<![CDATA[LiveReporter | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it/tags/44/livereporter/articles/1 <![CDATA[Gogol Bordello + España Circo Este Live Report]]>

Ritmi gipsy per Asolo coi Gogol Bordello

 

Serata all'insegna della cultura gitana quella di martedì 25 agosto ad Asolo!
Alternando ritmi balcanici a sonorità nettamente più "oltreoceano", l'A.M.A. Music Festival ha organizzato un evento che rimarrà a lungo nella memoria di chi ieri sera era presente all'evento che ospitava alcuni tra i più influenti gruppi della scena folk europea.

Come sempre i Gogol Bordello hanno fatto tremare il suolo da quando sono saliti sul palco, fino a quando non hanno suonato l'ultima nota. Intrecciando la musica ucraina con reggae, punk e hip-hop, la band multietnica ha regalato l'ennesimo evento all'insegna dei balli sfrenati e del divertimento allo stato puro.

Ad aprire il concerto dei Gogol gli altrettanto amati España Circo Este, che sui ritmi balcanici e reggae-patchanka hanno creato la giusta atmosfera per dare inizio ad una serata all'insegna del folk a 360°.
Insieme ai veneti Glincolti Asolo ha quindi vissuto un'esperienza che non viveva da parecchio tempo, ospitando gente da tutta la regione e regalando uno spettacolo mozzafiato fino a notte.

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<![CDATA[Live Report - #Diserzioni – 11 luglio]]>

Premesso che aspettavo con ansia questa data, ero convinto dello spettacolo della strumentale potente e mistica che avrebbero potuto offrire i God Is An Astronaut, irlandesi e artisti europei di punta nel moderno post-rock, e del valore internazionale del noise indie alternative rock dei Blonde Redhead. Due certezze che arrivano a Sherwood Festival per un doppio show che richiama fan anche da altre regioni d’Italia, e non solo, dato che sento parlare inglese già poco dopo l’apertura dei cancelli. Ulteriore conferma che i britannici (o gli stranieri, insomma, non l’italiano medio) non arrivano all’ultimo per magari vedersi solo una band. Sono infatti quattro i gruppi che si esibiscono nella serata, a cominciare da Winter Dust e Ropsten sul second stage.

Sono soprattutto i primi a sorprendermi con suoni graffianti ma non banali, potenti ma non ripetitivi. C’è grande intensità e un bel muro di suono, mentre la voce è di contorno e trova spazio solo in certi frangenti: post-rock sono suoni, melodie, chitarre pulite e sporche, batterie che in un tira e molla aumentano e diminuiscono di volume, teste che vanno su e giù in automatico.

Ancora c’è luce quando salgono sul palco i God Is An Astronaut, ma per poco. Sono ancora lontano quando cominciano con The End of the Beginning. Tutti in nero, capelli lunghi sul volto, ci mettono poco a rendere l’atmosfera più oscura. Echoes la sparano per seconda e mi fiondo davanti per godermeli al massimo. Sono precisi, rumorosi, totalmente in simbiosi: escono suoni extraterrestri e mi sento in viaggio, come un’astronauta in esplorazione di nuovi orizzonti. Come era prevedibile eseguono diverse tracce dell’ultimo lavoro in studio Helios/Erebus, da Agneya a Pig Powder, da Vetus Memoria a Centralia, fino al brano che dà il nome al disco e che mi sembra il più incisivo con i suoi 8 minuti in crescendo che regalano picchi del post-rock più incisivo. In chiusura non è da meno Suicide By Star e questa volta è davvero l’ultima (un encore eseguito senza uscire di scena, dato che la band resta sul palco terminata Agneya, che avevano annunciato come ultima canzone). C’è qualcosa di magico e trascendentale in questi irlandesi e penso che vorrei vederli in un luogo chiuso, senza un cielo sopra di noi che fa disperdere suoni rubandoli in lungo e in largo, proprio per assaporare e lasciarmi travolgere da tutta la loro forza. Sarà realtà: la band ha annunciato pochi giorni fa che tornerà in Italia per tre date in autunno.

Sono al contrario tutti e tre in bianco i Blonde Redhead ed è subito il primo contrasto evidente tra le due band protagoniste. Con loro non solo torniamo a sentire una voce, ma ben due: quella maschile del chitarrista Amedeo Pace (nato in Italia ma cresciuto in Canada insieme al gemello Simone, alla batteria) e quella femminile di Kazu Makino al basso. L’alternanza è interessante e sentirle mischiarsi continuamente è piacevolissimo, con la voce più bassa del primo e quella più acuta della seconda. Un concerto diverso dal precedente: ancora più introspettivo, raffinato, sicuramente più “complesso” da apprezzare, e da ascoltare con un orecchio attento ed allenato. La loro musica mi rilassa, ma non mi rapisce ed è proprio per questo, forse, che mi risulta difficile non perdermi tra una canzone e l’altra, abbassando il livello di attenzione che invece avrei voluto tenere al massimo dall’inizio alla fine. La prossima volta cercherò di impegnarmi di più. Segnalo le due canzone che più mi sono piaciute, ovvero Dripping e 23.

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<![CDATA[Live Report – Reggae Day – 10 luglio]]>

Nel volantino ufficiale sotto il nome Inner Circle leggo: “Storica band Reggae giamaicana fondata nel 1968.” Non male come premessa, ed infatti fa presa anche su un inesperto del genere come il sottoscritto. Attendo curioso questo Reggae Day a qualche settimana di distanza dallo show degli italianissimi Mellow Mood sempre qui a Sherwood Festival. Se la musica è un fenomeno universale e tecnologia e globalizzazione fanno sì che sia materiale fruibile a un numero sempre maggiore di persone, è anche vero che nessun genere può essere meglio contestualizzato e incastrato nell’anima di un popolo come il Reggae e la Giamaica.
Ma andiamo per ordine. Poco dopo le 20 si esibiscono gli Infuso, trio alt/post-rock del padovano, a cui viene ritagliato un breve spazio su un palco improvvisato vicino ad uno dei tanti bar, forse non la migliore posizione possibile. L’aperitivo musicale mi sembra poco coinvolgente e lasciato un po’ a se stesso, purtroppo. I ragazzi fanno del loro meglio e durante le ultime canzoni riesco a contare una ventina scarsa di persone che ascoltano. “Pochi ma buoni!” cerco di incoraggiarli. Gli ultimi due brani mi sembrano i più orecchiabili e al termine noto con piacere un ragazzino, il più attento tra i presenti, avvicinarsi alla band per fare alcune domande e tutti e tre si fermano rispondendogli gentilmente. Bravi e umili.


Per quanto riguarda il vero e proprio tema della serata, i primi a salire sul Main Stage sono i Patois Brothers, band reggae veneta uscita quest’anno con il primo disco Mighty Mask. Nella copertina figurano in otto, ma sul palco sono in sei. Partono subito forte: chitarre in levare, la voce calda e rilassata, batteria con suoni belli pieni. Tutti hanno il loro momento per far risaltare le proprie doti con lo strumento, ma nessuno mi conquista come il sax e i suoi morbidi acuti che mi fanno istantaneamente chiudere gli occhi, lasciandomi trasportare a movimenti del corpo totalmente involontari (e me ne rendo conto anche scrivendo questa recensione con in cuffia proprio loro). C’è lo spazio per un po’ di solidarietà regionale verso tutte le persone e famiglie colpite dal maltempo e dal tornado (sì, tornado in Veneto e non ho sbagliato a scrivere… poi ancora si nega il cambiamento climatico!) che ha colpito mercoledì 8 luglio soprattutto cittadine in provincia di Venezia.


Passano il testimone agli Inner Circle e la presenza sul palco è percettibilmente rilevante. Impossibile non notare i lunghi dread e la grinta del cantante o i due chitarristi e le loro peculiarità: uno è piacevolmente elegante old-style in completo bianco dalla testa ai piedi, chitarra compresa, mentre Roger Lewis, uno dei fondatori della band, si appoggia di continuo su una sedia, salvo alzarsi solo di rado. Quest’ultimo (64 anni) mi sembra un po’ sofferente sul palco, ma come seconda chitarra fa il suo dovere e suona quasi sempre ad occhi chiusi, scusate se è poco. Il fratello Ian, invece, si prende più volte il centro del palco andando a pizzicare le corde del basso guardando il pubblico con espressioni divertite. Questo è un aspetto fondamentale perché, non più giovanissimi, sul palco sembrano starci ancora alla grande. Vedo un bel concerto proprio perché sanno farsi ascoltare riuscendo a penetrare anche nelle menti di chi il reggae non lo mastica o vive tutti i giorni. Esperti, carismatici e rilassa(n)ti.


Immancabili nella parte conclusiva i classici come Games People Play, Sweat e Bad Boys. Sono queste tre pietre miliari della loro discografia a diffondere nell’aria la massima contaminazione della band giamaicana con il pubblico invitato a muoversi all’unisono prima verso sinistra e poi verso destra (per un momento ho pensato “e adesso ci chiedono anche di prenderci per mano?”) ed in seguito spronato a cantare. In chiusura di un brano intonano il ritornello di Young, Wild and Free e qui anche chi non conosce una loro canzone può sentirsi più partecipe alla festa.

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<![CDATA[Live Report - Hip Hop Day - 27 giugno]]>

Sabato 27 giugno è Hip Hop Day a Sherwood Festival, evento nell'evento giunto ormai alla sesta edizione. L'ospite principale è Kaos One, rapper, beatmaker e pioniere del genere in Italia, preceduto sul palco da Mezzosangue e dagli Assalti Frontali. Oltre ai tre ospiti che si esibiscono sul Main Stage viene dato spazio ai giovani con una freestyle battle che con le prime esibizioni eliminatorie va ad anticipare i concerti. A seguire, dalla mezzanotte, si tornerà al Second Stage per la finalissima della battle.

Quest'ultimo si anima già prima delle 19, termine massimo per iscriversi al contest, con ragazzi impegnati nella breakdance. Sistemato un tappeto rettangolare vicino al palco cominciano a ballare uno alla volta dandosi il cambio a ripetizione. In consolle ci sono già Dj Pinzee e Dj Laku, pronti fin da subito a sputare beat. Intorno alle 19:30, come anticipato più volte al microfono dalla voce di Mbassadò, si inizia con la battle. Invitato ad avvicinarsi il giovane pubblico va ad occupare le prime file e i primi rapper possono sfidarsi nella solita formula uno contro uno. Sono almeno una quindicina e dopo la prima scrematura decisa dai giudici diventano otto. Questi si sfidano prima nei quarti e poi nelle semifinali, dove al contrario della prima fase è il pubblico a decidere il vincitore facendo rumore prima per uno e poi per l'altro protagonista. Vince chi ottiene più consenso "sonoro". Dopo una lunghissima (quasi 40 minuti!) sfida, accesa ed equilibrata, in cui aumentano anche originalità e capacità di stare sul palco, in finale la spunta Orli.

Dal palco principale le prime rime, taglienti e a tutto volume, escono con gli Assalti Frontali. Il loro è un live acceso, con metriche accurate e ben navigate, dall'alto della più che ventennale esperienza del gruppo. Sono i primi ad esibirsi, sinonimo del valore di questa serata: coinvolgono il pubblico, si scambiano ripetutamente di posizione sul palco, tengono alto il ritmo con beat e parti vocali dirompenti.

A seguire tocca a Mezzosangue, romano classe 1991 con passamontagna in testa. Fresco di pubblicazione del suo primo album Soul of a Supertramp (che consiglio vivamente) uscito a inizio 2015, sprigiona sul palco un'energia e una potenza che abbagliano. Ne resto catturato dal talento che potrebbe davvero portarlo lontano in un panorama hip hop (ma non solo) italiano costretto a vivere sotto la stretta morsa del pop e del banalismo. Il confine è sottile, lo sappiamo: il successo può rinchiudere un artista in una gabbia dove viene a mancare la verità, e nel mercato musicale la risposta alla domanda "raccontare quello che la gente vuole ascoltare o quello che voglio farle ascoltare?" tende spesso alla prima opzione. Non mi sembra il caso di Mezzosangue, artista che scrive rime con il cuore e che sta sul palco come se ci fosse nato sopra.


Una certezza era invece Kaos One, già sulla carta. Un timbro vocale rauco, inconfondibile, e un flow che sembra sempre stare un passo indietro al beat per poi aumentare di tono in modo repentino con una scarica di parole a chiudere il cerchio: eccovi servito il suo marchio di fabbrica. Kaos schizza da una parte all'altra e incita il pubblico. Esalta lo spirito dell'hip hop, come metodo di espressione che appartiene a tutti, come sinonimo di libertà, principio fondamentale che allieta l'esistenza dell'essere umano, ma ancora minacciato e privato in troppi luoghi del mondo. Ci rifletto anche io e credo di essere fortunato a trovarmi qui a Sherwood questa sera. Le parole di Kaos vanno a braccetto con i piatti di DJ Craim in consolle e l'atmosfera resta vibrante per tutta la durata della performance. Quando scendono dal palco mi sposto al second stage perché l'Hip Hop Day non è ancora finito, ma di questo vi ho già raccontato.

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<![CDATA[Junior Gong - Live Report]]>

Grande esibizione quella del più conosciuto tra i fratelli Marley all'Hydrogen Festival a Piazzola sul Brenta lunedì 6 luglio.
Alternando i suoi brani con quelli del padre, Damian aka Junior Gong ci ha regalato istanti di intense emozioni, portando una ventata di Giamaica in veneto.
Da "Get Up Stand Up" a "Make It Bun Dem" il poliedrico artista ha alternato sul palco i ritmi caraibici a 360 gradi, ripercorrendo la storia del reggae dagli esordi fino ai giorni nostri e facendo ballare migliaia di persone.
Uno spettacolo che ha coinvolto diverse generazioni, dai nostalgici di Robert Nesta, ai più giovani che si stanno appassionando ora al ritmo in levare.
Con l'immancabile sbandieratore e le eccezionali coriste per una sera Padova
profumava di Antille.

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<![CDATA[Live Report - Subsonica - 26 giugno]]>

Sono stati i primi ospiti annunciati per l'edizione 2015 del Festival e il loro è uno dei concerti più attesi. I Subsonica, dopo aver pubblicato il loro settimo album Una nave in una foresta nel 2014, tornano a Sherwood davanti a un mare di gente. In giro da quasi vent'anni la band di Torino ha confezionato tantissimi successi e nella scaletta di oggi ci sarà giustamente spazio per un mix di canzoni vecchie e nuove. Non essendoci nessun gruppo spalla, la serata musicale è interamente dedicata a loro.


Dopo una lunga attesa, iniziano poco prima delle 22 con un classico come Colpo di pistola, ma nella prima parte ascoltiamo anche nuove canzoni come Lazzaro e Attacca il panico. Il pubblico è già caldo e accoglie con felicità le più famose Disco Labirinto e Nuova Ossessione che contribuiscono a riscaldare l'atmosfera facendo cantare in tanti. Sono catturato dalle luci spettacolari che creano effetti contrastanti: blu e rosso, colori freddi e caldi accompagnano tutto il live in modo affascinante. Ascolto con attenzione perché il potere dei testi è forte e apprezzo molto due canzoni del nuovo album: l'omonima Una nave in una foresta e Di domenica, dolcissima, con un ritornello che mi colpisce profondamente e di cui riporto dei brevi versi: Sono cambiamenti - solo se spaventano - sono sentimenti.


Verso la metà si concedono una pausa, che mi sembra essere più lunga del solito, ma il pubblico evidentemente li conosce bene perché non inizia a rumoreggiare, ma anzi li aspetta impazientemente, in silenzio. I Subsonica escono per la seconda parte dello show e riprendono a sfornare una canzone dopo l'altra, alternando le tastiere altisonanti di Il Diluvio ai suoni più recenti di Specchio, spaziando da un vecchio successo come Liberi tutti al ritmo incessante de L'errore. La cassa è invece l'ossatura principale di Benzina ogoshi, caratteristica che rende il brano facilmente ballabile ed orecchiabile.


Osservo come il sound della band si sia naturalmente evoluto nell'arco della carriera, e le differenze tra alcune canzoni sono evidenti, ma assisto ad un concerto ben strutturato e con un livello artistico notevole. Li vedo solo per la seconda volta, ma è una conferma del loro valore. Da anni una certezza nel panorama musicale italiano, il loro live si dimostra solido e vivace. Intorno a me vedo molti sorrisi e tante persone che cantano strofe e ritornelli a squarciagola: insomma tutti gli ingredienti utili a capire che il pubblico si sta divertendo e che la serata sta andando alla grande.
La band chiude con una versione più lenta e ridotta di Tutti i miei sbagli, in cui si chiede l'interazione del pubblico come contorno ad uno dei loro brani più famosi. In seguito ringraziano un'ultima volta anche tutta l'organizzazione di Sherwood per continuare a dare spazio alla musica, alla cultura e all'informazione. Proprio oggi, infatti, è presente al festival una delegazione di curdi giunti dalla Siria, esattamente da Kobane, città-simbolo della resistenza all'Isis, e assistiamo al toccante intervento di Nessrin Abdalla, comandante dell'Ypj (Unità di difesa delle donne). Sherwood è dalla loro parte.

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<![CDATA[Live Report - Mellow Mood - 17 giugno]]>

Dopo quattro giorni di riposo in cui Sherwood Festival ha dato spazio a tanti altri eventi, tornano a essere protagonisti gli artisti sul Main Stage: il programma di oggi comprende BomChilom in apertura ai Mellow Mood. Serata quindi reggae e promossa anche questa con la formula di biglietto "1€ può bastare".

A partire dalle 21 si diffondono i caratteristici suoni che ci accompagneranno per tutta la serata. In cielo le nuvole si fanno naturalmente sempre più scure, ma ad un certo punto sembra iniziare a piovere. In molti cercano un riparo ma si tratta fortunatamente di una fase brevissima, in quanto pochi minuti dopo smette e non riprenderà più. Ogni tanto lassù qualcuno è clemente.

Il warm up di BomChilom progressivamente fa avvicinare al palco, richiamando all'imminente show dei Mellow Mood e cercando di intrattenere e riscaldare il pubblico. Non serve aspettare molto perché alle 22 i Mellow Mood sono sul palco e può partire lo spettacolo. Ormai un nome di punta della scena reggae in Italia e con due album usciti nell'ultimo anno e mezzo, il successo della band guidata dai due gemelli Garzia continua a crescere. Così giovani e già con quattro album in studio alle spalle la loro discografia è già più che ricca per comporre un live di un'ora e mezza riempita da diverse canzoni di successo.

Il ritmo è contagioso, fanno divertire e anche chi non li conosce un po' ne viene condizionato. Il genere fa sciogliere, ondeggiare, e apparentemente con il passare del tempo sono sempre di più gli spettatori con gli occhi fissi sul palco. La band di Pordenone si rivolge in più di un'occasione al pubblico ringraziando, incitando a partecipare e ad alzare le mani. C'è un clima di festa e spensieratezza: sono loro che mi fanno spesso chiudere gli occhi e ciondolando mi sembra di immaginarmi in un luogo di pace come può essere una spiaggia deserta, perché no in Giamaica. Alla faccia dei luoghi comuni. Il potere della musica è anche questo, ovvero far viaggiare, liberare la mente degli ascoltatori da pensieri e preoccupazioni per guidarli temporaneamente in una dimensione gioiosa e accattivante.

I Mellow Mood sono bravi a rendere questo viaggio facilmente accessibile perché le due voci si sposano perfettamente alla parte strumentale e il ritmo costante imposto dalla batteria crea tutti i presupposti per generare interazione tra musica e mente. Verso la conclusione propongono la loro hit per eccellenza Dance inna Babylon che viene accolta da un insieme di urla tipiche del caso, vedi l'amico di turno che avete convinto a venire e che finalmente esclama "Questa la conosco anche io!". 

Quando scendono dal palco mi stabilizzo e torno pienamente in me, controvoglia perché senza musica tutto torna piatto, statico e familiare. Non sempre la condizione ideale per l'uomo.

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<![CDATA[Live Report - Verdena + Le Capre a Sonagli - 13 giugno]]>

La sera dei Verdena è arrivata ed eravamo in tanti ad aspettarla. Tornati dopo 4 anni con il sesto album Endkadenz volume I, uscito a gennaio 2015, la band bergamasca torna a suonare dal vivo dopo la prima parte di tour tra febbraio ed aprile. Delle molte città toccate mancava Padova ed ecco l'appuntamento a Sherwood Festival. Tanti li avevano già visti quest'anno, ma tra di loro una buona parte era già in astinenza. Questo è l'effetto che provoca una delle rock band italiane più influenti degli ultimi vent'anni. Il primo omonimo disco Verdena usciva nel 1999 e il trio, allora giovanissimo, stava già intaccando una generazione di persone con le prime hit come Valvonauta, Viba e Ultranoia. Dopo essersi evoluti nel corso degli anni, intorno ai Verdena c'è sempre interesse, passione e ammirazione.

Alle 19 aprono i cancelli e i primi si avvicinano al palco per studiare la situazione o per dare un'occhiata al banchetto del merchandising. Il flusso di gente è in continuo sviluppo e quando cominciano a suonare Le Capre a Sonagli le prime file sono già occupate dai fan più impazienti. Se aprire ai Verdena di oggi può essere un onore e comportare una grande responsabilità, apparentemente a questo quartetto sembra dare i giusti stimoli. Forse poco conosciuti ai più, intrattengono il pubblico con un show godibile che scorre via veloce. Nell'ultima canzone un componente del gruppo scende dal palco, scavalca le transenne e si confonde euforico nel pubblico. Tutto in pochi secondi e tra gli sguardi divertiti dei presenti. Meritano un ascolto più approfondito.

Pochi minuti dopo le 22 sono sul palco i Verdena e il pubblico si pregusta le quasi due ore di concerto previsto. Un inizio relativamente tranquillo ci fa apprezzare alcune canzoni degli ultimi due album, tra cui il primo singolo di quello nuovo Un po' esageri e una delle tracce più suonate del penultimo WOW, ovvero Loniterp. Prima di quanto mi aspettassi presentano un trio di canzoni che si rivelerà il mio picco più alto del concerto: Derek, del nuovo album ma con l'energia di quelli "vecchi", Miami Safari (una veramente vecchia e datata 2001, anticipata da Alberto Ferrari che dice: "Questa non la suoniamo mai..." e seguita da una quasi impercettibile pausa, sufficiente per lasciarci immaginare di quale potrebbe trattarsi) e dai 12 minuti de Il Gulliver. Da brividi quest'ultima, una di quelle sorprese che non ti aspetti, o meglio una di quelle che tanti vorrebbero sentire pur sapendo che non ci sono molte possibilità concrete. E invece la suonano. Luca alla batteria è una macchina: con veemenza affronta le parti spinte, con precisione chirurgica gli stacchi. Una canzone che con il tempo è diventata una delle mie preferite della loro discografia. Mi sbilancio con una considerazione personale, seguendo la band da diversi anni: un brano simile al posto di 4-5 brevi tracce di WOW? Sì! Grazie per aver scelto così.


Seguono le due in acustico Nevischio e Canzone ostinata, utili a farci tornare con i piedi per terra, prendere un po' d'aria e rilassarsi un attimo. I Verdena, si sa, non perdono tempo in chiacchiere e lo show torna a salire di tono, con Alberto di nuovo al piano per Puzzle e Miglioramento. Seduto ci rimane poco, prima di riprendersi la chitarra, pizzicare qualche corda per lunghi secondi e sfoderare il potente di riff di Viba. Il pubblico in visibilio si scuote e mi piace scorgere un sorriso sul volto di Roberta e immaginarla pensare: "Ma quanto vi piace questa?". Continuano con Muori Delay e Rilievo, cupa e solenne. Questa viene proposta con un finale esteso: mentre il resto della band scende dal palco rimane solo Alberto, che regala l'idea di non voler mai terminare il brano. Dopo una breve pausa, i Verdena al completo tornano per la conclusione. Il caos strisciante, 40 secondi di niente e Funeralus rappresentano l'encore: tre canzoni per trasmettere le ultime emozioni della serata. Il pubblico è ai piedi dei Verdena. Le luci blu rosso e verdi li hanno illuminati in modo impeccabile per tutta la serata e finalmente Alberto e Roberta ringraziano apertamente tra gli applausi.
Il pubblico di Sherwood può disperdersi, abbandonando il palco e continuando un'altra splendida e riuscita serata.

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<![CDATA[Live Report - España Circo Este + Ajde Zora - 12 giugno]]>

Un po' di pioggia nel pomeriggio fa storcere il naso, poi il sole spunta fuori e va a tramontare serenamente anticipando una serata limpida. Poco dopo le 21 sul Main Stage sale Ajde Zora: sono in sette a diffondere sonorità che sin dall'inizio richiamano i paesi balcanici. Il pubblico curioso si avvicina, ascolta e prova ad entrare nel mood della serata. I primi a recepire il messaggio si sentono partecipi e lo si nota facilmente dai loro movimenti che si trasformano presto in una danza. Ci sono anche dei bambini: una balla, due si inseguono con dei tricicli, uno di non più di 3 anni si muove di continuo verso la transenna al centro davanti al palco. Si avvicina all'ostacolo alto il doppio di lui, per poi tornare indietro rendendosi conto che forse così può vedere meglio lo spettacolo, ma forse ha già capito il posto migliore da occupare quando sarà un po' più grande.Il live prosegue, con violino e fisarmonica a dare vita a melodie incalzanti e piacevoli. Sono affiatati, impeccabili e riconoscenti verso il pubblico che assiste divertito e curioso. Lasciano il palco tra gli applausi e hanno il merito, non scontato, di aver scaldato gli animi.

Dopo la breve pausa di cambio palco, l'area si riempie e non appena escono gli España Circo Este si respirano ondate di entusiasmo. Con il loro primo disco uscito a inizio 2015 La Revolución del amor la band continua imperterrita a suonare in giro e ad avere successo. Dopo la presenza al festival dell'anno scorso come band apri-pista, quest'anno sono headliner. Ruolo che non sembrano temere dato che il loro tango-punk fa impazzire il pubblico, e i quattro ragazzi impegnati a dare spettacolo ne giovano acquistando una carica fortissima. Sono felici di essere a Padova, una città che definiscono in più di un'occasione "accogliente". E come tale, chiedono al pubblico di battere le mani e di cantare. Impossibile non essere contagiati dalla loro energia, anche perché durante il live sembrano mancare canzoni deboli. Si tratta invece di un vortice di festa che abbraccia sia quelli che decidono di vivere il live sottopalco, (sempre in movimento, saltando e sudando), sia quelli più distanti. La Revolución del amor ha colpito incondizionatamente: a un certo punto intorno a me ballano tutti.

Mi volto diverse volte e il colpo d'occhio è di quelli che ti rendono felici: tanta gente ovunque. A mezzanotte il Main Stage smette di pulsare, ma la musica continua con l'aftershow nel Second Stage: il dj-set è affidato a Putano Hoffman.Una serata perfetta. Me ne vado a casa contento e con alcune parole che mi ronzano in mente: Santa Maria, Il bucatesta e Democrázya. Ritornelli che hanno caratterizzato l'ultima parte della vivace scaletta degli España Circo Este e coinvolto tutto il pubblico. I quattro ragazzi stanno con Sherwood Festival e noi sorridenti gli diciamo arrivederci alla prossima.

Per chi non avesse potuto vederli ieri, sono in tour tutta l'estate.


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<![CDATA[Live Report - Apertura - 10 giugno ]]>

Mercoledì 10 giugno al Park Nord dello Stadio Euganeo di Padova è partito Sherwood Festival: fino a sabato 18 luglio concerti sui due palchi, dibattiti, incontri, sport, spazi per bambini e film. Così, l'evento culturale per eccellenza di fine primavera-inizio estate di Padova torna come sempre più ricco che mai.

Una bellissima serata aiuta a rendere l'opening di Sherwood perfetta e la gente comincia velocemente a popolare l'area del festival, dai punti ristoro alle bancarelle, dalla collinetta alla zona davanti al palco.

Ad aprire le danze sul Main Stage sono due band: Universal Sex Arena e C'mon Tigre, una doppietta che culla tutti gli spettatori attenti e che fa da dolce sottofondo ai tantissimi sparpagliati per il Festival. Sì perché Sherwood non è solo musica: c'è l'enoteca, la libreria, i campi sportivi. Tutti sono liberi di godersi Sherwood come desiderano. Si abbraccia così una diversità visibile a occhio nudo: famiglie, bambini, giovani e più adulti. Basta fare un giro per rendersene conto e apprezzarne la sua eterogeneità.

Di Sherwood si sentiva la mancanza, e tanti non vedevano l'ora che ricominciasse. Questa edizione ha preso il via nel migliore dei modi, ma bisogna ricordare che di problemi ce ne sono stati. Nello scorso autunno, in seguito alle solite "incomprensioni burocratiche", Sherwood doveva essere spostato, ridotto, profanato. La campagna di solidarietà lanciata sui social network guidata dall'hashtag #iostoconsherwoodfestival è diventata popolare tra addetti ai lavori e giovani, tra spettatori appassionati fino alle band che negli anni hanno calcato il palco e vissuto uno dei Festival indipendenti italiani più longevi.

Lo sforzo deve essere servito a qualcosa. Tutto regolare. La storia di Sherwood continuerà a essere scritta nei prossimi quaranta giorni. Per il bene di Padova e di tutto il territorio.

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<![CDATA[Intervista ai C'mon Tigre]]>
- Dopo aver visto il vostro live possiamo affermare che vi piace tenere un profilo basso anche sul palco. Dico anche perché basta scorrere il vostro profilo Facebook per vedere che con il pubblico vi piace condividere solo certi aspetti. Come mai questa scelta in un'epoca in cui tutti si spingono per diventare più "social"?
 
È una questione di priorità, a noi piace molto fare le cose, ci piace meno parlarne. Preferiamo dedicare tutte le energie possibili in questo senso, in un'epoca in cui tutti sovrapproducono e condividono anche le briciole è importante almeno dare tutto quello che puoi per far si che le cose che produci abbiano senso di esistere, e questo richiede molte energie. Stupido e anacronistico sarebbe negare l'importanza dei social network in questo momento storico, noi cerchiamo di usarli quando abbiamo effettivamente qualcosa da comunicare. La nostra è una scelta precisa, l'empatia con il tuo pubblico non può essere forzata da atteggiamenti innaturalmente confidenziali. Non parliamo mai di fatti personali, ne dissertiamo sui problemi del mondo, facciamo musica.
 
- Oggi che il mercato della musica è sempre più orientato ai servizi di streaming, quanto pensate possa influire nel prossimo futuro? Nello specifico come vedete la situazione in Italia, dove sappiamo che suonare in giro è già difficile?
 
Penso allo streaming come alla conclusione di un percorso in atto da decenni. Il p2p degli anni 2000 ci ha insegnato che si può ascoltare musica senza responsabilità, lo streaming elimina semplicemente la questione del possesso, rendendo accessibile in qualsiasi momento un brano cade la necessità di possederlo. Ci si appropria legittimamente della musica senza darle effettivamente un peso, in modo spesso totalmente gratuito. Questo tipo di processo credo abbia reso più curioso l'ascoltatore, perché riesce ad appagare un istinto in maniera fulminea, musica in qualsiasi momento e di qualsiasi tipo, e la cosa si alimenta come fosse fuoco, la cultura musicale si amplia per cui in senso lato Dio benedica lo streaming. Può essere uno strumento di conoscenza e di ricerca. Il rovescio della medaglia è però spiacevole, si comprano meno dischi, l'industria musicale di certo non ne guadagna. Producendo un effetto domino che banalmente conosciamo tutti. Questo perché ci si sente legittimati all’ascolto ma non si sente di dovere di pagare quello che si consuma.
Mi sembra continui ad esistere una forma di meritocrazia in tutto questo, perché se è vero che la bulimia musicale comporta spesso un ascolto più superficiale, si crea di contro una forma di rispetto per la musica che ti tocca nel profondo, spingendoti ad acquistare un disco. Più o meno quello che succedeva quando entravi in un negozio e chiedevi di poter ascoltare qualche disco, e se ti piaceva molto lo compravi. 
Per quanto riguarda l'Italia nel caso specifico non ti saprei proprio rispondere, noi crediamo fermamente che sia il momento di confrontarsi con un mercato internazionale. E che il mercato o meglio l'industria della musica italiana sia piuttosto limitata e limitante non è una novità. Sulla questione in particolare non ti so rispondere.
 
- Come vivete il suonare in studio e davanti a un pubblico? Siete soddisfatti del livello raggiunto o siete sempre alla ricerca del suono perfetto?
 
Personalmente il suonare in studio mantiene l'intimità in uno stato di grazia, sono momenti legati soprattutto alla composizione, quando percepisci l’esatto istante in cui un’idea si fa realtà. È uno dei momenti che preferisco in assoluto. Suonare davanti ad un pubblico è un atto performativo, la gente vuole vedere oltre che ascoltare e devi concentrarti su altre cose oltre alla musica. Direi che ci sentiamo benissimo in entrambe le situazioni.
Siamo molto soddisfatti del percorso fatto finora, il suono perfetto non arriverà mai se lo si tramuta in ossessione. Continueremo a cercare suoni, ma non quelli perfetti.
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<![CDATA[Bad Rana So Mi Night live report]]>

 

Il Pedro si infiamma

 

La serata al CSO Pedro parte alla grandissima con gli “Aberrazione” duo trash/death di recentissima formazione. I ragazzi spingono forte proponendo pochi brani ma buoni, simpatici e capaci sul palco accendono subito la serata con il loro sound che non si distacca troppo dal genere ma grazie ad una sua forma ridotta all'osso riesce ad essere innovativo e fresco. Gli Aberrazione ci sono piaciuti molto, tanto che abbiamo continuato a parlarne per tutta la serata e non vediamo l'ora di riascoltarli di nuovo magari incisi in uno studio album.

E poi la volta dei Rotten Tubes, tre membri tre storie ed un solo coro. Riescono subito a coinvolgere il pubblico ed a far apprezzare i loro brani, con un punk deciso e sperimentato senza risultare banali. Evidenti sono la passione e la dedizione della band che porta a termine la loro esecuzione senza intoppi e tra tanti applausi.

Salgono poi sul palco i DeathRain band di Padova, che ci investe con il suo “Punk” tanto vicino ad un heavy metal moderno ed un stoner metal molto spinto, c'è piaciuta soprattutto la scelta dell'italiano che se pur passato di moda è il metodo migliore per far arrivare un messaggio chiaro, prerogativa di ogni vera band punk. Nonostante l'ottima presenza sul palco e le capacità tecniche dei musicisti sono sicuro che la maniera migliore per gustarsi a pieno i brani dei DeathRain sia in una stanza buia con un bel paio di cuffie ed il volume al massimo, "questa è roba che deve entrarti nel cervello".

Durante l'attesa la mia attenzione viene attirata da una ragazza, vestita in pigiama da gatto, che si aggira tra la strumentazione... Non avevo idea di quello che mi aspettasse. Fanno la loro entrata i Charles Brigade band di Milano. Culi nudi, punk duro e testi forti sono i ricordi che rimangono più impressi di questa band, un sound ispirato ad un punk classico quasi primitivo ed ad un rock ancora più classico il tutto rimescolato in una miscela esplosiva.

Ultimi sul palco gli Evil Devil gli adulti della serata. Chiudono alla grande con uno Psychobilly molto punk, molto veloce per un spettacolo brevettato che non lascia delusi.


Capra Laser
Tratto da Musicrazy.net

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<![CDATA[UB40 live report]]>

Un concerto piacevolmente strano, tra grandi aspettative e poca attenzione.

Sabato 28 marzo è stata una data attesa da molti fan della musica reggae in chiave europea.
Sul palco del Gran Teatro Geox i giganti del reggae inglese hanno però deluso un pò le aspettative.

La formazione storica di Robin Campbell e Brian Travers, priva di Ali Campbell (Voce e chitarra), Astro (tromba) e Mickey Virtue (tastiere), è completata da Laurence Parry agli ottoni, Martin Meredith al secondo sax e Tony Mullings alle tastiere.

Il concerto ha inizio con qualche minuto di ritardo per far affluire il pubblico.

Dopo poco si intuisce che qualcosa non va: la voce di Duncan Campbell (in formazione dal 2008) è poco limpida ed il grandissimo sax di Travers si sente appena, nonostante egli sfoderi una grinta da ventenne e una quantità considerevole di sudore da schizzare addosso alla gente, che piace.
La prima metà della performance è quindi segnata da sguardi perplessi tra il pubblico e poco ballo.

Nella seconda parte, galvanizzati dai continui applausi del pubblico e dalla qualità dell'audio sistemata a puntino, esplode tutta la potenza dei fiati ed il timbro molto piacevole di Duncan, che con Red red wine fa chiudere gli occhi ai più nostalgici e gridare a tutta voce i più giovani. Nel finale la classica Can't help falling in love di Elvis è da brividi: curata, bella e toccante.

Lo spettacolo nel suo complesso è lineare ed orecchiabile, senza però particolari novità; forse è mancata quella cura in più nei dettagli scenografici e quel pizzico di malizia in più che necessitano i grandi del panorama rock per tenere il palco come si deve.

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<![CDATA[Fine Fame 01]]>

Sabato 6 Settembre è stata la serata di debutto di Fine Fame, nuova realtà Bolognese nata dall'intenzione di aggiungere una vibrazione più profonda e qualitativamente complessa alla già eccellente offerta danzereccia dell'amata città Emiliana.
Coerentemente a questi principi, l'organizzazione ci propone in questa prima data, niente di meno che il Live Act di Caribou, con tanto di band al seguito. E' la prima occasione in Italia per ascoltare dal vivo la loro ultima fatica, l'album "Our Love".

Il concerto si è svolto presso l’Estragon Club, all’interno del Parco Nord, in quei giorni in pieno subbuglio per la Festa del PD, che a Bologna assume dimensioni tali da sembrare un piccolo Sziget, senza isola e senza libertà, ma gremito dalle persone più disparate.

Al momento del nostro ingresso, sul palco, a lato degli strumenti già preparati per l’esibizione della band, stava suonando Marco Unzip. Il suo djset ci regala perle come Nices Wölkchen di Dj Koze feat. Apparat, oppure Ego, frutto della collaborazione tra Burial, Four Tet e Thom Yorke. L'imponente impianto audio fa il resto, permettendoci di apprezzare le più sottili vibrazioni di questa perfetta apertura di serata.
Non appena le luci si spengono, lasciando presagire l’imminente ingresso in scena di Caribou e la sua band, il pubblico comincia a raccogliersi sotto al palco trepidante. Al suo esordio sul palco, a ritmo del frizzante intro di Leave House, si scatenano le danze.
Quello a cui assistiamo è uno spettacolo che è da gustare tutto d'un fiato. Tra eccezzionali passaggi di doppia batteria, le due tastiere personalizzate di Caribou e tutti gli altri strumenti che continuamente tira fuori dalle tasche, il concerto fila alternando brani vecchi e nuovi, toccando tutti i successi della band e soddisfando ogni aspettativa.
A contribuire alla riuscita del concerto è anche anche un eccellente Light Design, creando per ogni canzone situazioni ed ambientazioni diverse. Sappiamo bene come questi aspetti siano altrettanto importanti nel determinare la qualità di un evento. Il live giunge al termine tra i grandi applausi da parte del pubblico, soddisfatti di aver risentito dopo quattro anni Caribou a Bologna.
Poco dopo nel palco giunge Floating Points, che ha il difficile compito di continuare la lunga nottata a suon di vinili. Di lui apprezziamo il ritmo suadente e danzareccio, e lo stile nei mix. Con l'avvicinarsi dell'alba le sonorità cominciano a regredire, e finiamo nel ritrovarci immersi negli anni '80, ma poi Floating Points sa tornare al presente con altri interessanti vinili.
Noi ci accingiamo al ritorno, portando con noi il ricordo di un concerto sensazionale e la voglia di un' altro Fine Fame.

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<![CDATA[Apart #01 Italian premiere live report]]>

"Synthesizers are the sound of the future" Giorgio Moroder said.
Imagine a remote galaxy, in a future civilization, tinted in aliens colors and surrounded by new sabstracts sounds. Sounds never heard before, but at the same time soo familiar.
Look at the stars if you can, press play on the track below and let your imagination start. What we're telling could came from there, or from the more recent past.

Apart #01  took place on Tuesday August 26. The newborn International Festival of Electronic music, curated by Pas-E Association,  was held in the beautiful frame of the Venetian theatre Palazzo Grassi. We had the occasion to assit at the premeiere of the last venture by Morphine Records label.

We will try to make you a description of the event, trying to convey the feelings and the sounds perceived.


The theater falls silent. Rabih Beaini aka Morphosis is opening the show, with his performance at the modular synthesizer. Everyone relish the flow of sounds, which blend together in irregular rhythms, evolving, creating the atmosphere for what will follow.
A final deep and rustling echo, and then the silence, only broken by the well-deserved applause for Beani.

The lights goes off, leaving just the time to see the auditorium, which quietly, in the meantime, has filled of peoples.

Charles Cohen takes his place on the stage. In front of him, enclosed in a blue case full of electrical wires, his instrument, one of the last fully functional Buchla Music Easel synthesizers.
With slow and precise actions, plunged in the semi-darkness, Charles turn on one by one the electrical circuits, as following a ritual repeated every day for decades . Cohen's improvisation is pure spectacle, in it's most essential and pure form.
As the firsts rhythms and melodies arises from the instrument, the atmosphere around becomes magic, transporting the audience in a journey through electronc forests and waterfalls, distant galaxies whit their cosmic echoes, primordial rhythms and chants of copper and silicon birds.
Charles is able to skillfully play with the rhythm, chenging it on the go, sometimes sitting it aside for minutes, in long pauses where acute and abstracts sounds breaks rustling and pulsing silences, but he proves to remain firmly anchored to the rhythm making it gently re-emerge.
A overwhelming musical ecstasy flows between the public for the entire Charles's performance.
Applauses and then silence again. Charles takes apart in the side of the stage, lefting space to Upperground Orchestra.

The collective of musicians, consisting of Thomas Cappellato, Alvise Seggi and directed by Rabih Beani surprises for the original approach to the instruments. With their free-jazz virtuosities they sets the frame for the abstract sounds improvised by Rabih at the synthesizer. The jam session becomes complete when Charles, surprisingly, comes back on his Buchla Synthetizer and joins it. One last half-hour of compelling rhythm, which at times makes you want to get up from your seat and dance, and the evening ends in a full success.

The young organizers of the event reassure us, there will be other Apart. Considering the quality of this first edition, we can certainly expect big surprises.

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In this age where information travels fast and the fame can be reached even at a very young age, someone like Charles Cohen almost risked to pass unnoticed.
It is thanks to the careful Rabih Beani aka Morphosis, label manager and composer of Morphine Records, that we can now listen to his works.
Cohen began his career as a composer in 1969, becoming a pioneer of the Buchla Music Easel, a rare synthesizer produced in very few copies by Don Buchla in 1972.
He works primarily for theater and ballet, preferring unrecorded live improvisation as reserch of the maximum freedom of expression, without commercial compromises.
This radical approach has brought to remain outside the public radar, until Rabih asked him to publish for his label the collection "A Retrospective of Early Works 1978-1989", in which Charles's work gets the right attention.
Morphine also print a remix of "Dance of the spiritcatchers"  by the hand of Rabih itself, a song which in its original version of the '79 anticipates the Techno revolution of the 80s. Now that the hard work of Charles has the recognition which deserves, it has become a part of the legend of electronic music.

Rabih Beani, aka Morphosis, borns in Lebanon and moved in Veneto in '96. He is a experimenter, suspended between free-jazz improvvisation and underground techno. His rafinated and ecentric musical taste soon collides with a local music scene that leaves little space for everything outside the guaranteed profits from pop music. To excape from this profits-based sistem, and to reamedy the non-knownoledg disease, he founded with Stefano Boatti the label Morphine Records. Morphine borns to be a refuge from external influences and to promote new ideas, music and collaborations. From birth till nowdays, Morphine records continues to realize these ideals, raising the quality of production and printing masterpieces as this collection of Charles Cohen's works.

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<![CDATA[Apart #01 Italian premiere live report]]>

"I sintetizzatori sono il suono del futuro" affermava Giorgio Moroder.
Immaginate una galassia lontana, in una civiltà futura, tinta di colori alieni e avvolta da suoni nuovi, astratti, mai sentiti prima, ma allo stesso tempo familiari.
Se ne avete la possibilità, guardate le stelle, premete play nel brano seguente e lasciate andare la vostra immaginazione. Quello che stiamo per raccontarvi potrebbe arrivare proprio da lì, oppure da un passato più recente.


Martedì 26 Agosto si è svolto Apart #01, neonato Festival internazionale di musica elettronica curato dall'associazione Pas-E. L’evento si è tenuto nella straordinaria cornice Veneziana del Teatrino di Palazzo Grassi dove si è potuto assistere al debutto dell'ultima eccellente impresa firmata Morphine Records.

Proveremo a farvi una descrizione dell’evento in tempo reale, cercando di trasmettervi le sensazioni, ed i suoni percepiti.


Nel teatro scende il silenzio. Ad aprire la serata è Rabih Beaini aka Morphosis, al sintetizzatore modulare. Tutti assaporano il fluire dei suoni, che si fondono assieme in ritmi irregolari, in continua evoluzione, creando l'atmosfera per ciò che seguirà.
Un ultimo eco profondo, frusciante, e poi il silenzio rotto solo dai meritati applausi per Beani.

Le luci si spengono, lasciando appena il tempo di intravedere l'auditorium che silenziosamente, nel frattempo, si è riempito.

Charles Cohen sale sul palco e prende posto. Davanti a lui, racchiuso in una valigetta azzurra gremita di cavi elettrici, il suo strumento, uno dei pochi sintetizzatori Buchla Music Easel perfettamente funzionante.
Con gesti lenti e precisi, immerso nella semioscurità, mette uno dopo l'altro in tensione i circuiti, come seguendo un rituale che da decine d'anni ripete ogni giorno. L’improvvisazione di Cohen è puro spettacolo, nella sua forma più essenziale e pura.
Man mano che dalla valigetta scaturiscono i primi ritmi e melodie l'atmosfera attorno si fa magica, trasportando il pubblico in un viaggio tra foreste e cascate elettroniche, galassie lontane con i loro echi cosmici, ritmi primordiali e canti d'uccelli dal ventre in rame e silicio.
Charles riesce a giocare abilmente con il ritmo, lo modifica in corsa, a volte sembra metterlo da parte per interi minuti, in lunghe pause dove suoni astratti ed acuti spezzano silenzi fruscianti e pulsanti, ma dimostra di rimanervi saldamente ancorato nel farlo sempre riemergere, soavemente, a suo piacimento.
Una travolgente estasi musicale che scorre tra il pubblico senza cognizione del tempo.
Silenzio, e poi applausi. Charles siede sul lato destro del palco e lascia il posto ad Upperground Orchestra.

Il collettivo di musicisti, formato da Tommaso Cappellato, Alvise Seggi e diretto da Rabih Beani stupisce per l’approccio originale agli strumenti, che con i loro virtuosismi free-jazz incorniciano i suoni più astratti improvvisati da Rabih al sintetizzatore. La jam session diviene completa quando anche Charles, a sorpresa, torna sulla sua valigetta azzurra per unirvisi.
Un ultima mezz'ora dal ritmo coinvolgente, che a tratti fa venire voglia di alzarsi dalla sedia per ballare, e la serata si conclude in un pieno successo.


I giovani organizzatori dell'evento ci rassicurano, come lasciava ad intendere l'hashtag #01, seguiranno altri Apart, da cui, vista la qualità di questa prima edizione, possiamo certamente aspettarci grandi sorprese.

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In quest'epoca in cui l'informazione viaggia veloce e la fama si raggiunge anche da giovanissimi, un personaggio come Charles Cohen rischiava quasi di passare inosservato.
Ma è proprio grazie all'attento Rabih Beani aka Morphosis, label manager e compositore della Morphine Records, che dobbiamo la ribalta di un personaggio come Charles; egli, infatti, cominciò la sua carriera di compositore nel 1969, diventando un pioniere del Buchla Music Easel, un raro sintetizzatore prodotto in pochissimi esemplari da Don Buchla nel 1972.
Lavora principalmente per il teatro ed il balletto, preferendo l’improvvisazione live non registrata.
La scelta di rinunciare alla pubblicazione dei suoi lavori è una ricerca della massima libertà espressiva, senza mai scendere a compromessi commerciali.
Questo suo approccio radicale lo ha sempre portato a rimanere al di fuori del radar pubblico.
Tutta la produzione di Charles rimane dunque inedita, fino a quando Rabih lo contatta per pubblicare per la sua etichetta la raccolta "A Retrospective of Early Works 1978-1989", in cui il suo lavoro decennale ottiene la giusta attenzione.
Morphine stampa anche un remix, per mano di Rabih stesso, di "Dance of the spiritcatchers", brano che nella sua versione originale del ‘79 anticipa la rivoluzione Techno degli anni ‘80.
E' così che il duro lavoro di Charles finalmente raggiunge il riconoscimento che merita, proiettandolo immediatamente nella leggenda della musica elettronica.


Rabih Beani, in arte Morphosis, di origini Libanesi, si trasferisce in Veneto nel ‘96. Sperimentatore visionario, sospeso tra l’improvvisazione free-jazz e la techno più underground, si scontra presto con un panorama musicale locale che lascia poco spazio all’eccentricità ed alla raffinatezza dei suoi gusti musicali. Per sfuggire ad un contesto dominato dalle logiche del profitto e porre rimedio alla malattia della non-conoscenza, fonda assieme a Stefano Boati la Morphine Records, con l’intento, come lui stesso ricorda in un’ interessante intervista rilasciata ad Electronique.it, di “Rifugiarsi in un mondo sotterraneo che potesse dar riparo da influenze esterne e favorire il germogliare di nuove idee, musica, collaborazioni”.
Dalla nascita ad oggi, Morphine records continua a realizzare questi ideali, innalzando la qualità delle produzioni e stampando capolavori come quest’ultima raccolta di lavori di Charles Cohen.

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<![CDATA[Alex Britti Live Report]]>

A volte capita che vai ad un concerto con alcuni pregiudizi e poche aspettative.
A volte capita che torni a casa pensando che si può cambiare idea.

Le due ore di concerto di Alex Britti sono passate veloci, due ore di buona musica e armonia che riescono a lasciarti un senso piacevole di leggerezza.

Alex Britti è uno di quei musicisti onesti e molto preparati tecnicamente che può riuscire a sorprenderti.
La scenografia del palco è essenziale, familiare, arredata da un pianoforte e moltissime chitarre, una diversa dall'altra, dall'acustica alla classica, dall'elettrica alla steel guitar.
E "visto che c'è la tecnologia, utilizziamola", ecco che a completare il quadro ci sono vari strumenti campionati che serviranno all'artista a sentirsi meno solo.

Appunto, perché quello che ti sorprende è che durante tutto il live, non ci saranno  altri musicisti oltre a lui in quel palco così grande; Alex, però, riesce comunque a riempirlo con quella sua voce sempre intonata, alternando la potenza alla delicatezza, e con il suono perfetto della sua chitarra che ti sbalordisce quando sembra che ne stia suonando più di una contemporaneamente.

Puntuale, alle 21.30, Alex Britti entra in punta di piedi, intonando la celebre Gelido, scalda il pubblico e si scalda lui. Da lì in poi, con una certa timidezza nella continua ricerca d'interazione col pubblico, esegue un pezzo dopo l'altro, utilizzando tutte le chitarre presenti, accompagnato da alcuni video minimali alle sue spalle e sedendosi in un salottino come se noi fossimo i suoi ospiti e lui, l'amico musicista, intrattenitore di una serata molto particolare.

La scaletta ripercorre tutta la sua carriera, dai pezzi più blues a quelli pop, o più rock 'nroll, intervallati da racconti e aneddoti vari, come quello di Sanremo. 

Era il 2003 e Britti presentava 7000 caffè. E, da bravo musicista qual era, pretendeva di iniziare la canzone con un intro di assolo di chitarra di ben 10 minuti.
Cosa azzardata ed insolita alla kermesse più celebre d'Italia, tant'è che gli fu negata..

Ma ancora oggi, dopo quasi undici anni, il bruciore di quel divieto, il fastidio di non essere stato capito e apprezzato, non è riuscito a levarselo di dosso, sentendosi in "dovere" di suonare quel pezzo, tanto studiato e amato, ad ogni suo concerto, per non lasciarlo solo un brutto ricordo.

Durante il live, c'è spazio anche per un toccante omaggio a Stefano Rosso - gli occhi dei bambini - e per la canzone a richiesta, Lo zingaro felice, che il pubblico del Geox, a gran voce, intona.

Si torna a casa ripensando alle parole di Alex, la sua umiltà nel dire che lui era ed è un musicista ed è stato solo un caso, sembra giustificarsi, se poi è diventato, all'improvviso, un cantautore.

scaletta:

Gelido
Prendere o lasciare
Come chiedi scusa
Piove
Esci piano
Milano
Lo zingaro felice
Gli occhi dei bambini
Nomi
Perché mi vuoi
Bene così
Una su un milione
7000 caffè
Oggi sono io
La vasca
Baciami (e portami a ballare)
Solo una volta

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<![CDATA[Hai paura del buio? Afterhours live report]]>

Questa storia termina il 21 marzo 2014. Gli Afterhours salgono sul palco fortemente acclamati da un caldissimo Estragon, fanno un lungo show e scendono dal palco.

Tutto finito? Non sembra. L’emivita del farmaco Hai paura del buio? è piuttosto lunga, come l’attesa del pubblico in sala che, tra una nota di musica classica e il vociare, fischia e urla ad ogni movimento su quel palco del quale sono al fianco, vicino a una scaletta dalla quale sbirciare, privilegiato, tutto quello spettacolo.

Il serpentone umano lì fuori non accenna a diminuire, al contrario della capienza di un Estragon che, come in pochissime occasioni, appare allo stesso tempo troppo piccolo e troppo grande per quel popolo pronto ad abitarlo per poche ore.

Si apre la porta del backstage e tre degli attori protagonisti entrano rapidamente verso la zona dei camerini, non faccio a tempo a riprendermi dall’abbraccio di Emidio Clementi che, evidentemente, non si è fatto sfuggire un evento così atteso quando, frettolosamente, giungono le 22:35 e davanti a noi, allineati al muro delle stanze dei bottoni dell’Estragon per non disturbare, salgono sul palco loro, co-protagonisti delle loro canzoni.

Credo di aver intravisto lo spettro di un Pirandello che, beffandosi di noi che attendiamo schiena al muro un improbabile plotone di esecuzione, ci degna di un Questa sera si recita a soggetto. Già conosciamo parte della trama, un po’ grazie a chi ha visto la data-zero e molto grazie al concept stesso, ma non abbiamo ammesso spoiler a questo banchetto.

I suoni di Hai paura del buio? rompono quel silenzio di là della transenna e il sold out della sala emette lunghe vocali di approvazione. Parte 1.9.9.6. e non c’è un Bennato ad alterarne il testo, quanto un Agnelli in perfetta forma a recitare un testo-simbolo di chi negli anni ’90 ha scelto la sua strada in direzione di una band.

Il suono è grande, grosso e fa un po’ di paura, seppure il buio venga puntualmente squarciato da un impianto-luci mai visto così potente su un palco della band lombarda, e mentre varco il confine delle transenne per iniziare il mio percorso a ostacoli verso il bar opposto mi chiedo se sia in effetti più maestoso e forte quel buio o quella luminosità. La formazione non è la stessa, anche se Iriondo sembra uscito da una macchina del tempo, ma il suono è maestoso, ruvido e potente come quasi 20 anni fa.

C’era motivo per non aspettare il ventennale?
Ci sono cose durate 20 anni che fanno molta più paura (e danni) del buio.

Male di miele dà forti colpi di pettine a tutto il pubblico, le cui urla sembrano non avere un limite apprezzabile da un comune fonometro. Ciò che non sembra essere fonte di timore è la forza della voce di Manuel dal palco, nemmeno nella difficile Rapace. È nella mistura di Elymania che riesco a trovare la lucidità, levigata da un vodka-lemon, di osservare come la band stia eseguendo perfettamente questa specie di “copione”, non come marionette ma con un’ottima attitudine da palco.

Pelle lascia spazio a facce che si scontrano tra le lingue o combinazioni occhichiusi - sguardoalsoffitto - ripresadasmartphone - schermoacceso per chiamate, registrazioni vocali, messaggi che forse non saranno mai inviati, ma a smontare ogni servitù della gleba del pubblico parte una tiratissima Dea. Senza finestra e Simbiosi rallentano e allentano la tensione, preparando il terreno per una Voglio una pelle splendida che, per una volta, non fa la primadonna.

La sensazione è quella di devozione verso un disco. Una certa forma di snobismo latita tra il pubblico per emergere solo nel momento dei “singoloni”, ma anche i più burberi e altezzosi non riescono a fare a meno di cantare. Qualcuno è annoiato dai cori, ma passa subito. La temperatura all’interno dell’Estragon, nel frattempo, sale ancora.

È giunta l’ora di tornare al bar, e lo strumentale dell’inizio di Terrorswing sembra aver invitato non solo me a distogliere solo per un attimo lo sguardo da quel palco - luna park dei sentimenti.

Terminata la coda, Lasciami leccare l’adrenalina riporta l’anarchia tra un pubblico che, fermo solo nella parte di coda, contribuisce ad evocare sotto forma di condensa quella nebbia padana dalla quale non riusciamo a staccarci nemmeno noi.

Punto G e Veleno emozionano e fanno saltare corde vocali, recuperate solo nel momento di parlato per essere poi devolute al vicino di posto in forma detraibile. A placare gli animi una Strichinina di Come Vorrei, prima di Questo pazzo pazzo mondo di tasse che, a dispetto del nome, non sembra agitare gli animi di una zona che qualche bluff da web vorrebbe “eletta” nell’immaginario collettivo.

Anche Musicista contabile permette all’acido lattico di smettere di rubare la scena al divertimento, ma la guardia è alta, quasi come la potenza di Sui giovani d’oggi ci scatarro su e le parole sussurrate di Mi trovo nuovo di un pubblico che teme l’avvicinarsi della fine.

È il momento di un break, ma nessuno vuole credere che un disco che continua a parlare conduca a una conclusione così vicina.

Un cambio d’abiti rapido, ma che sembra lunghissimo, e gli Afterhours risalgono sul palco vestiti da donne, ciò che però portano è una grandissima ondata di Germi, seguita da Siete proprio dei pulcini e Plastilina.

Un secondo break porta per le strade della zona, da Spreca una vita a Costruire per distruggere, da Io so chi sono alla title track che ha riabilitato, seppur in campo ristretto, il termine Padania in molte teste.

Un bis con Televisione chiude tutto, come nella realtà.

Mi perdo nel dietro le quinte e mi sento il protagonista di quello spot di preservativi che terminava con Warning: the feeling may last over 48 hours. La musica è riuscita dove la vodka ha fallito, e la band entra in una sala parzialmente svuotata mentre il dj spara cannonate rock e non degli ultimi 20 anni, per brindare con il pubblico e fare due chiacchere.

Forse, a voler cercare il pelo nell'uovo, avrei scambiato idealmente il blocco di Padania con quello di Germi, per far ricaricare le pile del pubblico e farle esplodere con la sorpresa di un primo album in Italiano mai abbastanza celebrato.

Siamo tutti felici, ebbri di musica e ricordi, immersi nel fumo dei disobbedienti e facili al brindisi. Appagati, pienamente, da un live che era necessario. Non arrivato troppo presto, non marchetta, non meramente celebrativo, non con una sfilata di ospiti: guaritore, decisamente guaritore. E non dai Germi in sette note.

Questa storia comincia il 13 dicembre 1997, quando a seguito di un diverbio, mi perdo quasi metà concerto di “Hai paura del buio?”.

Tanto di cappello al turno di recupero.

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<![CDATA[Brunori Sas Live Report]]>

Eeeh Lailalalalà… Eeeeh io che pensavo che fosse dedicata solo a me. In fondo siamo tutti sensibili a sprazzi gratuiti di romanticismo, e con Brunori è un po’ “ti piace vincere facile?”.

Poi ti svegli quando ti dicono “E’ ormai certo che la sillabazione del tuo nome sia il leit motiv dei ritornelli di tutte le canzonette”. La magia si rompe ed inizi a pensare: canzonette?!
Permettetemi questa piccola digressione personale per tornare alla realtà. 

Qualche anno è ormai passato dai primi due volumi ricolmi d’amore e di stelle (soprattutto) ed ora, che lo rivedo, mi accorgo di essere di fronte ad un cantautore indipendente dotato di ironia e sentimento molto più adulto di quanto si pensi ascoltando il suo disco o mettendo su una playlist su spotify.

Magari ci mette pure un po’ del suo, scherzando tra una mancanza di fiato e l’altra (uno che si vuol fare il cammino di santiago in taxi non potrà mica avere tutta sta resistenza…) ma no, non è uno spirometro quello che ha davanti, bensì un microfono usato magistralmente, qui al Geoxino “la sala che traspira”.

Poesia e voce gasano il pubblico spaziando tra un vol. e l’altro come le sue Canzoni fossero tutte vissute da tutti nel preciso istante in cui vengono cantate.

Certo la botta di passione (e di limoni) arriva con i grandi classiconi riarrangiati “Italian dandy”, “Nanà”, “Fra milioni di stelle” e immancabile in chiusura “Rosa”.
Bravo Dario, brava Simona Marrazzo e brava tutta la Sas. 

Un “Mambo reazionario” a tutti e con un “Pornoromanzo” “…vattene a letto e dormici su”. Notte.

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<![CDATA[Editors live report]]>

Un'ora e 45 minuti. Tanto dura la performance degli Editors nella loro data di Bologna. 

Unica ora e tre quarti (al momento) per la band di Birmingham nel bel paese.
Esportatori dall'inizio degli anni zero di quella cosa chiamata indie rock, gli Editors si presentano al pubblico nostrano durante il tour per la loro ultima fatica discografica, The weight of your love.

Strano destino quello degli Editors, in particolare quello del cantante Tom Smith, ennesimo e forse unico vero erede morale del fin troppo compianto Ian Curtis. Ma questa è una storia vecchia, trita e contrita. Pare che non ce la facciano proprio a scrollarsi di dosso questo genere di paragoni, infatti l'ultimo li vede avvicinati addirittura agli U2. Ma tant'è.

Comunque il cambio formazione avvenuto con l'abbandono da parte dello storico chitarrista Chris Urbanowicz, individuo che ha indubbiamente imposto la cifra stilistica del gruppo d'oltremanica, ha prodotto un ennesima ed inevitabile svolta artistica. Dopo l'elettronica imperante del penultimo disco, In this light and in this evening, ecco una nuova virata verso atmosfere meno sintetiche ma più "organiche".

La curiosità di sapere come suonerà dal vivo quest'ultimo lavoro è tanta, nonostante sia maggiormente fan delle prime produzioni della band d'oltremanica. Prediligo la loro tendenza al groove, al “tiro” espresso nei primi due dischi, nonostante T.W.O.Y.L sia un'ottimo prodotto, sicuramente all'altezza delle aspettative.

Oltretutto il cambio di location, dal Paladozza all'Unipol Arena per motivi di capienza, fa intuire quanto e come Smith e soci stiano preparandosi ad un plausibile salto da band da club/palazzetto (concedetemi il termine) a "gruppo da stadio/arena". Con buona pace dei puristi.

Fiammate alte due metri accolgono in maniera estremamente Ramnesteiniana l'ingresso della band, destando non poca perplessità per altro (ma che ci pigliano gli Editors con il fuoco?), che avvia le danze suonando una Sugar piacevolmente aggressiva nella veste live

Segue a ruota Someone Says, tratta dal disco d'esordio The back Door. il mood risale, il fonico aggiusta il tiro. Smith e compagni si scaldano e di conseguenza il pubblico s'accende. L'inizio è di quelli furbetti, di quelli che accontentano tutti. Soprattutto chi come me si aspetta una set list di una certa intensità pur apprezzando le sfumature più soft e cantautorali del gruppo.

Ed infatti fortunatamente Munich, irrompe sulla scena. Da qui in poi, per tutta la prima ora della performance, il gruppo si esibirà in un sapiente ed apprezzatissimo alternarsi tra le varie canzoni offerte dalla loro discografia, passando per i maggiori successi che ne hanno caratterizzato la storia sino ai pezzi dell'ultimo disco che si riveleranno essere un'assoluta sorpresa per l'efficacia con cui vengo interpretati dal vivo. Forse appunto, quest'ultimo è stato più pensato come disco da live performance.

An End Has a Start
, Formaldehyde, Lights, Bullets, The Racing Rats seguono interrotte solamente da un piccolo problema ad una chitarra e dai “Gretzie” di un decisamente cortese Tom Smith, che pareva assieme al bassista Russel Leetch divertirsi molto, non riuscendo mai stare fermo (si metterà in piedi sul coperchio pianoforte mentre un Leetch tarantolato anima le folle come farebbe uno scafato operatore di un villaggio turistico) e senza esimersi dall'esibirsi in pose quanto mai particolari.

Il flusso sembra condurre verso un inevitabile climax, Eat Raw Meat = Blood Drool cupa ed elettronicissima mostra le latitudini raggiunte dai nostri nel precedente disco, donando una sfumatura diversa alla performance, quasi alla Depeche. Sempre a 100 all'ora.

Ton of Love, cantata all'unisono dal pubblico pare quasi battere in termini di gradimento e partecipazione le successive Bones ed Honesty.

E qui la prima parte del live si concluderà, mantenendo un standard elevatissimo, coerente nella scelta della scaletta ed esaltando le doti del cantante, che si confermerà uno dei migliori frontman in circolazione.

Sarà durante l'encore che la band regalerà la solita, per così dire sorpresa. Smokers Outside the Hospitals door in coppia Con Nothing, pezzo ad ora non registrato, reperibile solo nei contributi dal vivo della band. Pensato, studiato e furbescamente voluto ad unico appannaggio dei fruitori dei live show. E sarà pur sempre la solita nothig, con quest'aura pseudo feticista che la circonda, vista l'irreperibilità fisica della stessa, ma qui forse gli Editors raggiungono il picco della serata.

Il commiato arriva con una lunghissima versione di Papillon, regalando purtroppo, una gran botta d'adrelina ai presenti. A mio modesto avviso caricare la platea in questo modo per poi andarsene, non è proprio un bel gesto, ma per quasi 10 minuti il pavimento dell'arena vibrava per effetto dei salti del pubblico e devo ammettere che come arrivederci non è stato così male.

La sensazione alla fine è che forse veramente questi Editors siano pronti per il salto di categoria. Riflettendo sulla performance appena conclusasi, il paragone con gli U2, può forse starci. Smith è indubbiamente uno dei migliori performer in circolazione, la discografia della band vanta già inni da stadio e ballate da smartphone.
Personalmente, vorrei esserci, se e quando questo stadio arriverà.

SETLIST

Sugar 
Someone Says 
Munich 
An End Has a Start 
Formaldehyde 
Lights 
Bullets 
The Racing Rats 
A Life as a Ghost 
Eat Raw Meat = Blood Drool 
All Sparks 
In This Light and on This Evening 
Bricks and Mortar 
A Ton of Love 
Bones 
Honesty

Encore:

Camera
Smokers Outside the Hospital Doors
Nothing
Papillon

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<![CDATA[Moderat Live Report]]>

Il 22 febbraio l’Alcatraz di Milano ha ospitato l’unica data Italiana di Moderat, e se ve la siete persa la potete ammirare adagiata in un letto di Sold Out a questo link.

Ventisei concerti in due mesi con una partecipazione da far invidia ai compleanni di Kim Jong-iI sono un indizio del fatto che il loro ultimo album II, uscito dopo 4 anni dal precedente, non ha tradito le aspettative.

Moderat rappresenta la fusione lessicale ed artistica fra ModeSelektor (Sebastian “Charlie” Szary e Gernot Bronsert) ed Apparat (Sascha Ring), artisti di spessore indiscusso quando presi singolarmente, Supersayan della musica elettronica in questa formazione.

Il concerto era stato inizialmente organizzato ai Magazzini Generali a Milano, a settembre 2013, ma a quanto pare tutto l’hype che circonda questi tre ragazzi non li rende invulnerabili, e così Apparat pochi giorni prima del concerto si è procurato diverse fratture in un brutto incidente in moto, il tour è stato rinviato al 2014, e il concerto dai Magazzini Generali (evidentemente in difficoltà a gestire l’enorme richiesta di biglietti) è stato spostato all’Alcatraz. Nonostante l’aumentata capienza, il sold out è rapidamente calato sull’esibizione.  

La connotazione dello show, e più in generale l’impostazione che viene data al tour è quella tipica di una band, se non altro per due particolari: si suona prestissimo (dalle 21.15 alle 22.45 in questo caso) e le canzoni sono separate tra di loro. (Da ora parleremo quindi dei Moderatal plurale) Una rapida occhiata fra la folla basta a rendersi conto che il pubblico dei Moderat non è del tipo  “torno a casa a fine concerto e mi bevo un latte caldo”, e infatti l'organizzazione è stata previdente: il biglietto consente l’entrata all’Alcatraz e ad una successiva serata Techno al Dude, a svariati chilometri di distanza, con tanto di esibizione di (fra gli altri) ModeSelektor. L'idea funziona al punto che più o meno tutti i presenti decidono di percorrere la distanza che separa i due locali, ignari del fatto che il secondo è molto più piccolo del primo e li conterrà tutti in cambio di un grosso sacrificio in termini di aria respirabile.

I live dei Moderat sono sempre stati supportati da un massiccio utilizzo di visual di altissima qualità e per questo tour non c'è da rimanere delusi: la scenografia è incentrata in un sistema di schermi che definirei semitrasparenti (le luci se necessario li trapassavano) a formare una sorta di x alle spalle dei musicisti, con alcuni proiettori in posizioni strategiche, credo per dare a chi sta di fronte al palco un' idea di tridimensionalità delle immagini risultanti... Ad ogni modo, una cosa complicata e ben riuscita. Un video random della serata su youtube lo può facilmente dimostrare.

Non è scontato capire chi fa cosa nell'esecuzione dei pezzi dei Moderat, tranne quando Apparat canta. Questa intervista può chiarire un po' le idee: i tre si spartiscono un rispettabile set fatto di sintetizzatori, effetti, computer, drum machine, Ipad (...) e mixer, Sascha si occupa maggiormente della parte melodica, Gernot è l'ingegnere della squadra e si occupa della gestione dei messaggi midi e delle sequenze, Sebastian è il terminale che riceve segnali dai due, lavora i suoni e crea beat. Quanta percentuale di ciò che si ascolta sia imputabile ad un effettivo lavoro umano in diretta e quanta sia invece in memoria di Ableton è una domanda che perseguiterà tutti i gruppi di questo tipo per i secoli a venire, ma probabilmente è anche poco importante, poiché il risultato è  eccellente. Le variazioni sulle strutture originali dei pezzi sono poche, ma sufficientemente sottolineate da risultare una parte importante dell'esecuzione, i sintetizzatori risultano più coinvolgenti che nel disco e in generale l'idea è di assistere ad un'interpretazione a suo modo unica dei brani. Di certo c'è che non vorrei essere nei panni del tecnico che deve risolvere la situazione quando nel bel mezzo del concerto “qualcosa non funziona” dalle parti di Apparat. Per qualche minuto il concerto si interrompe, un po’ di imbarazzo irrompe sul palco, ma il problema viene individuato e rapidamente risolto. A conti fatti questo risulta essere l'unico intoppo patito dai tre durante la serata.

L'esordio dello show è per This Time, dal nuovo album, col pubblico che non mostra la benché minima diffidenza e festeggia in ogni angolo, gremito, del locale; il battesimo di fuoco della band arriva però con il secondo  brano, New Error, colonna portante del primo disco, canzone molto attesa al varco alla prova (superata) dei bassi, almeno a giudicare dalla quantità di telefonini alzati durante l'arpeggio iniziale. A onore del vero, questa non è una scena di cui il pubblico dovrebbe andare fiero.

La scaletta comprende un totale di circa quindici brani, ed è con tutta probabilità questa (potrebbe esserci qualche differenza, ma ci somiglia molto). L'esibizione non dura quanto la maggior parte del pubblico si aspetta, dopo un'ora e mezza finisce il bis, le casse sono spente e ci sono parecchi siparietti comici che vedono persone  assiepate sotto il palco perplesse di fronte agli addetti alla sicurezza, cortesi ma piuttosto risoluti, che le invitano ad uscire, cosa peraltro impossibile visto che la coda per il guardaroba è titanica ed inevitabile. Ho il vago sospetto che tanta fretta di avere la pista libera nasconda qualcosa, ed infatti.

In definitiva Moderat  si dimostra una formazione che affronta a testa altra il peso del meraviglioso album di debutto, e lo fa portando in scena uno spettacolo (ed un album) che punta su quelli che sono stati i punti di forza in passato, senza che il pubblico lo percepisca come un ripetersi. 

E' ragionevole pensare che gli unici ostacoli che si potranno mai frapporre fra questi tre artisti e un'eccezionale carriera assieme saranno le eccezionali carriere dei singoli individui.


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<![CDATA[Bobo Rondelli e l’Orchestrino Live Report]]>

“Facciamo una canzone triste, cosi potrai dire: stavo male, ma ho visto lui che sta peggio di me"

Bobo Rondelli

Io l’ho incontrato una domenica pomeriggio, alle sei di sera al centro Culturale Candiani di Mestre, e, effettivamente, stava peggio di me. Parlava e cantava rivolto a una tenda dal drappo rosso, la sua unica prospettiva data la disposizione del palco: ai suoi lati, le platee con il pubblico; Bobo e l’Orchestrino al centro, di fronte all’uscita di sicurezza coperta da una elegantissima tenda rossa. Bobo non può fare a meno di guardarla. Se ne innamora quasi, ma, ve l’ho detto: sta peggio di me.

E comunque dietro, nascosto da quello che sta peggio di me, ci sono Dimitri Grechi Espinoza (sax alto e tenore, arrangiamenti), Beppe Scardino (sax baritono), Filippo Ceccarini (tromba), Tony Cattano (trombone), Daniele Paoletti (rullante), Simone Padovani(cassa), Fabio Marchiori (melodica).
Il teatro, la tenda, la malinconica allegria di Bobo ci hanno fatto sentire coinvolti e partecipi di un concerto strepitoso e divertente.

Cantautore, attore e performer livornese tiene compagnia ad un pubblico entusiasta per più di un'ora e mezza ,con canzoni come "Disperati, Intellettuali, vitelloni" , "dal Balcone", "Fiore nell'asfalto" e "Paranoid Song".
«A Famous Local Singer» è il suo nuovo disco, uscito lo scorso giugno, lavoro ritmico e poetico nato dall’incontro con la brass band l’Orchestrino di cui fanno parte alcuni noti jazzisti italiani.

E' strano come in una domenica grigia di febbraio, in una città come Mestre, che La Spezia a confronto sembra New York, ascoltando un cantautore malinconico, accompagnato da un’Orchestrina, si possa in qualche modo essere felici.
Grazie Bobo. Grazie Orchestrino. E, già che ci siamo, grazie anche a Mestre: è triste, sì, ma si trova parcheggio.

Chiudo con una poesia del Rondelli, tratto a un libricino di sue composizioni acquistato all’esterno della sala:


Furetta
Tu, sei la pazzia che cercavo per dirti, sono pazzo di te.
Bobo Rondelli

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<![CDATA[Mark Lanegan Live Report ]]>


Mark Lanegan è la sua voce. Bastano il suo inconfondibile timbro baritono e la sua voce graffiante ad inchiodare ed ammaliare un’intera platea. A dimostrarlo la minimale formazione con cui il tenebroso cantautore americano si è presentato martedì 19 novembre al Teatro Corso di Mestre (VE). Nessuna percussione o batteria. Lo accompagnano due chitarre ( e che chitarre...Jeff Fielder e Duke Garwood), poi violino, violoncello e basso. Un’ora e mezza di spettacolo per presentare le sue ultime uscite discografiche, ben due pubblicate a distanza di pochi mesi una dall’altra: Black Pudding e Imitations.

L’atmosfera sul palco è sulfurea, surreale. Flebili fari rossi illuminano la band. La luce traccia a malapena le sagome, tra le cinque è la centrale che spicca: è immobile, si regge sull’asta del microfono, di poche parole, se non qualche “thanks”. Poco importa, nessuno del pubblico vuole o si aspetta una di quelle frasi ammica-pubblico, che gli artisti stranieri ci riservano quando vegono a trovarci. Mark Lanegan, non è di certo il tipo, lo sappiamo.
Il concerto parte con dei classici come When your number isn’t up e One way street, l’atmosfera si scalda però definitivamente con una suggestiva rivisitazione di The Gravedigger song per proseguire poi con Phantasmagoria Blues. Suonano grandiosamente i brani estratti da Black Pudding, album uscito la scorsa primavera, frutto della collaborazione con il chitarrista polistrumentista Duke Garwood. E questo tour ha la fortuna di ospitarlo come membro ufficiale della band che affianca Lanegan. Garwood è uno straordinario musicista, un chitarrismo primitivo il suo, marchiato profondamente dal blues, che sposa perfettamente la voce maledetta del cantautore. Ne son prova brani come Mescalito o Driver, note che potrebbero accompagnare lunghi viaggi di riflessione senza meta tra i deserti più reconditi.

La setlist si sposta poi ad Imitations. Definire questo disco un “cover album” suonerebbe estremamente riduttivo. Le canzoni proposte vengono sconvolte e personalizzate, cosa che si nota ancora maggiormente nell’approccio live. L’intensità di esecuzione fa coglier quanto abbiano significato per l’artista i brani proposti. Ne emerge un artista divertito, compiaciuto di quanto esegue, lo si vede in Mac The Knife e ancor meglio in Pretty Colors. I momenti più alti li si raggiunge con la cover di Nancy Sinatra You only live twice dove le pause degli strumenti lasciano sola la voce del cantante, ed è qui che la si può cogliere in tutta la sua essenza. Non manca un tributo al recentemente scomparso Lou Reed con una Satellite of Love degna di nota. 

On Jesus programs chiude la scaletta, Mark ringrazia e saluta ripetendo “On Jesus programmes”, come una sorta di benedizione che suona da ammonimento al pubblico. La platea, dimostratasi educata fino ad all’ora lo richiama e acclama.  Lanegan rientra accompagnato solo dal fidato Jeff Fielder. Si chiude con un ritorno al passato: parte il riff di Halo of ashes degli  Screaming Trees. C’è spazio anche per un solo di chitarra che vorrei non finisse mai, tanto che anche Mark si siede ed ascolta cosa ha da dire Jeff, straordinario chitarrista, che ha dimostrato per tutto il concerto di avere piena complicità con l’ex Screaming Trees.


Ho aspettato qualche giorno prima di stendere questo live report, per far passare gli entusiasmi del momento. Il mio parere non è cambiato. Quando l’essenzialità si fa potenza credo si possa parlare di genio e grandiosità. Sono convinto che artisti come Lanegan siano sempre più rari. Una voce nuda e cruda che ammalia una platea, che rende la musica misticismo, che da sola sa catturare e rapire i propri ascoltatori nel suo “inferno personale”. Mark Lanegan raccoglie attorno a se il suo pubblico, racconta storie di vita che emergono dagli abissi del blues e trasudano la dannazione del rock.

Filippo Stocco per Sherwood Live Report

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<![CDATA[Queens of the Stone Age - Live Report (atto II e ultimo)]]>

Domenica 3 novembre. Si parte per andare a vedere i Queens of the Stone Age al Forum di Assago. Si va subito dopo pranzo, nonostante il concerto cominci alle 21, per essere sicuri di non avere sorprese per strada. Che puntualmente arrivano. Nonostante la crisi, tutto il Nordest si è riversato sulle strade per il rientro dal long weekend, e ci troviamo in coda a più riprese a Vicenza, a Verona, sul Garda e a Brescia.

Ascoltiamo Isoradio per capire se ci sono incidenti, e a ogni intervallo musicale preghiamo a mani giunte che non arrivi una canzone della Pausini. Il più delle volte ci va bene, passano Prince e i Beatles. Ma al primo pezzo di Ligabue desistiamo e ci abbandoniamo al destino. Se ci sarà un incidente, pazienza.

Arriviamo al Forum (omettiamo di menzionare lo sponsor che adesso dà il nome all'edificio, non tanto per dare soddisfazione a Naomi Klein, quanto per manifesta antipatia nei confronti dello sponsor stesso), giusto in tempo per cambiare il biglietto, prendere qualcosa da mangiare... e scoprire che ci siamo persi del tutto il gruppo di supporto, che suona l'ultimo minuto di concerto proprio mentre stiamo cercando un posto.

Non sapremo mai come se la cavano i Band of Skulls dal vivo. Presumo bene, vedendo dai video su YouTube, anche se l'idea che mi sono fatto è che non siano granché a livello di originalità. Il solito gruppo col sound giusto, il look giusto, canzoni poco invadenti e conformi al genere, ma nessuna idea forte e nessuna melodia indimenticabile.

Il Forum è gremito, dovrebbe avere sui 15000 posti in caso di basket, tolto un lato per mettere il palco e aggiunto il parterre forse i posti in caso di Queens of the Stone Age sono qualcosa di più. Attendiamo il setup del palco con un fonico che ci grazia e invece di mettere la solita fusion immonda mette nientepopodimeno che uno dei dischi della compilation Nuggets.

I nostri entrano sul palco con aria soddisfatta (per quello che si può vedere della faccia di qualcuno stando dalla parte opposta di un palasport), e dopo un countdown di un minuto scandito dai classici numeroni vintage sul maxischermo attaccano con il primo pezzo di ...Like Clockwork, ovvero Keep Your Eyes Peeled. Sound potente ed esecuzione impeccabile, un bel pugno in pancia seguito da un uppercut (Millionare) e dal colpo di grazia di No One Knows. Partendo con un trittico del genere è difficile non folgorare il pubblico. Nel frattempo il fonico ha fatto la tara all'acustica infame da palasport (e all'inevitabile cambio della resa acustica dell'ambiente dovuta all'arrivo del pubblico), e anche in fondo si cominciano a sentire i dettagli dell'esecuzione.

Nel concerto, oltre a numerosi classici, trovano spazio quasi tutti i brani dell’ultimo album. L’impressione generale è quella di una band compattissima, anche alcuni dei pezzi che su disco suonano un po’ freddini nell’esecuzione (forse a causa dei molteplici cambi di batterista durante le registrazioni?) dal vivo sono pienamente valorizzati: in particolare If I had a Tail e Smooth Sailing vengono molto meglio. E qui ecco una delle tante cose che fanno grandi QOTSA: sono un gruppo che riesce a suonare dal vivo meglio che su disco. Nonostante i dischi siano impeccabili.

In generale l’atmosfera è bollente, i pezzi si susseguono rapidamente, ben coadiuvati dalle proiezioni di sfondo, che mostrano spezzoni di video e animazioni realizzate, presumibilmente, su misura per i vari brani: da segnalare una specie di meduse tra il fallico e il vaginale su Smooth Sailing (se non ricordo male). Un’altra cosa che fa grandi i QOTSA è il fatto che riescono a fare hard rock ed essere sensuali. E in una maniera non machista, ma più genericamente dionisiaca. I QOTSA sono un gruppo hard rock che piace anche alle ragazze. Sarà perché nonostante i suoi quasi due metri di altezza e i quarant’anni suonati Josh Homme si agita come un Elvis degli anni d’oro (ciuffo compreso), sarà che invece di sfondarsi la laringe per cantare le note alte sfodera un falsetto morbido, dal timbro ricco e sensuale. 

E forse la più grande sorpresa della serata, nonché uno dei suoi due punti più alti, è proprio la canzone che dà il titolo all’ultimo album, Like Clockwork. Su disco è una ballata delicata che comincia quasi solo con il pianoforte e una chitarra acustica appena accennata. Dal vivo rende perfettamente, con Homme che canta impeccabilmente e dimostra che anche in un concerto così potente ci può essere spazio per un momento più tranquillo. L’altro vertice assoluto del concerto è a mio parere (ma anche di Luca) è la mega jam psichedelica di Better living Through Chemistry, dilatata e avvolgente come non mai.  

Unico inghippo tecnico della serata, quando all’inizio dei bis viene messo in scena un piano per far suonare al buon Josh The Vampyre of Time and Memory. La rodata macchina di scena si inceppa e partono feedback a raffica. Alla terza volta si riesce a cominciare, per continuare con una immancabile Feel Good Hit of the Summer (Nicotine, Valium...), e la conclusiva, torrida A Song for the Dead. Grande serata.

Note a margine: i QOTSA sono rinomati per la finezza e l’originalità dei loro suoni, loro tendono a non divulgare molto i loro trucchi, ma segnalo che i suoni erano praticamente identici al disco, almeno per quanto riguarda le canzoni nuove. Chi volesse emulare cerchi le classiche foto dell’attrezzatura carpite dal pubblico e si dia da fare a procurarsi i pezzi che gli mancano. Unica nota dolente, la batteria, che come in quasi tutti i concerti grossi suona esattamente come quella di Lars Ulrich in ...And Justice for All: la cassa è quasi più alta del rullante, come timbrica. E qui chiedo agli amici fonici: è un’esigenza dettata dalla necessità di far passare il suono di batteria anche dove non arrivano bene i subwoofer dell’impianto, oppure è semplice pigrizia?

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<![CDATA[Queens of the Stone Age - Live Report (atto I)]]>

Ci siamo presi qualche giorno per digerire meglio il concerto della band di Josh Homme...giusto per non eccedere troppo nell'entusiasmo...ma il risultato non è cambiato: il concerto di domenica scorsa al Forum di Assago (MI) è stato un gran concerto! I Queens of the Stone Age sono riusciti a superare i problemi tecnici dell'impianto e di una qualità audio in diversi momenti non all'altezza della situazione regalando una esibizione più che convincente.
La scaletta è stata principalmente dedicata all'ultimo album,il sesto della loro carriera, ….Like Clockwork, pubblicato a giugno di quest'anno da Metador Records, anche se le sorprese non sono mancate.

L'apertura come nel disco è affidata a Keep your eyes peeled e che dire, i bassi si fanno subito sentire. L'incipit è per certi versi atipico, quasi a far intendere, a chi ancora non l'avesse capito, che i QOTSA non sono più quelli di Songs for the Deaf. L'atmosfera è cupa. L'incedere lento e tetro del pezzo avvolge la platea dipanando sul finire trame e sonorità molto più variegate e caleidoscopiche rispetto ai lavori precedenti.; Homme rimane con la chitarra in drop C e spara un uno/due che stende le prime file: You think I ain't worth a Dollar, but I feel Like a Millionaire & No One Knows, i bassi massicci ci sono e solleticano il corpo!!danno piacere fisico e si vede!

Il concerto è ormai lanciato: la parte centrale del set è dedicata ai nuovi brani, intervallati dalla ottima Burn the Witch e dalla “metronomica” Little Sister. Esecuzioni perfette.
L'aria si rilassa quando è la volta di Make it wit chu: le “Regine dell'età della pietra” si divertono e il pubblico con loro, a metà del pezzo un simpatico e burlone Josh Homme, in perfetto italiano e armato dell'eleganza raffinata che lo contraddistingue, sfoggia nozioni di anatomia femminile con assoluta naturalezza. Il gigante rosso è insolitamente empatico con il pubblico, segno che la serata sta andando bene!

E son di nuovo e subito pietre con Sick, Sick, Sick : i decibel tornano nuovamente a pieno regime. A questo punto la serata offre forse il momento migliore (..almeno a detta di chi scrive!!): Better Living Through Chemistry, brano tratto dall'ottimo Rated R, il secondo album dei QOTSA, e la mente vola subito con nostalgia ai Kyuss. Un brano scarno,dilatato, pesante e granitico stoner!!

E dopo una trionfale Go With The Flow e la noir I Appear Missing la band capitanata dal rosso di Palm Springs abbandona momentaneamente il palco per raccogliere gli applausi. 
Siamo agli sgoccioli e finalmente al terzo tentativo The Vampyre of Time and Memory può partire.
Feel Good Hit Summer lascia il posto alla mostruosa A Song for the Dead lanciata velocissima dalla chitarra di Homme che martella il pubblico in delirio. La band sembra voler smantellare il palco: l'impianto incassa i colpi con classe e tiene fino alla fine.

Dopo quasi 2 ore il concerto termina.
Il tempo è volato e anche questo è un buon segno.

Che dire? Gran concerto, nonostante le ottime luci l'atmosfera è rimasta genuina; la genuinità del sano rock sudato, nè più nè meno!!! I Queens of the Stone Age non sono più quelli di Songs for the Deaf,sono anche quelli, ma sono anche altro. Hanno allargato lo spettro dei suoni rallentando magari un pochino, ma ...Like Clockwork rimane un gran bel disco. I nuovi pezzi, anche in versione live, hanno convinto.

La formazione a 5 è ormai rodata: suona alla grande. Le chitarre di Troy Van Leeuwen e quella di Homme si intrecciano in trame rettili. Michael Schuman e Dean Fertita, reclutati ai tempi di Era Vulgaris, entrambi polistrumentisti, hanno arricchito la gamma sonora; la dinamicità del nuovo batterista Jon Theodore (ex The Mars Volta) ha amalgamato ancora di più il gruppo.
Voti qui non se ne danno.

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<![CDATA[David Byrne, St. Vincent Live Report]]>

"Questo dev’essere il posto giusto", ed in effetti per due ore abbondanti lo è stato. Il concerto di David Byrne e St Vincent inizia come il passo sbagliato e distratto di un bambino talmente affascinato dall'idea che si sta facendo della traiettoria della palla sul muro, che inciampa sui lacci, cade, si sbuccia, sanguina e si incanta nuovamente, questa volta nel sapere che c'è vita dentro la vita, come dentro la musica c'è, ancora ad oggi, della musica.


 La musica sta già suonando, sul palco c'è David Byrne (capelli bianchi come la giacca), c'è Annie Clark (St. Vincent per qualcuno) con dei capelli biondissimi e riccissimi, ci sono otto fiati, un tastierista ed un batterista ai lati. Sono già al secondo pezzo e tu non ci hai ancora capito nulla, non hai ancora deciso (perché non può) chi soffermarti ad osservare, da chi farti trascinare: David Byrne non si prende la scena, ma con eleganza la passa alla chitarra, alla voce, al theremin di St Vincent, che la cede volentieri al basstuba ed agli altri sette fiati, in un gioco schematico e disinvolto di scenografie curate nel dettaglio, segno inconfutabile che l'arte è proprio una biglia che gira e che viene scagliata da una parte e dall'altra, contaminando e facendosi contaminare.
Se ci devono essere degli incontri, delle combinazioni, degli scontri giusti, questo è uno di quelli: il genio e la pazzia di Byrne incontrano e si scontrano con la tecnicissima follia di Clark generando uno spettacolo totalmente nuovo. La scelta di ridurre al minimo gli strumenti a corda (poca chitarra di Byrne rendono praticamente unica la chitarra di Clark) ed esaltare l'ampiezza di ben otto fiati (saxofoni, trombe, tromboni, bassotuba..), è già di per se geniale. La voce elettrica, fiabesca e folle di lei si mischia perfettamente con quella ancora inspiegabilmente giovane, vivace ed eclettica di lui, a volte come prima ed a volte come seconda, in un gioco di ruoli tutto da ridefinire, da rileggere, da curiosare, come nella realtà.
La batteria scavalca a piè pari gli anni ottanta, strizza l'occhio a tutti i batteristi del ventunesimo secolo e raccoglie spunti interessanti dagli anni settanta, quelli di found a job e take me to the river, per capirci.Gli effetti e le tastiere restano di giustezza molto talking heads. La mano di Clark è un’ estasi per l'orecchio e l'occhio: aggressiva, dolce, sincretica, rock!
I suoi movimenti, il passo stretto, i suoi capelli elettrici sono coinvolgenti, eccitanti, chimici: è come se una grande calamita facesse a tratti il suo dovere magnetico, ed a tratti ti lasciasse il tempo di respirare. Le coreografie curate nel particolare, le posizioni dei fiati che cambiano e si intrecciano ad ogni secondo (David si sa che è un cultore e precursore del marching band show, ormai dai tempi di stop making sense).
Le luci palpabili ed i suoni perfetti, gioiosi, intensi e mai troppi, correggono il passo ancora dirompente di David Byrne, in una sobrietà scenica molto teatrale.


Provare ad aspettarsi qualcosa di specifico da questo spettacolo è praticamente impossibile: la scena cambia in continuazione, il contesto pure, i protagonisti anche ma sempre senza virtuosismi (per fortuna e finalmente, direi) passando da pezzi molto pop ad aggressioni elettricamente rock; due bis trascinano il pubblico dalla lontana e scomoda sedia ad un sottopalco dirompente, in piedi, saltando, attraverso ciò che più di tutto poteva gasare: prima Burning down the house e poi road to nowere sono il banchetto perfetto per la malinconia, che si esprime in tutto il suo battere accelerato e nell’estasi di una pelle d’oca talmente grande da non farti nemmeno chiudere gli occhi.
Se St. Vincent volesse farsi conoscere, questo non lo so. Se David Byrne volesse rimettersi in gioco per l’ennesima volta, questo non lo so. Sono però certo che il puzzle di forme e suoni creato dall’intreccio di queste due personalità curiose è il massimo che in questo periodo di poca novità si possa chiedere dalla Musica live.

Mattia Di Carlo

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<![CDATA[Blixa Bargeld e Teho Teardo, Rover live]]>

- “Ei diggei! Dai metti i rollinston! Quea che fa uh uh,  uh uh! Quea col cesso in copertina.”

- “No guarda, è un gran pezzo, ma stasera facciamo musica elettronica.”

- “Va ben, ma posso vardar a valigia dei dischi? Quei bei i riconosso daea copertina.”

 

C'è stato un tempo (inizio anni 90) in cui mi capitava di organizzare delle serate di musica elettronica e puntualmente mentre facevo girare i dischi arrivava il “rockettaro” che voleva rovistare fra i tuoi vinili per vedere se trovava qualcosa attinente ai suoi gusti.

-“Scommetto che tira fuori il disco degli Einstürzende Neubauten col cavallo di Hans Baldung Grien” dicevo io. -“E dalla mia quello dei Meathead con la copertina di Professor Bad Trip” controbatteva Marco (il mio compagno di battaglia).

Difficilmente sbagliavamo, Blixa Bargeld e Teho Teardo e i rispettivi progetti erano figli della musica industriale e mettevano d' accordo i fautori dei nuovi suoni elettronici e vecchi rockettari. Oppure più probabilmente le loro copertine colpivano duro.

Questo per dire che questi due accompagnano i miei ascolti da molto tempo, quindi vederli suonare assieme è per me un evento molto speciale.

 

Ebbene sì , sono qui a Sesto al Reghena per vedere il concerto di Teho Teardo e Blixa Bargeld, ma ad aprire la serata c’è Rover, moniker di Timothée Régnier, in classico trio chitarra, basso, batteria. Rover entra in scena alle 21.20 e sembra fin dall’aspetto un uomo d’altri tempi con quell’aria da bohemien che racconta in musica parti del suo bagaglio di vita: di quando venne espulso dal Libano per problemi di visto  durante un tour con i The New Government, band molto famosa in Medio Oriente e del suo ritorno forzato in Francia. Racconta del suo ritiro in Bretagna, nella sua casa dove passa il tempo a scrivere e comporre.  Una“Vita da bohème” come quella dei personaggi del film di Aki Kaurismaki, anche la sua è una storia di un esiliato, spaesato in patria e che sogna un vagare per il mondo impregnato di quell’allegria da naufraghi che non esclude né dignità né tenerezza. Questi sentimenti sono espressi con una  voce che è ora calda, ora grave ma capace di liberarsi nel cielo stellato accompagnata da un suono che ha reminescenze di Bowie e Interpol. Un’ora di concerto di puro romanticismo rock.

Teho Teardo e Blixa Bargeld salgono sul palco alle 23  circa,  accompagnati dal violoncello di Martina Bertoni, dando vita ad una performance di rara bellezza. Bargeld, è sicuramente il protagonista di questo concerto, la sua presenza è magnetica pur nei misurati gesti. Presenza imponente, da fuoriclasse, con l'elegante tocco del calice in mano ad ogni pausa. Teho Teardo però è molto più che la spalla, anzi si capisce chiaramente che è lui il regista del progetto. Martina Bertoni infine, puntuale e bravissima, è il giusto tocco di romantica melodia che ci vuole.
Viene ripercorso l’intero album “Still Smiling” con impressionante intensità che arriva al massimo con l'apporto di un quartetto d'archi nei pezzi finali della performance. Richiamati a gran voce dal numerosissimo pubblico  ecco che arriva la sorpresa della serata: una magnifica cover di “Crimson And Clover” di Tommy James and The Shondells, qui riproposto in realtà nella versione italiana di Patrick Samson, Soli si muore. Il concerto si chiude con Defenestrazioni. «Ho sempre voluto utilizzare questa parola», afferma Blixa, ed è il miglior finale immaginabile per l'edizione 2013 di Sexto 'nplugged.

- "Ei diggei! Dai metti “another brick in the wall”. Quea col video dei martei che camina."

- "E basta casso, assame star che stasera vado a vedar Blixa a  Sexto 'Nplugged!"

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<![CDATA[Mùm e Ane Brun live]]>

Venerdì 19 luglio nella piazza Castello di Sesto al Reghena, la cui bellezza viene presa in prestito ogni estate dal festival Sexto 'nplugged, puntuale alle 21,15 sale sul palco una donna che riesce con la sua sola presenza a far dimenticare tutto il cattivo gusto che invade l'immaginario gossipparo nostrano.

L'eleganza incantatrice di Ane Brun colpisce, la sua voce è straordinaria, non a caso è stata scelta da Peter Gabriel per i suoi tour (da sentire “Don't give me up” live dove interpreta la parte che fu di Kate Bush), la band è affiatata e supportata da una eccezionale sezione ritmica. Un'ora che vola tra canzoni più intimiste e  altre più spensierate.

E' pop, ma di alta classe.

 

Dopo Ane Brun tocca agli islandesi, e quando si parla di musica islandese i primi nomi a venire in mente sono gli ovvi Sigur Rós e Björk, poi, in seconda battuta, i Mùm.

C'è stato un periodo dove anche i “waver” più duri e puri, si avvicinarono alla nuova elettronica attraverso la sua parte più dilatata e sognante, soprattutto quando prendeva spunto dal dream pop con la voce che disegnava panorami di sconfinata bellezza e malinconia.

Si parlava di folktronica e i Mum erano una delle punte di diamante della scena.

Era l'inizio degli anni “00” e nel tempo  i nostri avrebbero perso per strada le due gemelline Valtýsdóttir. Fu veramente una brutta tegola per chi aveva amato quel cantato flebile e fanciullesco, ma ora che una delle due (Gyða) è tornata con quella voce infantile e sussurrata, i Mùm, con i loro suoni tenui e rilassati, con i loro ritmi insinuanti, tornano ad incantare.

La scaletta ripercorre la carriera del gruppo con alcune nuove canzoni dall'album che uscirà in settembre, come Toothwheels dove  Gyða improvvisa una narcolettica danza. Da segnalare, prima del bis, Gyða che dovendo prendere tempo per l'accordatura degli strumenti coinvolge il pubblico intonando “La casa” di Sergio Endrigo. Per entrare nella casa sonora Mùm, come in quella della canzone di Endrigo bisogna avere una certa confidenza con il mondo sognante di un fanciullo,solo così  la mancanza del soffitto diventa occasione per volare.

Il concerto è stato come volare in quelle notti di una decina d'anni fa, passate ascoltando questi suoni. Certo è passato un po' di tempo, ma riviverle in questo straordinario luogo ed insieme a tante altre anime sensibili non ha prezzo.

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<![CDATA[Tame Impala - Live Report]]>

Concerti come quello tenutosi a Ravenna lo scorso 9 Luglio 2013 alla Rocca Brancaleone sono ciò che ci vuole per combattere il “pessimismo musicale da bar” che circola ormai da tempo, e che nuoce gravemente alla salute dei giovani musicisti. I Tame Impala sono a mio avviso una vera e propria band rivelazione degli ultimi anni. Prima con Innerspreaker (2010) e poi con Lonerism (2012), il gruppo australiano ha portato ventate di aria fresca nel panorama rock internazionale, senza però dimenticare il passato, reinterpretandolo con estrema originalità.

Azzeccatissima la suggestiva location di Rocca Brancaleone,  che sembra piacere pure ai cinque di Perth, molto più a loro agio in una cornice di questo genere che nei calderoni di qualche big festival internazionale. Non appena il sole tramonta e cala l’oscurità, si accende il maxi schermo che fa da sfondo al palco e timidamente eccoli entrare. Kevin Parker alla voce e chitarra, Jay Gumby Watson alle tastiere synth,  Dominic Symper alle chitarre e synth, Cam Avery al basso e Julian Barbagallo alla batteria.

L’atmosfera si fa da subito quasi surreale, rarefatta. Il contesto tende a richiamare il Live in Pompei dei Pink Floyd, vuoi per la location monumentale, vuoi per il sound vintage e il look dei componenti della band che potrebbero tranquillamente essere usciti dalla Summer of '69 Californiana.

Si parte con l’eterea “Why Won’t You Make Up Your Mind” classico da “Innerspeaker”, da cui ripescano anche la sincopata “Solitude Is Bliss” che smuove un po’ gli scettici e “Alter Ego”. 

La scaletta prosegue con i brani del tanto amato e acclamato “Lonerism” intervallati da jam e suite strumentali dove il gruppo da davvero il meglio di sè. Non manca la parte più stoner e granitica grazie a tracks come “Elephant” (forse penalizzata da volumi a tratti troppo contenuti)  e  “Half glass full of wine” eseguita in onore del Bel Paese e del suo buon “succo d’uva” tanto che Parker si scusa in italiano per i loro denti neri “ma il vostro vino è troppo buono” .

Degno di nota il drum solo mescalinico "Oscilly", una vera e propria sinfonia ritmica dove a far da protagonista sul palco rimane solo Julian Barbagallo in compagnia di un Kevin Parker disteso a terra a contemplare la stellata che copre il cielo di Ravenna. Tra i momenti migliori "Feels only like we only go backwords “, "Apocalypse Dreams" e il reprise finale con "Autoprog3" e “Nothing that Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control”.

Tutto lo show  viene condito  da curatissime proiezioni video: immagini lisergiche e animazioni digitali degli albori con la quale a ritmo di musica prendono vita opere d’arte fatte di esplosioni di luci e colori.

Un’esperienza sonora e visiva e dalla quale difficilmente si vuole uscire una volta entrati.  La capacità della band  sta nel mandare in escandescenza il pubblico, saltando in modo schizofrenico da momenti e melodie di onirico pop, alla psichedelia inglese '60  mimetizzando moderno e blues acido, servendo tutto con la voce sottile, liquida e senza tempo che spesso e volentieri rimanda allo “Smart One” dei Fab Four, John Lennon.  Il riverbero delle chitarre, l'elettronica sottile, e l'eco volutamente marcato delle voci  ci danno un esempio, di come si possa rimescolare le carte gloriose della storia, vestendole con gusto, sintesi e personalità.

Se siete tra quelli che pensano che il rock psichedelico si sia fermato negli anni ‘70, e che il rock non abbia più niente da dire in quanto originalità e fantasia andate a vedere i Tame Impala, son sicuro cambierete idea.

Setlist

Why Won’t You Make Up Your Mind?
Music To Walk Home
Mind Mischief
Solitude Is Bliss
Half Full Glass Of Wine
Elephant
Auto Prog 2
Be Above It
Endors Toi
Untitled
Feels Like We Only Go Backwards
Oscilly
Alter Ego
Apocalypse Dreams


Filippo Stocco

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<![CDATA["Lost in Veneto" di Loris Contarini e Massimo Carlotto - Live Report]]>

Che cosa vuol dire essere veneti?

Il teatro, da sempre, ha la capacità di porre domande a cui spesso prova a dare anche delle risposte. Il quesito che aleggia su "Lost in Veneto", lo spettacolo che ha aperto la serie di appuntamenti teatrali di Sherwood Festival 2013, è di sicuro spinoso e attuale.

È lo spaesamento il vero protagonista. Viene evocato già dalle battute iniziali, dall'estratto del vigoroso, tremante e viscerale Amleto vicentino di Luigi Meneghello.

È un gioco di parallelismi, di angosce che si somigliano, di incertezze sul cosa si è e sul cosa fare.

L'apertura sheaksperiana è doppiamente emblematica e allo stesso tempo paradossale. Amleto, principe di Danimarca e dei dubbi esistenziali, ben si presta ad essere il simbolo della mancanza di certezze. La sua trasposizione in un universo linguistico in cui non siamo abituato a collocarlo amplifica questa sensazione. Pure se quella stessa lingua è più o meno la nostra, quella che parliamo da sempre.

Che cosa vuol dire essere veneti?

La domanda ritorna e a quel punto Loris Contarini, protagonista e autore con Massimo Carlotto dello spettacolo, opta per la manovra diversiva. Prova a farci vedere cosa voleva dire essere veneti, quando non c'era la ricchezza, quando si moriva di fame, quando i migranti d'Europa venivano dalla Pianura Padana e non da posti con nomi più esotici.

Ci racconta la storia di un uomo ormai vecchio che ricorda la sua vita, segnata dalla miseria, dall'essere stato venduto dai suoi genitori per sconfiggere la fame di tutti, dall'aver girovagato. Senza una patria?

Le domande non si fermano, anzi si accumulano.

Cosa vuol dire essere veneti?

Si arriva finalmente al presente. Se fino a quel momento si era respirata un'atmosfera grave e sofferta, adesso qualcosa sembra rassenerarsi. In scena c'è un "veneto moderno". Ci da delle risposte, le risposte alle nostre domande.

Ma sono quelle giuste? Il suo monologo scivola via nel sorriso, nella risata, nella farsa. Quello che lui, l'orgoglioso padano dei giorni nostri, va predicando non può essere la risposta allo spaesamento perchè è esso stesso fonte di spaesamento. Parte dal lavoro, dall'onestà e via via slitta, si lascia attirare dall'esatto opposto, da quello di cui vengono accusati gli altri, i diversi, gli stranieri. Diventa altro anche lui.

I musicisti che accompagnano le parole di Contarini, Rachele Colombo e Paolo Valentini, sono bravissimi a sottolineare i momenti che si susseguono, ora con discreti sottofondi, ora con veri intermezzi musicali che irrompono nello spettacolo stesso. Contarini stesso è abilissimo ad accompagnare gli spettatori attraverso mondi e registri molto diversi tra loro.

La parabola del veneto moderno non si ferma e viene portata all'estreme conseguenze. Si passa ad altri esempi dell'assurdità e dell'illogicità di certe pretese, di certi modi di vivere e di richiamare le proprie radici. Il tutto diventa ancora più straniante perchè si tratta di fatti realmente accaduti, come l'assalto a Piazza San Marco da parte dei sedicenti Serenissimi del 1997.

Nel racconto di questo episodio lo spettacolo raggiunge la sua massima carica comica ma, allo stesso tempo, il suo massimo senso di straniamento. Nascosto sotto le risate che si prendono gioco di quell'impresa così scalcagnata, non ha mai smesso di serpeggiare e di ricordarci le domande iniziali.

Che cosa vuol dire essere veneti? Cosa fare adesso? Adesso che non c'è più il mondo che abitavamo, che la nostra lingua e la nostra cultura si contamina con altre che vengono da lontano, che il lavoro, il lavoro che c'ha reso quelli che siamo, inizia a scarseggiare, inghiottito dalle fauci della crisi.

Che fare? Dove guardare?

La risposta arriva dallo stesso posto dal quale sono partite le domande. Dalla cultura veneta e in particolare dalle parole di un altro grandissimo veneto, Andrea Zanzotto.

È il sublime l'unica cosa che può salvarci, la poesia, il teatro, l'arte gli strumenti coi quali non soccombere, la beltà il terreno dove le nostre radici possono affondare, salde, sicure, senza il rischio degli smottamenti dell'ignoranza e dei teatrini squallidi e farseschi.

Perchè siamo veneti. Ma ancor prima siamo umanità.

Al termine dello spettacolo il numerosissimo pubblico ha tributato ai tre artisti in scena un lungo e convinto applauso. Succede quando si riesce a toccare l'animo delle persone.

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<![CDATA[Mannachi live report ]]>

Se giovedì sera gironzolavate per il festival era difficile non essere attirati verso il palco "second stage" da un ritmo travolgente dove un vero e proprio tributo alla musica afro-americana aveva luogo.

I musicofili lo definirebbero "groove"..in realtà quello che i Mannachi ci stavano trasmettendo era energia pura.
Energia che incorporava un cinquantennio di stili ed artisti: da "Musicology" di Prince a  "Son of a Preacher Man" (n.d.r. Dusty Springfield, 1968) oppure al doppio tributo all'RH Factor di Roy Hargrove (n.d.r rispettivamente "Crazy Race" e "Forget Regret") ma anche brani 100% Mannachi.
Incontrarsi da un anno e mezzo e formare una band non è solo personalizzare dei "mostri sacri" è anche avere il coraggio di omaggiarli, di salire sul palco e dare tutto per far muovere la gente.

Inizio funkyband: in sequenza "Ford" (n.d.r.inedito), "I Wish" di Stevie Wonder fino al ritornello dello Sherwood Second Stage 2013: "Theme from Starsky & Hutch"!
Yuri e Nazzareno intonano l'intro di "Crazy Race" entra in scena Sara alla voce..pezzo fantastico! cambio di ritmo..modern jazz to dub-reggae..la gente non se lo aspetta..dance dance dance!
Formazione in assetto: tastiere-batteria a sinistra;basso-chitarra-percussioni a destra; voce-tromba-sax al centro.
Strizzatina ai J.B's (o forse a Pastorius???...tutto può essere!) con "The Chicken"..il pubblico segue, balla, omaggia...band di nuovo al completo per "Paris" (n.d.r. altro inedito) dove possiamo intuire futuri approdi compositivi...
Rientro in scena a grande richiesta e chiusura con la sensualissima "You Don’t Love Me (No No No)" riarrangiata da Andrea:  ballo ipnotico, mente libera di viaggiare.
Si finisce con i ragazzi tra la gente, ambiente rilassato...eredità della musica suonata..quando si dice "cibo per l'anima" ricordatevi in futuro di ascoltare ancora i Mannachi!

Per Sherwood l'inviato Al P

Tracklist

1) "Ford"
2) "I Wish"
3) “Theme from Starsky & Hutch
4) "Crazy Race"
5) "Musicology"
6) "Son of a Preacher Man"
7) "The Chicken"
8) "Let's Go To Work"
9)  "Forget Regret"
10) "Paris"
11) "You Don’t Love Me (No No No)"

Mannachi Lineup a Sherwood 2013

Yuri Argentino: Sax Tenore
Nazzareno Brischetto: Tromba
Sara Fattoreto: Voce
Andrea Vedovato: Chitarra Elettrica
Simone D’Eusanio: Tastiere
Marco Bonutto: Percussioni
Federico Mistè: Basso
Ugo Ruggiero: Batterie

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<![CDATA[Elektro Guzzi live report]]>

Sabato sera, mentre decine di migliaia di persone assaltavano Padova per vedere Bruce Springsteen all’Euganeo (o, nel peggiore dei casi, Tony Humphries a Villa Barbieri) una monovolume targata Austria procedeva a passo d’uomo fra i fan in coda cercando di raggiungere il Summer Student Festival.

Al suo interno gli Elektro Guzzi, band partita dall’Austria per sfidare il Boss in questa lotta impari sotto la tradizionale pioggia gelida del maggio patavino, mentre uno sparuto gruppo di loro stalker (di cui mi fregio di esser parte) li attendeva con trepidazione.

Gli Elektro Guzzi sono in tre (mi sentirei di azzardare “3+1”, visto che il fonico si allarga un po’ rispetto alla media dei suoi colleghi) e suonano, semplicemente, della ottima techno con un basso una batteria e una chitarra. Come se fosse normale. Il loro palco è scarno, niente console, nessun computer, vinile, sequencer, drum machine, sintetizzatore… nulla che possa fare pensare che loro saranno il dj della serata. E invece, ciò che siamo abituati a sentire eseguire da dei macchinari qui entra nella dimensione di una band con tanta naturalezza che viene piuttosto spontaneo chiedersi com’è che non lo fanno tutte le discoteche del mondo.

Sul palco saltano subito all’occhio le tonnellate di effetti a pedale dall’aria estremamente ricercata in dotazione al bassista e al chitarrista, mentre la batteria è ridotta all’osso, denudata di ogni tom e del timpano, e con un parco piatti piuttosto ristretto. La cura per il suono è (tanto nel complesso quanto per i singoli) maniacale, e non potrebbe essere altrimenti dato il genere che il gruppo intende suonare: un tripudio di effetti non meglio identificati ora trasformano il basso in un sintetizzatore, ora rendono incomprensibile il legame fra le mani del chitarrista e il suono che questo produce; la stessa batteria è effettata oltre il pensabile, con delay che si rincorrono da una cassa all’altra dell’impianto trasformando un colpo di bacchetta sul bordo del rullante in una sinfonia percussiva di alcuni secondi di durata. Tutta questa sovrabbondanza di effetti (analogici, a occhio e croce) sulle prime note del soundcheck sembra decisamente eccessiva, ma una volta che la band suona a regime tutto si incastra perfettamente.

Lo show comincia presto (suonano in apertura di Heatsick), la pioggia, che sino a quel momento non si è fatta vedere, accorre al primo batter di cassa per non perdersi il concerto, mentre il pubblico è intento a affollare i bar situati a una distanza siderale dal palco. Va da sé, la sensazione sulle prime note del concerto per noi dodici spettatori che ci accalchiamo sulle transenne oscilla fra lo sconforto e lo stupore per cotanta indifferenza, ed è lecito temere il flop totale.

Questo timore, per fortuna, svanisce in pochi minuti: il gruppo sembra non curarsi della situazione poco promettente, comincia con il suo martellare ipnotico e durante le prime canzoni la gente accorre felice alla base del palco, per rimanerci sino all’ultima nota ballando e incassando una tenue e fastidiosa pioggia continua, pretendendo infine un sostanzioso bis.

Un piccolo sondaggio autocondotto origliando a destra e a manca svela che il gradimento per la band è trasversale, e unisce chi generalmente è abituato a capelli lunghi e chitarre elettriche distorte e chi preferisce visual e dj ai piatti. La loro scaletta non prevede nessuna pausa, le canzoni sono fra loro mixate, con il passaggio fra un brano e l’altro che ripropone all’orecchio tutte le caratteristiche del classico cambio di disco di un Dj.

I tre musicisti, oltre a rivelarsi personaggi squisiti e straordinariamente disponibili al di fuori del palco, si dimostrano molto caratteristici durante la performance: il bassista (Jakob) ha tutta l’aria di essere un robot, sia dal punto di vista tecnico che da quello emotivo, sembra che abbia la funzione risparmio energetico attivata, muove impercettibilmente le dita, si sposta raramente, credo di poter dire che non sbatte le ciglia, non lascia trasparire nulla di simile a quelle cose che noi umani chiamiamo emozioni ed è di una precisione e ossessività disarmante.
Il batterista (Bernhard), suona per la quasi totalità del concerto con gli occhi chiusi, in una sorta di estasi della cassa dritta (sospetto che anche passeggiando cammini in quattro quarti), dimostrando come spesso il ritmo efficace è dato dalla sottrazione più che dall’aggiunta; nei passaggi fra un brano e l’altro armeggia con un mixer posato al suo fianco, che sortisce pesanti effetti sul suono del suo strumento. Il chitarrista (Bernhard anch’esso) è l’estroso: ha un aspetto più alternativo dei suoi colleghi (piuttosto precisini), un approccio meno matematico allo strumento, di tanto in tanto balla scompostamente e riesce a tirare fuori dalla sua chitarra dei suoni che ti colgono davvero di sorpresa; anche perché una chitarra tradizionale in quella musica non si saprebbe proprio dove infilarla.

Nessuno dei tre si cura particolarmente del pubblico, non pronunciano una sillaba per tutta l’esibizione, guardano di rado aldilà del confine del palco e danno l’idea di essere completamente assorbiti dal loro stesso groove; di tanto in tanto incrociano gli sguardi per coordinarsi nei passaggi, mentre molleggiano il capo al ritmo dei loro circa 125 Bpm; ma tralasciando queste piccole debolezze terrene danno l’idea di essere degli automi. E lo dico in senso positivo. 

Va da sé che il punto di forza di questa formazione rischia di essere anche il tallone D’Achille, poiché inevitabilmente (almeno in paesi poco inclini alle novità musicali tipo… che so… il nostro) in fase organizzativa deve affrontare diffidenze sia da chi è abituato a organizzare live ( “ma noi non facciamo musica da discoteca!”) sia da chi è abituato a fare serate con Dj (“cosa significa una batteria?”).

Per il momento, diffidenza o meno, pare che se la cavino comunque piuttosto bene, e infatti mentre scrivo stanno volando verso il Giappone, per suonare a Tokyo, Kyoto ed Osaka. Saranno inoltre al Sonar a Barcellona quest’anno, come già successo in passato, e hanno in bacheca un EBBA, vinto nel 2012. Se sapete che suonano dalle vostre parti, intese come un area corrispondente a un cerchio di raggio di 400 km con voi al centro, andate a vederli.

Alla fine della loro esibizione sale sul palco a chiudere il festival Heatsick, artista Berlinese che propone uno spettacolo che definirei electro-lo-fi, armato di una sola tastiera Casio (che credo abbia avuto modo di vedere la guerra delle Falkland, forse combattendola in prima linea), di cui non sarà fatto un report in questa sede.
Spiace solo constatare che a fronte di lineup così ghiotte in un festival gratuito, ben riuscito (anche se la pioggia lo ha funestato) e in un ambiente suggestivo, a mezzanotte del weekend bisogna ridursi in totale assenza di musica altrimenti i vicini rompono le palle.

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<![CDATA[Baustelle Live Report]]>

I.   Di un gruppo in perenne evoluzione

Gli annali dello Sherwood Festival ci restituiscono due date, 2008 e 2010, per ricordarci le due “calate” padovane del trio originario di Montepulciano (faremo finta che la prima storica, all’epoca della “Moda Del Lento”, in realtà non esista). Vennero portati in giro per l’Italia due dischi, “Amen” e “I Mistici Dell’Occidente”, fra di loro diversissimi per densità, caratura e strutturazione: il primo, mastodonte di cultura pop alta e bassa, di canzonetta e di ethio-jazz, di struggenti dagherrotipi ed anthem (ahimè) impossibili a rimodularsi; il secondo, decisamente più contenuto nel minutaggio, dal respiro eminentemente cinematografico, dal taglio melodico meno ricercato, decisamente meno riuscito. Due dischi, soprattutto “Amen”, con i quali i Baustelle si apprestavano a scrollarsi di dosso gli ultimi residui di quel situazionismo particolaristico “indie” sotto la cui ala erano nati, erano stati svezzati e da cui, in occasione del passaggio a major con l’ottimo “La Malavita” (2005), contavano di emanciparsi. Quale la ragione, a latere, di questa scelta? Difficile anteporre, a tutto, il desiderio di maggiore notorietà, che pure è arrivata, col suo carico di inevitabili effetti collaterali… Nella mente di Francesco Bianconi (e, in misura minore, di Rachele Bastreghi e di Claudio Brasini, vedremo il perché) è da sempre girato un meccanismo la cui sola presenza morfematica induce a storcere il naso: l’ambizione. L’ambizione di trasformare il gruppo cult del “Sussidiario” nel tutto-e-niente della “Moda Del Lento”, nei popolari poeti maudit de “La Malavita”, nei citazionisti sentimentali di “Amen” e nei retromani incalliti dei “Mistici”. Fino all’ultimo passo, quello decisivo, il coronamento di una vita spesa ad inseguire passioni, manie, fantasmi. Fantasmi, esattamente. Gli spettri del tempo e dei segni indelebili del suo passaggio, si potrebbe chiosare, ma il pantagruelico, sesto disco dei Baustelle è molto di meno e molto di più: uno zibaldone che raccoglie ricordi, amori, frammenti di giovinezza e sprazzi di maturità, l’attaccamento alla canzone italiana e al suo immaginario eminentemente onirico, gli archi e le chitarre, gli stornelli di borgata e la musica classica, il cinema e la letteratura. Un macigno di Sisifo, un volo di Icaro o, chissà, il determinante filo d’Arianna.

II.    Cinque anni dopo

Mi sono rifiutato di vedere i Baustelle dal vivo nel 2010 perché, lo confesso, troppo grande era stata la delusione dell’appassionato appena due anni prima. Ancora troppo impegnativo da rendere al meglio un disco elaborato come “Amen”, forse, per le capacità tecniche e la tenuta fisica di un gruppo da sempre recalcitrante nei confronti delle grandi platee. Fatto sta che, nonostante signori innesti come Nicola Manzan alle chitarre e Sergio Carnevale dietro le pelli, l’esordio dei Baustelle sul Main Stage dello Sherwood fu un significativo buco nell’acqua, tra stecche improvvise, svisate incontrollate, code raccolte in blob amorfi ed una scarsa interazione tra i vari membri aggiunti. Peggio, a quanto si poteva leggere in giro per il web in quei mesi, non certo un’isolata eccezione. Un peccato. Saliva ancor più la curiosità, allora, di rimettere alla prova le proprie perplessità, alla luce di un “Fantasma” dove il nucleo originario del gruppo veniva dilatato sino ad inglobare le peripezie strumentali di un’intera orchestra, quella di Varsavia. Come reggere l’impatto schiacciante di dover coniugare il proprio senso melodico, il proprio orizzonte con i destini di altre venti, trenta persone, di decine di strumenti differenti, di cori e sovraincisioni, di armonie complesse e di sfumature infinitesimali?
La si pensi come si vuole – snaturamento inaccettabile dell’”anima” del gruppo, esperimento riuscito a metà, prova di forza straordinaria ed atto di coraggio sublime –, ma “Fantasma” è un disco che richiede, ed assorbe, moltissima attenzione. Attenzione per come i brani (o, in senso esteticamente classico, i movimenti) sono legati tra di loro, in un continuo gioco di rimandi metartistici e metatestuali. Attenzione per come gli strumenti interagiscano tra di loro, in un quadro apparentemente statico che, in realtà, rivela un brulichio sotterraneo dotato di grande forza dinamica. Attenzione per come i nuclei melodici si nascondano, a tratti, dietro gli steroidi degli arrangiamenti, perdendo talvolta forza, ingigantendo altrove le prospettive. Attenzione, infine, per il recitar cantando, ciò di cui si predica, la cura estetizzante nella scelta delle parole e nella loro funzionale disposizione, nella disperazione che si apre a seguire pedissequamente l’evoluzione letteraria interna del disco, solo raramente mitigata da un senso di speranza che è, prima di tutto, sottile derisione, umorismo del declino, affezione al secolare gioco del contrasto.
I Baustelle del 2013, infine. Tutto un altro gruppo, con o senza orchestra. A Padova non va in scena il computissimo Enrico Gabrielli delle prime uscite, straordinario musicista proteiforme a dirigere, con piglio d’accademia, il riflesso delle proprie stesse orchestrazioni su di un ensemble, quello polacco, tanto prestigioso. Vi è invece la più classica delle formazioni allargate, tra selve di chitarre elettriche ed acustiche, tromba, sax, flicorno, organetto, flauto traverso, basso, batteria, tastiere e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, o quasi, sono seduti, immobili al centro di un palco persino troppo grande, in attesa religiosa che la musica scorra e si riveli da sé. Lo scarto, rispetto ai ricordi, è chiarissimo, evidente: lì c’era un gruppo timoroso della propria ombra e timorato del pubblico, qui un complesso senza macchia e senza paura, che in rigida immobilità affronta una platea inevitabilmente meno esigente – paradossale, se si pensa alla difficoltà concettuale maggiore su cui è stato imperniato “Fantasma”… – ma estremamente più numerosa, passionale.

III.    Le canzoni

La novità sostanziale è che non ci sono novità. Tra la riproduzione disco e la riproduzione live dello stesso oggetto, le differenze sono così minime da risultare impercettibili. Le alchimie tra i musicisti sembrano tarate su di una sola, tacita legge: fai quel che devi fare, e tutto andrà bene. Certo, tutto va bene perché in questa maniera – e, specialmente, con questo nuovo piglio – diventa davvero difficile sbagliare. Se l’assenza del corposo apparato d’archi viene esperita da sottili correzioni in corso d’opera e preziose registrazioni in sottofondo, tutto il resto è così fedele all’originale da sfiorare la calligrafia: in Fantasma (Titoli Di Testa) – che dell’Uccello dalle piume di cristallo è omaggio, e non pura imitazione – viene facile catapultarsi nella Roma in marcescenza dei primi misteri argentiani, laddove invece il recital de Il Futuro prima, il passo marziale con chorus angelico incorporato de Il Finale poi (accostamento voluto?) evocano epoche diverse, malinconie e dolori sparsi nel tempo, da qualche parte tra Se Telefonando e Il Cielo In Una Stanza. Francesco Bianconi è il motore naturale della macchina Baustelle, e non solo perché sia seduto esattamente al centro del proscenio, con Brasini alla sua destra e Rachele, accoccolata dietro un lucido pianoforte a coda nero, alla sua sinistra: per di lui passa la quasi integrità delle linee vocali – assai migliorate rispetto al passato, bisogna dirlo – ed il mood interpretativo dei brani. La lunga Diorama è uno spaccato cantautorale di grande potenza, che si propende in arzigogoli strumentali funzionali a decorare la passeggiata del protagonista nel “museo di storia naturale”: poco meno che impressionante Nessuno, episodio qualitativamente minore, i cui cori vengono riprodotti, con perfezione maniacale, da una Bastreghi che si merita l’ovazione riservatale. Viene suonata persino L’Orizzonte Degli Eventi, interamente strumentale, che ricrea tangibilmente una patina d’umore spettrale, ghost story priva di scheletro narrante che ondeggia, inquieta, tra vibrafoni e xilofoni, ricorsive volute di pianoforte ed apparati sfumati di fiati. A voler muovere una critica, vi è sicuramente da annotare la totale mancanza di guizzi, di sussulti, di sorprese, percepibile sin dal primissimo attacco, ma che inizia a farsi pesante col passare dei minuti. La piacevolezza regna sovrana, e questo è quanto. La maggioranza dimostra di sapersi accontentare.

IV.    Cosa rimane di noi…

Il punto di svolta del concerto è quando Bianconi, per l’inizio della seconda parte, riveste i panni del “ragazzo di periferia” (che non è più) e alza il sipario su Cristina, fenomenale saggio di bravura compositiva, parata bandistica che a metà s’avvita su sé stessa in un elegante trotto doo-wop. Rachele Bastreghi, non ci si stanca mai di sottolinearlo, è sempre più bella: di una bellezza ipnotica, non convenzionale, indifferente al passare degli anni. Eppure il suo ruolo, nell’economia di “Fantasma”, non è più quello di compositore alla pari, di alter ego gentile del compare maschile: oggi appare, e suona, più come comprimaria di lusso, come contorno alla portata principale, musicista dalle grandi doti inespresse. Tre sono i brani dell’ultimo concept dove si ha l’occasione di sentirla all’opera. Radioattività è un lento cullato su strenne di flauti, senza grande mordente: Monumentale è la vena romantico-decadente dei Baustelle, un organetto di Barbiana che intona l’amore anticonformista tra i “divani fondi come tombe” ed i versi strappati a Montale; ancora, La Natura è la melodia pop più bella del disco, ingentilita dallo svolazzare finale di archi e fiati a ricreare atmosfere mahleriane, ma i salti armonici e le difficoltà di stratificazione strutturale ne strozzano un po’ l’enorme potenziale. Decisamente meglio, tuttavia, quando la sua voce viene lasciata librarsi sopra ad episodi d’annata: splendido, ad esempio, l’inciso in solo – con un Brasini essenziale, westernato surf, il Lee Hazlewood tarantiniano di una moderna Nancy Sinatra – de L’Aeroplano, bellissima in questa versione nuda, e bello anche il call&response con Bianconi sulla classica Col Tempo del grande Leo Ferré, reso celebre dall’interpretazione di Patty Pravo.
Già, Claudio Brasini… l’altro grande assente dei “nuovi” Baustelle. Per quanto “Fantasma” sia un lavoro essenzialmente barocco, ai blocchi di partenza ci si sarebbe comunque attesa una rifinitura chitarristica più pronunciata. Il tocco del “terzo”, invece, è annacquato, a tratti inconsistente, pressoché insignificante nel marasma di nuovi colori strumentali. Non bastano lo sfarzo opulento – e un po’ kitsch, a veder bene – di Fantasma (Titoli Di Coda), o le ragnatele sotterranee della già citata La Natura, o gli strali funebri che scendono sull’esecuzione un po’ fiacca del singolo La Morte (Non Esiste Più), o ancora il riff inconfondibile de La Guerra È Finita, nel bis, che scatena l’orda dei fedelissimi ad abbandonare ogni cerimoniale per spingersi fin sotto il palco: pare proprio che il futuro del gruppo non passi per le chitarre, e nemmeno per quella digressione di cantautorato “colto” e di arpeggio liturgico che aveva contaminato alcune sezioni importanti del precedente “I Mistici Dell’Occidente”. Prova ne sia una versione irriconoscibile per sola voce e tromba, finanche paradossale, dell’anthem Charlie Fa Surf (trascurabile), meccanismi che avanzano senza ulteriori spinte elettriche (l’interessante Maya Colpisce Ancora, con Rachele ancora relegata ai cori, il gravoso peccato intellettualoide di Contà L’Inverni) ed una chiusura telefonata, con Andarsene Così, dove la propulsione si accende più per accostamenti sonori, che per reale fisicità.

Tutto sommato, può funzionare lo stesso. Ancora ben lontani dal dispensare alta e snobistica cultura, i Baustelle si fanno ampiamente perdonare per una parabola, evolutiva, decisamente refrattaria alla staticità. Se i giovani disillusi del “Sussidiario” sono morti e sepolti, nondimeno parrebbe ancora interessante assistere al disintegrarsi della cometa…

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<![CDATA[Baustelle Live Report]]>

Nonostante la pioggia e il freddo ancora pressoché invernali, venerdì sera il Teatro Geox era praticamente pieno per accogliere i Baustelle, che hanno fatto tappa a Padova per il tour di lancio del loro sesto album, Fantasma.

Il disco del ritorno sulle scene dopo tre anni di silenzio è sicuramente una tappa fondamentale del percorso artistico dei Baustelle: concept album imperniato sui concetti non proprio leggeri di tempo, morte e impermanenza e registrato a Montepulciano con un’orchestra sinfonica e ben due cori, esso porta a compimento il passaggio (già ampiamente annunciato dal precedente I mistici dell’Occidente) verso uno stile ispirato alle colonne sonore anni ’60, bohèmienne e cinematografico, con arrangiamenti sinfonici maestosi cuciti addosso ad ogni brano.

Per questo è quasi naturale che il tour di Fantasma abbia un respiro decisamente teatrale, e che ad accompagnare sul palco Francesco, Rachele e Claudio sia una big band di sette elementi.

Mentre prendo posto, il Geox risuona già del pezzo strumentale Titoli di testa, che apre il nuovo album. Senza dire una parola, Francesco e soci snocciolano quindi altri brani del disco, ovvero Futuro (a mio parere, forse la canzone più bella del disco), Nessuno e Il finale. Con Radioattività è il momento del primo brano cantato interamente da Rachele, che seduta al pianoforte è divina come sempre. Diorama, che parte con un arrangiamento quasi minimale e poi cresce in una coda sinfonica, e la strumentale L’orizzonte degli eventi chiudono la prima parte del concerto.

A questo punto, un barbuto Francesco si alza dallo sgabello e saluta il pubblico del Geox, dando inizio alla seconda parte del live, quella meno decisamente contemplativa, anche se il tema del tempo, intorno a cui è organizzato il tour, resta in primo piano: è così il turno di Cristina, Contà l’inverni e Monumentale, ispirata all’omonimo cimitero milanese e cantata ancora da Rachele. Con il primo singolo estratto da Fantasma, La morte (non esiste più), Maya colpisce ancora e Natura le tracce del nuovo album sono praticamente esaurite. I fan di lungo corso (si vedono parecchi volti maturi stasera al Geox, anche se non mancano i ragazzini: l’hype del disco è stato infatti notevole) si cominciano a chiedere quali brani del passato compaiano in scaletta, anche se le scorse date del tour non dovrebbero lasciare dubbi: difficilmente (e purtroppo, aggiungerei) si sentiranno brani del Sussidiario e della Moda del lento, i due primi dischi che hanno lanciato i Baustelle come cantori degli adolescenti di provincia maledetti e anacronistici, fra riformatorio e il mito di Alain Delon. Si comincia infatti con Aeroplano, tratto dall’album Amen del 2008, con cui Rachele conquista definitivamente il Geox, poi seguono una fantastica cover di Leo Ferrè (Col tempo), Il corvo Joe (La malavita, 2005) e Alfredo (ancora Amen), mentre la parossistica L’estinzione della razza umana ed i Titoli di coda di Fantasma chiudono il live.

Ma il saluto del gruppo, è chiaro, prelude ad un applauditissimo ritorno in scena: i bis sono Charlie fa surf, La guerra è finita e Andarsene così. Sotto il palco si balla, mentre il gruppo si congeda con un inchino, come a teatro. Sipario.

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<![CDATA[Sketch & Soda - Teatro Toniolo Mestre]]>

Mercoledi 6 marzo Teatro Toniolo di Mestre, la sala è gremita di gente impaziente di assistere ad uno spettacolo contenitore di quelli che sono gli sketch più divertenti e conosciuti del brillante duo comico romano. Per la regia di Claudio “Greg” Gregori e le musiche di Attilio Di Giovanni va in scena "Sketch & Soda".

E' con il loro più famoso cavallo di battaglia L'Audizione che danno il via a più di un' ora e mezza di spettacolo. Spettacolo che racchiude 7 gags, intervallate da piccoli stacchi musicali. Giocano sul palco interpretando vari personaggi protagonisti di surreali vignette, prive di filo conduttore, leggere ma allo stesso tempo pungenti come la risata che vogliono provocare.
E' Vania Della Bidia, giovane attrice da me sconosciuta  che prende il posto della più nota Virginia Raffaele, ad accompagnare Lillo e greg sul palco in Scene come quella del Treno o le innumerevoli scene al ristorante che parlano di un tema spesso fonte di grasse risate: quello del rapporto tra uomo e donna. Si susseguono poi il divertente ‘Disco boom’ ambientata in un negozio di dischi dove l’acquirente, per far capire al venditore quale disco sta cercando inizia a cantarne il motivo, fino all’intera esecuzione e altre divertenti "storielle".

Cio'che diverte di più me e il pubblico in sala non sono forse le varie "scenette", già note ai più, ma sicuramente la personalità e il carisma dei due comici (al secolo Claudio Gregori e Pasquale Petrolo).
La bellezza dello spettacolo è proprio il ritmo con cui si susseguono tante scene e l'opportunità di assistere in una sola sera e dal vivo a quello che normalmente vediamo o abbiamo già visto in televione o sentito alla radio.

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<![CDATA[Macbeth - Teatro Goldoni di Venezia]]>

Avete presente il disagio? Ve lo descrivo: ti presenti sobrio ad una festa alto-borghese con ore di ritardo, l'alcol è finito, gli invitati sono già ubriachi fradici, ridono tutti come idiote scimmie adolescenti e a te non resta altro che galleggiare tra l'imbarazzo e l'odio di classe. Tutti che strillano e non c'è nulla da strillare. Ecco, il Macbeth di Andrea De Rosa inizia così, in un frivolo festino per riccastri scemi, e l'ancestrale decadenza scozzese del testo originale non potrebbe essere aggiornata in modo migliore: nella prima mezz'ora vorresti vedere gli sguaiati protagonisti in scena tutti morti e coperti di sangue. E il bello è che sai benissimo che verrai accontentato.

Su un grande divano siedono tre curiosi ciccio-belli, tre bambole orrende che ricordano i giorni più atroci della tua infanzia, i pomeriggi di noia, i regali sbagliati, scusi signora credevo fosse una bambina, ma va là che si divertirà lo stesso, e adesso gioca con queste e non fare il viziato. Non appena entrano in scena Macbeth e la sua Lady, ebbri e insostenibili, i ciccio-belli si trasformano in adorabili epigoni di Chucky – La bambola assassina, snocciolando con voci metalliche le mefitiche profezie delle streghe shakespeariane.

Si comincia a (s)ragionare: il disagio-party si rivela essere la festa per la vittoria di Macbeth e Banquo e dalla stanza fumatori entrano tutti ilari Seyton, Malcolm, Macduff... La prima profezia delle nipotine di Chucky tosto si realizza: Macbeth è nominato barone di Cawdor, quindi di lì a poco anche il trono di Scozia sarà suo.
I sogni son desideri, ma i desideri realizzati sono gli incubi peggiori”, diceva Chiasmo da Rotterdam: passata la sbornia, il pover'uomo si trova così schiacciato dalla propria ambizione e dal disegno del Destino, dall'inconfessabile volontà di potere e dalla moglie più infernale del teatro moderno. L'assassinio di re Duncan inaugurerà la festa crudele del sangue e del rimorso.

Ora, io di sangue e crudeltà un po' me ne intendo, quindi per accontentarmi a questo punto devi alzare di molto l'asticella: diciamo che se non appendi feti grondanti di vernice rossa io non sono felice, se non mi rimbambisci con musica iper-violenta e luci epilettiche ti considero un chierichetto. Voglio il vomito e la paura. È chiedere troppo che Decadenza e Disagio rendano il disumano tangibile, disturbante, schizzante plasma? No, e infatti il buon regista mi asseconda in tutto e per tutto, mettendo in scena un parto orripilante che nemmeno in Brood - La covata malefica, e musiche e voci industriali degne di un album dei NIN. Macbeth e la Lady sprofondano nel più contemporaneo ed abissale degli incubi: quello della frenesia feroce, della megalomania del tiranno, dell'intima tenebra, malati di una fame insaziabile prima, e di una sazietà inconsolabile poi.

Non a caso parlo di fame e pance satolle: il dominatore assoluto della scena è ovviamente un Giuseppe Battiston ENORME, per stazza e per talento, che continua ad inseguire e perseguire in tutto e per tutto quel genio esasperato di Orson Welles (ricordiamo che lo ha interpretato nel 2010 in “Orson Welles Roast”, e che la trasposizione cinematografica più celebre e riuscita della tragedia shakespeariana è proprio del regista di Quarto Potere). Ma anche Frédérique Loliée è una meravigliosa Lady Macbeth, insopportabile e spietata come è giusto che sia, e il resto del cast ha il merito di non rovinare la piazza a questa coppia in stato di inquietante grazia.

Due ore di sogni che conducono uomini alla rovina, di Male in serata di Gala, ma soprattutto di idee e coraggio, finalmente. Nel circuito teatrale tradizionale difficile chiedere di più.

 

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<![CDATA[Il Geyseir di suono dei Sigur Ròs]]>

Descrivere un live dei Sigur Ròs, gruppo che si è creato un linguaggio tutto suo (la lingua vonlenska), con le parole è difficile, farlo nel classico modo parlando di tecnica o scaletta è inutile.

Perché è un  puro incantesimo sonoro vissuto disco dopo disco che si materializza davanti a te come un paesaggio da fiaba


Entrano sul palco e inizia la magia, ogni istante sarebbe da immortalare, per il colore che prende il set, per  il riflesso nascosto dal velo di nebbia artificiosamente creato, per l’impetuoso calore del Geyseir di suono che erutta ritmicamente e ogni volta ti toglie il fiato.

I Sigur Ròs sono un incanto, fatto di ghiaccio e fuoco, di folletti e spiriti che animano il suono, vero padrone che tutto irrora e riscalda.  L’attività vulcanica vince la gravità, t’ipnotizzano gli sbuffi sonori, ti abbandoni e ti immergi, e t'innalzi con loro.

Brividi ed emozioni si rincorrono mentre su quel velo si piroettano colori e immagini e quando cade il tempo e lo spazio sono stati annullati e qualcosa è cambiato irrevocabilmente.

La scaletta alterna classici ed inediti, ma poco importa.

Ascoltare i Sigur Ròs significa viaggiare dentro sé stessi, essere disposti a ripercorrere il sentiero interiore ancestrale che si nutre di contraddizioni, che vive di isolamento e incanto.

Il crescendo finale è un invito ad arrendersi alla vitalità del selvaggio sentire, svuotarsi della razionalità e perdersi nella mutevolezza continua.

L'orologio segna la fine del concerto dopo due ore esatte. Non è vero.

E' durato un’intera stagione sonora incantata.

La stagione dei Sigur Ròs

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<![CDATA[Splatterpink: intervista e live report]]>

Mentre i Litfiba cominiciano il loro tour di reunion nostalgica a Milano, dando così a Ghigo l'occasione di suonare pezzi wave degli anni '80 utilizzando più o meno la distorsione dei Pearl Jam, a un paio di centinaia di chilometri di distanza un gruppo molto, molto più incazzato, senza dir nulla a Simona Ventura riempie fino all'orlo il Locomotiv di Bologna per il suo rientro.

Gli Splatterpink sono quattro tizi davvero poco inclini al compromesso, sia esso sonoro o lessicale, che risorgono in formazione quasi originale dopo un'assenza decennale. Il locale è pieno ben prima dell'inizio del concerto, ad aprire la serata ci sono i Fuzz Orchestra, che scaldano un pubblico particolarmente incline a farsi scaldare. Questo primo live è potente quanto basta per impedire qualunque dialogo sino al parcheggio e, senza entrare nei dettagli, non c'è alcun dubbio sul fatto che siano un'apertura più che onorevole per chiunque debba seguirli. Personalmente approccio la serata forte di una robustissima ignoranza in materia di Jazzcore e soprattutto di Splatterpink, ma la sensazione è da subito buona, se non altro per il palpabile clima di attesa che mi circonda e per la qualità inusuale del gruppo spalla.

Gli Splatterpink salgono sul palco tra gli applausi e le grida senza farsi attendere, con l'aria di chi è contento ma non particolarmente stupito dalla situazione; nemmeno dal fatto che durante lo show si leverà dal pubblico più volte il coro "Va-sco Va-sco", apparentemente diretto al frontman Diego D’Agata, in una sorta di inspiegabile decontestualizzazione artistica collettiva/presa per il culo dello spettatore medio.
Quando il pubblico applaude e devi ancora suonare un po' hai già vinto; loro sembrano saperlo bene. E infatti vinceranno.

Partono senza troppi preamboli e con un ritmo frenetico scaricano un'ora e mezza (il tempo l'ho stimato adesso, un po' a caso) di decibel arroganti sulla sala, sfornando, fra le cose, tre inediti che fanno presagire un nuovo album in arrivo. La pista è teatro di scenette piuttosto divertenti, poiché deve fronteggiare un pogo di dimensioni ed entusiasmo decisamente preoccupanti, quantomeno per alcune ragazze che si sono guadagnate un posto un prima fila ma che non hanno fatto i conti con una quarantina di osti che giocano a proiettare persone in direzioni casuali.

Tanto entusiasmo non può che far bene al gruppo che per tutta la durata del concerto mantiene un suono granitico forte di dieci anni di arretrati. A prescindere dai gusti musicali non possono non stupire, quantomeno perché quello che eseguono sul palco ha l'aria di essere straordinariamente difficile. Gli inserti di sassofono e più in generale lo stile della band mi ricordano vagamente gli Zu (anche se per cronologia dovrebbe essere il contrario), con strutture delle canzoni più riconoscibili, un suono meno scuro, un atteggiamento decisamente più strafottente e, ovviamente, una voce in più ... quindi in buona sostanza non ci somigliano, ma non ho altri riferimenti nel genere.

Il concerto dura parecchio, ma ci vogliono comunque un paio di bis perché il pubblico si quieti e accetti di averne abbastanza, e in realtà anche gli Splatterpink non sembrano aver troppa intenzione di scendere dal palco dopo tutto questo tempo in cui ne son stati alla larga.

A fine serata sono contenti tutti, gestori, gruppo, recensori di Sherwood e folla festosa... ma questo successo ce lo potrà confermare con le sue parole il cantante/bassista Diego D’Agata aka “Il Simon Le Bon del terrorismo musicale” (da wikipedia…)

Intervista a Diego D'Agata
degli Splatterpink

Ciao Diego, allora, cosa ne pensi del vostro rientro? A occhio e croce è stata una serata grandiosa.

Direi che è andata anche oltre le aspettative.

Dal mio punto di vista te lo posso ampiamente confermare. Comunque, mi hai detto ho sentito che avete fatto tre inediti. Sono forieri di un nuovo album?

Non lo sappiamo ancora bene, di sicuro abbiamo visto che ci piace sempre comporre musica e che c’è sempre del materiale su cui lavorare; l’idea è concretizzare questa roba in sei pezzi e registrarli, per il resto siamo pessimi promotori di noi stessi, lo siamo sempre stati; possiamo solo dire che ci sembrerebbe stupido non investire in questa band, poi magari salta fuori che invece i pezzi fanno cagare e bòm, ognuno di nuovo per la sua. Dal vivo proponiamo una scaletta che abbraccia tutti e tre gli album, con una particolare predilezione per il primo. Siamo riusciti a ficcarci dentro due pezzi nuovi (tre se contiamo l’abbozzo del “fuori programma”, che cmq è a tutti gli effetti un brano nuovo), che come ti dicevo prima verranno a breve registrati

(Ndr: il fuori programma è stato quando il fonico ha impiegato … boh… un quarto d’ora? … per cambiare il microfono del Sax che non andava)

Durante il concerto c'era un acceso pogo che coinvolgeva mezza pista. Buona parte del pubblico in esso coinvolto probabilmente non poteva legalmente acquistare dell'alcool quando calcavate le scene negli anni'90. Questo vuol dire che avete lasciato un segno indelebile a cavallo di due secoli e due generazioni?

Quello che in parte ci ha spinto a riunirci è l’aver constatato che c’era ancora un cospicuo numero di persone che continuava a conoscere e a far girare questo nome, il web, e relativi feedback a riguardo ce l’hanno confermato. Per la questione del lasciare un segno boh, se è stato lasciato forse è dovuto al fatto che, faccia essa cagare o no, la nostra musica difficilmente può risultare datata, o perlomeno penso che possa essere contestualizzata anche nel decennio successivo, la gente ha continuato ad ascoltarla. Deriverà dal fatto che a me certa musica vecchia ha sempre fatto cagare e quindi tendo a trasmettere ai miei pezzi questa fobia di suonare, che so, come i Van Der Graaf Generator. O Frank Zappa.

Chiudo chiedendoti di una "variabile esogena": so che sei piuttosto impegnato anche sul fronte Testadeporcu e, stando a quanto dice il web, anche questa band nutre di un certo seguito. Continuerete o gli Splatterpink assorbiranno tutto?

Una cosa non esclude l’altra , anzi. I tdp sono un progetto al quale tengo molto, abbiamo pronto un lavoro nuovo, in marzo-aprile stampiamo e facciamo uno spezzatino-tour, nel senso che le date sono tutte sparpagliate.

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<![CDATA[Report - Ascanio Celestini - Discorsi alla Nazione]]>

Ragionar per metafore è un mestiere rivelatore. Si tratta di traslocare un significato da un significante ad un altro, diverso e parallelo, e come per incanto tutto diviene limpido come un laghetto senza fango, chiaro come un cielo sempre blu. È questa un'arte propria dei poeti e dei teatranti, di filosofi e narratori. Man mano che il senso originale si allontana della parola che abitava, pare inspiegabilmente avvicinarci ad una verità più antica e dimenticata. Ascanio Celestini, però, è un teatrante nel quale sarebbe comodo non imbattersi mai: tu credi di vedere, arriva lui, ti accende la luce e ti ritrovi nel buio più profondo e inconsolabile.

Discorsi alla nazione: studio per uno spettacolo presidenziale”, andato in scena lo scorso venerdì al Rivolta PVC di Marghera, è un allestimento in fieri, ossia ancora in lavorazione (uno studio, appunto), scrittura in scena, che fa sorridere di continuo lasciando però la bocca ingolfata di amarissimi lampascioni.

Lo spettacolo si articola in una successione di discorsi che vari tiranni pronunciano in libertà dal podio davanti ai loro sudditi/elettori. C'è il dittatore capitalista, quello razzista, il socialdemocratico e così via. Scopo del gioco: conquistare il consenso, utile non tanto a governare, che i tiranni governavano già prima e governeranno anche dopo, ma a celebrare l'irreversibilità della propria dittatura. E questo alternarsi di arringhe superbe pian piano prende la foggia di una picaresca avventura: quella del capitalismo alla conquista dei nostri culi addormentati. Il voto dei cittadini allora non è più un esercizio democratico, ma la busta paga del dominato, lo zucchero per addolcire l'inaccessibilità del potere. Tutto molto marxista.

Nelle trasfigurazioni di Celestini i tiranni non hanno neppure più bisogno di vestire i panni del politico, ma spadroneggiano sfacciatamente, irrisoriamente, ghignano e sfottono. Noi spettatori ridiamo e sprofondiamo, ci ripariamo sotto le scarpe dell'uomo con l'ombrello, la posizione ideale per non bagnarsi, ma anche per raccogliere briciole e mozziconi di cicca, e sporcarsi di merda quando il tiranno defeca. D'altronde la gravità è una forza di natura, mica la si può invertire.

Se una speranza rimane è quella del gramsciano ottimismo della volontà, ma un popolo satollo difficilmente interromperà lo spettacolo della tirannia per trovarsi rivoluzionato ed affamato. E così ogni reazione viene inglobata, diventa un vezzo del mondo padronale, una smorfia buffa, un wine bar benedetto dal Che là dove prima sorgeva un Centro Sociale Occupato.

Celestini può non anche non piacere, con la sua insistita cadenza retorica, schiavo com'è dell'anafora almeno quanto il sottoscritto lo è di ossimori ed endiadi, però ci restituisce fedelmente il punto di vista di una sinistra che sotto sotto disprezza la propria ideologia passata e ora si trova incapace di guardare al futuro.
Si conferma comunque un narratore sopraffino, capace di plasmare storie e immagini nelle nostre menti col solo uso dell'arte retorica e recitativa, addolcendoci con parole rassicuranti, spiazzandoci con paradossi, dilaniandoci con iperboli grottesche, così sinistramente familiari.

Lo spettacolo sarà completo solo in aprile, ma il messaggio appare già strutturato, crudele e maligno.

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<![CDATA[Massimo Zamboni in Spleen Artico-Emiliano]]>

La terra come denominatore comune, il viaggio come elemento di ricomposizione.

Questo Massimo Zamboni, coadiuvato alle musiche da Cristiano Roversi e ai video da Piergiorgio Casotti, ci presenta in "Spleen Artico-Emiliano".

Un lavoro allo stesso tempo visionario e concreto. Dove gli occhi dello spettatore si perdono lungo le carrellate artiche, per poi ritornare coscienti di fronte ai vivi colori di un Emilia appena martoriata dal terremoto.

Zamboni, in questo nuovo lavoro sembra voler mettere a nudo un proprio percorso, fatto non solo di musica e immagini, ma anche (e soprattutto) di parole.
Qui il pubblico gioca un ruolo fondamentale. Per comprendere infatti l'intera produzione post-cccp/csi, l'ascoltatore deve lasciare da parte i propri pregiudizi o aspettative date dai ricordi, per abbandonarsi con maturità ad un percorso intimo.

Lo spleen non è solo un disagio negativo, ma testimonia anche una sensibilità diversa che vuole esprimersi.



Guarda il video integrale dello spettacolo

Registrato al CSO Pedro - Venerdì 8 Febbraio 2013
dalla Sherwood WebTv



Massimo Zamboni | Piergiorgio Casotti
Spleen
Artico Emiliano

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<![CDATA[Leon Ware + Freestyle Records + HWT]]>

Pontecorvo studios (PD): questa settimana saremo in trasferta londinese per un paio di appuntamenti stratosferici.
Islington Assembly Hall (Londra), pomeriggio speciale dedicato all'uomo che si celava dietro numerosi successi planetari legati alla black music.
Stiamo parlando di Leon Ware cioè mister "I Want You" di Marvin Gaye oppure, in tempi più recenti, invisibile arrangiatore in "Urban Hang Suite" album d'esordio di Maxwell che ha ridefinito il (nu)soul.
In session con il line up degli Incognito(!), la band retro-soul del momento, gli Hannah Williams & The Tastemakers (HWT) e Linda Muriel con le Afro Symphony..noi ci saremo.
A seguire un report dell'evento ed un'intervista esclusiva con gli HWT..

Leon Ware + Incognito @ Islington
Incontreremo, poi, Greg Boraman della Freestyle Records, etichetta "cugina" della nostra Record Kicks, da un decennio impegnata a spargere il verbo della musica afro-americana in ogni sua emanazione.

E poi...sorpresa..occhio alla pagina di Soul revolution!
Per finire basta parole ma godetevi il mixtape-playlist della settimana, una miscela di spiritual jazz con ritmi cubani, elettronica, rare groove e tanto funk.

Tracklist

- The Greg Foat Group "For A Breath I Tarry" (Jazzman, 2013)
- Jessica Lauren Four "Vaya Con Dios" (Freestyle Records, 2012)
- Part-Time Heroes feat. Sarah Scott "Dancing In The Dark" (Wah Wah, 2012)
- Caroline Lacaze & Mocambo Electric Sound Orchestra "L'Etrange" (Mocambo, 2012)
- Barbara St.Claire "Teacherman" (Soul Spectrum, 2013)
- El Rego "Hessa" (Wax Poetic, 2011)
- The Soul Immigrants "The Ghetto (There's No Way Out)" (Dry Rooti, 2012)
- Nicole Willis & The Soul Investigators "My Four Leaf Clover" (Timmions, 2005)
- Hannah Williams & The Tastemakers "I'm A Good Woman" (RK, 2012)]]>
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<![CDATA[La torre d'avorio di Ronald Harwood]]>

Nella Germania nazista era moralmente lecito che un artista contrario al regime continuasse ad esercitare in patria, dando lustro alla propria perversa nazione?
O l'arte nei regimi totalitari non può che essere collaborazionista?
E perché lavo ogni volta questa mia unica camicia a novanta gradi e il colletto resta sempre opaco?

Oggi ho la soglia d'attenzione di un ragazzino a catechismo, però rimane il problema: perché devo sempre vestirmi in modo così sciatto? Vado pure a vedere Montalbano a teatro, ci sarà un esercito di madri pronte a giudicarmi e rimbrottarmi! Se mi urlassero “Sembri sei il figlio di nessuno” mia madre ne sarebbe dilaniata.

Ma torniamo in argomento: Montalbano, si diceva, cura la regia e interpreta “La torre d'avorio”, di Ronald Harwood, ai più noto come lo sceneggiatore de “Il Pianista” di Polanski.

1946, Berlino Ovest: Zingaretti esce dal suo ingombrante personaggio televisivo ed entra finalmente nei panni di uno sbirro che fa interrogatori. Qui, in piena denazificazione della Germania, mentre a Norimberga va in scena lo spettacolo della punizione, uno sbirro americano è incaricato di raccogliere prove e dichiarazioni sul direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler, orgoglio di tutti i tedeschi e vera stella internazionale dell'epoca al pari del nostro Paganini. La volontà degli Alleati di mettere sotto scacco... SPEGNI IL CELLULARE, CIALTRONA! La volontà degli alleati di... ANCORA?!?
Ecco, si alza: maledetta obesa dallo sguardo vacuo, fuori di qui! Sei la vergogna di tutta l'intelligentia mestrina! Shame on you!

Scusate, riprendiamo. Ora ci sono, ho occhi solo per lo spettacolo. Inizia l'interrogatorio, lo sbirro americano Arnold è ben diverso dallo sbirro Montalbano: è un uomo rozzo, ragiona per preconcetti, sciorina tutto tronfio tecniche di interrogatorio abbastanza ridicole. Il confronto è serrato... ANCORA?!? Uh, arrivano le maschere! Sei carne morta, cotechino impellicciato! Eccoli, chiedono al vigile del fuoco in sala, gliela indica, la prendono per un braccio e la portano fuori! Massacratela! Tu e la tua suoneria del menga!

Ficata 'sto spettacolo, mai visto scene del genere! Ma giriamo la testa e torniamo a guardare il palcoscenico. C'è una donna che urla tre minuti e poi scompare a godersi il suo giorno di paga, gli interrogativi morali si stratificano e innalzano mura sempre più alte per la Babilonia delle incomprensioni e dei punti di vista: “l'arte è libertà, l'arte è gioia e verità nei momenti bui” vs “l'arte qui c'entra poco, qui c'entrano i festini che lei si faceva in camerino grazie ai favori del regime, lei disprezzava Hitler ma mangiava dal suo piatto, ha pure dei figli illegittimi che dimostrano non ho ben capito cosa”.

Due ore e venti così, e tosto finisce lo spettacolo: tripudio per Zingaretti, la madri si voltano verso i figli per chiedere: “l'hai registrato? Dimmi che l'hai registrato”, ma i figli non ci sono, sono tutti a Marghera al concerto degli Asian Dub Foundation.

Io credo di essermi distratto un po' troppe volte per darvi un giudizio obiettivo, ma non credo sia esclusivamente colpa mia: l'argomento è un poco trito, gli attori sono statici, la scenografia alienante. Fuori dal teatro, sotto il diluvio, una carcassa grassa giace zuppa e pesta sul selciato di una via laterale, mentre la suoneria ancora trilla nel vuoto.

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<![CDATA[Occidente Solitario con Claudio Santamaria e Filippo Nigro]]>

E andiamo a vedere uno spettacolo con Claudio Santamaria, che almeno piace alle giovinotte che accorreranno in massa a teatro, così stasera non saremo gli unici a sentire lo spettacolo in una sala solitamente colma di clienti Amplifon®.

Occidente solitario ha una locandina intrigante, con tanto di coltello e fucile, sguardi gonfi di tensione, e l'autore è Martin McDonagh, pluripremiato autore inglese d'origine irlandese, regista per il cinema di un film dignitoso come In Bruges.
Si narra la storia di due fratelli ai ferri corti, tra ricatti e dispetti, e del prete che cerca di riconciliarli anche con l'ausilio di gesti estremi, che mai verrebbero perdonati dalla religione che ha sposato.

L'inizio è scoppiettante: quattro personaggi evidentemente affetti da Sindrome di Tourette vomitano addosso al pubblico un bellicoso stuolo di “cazzo”, “culo”, “puttana”, “troietta” e chi più ne ha più ne metta.
I clienti Amplifon® spengono l'Amplifon®, ché qui ci si gioca il Paradiso proprio in dirittura d'arrivo, i giovini apprezzano e ridono: questo testo sembra scritto dall'invidiatissimo bullo del secondo banco.

I protagonisti sono dunque due fratelli eternamente in zuffa, che se vivessero in America sarebbero definiti redneck (i bifolchi delle praterie che sequestrano e scuoiano giovani studenti borghesi negli horror anni '80), ma dal momento che la storia è ambientata in Irlanda chiameremo green-neck. Li interpretano Claudio Santamaria e Filippo Nigro che, per volere del regista Juan Diego Puerta Lopez, recitano come se fossero Chiquito & Paquito: lo sketch è bello finché dura poco e alla lunga (lo spettacolo sfora le due ore) smorzano tutta la tensione, che pure vorrebbe straripare da ogni gesto e da ogni parola.

Il problema della messinscena è essenzialmente questo: due cerebrolabili sottosviluppati non possono far esplodere la Crudeltà, almeno a parere di chi scrive, perché depotenziano di continuo tutte le situazioni e la distruzione latente, perché sono pur sempre Chiquito & Paquito in versione catastrofica, e nessuno si può identificare in Chiquito & Paquito, nessuno riflette su un delirio ridicolo. Non ci sono grandi metafore, o almeno non vengono percepite: tutto è parossistico quanto innocuo.

Ad accompagnare i due protagonisti, un prete gemebondo, alcolizzato e incapace (Massimo De Santis), e una ragazzina indomabile (Nicole Murgia) che la costumista ha vestito come la figlia ribelle di Massimo Boldi in un cinepanettone: chiodo, ciuffi colorati, chewing-gum in bocca e gonnellina scozzese.

Si ride, la gente muore fuori scena (gettandosi nel lago dalla parte sbagliata, tra l'altro), si sputa e si rutta, ma si spegne il cervello e non si fa male a nessuno. Musica elettronica tanto bella quanto inappropriata.

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<![CDATA[Una notte in Tunisia di Vitaliano Trevisan]]>

Vitaliano Trevisan, nell'immaginario di chi scrive, è il folgorante protagonista demoniaco del “Primo Amore” di Garrone, dove con il suo violento accento vicentino modella un ideale estetico perverso sul corpo sacrificale di Michela Cescon.
È anche l'autore del romanzo Una notte in Tunisia (Einaudi, 2011) da cui viene tratta l'omonima piéce andata in scena lo scorso weekend al Teatro Toniolo di Mestre, per la regia di Andrée Shammah.

Protagonista dello spettacolo è un reietto del teatro italiano, quell'Alessandro Haber condannato alla pubblica gogna dopo gli episodi ambigui della scorsa stagione, che interpreta il reietto per eccellenza della Prima Repubblica, Bettino Craxi, il corrotto corruttore della fede politica, il grande ingannatore, esiliato ad Hammamet per morire lontano dalle monetine degli italiani traditi.

Le premesse per una grande messinscena ci sono tutte.

Eppure Una notte in Tunisia non funziona, annoia, reclude in platea lo spettatore per un'ora e quaranta di infinite parole. Haber è sontuoso, Martino Duane nei panni del servo-ascoltatore Cecchin una spalla superba, Pia Lanciotti e Pietro Micci, pur non eccellendo (anzi!) non sono la prima causa del fallimento.

Ovunque leggo recensioni positive, poco ci manca che si gridi al miracolo, alla rinascita, alla nuova epifania. Ma sul testo di partenza grava il peso di una quantità opprimente di parole, di fogli, d'analisi, di letture, di scritture. Seduto alla sua scrivania, Craxi, per l'occasione ribattezzato signor X, pontifica. Pontifica. Pontifica.
Hammamet non è un luogo fisico, è un esilio metafisico, e lui è il dio morente di questo limbo che precede l'inferno. Di un dio Craxi non sentivamo il bisogno, non occorre dirlo. Ammalato lui, ammala di logorrea ogni orecchio presente in teatro.

Il contenuto è straordinariamente profondo, l'ossessione del politico di lasciare una traccia definitiva del proprio pensiero è nell'ordine delle cose di questo mondo, il metaforone sul cancro che, una volta estirpato, continua a far impazzire tutte le cellule che gli giravano intorno, accelerando la decadenza del corpo e della morale, è chiaro e illuminante. Ma tutta la messinscena è viziata di colpevole staticità, i protagonisti leggono le didascalie (la parola, la parola, il meta-teatro, che noia infinita!), i pensieri di Craxi inanellano sentenze di grande spessore intellettuale, la scenografia puzza giustamente di morte, ma allo spettatore non resta che combattere con le tentazioni della propria palpebra, e tanto amaro in bocca per l'occasione sprecata, per un teatro che invece di attirare nuovo pubblico, allontana il vecchio beandosi dei propri giochi sofisticati e stantii, della bella conversazione, dei complimenti dei critici ottuagenari, di un intellettualismo inattaccabile che nasconde in soffitta ogni fresca rivoluzione.

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<![CDATA[The Skatalites live Report]]>

Nonostante sia passato del tempo dalla formazione della band nei primi anni '60, oggi continuano a girare il mondo intero con una formazione che raccoglie gli strumentisti più apprezzati del genere, regalando uno spettacolo unico dalla prima all'ultima nota, unendo il pubblico in una frenetica ed euforica danza inarrestabile.

Quando si va a vedere un concerto di artisti storici come gli Skatalites si rimane sempre colpiti ed emozionati da chi troviamo sul palco.

Molti artisti della storia reggae internazionale, col passare degli anni ci lasciano piano piano e riuscire a godersi ancora un concerto del genere non ha prezzo.

12 euro o 15 euro di biglietto (in base se si è arrivati prima o dopo le 23.00) per seguire ben due ore di concerto degli Skatalites sono solo che ben riguadagnati.

Sabato 24 novembre al Centro Sociale Rivolta di Marghera (Ve) abbiamo avuto la storia, il seme del Reggae, passando dallo Ska, al RockSteady fino ai giorni d’oggi con Lester Sterling, Doreen Shaffer e tutta la band SKATALITES per festeggiare i 50 anni dell'indipendenza in Jamaica.

La serata si aprì con DJ GUSMA-T in consolle per scaldare le danze e lasciare il posto agli Skatalites.

Dopo le date estive, che li hanno visti protagonisti ad agosto tra Puglia e Lombardia, la band giamaicana ha confermato la propria presenza per due eventi, uno a Bologna il giorno precedente e uno questo Sabato 24 Novembre a Marghera.

Sul palco la band sfoggiò i loro pezzi migliori ma anche tracce famose di altri artisti come ovviamente Bob Marley.

A fine di questo splendido concerto durato ben due ore, la serata al Rivolta continuò nella seconda sala raccogliendo ancora la maggior parte di pubblico attirata dall’ottima selezione rigorosamente roots in vinile del nostro dj Tony (BomChilom) accompagnato da Sergio, la voce dei No Border e concludendosi successivamente con un cambio dj e di stile, passando così con Wildcat e spostando l’attenzione verso un genere più moderno.

AleFailla (Zion Train Radio) per Sherwood Live Report

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<![CDATA[Tito & Tarantula live report]]>

Tarantino Party!
Venerdì sera al New Age una serata dedicata al regista pulp per eccellenza: Quantin Tarantino. Pulp, Kill Bill, Iene e altri personaggi, si svuota un armadio alla ricerca di giacca e cravatta per entrare nei panni di Mr White o in quelle di Budd con un cappello da cowboy.

Ma il Tarantino party ha per protagonista soprattutto la musica di Tito & Tarantula di ritorno in questo nuovo tour 2012 in attesa del nuovo album.

Piacevole sorpresa l'opening act con la cover band di Treviso El Cuento de la Chica y la Tequila. Bravi, sinceri e con Stefano Silenzi particolarmente virtuoso alla chitarra.

Attirati da quel "After dark" di "Dal tramonto all'alba" (e da Salma Hayek) di fatto il loro successo più commerciale, New Age gremito.

Della formazione originale con Johnny 'Vatos' Hernandez, Nick Vincent, Peter Atanasoff e altri è rimasto solo Tito Larriva, vera spina dorsale del gruppo.

Southern rock & blues eccellente, fatto di strade deserte, ragni, serpenti e tequila, Tito porta a Roncade la sua colonna sonora: le hits scritte per i film "Machete", "Desperato", "Dal tramonto all'alba". Un filone musicale che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Pezzi celebri e meno estratti dai suoi 5 album: Angry Cockroaches, Strange Face of Love, Back to the House, Come Out Clean, in ordine sparso, tanto per citarne alcuni.

Non è di tante parole ma racconta aneddoti delle sue collaborazioni: "Johnny Depp? Molto basso", segnando con la mano la sua spalla. Noi invidiosi lo abbiamo sempre saputo ma lo ringraziamo lo stesso.

La nuova formazione forse pecca di estremo ringiovanimento, ragazzi polistrumentisti tra cui la figlia Lolita Lynne Carroll. Basso, chitarra e batteria alternativamente. E anche qui forse c'è un po d'invidia a vedere ventenni che suonano discretamente e girano tutto il mondo.

Alla fine tutti sul palco a gridare, più o meno in inglese, in una orgia finale collettiva, "Burning burning, in the flame". Ricompare perfino Silenzi che si prende di nuovo i meritati applausi suonando la chitarra di Tito. Bella serata.

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<![CDATA[The Pains of Being Pure At Heart live report]]>

Ennesimo prodotto del mitico Flood, i newyorkesi The Pains of Being Pure At Heart arrivano a Padova in occasione del loro breve tour italiano. Ambientazione a dire poco suggestiva per questa tappa nel capoluogo veneto. Ci troviamo in uno dei vecchi bastioni della città che sorgono lungo le mura che ne delimitano il centro storico. Un luogo che già di per sè crea un'atmosfera davvero speciale. Il concerto si svolge in uno degli spazi entro la fortificazione che fungeva da deposito per i cannoni. Oggi invece può capitare di assistere a delle performance teatrali o addirittura dei concerti. Come nel caso di The Pains of Being Pure At Heart, che suonano all'interno della rassegna organizzati da quelli del Looop Club

Circa trecento persone per assistere alla loro performance. Tra i presenti c'è chi li conosce bene, ma non sono la maggioranza. Si fanno sentire quando accompagnano il gruppo cantando sulle note di The Body, pezzo molto scaricato in rete secondo le solite statistiche, e soprattutto Contender che è il brano che li ha fatti conoscere e che apre il loro primo disco.

I cinque giovanissimi si danno un gran da fare, ma nonostante le tante date sostenute, sul palco davvero a suo agio ci sta solo Kip Berman, il frontman del gruppo.
Il sound non è affatto originale, ma si vede che i ragazzi hanno degli ottimi ascolti alle spalle. Si sentono spruzzate di Sonic Youth e di Cure come di tante altre band che hanno scritto le pagine più significative del panorama indipendente. Soprattutto inglesi, verrebbe da dire.

Suonano bene, non c'è che dire, anche se l'acustica non potrà mai essere perfetta avvolti come si è nella pietra dei bastioni. Ma il suono è accettabile, bisogna riconoscerlo. Dopo tutto, serviranno a qualcosa i fonici, oppure no?!?
Il pubblico sembra gradire infatti. E' vero, forse il loro sound non impressiona ma neppure delude. Non si è di fronte a dei “mostri” ma si vede che c'è talento e voglia di migliorarsi. Quindi, teniamoli d'occhio.

La serata è stata aperta dai Flowers, un trio inglese sicuramente ancora acerbo ma con delle buone intuizioni. Sul trio, non scommetterei ma, se tra qualche anno sentiremo parlare della loro cantante, non mi stupirei affatto.

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<![CDATA[Wilco Live Report]]>

Ci ho dormito su. Si perché gli ultimi report li ho sempre scritti di getto, rientrato a casa dopo il concerto. Invece questa volta ho deciso di lasciare decantare, almeno qualche ora. Una notte, insomma. E l’effetto non è poi così diverso. Affatto. Jeff Tweedy e soci non hanno tradito le attese, e quello di Padova, il primo dei tre concerti di Wilco nel “belpaese”, è stato un successo.
Non poteva che essere così, ma bisognava vedere le facce di quelli che uscivano dal Teatro Geox per capire.
Gioia e soddisfazione.

Due ore suonate alla grandissima.
In sette sul palco, allestito con una serie di lampade abatjour, come quelle che si vedono comunemente nelle camere da letto. Una soluzione che avevano già trovato anche i Blonde Redhead qualche anno fa. Per il resto luci calde, rosse e blu.

Tutto abbastanza essenziale, perché la protagonista assoluta è la musica. E che sound, infatti!

Puntualissimi aprono il set che sono le 21 e 30.
E partono alla grandissima con One Sunday Morning (song for Jane Smiley’s Boyfriend). Uno dei brani più belli dell’ultimo lavoro, The Whole Love.

Una decina di minuti in cui su un ripetuto riff di chitarra si innescano pianoforte e tastiere, con la batteria che sembra quasi non volere interferire. Un brano che fa capire quanto questi ragazzi di Chicago siano vogliosi di percorrere la loro strada liberamente, ma allo stesso tempo quanto abbiano imparato la lezione dei maestri del folk rock psichedelico americano.
Un brano nella migliore tradizione Yo La Tengo, per fare un esempio pratico.
I primi forse che hanno saputo creare trame infinite e allo stesso coniugare la capacità di creare perfetti brani pop (non è un’offesa.) da tre minuti. In particolare questo brano dove ci sono tutti quelli elementi che rendono speciale una canzone. Il testo, che descrive il rapporto padre figlio. Un brano dove c’è tutta la difficoltà del farsi capire tra uomini di diverse epoche. Un brano toccante ed emozionante, dove si capisce davvero che insieme a loro, ai Wilco, siamo cresciuti anche noi pubblico che ci emozioniamo carpendone anche le sfumature.

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Siamo tutti a sedere, ma durerà poco.
Il tempo che finiscano di eseguire Art, terzo brano della serata, e la gente è tutta in piedi.
L’atmosfera è bellissima davvero.
Il gruppo ci da dentro di brutto. Tra tastiere, organi, chitarre di tutte i generi, e una miriade di strumenti che appaiono e scompaiono per il tempo di una canzone.

Quando arriva il momento di At least that’s what you said la maggior parte dei presenti la riconosce dalle prime note. Parte quasi lo-fi (come sembra antico questo termine) come l’inizio del concerto. Ma poi è un esplodere di chitarre.
Quante canzoni d’amore sono state scritte? Ma solo alcune riescono a descriverne davvero certi momenti in modo efficace e non scontato. Il testo si consuma subito, è essenziale e crudo. E’ di una separazione che si parla. E le chitarre che appunto prendono il sopravvento su tutto, sono addolcite da un malinconico organo cheimpreziosisce ogni attimo. Uno dei momenti più belli della serata. Il pubblico gradisce eccome.

Si diceva dell’organo. Già, perché durante l’esecuzione della mitica Impossible Germany, quella in cui assoluto mattatore è Nels Cline, chitarrista sopraffino che da vita all’esecuzione di uno dei pezzi più attesi da tutti , l’organo va in panne. Lui ci ha provato a stare al passo di Cline, ma questo correva troppo veloce

E’ il momento di Theologians e Jesus etc., due brani che a suo tempo fecero parlare di se anche per i testi che non tutti videro di buon occhio. I bacchettoni.

Cline e Tweed non solo i soli a dare spettacolo. E’ vero che il primo tra ricami, slide e double guitar, da proprio l’idea di prendere le cose tremendamente sul serio. Ma una notazione di merito va anche a Glenn Kotche, un batterista che non sbaglia un colpo, e che si concede anche al pubblico.
Più timidi ma tremendamente abili ai loro strumenti, Jorgesen e Sansone, che danno prova di sentirsi a proprio agio sia con gli strumenti a corda che con tastiere e piano.

Una band completa, generosa, che per due ore piene ha regalato una serata di grandissima musica. Nel senso più alto del termine.
Un finale esaltante che li spinge a uscire a offrire ulteriori bis. Se parte così il tour italiano, è un trionfo garantito.

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<![CDATA[Marta sui tubi live report]]>

Si avvicina alla fine il "Cromatica tour" con la data di Schio, penultimo concerto del tour che gli ha visti impegnati in più di cento date da Marzo. L'ultima data, il 10 Novembre al TPO di Bologna, sarà un evento speciale, dal nome 'La Notte delle Coincidenze', un'occasione unica per concludere questi sei mesi quasi ininterrotti di concerti.
Per il momento non si ha ancora nessun dettaglio sulla serata, si sa solo che tutto l'evento sarà ripreso da svariate telecamere, ma nulla di più.

Ma veniamo al concerto:
devo ammettere che mi ero fatto un'idea di come sarebbe stato, però lo spettacolo ha davvero superato le mi aspettative. Mi aspettavo la botta di suono che ogni tanto sfoderano anche negli album, ma non così violenta e ben calibrata: in alcuni momenti pestano davvero tanto, ma sempre in maniera misurata e controllata.

Suoni graffianti e batteria incalzante, seguiti da violoncello elettrico e pianoforte che creano un mix sconcertante per chi non li ha mai ascoltati. Poi vedere Carmelo scapocciare come un dannato è davvero uno spettacolo! Mi aspettavo anche la voce incrediblie di Giovanni, ma dal vivo è un'altra cosa: oltre ad essere una macchina, per la velocità con cui canta alcune strofe, interpreta in maniera stupenda i testi e coinvolge molto il pubblico, fa di tutto per scaldare l'atmosfera ("ora alzate la mano sinistra, chiudete gli occhi e, senza pensarci, toccate il culo di una persona vicina!") e si commuove al ricordo di Dalla e del lavoro fatto assieme.
Insomma, é stata davvero una piacevolissima sorpresa sentire l'energia che i 5 che erano sul palco del Palacampagnola sono riusciti a sprigionare, senza eccessi o patinature.

La scelta delle canzoni è ricaduta su tanti brani più vecchi, da Vecchi difetti a Dio come sta, passando per L'Abbandono, Post, Il giorno del mio compleanno (dedicata ai 34 anni di Carmelo), Cinestetica, La Spesa e Una Donna e la sua semplicità, canzone che, a detta loro hanno sempre eseguito pochissimo dal vivo, e che hanno voluto regalare al pubblico di Schio. La scaletta ha incluso anche Stitichezza Cronica, Muscoli e DeiTi mento, L'unica cosa, Licantropo e i brani estratti dall'ultimo album: Di Vino, Al Guinzaglio, Camerieri, Muratury, Cromatica e Coincidenze, con cui ci hanno chiuso il concerto.
Prima di scendere dal palco però, hanno voluto ringraziare il pubblico in maniera personale: intonando un "grazie Schio" a cappella, a mo' di canto gregoriano.

Alla fine ho avuto proprio l'impressione che siano riusciti a creare, con il pubblico, un'atmosfera calda e accogliente, tipo da amici che escono a bersi la birra al pub, per parlare del più e del meno, per confrontarsi con le loro vite, le avventure di tutti i giorni, le sfighe, le delusioni, le fortune, le storie con le ragazze.

Un concerto intimo, onesto, piacevole, divertente, commovente in alcuni momenti, gestito magistralmente da un gruppo che ha l'umiltà di creare attorno a sè un mondo che non è perfetto, proprio come quello in cui viviamo, ma ricco di colori, autoironia e poesia che lo rendono un piacevole limbo.

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<![CDATA[OM + Lucertulas live report]]>

Era da parecchio tempo che non andavo in chiesa. E diciamo che non mi mancavano certo preghiere e litanie, ma dopo il concerto dell'altra sera mi sono dovuto ricredere. Scemenze a parte, gli OM nascono per questo scopo: portare l'ascoltatore ad un livello trascendente della musica, e per fare ciò non serve molto: basso e batteria. In realtà il duo americano creatosi dalle ceneri degli Sleep ha ampliato il suo range strumentale e Advaitic songs e God is good, ultimo e penultimo lavoro di Al Cisneros e Emil Amos, ne sono l'esempio: archi, sitar, percussioni etniche e cori in sanscrito non si sprecano. Si crea così un'atmosfera da meditazione, sporcata dal basso distorto di Cisneros, che merita di essere considerata. Dal vivo poi sembra davvero di essere in un'enorme cattedrale psichedelica dello stoner rock, con la pacca del Rickenbacker sempre a spingere sulle costole. L'alchimia creata dai mantra strumentali è davvero coinvolgente e, anche se il concerto dura solo un'ora, l'esperienza è davvero appagante. Il duo, che nei live è accompagnato da Rob Lowe (Lichens) per potersi permettere accompagnamenti di archi e cori, è capace di trascinarci nella semplicità della loro musica in un viaggio oscuro, misterioso e mistico, carico di riferimenti religiosi, ma che non stonano per niente con suoni e ritmi pesanti. Per una volta posso ritenermi contento di essere andato in chiesa.

Gli OM sono stati preceduti sul piccolo palco del circolo arci di Conegliano dai Lucertulas, un gruppo noise-hardcore veneto che ha davvero stupito per aggressività e potenza. Tutto un altro mondo rispetto a quello che li seguirà sul palco, ma per questo in nessuna maniera inferiore. Un suono super distorto che trapana il cervello e che colpisce direttamente in faccia. Il pogo è inevitabile e i tre componenti sanno tenere molto bene a bada le bestie che si scatenano. Un mix di noise rock, hard core e punk che schizza violentemente nelle orecchie e che si fa ricordare. Da provare!

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