<![CDATA[ home | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it <![CDATA[Venezia HardCore Fest 2017]]>

Sabato 13 MaggioCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)

Venezia HardCore Fest 2017

2 stages, 1 huge skate ramp, 25 live bands, illustration area, merch area, vinyl area, bar and vegan food.

Cro Mags, The Flex, Higher Power, Vitamin X,
Impact, La Crisi (first reunion show), Slander,
Risk It, Blowfuse, Free Money, Horror Vacui,
Implore, Keep Talking, Destroy All Gondolas,
Tetro Pugnale and more to come ...


Ingresso 10 €

Need to book a room or a space for your tent, write here:
campingjolly@ecvgroup.com // www.ecvacanze.it

More info about to come in the next days
Venezia Hardcore Crew / Rivolta Marghera

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<![CDATA[Venyl - 4a Fiera del disco di Venezia]]>

Domenica 23 AprileCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera 45, Marghera (VE)


VENYL

4a Edizione della Fiera del Disco di Venezia
www.facebook.com/fieradiscovenezia


Dalle 10 alle 21 orario continuato

Entrata 3 Euro

Ampio parcheggio gratuito
Bar sempre aperto per tutta la giornata.
Nuova pizzeria interna aperta anche a mezzogiorno.
Buonissime birre dal birrificio Lucky Brews.

Lotteria Gratuita (sì, regaleremo dischi)

Vuoi Partecipare Come Espositore?
Scrivi un'email a:
fieradiscovenezia@gmail.com

Venyl è la voglia di vivere una passione, insieme.

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<![CDATA[Venice Rootikal Corner meets Veneto Dancehall Link-Up #3]]>

Sabato 22 AprileCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


- 2 Sale / Dub & Reggae Dancehall -

Venice Rootikal Corner

(Roots/Dub)

Heavy Rootation Sound System Installed (10.000 W)

Gladdy Wax

from Notting Hill Carnival, London (UK)

www.facebook.com/gladdy.wax

Heavy Rootation (Venezia)

www.facebook.com/heavyrootation


Veneto Dancehall Link-Up

(Reggae/Dancehall)

DJ Smo

(from Juggerz Sound)

www.facebook.com/realdjsmo

BomChilom(Padova)

www.facebook.com/bomchilom

Zion Cuts (Venezia)

www.facebook.com/zioncutssound

Mighty Cez (Venezia)

www.facebook.com/mightycezofficial


Apertura Ore 21.00

Chiusura Ore 04.00

Ingresso 5 Euro

A partire dalle ore 21.00, presso l'Osteria del Centro Sociale Rivolta potrete gustare ottime pizze e piatti preparati con materie prime di qualità selezionate dai produttori del territorio accompagnati dalle birre artigianali Lucky Brews.

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<![CDATA[AltaVoz - La Chiusura w/ Nina Kraviz]]>

Sabato 08 AprileCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


10 years of AltaVoz

La Grande Chiusura

Apertura Cancelli Ore 22.00

International Special Guest

Nina Kraviz

(Trip / Galaxiid, RU)

www.facebook.com/NinaKravizMusic

Opening Act:

DJ Sodeyama(Arpa / Trip, JP)
www.facebook.com/djsodeyamaofficial

Dj’s & Lives

Max D. Blas(AltaVoz / Roov / Monologue)
www.facebook.com/maxdblasmusic

Paolo Tamoni(AltaVoz / Kombination Research)
www.facebook.com/artistpaolotamoni

Okee Ru(AltaVoz / Wilson)
www.facebook.com/ruokee

Mr. Beat(Cirq)
www.facebook.com/MrBertDj

Prince Anizoba(Area The Place to Be)
www.facebook.com/princeanizoba

Phill Prince(Talent)
www.facebook.com/PhillPrince000

Lukas Valenza(Gang del Bosco)
www.facebook.com/lukasvalenzadj


Funktion One & Martin Audio Sound Systems


A 10 minuti a piedi dalla Stazione di Mestre

(uscita posteriore, Marghera)

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<![CDATA[The Zen Circus al Cso Pedro]]>

Sabato 8 AprileC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

The Zen Circus
La Terza Guerra Mondiale Tour

 

The Zen Circus
La Terza Guerra Mondiale Tour
www.facebook.com/thezencircus

Aftershow: Momostock
www.facebook.com/momostock

Ingresso 10 euro
More info soon!

 

 

La Terza Guerra Mondiale
Dopo otto dischi, un ep e diciotto anni di carriera, The Zen Circus festeggiano la maggiore età con un nuovo grande disco di inediti, “La Terza Guerra Mondiale”, uscito il 23 settembre per La Tempesta Dischi. “La Terza Guerra Mondiale” è il disco al quale hanno dedicato più tempo in studio, lavorando su ogni piccolo dettaglio, dalle melodie ai testi, dagli arrangiamenti ai suoni. Sono partiti da quaranta provini e hanno scremato fino ad arrivare alle dieci canzoni che compongono il disco, fino a quando non hanno avuto la sensazione che ognuna avrebbe potuto essere un singolo. “La Terza Guerra Mondiale” è, per questo, il disco più “power pop” di The Zen Circus. Gli arrangiamenti sono fatti esclusivamente di chitarra, basso, batteria e voci: per la prima volta in un disco Zen non ci sono tastiere aggiunte, synth, archi o fiati e, se qualche volta può sembrare, si tratta di chitarre o voci filtrate ed effettate: una scelta volta a poter portare dal vivo il disco nella sua forma originale.
La splendida copertina racconta, in tutta la sua crudeltà, la provocazione lanciata dal Circo Zen col suo nono disco: rapiti dal bisogno di esistere, che il mondo digitale non sa soddisfare, non sappiamo più accorgerci di quello che ci sta attorno.

The Zen Circus
Il Circo Zen, da Pisa. Nove album ed un Ep all’attivo, diciotto anni di onorata carriera ed oltre mille concerti. Hanno riportato lo spirito padre del folk e del punk al moderno cantautorato con Andate Tutti Affanculo (2009) un album che li ha consacrati dopo anni di duro lavoro. Il disco - per Rolling Stone fra i migliori 100 album Italiani di tutti i tempi - ha contribuito a definire la nuova generazione della musica italiana degli anni zero. Precedentemente gli Zen hanno collaborato con tre mostri sacri dell’alternative americano come Violent Femmes, Pixies e Talking Heads in Villa Inferno (2008). Si sono costruiti una credibilità condivisibile da pochissimi altri artisti nostrani grazie all’attività live più incessante, urgente e di qualità che si possa immaginare. Hanno confermato e moltiplicato il proprio pubblico con Nati Per Subire (2011) fino a raggiungere la top ten della classifica Fimi/Gfk ed il primo posto di quella generale di iTunes con Canzoni Contro La Natura (2014). Oggi più che mai gli Zen si confermano come una certezza del rock indipendente Italiano, portabandiera indiscutibili della musica libera da vincoli: zero pose, zero hype ma solo tanto, tanto sudore. Questa attitudine è stata premiata nel tempo da un pubblico affezionato e sempre più trans generazionale, che riempie ormai da anni i migliori club e i migliori festival del paese.

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<![CDATA[Manudigital "Digital Pixel Tour"]]>

Sabato 01 AprileC.S.O. PedroVia Ticino, 5 – Padova


Low Fi Promotions
, Catch a Fire Events & BomChilom present:

Per la prima volta nel Nord-Est:

Manudigital

“Digital Pixel Tour”

Riddim Maker, Bass player & Producer from Paris, France

www.facebook.com/manudigital


Warm-Up & Aftershow:

BomChilom Sound

The Sound of Padova

www.facebook.com/bomchilom


Start h. 22.00

Ingresso 7 Euro

Per info:
www.facebook.com/LowFiPromotion
www.facebook.com/catchafireparty

Manudigital

Manudigital, uno dei più apprezzati reggae producer della scena europea, è un giovane artista francese.

Nei suoi show live audio/video si alterna tra drum machine, synth, bassi e chitarre accompagnato dalla voce del suo mc ufficiale Bazil.

Il suono digitale del Reggae e del Dub elettronico negli ultimi anni è tornato prepotentemente a pulsare in tutti i dancefloor europei, e Manudigital con il suo impressionante set live è il principale artefice di questa riscoperta che riporta in auge le gesta di guru del genere come King Tubby, Jammys e Gussie Clarke.

Con un passato nella band Babylon Circus, dopo aver lanciato su Youtube il fenomeno “Digital Sessions” armato del mitico synth Casio MT40, il giovane beatmaker francese diventa nel 2015 un produttore universalmente apprezzato.

Esordisce con “Digital Lab” collaborando con Sizzla, Jah Mason, General Levy, Mr Perfect, Agent Sasco, Turbulence, Bush Man, Queen Omega e Marina P.

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<![CDATA[One Dimensional Man]]>

Sabato 01 AprileCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


One Dimensional Man

Pagina FB: http://bit.ly/2kZ546W


Opening act:

Morsura

Pagina FB: http://bit.ly/2m0rtlV


A seguire Dj-Set


Apertura ore 21.00

Ingresso 10 €

A partire dalle ore 21.00, presso l'Osteria del Centro Sociale Rivolta potrete gustare ottime pizze e piatti preparati con materie prime di qualità selezionate dai produttori del territorio accompagnati dalle birre artigianali Lucky Brews.


One Dimensional Man

Il nome della band è ispirato all’opera del filosofo francofortese Herbert Marcuse, “L’uomo a una dimensione”, in cui viene denunciata la tendenza della società occidentale ad appiattire l’essere umano alla dimensione di individuo consumatore, privandolo di sogni e aspirazioni diverse dal possesso di nuovi prodotti della società industriale.

Il gruppo nasce nel 1996, con Pierpaolo Capovilla al basso e alla voce, Massimo Sartor alla chitarra, e l’indimenticabile Dario Perissutti alla batteria.

Con questo nucleo vede la luce nel maggio del 1997 il loro primo disco (omonimo), One Dimensional Man, pubblicato dall’etichetta indie pisana Wide Records. Nel gennaio 2000, dopo un cambio di line-up (entra Giulio Ragno Favero, esce Sartor) arriva il secondo disco: 1000 Doses of Love. Nel 2001 il gruppo pubblica il suo terzo album, You Kill Me, destinato a diventare il loro lavoro più celebre. Nel marzo 2003 fanno il loro primo tour europeo che li porta a esibirsi a Berlino, Vienna, Lugano, Bruxelles, Amburgo. Dopo 4 anni, 2 dischi e centinaia di concerti, Giulio matura la decisione di lasciare la band. Arriverà a sostituirlo Carlo Veneziano, giovane chitarrista dell’underground trevigiano col quale nel maggio del 2003 iniziano a comporre nuovo materiale e a suonare dal vivo. A gennaio 2004 tornano in studio per realizzare il quarto album. Registrato e missato dallo stesso Giulio Ragno Favero (che continua a restare collaboratore della band), nel 2004 esce Take Me Away (per Ghost Records e Midfinger Records). Verso la fine del 2005, Dario Perissutti lascia la batteria a Franz Valente, successivamente ne Il Teatro degli Orrori. Nel 2010, esce “The Box”, la raccolta completa dei quattro dischi, rimasterizzati per l’occasione sempre da Ragno Favero, con la collaborazione di Giovanni Versari. Il breve tour di promozione che ne segue, vede l’entrata in gruppo del napoletano Luca Bottigliero ai tamburi, già drummer di Mesmerico.

E siamo all'oggi. Il Teatro degli Orrori ha appena terminato un defatigante tour di promozione del suo quarto disco in studio, e Pierpaolo e Franz, con Carlo Veneziano ritrovato dopo una lunga assenza, ridanno vita al progetto di One Dimensional Man. Provano per due mesi soltanto canzoni nuove di zecca, ricercando di rinnovare il sound del gruppo nel segno di un rock più intransigente che mai. Il tour che si apprestano ad affrontare, proporrà proprio queste nuove canzoni, non ancora pubblicate su disco, ma che saranno protagoniste fin da subito del repertorio dal vivo. Sarà un repertorio che vuole ripercorrere le tappe artistiche più significative della storia della band, introducendo però una decina di pezzi che diverranno presto il nuovo sforzo full-lenght di una delle band più arrabbiate e violente della storia recente del rock italiano.

Opening act: MorsuraPagina FB: http://bit.ly/2m0rtlV

 
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<![CDATA[Motta live al Cso Pedro]]>

Sabato 25 MarzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

Motta
La Fine Dei Vent'anni Tour

 

La Fine Dei Vent'anni Tour
www.facebook.com/francescomottaufficiale

Warm up & aftershow: White Noise Collective
www.facebook.com/whitenoisewhite

 

 

Ingresso 7 €

Biglietti disponibili in cassa la sera del concerto
Non saranno disponibili prevendite

Apertura cancelli ore 22
Inizio live ore 23.30

 

Motta si è aggiudicato la Targa Tenco per la miglior Opera Prima per il disco La fine dei Vent’anni che ritirerà al Premio Tenco il prossimo 20 ottobre con un’esibizione live presso il teatro Ariston di Sanremo.

Oltre alla Targa Tenco 2016, Motta ha vinto anche il premio PIMI SPECIALE 2016 del MEI, come artista indipendente italiano nel complesso più rilevante per l'attività svolta nella stagione discografica 2015/2016, ritirato lo scorso 24 settembre al Teatro Masini di Faenza.

La fine dei vent’anni è stato recensito dalle principali testate nazionali (Il Venerdì di Repubblica, Sette de Il Corriere della Sera, L'Espresso, Il Fatto Quotidiano, Internazionale, La Stampa, L’Unità, Il Manifesto, e da tutte le riviste specializzate) ed è stato presentato, con intervista e minilive, in trasmissioni radio di qualità, come Radio 2 Caterpillar, Radio 3 Alza Il Volume, Radio 3 Fahrenheit, Radio 2 Social Club, Radio 2 Rock’n’Roll Circus, Radio 1 King Kong, Radio Popolare Mini Sonica. Il TG3 nazionale ha dedicato a Motta un ampio servizio ed un’intervista, in occasione della presentazione al Quirinetta di Roma.

I primi due singoli estratti dal disco sono stati suonati da oltre cento radio sul territorio nazionale, tra cui Radio 1 e Radio 2.

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<![CDATA[ReadBabyRead_326_Bob_Dylan_6]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #326 del 23 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

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<![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Biglietti per lo Sherwood Festival 2017]]>

Sul sito di Sherwood è attiva la vendita ON LINE dei tickets di ingresso.

biglietti sono acquistabili dagli utenti a solo 2 € in più.

Per acquistare i ticket è necessaria la registrazione (anche con login federato Facebook Google) e seguire la procedura indicata. 

Gli utenti, al termine dell'operazione, dovranno stampare un voucher che consegneranno in un ingresso dedicata per ritirare il biglietto e accedere immediatamente all'area concerti.

Se riscontrate dei problemi durante la fase di acquisto, scrivete a ticket@sherwood.it

Perchè acquistare i biglietti on line
direttamente sul sito di Sherwood?

Perchè eviti le code usando gli ingressi dedicati;
Perchè spendi solo 2 € in più a differenza degli altri circuiti;
Perchè è facilissimo sicuro.

Clicca sui box gialli qui a destra


I box a lato compariranno quando saranno attive le prevendite;

I biglietti saranno anche disponibili al botteghino. 

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<![CDATA[La Buona Notizia del 19 marzo 2017 - Speciale "Side by Side"]]>

Siamo abituati a commentare le notizie, ma per questa puntata abbiamo deciso di farla noi la notizia. E la "buona notizia" di questa domenica si chiama "Side by Side", la marcia per l'umanità organizzata a Venezia da Veneto Accoglie. Abbiamo passato la giornata fianco a fianco per dire si a un Veneto che accoglie e antirazzista; abbiamo sfilato per le calli di Venezia e abbiamo intervistato i protagonisti che hanno organizzato e partecipato a questa iniziativa. Li andiamo ad ascoltare in questa puntata speciale de "La Buona Notizia".

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Guru Ft Slum Village - Cuz I'm Jazzy [Sigla]

Manu Chao - Clasndestino

Sandro Joyeux - Kingston

Punkreas - Tolleranza Zero

Subsonica - Liberi Tutti

M.I.A. - Borders

R.E.M. - It's The End Of The World [Chiusura]

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<![CDATA[Le Granate del 20 marzo 2017]]>

Ieri eravamo a Venezia per Side by Side, la marcia per l'umanità organizzata da Veneto Accoglie; abbiamo raccolto un po' di voci dalla piazza veneziana e ne parleremo in questa quindicesima puntata de "Le Granate". Andremo poi a parlare di calcio femminile con la nomina di Patrizia Panico a CT della nazionale italiana under 16. Luca ci parlerà poi di Lotito e Serie B e non mancherà come al solito l'appuntamento della Settimana Precaria. Il tutto condito dalla consueta buona musica de "Le Granate"

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Chuck Berry - Roll Over Bethoven

Anderson Paak - The Waters

Massive Attack - Paradise Circus

Amanda Palmer - Map Of Tasmania

Nneka - Beautiful

Jerry And The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni” del 16 Marzo 2017]]>

Puntata ricchissima che si apre con una novità proveniente dal Giappone, dove opera un’altra label amica di questo programma, la Albòre di Satoshi Toyoda. Ma sono tante, tutte, le cose recenti, nuove o nuovissime che andremo ad ascoltare insieme grazie alla ECM, alla CAM, alla Dodicilune, alla Ponderosa, alla Itinera e alla Auand. Una passerella di molti fra i più amati e importanti interpreti della nostra musica come Keith Jarrett, John Abercrombie, Craig Taborn (tutti ECM), che nei loro rispettivi dischi si accompagnano a musicisti che farebbero grande qualsiasi festival (Brad Mehldau, Marc Copland, Drew Gress, Chriss Speed, Joey Baron, Ambrose Akinmusire, Shai Maestro e molti altri) e poi il ritorno di Richrad Galliano, i prestigiosissimi Javier Girotto e Enrico Pieranunzi (per la Cam), che portano con sé i vari Furio di Castri, Jon Balke, Scott Colley, Clarence Penn. Una grande presenza di etichette e musicisti dal Sud Italia, attivissimo, con i campani Marco ZurzoloL’Orchestra Napoletana di Jazz, il Trio di Salerno (per Itinera Rec.), con la salentina Dodicilune che ci propone un duo meglio dell’altro (Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin e Michel Godard/Ihab Radwan, in ordine puramente casuale). Molti anche questa settimana i riferimenti e gli omaggi al Brasile, come l’omaggio a Baden Powell di Dominique Miller (ECM) o quello a Pixinguinha del Trio di Salerno, quello a Jobim del Dea Trio (entrambi Itinera) o, infine, quello di Paola Arnesano e Vince Abbracciante (Dodicilune Rec.) con l’intero CD dedicato alla MPB (Musica Popular Brasileira). Tutto ciò, come ormai noto, per promuovere il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, condotto da sempre da chi vi scrive e parla, da Rio de Janeiro, ma da molto tempo insieme alla cantante Ligia França, da Natal-Rio Grande do Norte. Circa tre ore di ottima musica, buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. desert highway (P. Vincenti) – T.Riot – T.Riot (albòre) - 2017

03. Baden (D. Miller) – Dominique Miller – silent light (ecm) - 2017

04. mam’boo (P. Heral)  - Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam) - 2017

05. the mission (T. Bleckmann) – Theo Bleckmann – elegy (ecm)  - 2017

06. Amsterdam avenue (E. Pieranunzi) – Enrico Pieranunzi/Danny McCaslin/Scott Colley/Clarence Penn – new Spring, live at the Village Vanguard (cam) - 2017

07. danny boy (J. Cash) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

08. coloriage (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

09. tico tico no fubà (Z. De Abreu) – Paola Arnesano/Vince Abbracciante – MPB! (dodicilune) - 2017

10. tsunami (C. Vallon) – Colin Vallon – dance (ecm)  - 2017

11. Napoli centrale (M. Zurzolo)  - Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2017

12. largo pastorale/si vide all’animale (preludio di Pulcinella) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

13. carinhoso (Pixinguinha/Braguinha) – Trio di Salerno – tre (itinera)  - 2016

14. fotografia (A.C.B. Jobim) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

15. rising grace (W. Muthspiel) – Wolfgang Muthspiel – rising grace (ecm) - 2017

16. clank (M. Murgioni) – Clank 4et – Clank (self prod.) - 2017

17. joy (J. Abercrombie) – John Abercrombie – up and coming (ecm)  - 2017

18. the shining one (C. Taborn) – Craig Taborn – daylight ghosts (ecm) - 2017

19. su l’onda d’amore (M. Godard) – Michel Godard/ Ihab Radwan – doux desires (dodicilune) - 2017

20. finestra e note e brina (Skriabin) – Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin – twelve colours and synesthetic (dodicilune)  - 2017

21. provvisorio (F. Vignato)  - Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

22. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

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La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

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<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Egreen al Cso Pedro]]>

Sabato 18 MarzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

Egreen & Dj P-Kut
presentazione More Hate


Torna al Pedro uno dei nomi di spicco del panorama Hip Hop Italiano, che nelle live performances consolida la sua caratura, trasudando tutta la sua attitudine di hardcore hip hop.
Egreen aka Mr. envied by most, loved by few, respected by all.


Opening:
Bomber Citro (Massima Tackenza)

www.facebook.com/Bomber-Citro


Orari indicativi:
Apertura porte: h 22 dj set
Bomber Citro: h 23.15 circa
E-Green: h 24.15 circa


Apertura ore 22 - Ingresso 5 euro

 

 

"È tornato Egreen con un nuovo album. Che palle, vero? Si che palle anche perché è l'ennesimo progetto (siamo a 13) costituito da canzoni di rap hardcore con pochissimi ritornelli e con strofe sconfinate, tanto lunghe quanto povere di argomenti. 12 nuovi brani del solito rap italiano autoreferenziale avulso da qualsiasi concetto di moda musicale con una manciata di featuring scelti più per le capacità artistiche che per il peso mediatico; Albe Ok, Claver Gold, i Virus Syndicate da Manchester, Er Costa, Nex cassel ed Attila. Le produzioni sono affidate ad alcuni dei collaboratoria storici, The Ceasars, Cope e Fid Mella, e qualche nome nuovo come St. Luca Spenish, Anagogia e Zef.
Il live di Egreen è una garanzia: più di un'ora di rime sputate ad un ritmo travolgente con il solo supporto di dj P-Kut, uno dei migliori in circolazione con la certificazione del DMC, ed un catalogo di canzoni che ormai attraversa più di 10 anni di carriera e numerosi classici resi ogni volta con la stessa fotta con cui sono stati scritti.
Si, che palle, è solo rap senza ritornelloni da stadio; ma a volte basta questo. "
Be there!

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<![CDATA[St. Patrick's WeekEnd in Marghera w/ Talco & Patois Brothers]]>

17 e 18 Marzo 2017Centro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)

St.Patrick's WeekEnd in Marghera


Venerdi 17 Marzo

Talco

www.facebook.com/talcopatchanka


Open act:

The Atom Tanks

www.facebook.com/TheAtomTanks


Apertura ore 19.30

Ingresso SOLO 2 Euro


Sabato 18 Marzo


Dalle ore 12.30 - Ingresso gratuito

Alle ore 12.50 proiezione della partita Scozia-Italia
valida per l'RBS 6 Nazioni di Rugby

A seguire Francia-Galles e Irlanda-Inghilterra


Dalle ore 19.30 - Ingresso 5 €

Patois Brothers

Presentazione del nuovo disco "Wise & Wild"

www.facebook.com/patoisbrothers

Warm-Up & Aftershow:

BomChilom Sound

www.facebook.com/bomchilom

All'interno del Rivolta potrai trovare:

● Birre artigianali
● Pizzeria e Osteria con prodotti del territorio
● Proiezione delle partite del RBS 6 Nazioni di Rugby
e molto altro ...

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<![CDATA[Plastic Fantastic w/ Moplen al Cso Pedro]]>

Venerdì 17 MarzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

 

Plastic Fantastic w/ Moplen

 

 

Continua Plastic Fantastic, la rassegna di serate dedicate alle band padovane.
Il Cso Pedro apre le porte alle band della nostra città; noi mettiamo il palco, voi mettete la vostra musica!

Supportiamo la scena padovana!


Apertura ore 22.00 - Ingresso 3 euro


Live Show 22.30

Moplen
(Alt-pop)
www.facebook.com/MoplenAltPop
www.moplen.it

Aftershow Dj Set 00.00



Moplen è un progetto musicale padovano che dal 2014 unisce mente e corpo dei cinque scapestrati Max, Ale, Novak, Jesse e Digi nell'obiettivo comune di presentare un repertorio che mescoli la tipica spensieratezza indie con gli elementi più caratteristici del pop, quali la progressione armonica II-V-I e testi atti a sottolineare il fatto che non sanno cosa combinare della loro futile esistenza.

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<![CDATA[Diserzioni: Luce leggera]]>

come un riflesso
che attraversa il suono dilatato,
nero come la notte,
profondo come l’oceano,
che vibrando nell’aria
e fluttuando nel vuoto
diffonde lentamente calore
e una luce leggera

 

 

Max Richter: On the Nature of Daylight (Monocherry Remix)

Avella: Petals

Andy Leech: Skylight

Faodail: Coalesce

Direct: Make Me Feel

Shipwrecked & Cloudburn: Departure

Balmorhea: Natural World

Noveller: Deep Shelter

Jonny Nash: lime

Gigi Masin: Lovloop

Abul Mogard : All This Has passed Forever

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_325_Bob_Dylan_5]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #325 del 16 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[The Giant Undertow]]>

Mercoledì 22 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

The Giant Undertow

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Questo mercoledì abbiamo scelto di accompagnarvi nella discesa tra gli anfratti più in ombra della tradizione country.
The Giant Undertow sarà il vostro Virgilio, non ci sarà l'Acheronte ma il Mississipi, e la Selva Oscura sarà una distesa desertica costellata di cactus.
Deep Folk e Desert Blue saranno il sottofondo di questa cavalcata nel Profondo Sud.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Contributo associativo Sherwood Open Live 2017 : 2€

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Non conosci The Giant Undertow? Te lo presentiamo noi!



https://www.facebook.com/thegiantundertow/?fref=ts
https://thegiantundertow1.bandcamp.com/album/the-weak

Lor is an italian guy who composes music with few little guitars and a warm groggy voice. After years devoted both to noisy rehearsal rooms and flipping out in the countryside, he started to live and compose in very small flats in Bologna, with not even space for an amplifier. 

"The Weak", the first LP has been released September 2016 (In the Bottle Records, Indipendead, Shyrec, POpeVrecords, Death Roots Syndicate).

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<![CDATA[Snatura Rock del 12 marzo 2017]]>

h15.15 Intervista a Luca Rinaudo
"Sonate di Terra e di Mare", appena uscito per Almendra Music, è il debutto del progetto del violoncellista Giovanni Sollima che condivide col producer Luca Rinaudo. C'è inoltre un terzo elemento composto e condiviso da Giacomo Cuticchio, Pietro Bonanno e Stefano Iannuzzo. Composizioni vivaci fino alle ombre più scure, spensieratezza alternata all'angoscia e le reinterpretazioni in chiave elettronica del violoncello di Sollima da Luca Rinaudo che si fa ispirare da "Le Città invisibili" di Calvino. Un disco vivo che pulsa.

h16.00 Intervista e live alla radio con Jet Set Roger
"Lovecraft nel Polesine" è il quinto disco di Roger Rossini in arte Jet Set Roger. Un disco che lo porta a uscire nuovamente per Snowdonia, etichetta che aveva prodotto il suo esordio "La vita sociale". Un packing arricchito da un fumetto di Aleksander Zograd che gira attorno al concept delle canzoni ispirate dall'articolo di Roberto Leggio che raccontava dell'avvistamento di Lovecraft nel Polesine. Roger riesce nell'intento di incarnarsi nelle trame musicali che raccontando, scherzando, inventando e divagando si mostra in tutta la sua bravura e il suo estro creativo.
Inoltre ci onora della sua presenza live alla radio.

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<![CDATA[Snatura Rock del 12 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Temples – Volcano]]>

Quando circa tre anni fa – nella recensione dell’esordio dei Temples, Sun Structures – scrissi che il tempo era dalla loro parte non avrei mai immaginato che la band originaria di Kettering ne avrebbe impiegato così tanto per dare alla luce un seguito. Certo il clamoroso successo di quel disco, il vinile più venduto del 2014 nei negozi indipendenti ed in classifica in 18 paesi, sarà stato un peso specifico non indifferente da portare sulle spalle. Perciò James Bagshaw e compagni hanno deciso di fare le cose con estrema calma e razionalità, com’è loro consuetudine. Volcano viene pubblicato per la Heavenly Recordings dopo essere stato registrato nello studio di proprietà, il Pyramid, e pur non stravolgendo nulla rappresenta una lieve ma decisiva evoluzione nel sound di un gruppo che può comodamente sedersi al tavolo dei grandi d’Inghilterra.

Si comincia col singolo Certainty che, come spesso accade, è una dichiarazione d’intenti bella e buona. Moog ondivago e tastiere innalzanti alla MGMT accompagnano tipici pattern psichedelici per un synth-pop che sa volutamente di Disney nel ritornello, ma con un sottofondo assai oscuro. La successiva All Join In rafforza il concetto con uno space-rock a due velocità in cui si avvertono gli echi del passato da cinefili (sci-fi ma non solo) della band. L’utilizzo massiccio della strumentazione elettronica è il tratto distintivo di gran parte di questi 50 minuti, meno mistici rispetto al passato ed in un certo senso più diretti. Ciò permette ad un brano barocco come (I Want To Be Your) Mirror di muoversi fra psichedelia a chamber-pop con la massima naturalità, implementata dalla produzione lussuosissima del frontman Bagshaw e dall’ottima interpretazione della band. Così come il folk mid-tempo di Oh The Saviour – col suo andamento dreamy ed un’orecchiabilità micidiale – diventa manifesto di grandi capacità melodiche ed allo stesso tempo attenzione maniacale per il groove.

A volte la tendenza alla rarefazione può portare a cortocircuiti inattesi come in How Would You Like To Go? vaporoso pezzo alla Tame Impala che potrebbe essere scambiato per un momento di totale auto-erotismo tanto si specchia e si bea della propria perfezione formale. Ma i Temples alzano il livello quando decidono di contrapporre alla mera tentazione pop una costruzione più sofisticata e profonda. Le ritmiche motorik dell’incalzante Open Air o la chirurgica applicazione della sezione ritmica di Tom Walmsley e Samuel Toms nella complicata In My Pocket hanno il miglior gusto psych-rock possibile oltre a confermare che in Volcano i quattro inglesi abbandonano quasi del tutto le vesti altrui e si cuciono addosso un abito tutto loro. La fluidità di Celebration è spia di una maturità oltraggiosa, stigmatizzata dall’eccellente performance vocale di Bagshaw la cui versatilità, vale la pena ricordarlo una volta ancora, è il vero valore aggiunto determinante di questo sophomore.

Se Sun Structures poteva essere visto come un viaggio nel tempo (verso il passato e ritorno), qui assistiamo ad un viaggio nello spazio, in cui la band aggiunge un’ulteriore dimensione al proprio già mirabile bagaglio. E nonostante il peso maggiore di Adam Smith e delle sue tastiere nell’economia generale, la chitarra rimane qua e là protagonista: guida con sicurezza Born Into The Sunset e glamizza un pezzaccio come Roman Godlike Man, il quale potrebbe essere stato scritto da uno a caso tra Kinks, Eno o i Beatles di Revolver, e tuttavia viene reso credibile ed efficace perché sono i Temples a suonarlo. Il finale affidato alla luccicante Strange Or Be Forgotten è l’inevitabile perfetta chiusura del cerchio. Si tratta forse dell’unica vera concessione alla musica da stadio che riempiva Structures ma con un groove funky ed un andamento melodico così inaspettati da nobilitarla come uno degli apici della loro pur giovane discografia.

Per ultimo mi sono tenuto un po’ di spazio per citare Mystery Of Pop. Non perché più di altre qui in mezzo meriti una menzione particolare, ma unicamente perché il titolo evoca in me la perfetta sintesi del disco: i Temples sciolgono il mistero del pop. Che detta così può sembrare una banalità, ma ad un ascolto maggiormente approfondito – assolutamente necessario in questo caso – Volcano vince quella sfida cruciale di includere ed accettare sonorità fortemente orecchiabili nella propria musica che in tantissimi altri hanno fallito e falliscono ogni giorno...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Le Granate del 13 marzo 2017]]>

Quattordicesima puntata de "Le Granate". Si va in onda in formazione ridotta questa sera, con Luca e Hilary che ci parlano dell'iniziativa di sabato 11 marzo per difendere il Parco dei Colli. Ospite di eccezione, Marco ci spiega perché domenica 19 marzo scenderemo per le calli di Venezia. Appuntamento culturale con Luca che ci presenta il libro di Pippo Russo "Socrates: L'irregolare del pallone" e Hilary che ce ne leggerà un brano significativo. E torneremo sempre sulle questioni dello sport italiano parlando dell'acquisto del Palermo Calcio. Non mancheranno, come sempre, la Settimana Precaria e la buona musica de "Le Granate"

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Soho Dolls - Trash The Rental (Crystal Castles Remix)

Residente - Somos Anomales

Chumbawamba & Credit To The Nation - Enough Is Enough

Blumio - Hey Mr Nazi

Rage Against The Machine - Street Fighting Man

Terroni Uniti - Gente Do Sud [Chiusura] 

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<![CDATA[Side by Side: in marcia per l'umanità]]>

Domenica 19 marzo - Venezia - ore 14.00 Piazzale Santa Lucia

Side by Side: in marcia per l'umanità

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Pagina FB

Mail: 19marzo@meltingpot.org - 348.2483727

Mappa delle partenze 

Appello e adesioni on line

Evento della Marcia


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sul palco di Campo Sant'Angelo saranno con noi:
Pierpaolo_CapovillaSandro JoyeuxBeppe CasalesAnna Garbo.
L'iniziativa si concluderà con un concerto afro beat con uno dei più bravi chitarristi senegalesi Papiss Diof nella formazione Peace Diouf accompagnato Moulaye Niang alla batteria.

Al concentramento in piazzale Stazione Santa Lucia ci sarà un intervento di danza urbana della Compagnia VIAdanza

Durante il corteo la marching band Murga Saltinbranco e una performance di Socie Tapera Zioni.

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Articolo con tutti materiali utili per la promozione (cartacea e web):
http://www.meltingpot.org/Kit-promo-Side-by-side-in-marcia-…

Il 19 marzo a Venezia è una sfida: la possibilità di aprire uno spazio pubblico in cui tante e tanti si possano riconoscere, per chi crede che sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.
La vinceremo solo se riusciremo a portare altri a marciare con noi, al nostro fianco, side by side.

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Nell’agosto del 2015 siamo partiti da NordEst diretti verso l’Ungheria dove stava ricomparendo il primo dei tanti muri materiali eretti per bloccare il flusso di migranti in fuga dai propri paesi. Dal quel viaggio ha preso il via la campagna #Overthefortress: in tante e tanti, da tutta Italia, abbiamo percorso la rotta dei Balcani; da Vienna passando per Idomeni fino alle isole greche abbiamo conosciuto e narrato direttamente la realtà, guardato negli occhi e stretto la mano a migliaia di donne, uomini, bambini, anziani in cammino.

Ci siamo mescolati a loro e ascoltato le tante ragioni che li muovono in questo disperato viaggio; abbiamo compreso i loro bisogni e desideri, messo in campo azioni concrete di supporto nel campo di Idomeni. Siamo stati sui confini chiusi dell’Europa Fortezza, come Calais e il Brennero, per poi ritornare nei campi di Salonicco e ripartire in un viaggio di inchiesta attraverso il Sud Italia, sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo visitato centri di "accoglienza" inumani, ghetti fatti di baracche dove i migranti sono iper-sfruttati incontrando anche un’incredibile ricchezza di iniziative di buona accoglienza e solidarietà nati dalla cooperazione sociale tra "italiani" e "migranti".

I confini che discriminano e respingono però non sono solo quelli distanti centinaia di chilometri da noi. Li troviamo eretti e tangibili anche dentro i nostri territori. Sono visibili nei centri d’accoglienza isolati e disumani, sono fatti di rifiuto, di violenza e di razzismo diffuso nelle nostre società.
Si materializzano in quei comitati anti-profughi cavalcati dalla destra xenofoba e, in molti territori, trovano la complicità delle amministrazioni comunali che, rifiutandosi di accogliere, rendono impossibile lo svuotamento delle strutture sovraffollate.

Altri muri materiali ed immateriali stanno per essere eretti: sono quelli del Governo Gentiloni che vuole riaprire un CIE in ogni regione, aumentare i rimpatri forzati tramite gli accordi bilaterali con i paesi di origine dei migranti e contrarre ulteriormente il diritto d’asilo togliendo la possibilità di ricorrere in appello per il richiedente protezione internazionale. Con queste proposte il Governo italiano si pone nel solco delle politiche europee che hanno imposto l’"approccio Hotspot" e l’identificazione forzata dei migranti nel Paese comunitario di ingresso, e che hanno prodotto il vergognoso accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 con cui si assegna alla Turchia, in cambio di 6 miliardi di Euro, il ruolo di gendarme d’Europa. Nel frattempo però si chiudono cinicamente gli occhi di fronte ai morti nel Mediterraneo: in 13 mesi sono più 5.000 le vittime dell’assenza di canali umanitari sicuri!

Queste politiche di chiusura e contrazione totale dei diritti fondamentali, di fatto, legittimano un clima di intolleranza e odio che si manifesta in tutto il Paese.
In particolare il Veneto è diventato un caso nazionale: centri indecenti nei quali sono ammassate le persone, presidi fissi contro l’accoglienza, striscioni che promettono “l’’inferno ai profughi”, attentati incendiari contro le strutture ricettive, il rifiuto di ben 250 Sindaci ad accogliere i richiedenti asilo, comitati di cittadini persino contro la micro-accoglienza, ignobili istigazioni al suicidio.

In Veneto si sta superando il confine invalicabile tra umanità e barbarie.

Dobbiamo reagire di fronte alla violenza dei gesti e delle parole, alla guerra verso i migranti che rende più aridi i nostri territori. Non limitiamoci allo sdegno personale ma rendiamo visibile la solidarietà e quel tessuto sociale ricco di cittadini, associazioni, enti, operatori che lavorano quotidianamente per l’accoglienza e il rispetto dei diritti.

Per questo, proprio a partire dal Veneto, raccogliamo l’appello internazionale promosso dall’Hotel City di Plaza di Atene che invita alla mobilitazione sabato 18 marzo in occasione dell’anniversario dell’accordo UE-Turchia.
Crediamo che domenica 19 marzo possa essere l’occasione per dare corpo e parola al Veneto che accoglie, come la Marcia dei 1.000 piedi sul Montello ci ha dimostrato.

Costruiamo una grande giornata di incontro e di mobilitazione regionale per i diritti dei migranti e per esigere una buona accoglienza diffusa. 
Facciamolo tutti assieme, costruendo assemblee e momenti di confronto aperti e plurali in tutte le città, percorsi veri e partecipati con le tante persone che credono sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.

Il 19 marzo a Venezia è una sfida: la possibilità di aprire uno spazio pubblico in cui tante e tanti si possano riconoscere, per chi crede che sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.
La vinceremo solo se riusciremo a portare altri a marciare con noi, al nostro fianco, side by side.

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<![CDATA[Foundation Sound (From Holland)]]>

Sabato 11 MarzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 – Padova


International Dancehall Night

Foundation Sound

(From Holland)
The rightful ruler outta the Netherlands
www.facebook.com/foundationsound1


Longside

BomChilom Sound

The Sound of Padova
www.facebook.com/bomchilom


Start h. 22.00

Ingresso 5 Euro

Foundation Sound

It was the year 1985 when “Head Founder Zebulon” from The Netherlands, started to run reggae soundsystem . After playing for 8 years he paused for a while and started recording his tunes, “Manners” & “Change Yuh Ways” ! In 2000 Zebulon made his come back with his Re-named Soundsystem Foundation Sound. Together with soundmembers Gusto, Montana, Norman B & Junior Gun, they form a very solid team. Foundation Sound has played at several places, national & international, alongside many different bands & soundsystems. In 2006 they took part in an international soundclash called War Inna East in The Netherlands, where they reached the Dub fi Dub Final. In 2010 Foundation wrote soundclash history by winning two clashes in one weekend! Friday Decemeber 3rd they beat Gunz-n-Rozez (Canada) and Sensi Movement (DE) and took the "Global Shoot Out” cup. The very next day Foundation was up against Trinity (SWE) in the “Skip dem Out” clash and again took the trophy. The winning streak continued when only 2 months later Foundation again was victorious and finished first place in the first edition of the “Time to Shine” clash and the first place again in the Semi finals in September. Foundation Sound continues to expand their boarders and attempts to reach new levels at everything they do. Promoting reggae music in all it’s formats is their passion. Armed with a huge dub box, years of experience and untiring drive. Foundation Soiund is a sure shot for any reggae music event.

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]>

Tornare indietro nel tempo, quanti di noi vorrebbero farlo. Tornare a rivedere chi non c'è più, tornare ad assaporare un tempo diverso, vivo, ancora capace di sorprendere. Capitombolare a tutta velocità nel soffice suono non più alieno, non più scontato come può esserlo un racconto meccanicamente letto per troppo, troppo tempo. Rinascere scoprendo che è ancora possibile ritrovare un suono da indossare, perfetto per la tua anima imbolsita dall'ascolto reiterato, freddo, esente dalle pulsazioni che riescono a far battere il muscolo del ricordo.

Avevo già vissuto questo magico fenomeno legato alla dislocazione animo-temporale, questo salto a piè pari dentro un universo illuminato dal sole, una luce che accompagnava un viaggio a due, fianco a fianco sul bagnasciuga di una spiaggia che si perdeva lontano, fino a quel confine oltre il quale era permesso il passaggio solo ad uno dei due amici. Vdb23/Nulla è andato perso, l'apparente incomprensibile formula che serviva come password per il salto indietro nel tempo. Era il 2014 e quel lavoro scritto da Claudio Rocchi e Gianni Maroccolo riscaldò per molto tempo il mio cuore.

Penso spesso a quella pausa, al momento di rigenerazione donatami da quell'ascolto. Con speranza ho cercato di ritrovarlo all'interno di altri lavori che tentavano una traduzione sperimentale del Rocchi pensiero ma il salto non è avvenuto, troppo pesante la celebrazione e artefatto lo sperimentalismo. Tentavo di rallentare la mia inquietudine negli ascolti di tutti i giorni finché non tornarono a giungermi quelle note, provenienti da un triplo album registrato dal vivo, un disco che contiene al suo interno l'edizione limitata di un 7” con due inediti dell'amato e mai scordato sciamano. Nulla è andato perso, un disco registrato durante l'omonimo tour che ha visto Gianni Maroccolo girare l'Italia durante i primi sei mesi del 2016.

Tornare nuovamente indietro ora si può.

 La Compagine:

Una serie di concerti che ha visto tanti nomi succedersi sopra il palco, molte collaborazioni com'è d'uso in casa Maroccolo: Alessandra Celletti, Ginevra di Marco, Federico Fiumani, Cristiano Godano, Francesco Magnelli, Ghigo Renzulli, Miro Sassolini, per citarne alcuni. Tanti gli artisti che hanno accompagnato la formazione composta da Marok all'inseparabile basso: alla voce un Andrea Chimenti in stato di grazia, Antonio Aiazzi colpevole di usare le tastiere come lame affilate create per incidere il cuore, il ritmo del viaggio regolato da Simone Filippi e ondate di antichi aromi orientali affidati alle corde del maestro Beppe Brotto; la perfezione. Il tutto stampato con la storica Contempo Records di Firenze, una ritrovata etichetta che ha contribuito non poco alla nascita del suono indipendente italiano.

 Il Contenuto:

diversamente dalla matrice originaria, la documentazione live contenuta nei tre albums esplora altri mondi, altri suoni. Non solo la galassia Rocchi, che ovviamente è la colonna portante del disco ma anche omaggi a Vinicio Capossela, Litfiba, CSI, sorprendentemente Philip Glass, i CCCP, Maroccolo stesso con la bella Elianto cantata da Ginevra Di Marco, sorprendentemente i Residents, ovviamente l'immancabile Battiato amatissimo dal Marok, un brano dello stesso Chimenti e un grande omaggio all'amata Sardegna con un canto tradizionale scritto negli anni '20, interpretato anche da Maria Carta e qui cantato in coro con il pubblico, si presume sardo.

La Filosofia:

Parafrasando Vdb23 userò anch'io un acronimo: ITeA - Indipendenza totale e assoluta. Nessun intermediario, nessuna major a controllare la stampa del disco, nessun management ad occuparsi dei live. Tutto il progetto è stato ideato, voluto, costruito e messo in atto da Gianni Maroccolo assieme a artisti seri, gente che ancora usa reverenza verso il termine 'indipendenza', sinonimo di libertà espressiva.

 La Musica:

Sembra di esser tornati ai tempi nei quali ci si ritrovava nel negozio di dischi preferito per commentare il nuovo album appena uscito. Sembra di esser tornati ai tempi nei quali si attendeva l'apertura del negozio – sempre quello del negoziante di dischi preferito – per ritirare il pacco di copie ordinate la settimana prima. Sembra di esser tornati ad ascoltare il rumore del vinile che scivolava fuori dalla sleeve che lo conteneva. Sembra di aver ritrovato il coraggio di ascoltare, per Dio! Ascoltare e riascoltare per ore lo stesso disco, un vinile piombato come un fulmine a stravolgere la tua discoteca. Sembra di esser tornati in quel luogo segreto dove si coltiva e fiorisce il ricordo perenne della giovinezza, un angolo di cielo non inquinato dal mercato, dalle finte celebrazioni, dalla retorica e dal rimpianto. Sembra di essere entrati nell'atelier di un artista che sa magicamente interpretare e tradurre i sogni altrui, stanze accoglienti nelle quali si sorride di commozione, convinti che nulla andrà mai perso.

PS: Sia per te un buon viaggio Claudio!

 

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Giorgio Poi]]>

Sabato 11 MarzoCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)

Giorgio Poi

"Fa Niente Tour"

www.facebook.com/sonogiorgiopoi

Esce il 10 febbraio per Bomba Dischi / Universal Music Italia il disco d’esordio di Giorgio Poi "Fa Niente". Nove brani in cui le parole accompagnano l’ascoltatore in un immaginario privato, abitato da melodie fluttuanti e dirompenti.
Fa Niente vedrà la luce il prossimo 10 febbraio 2017 per Bomba


Opening act: 

Alessandro Ragazzo

www.facebook.com/feyguitar


Aftershow:

La valigetta di Andy Dj-Set

www.facebook.com/lavaligettadiandy


Apertura cancelli ore 21.00

Ingresso 5 €


Giorgio Poi

Romano di adozione, Giorgio Poi nasce a Novara e trascorre parte dell’ infanzia a Lucca. Appena ventenne si trasferisce a Londra, dove si diploma in chitarra jazz alla Guildhall School Of Music And Drama. Nel frattempo dà vita ai Vadoinmessico, con i quali pubblica il fortunatissimo album Archaeology Of The Future che li lancia in un tour che toccherà tutta l’Europa e anche gli States.
Il progetto assumerà in seguito una nuova forma sotto il nome Cairobi. Dal 2013 vive tra Londra e Berlino, guardando all’Italia da lontano, e subendo il fascino di cui la distanza la impreziosisce. Così inizia a scrivere alcuni brani in italiano. Ne viene fuori un disco di canzoni d’amore personali, malinconiche e psichedeliche, in uscita per Bomba Dischi a Febbraio 2017.

Giorgio poi su "Fa Niente"

Ho trascorso in Italia tutta la prima parte della mia vita, fino ai vent’anni, e non m’è mai interessato capirla. Vista dall’interno somigliava tanto a un ricettacolo di cose ovvie, a un contenitore per la normalità, una nebulosa di noia al di fuori della quale sorgevano le misteriose meraviglie estere. Così sono andato a vivere a Londra, dove proporzionalmente a un grande entusiasmo per quel che scoprivo lì, sentivo avanzare una specie di nostalgia, che nel tempo si trasformò in ammirazione idealizzata e totale per il mio paese, per il suo cinema, il suo cibo, la sua musica e la sua lingua. Non perché necessariamente mi sembrasse migliore, ma perché era roba mia, la capivo in modo diverso, più radicale.
Ascoltavo Vasco Rossi, Paolo Conte, Lucio Dalla, Piero Ciampi, cose che avevo sentito da bambino, ma a cui non ero mai tornato attivamente. Dopo alcuni anni quel sentimento non accennava a smorzarsi, ma anzi si acuiva, spingendomi verso quel modo che un po’ mi apparteneva per diritto di nascita. Così ho iniziato a scrivere alcune canzoni in Italiano, una dopo l’altra, ed è uscito questo disco.

La Valigetta di Andy

La valigetta è un contenitore allegorico, il bagaglio fisico e culturale che ogni selezionatore di dischi si porta appresso.
Andy, all'anagrafe Andrea Bettega, è un musicista e designer della comunicazione vicentino. Inizia a studiare chitarra giovanissimo e prende parte a diversi progetti musicali a livello di live band.
Il suo cuore è profondamente dedito al rhythm'n'blues e alla cosiddetta "race music" degli anni '50/'60 dal cuore soul, fiati corposi e ritmiche che obbligano il piede a un frenetico taccopunta; parallelamente però, si dedica ad ascolti contemporanei provenienti dal grande bacino electro/indie/pop italico e internazionale.

Inizia a far girare i dischi principalmente negli aftershow dei live club e circoli culturali del nord Italia (negli ultimi anni, fra gli altri, fa ballare il pubblico dopo le esibizioni di Marlene Kuntz, Selton, Motta, Universal Sex Arena). La selezione di pezzi proposta nei set de "La valigetta di Andy" è una bomba a mano di ritmo costellata di piccole perle ma anche di grandi hit dell'immaginario collettivo: decibel per la vostra anima.

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<![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]>
h15.15 Intervista a Mercuri
Il cantante e chitarrista Fabio Mercuri, in arte solo Mercuri, dopo un EP nel 2012 "La voce della Tartaruga" e l'esordio nel 2009 sulla lunga distanza "Di Tutto quello che c'è", torna con il disco nuovo "Progetti per il futuro" appena uscito per Adesiva Discografica. Canzoni che girano attorno alla considerazione che la nostra epoca faccia perdere per strada la poesia sempre più impalpabile e così si alza il mal d'anima per la consapevolezza di assomigliare all'omino standard intristito dall'abitudine. La struttura delle canzoni è appoggiata sulla voce raccontante su un flusso melodico ornato di cori, strumenti a fiato, pianoforte.
 
h16.00 Intervista ai Senura
I Senura sono un quartetto di Venturina (LI) all'esordio omonimo. Hanno un particolare appeal che arriva dritto sulla strada lastricata da diversi ascolti di crossover e che si erge e diventa urgenza di assecondare, parafrasandoli, la voglia di sudore. Canzoni cantate in italiano da Giacomo Giorgi, ultimo componente entrato nel gruppo, che ha completato la quadra di un'ottima band che ci ha esaltati seguendo una spirale metallica dalle tinte sempre più scure ascoltando il disco dall'inizio alla fine. Come la rabbia che cresce ma si fa consapevolezza che un'altra mondo è possibile. Ed è così che ci si quieta nonostante tutto. Ne parliamo con il chitarrista Francesco Banti.
 
h16.30 Intervista ai Rickson
Il quartetto dei Rickson si conosce dalle superiori, due di loro sono fratelli e nuotano a tutta foga sulle note del beat anni 60. Non mancano le esplorazioni nell'elettro pop che si confà perfettamente e non manca l'amore finito da piangere e ricordare incorniciandolo nella scatola da chiudere di un'estate ormai passata. "Chi ti Aiuterà" è il loro esordio ufficiale appena uscito per The Beat Production. Canzoni concepite in spontaneità e freschezza da quattro ragazzi che raccontano con la melodia rotonda e le parole il proprio sentire. Ne parliamo con Cesare Capuani, voce, basso, chitarre e pianoforte. Completano il gruppo Adriano Capuani, voce, chitarre, basso e synth; Francesco Menghini, chitarre e basso e Fabrizio Aiudi, batteria  e percussioni. 
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<![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[A tavola per Libera La Parola]]>

Venerdi 10 MarzoCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


A Tavola per Libera La Parola

... con Alessia nel cuore!
www.facebook.com/liberalaparolamarghera

Una serata per sostenere il progetto Libera La Parola,
una serata di socialitá in ricordo di Alessia anima e cuore della scuola.

Dalle ore 19.00

Cena Buffet Multietnico

10 Euro
(per prenotazione sms 3408369979)

DJ-Set con musiche dal mondo

Dalle ore 22.00 - Live

Women back from Hollywood

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<![CDATA[“Take Five, jazz & dintorni” del 9 marzo 2017]]>

Ero partito programmando due novità, Fresu/Caine e Tom Harrell ma una delle due, la seconda, odorava lontanamente di sapori latini e allora il percorso è scivolato verso una variegata proposta di pianisti, questa la mia scelta, provenienti dal mondo latino americano, dal Venezuela, Cuba, Puerto Rico, Brasile, anche con dischi nuovissimi. E poi una lunga sosta nel mio Brasile (che presto riapparirà nel programma specifico “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile, con me e Ligia França alle 21:30, subito prima di “Take Five”). La sorpresa stavolta viene da una cantante polacca, in tandem con grandi artisti comeGonzalo Rubalcaba e Pat Metheny. Poi un paio di ascolti italiani, come produzione, ma internazionalissimi, due dischi non recentissimi in attesa delle novità delle due etichette in questione, grandi collaboratrici di questo programma, Cam e Tosky. Quest’ultima citata anche come organizzatrice dell’importante seminario/workshop sul mercato discografico, per artisti e staff, che si svolgerà a Latina il prossimo 25 marzo. A proposito di organizzazioni, sono in corso le rassegne di Veneto Jazz allo Splendid Venice Hotel ogni giovedì, quella chiamata “e ora dove andiamo? Invito al viaggio” con letteratura e musica al Fondaco dei Tedeschi di Venezia.  Ci sono poi i matinée al Teatro Verdi di Padova e la rassegna di Jazz Area Metropolitana lungo la Riviera del Brenta. La puntata però si chiude con un sentito omaggio a uno dei nostri che non c’è più. Giovedì scorso lo avevo fatto ascoltare inconsapevole della sua tragica fine che mi è stata segnalata da Palermo, la sua città. Quel giorno era anche il suo compleanno, sempre a mia insaputa, quindi ho deciso di rendere omaggio a lui, alle due date fondamentali della sua esistenza su questa Terra, con l’ascolto di altrettante sue composizioni dai due dischi del suo gruppo, il palermitano Out South : grazie per la tua musica Lorenzo Colella. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. I loves you Porgy (G. Gershwin) – Paolo Fresu & Uri Caine – two minuettos (tuk music) - 2017

03. sound image (T. Harrell) – Tom Harrell – something gold, something blue (highnote) - 2017

04. berimvela – Luis Perdomo – the infancia project (criss cross) - 2012

05. bacalao com pan – Harold Lopez Nussa – el viaje (mack avenue) - 2016

06. cubano chant (R. Bryant) – Roberto fonseca – abuc (!impulse!) - 2016

07. caravan (J. Tizol/D. Ellington) – Gonzalo Rubalcaba – inner voyage (blue note) - 1999

08. la ballena azul – Edsel Gomez – live en el festival Pian Piano - 2015

09. chovendo na roseira (A. C. Jobim) – Edward Simon Trio – Latin American songbook (sunnyside) - 2016

10.  estrela do mar (J. S. Neto) – Jovino Santos Neto – roda carioca (adventures music) - 2006

11. lugar comun (G. Gil / Joao Donato) – Joao Donato – sambalero (phillips) 1075

12. embraceable you (G. and I. Gershwin) – Eliane Elias – I thought about you, to Cet Baker (concord) – 2013

13. twe usta klamia – Gonzalo Rubalcaba & Anna Maria Jopek – minione (universal) - 2017

14. are you going with me? (P. Metheny/L. Mays) – Pat Metheny & Anna Maria Jopek – upojenie (nonesuch) - 2008

15. in a sentimental mood (D. Ellington/Kurtz/Mills) – Claudio Roditi – Samba Manhattan Style (reservoir) - 1995

16. the song is you (J. Kern) – Andre Mehmari – ao vivo no auditorio Ibirapuera (tratore) - 2014

17. a night in Tunisia (D. Gillespie) – Antonio Adolfo – instrumental Sesc Brasil - 2013

18. Fellini’s waltz (E. Pieranunzi) – EnricoPieranunzi/Marc Johnson/Paul Motian – live at the Village Vanguard (cam) - 2013

19. I remember three things (G. Lusi) – G.Lusi/A.Rea/R.Rogers/G.Hutchinson – never fault behind the scenes (tosky) - 2015

20. bianco (L.Colella) – Out South – Out South (fitzcarraldo) - 2008

21. mali (L. Colella) – Out South – Dustville (fitzcarraldo/800A rec.) - 2016

22. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Efog 12 al Cso Pedro]]>

Venerdì 10 MarzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

Efog 12

 

#EFOG12 vi regala un ospite d'eccezione: Battista
(The Trilogy Tapes - Warm Sounds - Uaudio - Sperimentazioni Sonore)
Battista è dj e producer con base a Berlino. Tra i fondatori di Uaudio, fa parte di quella schiera di produttori che più ci piacciono e attirano il nostro interesse.

Apertura ore 23.30 - Ingresso 3 euro - No tessere


Line Up:

Battista
www.facebook.com/BattistaDj

iskø
soundcloud.com/isko_isko

Diego B
www.electronicfog.net/artists/diego-b

Visual show:

AlGrain
www.algrain.xyz

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<![CDATA[Diserzioni: Cieli scuri]]>

Se potessi fermare il cielo,
per conservarne la bellezza,
non sceglierei la chiara limpidezza del giorno
e nemmeno i mezzi colori dell’alba e del tramonto,
ma le mille sfumature della notte
con i suoi cieli scuri



Twisted Psykie: Dark Skies

Luminance: Dark Skies

Jessaudrey: E X I S T

Seventeen X Yasu: Prussian Blue

Loner: Hound

Haven x Holy Rain: Fantasy

Congi: Contours

Biome: Turn

Eikona: Out Of Reach

Clau M.About Me & You

Seventeen: surō w: dedflwrs

Hrím:Huldufolk

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<![CDATA[ReadBabyRead_324_Bob_Dylan_4]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #324 del 9 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 4 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Qalia]]>

 

Mercoledì 15 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Qalia

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La prossima serata si tinge di sintetizzatori: saranno con noi i Qalia con un'iniezione di synth pop!


Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci i Qalia? Te li presentiamo noi!

http://www.qalia.it/
https://www.facebook.com/qaliaband/

“Sensation of empty spaces lives in our heart.”
Il progetto Qalia nasce ad Ottobre 2014 dalla volontà di sperimentare i legami che possono venire a crearsi tra elementi tecnologici ed umani.
Le singole esperienze coscienti, attraverso “I modi in cui le cose ci sembrano”, influenzano il nostro modo di vedere.
A Marzo 2016 si aggiunge Ale Michelazzo alla batteria. Qalia entrano in studio ad Agosto 2016 per produrre il primo Ep intitolato Ø /ph/ presso Bunkrwood Studio di Bassano del Grappa. Il 1 dicembre 2016 viene pubblicato “Ø” in tutte le piattaforme di streaming.

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<![CDATA[Le Granate del 6 marzo 2017]]>

Tredicesimo appuntamento di questa seconda stagione de "Le Granate". Parliamo di sport al femminile in vista dell'8 marzo, con le pallavoliste della Sanpre che ci spiegano come la polisportiva si avvicina allo sciopero generale. Proprio dello sciopero dell'8 marzo e della campagna "Non Una di Meno" ci parlerà invece Lisa. E andremo infine a lanciare l'iniziativa del Collettivo Resistenze Ambientali dell'11 marzo per il Parco dei Colli. Immancabile la "Settimana Precaria" e musica de "Le Granate"

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Deftones - Passenger

Regina Spektor - You've Got Time

Miriam Makeba - Pata Pata

The Slits - I Heard It Though The Grawine

The Chemical Brothers - Let Forever Be

The Distillers - Drain The Blood

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura] 

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<![CDATA[La Buona Notizia del 5 marzo 2017]]>

Anche questa settimana arriva il programma di Radio Sherwood sull'informazione che vi regalerà un'ora a contatto con i temi più caldi della settimana. In questa puntata parleremo della baraccopoli di Rignano, del fine vita con la vicenda di Dj Fabo e, avvicinandoci all'8 marzo, di aborto e obiezione di coscienza. Ma rimarremo anche sul locale, trattando il problema dell'ambiente, con il Parco dei Colli e la questione dei depositi di gpl a Chioggia, e non mancheranno un po' di elezioni Padovane. Infine, ci sono stati gli Oscar e con Carnet andremo proprio a parlare di cinema. Ma La Buona Notizia non è solo informazione, anche buona musica, e vi terrremo compagnia con la nostra selezione settimanale.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Guru ft Slum Village - Cuz I'm Jazzy [Sigla]

Massimo Volume - Fausto

Japandroids - Near To The Wild Heart Of Life

The National - About Today

My Bloody Valentine - Only Shallow

Cocteau Twins - Lorelei

The Dandy Warhols - Godless

Edda - Signora

Northpole - La Distanza

R.E.M. - It's The End Of The World [Chiusura]

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<![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]>

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

www.deison.net

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<![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA['O Zulù from 99 Posse]]>

Sabato 04 MarzoCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


Serata in collaborazione con il
Coordinamento Studenti Medi Venezia-Mestre

Live Show:

'O Zulù from 99 Posse

"sUono questo sUono quello"

www.facebook.com/zulu99official


A seguire Dj-Set

Apertura ore 21.00

Ingresso 5 €

A partire dalle ore 21.00, presso l'Osteria del Centro Sociale Rivolta potrete gustare ottime pizze e piatti preparati con materie prime di qualità selezionate dai produttori del territorio accompagnati dalle birre artigianali Lucky Brews.


"sUono questo sUono quello"

È il mio nuovo EP con 7 brani inediti, in uscita il 3 marzo, e il cui primo singolo sarà online dal 10 febbraio, ed è anche il mio nuovo spettacolo, disponibile dal 3 marzo.

Lo spettacolo è stato pensato per presentare il mio suono di oggi nello stile delle prime dancehall, e per questo è un liveset, coi 2 Mc's Zulù e Simona Boo che cantano oltre 25 canzoni e "controllano" la musica dalla consolle.

Oltre ai 7 pezzi nuovi cantiamo una ventina di brani del mio repertorio di 25 anni di palcoscenico ( tra cui anche 7/8 classici dei 99, tranquilli), tutti remixati, riarrangiati e ribaltati per l'occasione.
A seguire, breve selezione emozionale di Zulù, giusto per sfogare.

Un'ora e mezza che non ti cambierà la vita, ma almeno ti risolve la serata, e a furia di risolvermi serate, a me la vita l'ha cambiata.

'O Zulù

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<![CDATA[Taiwan MC (Chinese Man Records) al Cso Pedro]]>

Sabato 4 MarzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

 

Taiwan MC (Chinese Man Records)

 

 

Dopo 2 anni dal sold out show al K2 Music Club di Vicenza ritorna con noi Taiwan MC - Chinese Man Records, il poliedrico cantante dei Chinese Man, con il suo imperdibile Live show tra reggae, dancehall, hip hop e jungle per presentare il nuovo disco Cool & Deadrly in esclusiva per il Nord est!
Dopo il live aftershow drum'n'bass con il collettivo BAD VIBES!


Lineup:

 

Ore 23:00
Dreadlion Firestarter Sound (Bolzano)
www.facebook.com/Dreadlionsound
Dall'original roots reggae alla jungle... il tutto condito con un bel po' di dancehall digital, rubadub e raggamuffin scioglilingua

 

Ore 00:00
Taiwan MC (from Chinese Man Rec.- Francia) feat SOAP
www.facebook.com/TaiwanMcChineseManRecords
www.facebook.com/chineseman
www.facebook.com/ChineseManRecords

 

Dalle 02:00 alle 04:00
Afterparty dnb
Bad Vibes 
www.facebook.com/badvibesdnb
Guest TBA soon



Apertura ore 22 - Ingresso 8 euro


Taiwan MC
Dopo due EP che hanno fatto tremare i sound system, Heavy This Year (2013) e Diskodub (2014), e numerose collaborazioni con Chinese Man, DJ Vadim e Manu Digital, Taiwan MC torna più forte che mai con il suo primo LP Cool & Deadly.

In questo nuovo progetto Taiwan MC si mette in gioco con i migliori grazie alla sua audacia e creatività, con proposte vocali, strumentali e collaborazioni decisamente innovative.

Già in occasione di Heavy This Year aveva collaborato con grandi artisti e anche questa volta Taiwan MC punta alla qualità e varietà dei featuring: grazie alla complicità nata durante diversi tour, il rapper sudafricano Tumi e il più francese degli Mc’s inglesi, Youthstar, rispondono senza esitare all’invito. Presenti anche Cyph4, Miscellaneous (Chill Bump), Dj Nix’on, DJ Idem e, ovviamente Chinese Man.

Impossibile non notare anche la presenza di voci femminili che apportano all’album una indiscutibile sensualità: da perfetto gentleman, Taiwan MC lascia il posto d’onore a Anouk Aiata, e a Paloma Pradal, per il primo singolo estratto dall’album, Catalina, un esplosivo mix di dancehall, global bass e reggaeton.

Per la produzione e la realizzazione di Cool & Deadly, Taiwan MC si affida ancora una volta al suo fidato complice, il talentuoso S.O.A.P (aka Son Of A Pitch che ha collaborato con Oxmo Puccino, Féfé e Ward 21), che è ormai un maestro nell’uso delle tastiere e altri strumenti di qualsiasi genere, come sax, melodica e organo che si mescolano alle percussioni di Marc Pujol, al basso e chitarre di Matthieu Seignez e agli ottoni di Mr Raf e Brice Moscardini.

Con Cool & Deadly, Taiwan MC firma un album di successo, mescolando sapori reggae, hip hop, dub e della musica elettronica, mostrando l’estensione della sua capacità vocale, di volta in volta cantante, MC e showman… provando nuovamente il suo grande talento come performer.

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<![CDATA[Proiezione di "Les Sauteurs" con A. Segre]]>

Venerdi 03 MarzoCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


Ore 18.30

Proiezione di "Les Sauteurs"

di Abou Bakar Sidibé, Moritz Siebert, Estphan Wagner - Danimarca

Durata: 80' - Distribuito da: ZaLab

www.zalab.org/projects/les-sauteurs


Ore 20.00

Un commento e una discussione sulle tematiche del film con:

Andrea Segre

(ZaLab)

Andrea Gabrieli

(#Overthefortress)

Abour Bakar Sidibé

(Protagonista e Co-Regista, in collegamento Skype)

Verso la marcia dell'umanità a Venezia il 19 Marzo


A seguire:

Pizza a sostegno dei progetti solidali del Centro Sociale.

Per prenotare scrivere un msg al 3471485870


Les Sauteurs

“Un capolavoro di empatia e di immaginazione morale”
Joshua Oppenheimer

Presentato in anteprima mondiale al Festival di Berlino 2016 dove ha ottenuto l’Ecumenical Jury Award e dopo essere stato selezionato in oltre 50 festival di tutto il mondo vincendo 15 premi tra cui l’Amnesty International Award, arriva nelle sale italiane da giovedì 23 febbraio il documentario “Les Sauteurs” di Moritz Siebert e Estephan Wagner in coregia con Abou Bakar Sidibé.

Tre registi si uniscono per uno sguardo unico e straordinario sulla inaccessibile comunità di migranti intrappolata su un monte a Melilla, geograficamente in Africa, politicamente in Europa.
Lì si trovano migliaia di uomini sub-sahariani che, incuranti dei fallimenti e del dolore, sono determinati a saltare le barriere del confine. Fra questi il giovane del Mali Abou, a cui viene affidata una telecamera per un anno.

In un momento storico in cui le frontiere e le recinzioni sono sempre più presenti sia all’attenzione mediatica sia cinematografica con la candidatura agli Oscar di “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, Moritz Siebert e Estephan Wagner rimettono al centro l’uomo e scelgono un punto di vista esclusivo per parlare di questa realtà.

La telecamera nelle mani di Abou diventa l’occhio per costruire un racconto senza precedenti di una delle zone più militarizzate d’Europa, sia sulla vita quotidiana di chi vive al di là del muro sia sulle speranze e le paure di migliaia di ragazzi che, se come tutti i giovani cercano la libertà e un futuro migliore, per farlo devono scavalcare un muro per entrare in un mondo a cui non hanno accesso.

“La nostra impressione è che nelle immagini sulle tragedie nelle frontiere una voce sembra sempre mancare: la voce delle persone coinvolte” affermano i due registi Moritz Siebert e Estephan Wagner.

Il film sarà distribuito in Italia, con la collaborazione di I Wonder Pictures / Unipol Biografilm Collection, da ZaLab che da anni si contraddistingue nella promozione delle migliori opere internazionali sul tema dell’immigrazione e sarà accompagnato alle anteprime in veneto dal regista Andrea Segre in veste di distributore assieme a Abou Bakar Sidibé in collegamento dalla Germania.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 2 marzo 2017]]>

Una puntata giocata sulle associazioni di idee, sulle assonanze, seguendo un filo rosso conduttore che ci accompagna lungo tutta la sua durata attraverso citazioni cinematografiche, televisive, poetiche, geografiche… i dischi sono quelli di alcune delle etichette che collaborano alla realizzazione di questo programma, tanti vengono dalle più recenti uscite di Via Veneto Jazz (VVJ) altri sono quelli di Abeat (recente protagonista di una puntata con i suoi nuovissimi) o di Alfa Music, Fitzcarraldo/800A e Itinera (in attesa delle loro annunciate novità) e di Dodicilune, che ci  tiene sempre aggiornatissimi riguardo la propria produzione. Insomma un vero viaggio fra alcuni dei produttori nazionali di musica di qualità, da Varese a  Palermo passando per Roma, Napoli e Lecce. In conclusione uno spicchio di Latino-America, da Cuba (vista anche attraverso gli occhi e la voce di David Riondino) al mio amato Brasile, per ricordare ancora una volta che sta per ripartire il programma dedicato interamente al grande Paese Sudamericano, “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” con la cantante Ligia França e il sottoscritto ogni giovedì, prima del Jazz, alle 21:30. Buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. la strada (N. Rota) – Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (vvj) - 2016

03. Pinocchio (F. Carpi) – Orchestra Operaia – into the 80’s (vvj) - 2017

04. Lulù e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (vvj) - 2017

05. Luna rossa (De Crescenzo/Vian) – Fabio Zeppetella/Emmanuel Bek/Geraldine Laurent/Roberto Gatto – chansons! (vvj) - 2017

06. dolce Napoli (E. Amazio) – Enzo Amazio 5et – essence (alfa music) - 2014

07. Paris (G. Finocchiaro) – Giuseppe Finocchiaro – prospectus (dodicilune) - 2016

08. Amsterdam after dark (G. Coleman ) – Max Ionata – rewind (vvj)  - 2016

09. metropolis (M. Panassoni) – Marco Panassoni 4et – happiness (alfa music) - 2012

10.  Valdagno (E. Tondo) – Emanuele Tondo – sguardo a Sud-Est (dodicilune) - 2016

11. keep calm (L. Tucci) – Lorenzo Tucci – sparkle (vvj) - 2016

12. balm (L. Colella) – Out South – Dustville (fitzcarraldo/800a) - 2016

13. Nardis (M. Davis) – Daniele Malvisi Six Group – virtuous circle of Miles Davis (alfa music) - 2015

14. dos gardenias (I. Carillo) – Franco D’Errico trio – waiting for the queen (itinera) - 2012

15 veinte anos (Maria.T.Vera/Gulhelmina Aramburu) – David Riondino & Open World Jazz 4et – il Bolero come terapia (abeat) - 2016

16. choro dançado (M. Schneider) – Mirabassi/Di Modugno/Balducci – amori sospesi (dodicilune) - 2015

17. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

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<![CDATA[Diserzioni: No future]]>
C'è un grido che ritorna
Uguale ma diverso
per condividere ancora
inquietudini e intimità
magari aiutandoci a guardare meglio
dentro il nostro cuore di tenebra.
E a vedere qualcosa nel buio
che sempre più fitto ci avvolge.


Moirè: Opposites

Monolog & Subheim: Wone

Marcus Fjellström: Schmerzrot

CvO: Vans

Hermei: Together

Anubis XIII: Black Opal

4by4: Dissociate (w/ Icy)

WRCKTNGL: Destiny

Toastr: Wishes

Aarne: Tears (w sake. & STAHL)

Nevaeh: Eternal Light

Venice: Untitled

MYSTXRIVL x KAREFUL: Give Everything

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<![CDATA[ReadBabyRead_323_Bob_Dylan_3]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #323 del 2 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 3 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Sherwood Open Live -Tobjah (C+C=Maxigross) Live]]>

“Sono ritornato alle canzoni. Dopo sei intensissimi anni di tour con i Maxigross, ormai diventati una dilatazione elettrica diretta verso imprevedibili frontiere, ho bisogno di riprendere in mano la mia chitarra acustica per esprimermi senza filtri e sovrastrutture, come quando è cominciato tutto. Sarà la prima volta in cui girerò da solo, la prima volta in cui suonerò queste nuove composizioni, la prima volta in cui sperimenterò con la mia lingua madre. Tutto questo senza dover promuovere niente e non rappresentare null’altro che le canzoni che canterò. Poi conclusosi questo tour le registrerò per realizzare il mio primo album, con la produzione di Marco “Juju” Giudici e Miles Cooper Seaton.

Grazie per essere parte di questo viaggio. Non so ancora dove mi porterà ed è una sensazione meravigliosa.”

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<![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]>

h15.15 Intervista ai The Regal
Dopo il debutto omonimo di quattro anni fa tornano i The Regal con "The Shade of Human job" titolo del disco estrapolato da una poesia di Dino Campana. Le canzoni nuove hanno una struttura che per ispirazione e assonanze volge lo sguardo creativo verso i classici Rem e Neil Young. Tutte i brani sono scritti e composti dal cantante e chitarrista Angelo Badalamenti con cui parliamo. Completano il gruppo Alessio Consoli (basso, chitarra e voce) e Manuel Pio (batteria e voce).

h16.00 Intervista ai Julie's Haircut
"Invocation and Ritual Dance of my Demon Twin" è il settimo album dei Julie's Haircut appena uscito per Rocket Recordings e arriva dopo quattro anni da "Ashram Equinox". Un disco che accoglie come nuovo elemento Laura Agnus al sassofono tenore e sassofono alto, intensificando così nel suono del gruppo la presenza dei fiati. Un disco delicato e confortevole con suoni indiani, cori angelici, trip che battono per stanchezza o noia alla fine delle prove e che diventano un'idea e poi una canzone vera inquadrata dalla loro creatività. Ne parliamo con Luca Giovanardi, chitarrista, cantante e compositore.


h16.30 Intervista ai Cacao
I Cacao da Ravenna sono Matteo Pozzi alla chitarra e Diego Pasini al basso (oggi anche nei Ronin). "Astral" è il loro esordio uscito alla fine del 2016 per Brutture Moderne. Si erano conosciuti soprattutto per aver fatto parte entrambi della band hardcore Actionmen. L'esordio del duo è pieno di suoni metafisici, destrutturazioni di reggae e di colonne sonore anni 70, canzoni dritte che incontrano diversi suoni che s'inglobano e rimandi allo stile morriconiano dei Ronin. Insomma diversi spunti per stare bene ascoltando il risultato di questa bella intesa musicale. Ne parliamo con Diego Pasini.

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<![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Caso]]>

Mercoledì 8 marzo dalle ore 19:30

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

 

Caso

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Ottava serata completamente a Caso !
Chitarra e voce, per un cantautorato punk che alterna parole sensibili a pezzi più rabbiosi, a volte suonati senza amplificazione in piedi ad una sedia.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live puntuale alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

Costo tessera 2017 : 2€

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Non conosci Caso? Te lo presentiamo noi!

Caso è Andrea Casali, ha 32 anni e vive a Bergamo.
Nel 2005, dopo avere suonato per molti anni la batteria in diverse formazioni hardcore-punk, decide di intraprendere l'esperienza solista: si sposta alla chitarra acustica, avanza di qualche metro sul palco e prova a raccontarsi con la sua stessa voce. Sono del 2006 le prime registrazioni casalinghe e i primi concerti. Nel 2009 esce autoprodotto Dieci Tracce e del 2011 è Tutti Dicono Guardiamo Avanti, dischi che hanno attirato l'attenzione delle più note riviste di settore e lo hanno portato a suonare su numerosi palchi sparsi in tutta la penisola.

CERVINO • 2015
(To Lose La Track / CORPOC / Audioglobe )
Quando Walter Bonatti, figura angolare dell’alpinismo italiano, con le mani gelate abbraccia la croce di ferro sulla vetta del Cervino dopo quattro giorni di scalata solitaria sulla parete Nord (la più impervia, la meno battuta), sente di aver compiuto l’impresa della propria vita, quella con l’articolo determinativo davanti. Più del Dru sul Monte Bianco su cui poi hanno istituito la Via Bonatti (indovinate perché), più del K2 dove era convinto di morire. Proprio di un’immagine del genere aveva bisogno Andrea Casali, in arte Caso, per delineare meglio il suo quarto album. Non per niente chiamato “Cervino”, la montagna delle montagne. Perché le condizioni di Bonatti erano insolite ed estreme in quel febbraio del 1965, così come lo sono state quelle di Caso nello scrivere, arrangiare e registrare “Cervino” cinquant’anni dopo: primo album elettrico, primo con una band alle spalle dopo una vita acustica e solitaria da cantautore post-punk. L’attenzione alle parole, le storie raccontate attraverso immagini e suggestioni, la vita vissuta tradotta in versi e accordi, rimangono invece tratti distintivi delle canzoni di Caso, dal 2009 ad oggi. Perché si cresce e si cambia, ma certi talenti se si coltivano vengono sempre buoni. Buoni per raccontare lo straniamento di chi ha trentanni e sente di non aver ancora trovato un posto del mondo, come in “Blu Elettrico” che apre il disco con lucida ed elegante rassegnazione, o in “Nettuno” e “Santo Patrono” che tracciano percorsi di vita diversi dai canoni tradizionali, non allineati, ma non per questo impossibili. E il timore e l’orgoglio con cui il protagonista di “Stanze Buie” vive la propria sessualità è la metafora perfetta per sintetizzare questo filo di Arianna che percorre il disco, per andare avanti e reagire come in “Atletica Leggera”. Ma lo straniamento non prevede necessariamente solitudine, e se già avere una band alle spalle può essere sintomatico, un altro concetto che torna spesso è quello dell’amicizia, quel parlarsi sotto ad un lampione sia di cose belle che di sfighe: così si affronta meglio un tradimento (“Buste”, una delle canzone maggiormente à la Buil To Spill di tutto “Cervino”) o un’occasione formale in cui ritrovarsi e riconoscersi (“Occhio Di Bue”). Ma una parte di Caso resta comunque quella del cantautore post-punk, e allora ben vengano gli episodi in solitaria, l’infanzia di “Denti Di Ferro” e “Lario”, ispirata ad uno dei ragazzini protagonisti della bellissima graphic novel “Morti Di Sonno” di Davide Reviati, autore della copertina stessa di “Cervino”. E infine, a chiudere il cerchio c’è “FM”, tre minuti e mezzo delicatissimi che parlano d’amore e di radio, di canzoni che passano di notte senza poter schiacciar replay per ascoltarle di nuovo. A differenza di “Cervino”, undici brani che sembrano accompagnare un viaggio, o una scalata, e che invogliano a ritornare sui propri passi, cercare un’altra via, riprendere da “Blu Elettrico” e ripartire con l’ascolto. Perché “Cervino” è l’ennesima tappa di un percorso in continua evoluzione, un percorso in cui Riccardo Zamboni alla chitarra, Gregorio Conti al basso e Stefano Zenoni alla batteria affiancano Caso, lo aiutano a piantare i chiodi nella roccia fino ad arrivare in cima. Al resto ci hanno pensato Andrea Cajelli a La Sauna Studio di Varese per le riprese e i mix, e Giovanni Versari per il mastering finale. Quello che ne viene fuori è un disco pieno di vita, che Caso sapeva non essere facile ma che voleva affrontare e scrivere esattamente così. Perché “come Bonatti quando abbraccia la croce che sta in cima (…), a volte penso che l’impresa più grande sia riconoscere il proprio Cervino”.


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<![CDATA[Elbow – Little Fictions]]>

Gli Elbow non sono mai stati una band entusiasmante, almeno non nell’accezione comune del termine. Se vi piacciono i paragoni potreste considerarli un po’ come i Wilco d’Inghilterra, ma meno dotati. Nonostante questo hanno avuto il loro momento ‘in cui tutto è cambiato’, coinciso con The Seldom Seen Kid del 2008 e relativo Mercury Prize. Ma di tutto ciò ho già parlato a proposito di The Take Off And Landing Of Everything, capitolo che ha preceduto quest’ultima, settima, fatica intitolata Little Fictions. Rileggendo quel pezzo mi sono accorto di esserci andato giù piuttosto duro con loro, non digerivo affatto le ottime premesse non trasformate in altrettanti ottimi risultati.

Da allora sono cambiate molte cose all’interno del gruppo mancuniano: Guy Garver (voce), Craig Potter (tastiere, piano e produzione), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso) sono rimasti orfani – dopo ben 25 anni – del batterista Richard Jupp, andatosene sbattendo porte in faccia a tutto spiano. Perciò i quattro restanti hanno deciso di registrare fra la Scozia ed i Blueprint Studios di Salford; a differenza di quanto successo con Take Off qui le sessioni sono state condivise da tutti i membri contemporaneamente: scrittura e composizione collettive, quello che si dice un ‘band album’. Accompagnati dal turnista Alex Reeves alla batteria ma soprattutto dalla The Hallé Orchestra ed il suo coro, gli Elbow aprono con una delle migliori canzoni dei loro ultimi dieci anni, Magnificent (She Says). In quest’inizio ci sono molte delle novità di Garvey e compagni: l’orchestra d’archi, un accattivante riff di chitarra elettrico, un senso ritrovato di gioia e positività che si uniscono alla solita voce educata e avvolgente, ed all’ottima melodia.

L’abbandono di Jupp ha costretto o forse solo suggerito alla band di porre molta più attenzione al groove. Nella discreta Trust The Sun giri di basso e chitarra leggera rendono sabbioso lo sfondo vagamente ansiogeno ed un po’ masticato, mentre l’ottima Gentle Storm si focalizza appunto sulle ritmiche, con un loop di percussioni semi-industrial che si ripete all’infinito mentre il frontman con una prova vocale notevolissima canta “Fall in love with me, every day” riuscendo nell’impresa titanica di non apparire sdolcinato né mieloso. A conti fatti, è la nuova vita di Garvey a tinteggiare di colori vivaci questa tela. La scorsa estate si è sposato con l’attrice Rachael Stirling e tutto trasuda amore e serenità ritrovata, seppur in alcuni momenti Little Fictions sia parecchio intimista e personale. Le tematiche tradizionali degli Elbow – senso di comunità, solidarietà, malinconia e passare del tempo – sono avvolte da una calma dello spirito invidiabile, anche quando nella pacata Head For Supplies o nella conclusione solenne ed orchestrale di Kindling emerge tutta l’incertezza che segue l’abbandono del compagno di una vita. Persino K2, sorta di lievissima invettiva contro Brexit sui generis (“I’m from a land with an island status, makes us think everyone hate us”), declina il tema più generale dell’isolamento su toni soavi, coadiuvati da echi e beat motorik sì presenti ma mai ingombranti.

E forse sta qui il demerito principale di questo disco, e per estensione di questa fase della carriera degli Elbow, ossia quello di bastarsi così come si è, non provare mai a fare il passo più lungo della gamba in maniera tale da starsene al sicuro nella propria comfort zone. Per carità, sono 48 minuti assai meno scontati e piatti rispetto all’album che li ha preceduti, ed anche gli episodi non proprio memorabili – la All Disco ispirata da una chiacchierata con Black Francis dei Pixies, la convenzionale Montparnasse e l’incalzante Firebrand & Angel – hanno più o meno tutte elementi distintivi non banali: una chitarra psych tardi anni ’60 là, un groove ipnotico qua, un testo esilarante ancora là (“Let your obsession go, it’s really all disco”). Dunque non ci si annoia mai veramente e la lunga title-track da sola potrebbe bastare a supporto di questa tesi. Complessa ed a suo modo epica, ha nel basso e nella batteria di Reeves il cuore pulsante che tra pause e ripartenze anima un crescendo progressivo che trionfa fra archi schizofrenici ed un’ispirazione cristallina (“We protect our fictions, like it’s all we are”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Le Granate del 27 febbraio 2017]]>

Dopo una settimana di assenza ritornano i Precari e ritornano Le Granate in una puntata ricchissima di appuntamenti e argomenti interessanti. Anna ci racconta della giornata delle palestre popolari a Rivolta. Parleremo poi di Arising Africans e della giornata di domani per chiedere una legge sulla cittadinanza agli stranieri nati e cresciuti in Italia. Lanceremo le giornate dello sciopero dell'8 marzo e della marcia lanciata da #overthefortress per il 19 marzo a Venezia. Infine Luca ci spiegherà cosa sta succedendo, ormai da anni, a Roma per la questione stadio. Non mancheranno come sempre la Settimana Precaria e la buona musica della nostra redazione.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Dope D.O.D. - What Happened

John Lee Hooker & The Zz Top - Boom Boom Boom

Moscow Death Brigade - Paper Please

Neshez - Io Sono Tunisino

Beirut - Elephant Gun

Taiwan MC - A Mi Lado

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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<![CDATA[La Buona Notizia del 26 febbraio 2017]]>

Ritorna La Buona Notizia, questa volta a formazione ridotta, senza Magrì, in studio ci sono Vincenzo e Pino, che affronteranno i temi più caldi della settimana. Si comincia parlando della protesta dei tassisti, per poi analizzare quanto successo a Fellonica, con tutte le conseguenze che quel video ha prodotto. Parliamo poi di Fusi Orari e della scoperta da parte della Nasa di Trappist-1. E poi cinema, serie tv e bufale da smentire in una puntata ricchissima e, forse, un po' più seria del solito. Ma non abbiate paura, la alleggeriamo con la nostra musica.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Guru ft. Slum Village - Cuz I'm Jazzy [Sigla]

Samuel - La Risposta

Fine Before You Came - Vixi

Deftones - Prayer Triangles

Blonde Redhead - Dripping

Cosmonauts - Ah-Ok!

Gazebo Penguins - Bismantova

Morning Parade - Speechless

REM - It's The End Of The World [Chiusura]

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