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ReadBabyRead #347 del 17 agosto 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 2 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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ReadBabyRead #346 del 10 agosto 2017


Joseph Conrad
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 1 di 6)


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Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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<![CDATA[Recensione dell'Ep d'esordio dei Blue Hole]]>

L’animo dei Blue Hole ad un primo impatto appare dispersivo, senza un reale fine artistico, ma presto si capisce, dopo vari ascolti consecutivi, che in realtà i pezzi non sono la classica composizione diretta alla massa del pubblico, nascono da un lavoro più introspettivo che fa propri gli elementi della dispersione e dell’isolamento.

All’inizio il suono dell’ep si dilata senza restituire una idea chiara del percorso musicale del gruppo aquilano, si perde in frammenti di roccia gettati all’aria, come se un asteroide si fosse scontrato contro un altro asteroide. Solo successivamente tutta la materia si ricondensa e trova definita espressione divenendo un sistema organico. E qui risalta il tema dell’isolamento, soprattutto grazie alle parole. Doveroso specificare come il lavoro avvenga sia sotto l’aspetto compositivo che lirico.

La canzone Cosmonaut è la giusta cifra di quanto detto:

“Here I am, in the camp, living my dream,

in my lightning spacesuit, full of fears and feelings

..

And these engines will blow me away

out of the atmosphere..

..

no more communications, isolated and in trouble;

and I realized that my cosmic journey would be

the last chapter of my life”

Dal testo si evince la dimensione ovattata in cui si trova il protagonista, un cosmonauta (nome russo dell’astronauta), il quale partito per vivere il suo sogno spaziale si ritrova invece perso in un’altra dimensione, parallela a quella reale, ma non meno concreta. Lisergica, ma concreta.

Inseguire l’universo significa lasciare il mondo comune per trovare la propria quadratura, rimanendone anche in balia, senza legami, consci che quella è l’ultima e unica opportunità per Esistere pienamente.

La diretta conseguenza è racchiusa nel testo di Home:

“My home is everywhere, in everyone that I met,

in every minute I spent, the roots I put and I kept.

My home is here, in my heart, is in these streets that I walk down,

in every night I got drunk , in every day I felt lost.

My home is this cold land, with white mountains all around,

it’s something you can’t explain

with any word that you learned”

Lungo la strada il concetto di “casa” diventa il mondo intero, ogni luogo dove l’agire e la decisione hanno lasciato un segno che ha restituito un significato intimo e personale. Casa è qualsiasi luogo che si è fatto proprio. Colpisce il senso “freddo” che è stato dato al concetto, come se dovesse per forza esservi sempre e comunque un distacco necessario ad essere liberi (di scegliere), essenziale per lasciare andare e ri-partire di volta in volta.

Questo Ep, al di là di una sottile rifinitura sulla produzione che avrebbe giovato a una resa complessiva più forte e solida, è la narrazione di un viaggio, è dedicato a chi ha il tempo di camminare e pensare, e concretizzare quanto ragionato. Non è adatto all’orecchio facile e dal vivo i ragazzi sembrano cavarsela piuttosto bene. Delle quattro canzoni inserite Cosmonaut e Home sono le più intriganti.

Alessio Di Francesco (voce e chitarra), Stefano Iannello (basso) e Marco Panepucci (batteria) sono da mettere sulla mappa e seguire con interesse, ricordandosi di andarsi a leggere i testi di ogni brano una volta ascoltati.

Seguiteli su Facebook: www.facebook.com/BlueHole2/

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<![CDATA[Intervista ai Thee Jones Bones per This is Love]]>

Quando ho ascoltato per la prima volta i Thee Jones Bones ammetto che non ero nel mood giusto: ho dovuto distrarre l'attenzione e mangiare qualcosa per aver voglia di tornarci su. ll fatto è che stavo giù di morale e per questo la testa era altrove, ma avevano instillato in me un seme importante: quello volto allo "stare bene".

Il pregio di questo disco è che lo puoi comprendere e ne puoi godere solo lasciando fuori i brutti pensieri e magari, come successo al sottoscritto, può aiutare a scacciarli, in prima istanza.

L’album è un disco di rock classico su più versanti: il primo inerente lo stile, caratterizzato da una scrittura diretta e vitale anche nei pezzi più rilassati e per questo destinato (come il primo rock ‘n roll) a celebrare l'esistenza in ogni attimo, ed ecco il secondo versante.

La band scrive un album popolare non nella resa sonora, sempre ben studiata e mai commerciale, ma "per la gente". Si veste ed è testimone di un'atmosfera collettiva e trasversale che lascia spazio al furore e poco alla singola stati dello star seduti in un angolino del pub. Invece è adatto a fare festa e sono convinto che su supporti alternativi al palco probabilmente rende di meno, se non la metà.

This is Love mettetelo su in viaggio in auto, appena tornati dal lavoro sotto la doccia. Spingetelo durante una grigliata con gli amici. Alzatelo nelle feste capaci di durare fino alla mattina dopo, tra una battuta scontata e un’occhiata languida.

Ho posto qualche domanda alla band per conoscere meglio la nascita del disco:

L’estrema forza di vivere dei brani da dove proviene?

Dal fatto di partire dal presupposto di scrivere musica in «maggiore»? I TJB hanno sempre interpretato la musica come cosa per divertirsi e far divertire e non per farsi prender male. Per quello ci sono tanti altri specialisti!

Cosa preferite maggiormente del suonare dal vivo?

Il fatto di “trasformare” la musica che abbiamo scritto, suonato e inciso direi. Non siamo mai stati il gruppo che esegue pari pari i pezzi a come li abbiamo registrati, nemmeno all’inizio quando la formazione era un duo; adesso poi la prerogativa della band è proprio quella di spaziare in territori di jam ed improvvisazioni e siamo arrivati al punto di fare delle serate da più di due ore con una dozzina scarsa di pezzi. Diciamo che la canzone è in sostanza il mezzo per fare della musica, per cui non si sa mai cosa succederà! Poi siamo fortunatamente ancora dei maledettissimi rockers per cui anche tutto il contorno legato alla vita on the road!

Quali ascolti hanno contribuito a formare il vostro suono?

Quando all’inizio i TJB erano un duo garage-punk-rock i riferimenti musicali erano orientati verso il più classico del rock ‘n roll; Chuck Berry o Little Richard filtrati però dal lo-fi blues della Jon Spencer Blues Explosion e mischiati al country punk in stile Mojomatics. Poi nel corso della seconda vita del gruppo sono riaffiorati gli amori di gioventù legati più o meno a tutto il classic rock di matrice chitarristica fine ‘60, primi ‘70; Stones, Who, Allman Bros, Peter Green’s Fleetwood Mac, Faces, Floyd, Zeppelin, Grateful Dead, Quicksilver, Steve Miller Band, Ten Years After, Humble Pie… ma potrei andare avanti all’infinito dato che le influenze, come gli ascolti musicali, fortunatamente proseguono e cambiano di continuo.

Da cosa trae ispirazione la creazione dell’acustica Little Moon?

Da mia figlia Luna… avevo in mente di scriverle una sorta di “ninna-nanna” strumentale ed ecco il risultato! Poi abbiamo inserito anche lei sul finale, anche se non abbiamo ancora capito cosa abbia detto, magari era: “basta con questo rumore”!

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<![CDATA[Recensione di Holidays in Rome degli Animarea]]>

Ascoltare musica oggi e lasciarsi andare alle cosiddette “vibrazioni positive” sembra difficile perché spesso e volentieri molto di quello che esce dal mainstream e dell’underground ha un sapore narcolettico, espressione delle “vibrazioni negative” del proprio spirito, unite a un generale senso di rassegnazione, il quale vede questi brani adatti più alle minuscole dimensioni della propria stanza che ai grandi spazi dell’ambiente lì fuori.

Penso ciò mentre ascolto Holidays in Rome degli Animarea, un disco che definirei prima di tutto arioso e aperto, in netta controtendenza con quanto scritto sopra. Lo faccio senza accostare il titolo agli immaginari di una dolce vita la quale potrebbe benissimo, e giustamente, ricordare; quel mood è presente nell’album ma preferisco metterlo da parte.

Mi piace soffermarmi maggiormente sui risvolti attuali che può avere in chi ascolta, come può legare queste canzoni al presente. Tecnicamente il progetto ha forti rimandi alla musica jazz, brasiliana, bossa nova e swing, legati assieme da una scrittura pop delle melodie che le rende fruibili a una gran fetta di pubblico, nonostante la qualità “superiore” della produzione e del sound generale.

E proprio il sound, il “come suona” che rende questo album unico e raro a suo modo: riesce ad infondere la fiducia e la gioia per essere presenti e protagonisti sul proprio palco esistenziale. Fa venire voglia di prendere e gettarsi sulla strada senza una vera meta e provare qualcosa di nuovo ed alieno solo per il puro gusto di farlo. Canzoni come Love at First Sight e Smile non sono sentimentali nel senso banale del termine, bensì diventano canzoni All’amore, una dedica speciale al piacere di alzarsi ogni giorno e provare a vivere intensamente e con grazia Tutto. La medesima grazia della voce di Rossana Bern, la cantante del gruppo.

Gli Animarea ribaltano il concetto di pop contemporaneo, creando una suite di brani dai rimandi jazz e swing dotati della (oramai) rara capacità di svegliare spiriti e coscienze, sopiti da tempi moderni troppo infausti e troppo negativi per godere dei variegati e multiformi accesi colori del vissuto.

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<![CDATA[ReadBabyRead_345_Matteo_Strukul_9]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #345 del 3 agosto 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 9 di 9)

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Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_344_Matteo_Strukul_8]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #344 del 27 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 8 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA["YasDYes" second album della siberiana Ekat Bork che si dimostra un talento da tenere d'occhio]]>

Ekat Bork
"YasDYes"
Ginkho Box

L’oscurità non fa paura ma è motivo di ispirazione per questa guerriera coraggiosa che affronta la vita attraverso la musica che le arriva addosso in un flusso creativo che sa dominare con naturalezza. Sin dalla Siberia, dove è cresciuta e poi scappata, questa ragazza ha affrontato i suoi giorni grazie alla musica che l’ha portata, dopo tanti chilometri, a stabilirsi nel Ticino in Svizzera. Dopo “Veramellious” del 2013 è arrivato “YasDYes” in giugno 2017: secondo album della cantante e musicista siberiana Ekaterina Borkova aka Ekat Bork. È un disco che ha una tragicità nella voce che lascia senza respiro. Unioni e divisioni che tagliano netti i sentimenti provati senza possibilità di tornare indietro perché c’è solo il futuro per sognare la vera differenza. Così “When i Was” diventa come una vecchia foto da guardare con distanza. Il suo modo di raccontare la sua malinconia con la voce rotta che ti stravolge è la chiave per arrivare agli altri e la chitarra slabbrata si aggrappa proprio alla melodia del cantato. In “Happiness” si danza tra le squame dello squalo del lutto e le piume morbide dell’incanto e del sogno. E si entra in questo scontro tra analogico e digitale tra rarefatto e acustico in una calma apparente. “Dakota” arriva dal punk dei Dead Kennedys unito a delle Breeders risucchiate in una fiamma che diventa sempre più alta. “Jungle” cantata con una voce sottile che attraversa gli spigoli con scioltezza e come un’innamorata consapevole vorrebbe gridare al mondo il suo stato di felicità. O “The Jumb off the Cliff” dove la struggente richiesta di essere salvata diventa canzone d’amore immenso e incommensurabile. E non ci dimentichiamo neanche della canzone fantasma intitolata “React” che spinge dura, metallica e brucia tutto.
Davvero un disco incredibile e pieno di speranza per un futuro musicale radioso.

Francesca Ognibene

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Muri Muti testimonia ancora una volta l'amore per i live di questa band estrosa che vuol fare ancora molti chilometri sulla Statale 107 bis]]>

Statale 107 bis
"Muri Muti"
Autoprodotto

La band di Santa Severina (KR) nata da poco più di dieci anni ha subito iniziato con un primo album di debutto live nel 2009 “Il Randagio”, disco autoprodotto che mette subito in risalto la loro attitudine preferita: fare concerti. Il secondo album registrato in studio nel 2011 e intitolato “Demo” conteneva le stesse canzoni con in più tre inediti. “Muri Muti” quindi è il terzo album sulla lunga distanza che si autoproducono. Il disco inizia con una nuova versione di “Randagio” e più avanti ritroviamo anche “Pena d’Amor” già pluripremiata. “Lui Lei e Saturno” racconta la storia di una fuga verso un destino migliore, ma la lontananza lo immalinconisce finché non arriva la cura che fa venire fuori, parafrasandoli, il calore di una lacrima. Il ritmo qui ha due facce distinte che i respiri degli strumenti a fiato sanno moderare, passando da intrecci ben imbastiti con la batteria alla morbidezza jazz soul da atmosfera dai colori ben definiti che riflettono su quel che è accaduto e quello che accadrà.
Un passo felpato ironico alla Pantera Rosa monitorato dai sax, la tromba e le tastiere è il suono che apre “Fumo” per descrivere un personaggio sfortunato, incarcerato per sbaglio, ma che non si lascia abbattere e così delle scale musicali dritte o al contrario giocano a scivolare su un cantato cavernoso che spinge su un equilibrio a cui ci si aggrappa per non impazzire.
La title tack “Muri Muti” per raccontare le prigioni invisibili di oggi. Con un finale esplosivo che sembra distruggerli questi muri moderni che in un crescendo di boogie-woogie si vanno poi a svuotare e poi ripartire per poi schiacciare le note, spiattellarle per terra e riprendere il boogie-woogie.
Da segnalare la presenza della già edita “Questo Deserto” con superospite Bader Dridi. Un canzone che sembra un ode all’anima da salvaguardare con le voci che si alternano e tirano fuori l’urlo di disperazione e di rabbia che non si rassegna e stride la tromba per gli ostacoli da superare ma poi esplode e avvolge tutto nel suo morbido manto.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Esordio della messinese Elise che racconta "A cuore aperto" le sue storie]]>

Elise
"A Cuore Aperto"
EnZoneRecords

Dopo il primo singolo estrapolato dalla title track “A Cuore Aperto” uscito nel 2016 e supportato dal video, la giovane cantautrice messinese Elisa Salvo aka Elise arriva, dopo un po’ di gavetta e concorsi canori, al primo album sulla lunga distanza. Canta in italiano tranne per due canzoni dove usa l’inglese: ama raccontare storie importanti che fanno riflettere e ama il pop country. Dalle canzoni si sente tutto il coraggio dei vent’anni di questa cantante come “In mezzo all’inferno” dove dice: 'questo progresso che ci vuole dei fossili senza ragione mentre tutto ci porta a diventare macchine d’esibizione'. Una canzone inoltre con una buona sensorialità pop. “A Cuore Aperto” esplica la voglia di voltare pagina e l’ostacolo di fronte a cui ci si trova sono i fantasmi del passato che tornano sempre, ma la voglia di reagire fa diventare tutto chiaro. “Closer”, dove canta in inglese, inizia come una ballata folk arricchita col contro canto e viene fuori un’altra canzone sulla speranza che rappresenta il senso di liberazione dalle proprie catene di solitudine. Anche “Goodnight”, la seconda canzone cantata in inglese, desta la mia attenzione sia per il ritmo folk che per il cantato ‘battagliero’ che spezza e viene fuori in tutta la sua forza, trovando la giusta quadra.
“Questa melodia” attraversa suoni pop dove il la musicalità diventa evanescente per raccontare una storia dura di violenza psicologica che viene affrontata con coraggio per non cascarci più.
Elise oltre a cantare suona la chitarra acustica e i cori. Al suo fianco Peppe Barbera - anche produttore dell’album - alle chitarre elettriche e acustiche, pianoforte, organo farfisa e drum programming. E di supporto numerosi ospiti tra cui ricordiamo il bravo Francesco Frudà al banjo.

Francesca Ognibene

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'Isola di Mr Robinson del 14 luglio 2017]]>

Questa sera sull'Isola di Mr Robinson sbarcano i Northern Lights SoundSystem, in un'intervista speciale sul One Love World Reggae Festiva, dal 21 al 29 luglio al Camping Girasole di Lignano-Latisana (UD)

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_343_Matteo_Strukul_7]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #343 del 20 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 7 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
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Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
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<![CDATA[Dubioza Kolektiv allo Sherwood 2017]]>


Sabato 15 Luglio 2017

Dubioza Kolektiv

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Opening act: 

Psycodrummers

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Dj-Set: 

Bim Bum Balaton

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Al Tajara Collective

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


1 € può bastare

Considerato uno dei gruppi leader del panorama musicale dell'est Europa, in grado di registrare tutti esauriti da oltre 20mila spettatori nelle arene di Belgrado, Zagabria e Lubiana, i bosniaci Dubioza Kolektiv, già definiti come i nuovi Gogol Bordello, sono il fenomeno musicale balcanico che negli ultimi anni si è imposto maggiormente sui palchi dei più importanti festival europei e vanta milioni di contatti anche in rete. Sziget, Exit, Eurosonic, INmusic, Rototom sono soltanto alcuni dei grandi festival ai quali i Dubioza Kolektiv hanno fatto conoscere il proprio mix energetico di ska, hip-hop,reggae, dub, rock e folk, con il quale portano messaggi di pace e di attivo impegno per il diritto a una vita migliore. La situazione della Bosnia è ritornata alla ribalta nell’anniversario della prima guerra mondiale che ha riportato alla luce le tensioni politiche e sociali e le spaccature interne in un paese che vive una crisi tale da non poter offrire alle giovani generazioni una valida opportunità di emancipazione. I Dubioza Kolektiv sono diventati gli ambasciatori dell’impegno dei giovani bosniaci che si oppongono a questo stato di cose. Il loro primo album “Dubioza Kolektive” porta la data 2004, subito accolto con un entusiasmo che in quelle zone non si vedeva da prima della gurerra. Segue l’EP “Open Wide”, prodotto con la collaborazione del poeta del dub Benjamin Zephaniah e di Mush Khan dei Fun-Da-Mental. Con il loro secondo album, "Dubnamite" la loro popolarità inizia a diffondersi oltre confine. Nel 2008, l’album “Firma Illegal” segna una netta presa di posizione contro le tendenze nazionaliste predominanti nella regione mentrel’album successivo, "5 DO12", sancisce l’approdo dei Dubioza alla cultura del file sharing: disponibile in free download dal loro sito, l’album sferza un attacco alle pratiche ultra capitalistiche delle etichette musicali e allo stesso tempo rappresenta un atto d’amore verso i propri fan. Questa pratica suscita l’interesse di Bill Gould dei Faith No More che decide di pubblicare "Wild, Wild East”, il loro quinto album, con la sua etichetta Koolarrow Records, introducendo così i Dubioza alla ribalta internazionale dei palcoscenici di tutto il mondo. L’album successivo, “Apsurdistan”, pubblicato nel 2013, raggiunge uno straordinario successo con 300.000 download. Il video del singolo, “Kazu”, raggiunge 12 milioni di visualizzazioni su You Tube e il loro tour nei Balcan occidentali registra il tutto esaurito a ogni data. La musica dei Dubioza ormai raggiunge ogni angolo d’Europa e la radicata convinzione della libera condivisione dell’espressione artistica prosegue fino a oggi con il primo singolo dell’ultimo album “Happy Machine” (2016) dal titolo “Free mp3 (The Pirate Bay Song)”, omaggio a Edward Snowden di WikiLeaks e inno contro il copyright, on line dal 6 novembre su youtube con quasi 3,5 milioni di visualizzazioni. 

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<![CDATA[Drum And Bass Chiama Italia allo Sherwood 2017]]>

Venerdi 14 Luglio 2017

Drum And Bass Chiama Italia

Dj Ferro & MC Def feat. Sismino

Vai alla Pagina FB di DJ Ferro

Vai alla Pagina FB di MC Def

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Alex:Igno

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No One Knows

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Sub Concept

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Fractale

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Killercell

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Control Music

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00


1 € può bastare

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<![CDATA[Settantasette]]>


Giovedi 13 Luglio 2017

Presso il Second Stage:

Settantasette

Quarant'anni fa, la rivoluzione "qui ed ora".

a cura di Globalproject.info


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 20.30


1 € può bastare

40 anni fa, in Italia, era il 1977.
Per la prima volta, l'inedita potenza di un nuovo soggetto sociale, il giovane precariato metropolitano, faceva irruzione nella società.
Il '77 ha scompaginato le carte, la forte istanza antifascista ed egualitaria si è accompagnata alla critica radicale dei partiti e dei sindacati della sinistra istituzionale.
È stato l'anno dei grandi cortei di Roma, Milano e Bologna, degli "strani studenti", delle femministe, dell'autonomia operaia (tra le poche organizzazioni ad aver compreso e fatto parte del Movimento 77), di Radio Alice, Radio Onda Rossa e di Radio Sherwood.
È stato l'anno delle innovazioni linguistiche, della rivoluzione politica delle forme della comunicazione, della riappropriazione, delle barricate innaffiate di champagne, degli Indiani Metropolitani, delle P 38, dei poliziotti camuffati.
Poi, su quella generazione di ribelli si sono abbattute la repressione, l'esaltazione armatista e l'eroina. Operazioni giudiziarie e narrazioni ufficiali hanno lavorato di concerto per associare alla memoria di quegli eventi una condanna e un travisamento costane.
Ma non è questa la memoria che vogliamo condividere.

Ne discutiamo con:

Toni Negri, Oreste Scalzone, Cristina Morini,

Franco PipernoVincenzo Miliucci e Franco Berardi "Bifo"

Introduce e modera:

Marco Baravalle (Sale Docks - Venezia)

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<![CDATA[ReadBabyRead_342_Matteo_Strukul_6]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #342 del 13 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 6 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[Ghali live @Sherwood Festival 2017]]>

Ad attendere Ghali la sera dell’11 luglio c’è una flotta di giovanissimi “presi bene” che mi ricorda tantissimo chi, adolescente nella metà della prima decade 2000, faceva lo stesso con l’italo dance di Prezioso e Molella, Molinaro e Provenzano. Nel pre-show il dj set sgancia pezzi trap su cui il pubblico si muove. La prima forte impressione è che, lasciando da parte giudizi da attempati ascoltatori, i ragazz* siano felici e spensierati.

Ora, affrontiamo subito la questione: “pubblico estremamente giovane=pubblico scadente”, che di per sé è una grandissima scemenza. Quando mai si ha cosi tanto tempo da dedicare alla musica come nell’adolescenza? L’età è soggetta alle mode, vero, ma è anche quella dove, prima di tutto, si spazia fra tantissimi sound differenti per il puro piacere di farlo. Dunque questo tipo di pubblico è il termometro di quanto di più fresco e potente vi sia in giro. È qualità a suo modo e Ghali sta sopra a molti non solo sul palco.

Se poi mettiamo che i brani e i presenti sono un crocevia di etnie diverse, radunate sono la stessa passione e lo stesso suono, dentro un senso di comunità e aggregazione che di rado si vede in questi tempi di violenza verbale inerente l’integrazione, non si può non essere felici che la musica stia svolgendo una delle sue funzioni basilari: annullare false differenze, fare sentire a casa, dare calore, fiducia ed entusiasmo. Unire nelle mille sfumature che la parola può contenere. Poco dopo l’inizio del live una bandiera della Tunisia svetta sulla folla, a ribadire il concetto (Ghali ha origini tunisine).

L’artista milanese parte performando Ricchi Dentro, traccia simbolo del primo disco uscito recentemente, dal titolo Album, per nulla scontato visto il successo arrivato dopo una gavetta di anni a suon di singoli-video pubblicati su YouTube, prodotti da Charlie Charles. La nuova Milano avanza. Molti, dopo i numeri di Ninna Nanna, pezzo che ha sbancato sul Tubo e Spotify, si attendevano un primo vero lungometraggio.

Lungometraggio è il termine esatto per descrivere la scrittura dell’Lp di Ghali, un insieme di parole mai messe a caso giusto per giustificare qualche ego trip di facile presa. Le sue sono narrazioni vivide di sentimenti e percorsi rese in leggerezza per giungere a una maggioranza indefinita di persone. Dal giovane al padre, dallo skater al rocker, dal panettiere all’avvocato. La narrazione per immagini di Ghali è popolare nel senso buono del termine: includere, invogliare, inglobare gli sforzi di una vita ai margini per arrivare dove porta la propria strada. Parla di ambizione e riscatto, lontano da tutto e da tutti; “una galassia lontana lontana..” motivo per cui se non piace quantomeno incuriosisce.

Lo stile sul palco deve essere migliorato, è solo lui e centinaia di nomi di fronte, manca ancora quella presenza vocale e fisica per abbracciarli tutti, ma sarebbe ingiusto negare quanto di buono è già presente. Volendo azzardare, se mantenesse la consapevolezza di mezzi dimostrata finora, già col prossimo progetto potrebbe diventare un artista completo sotto ogni aspetto.

Il concerto prosegue fra Habibi, Marijuana, Lacrimucce, Ninna Nanna, Milano, Pizza Kebab e Boulevard. Le canzoni più sentite sono Willy Willy, Vida e Happy Days, testimoni dela cifra stilistica di Ghali, il quale invita i ragazz* a scattarsi un selfie assieme e a condividerlo istantaneamente con l’hash #stoconghali. Live segue i post e chiede per nome profilo di chi sia la pubblicazione. Dimostra di sapere comunicare a cavallo fra mondo reale e digitale, ibridando l’attività tipica del palco con quella virtuale. Poi si chiedono perché abbia successo.

Nei tempi della comunicazione web il milanese è più che al passo coi tempi: riesce a creare un engagement durante un concerto che sarà virale a posteriori, diffondendo il nome e la musica. Ciò è discutibile, ma è certamente funzionale allo scopo.

L’esibizione piace e scalda il pubblico con costanza e ritmo, fino alla fine, fino a quando non si scende dal palco e dalle stories (di Instagram).

Ricordo ancora quando Ghali uscì nel 2012 col vecchio nome Ghali Foh, assieme alla Troupe D’Elite, ex-gruppo di cui dovrebbero esserci testimonianze sul Tubo. Ricordo ancora le “buste di piscio” che puristi del rap, ora scomparsi della mappa, avrebbero voluto tirargli addosso, puntando alla persona e non a quanto creato, in una violenza verbale senza senso, ignorante il fatto che già allora si trattava di musica pop(lare), fuori da classici schemi.

Direi che quella di Ghali è una bella rivincita.

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<![CDATA[Atleta e donna. Le barriere del professionismo sportivo]]>


Mercoledi 12 Luglio 2017

Presso Free Sport Area:

Atleta e donna

la situazione in Italia

a cura di Polisportiva San Precario - Padova


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 20.30


1 € può bastare

La società maschilista e patriarcale investe anche lo sport. Siamo ancora costretti a parlare di tutele e di maternità per le donne che praticano attività sportive: dal dilettantismo alle esperienze personali delle atlete, dalla scelta obbligata “figli o carriera”, al silenzio delle istituzioni sportive e governative. Cosa comporta essere donna e atleta ai nostri tempi? Come iniziare percorsi di cambiamento e consapevolezza?

Ne discutiamo con:

Luisa Rizzitelli, (Presidentessa Assist - Associazione Nazionale Atlete), Antonella Bellutti (Campionessa olimpica di ciclismo), Arianna Cau (Campionessa di snowboard e Wakeboard), Silvia Bortot (Campionessa italiana ed europea di pugilato), Ragazze nel Pallone.

Introducono e moderano:

Francesca Masserdotti e Hilary De Luca (San Precario).

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<![CDATA[Red Eyes in the Forest w/ Syd Arthur allo Sherwood 2017]]>

Mercoledi 12 Luglio 2017


- Second Stage - 

"Red Eyes in the Forest"


Syd Arthur

"Apricity Tour"

In collaborazione con La Tempesta Concerti

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CalyToRide

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Duvalier

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Folks, Stay home

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 20.00


1 € può bastare


Syd Arthur

La band psych rock di Canterbury e' composta dai fratelli Liam, Joel, Josh Magill e Raven Bush, nipote di Kate Bush. Dopo il successo del secondo disco Sound Mirror, pubblicato nel 2014 per la storica etichetta californiana Harvest Records -The Libertines, TV on the Radio, Morrissey, Kasabian- e che li ha portati sui palchi di Sxsw, Coachella, Bst Festival Hyde park con Strokes e Beck, e in tour con Yes, Paul Weller, Sean Lennon, tornano con un nuovo album, Apricity. Il disco è stato registrato e prodotto a Los Angeles dal chitarrista di Beck, Jason Falkner, e pubblicato nell'autunno 2016 da Harvest Records.  La band lo sta promuovendo con un tour iniziato in Inghilterra (tra gli altri anche Glastonbury e un tour con White Denim) e Stati Uniti con un tour di supporto a Jake Bugg, e che arrivera' finalmente anche in Italia in estate 2017.


ClayToRide

Stefano Sartori (chitarra/voce), Michele Thiella (basso, voce) e Matteo Tretti (batteria).
Dopo sette anni di attività nel vicentino e un centinaio di concerti tra Italia ed Est Europa, i ragazzi si stanno trasferendo a Cardiff, Galles - la discografia conta al momento un EP e due album, con il quarto lavoro già pronto e impacchettato: le sei tracce del nuovo EP “Worth Leaving" verranno rilasciate da Sliptrick Records e Red Eyes Dischi, label indipendente di casa che hanno contribuito a fondare lo scorso anno.
Non c’è nessun timore di abbandonare la comfort zone, non c’è nessuna ombra sulla strada: frugando e prendendo tutto quello che c’era a portata di mano, i Clay hanno scritto sei pezzi per salutare le vecchie paranoie e dare il benvenuto alle nuove – poi hanno fatto i bagagli. In copertina un’iguana combatte le correnti dell’oceano in cui si è appena tuffata, verso la prossima spiaggia.


Duvalier

Duvalier ha tre teste e un milione di gambe. DUVALIER parla svariate lingue e conta tutto tre volte.
Arrivato al quinto anno di vita, ha preso una svolta considerevole – scappato da un garage verso il deserto, ci ha provato con il blues, ha stalkerato lo shoegaze californiano e ora ha perso un sacco di peso, gli si vedono le costole.
Un centinaio di concerti su e giù per lo stivale, un cambio di formazione e nessun bassista – Duvalier impasta chitarre, organetti e sabbia con le pelli tirate all’inverosimile. Scrive in un pastiche di cinque lingue, si guarda spesso allo specchio e beve molto vino rosso. Non è contento finché non suda e non vede sudare.


Folks, Stay Home

Folks, stay home sono Elia, Tomas e Nicolò, un post-wave appena maggiorenne che scivola tra giugno del ’79 e i primi nineties.
Iniziano ancora quattordicenni, e due anni dopo rilasciano un piccolo gioiello chiamato ‘The Happy Loneliness of Midnight’ – il singolo esce nel 2016 per Red Eyes Dischi, che i giovanissimi Folks, stay home contribuiscono a fondare.
Ora sono di nuovo davanti al banco, per registrare un EP atteso ormai da troppo, con la collaborazione di Paolo Canaglia (Fall of Minerva) presso i Russian Road Studios – riverberi, voci eteree, bassi elastici e ancora riverberi: il primo singolo ‘Worship’ è uscito il 19 gennaio 2017, in esclusiva assoluta per la webzine indipendente System Failure. Nel frattempo, la band annuncia l’intenzione di non voler limitare in alcun modo l’attività live, che in una trentina di date li ha già portati a condividere il palco con nomi importanti dell’indie locale come Muleta e Panda Kid.

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<![CDATA[Baustelle e Pietro Berselli live @Sherwood Festival]]>

I Baustelle lasciano il palco. Sono le 24 dell’otto luglio e la scritta col loro nome continua ad accendersi ad intermittenza colorando di rosso lo spazio e lanciando speranza sul fiume umano. Bianconi ha detto di andare a fare l’amore “in auto o sulle auto” e in un’estate così calda ha senso: sudati lo si è già, tanto vale celebrare il movimento pelvico.

Divido gli ascoltatori della band toscana in due grandi gruppi: quelli che sentono la vita, la sua urgenza e la vivono concretamente, e chi invece dice solo di farlo, si fregia di apparenza ed è stemperato. È il continuo contrasto fra sostanza e brillantini, ed è interessante vista la tensione prodotta a suo modo ha un effetto positivo: capire chi vale la pena conoscere e con cui continuare ad andare ai loro concerti. Rappresenta l’incipit della scelta, l’inizio di ogni possibilità di sperimentare con il flusso del proprio dàimon socratico.

Il baustelliano parlare di vita e morte, di sesso/sensualità e pulsioni, amori e passioni fa perno su un immaginario prettamente anni Sessanta ma, andando oltre le pose e il facile riferimento vintage, calano la penna e i suoni dentro un decennio storico in cui la vita era attaccata alla realtà tangibile, viso a viso. Artisticamente sono una sana scopata (perdonate il francesismo) immersa in un universo di senso e cognizione, sono consapevolezza della propria natura, ed è per questo che parlano a molti: vanno oltre il mero atto fisico per caricarlo di significati profondi e al contempo toccabili con mano. Sta poi a chi ascolta seguire l’ispirazione oppure crogiolarcisi dentro.

Bisognava osservare Bianconi muovere il microfono come un cantante del festival della canzone popolare quando codesto era ancora un evento di gala, e Rachele lasciarsi andare nei lampi scaturiti dalla batteria, lo spettacolo pirotecnico del fine d’una festa paesana. Lei era libera e lui composto.

Il gruppo di Montepulciano era aperto dalla band di Pietro Berselli, artisti padovani dediti ad una forma di cantautorato altamente evocativa e dalla robusta struttura. Un’opera davvero prima (il disco d’esordio si chiama Orfeo L’ha Fatto Apposta) eseguita con cura e valore per le parole cantate: da sempre la parte migliore di Pietro sono i testi, i quali possono avere diversi arrangiamenti mantenendo intatta la forza, dimostrando che anche tempi approssimativi come i suddetti hanno grazia innata.

Una volta terminato Berselli, I Baustelle hanno iniziato con il Vangelo di Giovanni dando ampio spazio all’ultimo Lp, l’Amore e la Violenza, performando Amanda Lear e Betty, le quali potrebbero avere avuto un tono più deciso e sostenuto come da disco. Sono susseguite Eurofestival e, dopo qualche altro brano, La Vita, definendo il ritmo leggero e brioso dell’interno live. Gli episodi degni di maggiore nota sono stati la profonda emotività dedicata all’interpretazione di Piangi Roma, lungo cui il lato fragile dell’autorialità si è mostrato in tutta la sua fresca luce, e la versione inedita di Bruci La Città, scritta per Irene Grandi, qui in una manifestazione priva di batteria e ricca di piano, con la voce a fare le veci della parte strumentale, ispessendo una resa mai flebile. Strana considerazione quella per cui il Bianconi più sincero stia dietro la creatività destinata ad altri.

La canzone è sempre stata composta da frammenti di me e di te (una persona generica) senza pressioni bensì svogliatezza e sussulti: forma autentica di libertà. Stilisticamente e semanticamente, Bianconi cerca la complessità nella sua semplicità, e Rachele il contrario: la semplicità nella sua complessità. Il motivo della loro complementarietà. I due approcci si incontrano in un passo di Bruci La Città, dove si dice: "io non ho niente da fare / questo è quello che so fare"; quando siamo liberi da schemi e tutto è decostruito, quando non c'è niente da perdere, là vengono fuori le migliori opportunità. Sono persone che "non hanno niente da fare", e se ne trova traccia anche ne La Vita: "pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere".

Rachele dal canto suo è un tributo alla complessità della solitudine. E la sola che potrebbe continuare in solo una carriera per altro già ben avvita con l’ep Marie. Bianconi lo vedi troppo legato e necessario alla struttura e alla logica della banda, del grande show concertistico.

Chiudendo gli ultimi tiri di tabacco, sorsi di Negroni e parole vagheggiate nella notte di un sabato qualunque, disperso nel cosmo desolato dei reflussi della periferia cittadina, i Baustelle sono stati la sicurezza che c’è ancora grazia e speranza in questo mondo maledetto, lasciato alla sua irrefrenabile e adolescenziale corsa allo schianto (come in Betty). Uno spettacolo musicale di pregevole identità Klimtiana che sta solo agli spettatori assumere, abbandonando vetuste ritrosie allo sperimentare.

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<![CDATA[Ghali allo Sherwood 2017]]>


Martedi 11 Luglio 2017

Ghali

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


Early Bird tickets a 10 € + d.d.p. fino al 30/4

Ingresso 15 € alla porta

Acquista in prevendita su www.sherwood.it a solo 2 € in più

Eviti le code
Ti assicuri l'ingresso anche in caso di Sold Out
È facile e sicuro

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Prevendite disponibili anche su www.ticketone.it

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Ghali Amdouni, meglio conosciuto come Ghali, è un rapper italiano con genitori tunisini.

Nasce a Milano il 21 maggio 1993, all’età di undici anni si trasferisce da Via Padova con la famiglia nel quartiere di Baggio dove cresce e vive tutt’ora.

Il 9 Febbraio 2015, Ghali pubblica il singolo “Optional” in collaborazione con il produttore Charlie Charles.

La mossa si rivela vincente, il pubblico risponde bene e i due decidono di intraprendere assieme un percorso musicale.

Il 14 Aprile dello stesso anno esce un secondo singolo, “Cazzo Mene”, che in meno di un anno raggiungerà 1.000.000 di visualizzazioni su Youtube.

Successivamente vengono pubblicati il video di “Mamma”, singolo in collaborazione con Fawzy (ex membro e produttore dei Troupe d’élite) girato in Tunisia dal regista Alessandro Murdaca e “Voci” con Charlie Charles e Michel.

Alla fine del 2015 vengono pubblicati tre video girati da Alessandro Murdaca e Jamie Robert Othieno, che ottengono ottime recensioni da parte della critica e un ottimo riscontro su YouTube.

Nel mese di Ottobre, con il featuring del rapper ligure Izi , esce “Non lo so” prodotto da Chris Nolan.

A Novembre “Sempre Me” prodotta da Charlie Charles, a Dicembre “Marijuana” prodotta sempre da Charlie, che raggiungerà quota 1.000.000 di visualizzazioni in un mese, risultato che lo renderà il rapper indipendente italiano più seguito del momento.

A Gennaio 2016 inizia il “Vai Tra Tour”, sua prima tournée italiana da solista, nello stesso mese pubblica su YouTube il primo episodio di “Ghali Speeches” format curato da Alessandro Murdaca e Jamie Robert, dove il rapper milanese si racconta e spiega i suoi versi al pubblico.

Il 26 Gennaio esce il video di “Vai Tra”, brano prodotto da Chris Nolan.

Il 29 Febbraio esce “Dende”, che vede la collaborazione di Charlie Charles: il singolo su YouTube supera le 120.000 visualizzazioni in ventiquattro ore e raggiunge quota 2.000.000 in un mese.

Il 10 Maggio viene pubblicato “Wily Wily”, singolo con varie influenze etniche con la quale il rapper milanese raggiunge 1.000.000 di views in soli tre giorni: Il video è girato in Giordania, a Petra, in quanto luogo suggestivo.

Il 3 giugno 2016 parte il “Wily Wily summer tour”, tournée con più di 30 date sparse in tutta Italia in cui si registra il tutto esaurito nella maggior parte delle tappe.

Il 3 Ottobre 2016 Ghali annuncia l'uscita del nuovo singolo "Ninna Nanna" che per la prima volta sarà disponibile su Spotify a partire dal 14/10/2016. Il singolo ha una copertina ufficiale, una foto scattata da Iosonopipo nella quale vengono ritratti il rapper assieme a sua madre. Il singolo esce per "Sto Records", etichetta da lui fondata. Al brano ne segue un altro, "Pizza Kebab" anch'esso pubblicato in anteprima su Spotify.

Nel 2015, Ghali ha lanciato anche una sua linea di abbigliamento streetware, la Sto Clothing.

Nel 2016 viene invece lanciatoil suo canale YouTube dedicato al rap italiano, Sto Magazine, nel quale si possono trovare interviste ai più interessanti rapper del momento.
Il disco d'esordio è previsto per l'estate del 2017.

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<![CDATA[Mark Lanegan live a Sexto 'Nplugged]]>

Mark Lanegan parla poco, molto poco, si limita ad un “thank you” ogni tanto e a dichiarare suo nemico il caldo di questa sera d’estate. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla, da trent’anni, attraverso canzoni dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Riesce a parlare con la sua bellissima, cavernosa voce, anche a chi, come il sottoscritto, si è allontanato da tempo dall’ascolto del “rock”, e lo fa non rinunciando alla sua camicia nera a maniche lunghe a costo di ricorrere spesso ad un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi. È così che questa calda serata d'apertura di Sexto 'Nplugged si tinge di nero trasmettendo un feeling “dark” attraverso un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, ma soprattutto attraverso il canto rauco e profondo di Lanegan che ci accompagna nell' abisso del suo animo.
Ma partiamo dall'inizio. Sexto 'Nplugged, ovvero quando il luogo determina la musica, ed il luogo è il sagrato dell’abbazia di Santa Maria, a Sesto al Reghena (PN), location splendida dove da anni si svolge un festival unico e non solo per la bellezza del posto. Un luogo dove appena iniziano i concerti si chiude il bar e si spengono gli smartphone e si lascia spazio solo alla musica. Qui, in questo spazio magico, a sorpresa alle 20:30 ad aprire il live ci sono due inattesi musicisti (scopriremo che fanno parte della band di Lanegan) con due performance minimali ed intime ma di grande impatto emotivo. Lyenn e Duke Garwood accompagnandosi con la sola chitarra ci fanno capire che i loro sono nomi da tener d’occhio.
Alle 21.45 puntuale sale sul palco Lanegan con la sua band. Fin da subito è evidente come abbia trovato nella chitarra Jeff Fielder la spalla ideale ma è tutta la band ad essere affiatata. Il setlist del concerto alterna songs dall'ultimo "Gargoyle" a quelle degli album precedenti mantenendo un sound malato ed oscuro. A mio avviso "Nocturne", dall'ultimo disco, è la vetta della performance con quel incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave.
Dopo un’ora e un quarto di musica di grande impatto, la band saluta e se ne va. Tornerà acclamata dopo poco e quel basso darkwave risalterà ancor di più con le cover di “Atmosphere” e "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division.
Mark Lanegan parla poco, molto poco e a volte usa parole di altri (in questo caso quelle di Ian Curtis) ma lo fa andando sempre al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa: la parte più profonda e oscura dell'animo umano.

Ps) a Sexto 'Nplugged il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller. Non mancate!

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Setlist Concerto Mark Lanegan

Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot in My House
No Bells on Sunday
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Harvest Home
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
The Killing Season

BIS

Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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<![CDATA[I muri della vergogna ]]>


Lunedi 10 Luglio 2017

Presso il Second Stage:

I muri della vergogna 

Le prigioni del capitalismo

A cura dell’Associazione Ya Basta Êdî Bese!


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 21.00


1 € può bastare

Miseria e precarietà, pericolo e ricatto sulla vita sono i motivi che determinano le migrazioni di migliaia di persone. Siamo nell’epoca dei muri, l’epoca del mondo spaccato da tanti confini eretti dal capitale per separare non le ideologie ma la stessa umanità. Ai confini d’Europa - in Turchia - attorno alla Palestina, alle frontiere centroamericane - in Messico -, ogni giorno vengono alzate barriere che non sono solo di cemento e filo spinato ma anche di xenofobia, bugie ed ingiustizie, muri dettati da leggi che erodono i diritti fondamentali. Tre diversi mondi a confronto che portano una stessa narrazione. Proveremo a comprendere quello che succede in quei territori così lontani ma allo stesso tempo centrali nell’ambito della politica internazionale.

Ne discutiamo con:

Fabrizio Lorusso (giornalista freelance e ricercatore in Messico), Michele Giorgio (giornalista de “Il Manifesto”), Davide Grasso (combattente YPG)

Modera:

Associazione Ya Basta Êdî Bese!

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<![CDATA[Sherwood for Kids allo Sherwood 2017]]>

Domenica 09 Luglio 2017

Sherwood for Kids

Una giornata interamente dedicata ai più piccoli e
... a chi vuole tornare bambino


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 18.00


1 € può bastare

All'entrata ti sarà consegnata una mappa ... muoviti all'interno del Festival e mettiti in gioco tra le tante proposte!

Dalle ore 18.00

I giochi dimenticati di Lodovico - Divertirsi con i giochi antichi.
Giochi di strada con il Gruppo Scout Pablo Neruda.
La fantasia trasforma. Laboratorio di riciclo creativo con i volontari di Sherwood.
Giochi in scatola. Vecchi e nuovi giochi per tante sfide di strategia...Usate il cervello!
Truccabimbi
Giuditta e le sue marionette ballerine
Sport Area a cura della Palestra Popolare Galeano
Body percussion:suonare con il corpo con Carla e Paola

Ore 18.30

Una merenda sana per tutti!


Spettacoli:

Dalle Ore 19.00 - Nel piazzale

"A Ruota libera"
a cura di "I 4 Elementi" in scena Paolo Piluddu

Il protagonista arriva su due ruote con tanto di musica a tema, bolle di sapone giganti, monocicli alti 2 metri, torce infuocate, manipolazione di 5 cappelli,... Uno spettacolo coinvolgente incentrato sul tema della bicicletta, tra giocoleria, clownerie e improvvisazione continua con il pubblico.
Spettacolo 3° classificato alla Catena di Zampano 2015 - Rimini – Premio italiano arte di strada

"Faccia di gomma" di Otto Il Bassotto
Un Uomo, anzi un Bassotto con una faccia di gomma ed un cervello che gli rimbalza, ha creato con il caucciù numeri incredibili, oltre i limiti del possibile, all’insegna del motto: con i palloncini si può fare davvero qualsiasi cosa! Si tratterà solo del delirio di un pallone gonfiato, o della sensazionale scoperta di un gonfia-palloni?
Lo spettacolo e stato presentato in 28 paesi, ha vinto 5 premi in Festival d'Arte di Strada Internazionali.

Ore 21.30 - Presso il Circus

"Anita, giocolerie da bagno"
con Anna Marcato, regia Rita Pelusio

Una donna, Anita. Un luogo intimo e per certi versi quasi sacro, il bagno. Ecco una proposta tutta al femminile accolta con successo nei migliori festival e teatri italiani. Anita è una donna come tante, ma con un cuore latino che le fa vedere il lato più bello di ogni cosa. La sua positività e la sua voglia di godere la vita sono i punti cardine della sua filosofia. E poi c'è lui, il bagno: luogo di riflessioni e colpi di genio, spazio per far nascere le idee e canticchiare canzoni, posto in cui si entra sporchi e si esce vitali e rinnovati. Tra spugne e spazzole che roteano, tra un mambo e un merengue, Anna Marcato nei panni-si fa per dire-di Anita coinvolge il pubblico nel primo musical da bagno in vasca da bagno. "Anita, giocolerie da bagno" è uno show completo, ricco di monologhi, gags, visual comedy, giocoleria e canzoni comiche. Autoironica, pungente, intrigante, Anita affronta i temi di tutti i giorni, sbeffeggiando chi la vita la prende troppo sul serio.

Sono i benvenuti gli artisti di strada che vogliano esibirsi a cappello per rendere ancora piu' magica questa giornata!

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<![CDATA[Birthh live @ Sherwood Festival 2017]]>

Il concerto di Birthh a Sherwood Festival di martedì 27 giugno mi ha lasciato testimonianza di un processo artistico in continua evoluzione, relativo alla personalità della cantante toscana.

Alice Bisi, nome vero di Birthh, ha capacità autoriali. Melodie interessanti, arrangiamenti minimali e calibrati, testi intensi valorizzati dalla voce velata dalla malinconia indossata. Ho amato tantissimo “Born in the Woods”, considerandolo uno degli Lp più interessanti usciti negli ultimi anni in Italia.

La release in tutta la sua compostezza ha saputo farsi conoscere tra il pubblico acquisendo un’integra credibilità, non è poco. Quante band escono, fanno il botto con qualche brano, e poi si perdono nell’hype del primo disco, pieno di riempitivi?

Alice invece ha dimostrato di essere sincera, di mettersi moralmente a nudo nelle canzoni, costruendo un album diventato lungo e profondo percorso dentro l’emotività. In sunto: è credibile. Credibile perché è difficile se non impossibile contestare la veritiera semplicità della scrittura. Non va mai sopra le righe senza cedere all’estrema dose di noia tipica di altri autori suoi colleghi. Non è presente alcun artificio in “Born in the Woods”.

L’artista imbriglia le mancanze, declinate nelle varie “Loveless”, “Lifeless”, “Hopeless”, “Hearthless”, riunendole in un unico grande buco nero gravitante attorno la pulsione creativa; ne sente gli influssi, gli effetti, e li mette in musica. Il disco è un percorso costante di perdita, di crescita, e di apprendimento della realtà cruda e pura per cui migliorarsi è imparare a gestire il proprio lato oscuro. Fragilità, ansia, sentimenti spezzati, luoghi distanti e sogni alla deriva. La forza di Alice è la capacità di rappresentare il suo mondo senza filtri.

Capiamo, dunque, perché la data era tanto attesa. La musica dal vivo è un profondo atto di condivisione e comprensione collettiva, empatica, dove finiamo di essere uno e ci ritroviamo in molti, pieni dell’esperienza vissuta, la quale va a sopperire i nostri vuoti. Molto del lavoro lo fa l’artista superando l’attività in studio, esprimendoci appieno la personalità.

La timidezza dimostrata da Birthh sul palco da un lato ha reso tutto più intimo e personale, arrivando alle corde già toccate dall’album, reso alla perfezione, ma dall’altro pare sia una veste che la limita troppo nell’espressione della reale potenza, umana ed artistica. Ed è per questo che all’inizio facevo riferimento a un percorso in evoluzione. Sta letteralmente sbocciando e definendo l’identità fra i rami chiaroscuri del tempo.

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<![CDATA[In Diretta dal Festival: Speciale ReadBabyRead dell'8 luglio 2017]]>

Joseph Conrad, La laguna

La laguna, uscito nel 1897 sul «Cornhill Magazine», è il primo racconto pubblicato da Joseph Conrad. 

Un capitano bianco dà fondo all'ancora su un maestoso fiume malese, e trascorre la notte ascoltando la storia di due fuggitivi, Arsat e la sua donna morente, fino a che l'alba gli rivela, nel «chiarore immenso di un giorno senza nuvole ... la tenebra di un mondo di illusioni». Col passare delle pagine, tuttavia, la sensazione iniziale si dissolve, lasciando il posto alla consapevolezza che in questi due casi Conrad ha ridotto il proprio commento al minimo, per far sì che nulla si frapponga fra la storia e il suo lettore: in modo da lasciare quest'ultimo senza difese davanti alle parole del racconto, alla lenta allucinazione che sprigionano e al carico di orrore che portano con se.

Un avamposto del progresso e La laguna, due racconti (2014, Adelphi, Piccola Biblioteca 668)

Le musiche sono tratte dall'album "The surgeon of the nightsky restoresdead things by the power of music" di Jon Hassel

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<![CDATA[Baustelle allo Sherwood 2017]]>


Sabato 08 Luglio 2017

Baustelle

"L'estate, l'amore e la violenza Tour"

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Opening act:

Pietro Berselli

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Dj-Set

Indie Mania: Ordinary Noise & Caste

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


Early Bird tickets a 15 € + d.d.p. fino al 30/4

Ingresso 20 € alla porta

Acquista in prevendita su www.sherwood.it a solo 2 € in più

Eviti le code
Ti assicuri l'ingresso anche in caso di Sold Out
È facile e sicuro

Clicca sul box giallo a destra


Prevendite disponibili anche su www.ticketone.it

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Mentre il tour teatrale di presentazione dell’album "L'amore e la violenza" è ormai arrivato al giro di boa, facendo registrare ovunque il tutto esaurito, i Baustelle annunciano le prime date del tour estivo, nel quale sarà inserita anche la data allo Sherwood Festival dell'8 luglio.

La band di Francesco Bianconi (voce, chitarre, tastiere), Claudio Brasini (chitarre) e Rachele Bastreghi (voce, tastiere, percussioni) sarà affiancata sul palco da Ettore Bianconi (elettronica e tastiere), Sebastiano De Gennaro (percussioni), Alessandro Maiorino (basso), Diego Palazzo (tastiere) e Andrea Faccioli (chitarre).

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<![CDATA[Sisma Night allo Sherwood 2017]]>


Venerdi 07 Luglio 2017


Sisma Night

"Sisma" è un collettivo di ragazzi, musicisti e musicofili, nato a Treviso nel settembre del 2014, che vuole creare una scena musicale viva, forte e sempre presente, organizzando concerti nel trevigiano in cui si propongono band emergenti locali affiancate a progetti artistici più noti nell'underground nazionale e non.
Inoltre il collettivo si occupa come etichetta discografica di supportare e promuovere le bands che ne fanno parte.


Mainstage


CUT

"Second Skin Tour"

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Universal Sex Arena

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Second Stage


Alcesti

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Hope You're Fine Blondie

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Dj-Set:

Sisma DJ-Set: Toni & a c

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Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio Second Stage: ore 19.30

Inizio Main Stage: ore 21.00


1 € può bastare

“Second Skin” è il sesto album dei CUT ed è il disco con cui la storica formazione bolognese festeggia più di venti anni di un percorso musicale che li ha visti attraversare “ere” diverse del suono alternativo e indipendente, sempre “on the wrong side of the road”. Per questo motivo, nella fase di realizzazione dell’album, i CUT hanno voluto coinvolgere alcuni dei loro più stretti collaboratori e amici, molti dei quali hanno preso parte alla fase di costruzione dei brani, fornendo un contributo essenziale alla varietà di atmosfere e suggestioni che caratterizzano “Second Skin”.

“Second Skin”
Il titolo ha un doppio valore evocativo: può essere letto come una metafora del vissuto della band, oramai divenuta una seconda pelle per i propri membri, oppure attraverso le tematiche affrontate nei testi quali l’ossessività e la dipendenza affettiva che rendono difficoltoso l'affrancarsi da stati d’animo legati a rapporti interpersonali passati. Un'ossessione che ti avvolge come una “seconda pelle”, una prigione, spesso invisibile agli altri, dalla quale non ci si riesce a liberare.
“Second Skin” vede la partecipazione di numerosi ospiti tra cui: Mike Watt (Minutemen, fIREHOSE, Iggy & The Stooges, Il Sogno Del Marinaio...), Stefano Pilia (Rokia Traoré band, Afterhours, Massimo Volume, InZaire, Il Sogno Del Marinaio, Cagna Schiumante...), Sergio Carlini (Three Second Kiss, Serra/Carlini, Jowjo), Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut), Francesco Salomone (Forty Winks, Qlowski),Francesco Bucci, Paolo Raineri (Ottone Pesante, Junkfood)
Per l’artwork è stato scelto “Nel Buio”, un quadro dell'artista modenese Simone Fazio Un particolare di quest’opera era già stato utilizzato per la release online del brano “Take It Back to the Start”.

“Second Skin” è frutto di una co-produzione Area Pirata, Dischi Bervisti, Antipop (etichetta di Liverpool già distributrice dei dischi dei CUT in UK) e Bare Bones Productions. I La produzione artistica è stata affidata a Bruno Germano già collaboratore storico della band oltre ad aver militato nei Settlefish ed avere prodotto tra gli altri, Fuzz Orchestra e Iosonouncane. Germano è presente nel disco anche in veste di musicista e coautore della title track.
In numerosi brani figura anche Francesco Bolognini il primo batterista della band ad ulteriore testimonianza della volontà dei CUT di raccogliere intorno a “Second Skin” gli amici ed i collaboratori di una vita.

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<![CDATA[In Diretta dal Festival del 6 luglio 2017: Speciale On The Road Again]]>

Siamo a Sherwood Festival 2017 e continuiamo a trasmettere dallo stand Books&Media. Questa volta animano l'orario aperitivo i The Mojos, che sfoggiano una puntata speciale di On The Road Again per far ballare la foresta di Sherwood prima di Ascanio Celestini. Una puntata tutta da ballare a suon di mambo!

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Zylla Mays - Calypso Blues

Harry Belafonte - Matilda

La Lupe - Fever

Al Escobar - Tighten Up

Henry Stephen - Mi Limon Mi Limonero

Perez Prado - Mambo N°8

Perez Prado - El Taconazo

Rico Ricardo - Cuban Pete

Mongo Santamaria - Get Money

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<![CDATA[Ascanio Celestini allo Sherwood 2017]]>


Giovedi 06 Luglio 2017

Ascanio Celestini

"Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo?"

Storia provvisoria di un giorno di pioggia

(uno studio)

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Studio per uno spettacolo di Ascanio Celestini

Con Ascanio Celestini e Gianluca Casadei

Suono Andrea Pesce

Una produzione Fabbrica srl


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio spettacolo: 21.00


Prevendite a 10 € + d.d.p.

Ingresso 10 € alla porta

Acquista in prevendita su www.sherwood.it a solo 2 € in più

Eviti le code
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È facile e sicuro

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A breve biglietti disponibili anche su www.ticketone.it


Al termine dello spettacolo ingresso 1 € può bastare


Imponenti masse d’acqua che si spostano sulla superficie del mare provocano onde sismiche che vanno a incrociarsi con i movimenti delle profondità marine.

Questo incontro scatena un fenomeno straordinario: un suono planetario senza fine che è facile ascoltare se stai dalle parti delle fasce di Van Allen, a 20mila chilometri dalla superficie terrestre

così come lo sentono gli indiani Pueblo che scendono dalle finestre delle loro case.

Battono i piedi sulla terra e arrivano i nonni, così chiamano le nuvole. E comincia a piovere. E l’acqua gira tra il cielo e la terra facendola vibrare come una gigantesca campana che corre nello spazio a 100mila chilometri all’ora.

Questa è la storia di un giorno di pioggia.
Questa è la storia di una barbona che non chiede l’elemosina
e di uno zingaro di otto anni,
della barista che guadagna con le slot machine
e di un facchino africano, ma anche di un vecchio che chiamano
Giobbe.
Questa è la storia del Cinese, di una madre che fa la zuppa liofilizzata,
e di un paio di padri che non conosco il nome.
Questa è la storia di una giovane donna che fa la cassiera al supermercato e delle persone che incontra.

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<![CDATA[ReadBabyRead_341_Matteo_Strukul_5]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #341 del 6 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 5 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[Serial-addicted]]>


Mercoledi 05 Luglio 2017

Presso lo stand Sherwood Books & Media:

Serial-addicted

Narrazione, immaginari e critica delle serie televisive

a cura di Globalproject.info


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio dibattito: ore 20.30


1 € può bastare

Le serie televisive sono davvero un fenomeno contemporaneo? Cosa è successo nel passaggio da Beautiful al Trono di Spade? Quali sono le differenze tra una miniserie, una procedurale e una antologica? A quali immaginari si riferiscono?

Ne discutiamo con:

Federica Abramo (Università di Trento), autrice di un libro (edito da Villaggio Maori Ed.) dedicato completamente all’argomento.

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<![CDATA[Dente + Blindur allo Sherwood 2017]]>

Mercoledi 05 Luglio 2017


- Main Stage - 

Dente

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Blindur

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 22.00


1 € può bastare

"Quello che si ha" è il nuovo singolo di Dente, un nuovo brano inedito non contentuo nel suo ultimo album "Canzoni per metà", uscito lo scorso 7 ottobre per l'etichetta Pastiglie/Sony Music Entertainment. Il video è stato curato da Nicole Cardin, mentre il brano è disponibile su iTunes e in streaming su Spotify.

Dente è uno dei più apprezzati cantautori italiani, un musicista che negli anni ha conquistato un pubblico sempre più numerso e affezionato riuscendo a imporre il suo personalissimo linguaggio pop dai tratti essenziali e ricercati. "Quello che si ha" è il freschissimo brano con cui Dente si affaccia all'estate dopo il lungo tour che lo ha visto impegnato nei club di tutta Italia e in diversi concerti in Europa. Il singolo è stato suonato da Dente insieme ai Plastic Made Sofa, registrato mixato da Lorenzo Caperchi al Red Carpet Studio di Brescia.

<<"Quello che si ha" è una canzone che ho sognato. Mi sono svegliato in una stanza d’albergo qualche tempo fa, con in testa le parole del ritornello e l’immagine di me che cantavo queste parole in un grande teatro, forse l’Ariston di Sanremo. Ho avuto la lucidità di alzarmi e appuntarmi la melodia e il testo e poi in un momento successivo ho scritto il resto della canzone. Il singolo non sarà contenuto nel prossimo disco in cantiere che verrà registrato in autunno.>> Dente

Dente sarà di nuovo in tour questa estate, con un nuovo live-set.

Blindur e` un duo nato nella primavera del 2014 da Massimo De Vita, cantautore, polistrumentista e produttore, e Michelangelo Bencivenga, polistrumentista. Il sound del duo si ispira alle atmosfere del folk e del post rock, con un piede a Dublino e l'altro a Reykjavi´k. L'amore per il Nord Europa permea tutto il lavoro della band, a partire dalla scelta del nome, una parola islandese. Per i testi il riferimento e` sicuramente da rintracciare nella tradizione e la poetica del cantautorato italiano, con un occhio più attento a quello moderno e alternativo.

Nonostante siano solo 2 i musicisti in scena, il suono e` ricco e articolato e l'ampio set up (chitarre acustiche ed elettriche; banjo; glockenspiel; effettistica ed elettronica minimale; cassa, rullante e tamburello, il tutto rigorosamente a pedale) contribuisce a dare la sensazione di stare ascoltando una band composta da un notevole numero di elementi. Il trucco e` semplicemente godersi il tutto ad occhi chiusi e lasciarsi trasportare.

Il duo napoletano nei primi 24 mesi di attivita` ha gia` collezionato circa 150 concerti tra Italia, Belgio, Islanda, Francia e Irlanda, prendendo parte ad importanti festival internazionali, ad esempio il Body&Soul Festival a Westmeath. La band ha prodotto nel 2014 un Ep dal vivo presso gli studi di registrazione Casa Lavica e nel 2016 un mini album acustico "live in giardino"; vinto l'edizione 2014 del premio Donida, il premio Muovi la Musica 2014, il premio Nuova Musica Italiana 2015, il premio Pierangelo Bertoli 2015; il premio Fabrizio De Andre` 2015, il premio Buscaglione “Sotto il cielo di Fred” 2016 e il premio Tempesta Dischi sempre nell'ambito dell'edizione 2016 di "Sotto il cielo di Fred". Inoltre la band e` tra i 16 finalisti per l'edizione 2016 di Musicultura e tra i 9 finalisti per Musica da bere 2016. Ha aperto i concerti di numerosi artisti del panorama indipendente italiano come Tre allegri ragazzi morti, Dellera, Dimartino, Giorgio Canali e Rossofuoco, Cristiano Godano (Marlene Kuntz), Il disordine delle cose, Iosonouncane, Dente.

Blindur ha collaborato in ambito internazionale con artisti irlandesi come Johnny Rayge, con il quale ha realizzato un mini tour di 11 date in Italia nel novembre 2014; ha condiviso il palco con il poeta e cantautore canadese Barzin nella data napoletana del suo ultimo tour europeo; ha inoltre lavorato con Birgir Birgisson, storico fonico e produttore di Sigur Ros e non solo.

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<![CDATA[Suicidal Tendencies allo Sherwood 2017]]>


Martedi 04 Luglio 2017


In collaboration with Trivel Collective & Hellfire Booking:

Sherwood Goes HardCore 3


Mainstage:

Suicidal Tendencies

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Second Stage:

Minkions (Reunion show)

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Danny Trejo

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Game Over

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The Frog

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 18.00

Inizio Second stage: ore 18.30

Inizio Mainstage: 21.00


Early Bird tickets a 10 € + d.d.p. fino al 30/4

Ingresso 15 € alla porta

Acquista in prevendita su www.sherwood.it a solo 2 € in più

Eviti le code
Ti assicuri l'ingresso anche in caso di Sold Out
È facile e sicuro

Clicca sul box giallo a destra


Prevendite disponibili anche su www.ticketone.it

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Per il terzo anno consecutivo, sul palco dello Sherwood Festival, va in scena una giornata dedicata interamente alla musica HardCore: Sherwood Goes Hardcore. Un festival nel festival creato in collaborazione con Trivel Collective e Venezia Hardcore, collettivi propositivi e stabili che affondano le loro radici nella scena indipendente veneta. Grazie alla completa dedizione dei loro componenti questi collettivi sono riusciti a diventare dei veri e propri punti di riferimento per l’underground italiano e sono riusciti ad esportare, in Italia e all’estero, le proprie local bands.
Quest’anno ospiti speciali saranno i Suicidal Tendencies con il loro "World Gone Mad Tour", mentre sul Second Stage ci saranno Danny Trejo, Game Over, The Frog e l'attesissimo Reunion Show dei Minkions.

Suicidal Tendencies

I Suicidal Tendencies sono una band punk metal statunitense, formatasi a Venice Beach (CA) nel 1982. Il gruppo ha cambiato molte volte i suoi componenti, tranne il front man e autore della maggior parte dei testi della band Mike Muir.
Gli inizi del gruppo furono molto faticosi, tanto da essere definiti da una rivista del settore come "il peggior gruppo musicale esistente". La band nei primi anni dalla sua formazione su sempre avvolta da un alone di mistero e controversie anche a causa del loro nome "violento". Queste voci attirarono su di loro l'attenzione delle case discografiche ed iniziarono ad avere i primi successi. La carriera dei Suicidal Tendencies è colma di cambi di genere musicale, disguidi tra i vari membri del gruppo, passaggi da un'etichetta discografica ad un'altra e pause, ma soprattutto di dischi di grande successo che hanno cavalcato l'onda tra gli anni '80 e '90.

‘World Gone Mad’ è il primo album dei Suicidal Tendencies con il leggendario Dave Lombardo alla batteria. L’ex Slayer, tra i batteristi più influenti della storia, è ora un membro ufficiale dei Suicidal Tendencies e la forza trainante del nuovo disco di Mike Muir e soci.
Oltre a Dave Lombardo la nuova squadra dei Suicidal Tendencies vede in formazione anche Ra Diaz al basso e Jeff Pogan alla chitarra.

‘World Gone Mad’ è un ritorno in grande stile per i Suicidal, uno dei loro migliori album di sempre ed esattamente quello che ogni fan di Mike e soci si aspetta. 11 canzoni in pieno stile Cyco con un incendere brutale pieno di groove.
‘World Gone Mad’ è Suicidal Tendencies al 100%, un album dove sono presenti tutti quegli elementi unici che hanno reso grande questa band nei suoi 35 anni di attività.

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<![CDATA[Il potere del popolo]]>


Lunedi 03 Luglio 2017

Presso il Second Stage:

Il potere del popolo

Populismi e rivoluzione nella crisi dell’europa

A cura di Globalproject.info


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio dibattito: ore 21.00


1 € può bastare

Quando parliamo di “populismo” dobbiamo riferirci ad un contesto storico ben preciso: la crisi della società occidentale, in particolare dei concetti che hanno strutturato quella europea. Ma se guardiamo più da vicino il fenomeno ci rendiamo conto che è più corretto parlare di “populismi”, con le loro diverse origini, i loro diversi orientamenti e ideologie politiche. A partire da questo, come possiamo descrivere le diverse tipologie? Da quali esperienze dell’America Latina provengono? Possiamo trovare tra tutte le varie correnti un minimo comune denominatore e delle ambiguità di fondo della “strategia populista”? Quali strumenti comunicativi e linguistici utilizzano i “populismi”? È necessario tenerne conto per orientarci nei meandri dei “populismi” e vederne le luci e le ombre, al fine di facilitare la ricerca di una valida alternativa alla situazione di crisi (sociale, economica, culturale, ambientale) che stiamo vivendo?

Ne discutiamo con:

Manuel Anselmi (sociologo e autore del libro “Populismi. Teorie e problemi”), Francesco Biagi (ricercatore, attivista e curatore di “Populismo, democrazia, insorgenze. Forme contemporanee del politico”), Mario Pezzella (filosofo politico e autore di “Insorgenze”).

Introduce e modera:

Fabio Mengali (Globalproject.info)

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<![CDATA[Sherwood Hip Hop Day 2017: Murubutu]]>

Domenica 02 Luglio 2017


Sherwood Hip Hop Day - 8a Edizione

Murubutu

+ La Kattiveria & Dj T-Robb 

Vai alla Pagina FB di Murubutu

Vai alla Pagina FB di La Kattiveria

Vai alla Pagina FBvdi Dj T-Robb


+ Freestyle Battle & Showcases


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 18.00

Inizio qualifiche Freestyle Battle: ore 18.30

Inizio Murubutu: ore 21.00

a seguire Finale Freestyle Battle


1 € può bastare

Ottava Edizione dell'appuntamento con "la giornata" per antonomasia dedicata interamente alla cultura, musica e danza Hip Hop nel suo habitat naturale, ovvero la strada, come mezzo per riappropriarsi della propria identità e forma libera e diretta di comunicazione. Musica e colonna sonora indipendente, dalla forte identità multiculturale, con un radicato senso d'appartenenza alla propria comunità, un movimento che comunica attraverso un linguaggio universale. “Hip la conoscenza Hop il movimento”

L'ottava edizione vedrà avvicendarsi il consueto appuntamento con la Freestyle Battle ed il B-Boyin' presso il Second stage, per poi proseguire con un live esplosivo che vedrà protagonista Murubutu.

Murubutu è un artista dedito allo studio dell’interazione fra musica rap e letteratura. Convinto del potenziale del genere rap come mezzo di emancipazione culturale è in particolare il connubio con la narrativa che ha reso nota la sua musica a livello nazionale portando lo tecnica dello storytelling a livelli inesplorati. Attivo dagli anni ’90 e forte di quattro album solisti pubblicati dall’etichetta bolognese Irma records( www.irmarecords.com) presenta ora il suo nuovo concept album completamente dedicato al vento (uscito a Ottobre 2016) caratterizzato da collaborazioni di noti artisti della panorama hip hop italiano come Ghemon, Dargen D’Amico e Rancore. Murubutu dal vivo, con l’aiuto dei soci de La Kattiveria crew (il tenente, U.G.O.) e Dj T-Robb, propongono una miscela unica di hip hop classico con poesia, narrativa e letteratura potenziale.


Programma:

Ore 18.00 (Second Stage)

B-Boyin'/ Breaking session

Ore 18.30 (Second Stage)

Freestyle Battle

Preliminiare della selezione dei concorrenti che andranno a comporre il tabellone ufficiale della sfida (iscrizioni devono essere confermate in loco, presso il Second Stage, entro le ore 18.15)

Ore 21.00 (Second Stage)

Murubutu

+ La Kattiveria & Dj T-Robb

Ore 22.00 (Second Stage)

Finalissima Freestyle Battle

hosted by Mbassadò

Per iscrizioni alla battle inviare una email a mbassado@gmail.com
con nome ed oggetto BATTLE, per poi confermare la propria presenza in loco entro le ore 18.15

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<![CDATA[Snatura Rock del 18 giugno 2017]]>

h15.15 Intervista a Giuseppe Fiori
"Spazi di vita scomodi" è l'album d'esordio solista di Giuseppe Fiori, musicista in diversi gruppi e ultimamente bassista degli Egokid. Un progetto suonato in trio con il fratello Raffaele alla batteria e Lele Battista alle tastiere, piano e percussioni. Un disco dove la voce è usato come un spiraglio di luce che penetra su una notte buia. Le difficoltà del quotidiano sono spazi organizzati con i propri sogni che la realtà fa diventare scomodi. Diversi ospiti tra queste canzoni per duettare sui particolari e le sfumature e rendere stabile e strutturato quel che per sua natura non lo è: il continuo bisogno degli altri per un po' di comprensione e amore. Ne parliamo con Giuseppe che oltre al basso suona le chitarre elettriche e acustiche, tastiere, synth, piano, ukulele, sassofono giocattolo, percussioni e voce.

h16.00 Intervista a Davide Ravera
Dopo "Gospel" del 2014 il modenese Davide Ravera torna con "Ramingo", disco autoprodotto con la sua etichetta Hazy Music e prodotto artisticamente da Umberto Palazzo. L'osservatore romantico Davide Ravera ci racconta come al solito quello che i suoi occhi hanno visto attraverso il suo personale sentire autentico e palpabile. L'amore che non ha programmi va in contrapposizione con il piano padano o l'istinto musicale liberato da qualsiasi dubbio si contrappone al lupo che non capisce il branco o ancora cercare una direzione con gli occhi puntati nello sguardo dell'altro. Episodi non convenzionali che innestano meccanismi apprezzabili e apprezzati tra rock, blues e jazz nella libertà compositiva innata che lo contraddistingue.

h16.30 Intervista ai Morkobot
Marcello "Lan" Bellina al basso, Andrea "Lin" Bellon al basso e Jacopo "Lon" Pierazzuoli alla batteria. Ovvero i Morkobot sono tornati con il quinto album in studio "Gorgo" uscito per Supernatural Cat Records. Un disco che è come una lunga corsa ad ostacoli dove gli ostacoli sono le emozioni. La passione math rock e psichedelica è sempre trainante, sferzante e coinvolgente. Scontri tra muri del suono alzati e poi buttati giù sul battere di un Charleston un po' più placato. Vortici creati da una melodia che si fa sempre più complessa e rimanendo solida spinge il ritmo sull'acceleratore. Ne parliamo con Andrea Bellon.

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<![CDATA[Snatura Rock del 18 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 18 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Bloody Beetroots Live allo Sherwood 2017]]>


Sabato 01 Luglio 2017

The Bloody Beetroots Live

"My Name is Thunder Tour"

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Opening act:

Demonology HiFi

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Dj-Set:

Putano Hoffman presents Royal Rumble

Daft Punk Vs The Prodigy Vs The Chemical Brothers

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


Early Bird tickets a 20 € + d.d.p. fino al 30/4

Ingresso 25 € alla porta

Acquista in prevendita su www.sherwood.it a solo 2 € in più

Eviti le code
Ti assicuri l'ingresso anche in caso di Sold Out
È facile e sicuro

Clicca sul box giallo a destra


Prevendite disponibili anche su www.ticketone.it

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Quest’estate The Bloody Beetroots tornerà nel nostro paese e l'1 Luglio salirà sul palco dello Sherwood Festival per presentare la sua ultima fatica discografica intitolata "My name is thunder".

The Bloody Beetroots Live è un progetto di Sir Bob Cornelius Rifo, il produttore, fotografo e dj italiano trapiantato a Los Angeles e nato lo stesso anno del punk rock. "1977" tatuato nel petto è l'unica vera identificazione pubblica di Bob Rifo, che sul palco indossa costantemente la maschera di Venom: un catalizzatore dice lui, e insieme una dichiarazione di anonimato artistico, che ha dato vita ad un lungo elenco di produzioni, progetti, film, manifesti e incarnazioni musicali. Decine di remix realizzati in tempo record, numerosissimi live, dj set e progetti paralleli fanno di Sir Bob uno dei produttori italiani più apprezzati a livello mondiale.

Il primo album “Romborama” ha venduto più di due milioni di copie nel mondo, mentre con il secondo, Hide, pubblicato a 4 anni di distanza è riuscito a coinvolgere icone della musica rock come Paul Mc Cartney che ha inciso con lui Out Of Sight, ma anche Theophilus London, Peter Frampton, e Tommy Lee.

Costantemente in tour, Sir Bob si è esibito nei luoghi più diversi, dai piccoli club underground alle sterminate platee dei festival internazionali come Coachella, Lollapalooza, Big Day Out, Primavera Sound, SXSW e Fuji Rock.

Il suo motto è “demolire per ricostruire” e la forza di Bob risiede proprio nella sua capacità di unire sonorità elettroniche e dance ad atmosfere che trovano le radici nella forza distruttiva del punk. Dopo aver mosso i primi passi in una garage-punk-band italiana, nel 2007 Bob ha fondato The Bloody Beetroots, ottenenendo in breve tempo il totale supporto della scena electro house mondiale.

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<![CDATA[Sherwood Reggae Day #3: Randy Valentine + Forelock & Arawak]]>

Venerdi 30 Giugno 2017


Sherwood Reggae Day - 3a Edizione

Randy Valentine

Backed by: Arawak

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Open act: 

Forelock & Arawak

Pagina Facebook di Forelock

Pagina Facebook degli Arawak


Warm-Up: 

Mr. Robinson

Pagina Facebook


Aftershow: 

BomChilom

Pagina Facebook


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio Concerto: ore 21.00

1€ può bastare


Randy Valentine

Randy Valentine è un giovane singer versatile, proveniente dalla Giamaica. Le sue prime esperienze le ha nel 2012, quando ha la fortuna di affiancare grandi artisti già affermati, come Busy Signal, facendo da spalla nei loro live in giro per l’America. Basta poco per catapultarsi in una nuova dimensione che gli da subito l’opportunità di esprimere tutto il suo talento e di costruire intorno a se una solida base di fan in tutto il mondo. Il suo mixtape “Bring Back the Love” è da subito un successo, nel quale Randy mostra tutto il suo talento, destreggiandosi su riddim prettamente “foundation”, con 12 splendide tunes che da subito lo consacrano definitvamente nella scena reggae internazionale, merito delle coinvolgenti melodie dei suoi brani e per i suoi testi pieni di valore. Ad oggi, tante le sue collaborazioni e innumerevoli show in giro per l’Europa e non solo. Randy Valentine rappresenta di certo uno dei giovani artisti reggae più interessanti in circolazione e “Break The Chain”, il suo ultimo album, è una perfetta rappresentazione del suo talento.


Forelock & Arawak

Forelock & Arawak sono una reggae band sarda al primo album "Zero" per La Tempesta Dub. Forelock negli ultimi anni ha dimostrato di essere la voce più promettente del reggae italiano: con le numerose collaborazioni, nate durante i suoi ultimi due viaggi in Giamaica, si è conquistato il titolo di “Top Singa” dai membri della comunità reggae, italiana e non solo. Nel 2008 Forelock entra a far parte della famiglia Arawak, diventando una delle voci della band, oltre a curare la parte compositiva e i testi dei brani. Nel 2013 entra a far parte del progetto “Dubfiles”, sotto la guida artistica di Paolo Baldini, in cui ha collaborato con importanti nomi come Mellow Mood, Sr. Wilson, Andrew I, all’interno dell’ Alambic Conspiracy Studio. Il 2015 è l’anno in cui l’avventura Forelock & Arawak ha inaugurato il proprio debutto, partendo da “Zero”: l’album è uscito il 4 dicembre 2015 per “La Tempesta Dub”.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 29 giugno 2017]]>

Beh, siamo arrivati di nuovo al capolinea estivo, alla pausa. Tempo di bilanci e sommari, tempo che utilizziamo per un viaggio attraverso le etichette discografiche che collaborano durante tutto l’anno alla realizzazione del programma, che ne permettono il continuo aggiornamento con le varie novità discografiche puntualmente inviate (questa settimana il nuovo disco degli Oregon, per Cam Jazz). Un viaggio che vede almeno un ascolto per ognuna delle etichette, un viaggio che al suo interno vede altri viaggi, immaginari, musicali, ma geografici grazie ai riferimenti dei titoli dei brani scelti, oppure solo onirici, veramente immaginari, spaziali, financo fiabeschi… e poi viaggi con la memoria… e infine un curioso e semplice viaggio nell’attualità (ius soli). Alcune etichette, per ragioni di tempo, non sono state trasmesse questa volta quindi, oltre a Ponderosa Music, Cam Jazz, Abeat For Jazz, Alfa Music, Itinera, Parco della Musica, Tuk Music, Tosky Rec., Auand, Dodici Lune, Artesuono, Ultra Sound rec., ringrazio ECM dalla Germania, Albore dal Giappone, Via Veneto Jazz da Roma e gli indipendenti autoprodotti qui rappresentati, arbitrariamente, per colpa mia, da Massimo Barbiero con i suoi Odwalla… l’estate offre molte possibilità di godere della musica dal vivo andateci, se potete, ma poi, passata la bella stagione, state connessi, cercate il certo ritorno di “Take Five, Jazz & dintorni”, sempre il giovedì sera dalle 23:00 ma, se volete, se vi piace, cercate la mia voce e la musica brasiliana che, insieme anche a Ligia França, precederà il jazz alle 21:30 sempre del giovedì con “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”.  Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. viaggio (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa music)  - 2016

03. Dolomiti dance (R. Towner)  - Oregon – lantern (cam jazz) - 2017

04. flying to Florence (J. Bodilsen) – Max De Aloe Baltic Trio – valo (abeat) - 2017

05. dolce Napoli (E. Amazio) – Enzo Amazio – essence (alfa music) - 2014

06. Napoli centrale (M. Zurzolo) – Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera) - 2015

07. Roma non fa la stupida stasera (Garinei/Giovannini/Trovajoli) – Fabrizio Bosso/Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

08. Isfahan (T.Tracanna) – inside jazz 4et  – four by four (abeat) - 2017

09. Alabama (F. Ponticelli) – Francesco Ponticelli – Kon Tiki (tuk music) - 2017

10.my journey (F. Giachino) – Fabio Giachino – north clouds (tosky rec) - 2017

11. belo monte/sobre as nuvens (E. Taufic/R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos(abeat) - 2017

12. la bella e la bestia (M. Barbiero) – Odwalla + Baba Sissoko – ancestral ritual (autoprodotto) - 2017

13. ricordi nella pioggia (V. Maurogiovanni) – Cercle Magique Trio – cercle magique (dodici lune) - 2017

14. windy (F. Vignato) -  Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

15. Moon song (S. Coslow/A. Johnston) – Vanessa Tagliabue York – we like it hot (artesuono) - 2016

16. ¾ di Luna (L. Mazzaglia) – Les Sens Jazz – Earth (USR) - 2017

17. East of the Sun (B. Bowman) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (USR) - 2013

18. ius soli (F. Morgera) – Fabio Morgera & NY Cats – ctrl z (alfa music)  - 2015

19. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
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<![CDATA[ReadBabyRead: speciale In Diretta dal Festival del 23 giugno 2017]]>

Per la diretta dallo Sherwood Festival Francesco Ventimiglia di ReadBabyRead stasera legge un brano dal libro "Porto Marghera. Cento anni di storie (1917-2017)", a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, opera collettiva che raccoglie svariate voci del territorio veneziano (giornalisti, scrittori, storici, politici, artisti) uscita in occasione del centenario della fondazione dell'area produttiva di Porto Marghera. Il titolo del brano, di Fulvio Ervas, è "Porto Marghera val bene una bocciatura", un delizioso e intenso racconto sulla situazione operaia degli anni Sessanta in una delle zone produttive allora più importanti nel nostro Paese.

Buon ascolto
Francesco Ventimiglia e Claudio Tesser

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<![CDATA[Rapporti tra cultura operaia ed ambientalismo]]>


Giovedi 29 Giugno 2017

Presso lo stand Sherwood Books & Media:

Rapporti tra cultura operaia
ed ambientalismo

Incontro con Emanuele Leonardi

A cura di Collettivo Resistenze Ambientali Padova


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 20.30


1 € può bastare

Dal pensiero ecologico di Andre Gorz ai movimenti ambientalisti globali sui mutamenti climatici.

Ne discutiamo con:

Emanuele Leonardi (ricercatore presso l’Università di Coimbra - Portogallo).

Durante l’incontro verrà presentato il nuovo lavoro del sociologo americano Jason Moore, dal titolo “Antropocene o Capitalocene” (Ed. Ombrecorte).

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<![CDATA[Willie Peyote allo Sherwood 2017]]>

Giovedi 29 Giugno 2017


- Second Stage - 

Willie Peyote

"Educazione Sabauda Tour"

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 22.00


1 € può bastare

Willie Peyote (Guglielmo Bruno, classe 1985) è un rapper torinese, uno degli artisti più interessanti e innovativi della scena hip-hop italiana. Oltre ad essere conosciuto come solista, Peyote è la voce del gruppo Funk Shui Project. Avvicinatosi al rap nel 2004, dopo alcuni tentativi con altri generi musicali, fonda il gruppo Sos Clique con Kavah e Shula col quale pubblica diversi demo e un EP intitolato “L’Erbavoglio” nel 2008. A seguito dello scioglimento del gruppo intraprende la carriera solista facendo del cinismo, dell’originalità e dell’autoironia il suo marchio copertina Non è il mio genere...di fabbrica, com’è facilmente intuibile dai titoli dei dischi pubblicati: “Il Manuale del giovane nichilista” del 2011 e “Non è il mio genere, il genere umano” del 2013. Quest’ultimo è stato ristampato, in versione estesa, nel giugno 2014 per l’etichetta discografica ThisPlay Urban. Parallelamente vede la luce anche il primo album ufficiale del gruppo Funk Shui Project. Per la realizzazione del disco, interamente autoprodotto e pubblicato sempre nel 2014, Willie Peyote lavora con una vera e propria band non solo per la fase di composizione dei brani, ma anche per l’attività live. I testi dell’artista sono uno specchio della società attuale. Con i suoi brani accattivanti, ironici ma allo stesso tempo di denuncia, Willie Peyote ha attirato immediatamente su di sé l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori. Brani come “TmVB”, ovvero “Tutti Mi Vogliono Bene” e “Friggi le polpette nella merda (cit.)” sono diventati dei veri e propri inni underground che raccontano i paradossi del nostro paese in modo scanzonato, sarcastico e divertente. L’artista vive un momento particolarmente felice: ha vinto il premio come miglior autore al concorso “Genova per voi”, il più grande portale di musica italiana Rockit lo ha inserito tra i dieci artisti più interessanti dell’anno e il videoclip del brano “Glik” (che fa riferimento a KamilWillie forza Toro Glik, calciatore capitano della squadra del Torino) ha ricevuto più di 230.000 visualizzazioni. Inoltre Peyote è stato il primo rapper a partecipare a VEVO DSCVR (Discover), format inglese dedicato alla musica emergente (ha fatto scoprire artisti come Hozier) arrivato di recente anche in Italia. Peyote ha presentato una versione live del brano “Dettagli”, accompagnato da Hyst alla voce, Paolo “De Angelo” Parpaglione dei Bluebeaters al sassofono e Frank Sativa, anche produttore del pezzo, al beat. Il video di “Dettagli” è quello, relativo al format, con il maggior numero di visualizzazioni.
Infine il tour dell’artista “Hai fatto quattro date e lo hai chiamato tour”, a discapito del nome, ha avuto un grandissimo successo.
Il 28 aprile 2015 è stato reso disponibile, in free download sul sito ufficiale dell’artista www.williepeyote.com, “Quattro San Simoni e un funerale”, un EP contenente cinque brani inediti da cui è stato estratto il singolo “Io non sono uguale” (prod. Kavah).
Nel mese di novembre 2015 vengono pubblicati i singoli “Peyote451 (L’eccezione)”, “La dittatura dei nonfumatori” e “Io non sono razzista ma...”, che anticipano l’uscita del nuovo album “Educazione sabauda”, disponibile su Spotify dal 27 novembre, su iTunes ed Apple Music dall’11 dicembre e in tutti i negozi di dischi dal 22 gennaio 2016.

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<![CDATA[ReadBabyRead_340_Matteo_Strukul_4]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #340 del 29 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 4 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[Dente allo Sherwood 2017]]>


Mercoledi 28 Giugno 2017

Dente

"Estate 2017 Tour"

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Opening act:

Colombre

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


1 € può bastare

"Quello che si ha" è il nuovo singolo di Dente, un nuovo brano inedito non contentuo nel suo ultimo album "Canzoni per metà", uscito lo scorso 7 ottobre per l'etichetta Pastiglie/Sony Music Entertainment. Il video è stato curato da Nicole Cardin, mentre il brano è disponibile su iTunes e in streaming su Spotify.

Dente è uno dei più apprezzati cantautori italiani, un musicista che negli anni ha conquistato un pubblico sempre più numerso e affezionato riuscendo a imporre il suo personalissimo linguaggio pop dai tratti essenziali e ricercati. "Quello che si ha" è il freschissimo brano con cui Dente si affaccia all'estate dopo il lungo tour che lo ha visto impegnato nei club di tutta Italia e in diversi concerti in Europa. Il singolo è stato suonato da Dente insieme ai Plastic Made Sofa, registrato mixato da Lorenzo Caperchi al Red Carpet Studio di Brescia.

<<"Quello che si ha" è una canzone che ho sognato. Mi sono svegliato in una stanza d’albergo qualche tempo fa, con in testa le parole del ritornello e l’immagine di me che cantavo queste parole in un grande teatro, forse l’Ariston di Sanremo. Ho avuto la lucidità di alzarmi e appuntarmi la melodia e il testo e poi in un momento successivo ho scritto il resto della canzone. Il singolo non sarà contenuto nel prossimo disco in cantiere che verrà registrato in autunno.>> Dente

Dente sarà di nuovo in tour questa estate, con un nuovo live-set.

Colombre è Giovanni Imparato. Ha trascorso gli ultimi anni scrivendo e arrangiando i suoi brani, pubblicandoli con la band Chewingum. Due dischi, un Ep e centinaia di concerti in Italia e in Europa. L'ultimo disco Nilo (Garrincha dischi, 2012) ha ricevuto attenzione e consenso da moltissimi media (Radio 2, per le trasmissioni Caterpillar, Ottovolante, Radio 1, Rumore, Blow up, Rockerilla, Rockit, ecc.) Nel 2012 comincia una collaborazione con la cantautrice Maria Antonietta: co-produce il disco Sassi del 2014 e l'Ep Maria Antonietta Loves Chewigum del 2015, accompagnandola live alle chitarre e agli organi dal 2013. Nell'estate del 2016 comincia a registrare Pulviscolo, il primo lavoro in solitaria con il nome Colombre, in uscita per Bravo Dischi il 17 marzo 2017.

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<![CDATA[Edo e i Bucanieri e Lo Stato Sociale live @ Sherwood Festival 2017]]>

“In 2 è amore, in 3 è una festa”, così recita uno dei pezzi più celebri de lo Stato Sociale. 23 giugno, Sherwood e tutto l’indie della zona #sottopalco per la band bolognese, aperta da Edo e i Bucanieri. In più di 3 è un festone assurdo, aggiungerei.

Diciamocelo, una volta per tutte: andare seriamente ad un live del genere non porta a casa nulla: emozioni, ricordi, momenti topici. Lo Stato rappresenta l’anti serietà per eccellenza e ne sono consci, perciò dire facilmente “fanno schifo”, criticandoli con gli stessi canoni usati per musica più ricercata e ricca, non ha senso. È come criticare l’estate padovana perché è afosa e umidiccia: lati negativi portatori di altrettanti lati positivi. Fa parte dell’essenza, del gioco.

Il gruppo di punta sa come divertire la gente, svuotare il serbatoio dello stress, sono fenomeni pop senza grandi richieste e questo esserne Consapevoli li rende assai più spontanei ed efficaci di artisti che fanno dell’impegno debole, annacquato un mantra. Sono così superficiali nel pensare in grande senza rendersi conto delle cose più spicciole, ad esempio che si sbuffa dal sonno mentre “suonano”.

Quello che voglio dire è che è inutile fare gli snobboni se musicalmente lo Stato sia facile, estremamente facile, non distante da ciò che 20 anni fa poteva essere un Prezioso, un Gigi D’Agostino, un Molella, gli Eiffel 65. Sanno fare divertire, sanno Come farlo, perché hanno le competenze e conoscono i desideri di chi hanno davanti. Trovatemi un altro personaggio simile a Lodo, clownesco (nel senso buono del termine, preciso) con quella folta capigliatura bionda, riccia, sapiente nell’intrattenere facendo respirare emotivamente un piazzale intero.

Prima che musicisti sono intrattenitori, e mi ha portato a vederli assieme ad amici che solitamente non verrebbero ad un concerto di musica indipendente, gente che non segue le ultime uscite e sa giusto giusto chi è questo Calcutta che passa molto su Radio Deejay. Siamo a livello di pubblico nel confine fra mainstream e alternativo. Ritorna la cara e vecchia storia, sempre funzionante e avallata dai fatti, secondo cui qualcuno parte ascoltando un progetto come gli Stato e finisce con nello stereo altro di più ricco e tecnicamente pregevole. Allargare la base con senno serve a tutti perché la curiosità di ognuno non è mai scontata.

Un’amica mi dice: “ho iniziato ad ascoltare indie per loro”, e se adesso la trovi al TUO concerto, pagante, è anche un po’ merito di Lodo e compagnia. Lui stesso ribadisce gli anni passati da Turisti della Democrazia (2012), durante i quali la scena è cambiata, e si è liberi di fare “canzonette” dicendo quello che si vuole, sul palco e nelle interviste, senza risultare paradossali.

Il concetto è proprio questo: la libertà espressiva e la gioia derivata, collettiva, travolgente. La mia opinione è che il successo de Lo Stato Sociale nasca così, scavandolo in profondità.

Ho deciso di parlare della band di apertura in chiusura, perché voglio dargli il giusto spazio. Edo e la sua flotta di Bucanieri si fanno sentire con semplicità e stravaganza, accompagnano quattro tiri al canestro nel campetto della San Precario e mi ribadiscono il valore d’oro di momenti del genere, me ne ricorderò fra anni. Dettagli. Bucanieri attenti ai dettagli, ai passi di danza della loro musica da balera sulla pista dell’Euganeo.

Perciò facciamo come per l’ultimo amaro prima di andare via: parliamo, discutiamo, viviamo fino in fondo e apprezziamo i contrasti. La gioia nella semplicità e il dolore nello sforzo, abituati a premi perennemente conseguenti agli sforzi. A volta bisogna unicamente lasciarsi vivere: Jake Barnes in Fiesta di Hemingway.

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<![CDATA[Voina live @ Sherwood Festival 2017]]>

Giovedì 22 giugno è con curiosità che mi accingo ad entrare al parcheggio nord dello Stadio Euganeo. Vedrò live per la prima volta una band conosciuta spulciando le uscite in stream di Rockit: i Voina.

Sul second stage alle 22 la gente è ancora poca, spersa nella quiete di un giorno di metà settimana fra cibo, bevute, stand e la classica collinetta. Quest’atmosfera rilassata mi lascia pensare a cosa mi aspetto dal gruppo, e tento di frenare il ragionare per non crearmi troppe aspettative.

Talvolta l’errore che si fa è proprio questo, fissando delle considerazioni nella parete della propria mente, per poi vederle puntualmente deluse (spesso) o soddisfatte più del dovuto (poche volte).

La band abruzzese ha scritto un disco dal titolo evocativo: “Alcol, Schifo e Nostalgia”, uscito per INRI (di casa Linea 77 per chi non la conoscesse). Il discorso delle aspettative qui torna siccome attitudini del genere mi fanno sempre pensare ad un live di egual segno: incazzato, sputante fuori la parte più torbida del proprio istinto.

Personalmente amo i progetti schietti che senza giri di parole utilizzano la musica come strumento di auto cura delle ferite. Ma, come detto, fermo questo flusso di pensieri: voglio iniziare ad ascoltare immerso nel bianco di un foglio ideale, ancora non sporcato dall’inchiostro.

Alle 22 e qualche minuto i Voina danno inizio alle danze, nel vero senso del termine perché su quel palco, con il pubblico che cresce attorno, non smetteranno di fermarsi fino alla fine.

Alla band non manca sicuramente la qualità chiamata “fotta”, cioè la volontà di dare un senso alla propria esibizione. Me li vedo costretti a stare chiusi in studio, e liberi come animali della prateria mentre suonano, girando tutta la Penisola.

A metà esibizione affermano: “spesso i posti dove abbiamo suonato facevano schifo mentre Sherwood è speciale. Si sta bene”. Riprendendo il discorso di prateria e periferia, parlano di un concetto a me caro: cosa significa provenire da una provincia caustica, il limite di un “impero” fatto di complessi urbani senza senso.

Chiara come il sudore macinato è la loro voglia di evasione da situazioni dove la noia, l’immobilismo sono nel DNA della gente; dove la fretta stessa di vivere, di decidere ed essere padroni del destino non viene compresa. Scorre davanti i bar pieni di vecchi e zarri come un fantasma sulla scena del crimine. Fa parte della cifra stilistica del gruppo: Bere, Io Non Ho Quel Non So Che, Gli Anni 80 e l’esemplifica La Provincia. Chiaro è l’impegno che ci mettono nel raccontare la loro realtà MA.

Tutta questa costruzione di significati viene meno nei significanti, il lato fonetico dei racconti, i quali prendono e coinvolgono a dovere, fino ad un certo punto.

MA la scrittura dei brani è forse il punto debole, il limite dei Voina, brani che spingono la tensione emotiva insita senza mai farla esplodere, azione presente invece in Bere, eccezione. Non mi va di parlare di immaturità compositiva, mancanza di esperienze ecc.. sarei sbruffone e falso siccome i ragazzi sanno, comunque, quello che fanno.

Ascoltandoli ti bevi una birra, stai assieme, pensi ai contenuti trasmessi ma viene a mancarti la carica emotiva delle canzoni atta supportare la rabbia de-scritta.

Un’amica mi fa notare, poi, di come certi gruppi decisamente più frivoli dal vivo abbiano pezzi più esplosivi. Climax capaci di catturare, oltre i concetti, lo stomaco dell’ascoltatore, senza facili entusiasmi. 

I Voina hanno contenuti e presenza sul palco. Assieme a dei brani maggiormente incisivi potrebbero “mandare a casa” molti, magari bravi a scrivere MA sul palco dei gessati appena usciti dalla bocciofila.

Al prossimo giro!

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<![CDATA[Chi è Donald Trump? ]]>


Martedi 27 Giugno 2017

Presso lo stand Sherwood Books & Media:

Chi'è Donald Trump?

Le elezioni degli Stati Uniti
tra populismo e puritanesimo.

A cura di Globalproject.info


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio dibattito: ore 20.30


1 € può bastare

Il 5 novembre 2016 il mondo si è svegliato con la notizia politica che più era stata scongiurata: la vittoria di Donald Trump. Perché è riuscito a vincere? Qual’è stata la sua strategia? Quale il suo messaggio politico? A quale cultura politica si è appoggiato? Tra populismo reazionario, puritanismo e idea di spazio (s)confinato cerchiamo di capire il fenomeno Trump.

Ne discutiamo con:

Fabio Mengali (Autore del libro “Di cosa parliamo quando parliamo di Trump”, Ed. Villaggio Maori), Fabio Tarzia e Emiliano Ilardi (Autori di “Spazi (s)confinati” e “Un puritano alla Casa Bianca”, Ed. ManifestoLibri).

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<![CDATA[Birthh allo Sherwood 2017]]>

Martedi 27 Giugno 2017


- Second Stage - 

Birthh

"Born in the Woods Tour"

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 22.00


1 € può bastare

Birthh è l’oscuro alter-ego di Alice Bisi, “la coscienza di una ventenne che spende la maggior parte del proprio tempo a pensare a eventi apocalittici”. Un personaggio che, per prendere in prestito il titolo di una delle canzoni del disco, si definisce “Queen Of Failureland”, una giovane regina che non trova pace: “I thought love was enough / But truth is love is dead”. Born In The Woods non è solo la voce di questo personaggio, è il suo stesso corpo: con i suoi colpi di cassa a mimare un inquieto battito cardiaco, i respiri affannosi tra i versi, le sue chitarre nauseanti, i suoi cori caldi, quasi tangibili, intrecciati a tappeti sintetici che avvolgono ed entrano nelle vene. Anche le parole di queste canzoni sono colme di riferimenti alla fisicità, alla carne stessa attraverso cui Birthh si racconta: “I'll be poison in your blood / And I'll be darkness in your eyes / And I'll be propane in your lungs” proclama Wraith, mentre Chlorine descrive un avvelenamento da amore: “You're chlorine in my veins / The blood flooding to my brain”. L’esito in ogni caso è fatale: “Kill my senses now, I don’t mind / if you want death, darling, death you’ll find” (Senses). Il suono di questo tormento mostra una grande attenzione per i particolari e un gusto per le atmosfere downtempo e ambient. «Ho preferito che i suoni del Wurlitzer e di gran parte delle chitarre avessero un certo timbro lo-fi, a fare da contrasto ai suoni precisi e netti dei beat e degli arpeggiatori. Anche l’organo e l’armonium sono stati inseriti con lo stesso scopo. Mancano quasi del tutto gli elementi della batteria acustica. Abbiamo lavorato molto per aggiungere suoni percussivi presi dalla quotidianità (snap, battiti di mani, acqua, porte che sbattono…) e integrarli dentro ritmi frammentati, a volte disorientanti. In gran parte dei brani non abbiamo usato nemmeno il basso: mi piaceva l’idea di poter fare un disco di musica elettronica senza l’ausilio di questo elemento centrale: per ottenere quella profondità abbiamo optato per delle casse con una frequenza bassissima». Born In The Woods unisce la sensibilità di una scrittura cantautorale, dalle evidenti radici folk, alle ricercatezze degli arrangiamenti elettronici. Il vero elemento distintivo del disco restano le armonie vocali (artificiali e non), che portano le canzoni a climax dai toni quasi gospel, e fanno parlare l’intensa voce di Birthh direttamente al cuore.

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<![CDATA[Side by Side. Proteggere le persone non i confini]]>


Lunedi 26 Giugno 2017

Presso il Second Stage:

Side by Side.

Proteggere le persone non i confini

Reato di solidarietà e mantra securitario:

le nuove frontiere dell’Europa fortezza. 

a cura di Progetto Meltin Pot


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 21.00


1 € può bastare

L’attualità e la rilevanza del dibattito culturale e politico sulle migrazioni attraversano un periodo di forte criminalizzazione della solidarietà e di politiche orientate dal mantra securitario, nelle quali prevale la riproduzione di dispositivi giuridici restrittivi nonché un argine ai flussi sulla rotta del Mediterraneo centrale. Per un istante questo dibattito è stato travolto dall’immaginario solidale della manifestazione di Milano del 20 Maggio, che ha messo in mostra l’esistenza nel paese di una molteplicità di soggetti ed esperienze per nulla marginali: un mondo - solitamente oscurato - aperto, plurale, antirazzista e meticcio, eccedente di buone pratiche e proposte, politicamente orientato che ha deciso di prendere parola pubblicamente per affrontare il tema dell’immigrazione in un modo diverso.

Ne discutiamo con:

Cédric Herrou (contadino della Val Roya), Pietro Massarotto (avvocato e presidente del NAGA, Milano), Nawal Soufi, attivista per i diritti umani e collaboratrice indipendente durante la fase di soccorso dei migranti, Tommaso Gandini, campagna overthefortress.

Introduce e modera:

Stefano Bleggi (Progetto Melting Pot)

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