<![CDATA[ radio-sherwood | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it <![CDATA[ReadBabyRead_339_Matteo_Strukul_3]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #339 del 22 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 3 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[In Diretta dal Festival]]>

In questi giorni di Sherwood Festival 2017 stiamo trasmettendo direttamente dalla nostra festa. Questa volta ci hanno fatto compagnia i Patois Brothers, che si sono esibiti la sera del 15 giugno sul Second Stage dello Sherwood Festival. Li abbiamo intervistati, ospiti di una chiacchierata sull'Isola di Mr Robinson, che per questa occasione si sposta all'aperto, tra gli stand del festival.

Di lato il podcast e qui sotto i brani che ci hanno consigliato i Patois Brothers

Patois Brothers - Switch of Babylon

Patois Brothers - Life Learning (Ft. Max Romeo)

Patois Brothers - Play Roots

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<![CDATA[ReadBabyRead_338_Matteo_Strukul_2]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #338 del 15 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 2 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 8 giugno 2017]]>

Forse un malinteso senso del pudore, forse il tentativo di non cadere nel conflitto d’interesse, mi hanno impedito inconsapevolmente sino ad oggi di farvi ascoltare una serie di cd assolutamente interessanti ma prodotti da un’etichetta alla quale sono legato da tempo in quanto diretta emanazione di un’associazione culturale a cui ho avuto l’onore, la fortuna, il piacere di far parte da decenni ormai… parlo di Associazione Culturale Caligola, di Mestre (VE) e di Caligola Records, frutto del lavoro di Claudio Donà, Valerio Bonicelli, Raffaello Patron e di quelli che volta per volta entrano a far parte di questo o quel progetto. Rimedio allora con un’intera “puntata caligolense”. Facile sentirsi dire, in questi casi, che ogni oste vende il vino più sublime, il suo, quindi niente di meglio che non fidarvi delle mie parole e ascoltare questa dozzina di assaggi da altrettanti dischi, dischi che offrono, tra l’altro, un ventaglio di generi, stili, modi e formazioni tale da suscitare sicuramente l’interesse degli appassionati… musicisti di pregio e fama, musicisti esordienti, solisti o quintetti, alcune riletture ma molti originali, dallo “stride” al “baiao”. È proprio a causa dell’ascolto di questo tipico genere musicale e danzante del nord-est del mio Brasile, che la puntata si chiude con un trittico dedicato al grande Paese sudamericano spesso presente in questo programma in attesa del nuovo inizio di quello specifico, a lui dedicato, condotto sempre da me e da Ligia França. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. ceci n’est pa un blues (T. Troncon) – Venice Connection Quartet (caligola)  - 2016

03. frame by frame (A. Belew/King Crimson) – Riccardo Morpurgo 5et – lemniscata (caligola)  - 2015

04. lunaria (D. Vianello) – Davide Vianello – lunaria (caligola)  - 2016

05. hercules (M. Ponchiroli) – The New House Quartett – tommitu (caligola)  - 2016

06. rag per Danilo (C. Cojaniz) – Claudio Cojaniz – stride vol.2 (caligola)  - 2016

07. thanatos (A. Ruggieri) – Aisha Ruggieri – southlitude (caligola)  - 2016

08. Shardana (Z. Pia) – Zoe Pia – Shardana (caligola)  - 2016

09. the owl of Cranston (P. Motian)  - Groove & Move/Mitelli & Mirra – water stress (caligola)  - 2016

10. pequod (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

11. 100% organic (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

12. abendai (M. Donà) – Mssimo Donà Trio – il santo che vola (caligola)  - 2016

13. il sogno di una cosa (B. Cesselli/m. De Mattia) – Javier Girotto/ Massimo de Mattia/Bruno Cesselli/ /Zlatko Kaucic - il sogno di una cosa (caligola)  - 2016

14. baiao nosso (T. Goulart) – Gileno Santana & Tuniko Goulart – inevitavel (caligola)  - 2016

15. baiao do amor (D. Firpo) – Daniella Firpo – vento di Bahia e nebbia (alfa music) - 2016

16. choro do casamento (G. Guaccero) – Giovanni Guaccero & Choro de Rua – a roda dos planetas errantes (Alfa music) - 2016

17. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_337_Matteo_Strukul_1]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #337 dell’8 giugno 2017


Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 1 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 1 giugno 2017]]>

C’è un’interessante rassegna che giunge alla sua sesta edizione e che colpisce per la sua struttura: musicisti prestigiosi, concerti gratuiti in località scelte con cura fra le più attraenti della zona sotto il punto di vista storico e ambientale, due crociere, ovviamente a suon di jazz nel cartellone… e via dicendo. Parlo di Sile Jazz 2017, un evento che mescola le acque del fiume che attraversa il trevisano, e che da lui prende il nome, con le genti che suonano e quelle che ascoltano, che mescola tradizioni antiche con suoni contemporanei. La rassegna ha un sottotitolo, “Di Resta in Corda”, che ancor di più risulta essere un manifesto programmatico essendo la Resta una corda con cui si legavano le barche ai buoi che, dalle rive, trainandole, permettevano di risalire la corrente dei fiumi su cui si svolgevano gli antichi traffici. E di corde si parlerà, anzi, si ascolterà, per tutta la manifestazione che vedrà protagonisti gli strumenti che su esse si basano per suonare:  chitarre varie e diverse, bassi e contrabbassi, oud, banjo, violoncelli ma anche pianoforti, con le loro corde percosse dai martelletti. Una dozzina i Comuni interessati dalla manifestazione, da Treviso a Mogliano Veneto, da Preganziol a Quarto D’Altino e decine i musicisti, daEvan Parker a Massimo Barbiero, da Giovanni Guidi a Linda Oh, da Danilo Gallo a Greg Burk, da Maurizio Brunod a Bruce Ditmas ma, per una completa visione di luoghi e artisti, consiglio ovviamente di consultare il sito della rassegna. Come colonna sonora della parte di serata dedicata a questo avvenimento, ho scelto di fare ascoltare un assaggio di quasi tutti i cd prodotti dall’etichetta Nusica.org, accomunata alla rassegna grazie ad Alessandro Fedrigo che ne è il direttore artistico ma anche uno dei fondatori dell’etichetta. Nell’altra parte di puntata una bella serie di ascolti relativi a recenti pubblicazioni di varie etichette amiche del programma, da ECM a Tuk Music, da Alfa Music a Abeat e Itinera. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. life and death (A. Cohen) – Avishai Cohen – into the silence (ecm) - 2016

03. break stuff (V. Iyer) – Vijay Iyer Trio - break stuff (ecm) - 2015

04. eros mediterraneo (P. Fresu) – Paolo Fresu & Omar Sosa – Eros (tuk music) - 2016

05. the sound of silence (P. Simon) – Alessandro La Corte 5et – smile in winter (alfa music) - 2017

06. zona di transizione (B. Ferra) – Bebo Ferra/Gianluca di Ienno/Nicola Angelucci – voltage (abeat) - 2016

07. dea (A. Rea) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

08. alagitz (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

09. diva (E. Rava) – Enrico Rava- wild dance (ecm) - 2015

10. autumn leaves (J. Kosma) – Alessandro Fedrigo – solitario (nusica.org)

11. space jazz astro bop (A. Fedrigo) – Quartetto Terrestre – secondo gradino (nusica.org)

12. spirali (A. Fedrigo) – XY Quartet – idea F (nusica.org)

13. astronautilo (A. Fedrigo) – XY Quartet – XY (nusica.org)

14. per sempre (R. Gemo) – Roberto Gemo & Alessandro Fedrigo – corde alterne (nusica.org)

15. n°44,45,46,1,2 (N. Fazzini) – Nicola Fazzini Minimum Sax – random2 (nusica.org)

16. kosh reng (A. Elsaffar) – Hyper + Amir Elsaffar – saadif (nusica.org)

17. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY Quartet – orbite (nusica.org)

18. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_336_Éric_Faye_8]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #336 dell'1 giugno 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 8 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Viaggio notturno]]>

Lungo una strada bagnata
scorrevano le mie emozioni
e attraverso le gocce sul finestrino
scivolavano nell'ignoto
riflettendosi nell'orizzonte buio
di un viaggio notturno

 

Les Discreet: Virée nocturne

Mark Lanegan: Nocturne

Hante: Eternite

Hunϯer.ѧnѧmi: Orlog.in

Noire Shapes: Claire

ZéM: True

Wu Wei - Automated Shadows

Neozaïre: Blue Bell Treasure

Slowdive: Falling Ashes

Telefon Tel Aviv: Something Akin To Lust

Stefano Guzzetti: Night

 

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 25 maggio 2017]]>

Poche chiacchiere! senza scuse, senza fili conduttori, senza temi o argomenti ispiratori, stavolta ci ascoltiamo una bella serie di novità discografiche, molte delle quali provenienti da alcune delle etichette nazionali amiche di questo programma, Abeat, Via Veneto, Parco della Musica, ma non mancano neppure alcune produzioni internazionali per rendere la puntata un po’ più completa nel suo panorama… un suggerimento: ascoltate bene le riletture comprese in questa lista, specialmente quella di Mussorsky da parte di Vito di Modugno, e quella dei King Crimson da parte di B. Ferra/P. Dalla Porta/F. Sferra e G. Petrella, imperdibili, anche se poi ci sono quelle di Charlie Chaplin, Dizzy Gillespie, Kenny Wheeler e Sam Rivers… un consiglio: godetevi il Brasile tradotto in Napoletano, di Maria de Vito, una perla!  e poi un finale infiltratissimo di suoni e sapori dal mondo, lingua occitana, Cuba, il mio buon Brasile (un eccellente Roberto Taufic), Argentina, Napoli…

Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. con alma (D. Gillespie) – Gonzalo Rubalcaba – fe/faith (passion rec.) - 2010

03. promenade 1 (M.P. Mussorsky) – Vito di Modugno – my pictures at an exibition (Abeat) - 2017

04. revontulet (M. de Aloe) – Max de Aloe Baltic Trio – valo (Abeat) - 2017

05. Beatrice (S. Rivers) – Lorenzo Cominoli – city of dreams (Abeat) - 2017

06. smatter (K. Wheeler) – Inside Jazz 4et – four by four (Abeat) - 2017

07. now! (R. Gatto) – Roberto Gatto 4et – now (Abeat) - 2017

08. I talk to the wind (Mc Donald/Sinfield) – Bebo Ferra/ Paolino Dalla Porta/Fabrizio Sferra/Gianluca Petrella – frames of Crimson (Via Veneto Jazz) - 2017

09. skyscapes (Y. Goloubev) – Roberto Olzer 4et – floatin’ (Abeat) - 2017

10. cantor (M. Zenon) – Miguel Zenon – tipico (miel) - 2016

11. smile (C. Chaplin) – Mirko Signorile/Claudio Filippini/Giovanni Guidi – the three pianos (musica jazz ed.) - 2017

12. better than yesterday (J. De Francesco) – Joey De Francesco – project freedom (mc avenue) - 2016

13. mains libres (D. Douglas) – dada people (greenleaf) - 2016

14. giant steps (J. Coltrane) – Matt Criscuolo – dialogue (jezzeria)

15. keter (G. Coen) – Gabriele Coen 6et – Sephirot, Kabbalah in music (parco della musica)  - 2017

16. a costruçao/ ‘a costruzione (C. Buarque/M.P. De Vito) – Maria Pia de Vito – core/coraçao (via veneto jazz) - 2017

17. segrados (R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos (abeat) - 2017

18. la rumba me llamo yo (D. Arocena) - Daymè Arocena  - Cubafonia (brownswood) - 2017

19. navega (Moussu T) – Moussu T e Lei Jovents – navega (world village) - 2016

20. wish you were here/skip step – Nate Smith – kinkfolk, postcards from everywhere (ropeadope) - 2016

21. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
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<![CDATA[Le Granate del 29 maggio 2017]]>

Siamo arrivati alla fine della stagione sportiva della Sanpre e siamo alla fine anche di quella radiofonica per Le Granate, che in questa puntata finale chiudono alla grande con super ospiti provenienti da tutte le squadre della nostra polisportiva e che ci racconteranno come sono andati i campionati.

Di lato il podcast, qui sotto i brani

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Moderat - Bad Kngdom

Dente - Beato Me (28/06 @ Sherwood Festival)

Lo Stato Sociale - Quello Che Le Donne Non Dicono (23 giugno @ Sherwood Festival)

Er Costa - Enbiei

St Paul & The Broken Bones - Call me

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Deep down]]>

sconfinare nel silenzio
oppure in suoni emozionanti
quelli che ti scuotono dolcemente
quelli che spingono l'animo
a coltivare la sensibilità
ad andare in profondità

Vacant: Deep Down

Vagrant: Riverboat

Ecepta: By My Side

Deadboy: Cabalero

Tim Schaufert & Cashforgold: Lost

Axel Grassi-Havnen: Arcane

Tru.Ant: My Dreams

Marco Shuttle : Adrift

Burial: Beachfire

Fis & Rob Thorne: Phase Transition.

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_335_Éric_Faye_7]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #335 del 25 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 7 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le Granate del 22 maggio 2017]]>

Ventiduesimo appuntamento stagionale con "Le Granate". Ci avviciniamo alla conclusione della stagione e in questa puntata parliamo del San Precario Sport Festival, che ha tenuto la sua seconda edizione nel week end al Parco Milchovic a Padova. Intervistiamo Roberta Li Calzi, consigliera comunale a presso il Comune di Bologna e avvocatessa, che ci spiegherà cosa comporta la differenza di genere nello sport dal punto di vista legale. Alessia Rotondo ci presenterà il documentario "Voglio Una Ruota" sul ruolo che ha avuto la bicicletta nell'affermare i diritti delle donne in campo sportivo e non solo. E poi Christian "Picciotto" Paterniti, con il progetto che compie dieci anni quest'anno di "Mediterraneo Antirazzista", nato a Palermo e che si sta espandendo in tutta Italia. Infine non mancheranno, come sempre, la "Settimana Precaria" e la buona musica che troverete allo Sherwood Festival 2017.

Di lato il podcast, qui sotto i brani

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Sick Tamburo - Il Fiore Per Te (10/06 Sherwood Festival)

Ghali - Ninna Nanna (11/07 Sherwood Festival)

Baustelle - Lili Marleen 08/07 Sherwood Festival)

The Bloody Beetroots - Rockstedy (01/07 Sherwood Festival)

Picciotto - Sogno Brigante (Ft. Murumbutu) (Murumbutu 02/07 Sherwood Festival)

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 11 maggio 2017]]>

Qualche settimana fa si è celebrato ovunque il cinquantesimo anniversario della nascita ufficiale dei Pink Floyd… mezzo secolo!!! Per chi li ha vissuti, come al solito, sembra impossibile che sia passato così tanto tempo (ovviamente sulla scala temporale umana) eppure è così, ed è vero anche che questi ragazzi inglesi hanno segnato la Storia della Musica con le loro intuizioni, invenzioni, improvvisazioni, con i loro happening, con le mitiche “suites”, i brani quasi senza limiti di durata. Non potevo non dedicare loro uno spazietto d’onore almeno in una delle puntate di questo programma visto che, come me, anche alcuni dei “nostri” musicisti, più o meno coetanei, ne sono rimasti affascinati in gioventù e ancora li ricordano, al punto da tradurne alcune composizioni nel nostro linguaggio jazz. Apertura e chiusura quindi con due diverse riletture di “Money”, titolo che evoca significativamente le conseguenze del loro successo planetario! Nella puntata ci sarà poi spazio, ovviamente, per le novità discografiche di turno, stavolta delle etichette Cam Jazz, Tosky Rec., Dodicilune Dischi e Nusica.org, ma soprattutto per una sorta di “bonsai” del Vicenza Jazz Festival 2017. Infatti, oltre alla chiacchieratina di presentazione con il direttore artistico e fondatore Riccardo Brazzale, ascolteremo in successione identica al programma dello storico festival, giunto alla 22^ edizione, i principali artisti invitati alla rassegna che apre le manifestazioni tipiche della cosiddetta bella stagione, appunto i Festivals. Solo i principali, visto che Riccardo Brazzale, noto anche come direttore della Lydian Sound Orchestra, una fra le più importanti band del panorama nazionale, ha preparato una lista di ben 150 concerti sparsi ovunque in Vicenza e dintorni. Quindi Uri Caine, Dave Douglas, Black Art Jazz Collective, Chris Potter, Gonzalo Rubalcaba, Dee Dee Bridgewater, Enrico Rava, Geri Allen, e l’attesissimo Jacob Collier (22enne neo vincitore di due Grammy)  in rappresentanza di tutti gli altri, compreso Umberto Petrin e Stefano Benni, impegnati in un omaggio a Thelonious Monk nell’ambito delle celebrazioni per il suo centesimo anniversario della nascita. Buon ascolto.   JPY

 ***********************************************************************

Playlist:

01. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. money (R. Waters) – Roberto Gatto – Progressivamente (La Repubblica) - 2008

03. broadwalk sunshine (J.P. Koch) – Dock in Absolute – Dock in Absolute (cam jazz) - 2017

04. pianeti affini (G. Falzone) – Giovanni Falzone – pianeti affini (cam jazz) - 2017

05. for life (Y. Lateeff) – Dario Germani – for life (tosky) - 2013

06. Mr. Jay (L. Masciari) – Luigi Masciari/Aaron Parks/Roberto Giaquinto – the Gsession (tosky) - 2016

07. dancing swan (F. Giachino) – Fabio Giachino -  north clouds (tosky) - 2017

08. giant steps (J. Coltrane) – Claudio Piselli – now (dodici lune) – 2017

09. re: person I knew (B. Evans) – Mc Candless/Taylor/Balducci/Rabbia – Evansiana (dodicilune) - 2017

10. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY 4et – orbite (nusica. Org) - 2017

11. tufrial (J. Zorn) – Uri Caine – Moloch: 6° book of angels (tzadik) - 2006

12. deep river (trad.) – Dave Douglas 5et – brazen heart (greenleaf) - 2015

13. live at Lincoln Center – Black Art Jazz Collective - 2017

14. yasodhara (C. Potter) – Chris Potter – the dream is the dreamer (ecm) - 2017

15. night in Tunisia (D. Gillespie)  - Gonzalo Rubalcaba – live 2016

16. one fine thing (H. Connick Jr.) – Dee Dee Bridgewater – Dee Dee’s Feathers (okeh) - 2015

17. the man I love (G. Gershwin) – Enrico Rava – Tati (ecm) - 2005

18. lush life (B. Strayhorne) – Geri Allen/Dave Holland/Jack DeJohnette – the life of a song (telarc) - 2004

19. dont worry bout a thing (S. Wonder) – Jacob Collier – in my room (membran) - 2016

20. lover man/nature boy (J. Davis,R.Ramirez,J. Sherman/E. Ahbez) – Antonella Chionna meets Pat Battstone –rylenonable (dodicilune) - 2017

21. money (R. Waters) – Rita Marcotulli – Pink Floyd (La Repubblica) - 2008

22. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Spiegare le ali]]>

a volte può sembrare una prigione
anche l'immaginazione
chiusa a chiave dalle catene della formattazione
sono sbarre da spezzare per farla ancora volare
liberandola da recinti e barriere
perché possa finalmente le sue ali spiegare


100 Day Delay: Raise Your Wings

Forest Swords: Border Margin Barrier

Forest Biz: In the glen

Drohves - _Escape

Insomnia: Unpleasant

Bucky: Meltdown

aLone: Black

Lynchobite: Need You.

Nuage: Wild

KOSIKK: Expanse

Jack-o -Lantern: Wonderful Times

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_334_Éric_Faye_6]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #334 del 18 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_333_Éric_Faye_5]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #333 dell'11 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Lacrime Frattali]]>

Percorro suoni, che si incrociano
in infinite scie senza fine,
un eterno divenire di piccole mutazioni,
sfumature e riflessi di eterni flussi
che lentamente scivolano giù
e goccia dopo goccia si infrangono
come lacrime frattali

 

Skit: Fractal Tears

CLFRD:  timeframe

Whisper: Where the Wild Things Are

Holly x VVV - C4C8E3

TPOCTHNK189: breathe

Quantum Optics: I'm near

Mr_Mitch: If I Wanted

Curtis Heron: we will pray for you

Nebula: Rarity

Shumno (feat. blΔnc): Swiftly

Alva Noto: Milan (for Kostas Murkudis)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_332_Éric_Faye_4]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #332 del 4 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 4 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Perso nel pensiero]]>

per sopportare l'assurdità
di questo mondo malato,
per fuggire dal rancore
di chi mi sta attorno,
mi immergo nel suono
e mi perdo totalmente nel pensiero

 

Elyon: Lost In Thoughts

Annie Smart: Blow Me a Kiss (Tru.anT Edit)

Vacant & Sorrow: Requiem

Sorrow : My Love (Spheriá's Rework Version)

Dark_Sky: Angels

Giz: Worlds Within Us

Pensee: Laguna

Gaussian Curve: Ceremony

Clem Leek: The Breeze

Dreissk: Near The Shore

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_331_Éric_Faye_3]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #331 del 27 aprile 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 3 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[L'Isola di Mr Robinson del 21 aprile 2017]]>

In questa puntata i PATOIS BROTHERS ospiti nell'Isola di Mr Robinson. Attorno al fuoco ci siamo raccontati il nuovo disco "WISE & WILD".

Buon Ascolto

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Dal nuovo album dei Patois Brothers:

World

Wise and Wild

Play Roots

Life Learning (feat. Max Romeo)

Chat Chat Man

Shyness Away

Switch Off Babylon

Respect

Light Down Law

Don't Stop

Citizens

Since I Know

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<![CDATA[Le Granate del 24 aprile 2017]]>

Dopo la pausa pasquale ritornano Le Granate con la puntata numero diciannove. Questa settimana parliamo della del 22 aprile a Pontida, la giornata dell'orgoglio antirazzista. Racconteremo un po' quello che è stata la terza edizione di "Road To Galeano" e Luca ci racconta un po' cosa sta succedendo in Lega Calcio con "Tavecchio Piglia Tutto". Immancabile la "Settimana Precaria" e un ricordo di Michele Scarponi. Come sempre tutto accompagnato dalla buona musica della redazione precaria.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Deftones - Kimdracula

The Beatles - Ehy Bulldog

Ex Otago - Ci Vuole Molto Coraggio

The Mars Volta - Goliath

Patois Brothers - Politician [15 giugno @Sherwood Festival 2017]

Verdena - Un Po' Esageri

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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<![CDATA[Take Five, Jazz & dintorni” del 20 aprile 2017]]>

Volta per volta, i motivi ispiratori per la preparazione di una puntata cambiano… può essere qualsiasi cosa. Anniversari, commemorazioni, omaggi, fatti o date storiche e così via. Questa volta il motivo scatenante è stata la presenza di un’ospite, una cantante che sarebbe stata con noi per presentare il primo disco a suo nome, “I’m all smiles” (etichetta dodicilune-koinè). Ecco, appunto il suo nome, Laura, cognome Avanzolini, mi ha subito evocato un celeberrimo brano magistralmente eseguito a suo tempo, fra gli altri, da Charlie Parker, e allora è nata la voglia di proporvi tutta una serie di composizioni che avessero per titolo il nome di una donna. Quasi sempre dediche, a mogli (Galliano, Monk), sorelle (Bebo Ferra), figlie (Luigi Martinale), fidanzate, attuali o.. “decadute”, fino a personaggi di libri o film (Morricone). Ovviamente è risultata esserci una lunga lista di bei nomi ma, per quanto la puntata si sia dilungata oltre misura, questa rimane una lista per nulla esaustiva e quindi mi scuso con tutte le signore che non sono state citate in questa occasione ma che magari in un prossimo futuro potrebbero ritrovarsi in qualche altra mia trasmissione!  l’ospite è stata accolta da un bel saluto di Gregory Porter, con il suo “Hey, Laura!” e salutata alla fine della chiacchierata con la composizione di cui vi dicevo, quella che ha dato il via a tutto, nella versione del grande e famosissimo trombonista J.J.Johnson in quanto, un altro scopo della puntata era quello di alternare brani, versioni e musicisti di oggi e di ieri, nazionali e internazionali. La chiacchierata con lei, invece, oltre a conoscerla un po’, ci ha permesso anche di capire qualcosa in più del disco e della sua genesi,  nonché di ascoltarne qualche estratto. Buon ascolto.   JPY

*************************************************************************************

 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. CARMELA (S. Bruni/S. Palomba) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

03. GISELLE (R. Galliano) – Richrrd Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

04. il valzer di SOFIA (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

05. crepescule with NELLIE (T. Monk)  - Francesco Bearzatti Tinissima 4et – Monk’n’roll (cam jazz)  - 2013

06. ADELE (B. Ferra) – Bebo Ferra Trio – voltage (abeat) - 2016

07. ANTONIA (P. Metheny) – Pat Metheny Group – secret story (geffen) - 1992

08. LULU’ e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (cam jazz) - 2016

09.  BELLA (E. Rava) – Enrico Rava/Enrico Pieranunzi//Roberto Gatto – Bella (philology) -

10. LAURIE at home (Orch. Operaia) – Orchestra Operaia – into the 80’s (via Veneto/jando) - 2016

11. hey LAURA (G. Porter) – Gregory Porter – liquid spirit (blue note) - 2013

12. all or nothing at all (A. Altman/J. Lawrence) – Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

13. preview (P. Quinichette)  - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

14. fascinating rhythm (G. & I. Gershwin) - Laura Avanzolini – I’m all smiles (dodicilune) - 2016

15. LAURA (D. Raksin) – J.J.Johnson – JJ in person (columbia) - 1958

16. RENEE (G. Lusi) – Gianluca Lusi/Joel Holmes – loose (tosky) - 2012

17. LUIZA (A. C. Jobim) – Paulo Bellinati – Antonio Carlos Jobim for classical guitar arranged by Paulo Bellinati – mel bay book 2010

18. LUISA (T. Horta) – Pascoal Meirelles/Rubens Farias/Joao Castilho – Dubai/Lima guitar project

19. DEBORAH’s theme (E. Morricone)  - Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (cam jazz)  - 2016

20. CRISTIANA (M. Barbiero) – Odwalla – Ankara live (splasc(h)) - 2013

21. IDA LUPINO (G. Guidi)  - Giovanni Guidi/Gianluca Petrella/Louis Scalvis/Gerald Cleaver – Ida Lupino (ecm) - 2016

22. NANCY (J.V. Heusen/P. Silvers) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (ultra sound records)  - 2012

23. lullaby for BLONDIE (M. Panassoni) – Marco Panassoni 4et – happiness (alfa music) - 2014

24. GEORGIA on my mind (Carmichael/Gorrell) – Fabrizio Bosso & Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

25. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_330_Éric_Faye_2]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #330 del 20 aprile 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 2 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Danzando nel fumo]]>

Quante volte sono uscito
nel buio e nella nebbia.
Ascoltavo e scrutavo
l'appena percettibile vibrazione
del suono nelle cuffie
e di figure che apparivano
come danzando nel fumo

 

Actress: There’s An Angel In The Shower

Ø: Atomit

Dopplereffekt: Exponential Decay

Rautu: White Night

Module One: The Stars Will Guide

Blanck Mass: Hive Mind

Ambassadeurs: Lotus

The XX: A Violent Noise (Four Tet Remix)

SILENTNIGHT: Endless Wandering

AyyJay: Num

Speh: The Shattered

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 13 aprile 2017]]>

Da Vivaldi ai Nirvana, abbiamo di tutto! Un bell’inizio di puntata, con ottime novità della ECM e della CAM JAZZ, ci porta poi verso l’ascolto di uno di quei casi di musicisti di una certa importanza e di indubbio valore che la Storia, almeno da questa parte del mondo, tiene un po’ in disparte, anche troppo in disparte per il valore dei personaggi, in particolare di quello che viene omaggiato sul numero attualmente in edicola del mensile Musica Jazz, una delle due più importanti voci della carta stampata che ci riguardano, insieme a Jazz.it. Parlo di Horace Parlan, che a sua volta offre lo spunto al ricordo di altri tre musicisti accomunati dallo stesso destino, Duke Person, Teddy Edward e Buck Hill, quest’ultimo scomparso di recente, il mese scorso. Curiosa la sua storia di portalettere con la passione per la musica che si permette di esordire, semiprofessionista, su disco, alla bellezza di 50 anni, nel 1978, ma con una etichetta prestigiosa e un gruppo di grandi musicisti fuori serie! Da ascoltare!  E poi una bella sequenza di novità discografiche, passando dal grande vecchio Lee Konitz a uno dei più bei dischi di latin jazz degli ultimi tempi, di Charlie Sepulveda,  fino al doppio live degli Ibrahim  Electric, disco che testimonia con circa un paio di ore di musica l’incredibile concerto di sei (6!) ore che gli stessi hanno tenuto a luglio scorso nella loro Danimarca. Giovedì prossimo avremo un’ospite, la cantante Laura Avanzolini. Buon ascolto.   JPY

***********************************************************************************

Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. cum dederit delectis suis somnum (A. Vivaldi) – Francis Coutourier Tarkovsky 4et – nuit blanche (ecm)  - 2017

03. Asian fields (L. Sclavis) – Louis Sclavis/Dominique Pifarely/Vincent Courtois – Asian fields variations (ecm)  - 2017

04. mixed feelings (F. Casagrande) – Federico Casagrande – fast forward (cam jazz) - 2017

05. wadin’ (H. Parlan) – Horace Parlan & the Turrentine Brothers – speakin’ my piece (blue note) - 1960

06. yesterdays (J. Kern/O. Harbach) – Buch Hill 4et – this is Buck hill (steeple chase)  - 1978

07. 3 AM (D. Person) – Duke Person – tender feelin’s (blue note) - 1961

08. sunset eyes (T. Edwards) – Teddy Edwards – sunset eyes (pacific) - 1960

09. invitation (L. Konitz) – Lee Konitz/Kenny Barron 4et – frescalalto (impulse!) - 2015

10. Mr. jazz (C. Sepulveda) – Charlie Sepulveda & The Turnaround - Mr. EP (high note) - 2017

11. cannonball blues (J.R. Morton) – the Freexielanders – looking back, playing forward (rudi rec) - 2016

12. smells like teen spirit (Nirvana) – ELEW – rockjazz vol.1 (ninjazz) - 2010

13. satania our solar system (C. Graves) – Cameron Graves – planetary prince (mack avenue) - 2016

14. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Suono solitario]]>

Da questo impetuoso mare
troppo suono giunge
al mio orecchio assorto,
però resto lo stesso in ascolto
per riconoscere nell’eccedenza
quello introspettivo e solitario
che come una sirena mi cattura

Slacker: Amen to the Lonely

The Last Fox. Penumbra

Vagrant: Morning

Rift: Alive With You

The Clue: Pulkovo Arrival

Frenchfire: three generations of slavish devotion to an unknown god.

Closeyoureyes: Effort

Lawrence English: Moribund Territories

Elegi Hvor Her Er Odselig

Shed: Xtra

Tegh and Kamyar Tavakoli: Fractal

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<![CDATA[ReadBabyRead_329_Éric_Faye_1]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #329 del 13 aprile 2017


Éric Faye
Sono il guardiano del faro


(
parte 1 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye
Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Le Granate del 10 aprile 2017]]>

Diciottesima puntata stagionale per "Le Granate", e anche questa volta siamo in compagnia di tanti ospiti. Intervistiamo gli amici del La Paz Antiracist di Parma e della Polisportiva Ackapawa di Jesi, che ci raccontano un po' di loro e della loro adesione alla campagna #WeWantToPlay. Interverrà anche Mattia Gallo, di Sportallarovescia.it, ormai esperto collaboratore de "Le Granate" sulla vicenda Kaepernick che sta investendo da un anno il Football Americano. Immancabili poi come sempre la rubrica de "La Settimana Precaria" e la buona musica della nostra redazione.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Moravagine - Senza Te

Alt J - Something Good

The Zen Circus - Andate Tutti a Fanculo

Moseek - Tina

Arctic Monkeys -Do I Wanna Know

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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<![CDATA[Le Interviste de Le Granate - 3 aprile 2017]]>

Nonostante i problemi tecnici che non ci hanno permesso di pubblicare il podcast della scorsa settimana, vi proponiamo le interviste agli amici dell'Unione Sportiva Stella Rossa Brescia e di Hope Ball Milano, con una nuova rubrica in versione podcast: Le Interviste delle Granate.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Atarassia Grop - Un'altra Domenica [Sigla]

Cock Sparrer - Better Than This

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 6 aprile 2017]]>

Recentemente sono giunte inaspettate alcune richieste di ascolto relative al “buon vecchio Jazz” e allora, per dare loro seguito, ho organizzato questa puntata (che capita a cavallo di una data storica per il passato di questa Radio) in modo tale da accontentare chi vuole sempre le novità più novità, chi vuole jazz fatto in Italia, chi non ne ha mai abbastanza di quello internazionale e infine chi è giustamente legato ai grandi del passato, intesi sia come protagonisti sia come brani. La grande novità della puntata è il doppio CD live di Fabrizio Bosso, star della tromba e dal jazz italico di spessore internazionale, “State of the Art”, in uscita domani 7 aprile, del quale, per averne un panorama un po’ più ampio,  ho scelto di farvi ascoltare un pezzo per ognuno dei due CD, vista la mole e la qualità della musica contenuta in questa nuova pubblicazione della Warner, che si ringrazia per la collaborazione. Sono due brani appunto del passato, come quelli che seguiranno, ma in questo caso suonati dai protagonisti originali, Bill Evans e John Coltrane rispettivamente, entrambi finiti nella classifica delle migliori ristampe del 2016 secondo il referendum del mensile “Musica Jazz” pubblicato a gennaio scorso. Poi si alterneranno nello stesso modo due serie di diversi classici suonati prima da artisti contemporanei - tra i quali spicca la sorprendente spagnola Andrea Motis, cantante giovanissima capace di interpretare lo stesso brano passando dalla voce alla tromba e da questa al sax – e poi da artisti di ieri (Art Pepper, Billie Holiday, Chet Baker…). Non manca una serie di uscite recenti e recentissime di Tuk Music, Abeat e Via Veneto Jazz, non manca il solito accenno al mio Brasile ricordando il prossimo inizio del ciclo “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile” con me e Ligia França al giovedì, prima di “Take Five”, alle 21:30, e non manca un tocco di leggerezza finale con l’ascolto di due personaggi trasversali come Sting e Amy Winehouse impegnati, come tutta una lunga sequenza di altri musicisti, ad omaggiare la Luna in Jazz. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia)  - 1959

02. misty (E. Garner)  - Fabrizio Bosso – state of the art (warner) - 2017

03. there is no grater love (I. Jones)  - state of the art (warner) - 2017

04. are you all the things (B. Evans)  - re: person I knew (fantasy)  - 1981

05. a love supreme part 1 (J. Coltrane) – John Coltrane – a love supreme (impulse!) - 1964

06. Corcovado (A.C.B. Jobim) – Antonio Onorato/Franco Cerri – Antonio onorato/Franco Cerri (abeat)  - 2016

07. Gershwin suite (G. Gershwin) – Dado Moroni/Luigi Tessarollo – talking strings (abeat) - 2016

08. beautiful love (V. Young) – Guido di Leone – a lonely flower for you (abeat)  - 2016

09. sister sadie (H. Silver) – Andrea Motis – live in Barcelona

10. lullaby of birdland (G. Shearing) – Andrea Motis – live in Barcelona

11. winter moon (H. Carmichael) – Art Pepper – winter moon ((galaxy) - 1981

12. blue moon (Rodgers/Hart) – Billie Holiday – Billie Holiday sings (clef) - 1952

13. how high is the moon (N. Hamilton/M. Lewis) – Chet Baker – Chet (riverside) - 1959

14. moonlight serenade (G. Miller/M. Parish)  - Carly Simon - moonlight serenade (Columbia) - 2005

15. it’s only a paper moon (H. Arlen) – Stephane Grappelli - it’s only a paper moon (four star) - 1964

16. scritte lunari (P. D. Porta) – Paolino dalla Porta – moonlanding (tuk music)  - 2017

17. mi sei scoppiato dentro il cuore (L. Wertmuller)  - Luca Aquino/Lunaria -

18. luna rossa (De Crescenzo) – F. Zeppetella/E. Bix/G. Laurent/R. Gatto – chansons (via Veneto jazz/jando)  - 2016

19. la danza della luna (M. Trabucco) – Max Trabucco – racconti di una notte (abeat)  - 2016

20. luar do Sertao (J. Pernambuco) – Barbara Casini & Duo Taufic – terras (via Veneto jaz) - 2016

21. walking on the moon (Sting) – Sting live, jazz version

22. moon river (Mercer/Mancini) – Amy Winehouse - live

23. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia)  - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_328_Bob_Dylan_8]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #328 del 6 aprile 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 8 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Diserzioni: Voci urbane]]>

Sotto le macerie del nostro mondo
sotto cumuli di inutili parole
sotto il rumore sordo della città
disperatamente apriamo varchi
per far riemergere il pulsare vitale
di nuove sotterranee voci urbane

 

Craset: Urban Voice (glo remix)

Overtone: A Voice In The Darkness

Koa: Karma Police (Radiohead Cover)

Mihai Zăvoian: Chesten

Ferven & Clau M: Lonely Planet

Stumbleine: Emulator

enjoii: ethera

Dētatek: Ghost Dealer

Lazarus Moment: In The Glen

The Bug vs Earth: Another Planet

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 30 marzo 2017]]>

C’è, tra le altre, un’etichetta discografica che si caratterizza per l’attenzione all’ambiente in quanto il suo fondatore, Paolo Fresu, attento lo è da tempo, attento e sensibile pure all’utilizzo delle energie rinnovabili come è noto a chi frequenta il suo celeberrimo festival estivo “Time in Jazz” che quest’anno festeggia la sua trentesima edizione! Come ormai consuetudine, dall’8 di agosto, a Berchidda, il suo paese sassarese natale, si suonerà in una miriade di posti diversi e inconsueti come chiese, campagne, piazze, rive di fiumi, ecc. L’etichetta è la Tuk Music, principale protagonista di questa puntata nella quale si sentirà molta sua musica, recente, nuova e nuovissima, e si parlerà anche delle altre sue interessanti peculiarità. Ascolteremo pure alcune cose di un’etichetta cugina, la My Favorite, una nuova uscita di Artesuono, etichetta di Stefano Amerio e alcune altre realizzazioni recenti di altre etichette partners del programma come tutte quelle sin qui citate. Anche questa settimana vi ricordo, con un paio di ascolti, l’imminente ripresa del programma “Avenida Atlantica, Musiche & Storie dal Brasile”, con Juliano Peruzy e Ligia França al giovedì, immediatamente prima della consueta puntata di “Take Five, Jazz & dintorni”.

*********************************************************************************

 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. vetro rosso (F. Ponticelli) – Francesco Ponticelli – Kon Tiki (tuk music) - 2017

03. lunar tide (P. D. Porta) – Paolino dalla Porta – moonlanding (tuk music) - 2016

04. light pressure (G. Partipilo) – Gaetano partipilo & Contemporary Five – daylight (tuk music) - 2016

05. teardrop . ya habibi (Massive Attack/Sosa/Fresu/Atlas/Bishai) – O. Sosa/P. Fresu/Natashia Atlas/J. Morelembaum – Eros (tuk music) - 2016

06. Paris (Linx/Wissels) – Linx/Fresu/Wissels/Heartland – the wistleblowers (tuk music) - 2015

07. binario x (R. Casarano) – Raffaello Casarano – argento (tuk music/my favorite) - 2010

08. get out and get under the Moon (L. Shai/C. Tobias) – Vanessa Tagliabue Yorke – we like it hot, live @ Acler Hotel (artesuono)  - 2016

09. the pantry blues (D. D’Agaro) – Aki Takase/Daniele D’Agaro - Aki Takase/Daniele D’Agaro (artesuono)  - 2016

10. lulù e la Luna (R. Bonaccorso) – Rosario Bonaccorso – a beautiful story (via veneto jazz) - 2017

11. 8 ½  (N. Rota)  - Rosario Giuliani/Luciano Biondini/Enzo Pietropaoli/Michele Rabbia – cinema Italia (via veneto jazz) - 2016

12. Indianapolis (D. Tittarelli) – Daniele Tittarelli & Mario Corvini New Talents Jazz Orch. – ex tempora (parco della musica) - 2016

13. terra infuocata (M. Zurzolo) – Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2015

14. Brazil (Ragonese/Giorgi/Ragonese) – The Thrust – little wonder (my favorite) - 2010

15. Masaba/Bahia (L. Cinque) – Luigi Cinque Hypertext Orchestra – Luna reverse (my favorite) - 2010

16. soft winds (R. Cecchetto) – Roberto Cecchetto/Giovanni Guidi/Giovanni Maier/Michele Rabbia – soft wind (my favorite) - 2011

17. la mer (C. Trenet) – Luca Aquino feat. Lucio Dalla – chiaro (tuk music/my favorite) - 2011

18. la radio in testa (B. Ferra) – Bebo Ferra – specs people (tuk music) - 2012

19. malaika ( trad. Kenia) – Dino Rubino Trio – zenzi (tuk music)  - 2012

20. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_327_Bob_Dylan_7]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #327 del 30 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 7 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Diserzioni: Oscuri desideri]]>

siamo invasi dall’affanno
corriamo e mai rallentiamo
ci perdiamo, ci ritroviamo
e pur di non fermarci
inseguiamo senza pensieri
anche i più oscuri desideri



Singular Mind: Dark Desires

K A I D O:  Storm Elements

Pajonear: Scotopia

Bimbotronic: Night Wind

AESTRAL: last breath

Kazukii: Time We Lost

AK: Wanderlust

kyddiekafka: everlasting

Ambyion: Reaching for the Stars

Sky H1: Huit

Jacaszek: To Perenna

Lorenzo Masotto: Arctic Summer

Benjamin Finger:  Ghostflowers

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<![CDATA[Le Granate del 27 marzo 2017]]>

Nonostante gli infiniti problemi tecnici di questa sera siamo riusciti ad andare in onda e a completare questa sedicesima puntata de "Le Granate". Questa sera abbiamo ospiti al telefono Teo, presidente della Uisp di Vicenza, che ci parla del progetto contro le discriminazioni "SportAntenne", e Stefano dell'Atletico San Lorenzo di Roma, che ci spiega la loro iniziativa di crowdfunding  "Le quote popolari so mejo dei milioni". Luca e Vito ci spiegheranno invece quando il correre diventa compulsivo. Immancabili, come sempre, la "Settimana Precaria" e la nostra buona musica (oggi abbiamo anche improvvisato qualcosa).

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

A Forest Might Black - Casual People

Beduk - It's A Riot

S.A.R.S. - Debeli Iad

NOFX - Don't Call Me White

Offlaga Disco Pax - Roberspierre

The Chemical Brothers - The Salmon Dance

LN Ripley - Last Day Of Planet Earth

Jerry & The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 23 marzo 2017]]>

Come di consueto, largo spazio alle novità discografiche, ai dischi recenti o quantomeno ancora mai ascoltati in questo programma. Protagonista principale, per il numero di pubblicazioni di cui si parla in questa puntata, è l’etichetta indipendente romana Alfa Music. Grazie a questa label, che è fra quelle che con il loro contributo prezioso sostengono questo programma,  si possono anche ascoltare due prodotti che rendono felice chi come me proviene dal Brasile, come ormai noto, e in particolare un incredibile disco, incredibile per la sua elevata qualità  e per la sua “brasilianità” notevole pur essendo stato scritto da un vero italiano di Roma, Giovanni Guaccero. A questo proposito ricordo ancora una volta il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, con il sottoscritto e con la cantante/conduttrice Ligia França(il giovedì, prima di “Take Five”).  Le altre pubblicazioni le potete vedere sulla playlist qui sotto, tutte raccolte nella parte iniziale della serata. Per il resto, spazio ad una nuova produzione di Ultrasound Records, alcune riproposizioni di Dodici Lune Records, di Cam Records e della giapponese Albore Records nonché di ECM. Quest’ultimo caso è quello dell’ascolto anche di un intero set del concerto di Keith Jarrett a Modena nel 1996, uscito pochi mesi fa in un quadruplo CD intitolato A Moltitude of Angels. La settimana scorsa, per ragioni di tempo, avevo fatto ascoltare un brano “corto” che in realtà non era rappresentativo dell’importanza dell’opera che si può considerare come la chiusura di un capitolo, di un periodo artistico del pianista di Allentown, quel periodo in cui egli si esibiva in solo con le lunghe improvvisazioni che lo hanno reso celeberrimo. Ecco, mi sembrava giusto offrire per intero un estratto che fosse quindi significativo a tutti gli effetti. In futuro sono sicuro che ve ne farò ascoltare altri.  Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

02. la vita, in fondo, è un rincorrere emozioni da ricordare (R. Spadoni) – Roberto Spadoni New Project Jazz Orch. – travel music (alfa music)  - 2016

03. blues at 25 CM (A. La Corte) – Alessandro La  Corte 5et –smile in winter  

04. some bass from Bill (R. Fassi) – Riccardo Fassi 4et – portraits of interior landscape

05. going back, going forth (M. Sandvik) – Marit Sandvik/Maurizio Picchiò – travel

06. feitio de oraçao (Noel Rosa/Vadico) – Daniella Firpo – vento di Bahia e nebbia

07. escarregando no choro (G. Guaccero) – Giovanni Guaccero &  Choro de Rua – a roda dos planetas errantes

08. sambossa (A. Clemente) – Adriano Clemente – Havana blue (fonosfere/dodici lune) - 2017

09. Punjab (J. Henderson) – Alessandro Rossi 4et – emancipation (cam) - 2017

10. Javajazz (Girotto/Balke/Di Castri/Heral) -  Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam)  - 2017

11. das model (Kraftwerk) – Rossano Baldini – light (albore) -

12. Modena part 1 (K. Jarrett) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

13. urban waltz (D. Miller) – Dominique Miller – silent night (ecm) - 2017

14. ¾ di luna (L. Mazzaglia) – Les Sens Jazz – earth (usr) - 2017

15. smile (C. Vallon) – Colin Vallon Trio – danse (ecm) - 2017

16. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) – 1959

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<![CDATA[Diserzioni: Parlando al buio]]>

È nel buio che il suono galleggia
perché l’oscurità è assenza,
è un vuoto e non si vede
ma è lì che si rivelano gli spazi aperti
dell'immaginazione

 

VVV: Talking in the Dark

Mininome: Abode

DJ Heroin - Conciliator

r.roo: Sad Party In Outer Space

Bloom: Efflorescence

skeler: SEE_ME

SØVVAVE – Downtown

Tyler Frost: Way to Heaven

Kosikk: All you can see

Jellis: Richness Lies Within

Blackbird: Night


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<![CDATA[ReadBabyRead_326_Bob_Dylan_6]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #326 del 23 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[La Buona Notizia del 19 marzo 2017 - Speciale "Side by Side"]]>

Siamo abituati a commentare le notizie, ma per questa puntata abbiamo deciso di farla noi la notizia. E la "buona notizia" di questa domenica si chiama "Side by Side", la marcia per l'umanità organizzata a Venezia da Veneto Accoglie. Abbiamo passato la giornata fianco a fianco per dire si a un Veneto che accoglie e antirazzista; abbiamo sfilato per le calli di Venezia e abbiamo intervistato i protagonisti che hanno organizzato e partecipato a questa iniziativa. Li andiamo ad ascoltare in questa puntata speciale de "La Buona Notizia".

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Guru Ft Slum Village - Cuz I'm Jazzy [Sigla]

Manu Chao - Clasndestino

Sandro Joyeux - Kingston

Punkreas - Tolleranza Zero

Subsonica - Liberi Tutti

M.I.A. - Borders

R.E.M. - It's The End Of The World [Chiusura]

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<![CDATA[Le Granate del 20 marzo 2017]]>

Ieri eravamo a Venezia per Side by Side, la marcia per l'umanità organizzata da Veneto Accoglie; abbiamo raccolto un po' di voci dalla piazza veneziana e ne parleremo in questa quindicesima puntata de "Le Granate". Andremo poi a parlare di calcio femminile con la nomina di Patrizia Panico a CT della nazionale italiana under 16. Luca ci parlerà poi di Lotito e Serie B e non mancherà come al solito l'appuntamento della Settimana Precaria. Il tutto condito dalla consueta buona musica de "Le Granate"

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Chuck Berry - Roll Over Bethoven

Anderson Paak - The Waters

Massive Attack - Paradise Circus

Amanda Palmer - Map Of Tasmania

Nneka - Beautiful

Jerry And The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

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<![CDATA["Take Five, Jazz & dintorni” del 16 Marzo 2017]]>

Puntata ricchissima che si apre con una novità proveniente dal Giappone, dove opera un’altra label amica di questo programma, la Albòre di Satoshi Toyoda. Ma sono tante, tutte, le cose recenti, nuove o nuovissime che andremo ad ascoltare insieme grazie alla ECM, alla CAM, alla Dodicilune, alla Ponderosa, alla Itinera e alla Auand. Una passerella di molti fra i più amati e importanti interpreti della nostra musica come Keith Jarrett, John Abercrombie, Craig Taborn (tutti ECM), che nei loro rispettivi dischi si accompagnano a musicisti che farebbero grande qualsiasi festival (Brad Mehldau, Marc Copland, Drew Gress, Chriss Speed, Joey Baron, Ambrose Akinmusire, Shai Maestro e molti altri) e poi il ritorno di Richrad Galliano, i prestigiosissimi Javier Girotto e Enrico Pieranunzi (per la Cam), che portano con sé i vari Furio di Castri, Jon Balke, Scott Colley, Clarence Penn. Una grande presenza di etichette e musicisti dal Sud Italia, attivissimo, con i campani Marco ZurzoloL’Orchestra Napoletana di Jazz, il Trio di Salerno (per Itinera Rec.), con la salentina Dodicilune che ci propone un duo meglio dell’altro (Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin e Michel Godard/Ihab Radwan, in ordine puramente casuale). Molti anche questa settimana i riferimenti e gli omaggi al Brasile, come l’omaggio a Baden Powell di Dominique Miller (ECM) o quello a Pixinguinha del Trio di Salerno, quello a Jobim del Dea Trio (entrambi Itinera) o, infine, quello di Paola Arnesano e Vince Abbracciante (Dodicilune Rec.) con l’intero CD dedicato alla MPB (Musica Popular Brasileira). Tutto ciò, come ormai noto, per promuovere il prossimo ritorno del programma “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”, condotto da sempre da chi vi scrive e parla, da Rio de Janeiro, ma da molto tempo insieme alla cantante Ligia França, da Natal-Rio Grande do Norte. Circa tre ore di ottima musica, buon ascolto.   JPY

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 Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. desert highway (P. Vincenti) – T.Riot – T.Riot (albòre) - 2017

03. Baden (D. Miller) – Dominique Miller – silent light (ecm) - 2017

04. mam’boo (P. Heral)  - Javier Girotto/Jon Balke/Furio di Castri/Patrice Heral – unshot movies (cam) - 2017

05. the mission (T. Bleckmann) – Theo Bleckmann – elegy (ecm)  - 2017

06. Amsterdam avenue (E. Pieranunzi) – Enrico Pieranunzi/Danny McCaslin/Scott Colley/Clarence Penn – new Spring, live at the Village Vanguard (cam) - 2017

07. danny boy (J. Cash) – Keith Jarrett – a moltitude of angels (ecm) - 2016

08. coloriage (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa) - 2016

09. tico tico no fubà (Z. De Abreu) – Paola Arnesano/Vince Abbracciante – MPB! (dodicilune) - 2017

10. tsunami (C. Vallon) – Colin Vallon – dance (ecm)  - 2017

11. Napoli centrale (M. Zurzolo)  - Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera)  - 2017

12. largo pastorale/si vide all’animale (preludio di Pulcinella) – Orchestra Napoletana di Jazz – in concerto (itinera) - 2013

13. carinhoso (Pixinguinha/Braguinha) – Trio di Salerno – tre (itinera)  - 2016

14. fotografia (A.C.B. Jobim) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

15. rising grace (W. Muthspiel) – Wolfgang Muthspiel – rising grace (ecm) - 2017

16. clank (M. Murgioni) – Clank 4et – Clank (self prod.) - 2017

17. joy (J. Abercrombie) – John Abercrombie – up and coming (ecm)  - 2017

18. the shining one (C. Taborn) – Craig Taborn – daylight ghosts (ecm) - 2017

19. su l’onda d’amore (M. Godard) – Michel Godard/ Ihab Radwan – doux desires (dodicilune) - 2017

20. finestra e note e brina (Skriabin) – Gianluigi Trovesi/Umberto Petrin – twelve colours and synesthetic (dodicilune)  - 2017

21. provvisorio (F. Vignato)  - Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

22. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[Diserzioni: Luce leggera]]>

come un riflesso
che attraversa il suono dilatato,
nero come la notte,
profondo come l’oceano,
che vibrando nell’aria
e fluttuando nel vuoto
diffonde lentamente calore
e una luce leggera

 

 

Max Richter: On the Nature of Daylight (Monocherry Remix)

Avella: Petals

Andy Leech: Skylight

Faodail: Coalesce

Direct: Make Me Feel

Shipwrecked & Cloudburn: Departure

Balmorhea: Natural World

Noveller: Deep Shelter

Jonny Nash: lime

Gigi Masin: Lovloop

Abul Mogard : All This Has passed Forever

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<![CDATA[ReadBabyRead_325_Bob_Dylan_5]]>

ReadBabyRead ritiene importante e doveroso dedicare un ciclo di puntate alla straordinaria figura di Bob Dylan, musicista, poeta, profeta di rivolta e rivoluzione, meritatamente vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2016 "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della musica americana". Letteratura che Dylan ha scritto con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di tante generazioni.



ReadBabyRead #325 del 16 marzo 2017

“C’è chi dice 
che io sia un poeta”


Bob Dylan

(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“(…) Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare. Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo (…).” 

Bob Dylan.
Brano tratto dalla lettera di ringraziamento scritta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la letteratura del 2016.



Hello, mr. Tamburine…

3 dicembre 1965:
una sera con Bob Dylan

Dolce pomeriggio tra i profili angelici di Michael e JoAnne McClure, a mangiare torte di banana coperte di quella panna americana dura come il sapone in attesa che tornasse a casa la figlia teen ager, forse dal Fillmore non ancora di Bill Graham o dalla Longshoremen Hall già di Chet Helms, col grannie’s dress e la borsetta presa in prestito da JoAnne, mentre JoAnne lavorava a maglia, con ferri e lana enormi, una di quelle sue lunghissime sciarpe larghe un palmo e Mike parlava di Jean Harlow e di The Beard, e si chiacchierava di quello che era successo durante l’anno, il processo a Naked Lunch, il primo bombardamento americano in Vietnam, il nuovo kick della gioventù già chiamata Vietnik, gli SDS ancora tenutari dell’avanguardia politica e Jerry Rubin all’inizio della popolarità col suo Comitato del Vietnam Day, il boom e il disastro del Black Power di Carmichael nella Lowndes County, la produzione privata di LSD di «Owsley» e la festa di laurea degli Acid Tests di Ken Kesey, il reading alla Albert Hall di Londra profumata di incenso (e altro) in una specie di prova generale del Flower Power, con Ferlinghetti, Corso, Vosznesensky e Ginsberg appena eletto Re di Maggio a Praga, il programma di Ginsberg per la seconda marcia anti-Vietnam a Oakland già diventato manifesto del Flower Power, nella scena di una San Francisco molto più hippie di quanto lo sarebbe diventata pochi mesi dopo attraverso gli stereotipi dei media, che ancora non si erano accorti di quello che stava succedendo.

Non è per fare, come si dice, una carrellata, ma in quei giorni si parlava di queste cose. Si parlava anche di Bob Dylan, che l’indomani avrebbe dato un concerto nel Community Theatre, al Masonic Memorial di Berkeley, gli idolatrato dagli adolescenti ai quali aveva proposto canzoni che invece di parlare di amore parlavano della bomba atomica e del Vietnam, della Dura Pioggia di residuati nucleari e del Padroni della Guerra, del diritti civili e dell’ipocrisia conformista, in una scelta di temi che indusse alcuni a chiamare la sua proposta Nuclear Rock ancora più che Folk Rock: dai jukeboxes echeggiava Mr. Tamburine Man (e tutti sapevano che Mr. Tamburine era la marca di cartine in voga per i joints) come due anni prima nelle marce dello SNCC era echeggiato come inno Blowin’ in the Wind; senza che i media se ne occupassero ancora, prima che uscissero gli articoloni del New York Times e dello Herald Tribune.

Dalla casa di McClure andammo chiacchierando nella casa di Ferlinghetti, e lì c’erano Ginsberg con Peter Orlovsky e suo fratello Julius, e sulla loro camper Volkswagen ci avviammo verso il Kikkoman Shoyu, un ristorante giapponese dove Ginsberg doveva cenare con Bob Dylan. Per modo di dire, perché al tavolo non sedettero solo loro: c’erano anche Shig Murau e Donald Allen e Ferlinghetti e il road manager di Dylan, Bob Neuwirth; e Dylan e Bob erano vestiti di velluto nero, Bob coi capelli tagliati alla frangetta e Dylan con la sua grande aureola di capelli soffici, forse cotonati o forse spettinati, come li avrebbe poi portati Jim Hendrix e poi le Pantere Nere e Angela Davies e gli Afroamericani. Dylan aveva quella sua faccia pallidissima, quasi grigia, emaciata, denutrita, macilenta; parlava in un soffio di voce e mangiucchiò ininterrottamente, come uno scoiattolo, a piccoli morsi nervosi e inconcludenti, lasciando quasi tutto sul piatto ma lamentandosi dello spreco del cibo. La frugalità che imparò sulla strada e il disprezzo dei valori borghesi che imparò tra la povera gente avvelenata dal consumismo e dalle rateazioni, quando gli davano due dollari per sera e venne licenziato dal Ten O’Clock Scholar di Minneapolis per aver chiesto un aumento, il rispetto per la povertà, veniva fuori dai suoi gesti parchi, mentre parlava in quel suo modo vago, poetico, ripetitivo, un po’ imbarazzante, in un flusso di immaginazione dai contorni precisi e in una linea di pensiero, una sequenza logica imprevedibile. Parlò tutto il tempo delle marce di Oakland, la prima disturbata dagli Hell’s Angels e la seconda col programma di Ginsberg non realizzato; e stava ancora parlando degli Hell’s Angels quando uscimmo dal ristorante e ci avviammo a «prendere il caffè» in un locale italiano sulla Columbus Avenue, La Tosca, da dove con gran scena pochi minuti dopo il padrone del bar ci cacciò: il fratello di Peter Orlovsky, uscito di recente da una casa di cura, in un momento di confusione aveva scambiato per un uomo una ragazza coi capelli lunghi e i calzoni identici a quelli di suo fratello e l’aveva seguita nel gabinetto delle «signore». L’indomani il cronista mondano Herb Caen, responsabile a suo tempo (o così si dice) dell’invenzione del neologismo beatnik, scrisse nella sua rubrica: «il cantante folk Bob Dylan, i poeti Ginsberg e Ferlinghetti, il designer italiano Ettore Sottsass e alcuni altri entrarono all’alba alla Tosca; ma la cameriera diede uno sguardo alle barbe e ai sandali e dichiarò: Qui si deve rispettare un certo standard, fuori, andatevene tutti fuori».

Infatti andammo fuori, a prendere il caffè da un’altra parte, poi la gente cominciò a riconoscere Dylan e Dylan scappò, e noi cominciammo a girare da un jukebox all’altro a ascoltare i suoi dischi, con Ginsberg che ci ripeteva i versi per farceli imparare. Ogni volta che si suonava Mr. Tamburine Man i giovani nel locali lo cantavano in coro, più o meno come anni prima ripetevano in coro i versi di Howl. Era chiaro che attraverso quei jukeboxes e la radio il «messaggio» di Dylan, non più censurabile con la scusa della pornografia, avrebbe raggiunto ogni strato di persone, colte e meno colte; ma l’indomani, al  Community Theatre, enorme, esaurito da settimane e straripante di pubblico, nessuno cantò in coro. Quel concerto entrò nella storia del rock come il sancimento dell’invenzione folk rock di Dylan: applausi globali sostituirono i fischi della prima proposta fatta al Newport Folk Festival (in una clamorosa disfatta che costrinse Dylan ad abbandonare il palcoscenico) e della seconda fatta a Forest Hills dove a fischiarlo fu solo il 20% del pubblico.

Ma per me che venivo da un’Europa sopraffatta da un’idea gotica della politica e medioevale del costume, ottocentesca della cultura e vittoriana della moralità, quella sera rappresentò soprattutto l’immersione nel Now Look (come già si diceva per difendersi dall’etichetta sociologica del New Style of Life), che poche settimane dopo sarebbe stato fregato nello stereotipo hippie inventato dai media. C’erano ragazze con vestaglie di velluto nero abbottonate fino alla bocca e aperte dalla cintola in giù, ragazzi vestiti da principi del Rinascimento, le giacche di daino frangiate che quattro anni dopo sarebbero arrivate in Europa nella scia del musical Hair, cappotti di montone bianco lunghi fino a terra, colori sgargianti nelle sete lucide e campanelle tintinnanti portate ai collo, alle caviglie, sulla testa, ai polsi; occhiali verdi e gialli, giacche napoleoniche e da ammiraglio, pantaloni da generale della guerra di secessione, piume indiane, berretti di velluto raffaelleschi, camicie di cotone da Mayflower, code di volpe, mantelle da Dracula, magliette di cotone bianche da marinai alle caldaie della nave, gonne lunghe da film western, granny dresses, fiori, collane, pizzi. La rivolta al consumismo era passata dalla fase rinunciataria e polemica dei blue jeans alla fase creativa e ribelle del vestito «inventato» invece che «subìto»: beffa insolente e pacifica all’industria della moda. Sparsi nella folla, rari, si muovevano, ancora esterrefatti, alcuni professori dell’Università, già allora drogati di cravatta, capelli corti, vestiti grigi, whisky, carriera, «potere».

In prima fila c’erano Ginsberg e McClure, Ferlinghetti e Orlovsky, Neal Cassady e Ken Kesey, Sonny Barger, Presidente degli Hell’s Angels di Oakland incaricato per l’occasione di «proteggere» la literary lady Italiana e l’aiutante di Sonny, Terry the Tramp. Poi Dylan comparve sul palcoscenico, con gli stivaletti di camoscio verde dal tacco alto e la giacca di tweed a enormi pieds de poule color pepe che aveva indossato poche ore prima, durante l’intervista alla televisione, quando aveva mandato in bestia gli intervistatori dicendo che l’unica cosa che desiderava fare era scrivere una sinfonia e che la sua musica non era folk rock ma musica matematica. Era lì, solo, come un manichino da vetrina, aggrappato a una chitarra elettrica, con la faccia quasi nascosta da un congegno che reggeva la mundarmonica e un joint acceso, su uno sfondo di amplificatori e altoparlanti, fiancheggiato da un organo elettrico e un pianoforte e affondato in una scenografia di quattro quadri che rappresentavano la sua immagine descrivendola dall’uomo spaziale ai suonatori di rock and roll. Le sue gambe storte da cowboy, quella tua faccia nervosa che qualcuno ha definito del colore dello yoghurt, l’aspetto macilento che faceva prevedere un suo imminente collasso totale con chitarra e tutto, crearono nella sala uno stato di tensione quasi insopportabile; e quando cominciò a cantare nel suo modo di allora, con la voce roca, nasale, un po’ raschiante, singhiozzante, che alcuni critici di rock non gli hanno perdonato, la tensione aumentò, e il pubblico rimase lì inchiodato a vedergli fare i movimenti opposti a quelli di Elvis Presley, a vederlo spingere il bacino indietro e piegarsi leggermente sulle ginocchia come per contenere nel modo più introverso l’esplosione del rock and roll che Elvis Presley aveva per qualche tempo resa estroversa nella sua danza dal ventre. Ogni volta che lo si vide alzarsi in punta per sottolineare una parola o un accento o un’allusione, ci fu chi pensò, come capita sempre, che tanto non sarebbe durato, che presto avrebbe cambiato, come si dice, stile; ma già si capiva che quello stile era lì, un modo di essere di una generazione, fissato per sempre, come un insetto raro è fissato con uno spillo per l’eternità. Dopo il concerto, due ore e mezzo senza interruzione, venne a uno di quegli ammassamenti che a San Francisco chiamano parties, in un pad buio, con le lampadine (poche) nude, i materassi per terra, i tavolini malfermi e un enorme frigorifero vuoto a fare da arredamento. Con quel suo modo di parlare distaccato, disincarnato, sempre un po’ tremante, in una tensione contagiosa, come se quello che lo circondava non lo riguardasse e comunque lui non riguardasse quello che lo circondava, spiegò a lungo a Ken Kesey, che voleva ambientare  il suo nuovo romanzo tra i gruppi di rock and roll, Il suo «modo». Per oltre mezz’ora parlò in quel suo sussurro quasi impercettibile che faceva sentire decrepito chiunque lo ascoltasse e cercasse di capirlo, continuando a fumare e far fluttuare la cenere attorno a sé, con la faccia pallida da esteta, stropicciando gli stivaletti di camoscio senza mai smettere di muovere le gambe in piccoli movimenti che erano quasi sussulti e davano al corpo una vibrazione ininterrotta. Poi scomparve, non si capì da dove fosse uscito così come non si era capito da dove era entrato. Qualche mese dopo arrivò la notizia che si era rotto il collo in un incidente di motocicletta, poi che aveva sposato Sara Lownds, poi che aveva chiamato il primo figlio Jesse Byron Dylan, poi che aveva comperato una casa a Manhattan, poi che si era ritirato su una collina di una specie di Repubblica Indipendente, poi che si mostrava coi capelli corti e vestiti da miliardario; le piante nascono, crescono e aspettano di morire.

Ma di quegli anni magici, di quel miracolo di creatività americana, il Dylan del C’era Una Volta resta come il ritratto: il ritratto di tempi che stavano cambiando, che stavano «a-changing», del vecchio qualcosa che stava succedendo senza che il Signor Jones sapesse che cos’era. Ma adesso, Signor Jones, lo sa che cos’era?


Fernanda Pivano
da ubu, numero 5-6, anno 2, aprile-maggio 1971



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Bob DylanA Hard Rain's A-Gonna Fall [Bob Dylan]
Bob DylanLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Kronos QuartetDon't Think Twice, It's All Right [Bob Dylan]
Jimi HendrixAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
The ByrdsMr. Tambourine Man [Bob Dylan]
Diana KrallSimple Twist of Fate [Bob Dylan]
AdeleMake You Feel My Love [Bob Dylan]
The RokesIt's All Over Now, Baby Blue [Bob Dylan]
Dave Matthews BandAll Along The Watchtower [Bob Dylan]
Bob DylanMasters Of War [Bob Dylan]
Bob DylanChimes Of Freedom [Bob Dylan]
Bob DylanRing Them Bells [Bob Dylan]
Bob DylanMost Of The Time [Bob Dylan]
Bob DylanNot Dark Yet [Bob Dylan]
The Rolling StonesLike A Rolling Stone [Bob Dylan]
Bob DylanBallad Of A Thin Man [Bob Dylan]
Bob DylanThe Lonesome Death Of Hattie Carroll [Bob Dylan]
Bob DylanWorkingman's Blues #2 [Bob Dylan]
Carly SimonJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanJust Like A Woman [Bob Dylan]
Bob DylanTempest [Bob Dylan]
Bob DylanSad Eyed Lady Of The Lowlands [Bob Dylan]
Mark KnopflerRestless Farewell [Bob Dylan]

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<![CDATA[Le Granate del 13 marzo 2017]]>

Quattordicesima puntata de "Le Granate". Si va in onda in formazione ridotta questa sera, con Luca e Hilary che ci parlano dell'iniziativa di sabato 11 marzo per difendere il Parco dei Colli. Ospite di eccezione, Marco ci spiega perché domenica 19 marzo scenderemo per le calli di Venezia. Appuntamento culturale con Luca che ci presenta il libro di Pippo Russo "Socrates: L'irregolare del pallone" e Hilary che ce ne leggerà un brano significativo. E torneremo sempre sulle questioni dello sport italiano parlando dell'acquisto del Palermo Calcio. Non mancheranno, come sempre, la Settimana Precaria e la buona musica de "Le Granate"

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Soho Dolls - Trash The Rental (Crystal Castles Remix)

Residente - Somos Anomales

Chumbawamba & Credit To The Nation - Enough Is Enough

Blumio - Hey Mr Nazi

Rage Against The Machine - Street Fighting Man

Terroni Uniti - Gente Do Sud [Chiusura] 

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<![CDATA[“Take Five, jazz & dintorni” del 9 marzo 2017]]>

Ero partito programmando due novità, Fresu/Caine e Tom Harrell ma una delle due, la seconda, odorava lontanamente di sapori latini e allora il percorso è scivolato verso una variegata proposta di pianisti, questa la mia scelta, provenienti dal mondo latino americano, dal Venezuela, Cuba, Puerto Rico, Brasile, anche con dischi nuovissimi. E poi una lunga sosta nel mio Brasile (che presto riapparirà nel programma specifico “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile, con me e Ligia França alle 21:30, subito prima di “Take Five”). La sorpresa stavolta viene da una cantante polacca, in tandem con grandi artisti comeGonzalo Rubalcaba e Pat Metheny. Poi un paio di ascolti italiani, come produzione, ma internazionalissimi, due dischi non recentissimi in attesa delle novità delle due etichette in questione, grandi collaboratrici di questo programma, Cam e Tosky. Quest’ultima citata anche come organizzatrice dell’importante seminario/workshop sul mercato discografico, per artisti e staff, che si svolgerà a Latina il prossimo 25 marzo. A proposito di organizzazioni, sono in corso le rassegne di Veneto Jazz allo Splendid Venice Hotel ogni giovedì, quella chiamata “e ora dove andiamo? Invito al viaggio” con letteratura e musica al Fondaco dei Tedeschi di Venezia.  Ci sono poi i matinée al Teatro Verdi di Padova e la rassegna di Jazz Area Metropolitana lungo la Riviera del Brenta. La puntata però si chiude con un sentito omaggio a uno dei nostri che non c’è più. Giovedì scorso lo avevo fatto ascoltare inconsapevole della sua tragica fine che mi è stata segnalata da Palermo, la sua città. Quel giorno era anche il suo compleanno, sempre a mia insaputa, quindi ho deciso di rendere omaggio a lui, alle due date fondamentali della sua esistenza su questa Terra, con l’ascolto di altrettante sue composizioni dai due dischi del suo gruppo, il palermitano Out South : grazie per la tua musica Lorenzo Colella. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. I loves you Porgy (G. Gershwin) – Paolo Fresu & Uri Caine – two minuettos (tuk music) - 2017

03. sound image (T. Harrell) – Tom Harrell – something gold, something blue (highnote) - 2017

04. berimvela – Luis Perdomo – the infancia project (criss cross) - 2012

05. bacalao com pan – Harold Lopez Nussa – el viaje (mack avenue) - 2016

06. cubano chant (R. Bryant) – Roberto fonseca – abuc (!impulse!) - 2016

07. caravan (J. Tizol/D. Ellington) – Gonzalo Rubalcaba – inner voyage (blue note) - 1999

08. la ballena azul – Edsel Gomez – live en el festival Pian Piano - 2015

09. chovendo na roseira (A. C. Jobim) – Edward Simon Trio – Latin American songbook (sunnyside) - 2016

10.  estrela do mar (J. S. Neto) – Jovino Santos Neto – roda carioca (adventures music) - 2006

11. lugar comun (G. Gil / Joao Donato) – Joao Donato – sambalero (phillips) 1075

12. embraceable you (G. and I. Gershwin) – Eliane Elias – I thought about you, to Cet Baker (concord) – 2013

13. twe usta klamia – Gonzalo Rubalcaba & Anna Maria Jopek – minione (universal) - 2017

14. are you going with me? (P. Metheny/L. Mays) – Pat Metheny & Anna Maria Jopek – upojenie (nonesuch) - 2008

15. in a sentimental mood (D. Ellington/Kurtz/Mills) – Claudio Roditi – Samba Manhattan Style (reservoir) - 1995

16. the song is you (J. Kern) – Andre Mehmari – ao vivo no auditorio Ibirapuera (tratore) - 2014

17. a night in Tunisia (D. Gillespie) – Antonio Adolfo – instrumental Sesc Brasil - 2013

18. Fellini’s waltz (E. Pieranunzi) – EnricoPieranunzi/Marc Johnson/Paul Motian – live at the Village Vanguard (cam) - 2013

19. I remember three things (G. Lusi) – G.Lusi/A.Rea/R.Rogers/G.Hutchinson – never fault behind the scenes (tosky) - 2015

20. bianco (L.Colella) – Out South – Out South (fitzcarraldo) - 2008

21. mali (L. Colella) – Out South – Dustville (fitzcarraldo/800A rec.) - 2016

22. take five (P. Desmond)  - Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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