voi al centro, andate a vederli.

Alla fine della loro esibizione sale sul palco a chiudere il festival Heatsick, artista Berlinese che propone uno spettacolo che definirei electro-lo-fi, armato di una sola tastiera Casio (che credo abbia avuto modo di vedere la guerra delle Falkland, forse combattendola in prima linea), di cui non sarà fatto un report in questa sede.
Spiace solo constatare che a fronte di lineup così ghiotte in un festival gratuito, ben riuscito (anche se la pioggia lo ha funestato) e in un ambiente suggestivo, a mezzanotte del weekend bisogna ridursi in totale assenza di musica altrimenti i vicini rompono le palle.

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<![CDATA[Baustelle Live Report]]>

I.   Di un gruppo in perenne evoluzione

Gli annali dello Sherwood Festival ci restituiscono due date, 2008 e 2010, per ricordarci le due “calate” padovane del trio originario di Montepulciano (faremo finta che la prima storica, all’epoca della “Moda Del Lento”, in realtà non esista). Vennero portati in giro per l’Italia due dischi, “Amen” e “I Mistici Dell’Occidente”, fra di loro diversissimi per densità, caratura e strutturazione: il primo, mastodonte di cultura pop alta e bassa, di canzonetta e di ethio-jazz, di struggenti dagherrotipi ed anthem (ahimè) impossibili a rimodularsi; il secondo, decisamente più contenuto nel minutaggio, dal respiro eminentemente cinematografico, dal taglio melodico meno ricercato, decisamente meno riuscito. Due dischi, soprattutto “Amen”, con i quali i Baustelle si apprestavano a scrollarsi di dosso gli ultimi residui di quel situazionismo particolaristico “indie” sotto la cui ala erano nati, erano stati svezzati e da cui, in occasione del passaggio a major con l’ottimo “La Malavita” (2005), contavano di emanciparsi. Quale la ragione, a latere, di questa scelta? Difficile anteporre, a tutto, il desiderio di maggiore notorietà, che pure è arrivata, col suo carico di inevitabili effetti collaterali… Nella mente di Francesco Bianconi (e, in misura minore, di Rachele Bastreghi e di Claudio Brasini, vedremo il perché) è da sempre girato un meccanismo la cui sola presenza morfematica induce a storcere il naso: l’ambizione. L’ambizione di trasformare il gruppo cult del “Sussidiario” nel tutto-e-niente della “Moda Del Lento”, nei popolari poeti maudit de “La Malavita”, nei citazionisti sentimentali di “Amen” e nei retromani incalliti dei “Mistici”. Fino all’ultimo passo, quello decisivo, il coronamento di una vita spesa ad inseguire passioni, manie, fantasmi. Fantasmi, esattamente. Gli spettri del tempo e dei segni indelebili del suo passaggio, si potrebbe chiosare, ma il pantagruelico, sesto disco dei Baustelle è molto di meno e molto di più: uno zibaldone che raccoglie ricordi, amori, frammenti di giovinezza e sprazzi di maturità, l’attaccamento alla canzone italiana e al suo immaginario eminentemente onirico, gli archi e le chitarre, gli stornelli di borgata e la musica classica, il cinema e la letteratura. Un macigno di Sisifo, un volo di Icaro o, chissà, il determinante filo d’Arianna.

II.    Cinque anni dopo

Mi sono rifiutato di vedere i Baustelle dal vivo nel 2010 perché, lo confesso, troppo grande era stata la delusione dell’appassionato appena due anni prima. Ancora troppo impegnativo da rendere al meglio un disco elaborato come “Amen”, forse, per le capacità tecniche e la tenuta fisica di un gruppo da sempre recalcitrante nei confronti delle grandi platee. Fatto sta che, nonostante signori innesti come Nicola Manzan alle chitarre e Sergio Carnevale dietro le pelli, l’esordio dei Baustelle sul Main Stage dello Sherwood fu un significativo buco nell’acqua, tra stecche improvvise, svisate incontrollate, code raccolte in blob amorfi ed una scarsa interazione tra i vari membri aggiunti. Peggio, a quanto si poteva leggere in giro per il web in quei mesi, non certo un’isolata eccezione. Un peccato. Saliva ancor più la curiosità, allora, di rimettere alla prova le proprie perplessità, alla luce di un “Fantasma” dove il nucleo originario del gruppo veniva dilatato sino ad inglobare le peripezie strumentali di un’intera orchestra, quella di Varsavia. Come reggere l’impatto schiacciante di dover coniugare il proprio senso melodico, il proprio orizzonte con i destini di altre venti, trenta persone, di decine di strumenti differenti, di cori e sovraincisioni, di armonie complesse e di sfumature infinitesimali?
La si pensi come si vuole – snaturamento inaccettabile dell’”anima” del gruppo, esperimento riuscito a metà, prova di forza straordinaria ed atto di coraggio sublime –, ma “Fantasma” è un disco che richiede, ed assorbe, moltissima attenzione. Attenzione per come i brani (o, in senso esteticamente classico, i movimenti) sono legati tra di loro, in un continuo gioco di rimandi metartistici e metatestuali. Attenzione per come gli strumenti interagiscano tra di loro, in un quadro apparentemente statico che, in realtà, rivela un brulichio sotterraneo dotato di grande forza dinamica. Attenzione per come i nuclei melodici si nascondano, a tratti, dietro gli steroidi degli arrangiamenti, perdendo talvolta forza, ingigantendo altrove le prospettive. Attenzione, infine, per il recitar cantando, ciò di cui si predica, la cura estetizzante nella scelta delle parole e nella loro funzionale disposizione, nella disperazione che si apre a seguire pedissequamente l’evoluzione letteraria interna del disco, solo raramente mitigata da un senso di speranza che è, prima di tutto, sottile derisione, umorismo del declino, affezione al secolare gioco del contrasto.
I Baustelle del 2013, infine. Tutto un altro gruppo, con o senza orchestra. A Padova non va in scena il computissimo Enrico Gabrielli delle prime uscite, straordinario musicista proteiforme a dirigere, con piglio d’accademia, il riflesso delle proprie stesse orchestrazioni su di un ensemble, quello polacco, tanto prestigioso. Vi è invece la più classica delle formazioni allargate, tra selve di chitarre elettriche ed acustiche, tromba, sax, flicorno, organetto, flauto traverso, basso, batteria, tastiere e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, o quasi, sono seduti, immobili al centro di un palco persino troppo grande, in attesa religiosa che la musica scorra e si riveli da sé. Lo scarto, rispetto ai ricordi, è chiarissimo, evidente: lì c’era un gruppo timoroso della propria ombra e timorato del pubblico, qui un complesso senza macchia e senza paura, che in rigida immobilità affronta una platea inevitabilmente meno esigente – paradossale, se si pensa alla difficoltà concettuale maggiore su cui è stato imperniato “Fantasma”… – ma estremamente più numerosa, passionale.

III.    Le canzoni

La novità sostanziale è che non ci sono novità. Tra la riproduzione disco e la riproduzione live dello stesso oggetto, le differenze sono così minime da risultare impercettibili. Le alchimie tra i musicisti sembrano tarate su di una sola, tacita legge: fai quel che devi fare, e tutto andrà bene. Certo, tutto va bene perché in questa maniera – e, specialmente, con questo nuovo piglio – diventa davvero difficile sbagliare. Se l’assenza del corposo apparato d’archi viene esperita da sottili correzioni in corso d’opera e preziose registrazioni in sottofondo, tutto il resto è così fedele all’originale da sfiorare la calligrafia: in Fantasma (Titoli Di Testa) – che dell’Uccello dalle piume di cristallo è omaggio, e non pura imitazione – viene facile catapultarsi nella Roma in marcescenza dei primi misteri argentiani, laddove invece il recital de Il Futuro prima, il passo marziale con chorus angelico incorporato de Il Finale poi (accostamento voluto?) evocano epoche diverse, malinconie e dolori sparsi nel tempo, da qualche parte tra Se Telefonando e Il Cielo In Una Stanza. Francesco Bianconi è il motore naturale della macchina Baustelle, e non solo perché sia seduto esattamente al centro del proscenio, con Brasini alla sua destra e Rachele, accoccolata dietro un lucido pianoforte a coda nero, alla sua sinistra: per di lui passa la quasi integrità delle linee vocali – assai migliorate rispetto al passato, bisogna dirlo – ed il mood interpretativo dei brani. La lunga Diorama è uno spaccato cantautorale di grande potenza, che si propende in arzigogoli strumentali funzionali a decorare la passeggiata del protagonista nel “museo di storia naturale”: poco meno che impressionante Nessuno, episodio qualitativamente minore, i cui cori vengono riprodotti, con perfezione maniacale, da una Bastreghi che si merita l’ovazione riservatale. Viene suonata persino L’Orizzonte Degli Eventi, interamente strumentale, che ricrea tangibilmente una patina d’umore spettrale, ghost story priva di scheletro narrante che ondeggia, inquieta, tra vibrafoni e xilofoni, ricorsive volute di pianoforte ed apparati sfumati di fiati. A voler muovere una critica, vi è sicuramente da annotare la totale mancanza di guizzi, di sussulti, di sorprese, percepibile sin dal primissimo attacco, ma che inizia a farsi pesante col passare dei minuti. La piacevolezza regna sovrana, e questo è quanto. La maggioranza dimostra di sapersi accontentare.

IV.    Cosa rimane di noi…

Il punto di svolta del concerto è quando Bianconi, per l’inizio della seconda parte, riveste i panni del “ragazzo di periferia” (che non è più) e alza il sipario su Cristina, fenomenale saggio di bravura compositiva, parata bandistica che a metà s’avvita su sé stessa in un elegante trotto doo-wop. Rachele Bastreghi, non ci si stanca mai di sottolinearlo, è sempre più bella: di una bellezza ipnotica, non convenzionale, indifferente al passare degli anni. Eppure il suo ruolo, nell’economia di “Fantasma”, non è più quello di compositore alla pari, di alter ego gentile del compare maschile: oggi appare, e suona, più come comprimaria di lusso, come contorno alla portata principale, musicista dalle grandi doti inespresse. Tre sono i brani dell’ultimo concept dove si ha l’occasione di sentirla all’opera. Radioattività è un lento cullato su strenne di flauti, senza grande mordente: Monumentale è la vena romantico-decadente dei Baustelle, un organetto di Barbiana che intona l’amore anticonformista tra i “divani fondi come tombe” ed i versi strappati a Montale; ancora, La Natura è la melodia pop più bella del disco, ingentilita dallo svolazzare finale di archi e fiati a ricreare atmosfere mahleriane, ma i salti armonici e le difficoltà di stratificazione strutturale ne strozzano un po’ l’enorme potenziale. Decisamente meglio, tuttavia, quando la sua voce viene lasciata librarsi sopra ad episodi d’annata: splendido, ad esempio, l’inciso in solo – con un Brasini essenziale, westernato surf, il Lee Hazlewood tarantiniano di una moderna Nancy Sinatra – de L’Aeroplano, bellissima in questa versione nuda, e bello anche il call&response con Bianconi sulla classica Col Tempo del grande Leo Ferré, reso celebre dall’interpretazione di Patty Pravo.
Già, Claudio Brasini… l’altro grande assente dei “nuovi” Baustelle. Per quanto “Fantasma” sia un lavoro essenzialmente barocco, ai blocchi di partenza ci si sarebbe comunque attesa una rifinitura chitarristica più pronunciata. Il tocco del “terzo”, invece, è annacquato, a tratti inconsistente, pressoché insignificante nel marasma di nuovi colori strumentali. Non bastano lo sfarzo opulento – e un po’ kitsch, a veder bene – di Fantasma (Titoli Di Coda), o le ragnatele sotterranee della già citata La Natura, o gli strali funebri che scendono sull’esecuzione un po’ fiacca del singolo La Morte (Non Esiste Più), o ancora il riff inconfondibile de La Guerra È Finita, nel bis, che scatena l’orda dei fedelissimi ad abbandonare ogni cerimoniale per spingersi fin sotto il palco: pare proprio che il futuro del gruppo non passi per le chitarre, e nemmeno per quella digressione di cantautorato “colto” e di arpeggio liturgico che aveva contaminato alcune sezioni importanti del precedente “I Mistici Dell’Occidente”. Prova ne sia una versione irriconoscibile per sola voce e tromba, finanche paradossale, dell’anthem Charlie Fa Surf (trascurabile), meccanismi che avanzano senza ulteriori spinte elettriche (l’interessante Maya Colpisce Ancora, con Rachele ancora relegata ai cori, il gravoso peccato intellettualoide di Contà L’Inverni) ed una chiusura telefonata, con Andarsene Così, dove la propulsione si accende più per accostamenti sonori, che per reale fisicità.

Tutto sommato, può funzionare lo stesso. Ancora ben lontani dal dispensare alta e snobistica cultura, i Baustelle si fanno ampiamente perdonare per una parabola, evolutiva, decisamente refrattaria alla staticità. Se i giovani disillusi del “Sussidiario” sono morti e sepolti, nondimeno parrebbe ancora interessante assistere al disintegrarsi della cometa…

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<![CDATA[Baustelle Live Report]]>

Nonostante la pioggia e il freddo ancora pressoché invernali, venerdì sera il Teatro Geox era praticamente pieno per accogliere i Baustelle, che hanno fatto tappa a Padova per il tour di lancio del loro sesto album, Fantasma.

Il disco del ritorno sulle scene dopo tre anni di silenzio è sicuramente una tappa fondamentale del percorso artistico dei Baustelle: concept album imperniato sui concetti non proprio leggeri di tempo, morte e impermanenza e registrato a Montepulciano con un’orchestra sinfonica e ben due cori, esso porta a compimento il passaggio (già ampiamente annunciato dal precedente I mistici dell’Occidente) verso uno stile ispirato alle colonne sonore anni ’60, bohèmienne e cinematografico, con arrangiamenti sinfonici maestosi cuciti addosso ad ogni brano.

Per questo è quasi naturale che il tour di Fantasma abbia un respiro decisamente teatrale, e che ad accompagnare sul palco Francesco, Rachele e Claudio sia una big band di sette elementi.

Mentre prendo posto, il Geox risuona già del pezzo strumentale Titoli di testa, che apre il nuovo album. Senza dire una parola, Francesco e soci snocciolano quindi altri brani del disco, ovvero Futuro (a mio parere, forse la canzone più bella del disco), Nessuno e Il finale. Con Radioattività è il momento del primo brano cantato interamente da Rachele, che seduta al pianoforte è divina come sempre. Diorama, che parte con un arrangiamento quasi minimale e poi cresce in una coda sinfonica, e la strumentale L’orizzonte degli eventi chiudono la prima parte del concerto.

A questo punto, un barbuto Francesco si alza dallo sgabello e saluta il pubblico del Geox, dando inizio alla seconda parte del live, quella meno decisamente contemplativa, anche se il tema del tempo, intorno a cui è organizzato il tour, resta in primo piano: è così il turno di Cristina, Contà l’inverni e Monumentale, ispirata all’omonimo cimitero milanese e cantata ancora da Rachele. Con il primo singolo estratto da Fantasma, La morte (non esiste più), Maya colpisce ancora e Natura le tracce del nuovo album sono praticamente esaurite. I fan di lungo corso (si vedono parecchi volti maturi stasera al Geox, anche se non mancano i ragazzini: l’hype del disco è stato infatti notevole) si cominciano a chiedere quali brani del passato compaiano in scaletta, anche se le scorse date del tour non dovrebbero lasciare dubbi: difficilmente (e purtroppo, aggiungerei) si sentiranno brani del Sussidiario e della Moda del lento, i due primi dischi che hanno lanciato i Baustelle come cantori degli adolescenti di provincia maledetti e anacronistici, fra riformatorio e il mito di Alain Delon. Si comincia infatti con Aeroplano, tratto dall’album Amen del 2008, con cui Rachele conquista definitivamente il Geox, poi seguono una fantastica cover di Leo Ferrè (Col tempo), Il corvo Joe (La malavita, 2005) e Alfredo (ancora Amen), mentre la parossistica L’estinzione della razza umana ed i Titoli di coda di Fantasma chiudono il live.

Ma il saluto del gruppo, è chiaro, prelude ad un applauditissimo ritorno in scena: i bis sono Charlie fa surf, La guerra è finita e Andarsene così. Sotto il palco si balla, mentre il gruppo si congeda con un inchino, come a teatro. Sipario.

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<![CDATA[Sketch & Soda - Teatro Toniolo Mestre]]>

Mercoledi 6 marzo Teatro Toniolo di Mestre, la sala è gremita di gente impaziente di assistere ad uno spettacolo contenitore di quelli che sono gli sketch più divertenti e conosciuti del brillante duo comico romano. Per la regia di Claudio “Greg” Gregori e le musiche di Attilio Di Giovanni va in scena "Sketch & Soda".

E' con il loro più famoso cavallo di battaglia L'Audizione che danno il via a più di un' ora e mezza di spettacolo. Spettacolo che racchiude 7 gags, intervallate da piccoli stacchi musicali. Giocano sul palco interpretando vari personaggi protagonisti di surreali vignette, prive di filo conduttore, leggere ma allo stesso tempo pungenti come la risata che vogliono provocare.
E' Vania Della Bidia, giovane attrice da me sconosciuta  che prende il posto della più nota Virginia Raffaele, ad accompagnare Lillo e greg sul palco in Scene come quella del Treno o le innumerevoli scene al ristorante che parlano di un tema spesso fonte di grasse risate: quello del rapporto tra uomo e donna. Si susseguono poi il divertente ‘Disco boom’ ambientata in un negozio di dischi dove l’acquirente, per far capire al venditore quale disco sta cercando inizia a cantarne il motivo, fino all’intera esecuzione e altre divertenti "storielle".

Cio'che diverte di più me e il pubblico in sala non sono forse le varie "scenette", già note ai più, ma sicuramente la personalità e il carisma dei due comici (al secolo Claudio Gregori e Pasquale Petrolo).
La bellezza dello spettacolo è proprio il ritmo con cui si susseguono tante scene e l'opportunità di assistere in una sola sera e dal vivo a quello che normalmente vediamo o abbiamo già visto in televione o sentito alla radio.

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<![CDATA[Macbeth - Teatro Goldoni di Venezia]]>

Avete presente il disagio? Ve lo descrivo: ti presenti sobrio ad una festa alto-borghese con ore di ritardo, l'alcol è finito, gli invitati sono già ubriachi fradici, ridono tutti come idiote scimmie adolescenti e a te non resta altro che galleggiare tra l'imbarazzo e l'odio di classe. Tutti che strillano e non c'è nulla da strillare. Ecco, il Macbeth di Andrea De Rosa inizia così, in un frivolo festino per riccastri scemi, e l'ancestrale decadenza scozzese del testo originale non potrebbe essere aggiornata in modo migliore: nella prima mezz'ora vorresti vedere gli sguaiati protagonisti in scena tutti morti e coperti di sangue. E il bello è che sai benissimo che verrai accontentato.

Su un grande divano siedono tre curiosi ciccio-belli, tre bambole orrende che ricordano i giorni più atroci della tua infanzia, i pomeriggi di noia, i regali sbagliati, scusi signora credevo fosse una bambina, ma va là che si divertirà lo stesso, e adesso gioca con queste e non fare il viziato. Non appena entrano in scena Macbeth e la sua Lady, ebbri e insostenibili, i ciccio-belli si trasformano in adorabili epigoni di Chucky – La bambola assassina, snocciolando con voci metalliche le mefitiche profezie delle streghe shakespeariane.

Si comincia a (s)ragionare: il disagio-party si rivela essere la festa per la vittoria di Macbeth e Banquo e dalla stanza fumatori entrano tutti ilari Seyton, Malcolm, Macduff... La prima profezia delle nipotine di Chucky tosto si realizza: Macbeth è nominato barone di Cawdor, quindi di lì a poco anche il trono di Scozia sarà suo.
I sogni son desideri, ma i desideri realizzati sono gli incubi peggiori”, diceva Chiasmo da Rotterdam: passata la sbornia, il pover'uomo si trova così schiacciato dalla propria ambizione e dal disegno del Destino, dall'inconfessabile volontà di potere e dalla moglie più infernale del teatro moderno. L'assassinio di re Duncan inaugurerà la festa crudele del sangue e del rimorso.

Ora, io di sangue e crudeltà un po' me ne intendo, quindi per accontentarmi a questo punto devi alzare di molto l'asticella: diciamo che se non appendi feti grondanti di vernice rossa io non sono felice, se non mi rimbambisci con musica iper-violenta e luci epilettiche ti considero un chierichetto. Voglio il vomito e la paura. È chiedere troppo che Decadenza e Disagio rendano il disumano tangibile, disturbante, schizzante plasma? No, e infatti il buon regista mi asseconda in tutto e per tutto, mettendo in scena un parto orripilante che nemmeno in Brood - La covata malefica, e musiche e voci industriali degne di un album dei NIN. Macbeth e la Lady sprofondano nel più contemporaneo ed abissale degli incubi: quello della frenesia feroce, della megalomania del tiranno, dell'intima tenebra, malati di una fame insaziabile prima, e di una sazietà inconsolabile poi.

Non a caso parlo di fame e pance satolle: il dominatore assoluto della scena è ovviamente un Giuseppe Battiston ENORME, per stazza e per talento, che continua ad inseguire e perseguire in tutto e per tutto quel genio esasperato di Orson Welles (ricordiamo che lo ha interpretato nel 2010 in “Orson Welles Roast”, e che la trasposizione cinematografica più celebre e riuscita della tragedia shakespeariana è proprio del regista di Quarto Potere). Ma anche Frédérique Loliée è una meravigliosa Lady Macbeth, insopportabile e spietata come è giusto che sia, e il resto del cast ha il merito di non rovinare la piazza a questa coppia in stato di inquietante grazia.

Due ore di sogni che conducono uomini alla rovina, di Male in serata di Gala, ma soprattutto di idee e coraggio, finalmente. Nel circuito teatrale tradizionale difficile chiedere di più.

 

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<![CDATA[Il Geyseir di suono dei Sigur Ròs]]>

Descrivere un live dei Sigur Ròs, gruppo che si è creato un linguaggio tutto suo (la lingua vonlenska), con le parole è difficile, farlo nel classico modo parlando di tecnica o scaletta è inutile.

Perché è un  puro incantesimo sonoro vissuto disco dopo disco che si materializza davanti a te come un paesaggio da fiaba


Entrano sul palco e inizia la magia, ogni istante sarebbe da immortalare, per il colore che prende il set, per  il riflesso nascosto dal velo di nebbia artificiosamente creato, per l’impetuoso calore del Geyseir di suono che erutta ritmicamente e ogni volta ti toglie il fiato.

I Sigur Ròs sono un incanto, fatto di ghiaccio e fuoco, di folletti e spiriti che animano il suono, vero padrone che tutto irrora e riscalda.  L’attività vulcanica vince la gravità, t’ipnotizzano gli sbuffi sonori, ti abbandoni e ti immergi, e t'innalzi con loro.

Brividi ed emozioni si rincorrono mentre su quel velo si piroettano colori e immagini e quando cade il tempo e lo spazio sono stati annullati e qualcosa è cambiato irrevocabilmente.

La scaletta alterna classici ed inediti, ma poco importa.

Ascoltare i Sigur Ròs significa viaggiare dentro sé stessi, essere disposti a ripercorrere il sentiero interiore ancestrale che si nutre di contraddizioni, che vive di isolamento e incanto.

Il crescendo finale è un invito ad arrendersi alla vitalità del selvaggio sentire, svuotarsi della razionalità e perdersi nella mutevolezza continua.

L'orologio segna la fine del concerto dopo due ore esatte. Non è vero.

E' durato un’intera stagione sonora incantata.

La stagione dei Sigur Ròs

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<![CDATA[Splatterpink: intervista e live report]]>

Mentre i Litfiba cominiciano il loro tour di reunion nostalgica a Milano, dando così a Ghigo l'occasione di suonare pezzi wave degli anni '80 utilizzando più o meno la distorsione dei Pearl Jam, a un paio di centinaia di chilometri di distanza un gruppo molto, molto più incazzato, senza dir nulla a Simona Ventura riempie fino all'orlo il Locomotiv di Bologna per il suo rientro.

Gli Splatterpink sono quattro tizi davvero poco inclini al compromesso, sia esso sonoro o lessicale, che risorgono in formazione quasi originale dopo un'assenza decennale. Il locale è pieno ben prima dell'inizio del concerto, ad aprire la serata ci sono i Fuzz Orchestra, che scaldano un pubblico particolarmente incline a farsi scaldare. Questo primo live è potente quanto basta per impedire qualunque dialogo sino al parcheggio e, senza entrare nei dettagli, non c'è alcun dubbio sul fatto che siano un'apertura più che onorevole per chiunque debba seguirli. Personalmente approccio la serata forte di una robustissima ignoranza in materia di Jazzcore e soprattutto di Splatterpink, ma la sensazione è da subito buona, se non altro per il palpabile clima di attesa che mi circonda e per la qualità inusuale del gruppo spalla.

Gli Splatterpink salgono sul palco tra gli applausi e le grida senza farsi attendere, con l'aria di chi è contento ma non particolarmente stupito dalla situazione; nemmeno dal fatto che durante lo show si leverà dal pubblico più volte il coro "Va-sco Va-sco", apparentemente diretto al frontman Diego D’Agata, in una sorta di inspiegabile decontestualizzazione artistica collettiva/presa per il culo dello spettatore medio.
Quando il pubblico applaude e devi ancora suonare un po' hai già vinto; loro sembrano saperlo bene. E infatti vinceranno.

Partono senza troppi preamboli e con un ritmo frenetico scaricano un'ora e mezza (il tempo l'ho stimato adesso, un po' a caso) di decibel arroganti sulla sala, sfornando, fra le cose, tre inediti che fanno presagire un nuovo album in arrivo. La pista è teatro di scenette piuttosto divertenti, poiché deve fronteggiare un pogo di dimensioni ed entusiasmo decisamente preoccupanti, quantomeno per alcune ragazze che si sono guadagnate un posto un prima fila ma che non hanno fatto i conti con una quarantina di osti che giocano a proiettare persone in direzioni casuali.

Tanto entusiasmo non può che far bene al gruppo che per tutta la durata del concerto mantiene un suono granitico forte di dieci anni di arretrati. A prescindere dai gusti musicali non possono non stupire, quantomeno perché quello che eseguono sul palco ha l'aria di essere straordinariamente difficile. Gli inserti di sassofono e più in generale lo stile della band mi ricordano vagamente gli Zu (anche se per cronologia dovrebbe essere il contrario), con strutture delle canzoni più riconoscibili, un suono meno scuro, un atteggiamento decisamente più strafottente e, ovviamente, una voce in più ... quindi in buona sostanza non ci somigliano, ma non ho altri riferimenti nel genere.

Il concerto dura parecchio, ma ci vogliono comunque un paio di bis perché il pubblico si quieti e accetti di averne abbastanza, e in realtà anche gli Splatterpink non sembrano aver troppa intenzione di scendere dal palco dopo tutto questo tempo in cui ne son stati alla larga.

A fine serata sono contenti tutti, gestori, gruppo, recensori di Sherwood e folla festosa... ma questo successo ce lo potrà confermare con le sue parole il cantante/bassista Diego D’Agata aka “Il Simon Le Bon del terrorismo musicale” (da wikipedia…)

Intervista a Diego D'Agata
degli Splatterpink

Ciao Diego, allora, cosa ne pensi del vostro rientro? A occhio e croce è stata una serata grandiosa.

Direi che è andata anche oltre le aspettative.

Dal mio punto di vista te lo posso ampiamente confermare. Comunque, mi hai detto ho sentito che avete fatto tre inediti. Sono forieri di un nuovo album?

Non lo sappiamo ancora bene, di sicuro abbiamo visto che ci piace sempre comporre musica e che c’è sempre del materiale su cui lavorare; l’idea è concretizzare questa roba in sei pezzi e registrarli, per il resto siamo pessimi promotori di noi stessi, lo siamo sempre stati; possiamo solo dire che ci sembrerebbe stupido non investire in questa band, poi magari salta fuori che invece i pezzi fanno cagare e bòm, ognuno di nuovo per la sua. Dal vivo proponiamo una scaletta che abbraccia tutti e tre gli album, con una particolare predilezione per il primo. Siamo riusciti a ficcarci dentro due pezzi nuovi (tre se contiamo l’abbozzo del “fuori programma”, che cmq è a tutti gli effetti un brano nuovo), che come ti dicevo prima verranno a breve registrati

(Ndr: il fuori programma è stato quando il fonico ha impiegato … boh… un quarto d’ora? … per cambiare il microfono del Sax che non andava)

Durante il concerto c'era un acceso pogo che coinvolgeva mezza pista. Buona parte del pubblico in esso coinvolto probabilmente non poteva legalmente acquistare dell'alcool quando calcavate le scene negli anni'90. Questo vuol dire che avete lasciato un segno indelebile a cavallo di due secoli e due generazioni?

Quello che in parte ci ha spinto a riunirci è l’aver constatato che c’era ancora un cospicuo numero di persone che continuava a conoscere e a far girare questo nome, il web, e relativi feedback a riguardo ce l’hanno confermato. Per la questione del lasciare un segno boh, se è stato lasciato forse è dovuto al fatto che, faccia essa cagare o no, la nostra musica difficilmente può risultare datata, o perlomeno penso che possa essere contestualizzata anche nel decennio successivo, la gente ha continuato ad ascoltarla. Deriverà dal fatto che a me certa musica vecchia ha sempre fatto cagare e quindi tendo a trasmettere ai miei pezzi questa fobia di suonare, che so, come i Van Der Graaf Generator. O Frank Zappa.

Chiudo chiedendoti di una "variabile esogena": so che sei piuttosto impegnato anche sul fronte Testadeporcu e, stando a quanto dice il web, anche questa band nutre di un certo seguito. Continuerete o gli Splatterpink assorbiranno tutto?

Una cosa non esclude l’altra , anzi. I tdp sono un progetto al quale tengo molto, abbiamo pronto un lavoro nuovo, in marzo-aprile stampiamo e facciamo uno spezzatino-tour, nel senso che le date sono tutte sparpagliate.

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<![CDATA[Report - Ascanio Celestini - Discorsi alla Nazione]]>

Ragionar per metafore è un mestiere rivelatore. Si tratta di traslocare un significato da un significante ad un altro, diverso e parallelo, e come per incanto tutto diviene limpido come un laghetto senza fango, chiaro come un cielo sempre blu. È questa un'arte propria dei poeti e dei teatranti, di filosofi e narratori. Man mano che il senso originale si allontana della parola che abitava, pare inspiegabilmente avvicinarci ad una verità più antica e dimenticata. Ascanio Celestini, però, è un teatrante nel quale sarebbe comodo non imbattersi mai: tu credi di vedere, arriva lui, ti accende la luce e ti ritrovi nel buio più profondo e inconsolabile.

Discorsi alla nazione: studio per uno spettacolo presidenziale”, andato in scena lo scorso venerdì al Rivolta PVC di Marghera, è un allestimento in fieri, ossia ancora in lavorazione (uno studio, appunto), scrittura in scena, che fa sorridere di continuo lasciando però la bocca ingolfata di amarissimi lampascioni.

Lo spettacolo si articola in una successione di discorsi che vari tiranni pronunciano in libertà dal podio davanti ai loro sudditi/elettori. C'è il dittatore capitalista, quello razzista, il socialdemocratico e così via. Scopo del gioco: conquistare il consenso, utile non tanto a governare, che i tiranni governavano già prima e governeranno anche dopo, ma a celebrare l'irreversibilità della propria dittatura. E questo alternarsi di arringhe superbe pian piano prende la foggia di una picaresca avventura: quella del capitalismo alla conquista dei nostri culi addormentati. Il voto dei cittadini allora non è più un esercizio democratico, ma la busta paga del dominato, lo zucchero per addolcire l'inaccessibilità del potere. Tutto molto marxista.

Nelle trasfigurazioni di Celestini i tiranni non hanno neppure più bisogno di vestire i panni del politico, ma spadroneggiano sfacciatamente, irrisoriamente, ghignano e sfottono. Noi spettatori ridiamo e sprofondiamo, ci ripariamo sotto le scarpe dell'uomo con l'ombrello, la posizione ideale per non bagnarsi, ma anche per raccogliere briciole e mozziconi di cicca, e sporcarsi di merda quando il tiranno defeca. D'altronde la gravità è una forza di natura, mica la si può invertire.

Se una speranza rimane è quella del gramsciano ottimismo della volontà, ma un popolo satollo difficilmente interromperà lo spettacolo della tirannia per trovarsi rivoluzionato ed affamato. E così ogni reazione viene inglobata, diventa un vezzo del mondo padronale, una smorfia buffa, un wine bar benedetto dal Che là dove prima sorgeva un Centro Sociale Occupato.

Celestini può non anche non piacere, con la sua insistita cadenza retorica, schiavo com'è dell'anafora almeno quanto il sottoscritto lo è di ossimori ed endiadi, però ci restituisce fedelmente il punto di vista di una sinistra che sotto sotto disprezza la propria ideologia passata e ora si trova incapace di guardare al futuro.
Si conferma comunque un narratore sopraffino, capace di plasmare storie e immagini nelle nostre menti col solo uso dell'arte retorica e recitativa, addolcendoci con parole rassicuranti, spiazzandoci con paradossi, dilaniandoci con iperboli grottesche, così sinistramente familiari.

Lo spettacolo sarà completo solo in aprile, ma il messaggio appare già strutturato, crudele e maligno.

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<![CDATA[Massimo Zamboni in Spleen Artico-Emiliano]]>

La terra come denominatore comune, il viaggio come elemento di ricomposizione.

Questo Massimo Zamboni, coadiuvato alle musiche da Cristiano Roversi e ai video da Piergiorgio Casotti, ci presenta in "Spleen Artico-Emiliano".

Un lavoro allo stesso tempo visionario e concreto. Dove gli occhi dello spettatore si perdono lungo le carrellate artiche, per poi ritornare coscienti di fronte ai vivi colori di un Emilia appena martoriata dal terremoto.

Zamboni, in questo nuovo lavoro sembra voler mettere a nudo un proprio percorso, fatto non solo di musica e immagini, ma anche (e soprattutto) di parole.
Qui il pubblico gioca un ruolo fondamentale. Per comprendere infatti l'intera produzione post-cccp/csi, l'ascoltatore deve lasciare da parte i propri pregiudizi o aspettative date dai ricordi, per abbandonarsi con maturità ad un percorso intimo.

Lo spleen non è solo un disagio negativo, ma testimonia anche una sensibilità diversa che vuole esprimersi.



Guarda il video integrale dello spettacolo

Registrato al CSO Pedro - Venerdì 8 Febbraio 2013
dalla Sherwood WebTv



Massimo Zamboni | Piergiorgio Casotti
Spleen
Artico Emiliano

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<![CDATA[Leon Ware + Freestyle Records + HWT]]>

Pontecorvo studios (PD): questa settimana saremo in trasferta londinese per un paio di appuntamenti stratosferici.
Islington Assembly Hall (Londra), pomeriggio speciale dedicato all'uomo che si celava dietro numerosi successi planetari legati alla black music.
Stiamo parlando di Leon Ware cioè mister "I Want You" di Marvin Gaye oppure, in tempi più recenti, invisibile arrangiatore in "Urban Hang Suite" album d'esordio di Maxwell che ha ridefinito il (nu)soul.
In session con il line up degli Incognito(!), la band retro-soul del momento, gli Hannah Williams & The Tastemakers (HWT) e Linda Muriel con le Afro Symphony..noi ci saremo.
A seguire un report dell'evento ed un'intervista esclusiva con gli HWT..

Leon Ware + Incognito @ Islington
Incontreremo, poi, Greg Boraman della Freestyle Records, etichetta "cugina" della nostra Record Kicks, da un decennio impegnata a spargere il verbo della musica afro-americana in ogni sua emanazione.

E poi...sorpresa..occhio alla pagina di Soul revolution!
Per finire basta parole ma godetevi il mixtape-playlist della settimana, una miscela di spiritual jazz con ritmi cubani, elettronica, rare groove e tanto funk.

Tracklist

- The Greg Foat Group "For A Breath I Tarry" (Jazzman, 2013)
- Jessica Lauren Four "Vaya Con Dios" (Freestyle Records, 2012)
- Part-Time Heroes feat. Sarah Scott "Dancing In The Dark" (Wah Wah, 2012)
- Caroline Lacaze & Mocambo Electric Sound Orchestra "L'Etrange" (Mocambo, 2012)
- Barbara St.Claire "Teacherman" (Soul Spectrum, 2013)
- El Rego "Hessa" (Wax Poetic, 2011)
- The Soul Immigrants "The Ghetto (There's No Way Out)" (Dry Rooti, 2012)
- Nicole Willis & The Soul Investigators "My Four Leaf Clover" (Timmions, 2005)
- Hannah Williams & The Tastemakers "I'm A Good Woman" (RK, 2012)]]>
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<![CDATA[La torre d'avorio di Ronald Harwood]]>

Nella Germania nazista era moralmente lecito che un artista contrario al regime continuasse ad esercitare in patria, dando lustro alla propria perversa nazione?
O l'arte nei regimi totalitari non può che essere collaborazionista?
E perché lavo ogni volta questa mia unica camicia a novanta gradi e il colletto resta sempre opaco?

Oggi ho la soglia d'attenzione di un ragazzino a catechismo, però rimane il problema: perché devo sempre vestirmi in modo così sciatto? Vado pure a vedere Montalbano a teatro, ci sarà un esercito di madri pronte a giudicarmi e rimbrottarmi! Se mi urlassero “Sembri sei il figlio di nessuno” mia madre ne sarebbe dilaniata.

Ma torniamo in argomento: Montalbano, si diceva, cura la regia e interpreta “La torre d'avorio”, di Ronald Harwood, ai più noto come lo sceneggiatore de “Il Pianista” di Polanski.

1946, Berlino Ovest: Zingaretti esce dal suo ingombrante personaggio televisivo ed entra finalmente nei panni di uno sbirro che fa interrogatori. Qui, in piena denazificazione della Germania, mentre a Norimberga va in scena lo spettacolo della punizione, uno sbirro americano è incaricato di raccogliere prove e dichiarazioni sul direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler, orgoglio di tutti i tedeschi e vera stella internazionale dell'epoca al pari del nostro Paganini. La volontà degli Alleati di mettere sotto scacco... SPEGNI IL CELLULARE, CIALTRONA! La volontà degli alleati di... ANCORA?!?
Ecco, si alza: maledetta obesa dallo sguardo vacuo, fuori di qui! Sei la vergogna di tutta l'intelligentia mestrina! Shame on you!

Scusate, riprendiamo. Ora ci sono, ho occhi solo per lo spettacolo. Inizia l'interrogatorio, lo sbirro americano Arnold è ben diverso dallo sbirro Montalbano: è un uomo rozzo, ragiona per preconcetti, sciorina tutto tronfio tecniche di interrogatorio abbastanza ridicole. Il confronto è serrato... ANCORA?!? Uh, arrivano le maschere! Sei carne morta, cotechino impellicciato! Eccoli, chiedono al vigile del fuoco in sala, gliela indica, la prendono per un braccio e la portano fuori! Massacratela! Tu e la tua suoneria del menga!

Ficata 'sto spettacolo, mai visto scene del genere! Ma giriamo la testa e torniamo a guardare il palcoscenico. C'è una donna che urla tre minuti e poi scompare a godersi il suo giorno di paga, gli interrogativi morali si stratificano e innalzano mura sempre più alte per la Babilonia delle incomprensioni e dei punti di vista: “l'arte è libertà, l'arte è gioia e verità nei momenti bui” vs “l'arte qui c'entra poco, qui c'entrano i festini che lei si faceva in camerino grazie ai favori del regime, lei disprezzava Hitler ma mangiava dal suo piatto, ha pure dei figli illegittimi che dimostrano non ho ben capito cosa”.

Due ore e venti così, e tosto finisce lo spettacolo: tripudio per Zingaretti, la madri si voltano verso i figli per chiedere: “l'hai registrato? Dimmi che l'hai registrato”, ma i figli non ci sono, sono tutti a Marghera al concerto degli Asian Dub Foundation.

Io credo di essermi distratto un po' troppe volte per darvi un giudizio obiettivo, ma non credo sia esclusivamente colpa mia: l'argomento è un poco trito, gli attori sono statici, la scenografia alienante. Fuori dal teatro, sotto il diluvio, una carcassa grassa giace zuppa e pesta sul selciato di una via laterale, mentre la suoneria ancora trilla nel vuoto.

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<![CDATA[Occidente Solitario con Claudio Santamaria e Filippo Nigro]]>

E andiamo a vedere uno spettacolo con Claudio Santamaria, che almeno piace alle giovinotte che accorreranno in massa a teatro, così stasera non saremo gli unici a sentire lo spettacolo in una sala solitamente colma di clienti Amplifon®.

Occidente solitario ha una locandina intrigante, con tanto di coltello e fucile, sguardi gonfi di tensione, e l'autore è Martin McDonagh, pluripremiato autore inglese d'origine irlandese, regista per il cinema di un film dignitoso come In Bruges.
Si narra la storia di due fratelli ai ferri corti, tra ricatti e dispetti, e del prete che cerca di riconciliarli anche con l'ausilio di gesti estremi, che mai verrebbero perdonati dalla religione che ha sposato.

L'inizio è scoppiettante: quattro personaggi evidentemente affetti da Sindrome di Tourette vomitano addosso al pubblico un bellicoso stuolo di “cazzo”, “culo”, “puttana”, “troietta” e chi più ne ha più ne metta.
I clienti Amplifon® spengono l'Amplifon®, ché qui ci si gioca il Paradiso proprio in dirittura d'arrivo, i giovini apprezzano e ridono: questo testo sembra scritto dall'invidiatissimo bullo del secondo banco.

I protagonisti sono dunque due fratelli eternamente in zuffa, che se vivessero in America sarebbero definiti redneck (i bifolchi delle praterie che sequestrano e scuoiano giovani studenti borghesi negli horror anni '80), ma dal momento che la storia è ambientata in Irlanda chiameremo green-neck. Li interpretano Claudio Santamaria e Filippo Nigro che, per volere del regista Juan Diego Puerta Lopez, recitano come se fossero Chiquito & Paquito: lo sketch è bello finché dura poco e alla lunga (lo spettacolo sfora le due ore) smorzano tutta la tensione, che pure vorrebbe straripare da ogni gesto e da ogni parola.

Il problema della messinscena è essenzialmente questo: due cerebrolabili sottosviluppati non possono far esplodere la Crudeltà, almeno a parere di chi scrive, perché depotenziano di continuo tutte le situazioni e la distruzione latente, perché sono pur sempre Chiquito & Paquito in versione catastrofica, e nessuno si può identificare in Chiquito & Paquito, nessuno riflette su un delirio ridicolo. Non ci sono grandi metafore, o almeno non vengono percepite: tutto è parossistico quanto innocuo.

Ad accompagnare i due protagonisti, un prete gemebondo, alcolizzato e incapace (Massimo De Santis), e una ragazzina indomabile (Nicole Murgia) che la costumista ha vestito come la figlia ribelle di Massimo Boldi in un cinepanettone: chiodo, ciuffi colorati, chewing-gum in bocca e gonnellina scozzese.

Si ride, la gente muore fuori scena (gettandosi nel lago dalla parte sbagliata, tra l'altro), si sputa e si rutta, ma si spegne il cervello e non si fa male a nessuno. Musica elettronica tanto bella quanto inappropriata.

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<![CDATA[Una notte in Tunisia di Vitaliano Trevisan]]>

Vitaliano Trevisan, nell'immaginario di chi scrive, è il folgorante protagonista demoniaco del “Primo Amore” di Garrone, dove con il suo violento accento vicentino modella un ideale estetico perverso sul corpo sacrificale di Michela Cescon.
È anche l'autore del romanzo Una notte in Tunisia (Einaudi, 2011) da cui viene tratta l'omonima piéce andata in scena lo scorso weekend al Teatro Toniolo di Mestre, per la regia di Andrée Shammah.

Protagonista dello spettacolo è un reietto del teatro italiano, quell'Alessandro Haber condannato alla pubblica gogna dopo gli episodi ambigui della scorsa stagione, che interpreta il reietto per eccellenza della Prima Repubblica, Bettino Craxi, il corrotto corruttore della fede politica, il grande ingannatore, esiliato ad Hammamet per morire lontano dalle monetine degli italiani traditi.

Le premesse per una grande messinscena ci sono tutte.

Eppure Una notte in Tunisia non funziona, annoia, reclude in platea lo spettatore per un'ora e quaranta di infinite parole. Haber è sontuoso, Martino Duane nei panni del servo-ascoltatore Cecchin una spalla superba, Pia Lanciotti e Pietro Micci, pur non eccellendo (anzi!) non sono la prima causa del fallimento.

Ovunque leggo recensioni positive, poco ci manca che si gridi al miracolo, alla rinascita, alla nuova epifania. Ma sul testo di partenza grava il peso di una quantità opprimente di parole, di fogli, d'analisi, di letture, di scritture. Seduto alla sua scrivania, Craxi, per l'occasione ribattezzato signor X, pontifica. Pontifica. Pontifica.
Hammamet non è un luogo fisico, è un esilio metafisico, e lui è il dio morente di questo limbo che precede l'inferno. Di un dio Craxi non sentivamo il bisogno, non occorre dirlo. Ammalato lui, ammala di logorrea ogni orecchio presente in teatro.

Il contenuto è straordinariamente profondo, l'ossessione del politico di lasciare una traccia definitiva del proprio pensiero è nell'ordine delle cose di questo mondo, il metaforone sul cancro che, una volta estirpato, continua a far impazzire tutte le cellule che gli giravano intorno, accelerando la decadenza del corpo e della morale, è chiaro e illuminante. Ma tutta la messinscena è viziata di colpevole staticità, i protagonisti leggono le didascalie (la parola, la parola, il meta-teatro, che noia infinita!), i pensieri di Craxi inanellano sentenze di grande spessore intellettuale, la scenografia puzza giustamente di morte, ma allo spettatore non resta che combattere con le tentazioni della propria palpebra, e tanto amaro in bocca per l'occasione sprecata, per un teatro che invece di attirare nuovo pubblico, allontana il vecchio beandosi dei propri giochi sofisticati e stantii, della bella conversazione, dei complimenti dei critici ottuagenari, di un intellettualismo inattaccabile che nasconde in soffitta ogni fresca rivoluzione.

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<![CDATA[The Skatalites live Report]]>

Nonostante sia passato del tempo dalla formazione della band nei primi anni '60, oggi continuano a girare il mondo intero con una formazione che raccoglie gli strumentisti più apprezzati del genere, regalando uno spettacolo unico dalla prima all'ultima nota, unendo il pubblico in una frenetica ed euforica danza inarrestabile.

Quando si va a vedere un concerto di artisti storici come gli Skatalites si rimane sempre colpiti ed emozionati da chi troviamo sul palco.

Molti artisti della storia reggae internazionale, col passare degli anni ci lasciano piano piano e riuscire a godersi ancora un concerto del genere non ha prezzo.

12 euro o 15 euro di biglietto (in base se si è arrivati prima o dopo le 23.00) per seguire ben due ore di concerto degli Skatalites sono solo che ben riguadagnati.

Sabato 24 novembre al Centro Sociale Rivolta di Marghera (Ve) abbiamo avuto la storia, il seme del Reggae, passando dallo Ska, al RockSteady fino ai giorni d’oggi con Lester Sterling, Doreen Shaffer e tutta la band SKATALITES per festeggiare i 50 anni dell'indipendenza in Jamaica.

La serata si aprì con DJ GUSMA-T in consolle per scaldare le danze e lasciare il posto agli Skatalites.

Dopo le date estive, che li hanno visti protagonisti ad agosto tra Puglia e Lombardia, la band giamaicana ha confermato la propria presenza per due eventi, uno a Bologna il giorno precedente e uno questo Sabato 24 Novembre a Marghera.

Sul palco la band sfoggiò i loro pezzi migliori ma anche tracce famose di altri artisti come ovviamente Bob Marley.

A fine di questo splendido concerto durato ben due ore, la serata al Rivolta continuò nella seconda sala raccogliendo ancora la maggior parte di pubblico attirata dall’ottima selezione rigorosamente roots in vinile del nostro dj Tony (BomChilom) accompagnato da Sergio, la voce dei No Border e concludendosi successivamente con un cambio dj e di stile, passando così con Wildcat e spostando l’attenzione verso un genere più moderno.

AleFailla (Zion Train Radio) per Sherwood Live Report

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<![CDATA[Tito & Tarantula live report]]>

Tarantino Party!
Venerdì sera al New Age una serata dedicata al regista pulp per eccellenza: Quantin Tarantino. Pulp, Kill Bill, Iene e altri personaggi, si svuota un armadio alla ricerca di giacca e cravatta per entrare nei panni di Mr White o in quelle di Budd con un cappello da cowboy.

Ma il Tarantino party ha per protagonista soprattutto la musica di Tito & Tarantula di ritorno in questo nuovo tour 2012 in attesa del nuovo album.

Piacevole sorpresa l'opening act con la cover band di Treviso El Cuento de la Chica y la Tequila. Bravi, sinceri e con Stefano Silenzi particolarmente virtuoso alla chitarra.

Attirati da quel "After dark" di "Dal tramonto all'alba" (e da Salma Hayek) di fatto il loro successo più commerciale, New Age gremito.

Della formazione originale con Johnny 'Vatos' Hernandez, Nick Vincent, Peter Atanasoff e altri è rimasto solo Tito Larriva, vera spina dorsale del gruppo.

Southern rock & blues eccellente, fatto di strade deserte, ragni, serpenti e tequila, Tito porta a Roncade la sua colonna sonora: le hits scritte per i film "Machete", "Desperato", "Dal tramonto all'alba". Un filone musicale che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Pezzi celebri e meno estratti dai suoi 5 album: Angry Cockroaches, Strange Face of Love, Back to the House, Come Out Clean, in ordine sparso, tanto per citarne alcuni.

Non è di tante parole ma racconta aneddoti delle sue collaborazioni: "Johnny Depp? Molto basso", segnando con la mano la sua spalla. Noi invidiosi lo abbiamo sempre saputo ma lo ringraziamo lo stesso.

La nuova formazione forse pecca di estremo ringiovanimento, ragazzi polistrumentisti tra cui la figlia Lolita Lynne Carroll. Basso, chitarra e batteria alternativamente. E anche qui forse c'è un po d'invidia a vedere ventenni che suonano discretamente e girano tutto il mondo.

Alla fine tutti sul palco a gridare, più o meno in inglese, in una orgia finale collettiva, "Burning burning, in the flame". Ricompare perfino Silenzi che si prende di nuovo i meritati applausi suonando la chitarra di Tito. Bella serata.

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<![CDATA[The Pains of Being Pure At Heart live report]]>

Ennesimo prodotto del mitico Flood, i newyorkesi The Pains of Being Pure At Heart arrivano a Padova in occasione del loro breve tour italiano. Ambientazione a dire poco suggestiva per questa tappa nel capoluogo veneto. Ci troviamo in uno dei vecchi bastioni della città che sorgono lungo le mura che ne delimitano il centro storico. Un luogo che già di per sè crea un'atmosfera davvero speciale. Il concerto si svolge in uno degli spazi entro la fortificazione che fungeva da deposito per i cannoni. Oggi invece può capitare di assistere a delle performance teatrali o addirittura dei concerti. Come nel caso di The Pains of Being Pure At Heart, che suonano all'interno della rassegna organizzati da quelli del Looop Club

Circa trecento persone per assistere alla loro performance. Tra i presenti c'è chi li conosce bene, ma non sono la maggioranza. Si fanno sentire quando accompagnano il gruppo cantando sulle note di The Body, pezzo molto scaricato in rete secondo le solite statistiche, e soprattutto Contender che è il brano che li ha fatti conoscere e che apre il loro primo disco.

I cinque giovanissimi si danno un gran da fare, ma nonostante le tante date sostenute, sul palco davvero a suo agio ci sta solo Kip Berman, il frontman del gruppo.
Il sound non è affatto originale, ma si vede che i ragazzi hanno degli ottimi ascolti alle spalle. Si sentono spruzzate di Sonic Youth e di Cure come di tante altre band che hanno scritto le pagine più significative del panorama indipendente. Soprattutto inglesi, verrebbe da dire.

Suonano bene, non c'è che dire, anche se l'acustica non potrà mai essere perfetta avvolti come si è nella pietra dei bastioni. Ma il suono è accettabile, bisogna riconoscerlo. Dopo tutto, serviranno a qualcosa i fonici, oppure no?!?
Il pubblico sembra gradire infatti. E' vero, forse il loro sound non impressiona ma neppure delude. Non si è di fronte a dei “mostri” ma si vede che c'è talento e voglia di migliorarsi. Quindi, teniamoli d'occhio.

La serata è stata aperta dai Flowers, un trio inglese sicuramente ancora acerbo ma con delle buone intuizioni. Sul trio, non scommetterei ma, se tra qualche anno sentiremo parlare della loro cantante, non mi stupirei affatto.

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<![CDATA[Wilco Live Report]]>

Ci ho dormito su. Si perché gli ultimi report li ho sempre scritti di getto, rientrato a casa dopo il concerto. Invece questa volta ho deciso di lasciare decantare, almeno qualche ora. Una notte, insomma. E l’effetto non è poi così diverso. Affatto. Jeff Tweedy e soci non hanno tradito le attese, e quello di Padova, il primo dei tre concerti di Wilco nel “belpaese”, è stato un successo.
Non poteva che essere così, ma bisognava vedere le facce di quelli che uscivano dal Teatro Geox per capire.
Gioia e soddisfazione.

Due ore suonate alla grandissima.
In sette sul palco, allestito con una serie di lampade abatjour, come quelle che si vedono comunemente nelle camere da letto. Una soluzione che avevano già trovato anche i Blonde Redhead qualche anno fa. Per il resto luci calde, rosse e blu.

Tutto abbastanza essenziale, perché la protagonista assoluta è la musica. E che sound, infatti!

Puntualissimi aprono il set che sono le 21 e 30.
E partono alla grandissima con One Sunday Morning (song for Jane Smiley’s Boyfriend). Uno dei brani più belli dell’ultimo lavoro, The Whole Love.

Una decina di minuti in cui su un ripetuto riff di chitarra si innescano pianoforte e tastiere, con la batteria che sembra quasi non volere interferire. Un brano che fa capire quanto questi ragazzi di Chicago siano vogliosi di percorrere la loro strada liberamente, ma allo stesso tempo quanto abbiano imparato la lezione dei maestri del folk rock psichedelico americano.
Un brano nella migliore tradizione Yo La Tengo, per fare un esempio pratico.
I primi forse che hanno saputo creare trame infinite e allo stesso coniugare la capacità di creare perfetti brani pop (non è un’offesa.) da tre minuti. In particolare questo brano dove ci sono tutti quelli elementi che rendono speciale una canzone. Il testo, che descrive il rapporto padre figlio. Un brano dove c’è tutta la difficoltà del farsi capire tra uomini di diverse epoche. Un brano toccante ed emozionante, dove si capisce davvero che insieme a loro, ai Wilco, siamo cresciuti anche noi pubblico che ci emozioniamo carpendone anche le sfumature.

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Siamo tutti a sedere, ma durerà poco.
Il tempo che finiscano di eseguire Art, terzo brano della serata, e la gente è tutta in piedi.
L’atmosfera è bellissima davvero.
Il gruppo ci da dentro di brutto. Tra tastiere, organi, chitarre di tutte i generi, e una miriade di strumenti che appaiono e scompaiono per il tempo di una canzone.

Quando arriva il momento di At least that’s what you said la maggior parte dei presenti la riconosce dalle prime note. Parte quasi lo-fi (come sembra antico questo termine) come l’inizio del concerto. Ma poi è un esplodere di chitarre.
Quante canzoni d’amore sono state scritte? Ma solo alcune riescono a descriverne davvero certi momenti in modo efficace e non scontato. Il testo si consuma subito, è essenziale e crudo. E’ di una separazione che si parla. E le chitarre che appunto prendono il sopravvento su tutto, sono addolcite da un malinconico organo cheimpreziosisce ogni attimo. Uno dei momenti più belli della serata. Il pubblico gradisce eccome.

Si diceva dell’organo. Già, perché durante l’esecuzione della mitica Impossible Germany, quella in cui assoluto mattatore è Nels Cline, chitarrista sopraffino che da vita all’esecuzione di uno dei pezzi più attesi da tutti , l’organo va in panne. Lui ci ha provato a stare al passo di Cline, ma questo correva troppo veloce

E’ il momento di Theologians e Jesus etc., due brani che a suo tempo fecero parlare di se anche per i testi che non tutti videro di buon occhio. I bacchettoni.

Cline e Tweed non solo i soli a dare spettacolo. E’ vero che il primo tra ricami, slide e double guitar, da proprio l’idea di prendere le cose tremendamente sul serio. Ma una notazione di merito va anche a Glenn Kotche, un batterista che non sbaglia un colpo, e che si concede anche al pubblico.
Più timidi ma tremendamente abili ai loro strumenti, Jorgesen e Sansone, che danno prova di sentirsi a proprio agio sia con gli strumenti a corda che con tastiere e piano.

Una band completa, generosa, che per due ore piene ha regalato una serata di grandissima musica. Nel senso più alto del termine.
Un finale esaltante che li spinge a uscire a offrire ulteriori bis. Se parte così il tour italiano, è un trionfo garantito.

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<![CDATA[Marta sui tubi live report]]>

Si avvicina alla fine il "Cromatica tour" con la data di Schio, penultimo concerto del tour che gli ha visti impegnati in più di cento date da Marzo. L'ultima data, il 10 Novembre al TPO di Bologna, sarà un evento speciale, dal nome 'La Notte delle Coincidenze', un'occasione unica per concludere questi sei mesi quasi ininterrotti di concerti.
Per il momento non si ha ancora nessun dettaglio sulla serata, si sa solo che tutto l'evento sarà ripreso da svariate telecamere, ma nulla di più.

Ma veniamo al concerto:
devo ammettere che mi ero fatto un'idea di come sarebbe stato, però lo spettacolo ha davvero superato le mi aspettative. Mi aspettavo la botta di suono che ogni tanto sfoderano anche negli album, ma non così violenta e ben calibrata: in alcuni momenti pestano davvero tanto, ma sempre in maniera misurata e controllata.

Suoni graffianti e batteria incalzante, seguiti da violoncello elettrico e pianoforte che creano un mix sconcertante per chi non li ha mai ascoltati. Poi vedere Carmelo scapocciare come un dannato è davvero uno spettacolo! Mi aspettavo anche la voce incrediblie di Giovanni, ma dal vivo è un'altra cosa: oltre ad essere una macchina, per la velocità con cui canta alcune strofe, interpreta in maniera stupenda i testi e coinvolge molto il pubblico, fa di tutto per scaldare l'atmosfera ("ora alzate la mano sinistra, chiudete gli occhi e, senza pensarci, toccate il culo di una persona vicina!") e si commuove al ricordo di Dalla e del lavoro fatto assieme.
Insomma, é stata davvero una piacevolissima sorpresa sentire l'energia che i 5 che erano sul palco del Palacampagnola sono riusciti a sprigionare, senza eccessi o patinature.

La scelta delle canzoni è ricaduta su tanti brani più vecchi, da Vecchi difetti a Dio come sta, passando per L'Abbandono, Post, Il giorno del mio compleanno (dedicata ai 34 anni di Carmelo), Cinestetica, La Spesa e Una Donna e la sua semplicità, canzone che, a detta loro hanno sempre eseguito pochissimo dal vivo, e che hanno voluto regalare al pubblico di Schio. La scaletta ha incluso anche Stitichezza Cronica, Muscoli e DeiTi mento, L'unica cosa, Licantropo e i brani estratti dall'ultimo album: Di Vino, Al Guinzaglio, Camerieri, Muratury, Cromatica e Coincidenze, con cui ci hanno chiuso il concerto.
Prima di scendere dal palco però, hanno voluto ringraziare il pubblico in maniera personale: intonando un "grazie Schio" a cappella, a mo' di canto gregoriano.

Alla fine ho avuto proprio l'impressione che siano riusciti a creare, con il pubblico, un'atmosfera calda e accogliente, tipo da amici che escono a bersi la birra al pub, per parlare del più e del meno, per confrontarsi con le loro vite, le avventure di tutti i giorni, le sfighe, le delusioni, le fortune, le storie con le ragazze.

Un concerto intimo, onesto, piacevole, divertente, commovente in alcuni momenti, gestito magistralmente da un gruppo che ha l'umiltà di creare attorno a sè un mondo che non è perfetto, proprio come quello in cui viviamo, ma ricco di colori, autoironia e poesia che lo rendono un piacevole limbo.

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<![CDATA[OM + Lucertulas live report]]>

Era da parecchio tempo che non andavo in chiesa. E diciamo che non mi mancavano certo preghiere e litanie, ma dopo il concerto dell'altra sera mi sono dovuto ricredere. Scemenze a parte, gli OM nascono per questo scopo: portare l'ascoltatore ad un livello trascendente della musica, e per fare ciò non serve molto: basso e batteria. In realtà il duo americano creatosi dalle ceneri degli Sleep ha ampliato il suo range strumentale e Advaitic songs e God is good, ultimo e penultimo lavoro di Al Cisneros e Emil Amos, ne sono l'esempio: archi, sitar, percussioni etniche e cori in sanscrito non si sprecano. Si crea così un'atmosfera da meditazione, sporcata dal basso distorto di Cisneros, che merita di essere considerata. Dal vivo poi sembra davvero di essere in un'enorme cattedrale psichedelica dello stoner rock, con la pacca del Rickenbacker sempre a spingere sulle costole. L'alchimia creata dai mantra strumentali è davvero coinvolgente e, anche se il concerto dura solo un'ora, l'esperienza è davvero appagante. Il duo, che nei live è accompagnato da Rob Lowe (Lichens) per potersi permettere accompagnamenti di archi e cori, è capace di trascinarci nella semplicità della loro musica in un viaggio oscuro, misterioso e mistico, carico di riferimenti religiosi, ma che non stonano per niente con suoni e ritmi pesanti. Per una volta posso ritenermi contento di essere andato in chiesa.

Gli OM sono stati preceduti sul piccolo palco del circolo arci di Conegliano dai Lucertulas, un gruppo noise-hardcore veneto che ha davvero stupito per aggressività e potenza. Tutto un altro mondo rispetto a quello che li seguirà sul palco, ma per questo in nessuna maniera inferiore. Un suono super distorto che trapana il cervello e che colpisce direttamente in faccia. Il pogo è inevitabile e i tre componenti sanno tenere molto bene a bada le bestie che si scatenano. Un mix di noise rock, hard core e punk che schizza violentemente nelle orecchie e che si fa ricordare. Da provare!

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<![CDATA[A Perfect day Festival - Domenica 2 Settembre - Live Report]]>

Sono le mura del Castello Scaligero di Villafranca (Vr) a fare da cornice all’”A Perfect Day Festival” che ha visto alternarsi sul palco, durante i tre giorni in cui si è svolto, davvero grandissimi nomi della scena indipendente internazionale.
Franz Ferdinand, Mogwai e Killers, tanto per fare dei nomi.
Non potendo assistere a tutte le tre le serate ho scelto quella di domenica, con gli islandesi Sigur Ros a farla da padroni.

Ma andiamo per ordine, perché il programma di questa serata non prevedeva solo loro, anche se è facile da intuire, la maggior parte della gente era qui principalmente per questo.

Al mio arrivo hanno appena finito di esibirsi Temper Trap di cui sento commenti positivi. Io invece sono molto curioso di assistere all’esibizione di dEUS.
La band di Tom Barman negli anni Novanta era una realtà davvero singolare. Di provenienza belga, proponevano un pop rock visionario e per i tempi assolutamente originale e innovativo. Non era il solo mescolarsi di generi ad attirare l’attenzione, ma il modo di proporle, il linguaggio e la solida sfrontatezza di chi non sa bene dove sta andando ma è contento così. Eliminati gli orpelli che facevano dei loro concerti delle vere e proprie imprese da portare a termine, si mostrano al pubblico di Verona nella loro veste più essenziale. A distanza di tanti anni fa un certo effetto ritrovarseli di fronte, anche perché sembrava che il loro percorso fosse arrivato a termine, e della line up originale, a parte Barman è rimasto ben poco. Va aggiunto poi che ciò che proponevano a inizi anni Novanta ha influenzato più band di quante se ne possano immaginare.
Il live è diretto e potente. Tutto molto essenziale, come dicevamo, e Tom Barman a farla da padrone. Memorabile l’esecuzione di “Quatre Mains” e “Fell Off The Floor, Man”. Attinge da tutto il repertorio, molto apprezzata dal pubblico anche l’esecuzione di “Instant Street” dall’album “The Ideal Crash” del 1999. Quello che avrebbe dovuto consacrarli al grande pubblico; fu al contrario un album che la critica non accolse bene, e questo si sa, condiziona non poco le fortune di questa o quella band. A quel tempo poi, determinava eccome.

Finale strepitoso non solo per l’esecuzione di "Suds & Soda" che ha raccolto grande entusiasmo, ma “Roses” non ce l’aspettavamo proprio. Applausi scroscianti.

Mezz’ora ed è tempo di Mark Lanegan Band.
Dimenticatevi il Lanegan introspettivo di “Field Songs”, o quello che collabora con i QOTSA. Meno che meno quello che duetta con Isobel Campbell. Qui è tutta un’altra cosa, la dimensione giusta per lui in questo momento. Un rock sempre più blue(s), un’atmosfera cupa ma allo stesso tempo potente e piena di energia. Ma che voce ha costui? Ti arriva dritta senza che ci si possa difendere in alcun modo. Un’ora secca di performance, suonata e cantata tutto di un fiato. Parte con “The Gravedigger’s Song”, “Sleep With Me e Hit the City”. Fantastica esecuzione di “Ode to sad disco”, la splendida cover di Mark Almond.
Finale che strappa applausi sempre più convinti con “Harborview Hospital” e “Methamphetamine Blues”, due cavalcate che ancora di più chiariscono perché è tanto amato, il nostro.

Sono le 22 e 15, forse qualcosa di più, e comincia il set più atteso, in una serata che fino a questo momento è già di per sé memorabile. Ma quando attaccano con “I Gaer“  è tutta un’altra musica.
Le atmosfere sono inconfondibili, le esecuzioni sono molto fedeli a quelle dei loro dischi, poco spazio per le improvvisazioni. E’ una musica che riempie, quella dei Sigur Ros.

Una band che ha saputo inventarsi un genere valorizzando le proprie caratteristiche. Era il 2000 che usciva “Aegatis Byron” e già da un primo ascolto si era intuito che si era di fronte a qualcosa di davvero unico. Noi che lo si trasmetteva per radio percepivamo e coglievamo lo stupore degli ascoltatori che poi cercavano in tutti i modi per saperne di più su di loro. Sono passati dieci anni e sono una delle realtà più solide del panorama continentale. Il loro live è davvero un’esperienza da vivere appieno. Si “lavorano” il pubblico offrendo loro i brani più rappresentativi della loro discografia, e lasciando i pezzi più ostici e più recenti per il gran finale. L’esatto contrario di ciò che si fa di solito. Li trascinano dalla loro parte per poi portarli ancora più in la, a esplorare territori sempre più lontani. Archi e fiati non sono un corpo estraneo, e questi manipolatori di suoni, sembrano quasi sfidare le loro chitarre, tirate quanto le corde vocali di Jonsi, che si dimostra avere un talento eccezionale.
Olsen Olsen” e “Festival” accolte da uno scrosciare di applausi da parte di un pubblico davvero estasiato, attento, emozionato.

Se si può muovere una critica, certamente ci si aspettava di più dalla parte visual, ma poi in fondo, a pensarci su, a cosa serve un’immagine con tutta questa musica?

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<![CDATA[Foo Fighters, live @ Villa Manin, Codroipo, Udine]]>

Ok, sono loro. A 10 minuti da casa mia. 
I Padri putativi di molte delle velleità della generazione 80, rediviva e supersiste dai vari scazzi post laurea, post adolescenziali, post punk, post rock, post annizero, post su fb e così via. I FOO FIGHTERS.

Se hai più di vent'anni e meno di quaranta, e hai provato a suonare musica rock con gli amici in cameretta, nei garage, o alle feste senza riuscire a limonare per giunta, devi esser passato dalle tablature dei Nirvana a quelle dei Foo Fighters.
Trattasi di un rituale generazionale, tipo l'esame delle medie.

Ma partiamo con ordine.
Cornice più che suggestiva, Villa Manin, vila veneta in cui ci è passato pure Napoleone. Moltissima gente, sciamano accenti da tutte le parti d'Italia, laziali e toscani subito riconoscibili ma non solo. Inglesi, tedeschi, lingue dell'est.

Il palco poi risalta per la particolare struttura. Al colpo d'occhio, ricorda il monolite nero, di 2001 Odissea Nello Spazio.

Ok l'onere e l'onore di scaldare i primi animi spetta ai Gaslight Anathem, punk rockers dal New Jersey, molto tatuati, molta attitude.
La loro confusione gioiosa/ribelle 'miladodici, mescola momenti di Punk 77 a ballatone furbette come la loro "45" tratta dal loro ultimo disco Handwritten, carica di richiami a certi giorni verdi. Un po' acerbi forse, ma sicuramente emozionatissimi, per dover suonare prima dichivoibensapete.

Passaggio di testimone a Bob Mould, voce che fu degli Husker Du. In grandissima forma, sembra rinato, o forse è un sosia. Dai, non mi dilungo, tutti sanno chi sono gli H.Du. E in caso uscite da questo report, e fate lavorare youtube.  Il momento più bello per lui, arriverà dopo.

N.B. Tabelle di marcia rispettate al minuto, quasi in anticipo sui tempi. Suonate, uscite, cambio palco e via; cosa non proprio diffusa, segno del gran lavoro organizzativo e tecnico dietro a quest'evento. 21.15 si era detto, 21-15 giunse il momento.

Chitarroni, luci abbassate. Taylor Hawkins nel suo biondo furore è il primo a salire sul palco, gli altri lo seguono alla spicciolata, finchè ovviamente giunge il buon David Eric. Nessun "Ciaaoh Ittalìa" da parte dei Foos, White Limo è il ben venuti. 
Palm Mute, All my life che così, senza avvisare è un colpo basso. È come iniziare una  serata partendo dall'hangover, e io ho ancora la birra e c'è pure caldo, e lo spread, e questi cazzo di anni zero,  e rischio di sporcare la tipa carina davanti a me, ed inizia Rope. Parte il tumulto, che deflagra poi con The Pretender.  

Ciao birra, ciao tipa, ciao a tutti. Se queste sono le premesse lanciamoci, "we'll never surrender". Never ever. 
Ussignur, piovono bombe; e My Hero

"Mandi Uddineeh" dice Dave. (traduco, per tutti: mandi è il saluto universale in dialetto friulano, significa contemporaneamente ciao e arrivederla esimio collega, NDR). Complimenti, dobbiamo venire più spesso, dice Dave. L'Italia è un posto fantastico, e noi vogliamo suonare il più a lungo possibile aggiunge. Detto, fatto (il concerto è durerà quasi 3 ore).
E da qui in poi, mi lancio, mi perdo fino alla prossima chiacchierata della band.
Generator, un paio di pezzi che non conosco, perchè salto ed urlo parole alla cazzo e non ho tempo per pensare al testo, Learn to Fly e il mood cambia virando verso le produzioni più "tranquille" della Band.

Pausa, e presentazione del gruppo in stile Grohl, ovvero dedica affettuosa ad personam ed assolo dell'interpellato. 

Due ore di live, serrate, intense, ad altissimo livello, e potrei dilungarmi in una miriade di descrizioni filo-hipster sull'etica del musicista, dell'eredità del grunge, del suo peso sociale, del fatto che per anni loro sono stati considerati (e da qualcuno tutt'ora) "la band di quello che suonava con i Nirvana" eccetera eccetera. O concludere tirandomela dicendo "be si bravini ma", invece no. Ancora adesso, fatico a credere a quanto ho visto.

La mia epifania è il perenne sorriso a 45 denti di Dave Grohl. Sorride anche quando dedica These Days, agli amici di un tempo che ci sono ancora e anche a quelli che non ci sono più. Nessuno fa nomi, nevermind abbiamo pensato tutti la stessa cosa.

Best of you, ci lascia prima dall'encore. Sfiorate le due ore e mezza di concerto, rientra solo Dave sullo stage. Ci amano tutti, e tantissimo, e si siamo un pubblico stupendo incastonato in una cornice fantastica. 
Intona tutto solo Times like these. Gioia, tripudio e gaudio. 
Il resto della band rientra sul palco, con Bob Mould al seguito, commosso dalla dedica speciale di mr. Grohl "my Hero, i've started to play music because of him".
Dear Rosemary registrata assieme a lui, conclusa con una jam blues, lunga, sinuosa, tutta atmosfere calde e fumose. Che nonosatnte qualche lamentela da parte forse, di una parte pubblico più mainstream, rappresenta il capolavoro nel capolavoro. 

È l'apice e la fine inevitabile. Ma è bellissimo. 
Brakdown di Tom Petty, che se non fosse stato per l'austriaco allampanato e col baffone a manubrio accanto a me non l'avrei mai capito.
Grazie, grazie e grazie ancora. Il nirvana balena  con l'ultimo pezzo, l'inno foo della mia generazione, Everlong.
Finisce inevitabilmente, ma in che spettacolare modo. Qualcuno dietro a me piange addirittura.

Quello che suonava con i Nirvana e che adesso ha un'altro gruppo saluta tutti e sorride di gusto. Ci ringrazia di essere venuti, ci chiede se torneremmo a sentirli. Anche se dovessimo aspettare un po' di tempo perchè "what the fuck guys, we'll have to come to play more often in Italy cause youre fucking awesome".

Ma certo, d'altronde ho aspettato tanto per vedervi, everlong, più o meno.

Marco Bidin

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<![CDATA[Daniele Malvisi e Danilo Rea @ Jazz By The Poll]]>

L'acqua ed il suono sono gli elementi che l'hotel Terme Preistoriche ha
voluto sposare per la rassegna Jazz by the Pool, giunta ormai alla sua
quarta edizione.
Nella splendida cornice del parco delle Terme Preistoriche, il jazz prende
forma ogni venerdi sera in un caleidoscopio di progetti rivolti sia
all'orecchio più attento che al pubblico a 360 gradi.
Dal bebop, alla canzone popolare rivisitata in chiave jazz, al soul, l'hotel
Terme Preistoriche offre ai suoi avventori una formula che coniuga il
benessere dell'acqua termale con una programmazione musicale di altissimo
livello, che vede in cartellone nomi come Danilo Rea, Barbara Casini, Joyce
Yuille e molti altri.
 
Il 3 agosto noi di Take Five Jazz e dintorni abbiamo incontrato Daniele
Malvisi e Danilo Rea, protagonisti del progetto "Jazz for Piece"; la loro
musica ha stregato una platea di oltre 200 persone per un tutto esaurito, in
un crescendo di attenzione e coinvolgimento che ha riportato alla nostra
memoria le situazioni che spesso si vivono in jazz festival storici, quali
Umbria jazz, Siena Jazz...
 
Complici il rumore in sottofondo dell'acqua, l'aperitivo al tramonto a bordo
piscina, un buffet comprendente ogni genere di prelibatezza di terra e di
mare,  il pubblico si è fatto coinvolgere fin da subito in quell'atmosfera
magica ed un po' retrò che il Jazz by the Pool evoca, essendo però al tempo
stesso promotore di giovani talenti e vivendo quindi il jazz in modo
assolutamente contemporaneo grazie al concorso organizzato in collaborazione con il Conservatorio di Amsterdam.
 
Danilo Rea e Daniele Malvisi ci raccontano in questa speciale puntata di
Take Five Jazz e Dintorni l'origine del progetto "Jazz For Peace", nel quale
ogni composizione originale, scritta ed arrangiata da Malvisi, è dedicata ad
un grande personaggio della storia;  i brani, dedicati a Madre Teresa,
M.L.King, Gandhi e altre figure importantissime per la pace nel mondo,
vivono di un'energia forte che si racconta nota dopo nota, che non rimane
imbrigliata nell'arrangiamento ma che al contrario trae da esso il suo
spunto per dipanarsi nell'abilità dell'improvisatore, il tutto in un
equilibrio molto spiccato nel quale la Musica è sempre al primo posto.
Abbiamo sentito i leader in grandi a-solo, cosi come accompagnare un pedale
per diversi minuti a favore di un climax da raggiungere senza
necessariamente mettere il proprio ego al primo posto.
Caratteristiche quindi speciali, di grandi professionisti che hanno creato
una serata indimenticabile agigungendo un altro mattone al solido edificio
che questo giovane festival sta costruendo anno dopo anno.

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<![CDATA[Elio e Le Storie Tese Live Report]]>

Chi può avere così tanto coraggio e faccia tosta da fare una cover di Baba O’Riley e poi farla passare per una canzone di un pasticcere che ha fatto male il suo lavoro? Solo gli Elii, che aprono il concerto di Mestre con una Babà Oribly cantata da Rocco Tanica. Eccoli finalmente sul mainstage: dopo il rinvio di due settimane fa, può cominciare il delirio progressive-metal-samba-comedy-core-gore-psycho rock del gruppo milanese.

Si parte con Burattino senza fichi, una delle tante storie di sofferenza e frustrazione che gli Elii sanno dipingere sapientemente con il loro gusto musicale e il talento poetico di Elio, aiutato questa sera da uno special guest di rilievo: un pollo di gomma che in alcuni momenti ha persino messo in ombra con il suo grande carisma l‘intera immagine della band.

Pollo ha un ruolo fondamentale anche in Gargaroz: i riferimenti e le citazioni delle performance del grande shredder romano Richard Benson e delle sue svisate infernali si sprecano. Il Pollo ci sa davvero fare.

Il momento in cui si fa sul serio però arriva presto: gli Elii sanno quando bisogna fare sul serio, e infatti affrontano un argomento che, a detta loro, sono stati i primi a portare alla luce del sole in Italia. Si parla di Omosessualità, iniziata con un blues e trasformata poi nella classica versione hard rock, a cui segue una breve parentesi in cui Rocco Tanica dimostra tutta la sua tolleranza e accoglienza per gli omosessuali. Ad Heavy samba succede un brano dedicato agli Area, che è un esperimento progressive pieno di cambi di tempo e campionamenti della voce di Demetrio Stratos.

Non mancano le frecciatine dirette ai politici e qualche parola spesa in difesa dell’informazione libera, soprattutto quella riguardante la pornografia di nicchia, a rischio censura da un sistema corrotto e ottuso. Ed è per rivendicare la liberta di poter usare il proprio corpo come si vuole,che gli Elii continuano con il brano che dà il nome al tour, Enlarge your penis: una canzone che è a dimostrazione di come questa band sia attenta ai giovani e ai loro problemi di spam e dimensioni insoddisfacenti.

C’è spazio anche per i proletari lombardi che combattono per un Abbecedario, o per avere un angolo di verde nella loro città (Parco Sempione), magari però senza i fricchettoni che rompono i maroni con i bonghi. Una delle canzoni preferite dagli ambientalisti urbani.

Elio è sempre capace di stupire il pubblico, ma questa volta ha voluto esagerare: Rock and Roll in versione acustica (o almeno l'inizio) sono cose che si vedono una volta nella vita, come il bosone di Higgs, o una reunion dei Jalisse

Momenti di nostalgia con la coppia vintage La bella canzone di una volta e Discomusic, che permette finalmente a Mangoni di poter indossare i suoi stivali in paillettes rosa, il sogno proibito di ogni fan.

La prima parte del concerto si conclude con La visione e la cavalcata chierico-dance Born to be Abramo, che è stata al centro di una grande bagarre giudiziaria dopo il plagio nel '78 da parte di Patrick Hernandez.

La fine del concerto (che purtroppo prevede solo due canzoni) comincia con un brano cantato in inglese dalla bravissima Paola Folli, che da qualche anno segue in tour Elio e il suo complesso (inteso come band, ma forse anche come problema).

Prima di concludere però, il maestro Pollo di Gomma dà prova un'altra volta della sua capacità vocale, improvvisando un assolo di voce sulle note di Smoke on the water: è l'elemento fondamentale della band, si parla già di una collaborazione prolungata.
Il concerto si chiude con l'immancabile Tapparella, il capolavoro degli Elii che rappresenta anni di aranciate amare, pomiciate mancate e odore da ascelle durante gli anni delle medie. L'inno agli ormoni insoddisfatti e di amicizie di cortesia, la colonna sonora dei traumi adolescenziali con il baffo.

Che dire poi della band: Nicola Riccardo Fasani (nome d'arte Faso) è come sempre una macchina da groove di quelle che manco all'Ikea o dai cinesi riesci a trovarne una simile; Cristian Meyer è preciso come un uovo di cioccolato svizzero; Cesareo è sempre Cesareo; Jantoman che come sempre racimola tonnellate di reggiseni e mutandine grazie al suo charme irresistibile; Rocco Tanica si dimostra un grande cultore della cultura culturale e delle culture di culti, è praticamente un'enciclopedia vivente che sa dare ai concerti il tocco di Piero Angela che manca; Elio interagisce bene col pubblico e le sue urla a caso, e per finire Mangoni: rapper, omosessuale, vittima del rock, impiegato sfruttato, disco-dancer, fricchettone, coso vestito di bianco con una scopa in mano... passa la maggior parte del suo tempo in gabbia, perché, a detta di Elio, è pericoloso e morde: probabilmente sotto effetto della droga che rende zombie. Un architetto dalle mille personalità, inquietanti e conturbanti allo stesso tempo, sempre disposto a sacrificarsi per la causa del rock and roll, un vero animale da palco... che va tenuto al guinzaglio.

Chi non è venuto, è un vitello dai piedi di balsa.

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<![CDATA[Olafur Arnalds & My Brightest Diamond live]]>

Alle 21 scoppia un temporale estivo e mentre gli organizzatori prontamente coprono la strumentazione sul palco, l’aria rinfresca e ci prepara per un’altra boccata di ossigeno sonoro per i nostri neuroni.
La pioggia dura poco più di 10 minuti e appena smette "Brown and the Leaves" apre la serata. E’ il progetto solista di Mattia Del Moro, nato e cresciuto a Tolmezzo, ai piedi delle Alpi Carniche.Per l’occasione è accompagnato da Riccardo Di Vinci (contrabbasso) e Lucia Violetta Gasti (violino) ci presenta un saggio di  pezzi che mi ricordano quell’anima senza impronte che è stato Nick Drake. Bravo.

Alle 22  è la volta della talentuosa My Brightest Diamond (Shara Worden) torna in Italia per presentare il nuovo “All Things Will Unwind”, Per sexto’nplugged My Brightest Diamond ripropone il concerto realizzato al Lincoln Center di New York avvalendosi della collaborazione di un ensemble acustico “locale” diretto, nell’occasione, dal Maestro Giorgio Tortora e da un giovane batterista.
Shara sprizza energia e diverte con il suo pop cameristico orchestrale, usando strani strumenti e accompagnando il suo live con travestimenti e gag molto particolari.

Ma devo ammetterlo, io sono qui per Ólafur Arnalds.

“se c’è una cosa che mi manca è la mancanza” cit.

…nel sovraccarico sonoro del nostro tempo, la sottrazione dal rumore di fondo, la sottrazione all’uso sconsiderato di hard disk pieni di mp3, la sottrazione all’accelerazione dei flussi sonori è  centrale per evitare la desensibilizzazione.
Da qui la ricerca del suono dove tutto si fa ral­len­ta­to, dove i no­stri sensi si di­la­ta­no, dove as­sa­po­rare ancora distacco dal reale. La  mo­dern-clas­si­cal è anche que­sto: Un ri­fu­gio si­cu­ro dove di­sten­der­si e la­sciar­si an­da­re, se­guen­do le scie più dolci nel marasma sonoro.
Musica senz’altro più adatta all’intimo della propria stanza che ad un live show. Il live richiede qualcosa di più al pubblico: una devozione a questo suono dove si presuppone un assoluto silenzio e una profonda attitudine introspettiva. Pochi musicisti riescono ad ottenere questo, uno di questi è senz’altro Ólafur Arnalds, giovanissimo artista ma già affermato proveniente dalla glaciale e lontana Islanda.
Grazie alla perfetta unione tra musica e location, quello si Sexto Unplugged è stato un live commovente, con splendidi e struggenti brani dai nomi impronunciabili che regalano ai presenti momenti di rara bellezza, intrisi di poesia e solitudine come paesaggi innevati, o per restare in loco come paesaggi boschivi della pianura friulana.
Tra un pezzo e l'altro il giovane Olafur abbandona le vesti dell'artista malinconico per tornare uno scanzonato ventenne che intrattiene il pubblico con aneddoti e sagace umorismo, creando un spiazzante contrasto con la malinconia delle sue composizioni.
Il concerto è la su­bli­ma­zio­ne del bello e molto altro: un pia­no­for­te-me­tro­no­mo che scan­di­sce i tempi un vio­li­no che  scal­da i no­stri cuori, un violoncello con­tem­pla­ti­vo creano un'atmosfera sospesa nel silenzio e sembra davvero di essere “altrove”.
Qualcuno durante l’esibizione ha lasciato il proprio posto a sedere, forse per l’ora tarda, forse per la mancata sintonia con un suono malinconico, a tratti triste e cupo,che richiede una simbiosi per sfociare in gioia dell’animo.
 L’ Islanda è la ter­ra di ar­ti­sti, inu­ti­le gi­rar­ci in­tor­no, af­fa­sci­nan­te ed evo­ca­ti­va e nel­l'ul­ti­mo pe­rio­do ha dato prova di essere capace di rivoluzioni non solo sonore, evitando l’austerity e  debito finanziario. Investire in cultura è servito e serve eccome!!!
 La musica di Olafur ( e molto Iceland sound) rappresenta il suono un paese che incanta, ma non si lascia incantare.

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<![CDATA[Soap&Skin e Apparat live]]>

Nell'ultimo album "The Devil's walk" Apparat si è avvalso della collaborazione di Soap&Skin (che canta, per lui, il brano "Goodbye"): da qui l'idea di farli esibire nella stessa sera, per un'esclusiva a Sexto'NPlugged.
Apparat è senz'altro uno dei produttori più richiesti e trendy del momento, molto cercato anche nei giri “artistici” che contano, forse è per questo che c'è il pienone di pubblico, in numero superiore rispetto alle sedie messe a disposizione e rispetto alle scorse edizioni.
Ma l
a location (la splendida Abbazia di Sesto al Reghena), il pubblico sempre attento e la giovanissima compositrice austriaca, Soap&Skin ovvero Anja Plaschg con la sua atmosfera in bilico tra elettronica, cantautorato barocco ed atmosfere dark , fanno subito dimenticare gli hype, le new tendencies, i future sounds of...

Alle ore 21,45 , non appena scende il buio, Anja sale sul palco dove ad aspettarla c'è il suo pianoforte e può avere inizio il suo incredibile concerto.

La timidezza di Anja non trattiene il tormento della sua anima e si scioglie nella carica impressionante sul pianoforte e nella sua voce inimitabile.

L'emozione è fortissima anche quando alla sua voce si accompagna quella della sorella e si alternano i pezzi tratti dai suoi due album: "Lovetune for Vacuum" e “Narow” eseguiti al pianoforte e accompagnati da basi controllate al laptop dalla stessa Anja.

Quando la sorella esce definitivamente dal palco, Anja lascia il pianoforte e scatena voce e corpo su basi che ricordano quel matrimonio tra umano e macchina, quel suono che ha dato il via a tutti i “suoni futuri” cioè l'industrial.

Momenti di pura estasi.
"Pale Blue Eyes" , dei Velvet Underground, è la cover che Anja decide di eseguire sul palco di Sesto al Reghena per chiudere il concerto.

E' impossibile restare impassibili a un così travolgente talento.

 

Alle 23,30 sale sul palco la Apparat band.

Apparat, come dicevo è produttore e dj molto trendy, ma l'ultimo album, il primo per Mute denota un nuovo stile ed un nuovo approccio, è lontano dalla techno e dalle estasi dance mentre trovano spazio le beatitudini dream-pop e l'ambient, un disco coraggioso che dal vivo si presenta in un liveshow completamente suonato nel senso più classico del termine.

Insomma i beat diventano beat-i e anche se ogni volta che questi accennano ai classici 4/4 techno si alzano urli di approvazione, vengono subito sopiti dal ritorno a sonorità più vicine ad in concerto shoegazing che ad uno techno-elettronico.

I brani sono principalmente tratti dall'ultimo disco ma anche dal precedente Walls del 2007 e i discreti beats elettronici si mescolano alla perfezione con il sound dei musicisti sul palco ed anche la voce dell’esile figura di Sacha Ring risulta perfetta per l'atmosfera creata.

Il suono urbano che ha fatto la fortuna della scena berlinese rivolge lo sguardo al naturalmente sognante e contemplativo suono islandese.

Gli orizzonti si allargano e sognare una metropolitana tra i vulcani innevati dell'Islanda è forse la migliore visione di futuro per la musica attuale.

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<![CDATA[Alanis Morissette Live @ Hydrogen Festival]]>

Lo scenario è quello della favolosa Piazzola Sul Brenta, sullo sfondo la fascinosa Villa Contarini; una location che già da sola crea il clima giusto per un concerto. Mai sazio di live raggiungo questo luogo incantevole solo in fondo per togliermi un dubbio. Dal Paese da dove arrivano due dei progetti musicali che hanno segnato maggiormente il mio percorso musicale, God Speed You Balck Emperor e Arcade Fire, l’artista di cui maggiormente si è parlato a fine anni Novanta è stata di sicuro Alanis Morissette. I suoi dischi hanno venduto milioni di copie, e bisogna riconoscere che non sono progetti studiati a tavolino per raccogliere consensi. Quindi la mia curiosità come sempre ha la meglio e vado a verificare. Sono da poco passate le 21, l’Hydrogen Festival è partito da qualche giorno e questa è una delle serate più attese, dopo Sting che come era prevedibile ha fatto il pienone. Sting che ha detta di chi ci lavora a questo Festival, è stato di una umanità e di una disponibilità eccezionali. Ma dopo tutto è sempre così. Chi grande già è non ha bisogno di fare la star. Il contrario invece accade sempre. Guardate il cartellone e provate a indovinare chi invece ha assunto i comportamenti da divo. Dai, è facile..
Il festival è davvero ben organizzato, due schermi che con una qualità pazzesca mostrano ogni istante di quanto accade sul palco e sugli spalti.
Chiusa questa parentesi, cerchiamo di raccontare questa ora e un quarto di live (!!!) dell’artista canadese. Avendo premesso che è la curiosità che mi ha spinto fino qui e la voglia di sentire se è come dicono coloro che hanno visto le sue performance live. Sono quasi le 22 e la Morissette sale sul palco. Attacca con I remain un pezzo che crea un’atmosfera quasi ipnotica, ma dura poco. Resterà un episodio isolato.
In realtà la Morissette sceglie di presentare qualche inedito qui e la, ma salta in blocco i due ultimi lavori e si tuffa quasi completamente nel suo disco di maggiore successo, Jagged Little Pill. Una scelta che in qualche modo ci segnala una difficoltà. Quella di uscire dalla gabbia che un grande successo provoca, e quindi rinnovarsi. Il suono e gli arrangiamenti vanno in una direzione che è tutto fuori che una rielaborazione. Un concerto costruito senza rischi, sui successi più amati. E il pubblico bisogna dire che risponde. Non proprio caldissimo, ma partecipa. E ascolta.
La voce è innegabile, c’è. Eccome se c’è. Ma sarà che forse mi aspettavo qualcosa di più, qualche azzardo, qualche rischio, a me è parso tutto uguale.
Ironic la canta quasi praticamente solo il pubblico. Sarò un po’ difficile, ma è una cosa che non perdono neppure all’adorato Manuel Agnelli, quindi… Io capisco il coinvolgimento, ma è una cosa che non ho mai apprezzato. Non credo sia quello il modo di omaggiare il pubblico, ma al contrario cercare di dare tutto se stessi per coloro che pagano il biglietto.
You Oughta Know un pezzo rabbioso che a suo tempo aveva quasi spiazzato i suoi fan, è forse l’unico momento che ricorderò, che ha avuto una certa intensità. Forse perché appunto suona diverso dal resto, forse perché il testo è così graffiante che o lo si canta convinti o non funziona. E lei lo esegue molto convinta. Sarà che è una ferita ancora aperta? Le ferite del cuore non si rimarginano mai completamente, quindi chi lo sa..
Arrivano i bis. Hand in my pocket altro successo di tempo fa, e chiusura con Thank U. Ma a quel punto ero già lontano.

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<![CDATA[Erykah Badu live @ Umbria Jazz 2012]]>

Umbria Jazz: nel 1997 Erykah Badu (vero nome Erica Abie Wright) compie il primo live europeo proprio qui a Perugia per promuovere l'allora album d'esordio, quella magica fusione di hip-hop'n'soul, che fu "Baduizm" ed ora ri-omaggia questo splendido festival a distanza di quasi 15anni+5album+1live+multipligrammyawards.

Riusciamo ad arrivare ai piedi del palco, emozionatissimi, in attesa di vedere  quale camaleontica versione di EB si sarebbe manifestata: "afro-style" periodo WWU (2003) oppure "organico-cibernetica" eredità dell'ultimo embrionale lavoro (New Amerykah Part Two, 2010) fusione perfetta di nuove tecnologie e strumenti ancestrali (l'arpa), ma soprattutto di sentire il suo sound...

Dj Roshand per cominciare, e sulle note della Marleyana "Could You Be Loved" il livello di felicità della gente raggiunge per una volta quello del Bhutan..al centro del palco un laptop omaggiante la nativa Dallas ed una "drum machine" che lasciano solo intuire quali alchimie sonore questa Fata Morgana ci scaglierà addosso come pozioni ipnotizzanti.

Il line-up si dispone a ventaglio sul palco, sulla t-shirt del percussionista Brenton Lockett la scritta "Pure Hip Hop Nutrition Facts" ci ricorda che il nutrimento da "grassi Hip Hop" che ci attende è più salutare dei BigMac...e sulle note di "Amerykahn Promise", cover dei Ramp, spazio alle voci coriste (se tra queste una nuova N'Dambi...) prima di una scena completamente "baducentrica".
EB entra finalmente..bellissima l'atmosfera (anche la costellazione di Okuto in cielo ci benedice), trench-coat lungo (come farà con quel caldo??), taglio mohicano, tacco 11 e posa da dea kemetica..i musicisti si fermano..silenzio..si aspetta la sua voce..prima un paio di spennellate sonore alle tastiere poi eccola: "My Love / what did I do / To make u fall / So far from me...I'm 20 feet tall!!!!!" boato della gente..senza sosta si incomincia: "The Healer", "Me" (we miss Roy H!) and "My People" come tre perle che inanellano il gioiello che è "New Amerykah Part One".
"On&On", successo planetario, arriva camuffata in un medley dove tutto è ricostruito: "..& On" sui RUN DMC, "Apple Tree" sul sample di "Planet Rock" degli Afrika Bambaataa..siamo disorientati!!! 
EB finalmente si leva il trench..forma impeccabile..piccolo fuori programma (oppure ben calcolato?..."cauze I'm Cleva") che ci ricorda un ruolo innanzitutto di madre, le sue due figlie (su tre) entrano sul set, se la mangiano con gli occhi, giocano con lei cantando e ritmando..resta la più piccola che non vuol saperne di lasciarla..il suono si ferma.. duetto scat madre-figlia..la gente apprezza..
"Twinkle" ci riporta alla danza primordiale al solo suono di un drum..EB: "Stretch your hands to the left!..to the right!..to the middle!"..arriva "I Want U" poi "Love of My Life" mixata intelligentemente su "Bonita Applebum" degli ATCQ, anche questa volta siamo giocati da questa maga del sampling.
L'atmosfera rallenta, le luci si abbassano ed Erykah canta l'inedita "Liberation / Humble Mumble" dedicata ad Amy Winehouse ed uno alla volta introduce, con relativo assolo, i musicisti  in particolare il flauto di Dwayne Kerr ci magnetizza..
Un girasole ad omaggiare l'Umbria ed ancora musica dove EB preferisce attingere dal suo album più sottovalutato quel "WorldWideUnderground"con  "Bump It" e la cover di Donald Byrd "Think Twice" ma sentiamo che ci manca qualcosa..chiusura con un piano solo e la sua voce intonando in OrangeMoonesque way una preghiera spirituale per la gente, la terra, la luna, l'universo...good bye Italy!!!
Tutto si ferma ma c'è spazio per lasciarsi con il sorriso e DJ Roshand mette ai piatti "Good Times" ..non vi sveliamo chi la canta!

Grande appuntamento, venue perfetta e grande artista come ce ne vorrebbero più spesso qua in Italia per impregnarci di più di afro-americanicità.
Tuttavia nonostante le quasi due ore di concerto abbiamo l'impressione che EB non abbia dato davvero il meglio di sè e si sia presa la licenza di sperimentare (vedi anche le recenti esibizioni con i The Cannabinoids) sempre di più nuove alchimie sonore fatte di sampling, mpc3000, e laptop anzichè il groove essenziale dell'acoustic-soul che genera emozioni..di fatto non c'è stata quell'empatia totale con il suo sound..cosa che ascoltando uno a caso dei suoi album non manca mai.
A notte fonda per consolarci..la debordante energia dei Funk Off in una Piazza Italia ancora gremita come in una finale mondiale e danzante che ci fa ri-pensare a chi fossero i veri protagonisti della serata...

Erykah Badu Live @ Umbria Jazz, line-up:

Erykah Badu: voce
RC Williams Jr.: tastiere e direttore musicale
Keisha Renee Williams, Rachel Margrit Yahvah, Bernarr Durand Ferebee Jr.,
Koryan Vylia Wright: cori
Stephen "Thundercat" Bruner: basso
Michael Feingold: chitarra
Brenton Taron Lockett: percussioni
Dwayne Darryl Kerr: flauto
Burton Roshand: DJ
Cleon Demonte Edwards: batteria

Playlist:

1) Amerykahn Promise
2) 20 Feet Tall
3) The Healer
4) Me
5) My People
6) On & On /  ...& On / Kiss Me on My Neck / Apple Tree Medley
7) Twinkle
8) I Want U
9) Love of My Life
10) Liberation / Humble Mumble
11) Bump It
12) Think Twice


Per Sherwood Live Report gli inviati Al Prix and Angie C

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<![CDATA[Gogol Bordello Live Report]]>

L’asfalto del parcheggio nord dello stadio Euganeo è ormai un’accozzaglia di ricordi. Ha assorbito lacrime e sudore, adottato i passi di centinaia di migliaia di persone, vissuto le provenienze di ciascuno di loro. Eugene Hutz lo attraversa con la calma naturale che lo contraddistingue da sempre, approdando nei divanetti della WebTV con un gioioso “Hurrà!”. E ritorna il sole.

E’ stata un’edizione spettacolare e fortunata, pregna di fervore e di grandi sorrisi, che culmina sugli scenari musicali dei Gogol Bordello. La ricchezza umana e culturale di questo gruppo non ha eguali, riesce a ricreare ogni volta uno spettacolo unico nel suo genere. La formula sta nell’unione di un grosso quantitativo di mondi: Ucraina (Eugene Hutz, voce e chitarra), Russia (Sergey Ryabtsev e Yuri Lemeshev rispettivamente: violino e fisarmonica), Isreale (Oren Kaplan, chitarra), Italia, Svezia e un poco di Trinidad e Tobago (Oliver Francis Charles, batteria), Etiopia (Thomas “Tommy T” Gobena, basso), Ecuador (Pedro Erazo, percussioni). Il palco si colora del loro bellissimo striscione, che racconta della storia di una ballerina, dal volto coperto, colta a danzare accanto ad una meravigliosa, lunghissima, parola: Revolution.

Di piccoli o enormi rivoluzioni ne sono avvenute molte in questa edizione estiva dello Sherwood. Oggi ogni pezzo di noi traspira malinconia. E non c’è il tempo per accorgesene: già nel tardo pomeriggio i nostri pensieri vengono travolti da un sound check colorito, un gustoso assaggio del concerto che verrà. E tra un abbraccio e un negroni è già calata la sera, il palco si accende, il pubblico scalpita.

Ogni volta, ad ogni loro concerto, l’aria si riempie di pacche danzereccie, e la scena arde della più genuina felicità. In questa notte, è nato un atto d’amore. Per la musica, per il mescolarsi di etnie, e per un mondo raddrizzabile. Mentre scuotiamo le nostre piccolezze o le nostre sudate corpulenze, tra bolle colorate e gonne con sonagli, veniamo travolti da un fantastico cambio d’arrangiamento di tutti i pezzi, eppure la folla non smette di cantare ogni singola parola di questa filastrocca multiculurale. Eugene placa il suo pubblico, alza l’indice con fare giocondo, s’inebria di vino e urla alla folla “revolution comes even from a single person, each of you could start a revolution”. E noi siamo pronti, a rovesciare tutto. A far tabula rasa e riscrivere il mondo, mettendoci all’indice l’umanità, tra i capitoli la più spinta passione, una cieca dedizione e un entusiasmo illimitato, e nel prologo la regola principale: innamorarsi, tutti i giorni. Tutti gli istanti.

Uno spettacolo entusiasmante, un incontro appassionato, due ore di balzi e gioia. Una giornata rara. Un mese che trascina con sé innumerevoli storie e racconti, tutti elettrizzanti.

Ad ogni fine, un inizio. Ad ogni respiro, un inevitabile cambiamento. Raccogliete le vostre vite normali, e seguite l’A4 fino a che non finisce tutto, di lì si estende un parco grandissimo che dà su un cielo enorme. Si chiama San Giuliano. Noi vi si aspetta al Sherwood Venice.

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<![CDATA[The Cult Live @ Hydrogen Festival, Piazzola sul Brenta (PD) 13/07/12]]>

Eccoci di nuovo qua, calendario intenso quello dell'Hydrogen Festival di quest'anno per gli amanti della musica old school...dopo il biondo Billy ora tocca ai Cult farci tappa.

Ricapitoliamo un po' chi sono i Cult...nati sull'onda del dark o quel che si voglia gothic rock negli anni 80, ne presero ben presto le distanze e si proposero come interpreti di una tradizione rock psichedelica dai tratti un po' cupi che ne distinsero il suono e l'immagine per tutto quel periodo. Capitanati dal carismatico Ian Asbury, figura mistica e spesso accostato, a torto o meno lo lascio a voi, al fu Jim Morrison, tanto da prenderne gli oneri durante la reunion dei Doors. I Cult pubblicarono tre album fondamentali durante gli anni 80 Dreamtime, Love, Electric lasciando il loro marchio indelebile nella musica.

Bhe dopo questo breve cappello passiamo al concerto, vedere vecchie glorie si sa è sempre un rischio o un arma a doppio taglio, si va sul sicuro ma si rischia di ricercare il gruppo che fu e non quello che è... Il buon Ian Astbury e il fido Billy Duffy al basso ahimè su questa cosa hanno le idee chiare...non aspettatevi i Cult di allora, abbiamo nuovi progetti e siamo andati avanti...nonostante tre anni fa dichiararono più e più volte la chiusura di baracca e burattini...mah stì artisti bipolari...

Dopo questa premessa e alcune recensioni negative precedenti insomma me l'ero che bella messa via, da bravo retrologo quale sono. Iniziano un po' in ritardo, fa molto rockstar questo, e quando salgono nel palco, molto sobrio devo dire, mi accorgo subito di una cosa, il tempo non è stato proprio generosissimo con Ian...seminascosta da un giaccone con stola di pelliccia (a Luglio!!!!! va ben che non era caldissimo ma...) la panza avanza e anche il volto mostra i segni di un attaccamento primario al collo della bottiglia...il fido Billy Duffy alla chitarra invece mantiene un po' più di linea dai...

A parte questo la scaletta riserva sin da subito vecchie glorie quali la sempreverde Rain che li ha portati al successo e alle masse, a parte la presenza devo dire che le sonorità son quelle che ci si aspettava e anche la voce tutto sommato tiene nonostante non sia proprio ai tempi d'oro. Scaletta mista tra le vecchie glorie e le nuove canzoni dell'album dato alle stampe di recente Choice of Weapon. L'influenza del trip di Astbury per gli indiani d'america e il loro mondo si sente di peso...anche nelle immagini che scorrono sui megaschermi, ogni tanto avevano del macabro e dell'inquietante non da poco. Le vecchie Nirvana, Fire Woman, Rise  si mischiano alle nuove Wolf Lucifer e For the Animals tratte dall'ultimo lavoro, nonostante le sonorità siano palesemente diverse ogni pezzo viene accolto bene dal pubblico, composto in gran parte da maturi metallari e biker che a dispetto delle apparenze son le persone più pacifiche del mondo.

Ian si diverte, fa un po' lo spocchioso...manda un po' a fanculo il pubblico e la gente...ogni tanto gli sfugge anche un "Ciao Italia" "Grazi Mille" di rito che insomma non sai mai se lo fan sul serio o ti piglian per il culo, osa anche un "Pavorotto...Lusciano" e giuro...ho chiesto anche ad altre persone perchè non volevo crederci ma ha detto pure "Topo Gigio"!!!!!!! Comunque come presenza si dai ci stanno, non saltano di qua e di là, ma han anche una certa età. Il concerto stà per giungere al termine e loro non sprecano di certo il bis e ovviamente She Sell Sanctuary e a sorpresa Love Removal Machine non poteva che essere un ottimo commiato per il pubblico di Piazzola accorso a vederli.

Di certo non uno dei migliori concerti della mia vita, ma credo che insomma nonostante le negative recensioni precedenti ora i Cult abbiano trovato la strada per il riscatto, sono soddisfatto e piacevolmente sorpreso di questo e spero continuino cosi, anzi sapete che vi dico che romperò il mio tabù e mi comprerò il loro ultimo lavoro!!!

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<![CDATA[Heike Has The Giggles Live Report]]>

Live Report: Heike Has The Giggles

Heike Ha I Ridolini. Che poi sarebbe la traduzione migliore, secondo la band, per Heike Has The Giggles. Ma la ignara Heike sicuramente sorriderebbe, batterebbe le mani e sarebbe fiera di aver ispirato un simile terzetto.

Non conto le volte che ho ripetuto, in quanto ancora incredulo, che vengono dal paese della Pausini, Solarolo. Credo sia una croce che si porteranno dietro fino a fine carriera, spero quindi molto a lungo, visto che davvero c'è da chiedersi se abbiano bevuto la stessa acqua dalle stesse falde o abbiano sperimentato fonti di alimentazione alternativa. O viceversa.

I ragazzi salgono sul palco nel caldo tardo pomeriggio per il check, e suscitano l'attenzione dei collaboratori del festival, intenti ad aprire gli stand, con una versione acappella del successo delle TLC, "No scrubs", che in serata verrà anche eseguita al completo, unica cover in luogo della consueta "Crazy in love" di Beyoncé.

"Oh-oh". Ciao, sono Momo e ho la fortuna di aver scoperto questa band un po' di anni fa, grazie al loro sound e a chi ha creduto in loro dall'inizio, in barba a quanti non trovavano altro di meglio da fare che attribuire loro l'aggettivo "monocorde". Mai diceria fu più errata. Emanuela, Matteo e Guido sono in tre ma sembrano tanti, modificando così la dinastia dei denti davanti e il mood del pubblico, picchiano sugli strumenti, urlano, armonizzano e vanno dritti come un metronomo, fino agli organi interni del pubblico.

Non si può non notare la bellezza del loro insieme. Umili musicisti già navigati dall'esperienza accumulata in giro per il mondo, a suonare e soprattutto ad ascoltare le altre band. Si sente, si sente tutto, nel piglio personale che applicano alle influenze che hanno dato loro la febbre del palco.

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Sì, sono di parte. Perché per una volta è tutto a posto:
- "Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista", dice Caparezza, e il loro "Crowd Surfing", successore di "Sh!", è una bomba.
- A volte i gruppi di supporto servono agli artisti per far scaldare il palco, come l'anziano che ama il culo caldo nel vedere a lui ceduto un posto sul bus. Chi ha l'onore di avere gli Heike prima di loro se ne ricorda bene, e li vuole con se. Chiedete a Beth Ditto, che in poltrona non c'è stata.
- Le band italiane non possono cantare in inglese, o non avranno futuro. Gli Heike hanno "interessanti prospettive per il futuro", come direbbe Pozzetto e come dimostra il pubblico pagante (seppure un solo euro).
- Ci si crede. Ci credono loro. Ci crede Estragon Lab, mica cotica. Ci crede Foolica. Ci crede gran parte della cricca / mafia / grande famiglia della musica indipendente italiana, perché verso gli Heike c'è rispetto, sempre e soprattutto, quando anche non si parli di ammirazione.
- Andateli a vedere. Tornerete.

Torneranno.

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<![CDATA[Billy Idol Live @ Hydrogen Festival, Piazzola sul Brenta (PD) 07/07/2012]]>

Eccoci qua, in questa afosa e strana estate padova scandita da grandi appuntamenti live fa capolino anche chi meno ti aspetti. Nella tranquilla campagna padovana passa anche una figura quanto mai di spicco per gli anni 80 neinte poco di meno che il biondissimo Billy Idol.

Ovviamente il buon Max, l'anima retrò e punk di sherwood poteva mancare?!? No! 

Premetto che non mi aspettavo grandi cose, alla fine si sa che il buon vecchio Billy è sempre stato un po' trucco e parrucco, se uno a 58 anni continua ad ossigenarsi i capelli insomma prima o poi la calvizia lo prenderà..comunque tornando a noi, un gran bel concerto.

Unica data italiana e quindi ci si aspetta pubblico da ogni dove e cosi è stato, diciamo che il buon Billy non era l'unico over enta tra la folla, era l'idolo e il sex symbol di quelle che ora saranno anche mamme se non di più... che sono accorse a vederlo magari accompagnate da un marito brontolante che sperava l'infatuazione per il biondino passeggera.

Il buon vecchio Billy Idol (storpiatura di Idle = tardo, nomignolo affibiatogli dalla sua maestra non certo per le brillanti intuizioni) inizia a scatenare la piazza con una vecchia gloria Ready Steady Go del repertorio punkeggiante dei Generation X. Parte in quarta. Con nonchalance si libera anche di Dancing With Myself un suo cavallo di battaglia ma eseguita un po' sottotono, ahimè stavo quasi per deludermi... Ma lui si può permettere di perdere punti perchè sa che se li rigudagna in un batterd'occhio infatti il timore di vedere un patetico 50enne viene allontanato e rincuora il pubblico mostrando tutto ils uo repertorio di mossette e smorife che tanto ci piace e ci ha accompagnato negli anni della sua carriera. Flesh for Fantasy riecheggia strani ricordi, momenti che vorresti condividere con qualcuno che non è li al tuo fianco...ma ora nel palco Billy commosso stà facendo un discorso...capisco gran poco solo...daddy, birthday, 88 years....e noooooo presenta il suo paparino nel palco dicendo che l'ha seguito qua in italia e oggi compie gli anni...88!!! E se li porta bene, è un Billy Idol con i capelli bianco naturale praticamente. 

Sweet Sixteen  Eyes Without a Face commuovono il pubblico..la scaletta è un buon mix di vecchie glorie e di pezzi anche un po' più recenti e meno noti...per fortuna ha tralasciato i pezzi di Cyberpunk...album anche valido ma insomma non amatissimo dai fan...

Il suo fido Steve Steven con un look che ha veramente del gotha della tamarraggine lo accompagna fedelmente in ogni pezzo...quei due sono veramente inarrestabili assieme. Grande menzione al grande Steve, anzi due...la cotonatura impeccabile dei capelli e la chitarra con i led blu sui capotasti...penso che il 70% del pubblico il giorno dopo la sia andata a cercare in internet!!!

Il rocker biondo esegue ancora vecchie glorie King Rocker, si lancia in una versione di Tutti Frutti e LA Woman ovviamente tutti cantano e ballano (anche se saltare sui sanpietrini è scomodo!!). Grandissimo finale inanellando in sequenza Rebel Yell (e qui un urlo di liberazione ci stà sempre) White Wedding, da dove scendono delle gigantografie enormi di Billy sullo sfondo, tanto per farci ricordare quanto sia figo e poco vanitoso e chiusura con Money Money

Che dire...volevate qualcosa di più? Mah per me è stato stupendo cosi...bel concerto, veramente non ci speravo e non ci credevo...vai billy, continua cosi che è cosi che ti vogliamo, a presto spero cosi qualcuno può recuperare questa occasione perduta

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<![CDATA[Note intorno alla crisi con Riccardo Bellofiore, Luca Casarini, Danilo Del Bello]]>

Denso di contenuti il Talk Gli scenari della crisi Talk con Riccardo Bellofiore - (autore del libro “La crisi capitalistica, la barbarie che avanza” - Asterios, 2012) e Luca Casarini e Danilo Del Bello svolto presso la Sherwood Web Tv.

Le problematiche affrontate riguardano stimoli, suggestioni, approfondimenti sulla teoria della crisi in Marx, particolarmente attuale nell’epoca della globalizzazione economica e del dominio del capitale finanziario.
La “Marx renaissance” è sotto gli occhi di tutti.
Nel testo presentato vi sono alcuni spunti interessanti, classici nel pensiero marxiano, ma nel contempo elaborati in una forma nuova ed attuale.
La prima domanda non banale è: esiste una teoria organica e compiuta della crisi in Marx?
Si è convenuto nel dibattito che questa non esiste in tale veste. Il pensiero di Marx, è un cantiere aperto, un laboratorio in cui vi sono tanti percorsi e sentieri. Le crisi possono avere di varia natura: sproporzione del movimento di capitale, mancata realizzazione del plus valore, sovrapproduzione, sotto consumo.
In Marx nessuno di questi elementi viene irrigidito in maniera assoluta sono tutti compresenti, si intrecciano tra di loro.
Quello che interessa a Marx è la dislocazione della crisi ciclica su un altro piano: la crisi è insita nel capitalismo, ne è l’elemento costituente, è il suo peculiare meccanismo di funzionamento.
Ma le crisi capitalistiche sono sempre in grado di riprodurre il capitalismo su scala allargata?
Qui ritroviamo il Marx critico dell’economia politica e dell’eternizzazione metastorica del modo di produzione capitalistica.
Ogni crisi può creare un nuovo processo di accumulazione, ma nel contempo apre scenari di alternativa radicale.

Si è giunti così nella discussione alla legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, enucleata nel Terzo libro del Capitale, che più che una legge è una “tendenza al limite”, come potremmo dire nelle scienze logiche e matematiche. Ma una tendenza che apre possibilità reali per la rivoluzione sociale.
Temi questi che Riccardo Bellofiore ha analizzato nella discussione collettiva, che si è soffermata sulla tendenzialità non oggettivistica ma dinamica della crisi e dello sviluppo capitalistico.
Uno stimolo per una discussione capace di liberarsi di due fantasmi contemporaneamente: la teoria del crollo inevitabile del capitalismo, ma anche da quelle controtendenze neo-keynesiane e neo-riccardiane che pensano ad un ciclo capitalistico infinitamente riproducibile.

Riccoardo Bellofiore salva il concetto di caduta tendenziale, ma lo considera come una “metateoria” cioè una cornice logica, storica, materialista, politica e filosofica in cui sono contenuti tutti gli altri elementi marxiani enunciati dalla analisi delle crisi capitalistiche.
Questa concetto ha permesso nella discussione di passare ad un’altra considerazione interessante: come spiegare ad esempio, che mentre l’Occidente sviluppato ha una crisi strutturale nel cuore dell’attuale capitalismo dominante, quello finanziario, altri paesi dell’economia mondo, i BRICS, vivono una sorte di accumulazione originaria?
Inevitabile a questo punto parlare di plus valore relativo ed assoluto, di sussunzione formale e reale, dal Primo al Terzo libro del Capitale.
Nonostante alcune differenze emerse nel dibattito si è convenuto che l’idea di capitalismo in Marx non è per niente lineare, positivistica e deterministica. Il capitale è una “totalità contradditoria” in cui possono coesistere, soprattutto nella fase dello sviluppo del mercato mondiale, diverse modalità di accumulazione.
In sostanza non vi è solo l’elemento diacronico, lo sviluppo del capitalismo nel tempo e la sua evoluzione, ma anche quello sincronico, la coesistenza di forme differenziate nello stesso spazio.
Il vero problema è quello di evitare una visione lineare e deterministica della crisi globale, che potrebbe ancora una volta far pensare al crollo finale ineluttabile.
Siamo memori infatti di quante illusioni e fallimenti questa visione del mondo ha già portato storicamente.
Da questo il dibattito si è spostato sul concetto luxemburghiano di salario relativo. Nel capitalismo sviluppato, la lotta salariale non è tanto per la mera sopravvivenza ma appunto relativa al volume della ricchezza generale e sociale prodotta. Quindi essa tende ad essere una variabile indipendente rispetto al capitale, un attacco diretto al saggio di plus valore e al saggio di profitto da parte delle classi lavoratrici.
Lotta autonoma e politica fino in fondo, non solamente lotta economia.
La discussione si è conclusa con una domanda fondamentale: vi può essere una risposta neo-keynesiana alla crisi globale del capitalismo?
Interessanti sono state le considerazioni sviluppate: il keynesismo si è accompagnato ad una delle più feroci guerre che l’umanità ha conosciuto. La crisi degli anni trenta si risolve nella guerra o comunque nella ricostruzione post-bellica. Anche quella sorte di keynesismo paradossale liberista e privatistico alla Reagan , che Riccardo Bellofiore, in maniera provocatoria cita ha avuto bisogno della guerra.

Ma quale è oggi la forma della guerra?
E’ una questione che sicuramente merita un approfondimento. E’ guerra sociale, è guerra economica, guerra tra eserciti, o forse contiene tutti questi elementi tutti insieme?
Il keynesismo è possibile solo con la costruzione e la ricostruzione? Oppure i fondi per la spesa sociale sono definitivamente sepolti dalle retoriche del debito e dalle pressioni concrete del sistema finanziario?

In conclusione la discussione si è spostata sul concetto interessante sviluppato da Bellofiore sulla “sussunzione reale del lavoro nel debito e nella finanzia”, il che significa che attualmente la società civile, le famiglie, i produttori etc .. sono tutti schiavi del nuovo dispotismo.
Come diceva Marx del capitale industriale nella classica figurazione del grande padrone, grasso ed opulente, che divora le moltitudini, così si può dire oggi delle banche e della finanza: “un signore barbaro e grandioso”.
Rimane ovviamente aperta per tutti la questione: può una nuova soggettività rivoluzionaria e di classe attualizzare la marxiana “prassi rovesciante” che sta potenzialmente dentro la crisi?

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<![CDATA[Caparezza Live Report]]>

Live Report: Caparezza

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"Mi bruci per ciò che predico, è una fine che non mi merito, mandi in cenere la verità perché sono il tuo eretico, io sono il tuo sogno eretico,  ammettilo sono il tuo sogno eretico".
Parte molto carico e saltellante il concerto del cantautore pugliese, con "Il sogno eretico", canzone tratta dall'ultimo album. Ovviamente Capa non delude e ci regala un live pieno di spunti divertenti che vanno oltre l'esecuzione dal vivo delle canzoni, ma che offre anche momenti di teatro, introducendo ogni singolo pezzo con delle scenette ben pensate e costruite, spesso al confine tra comicità e non-sense. Caparezza in questa parte dell'Eretico Tour (L'Estinzione) deve decidere se morire nel finale o se fare "abiura" ma questo lo scopriremo solo tra due ore circa di musica e spettacolo. Alla scenografia vista anche nel live di marzo al Rivolta si aggiungono degli effetti visuali che risultano particolarmente godibili, con un led-wall piazzato a centro palco che dalle fiamme iniziali proietta via via visioni sempre suggestive e azzeccate col tema dei singoli brani (su tutte: i titoli di film storpiati sul brano "Kevin Spacey" e l'esilarante storia dei "The Rezzas" che precede il brano "La rivoluzione del sessintutto"). Scaletta completamente rinnovata, "Non mettere le mani in tasca" è il secondo brano, una chicca che non sempre si riesce ad ascoltare live. La folla, che abbraccia più generazioni, ha risposto in gran numero alla chiamata di quella che sarà una delle ultime occasioni per vedere Caparezza dal vivo prima della pausa con conseguente stesura di un nuovo album. Tutti si stanno divertendo, soprattutto i più grandi, magari i genitori che hanno accompagnato i propri figli, nei momenti di teatro, dove Capa si traveste nei modi più impensabili, mentre le prime file saltano e ballano di continuo, là dove si concentrano i fan più giovani e più accaniti. Dopo brani significativi quali "Il dito medio di Galileo" o "La grande opera", di certo non era prevedibile quel che sarebbe accaduto a metà concerto: "Mi piace che mi grandini sul viso la fitta sassaiola dell'ingiuria, l'agguanto solo per sentirmi vivo al guscio della mia capigliatura". Sto parlando de "La fitta sassaiola dell'ingiuria", brano tratto dal suo primo lavoro come Caparezza. Son passati 12 anni e già al tempo Sherwood aveva scommesso sulle doti di Michele Salvemini, ospitandolo non molto tempo dopo (ancora così poco conosciuto) sul palco del festival. Solo i migliori fan potevano ricordarla, infatti sulle prime note parte l'applauso del pubblico degli "affezionati". Concerto che scorre molto veloce e che fa divertire tutti, ma la vera esplosione del pubblico la si ha quando Capa ci invita ad andare a "ballare in puglia", canzone molto apprezzata risalente all'album del 2008 "Le dimensioni del mio caos" e che ha avuto un grosso successo a livello nazionale su di un pubblico piuttosto trasversale. Siamo quasi alla fine e tutti aspettano di sapere quel che sarà del nostro amico; l'ultimo brano è "Abiura di me", l'eretico fa abiura ma verrà bruciato a fine tour (come ci ha anticipato Capa nell'intervista rilasciata per la web-tv), e poi si vedrà, ci dovremo aspettare (a detta sua) qualcosa di rivoluzionario per il prossimo disco, e questo lascia sperare in meglio da parte di un rapper che non è solo un rapper, di un artista completo che attraverso la fusione di stili, le innumerevoli e varie collaborazioni, il sapersi reinventare continuamente ha segnato gli ultimi 10 anni di musica in Italia e che anche a Sherwood (e non poteva essere altrimenti) ha offerto uno dei migliori live visti fin'ora in quest'edizione del festival.

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<![CDATA[Verso le elezioni politiche 2013]]>

Centinaia di persone hanno affollato lo spazio dibattiti di Sherwood lunedì sera. La ragione c’era.
Gli ospiti, innanzitutto, che scegliendo di venirsi a confrontare pubblicamente sul palco dello Sherwood Festival, hanno implicitamente accettato di misurarsi su un terreno più diretto e meno retorico del solito.

La presenza poi del compagno Panos Lamprou della Segreteria nazionale di Syriza e di Anghiris Panagopolus, invitati espressamente per raccontare l’esperienza innovativa della coalizione elettorale che alle ultime elezioni ha sbaragliato il Pasok fedele ai memorandum della troika europea, non dava adito a dubbi sulla volontà di costruire un dibattito serio, senza troppe mediazioni, attorno al tema delle prossime elezioni politiche del 2013.

Poteva essere interessante dunque, anche in un momento come questo, spesso dominato a sinistra dall’impotenza nei confronti del pensiero mainstream del partito Repubblica-PD-Napolitano, alfieri della reiterazione del Montismo nazional popolare, oppure dall’autosufficenza minoritaria, buona per attendere in santa pace, chissà quando, tempi migliori per la riscossa comunista. Ma una speranza che il tempo da passare ad ascoltare non fosse buttato, la dava anche il contesto.

Come bene ha ricordato Vilma Mazza a nome di Sherwood, che ha organizzato l'incontro, è bene chiarire una questione: si può essere interessati, e molti lo sono, a ciò che accade sul terreno della governance che passa dunque sul piano elettorale, scegliendo di non esserne implicati, di essere esterni a quei processi. E perché dunque? Per una scelta di campo innanzitutto.

L’alternativa alla crisi e alla sua gestione in termini di politiche economiche e di comando, è soprattutto un terreno di conflitto. E’ un processo, e non un’ora X o un evento, che va messo in moto a partire dalla società e dalle forme di vita e di azione politica di movimento che sono immediatamente anche forme di critica radicale ai meccanismi della politica dei partiti, delle istituzioni e del voto.

Se parliamo di crisi sistemica e al suo interno scorgiamo tutte le avvisaglie di una postdemocrazia istituzionale, non possiamo dunque eludere il nodo che esistono dei campi, appunto, anche contrapposti quando parliamo di movimenti e sistema della governance.
Non vi è un’unicuum, e soprattutto non vi sono scorciatoie: senza la movimentazione sociale di una radicale critica all’esistente, compreso il parlamentarismo e il sistema delega/partiti, nessuna alternativa può determinarsi.
Allo stesso tempo nessuna alternativa può formarsi nelle pieghe di un infantilismo politico che non veda come un grandissimo nodo da affrontare qui ed ora, la mancanza di grandi movimenti di contestazione, di conflitto e di progetto, che sappiano percorrere la società italiana ed europea portando con sé il vento di un cambiamento radicale.
A tutto questo va affiancata la capacità di stimolare un dibattito pubblico italiano capace finalmente di affrancarsi dagli inganni: le elezioni o diventano un processo nel quale anche le diverse ipotesi di governance si scontrano, alternative una all’altra, e allora la discussione e gli esiti, come in Grecia, possono essere di una qualche utilità per costruire l’alternativa, oppure sono la stessa identica robaccia di sempre, e ancora peggio visti i tempi.
Ma, ritornando all’introduzione del dibattito, tutto questo può diventare un contributo serio, se si è chiari: la scelta di campo di stare in movimento, segnalando non tanto e non solo un’appartenenza radicata nella storia di questi decenni di azione politica autonoma, ma quanto una centralità nel ruolo dei movimenti sociali, del conflitto radicale, della rottura e dell’incompatibilità nella proposizione costituente di qualsiasi alternativa, significa ad esempio non proporsi né come candidati alle elezioni né come liste.

E proprio per questo, ascoltare cosa ha da dire chi, come Nichi Vendola o Luigi De Magistris, si propone all’interno della dinamica elettorale e istituzionale, come “anomalia”, ragionando attorno alla possibilità di alternativa di governance, può essere interessante.
Può, ma non deve per forza. Se è interessante lo è anche per chi è esterno al processo elettorale. Se non lo è, semplicemente, non avrà aggiunto o tolto nulla alla storia vecchia della sinistra italiana.

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<![CDATA[Ancora in piedi]]>

ANCORA IN PIEDI
Indipendenti per l'Emilia Romagna e la Lombardia
Due inviati di Sherwood Foto a Bologna per raccontare la solidarietà

23.06.2012 – Autostrada, direzione Bologna. Provati dalla notte insonne post concerto dei Subsonica allo Sherwood festival, raggiungiamo in tarda mattinata il capoluogo emiliano. Non potevamo lasciarci scappare l'opportunità offerta dall'amico Emiliano "Ra-B" Rubbi di visitare il set dove si gira il videoclip del singolo “Ancora in piedi” per scattare qualche foto.

Ancora in piedi” non è solo un singolo, ma un vero e proprio progetto musicale e un grande esempio di solidarietà. L'iniziativa partita da un'idea di Tommaso “Piotta” Zanello riunisce alcuni tra i migliori artisti della scena indipendente Italiana per realizzare un brano a più voci i cui ricavati finanzieranno opere di assistenza e ricostruzione nelle zone devastate dal terremoto di Maggio 2012. Afterhours, Teatro degli Orrori, Cisco, 99 Posse, Lemmings, Velvet e Sud Sound System sono solo alcuni dei nomi che compariranno nel lungo elenco degli artisti di I.P.E.R.: Indipendenti per Emilia Romagna e Lombardia.

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Arrivati al Parco della Montagnola conosciamo Luna Gualano, giovane regista da tempo collaboratrice di Piotta e già vincitrice del Roma Videoclip Festival. Oggi, tra i giochi di luce ed ombra creati dagli alberi del parco, bancarelle, ambulanti e famigliole, si gira la parte con Federico Poggipollini, storico chitarrista di Ligabue. Colpiti dalla semplicità del tutto, ci facciamo spiegare da Luna ed Emiliano Ra-B il progetto itinerante che porterà alla realizzazione finale del videoclip: ottimizzare le spese per massimizzare il guadagno da devolvere. Una piccola troupe che gira l'Italia da Nord a Sud con una macchina a GPL recuperando gli artisti lungo il tragitto, evitando così i costi che comporterebbe radunarli in un unico set, sembra essere l'arma vincente.
Ci perdiamo in chiacchiere e racconti di viaggio fino a quando Federico, chitarra in spalla, ci raggiunge accompagnato da moglie e figlie e noi ci facciamo da parte per lasciarli lavorare.
Le riprese filano veloci, Luna sa quello che vuole e lo realizza al primo ciak nonostante le attrezzature limitate, lasciando presto Federico libero di tornare al suo sabato in famiglia.

Rimane giusto il tempo per bersi una meritata birretta, migliore amica degli afosi pomeriggi bolognesi e padovani, chiacchierando sui dettagli di quest'esperienza.
Luna e Ra-B stanno girando l'Italia grazie all'appoggio logistico dell'associazione Arci nazionale che, oltre a provvedere alla loro sistemazione nelle diverse trasferte, è assieme ad Audiocoop la principale promotrice del progetto.
La stesura del brano è stata possibile grazie alla rete, che ha permesso agli artisti di collaborare senza doversi ritrovare a forza in un unico studio realizzando così a distanza le rispettive parti riunite abilmente dal produttore musicale Ra-B per dare vita al pezzo.
Bologna è una delle ultime tappe: ancora poche riprese e il singolo sarà pronto per il lancio, ovvero il 3 Luglio, come previsto. I ricavi provenienti dalla vendita e dall'utilizzo del pezzo verranno versati nel c/c 145350 di Banca Etica – Emergenza Terremoto in Nord Italia.
Purtroppo il tempo vola e la troupe deve ripartire alla volta di Roma, quindi ci salutiamo e li ringraziamo di cuore per la gentilezza e la disponibilità senza limiti. Non ci resta che attendere l'uscita del singolo rimanendo ancora in piedi.

Si ringraziano tutti gli artisti, le etichette indipendenti e gli studi di registrazione che hanno reso possibile la realizzazione di “Ancora in piedi”.
Chi vuole supportare il progetto può contattare:
- Arci: federico.ferrari@arci.it
- Audiocoop: info@audicoop.it
- Press/Tv/Web: Lunatik – info@lunatik.it

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