<![CDATA[ webzine | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it <![CDATA["Gekrisi" è il secondo album per la carriera solista di Loris Dalì che continua a stupire e divertire sperimentando attorno al folk rock]]>

Loris Dalì
"Gekrisi"
Autoprodotto

Loris D’Alimonte, in arte Loris Dalì, dopo l’esordio solista del 2015 “Scimpanzè” torna con il disco nuovo “Gekrisi” dove continua a sperimentare cantando in italiano, interrogandosi sul come divertire, stupire e far riflettere. Istrionico e sicuro nella presenza sul palcoscenico il cantautore e polistrumentista piemontese porta anche su disco il suo approccio live. Mette sul piatto canzoni ubriache da fine della festa, parole che ululano alla luna, aldilà della voce e della melodia io mi inchino e ringrazio chiunque tu sia da “Aldilà”. Una canzone sul proprio sentirsi ebbri di gioia dopo aver trovato orecchie attente nell’ascoltare quel che si aveva da dire. Davvero non facile oggi.
“Jack Risi”, altra canzone sul suo essere cantante, ironizza sulle sue capacità canterine e nel frattempo le esalta mostrando la sua versatilità sui toni e sui generi puntando sul blues dal folk rock.
Diverse citazioni di cantanti del Bel Paese e scrittori americani di cui si è nutrito e così ricco li infila nelle sue canzoni. Anche il vecchietto che fa parlare in “Altri Tempi” che incontravamo spesso e ci diceva quanto le cose andavano meglio ai suoi tempi, potrebbe essere una citazione del paese sul sociale. “Migrante”, la traccia più vicina alla forma canzone, racconta il momento della separazione di una coppia che è costretta a lasciarsi per nuove speranze per il futuro a cui aggrapparsi. E si trovano attimi di estrema e struggente malinconia fotografati e descritti con cura e rispetto per un dolore urlato da dentro.
“3 accordi, fischio e delay” che chiude il disco in modo buffo è una canzone senza pretese che ti aspetteresti canticchiare proprio da lui con questo suo aspetto con i suoi baffetti all’insù e una barba rassicurante.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Cinque giovani innamorati del rock progressive al loro esordio con "Uno" e innalzano un nome roboante "I dei degli Olimpo"]]>

I Dei Degli Olimpo
"Uno"
Ed. Music. 22R

Dopo l’EP “Cattedrale dei Suini” il quintetto dei laziali I Dei Degli Olimpo sono tornati con l’album sulla lunga distanza uscito alla fine del 2016 e prodotto da Matteo “Kutso” Gabbianelli e Marco “Cinghio” Mastrobuono. Il loro nome era uno scherzo risalente ai giorni del liceo che poi però si è diffuso diventando virale e quindi hanno pensato di tenerlo.
Sono giovanissimi ma questo non traspare da nessuna parte. Riferimenti anni 70 con le chitarre in primo piano e una voce imponente che preferirei andasse sempre dritta per non ricordare Ligabue ma rimanere originali.
Angelo Branduardi e il rock progressive aleggiano e s’impongono nella struttura di “Mille anni dall’ombra”. Una storia proiettata nel passato e piena di catene che privano della libertà di essere felici e spensierati. Pensieri pesanti invece che fanno mancare l’aria in un’atmosfera quasi rinascimentale: ci si aggrappa alla speranza che sia solo un incubo e si riaprono gli occhi sulla coda rock progressive molto interessante.
“Taci, Miserabile” una filastrocca velocizzata che descrive una persona abbietta che non ha nessuna possibilità di essere perdonato e così a colpi di slanci di chitarroni, imbracciate da Nicolò Baldini e Simone Marini, il basso di Valeria Scaparro e la batteria di Roberto Cataldi, le parole cantate da Andrea Stocchino diventato schiaffi.
“Verdiana”, la più giocosa del disco, è una storia per conquistare una ragazza che rimane immobile fino ad andarsene e così i bollori di lui, che prima era sicuro e baldanzoso e poi era arrivato a supplicarla, si spengono per sempre. Il gioco di saliscendi delle note sembra andare di pari passo ai sentimenti del borioso co-protagonista alla fine umiliato.
Proposta interessante.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]>

h14.50 Intervista a Milo Scaglioni"A Simple Present" è l'esordio solista di Milo Scaglioni, già bassista in diverse formazioni ma qui intento a forgiare una personale creatura che si nutre delle sue elucubrazioni più intime già elaborate e corrette. Sentimenti musicali già provati e adesso messi a lucido con amici musicisti d'eccezione a fare da ciliegina sulla torta. Un disco pensato quindi ma che non perde la sua spontaneità e passione sempre in evidenza nella ricerca melodica d'ispirazione pop psichedelica.

h15.30 Intervista ai Via LatteaDopo un ep omonimo uscito nel 2015 tornano i Via Lattea. Una voce imponente quella del cantante e piena di ombrosità e concretezza per raccontare quello che accade, mentre la musica raccoglie i dettagli delle sfumature. Un disco capace di essere struggente su diversi momenti e che rimane nell'aria come un bel sogno molto intenso. Ne parliamo con il cantante e chitarrista Giovanni Rafanelli.

h16.00 Intervista a Rosso PetrolioAntonio Rossi - aka Rosso Petrolio - è al suo esordio omonimo, un ep di cinque canzoni un po' in italiano e un po' in inglese che va a corredare con un libricino che contiene alcuni suoi scritti e quindi il suo lavoro diventa un cd libro che intitola "Chronicles of a Naufragio". Buone canzoni e buone poesie con una struttura molto curata. L'inglese porta la sua voce a cantare più solare e si fa più carnosa. Grazie alla linea melodica si riconoscono le atmosfere descritte dalle parole. La lontananza e la difesa dei propri desideri diventano punti di vista diversi.

h16.30 Intervista a Massimo Torresi"Possibilità" è l'esordio solista di Massimo Torresi già con i Bluff per più di dieci anni. Un disco malinconico che la fisarmonica e le parole descrivono intersecandosi nella poesia nera della vita che ci sa straziare in un istante per fatti tragici, come anche farci aspettare diversi anni per la guarigione dai dispiaceri. Non mancano descrizioni di favole per trattenere un sogno e farlo combaciare con la realtà come "Credi anche tu" o anche la goliardia folk wave come in "Possibiltà" o i diversi umori raccontati dalle mutazioni della voce nella romantica "Miele". Un esordio che ha avuto davvero il suo perché.

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<![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Jesus and Mary Chain – Damage and Joy]]>

La recensione del nuovo album dei Jesus and Mary Chain sarebbe già dovuta uscire da tempo, purtroppo per impegni personali ho dovuto rimandare fino ad ora. Ma il fatto che proprio la domenica di Pasqua sia il giorno in cui vi parlo di Damage and Joy è certamente un segno del destino. Atteso più o meno da ben 19 anni, il settimo lavoro della band scozzese alternative rock guidata dai fratelli Jim e William Reid ha suscitato lo stesso interesse che c’è stato per i recenti ritorni dei My Bloody Valentine o dei Pixies: curiosità, timore, nostalgia canaglia.

Già una decina di anni fa i Reid erano tornati a guardarsi negli occhi dopo essersi presi a pizze in faccia per una vita, tuttavia nulla di serio era uscito da quei timidi abboccamenti. Cos’è cambiato, allora? Di preciso non si sa, deve essere stato qualcosa a metà tra voglia di rimettersi in gioco ed esigenza di dare un seguito ad un storia durata sei album ma interrotta forse prematuramente. Ai due nativi di Glasgow si affiancano Brian Young alla batteria e Phil King al basso, più un terzetto di voci femminili ospiti che scopriremo più avanti. La scelta determinante, però, è stata quella di avere Martin Glover (aka Youth) come produttore e bassista occasionale. Il sound di Damage and Joy – registrato per lo più in Spagna – risulta così abbastanza ricercato e robusto da non far notare la ruggine che i fratelli coltelli si portano inevitabilmente addosso, e questa è già una mezza vittoria. Brani come War On Peace o Facing Up To The Facts pur non brillando di magia sono solide e dense, stoner-jangle con chitarre fuzzate la prima, rumorosa e (banalmente) confessionale (“I hate my brother and he hates me, that’s the way it’s supposed to be”) la seconda.

Ben sette brani su quattordici sono già stati pubblicati in altra forma, in altri anni. L’iniziale Amputation, per distacco forse il pezzo migliore in assoluto, è una ri-registrazione di quella che si chiamava Dead End Kids composta dal solo Jim; a tutti gli effetti potrebbe essere un brano indie dei ’90, sfido chiunque non lo sapesse ad accorgersi della differenza. All Things Pass era invece nella colonna sonora della serie tv Heroes con un ‘Must’ in più nel titolo ed ha conservato l’andamento motorik assicurato dalla coppia batteria/drum machine rimandando alle atmosfere di Automatic anche nei testi (“Each drug I take, it’s gonna be my last”). Ancora, le due discrete canzoni con Isobel Campbell (ex Belle And Sebastian per chi avesse poca memoria) Song For A Secret e The Two Of Usrisalgono addirittura al 2005; dello stesso anno, infine, è la conclusiva Can’t Stop The Rockdove stavolta il duetto è con Linda Fox, la sorella di William e Jim, che proprio con quest’ultimo aveva messo su il progetto Sister Vanilla.

Accanto a questo conservatorismo, che penso nessuno possa davvero biasimare fino in fondo, troviamo qualcosa di nuovo di cui i Jesus and Mary Chain vogliono parlarci, ovviamente con il loro attuale linguaggio. Non sarà super originale, ma buona parte di Damage and Joy ci tiene molto a farci sapere che il tempo è passato anche per loro, e che maturando alcuni angoli si sono smussati, per non dire ammorbiditi. Alla soglia dei sessant’anni non possono di certo essere più quelli dei concerti che durano venti minuti e che finiscono in rissa, e state certi che si drogheranno anche con moderazione evitando pure i carboidrati per cena. In quest’ottica, allora, dobbiamo guardare a momenti come Always Sad in cui la voce sconosciuta di Bernadette Denning – al secolo fidanzata di William Reid – ci accompagna in una love story agrodolce molto melodica e pop, quasi un compendio della perfetta storia finita male (“I think I’m always gonna be sad, because you’re the best I ever had”).

Il problema vero, semmai, è che se come band i Reid sono tutt’ora venerati come strambo oggetto di culto, a livello personale nessuno si interessa più realmente di loro, con la logica conclusione di farli sentire fuori luogo nella musica di oggi. A ciò, secondo me, va imputata la volontà di continuare ad apparire stronzi e provocatori, che da un lato li porta a citare una vecchia leggenda metropolitana degli anni ’90 non abbastanza dimenticata ed inutile (“I killed Kurt Cobain, I put the shot right through his brain”) nell’episodio invece forse più esplorativo ed interessante di tutti, quella Simian Split livida di batteria e graffiata dal sax; mentre dall’altro fa recitare loro “God bless America! […] the land of the free, wishing they were dead” nella luminosa ed acustica Los Feliz (Blues And Greens), dove di nuovo insieme alla sorella Linda, danno sfoggio di un nichilismo gratuito e pretestuoso. È l’essere rimasti troppo legati alla loro epoca d’oro, questa mitizzazione revivalistica delle icone discusse e discutibili che furono trent’anni fa, a rappresentare la vera zavorra di questo disco.

Perché quando si liberano delle loro pur ingombranti ombre e si lasciano affiancare da una come Sky Ferreira nell’ottima Black And Blues, una pepita d’argento a metà tra una ballata americana classica ed i Velvet Underground, riescono a tirare fuori il meglio di sé non solo come musicisti ma anche come uomini di mondo che ti prendono sottobraccio e davanti ad una birra al pub ti lasciano il loro testamento spirituale (“I don’t have nothing to give, but if I could I’d give my heartbeat”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]>

Mi avvicino con passo guardingo, fingo di non conoscere l'essere impalpabile che governa il mondo nel quale mi trovo. So per certo che al minimo cenno lui si volterà, cercherà i miei ricettori sensoriali e trovati, inizierà la danza circolare che pian piano avvolgerà tutte le mie difese trascinandomi tanto così, vicino alla sorgente della sua magia.                               

 Succede sempre, immancabilmente da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi lavori, nel 2009. Brock Van Wey in arte BVDUB espande nuovamente l'eco irresistibile della sue visioni, la sostanza metafisica che le compone e lo fa attraverso una delle più prestigiose labels in circolazione, l'italiana Glacial Movements che produce l'ultima possente produzione del sound artist americano: Epilogues For The End Of The Sky.

 Il suo tratto, oramai noto, ha la capacità di non stancare. Al pari di qualche misteriosa soluzione chimica, una volta assunta richiede di essere riproposta all'ascolto per un numero svariato di volte. Ad ogni assunzione i particolari si sommano ai particolari, la base ambient allarga all'infinito le sue spire accogliendo al suo interno esplosioni musicali che si dilatano e abbracciano e si mescolano in un unico codice d'ascolto che si erge maestoso al limite dello spleen e dello splendore tardo romantico. Iterazione infinita, voci in loop, echi, droni e uso massiccio di melodia, questa la riserva immaginaria che serve per raggiungere l'angolo remoto dove termina il cielo.

La traversata continua, abbandonati i cieli infiammati dal dolce languore elettronico, mi ritrovo nel vasto territorio abitato dai suoni taglienti e dolorosi di Maurizio Bianchi che occupa una side delle due che compongono questo split EP prodotto assieme ad Abul Mogard. Due mondi decisamente lontani che hanno in comune un luogo d'origine: la fabbrica. Da sempre referente sonico per MB e la sua filosofia industriale, reale luogo di vita lavorativa per Abul Mogard, abbandonato solo dopo la raggiunta pensione.

Come sempre il suono di MB ci penetra da parte a parte, non permette tregua, si irradia lucido e diretto usando i canoni della ripetitività industriale. Tutto attorno il caos di un mondo in delirio che gira vorticoso attorno al ritmo della battuta imposta dalle macchine. Danza folle, trasfigurata belle èpoque meccanica, trionfo del vuoto dell'anima schiacciata dagli ingranaggi di un'ansia che appare come Hydra, creatura che si rigenera, ferita dopo ferita

 

Tutto si placa, all'improvviso. Una dolce, gentile litania sale lenta iniziando ad avvolgermi. Abul Mogard è qui, vicino a me. Lo sento. Ascolto le amate antiche onde soniche del suo synth modulare, la soffusa melodia del Farfisa, la grazia sconfinata di un suono che non riesco ad abbandonare. Il suo gesto artistico è colmo di antica gentilezza e celata poesia, la sua musica colloquia con te, ti permette di aprire pagine di lettura intima. Con lui a fianco ti commuovi pensando ad un passato per sempre fermo nell'attimo del ricordo.

Durante questo breve viaggio ho incontrato varie tipologie di sound artists ma quello che mi attende nell'angolo più buio e metropolitano del paesaggio sonoro che sto attraversando, è forse il più misterioso e complicato da capire. Si chiama Ran Slavin, principalmente si occupa di video installazioni, ma il suono ha sempre accompagnato il suo respiro.

Digital Junkies In Strange Times è il suo ultimo lavoro, l'ennesimo per la portoghese Crònica che lo distribuisce in free download via Bandcamp. Un titolo che meglio non poteva rappresentare l'attualità di un popolo curvo sul proprio pc, totalmente assuefatto al suono che quei circuiti producono, musica che veste perfettamente la taglia di questi strani tempi. Quattro traccie che non rispondono a nessun canone di genere, sbandano volutamente tra l'ambient, il jazz, il soul, la ricerca e l'improvvisazione. Un melting pot metropolitano nel quale stranamente ci si riconosce e 'piacevolmente' ci si immerge, convinti di far parte di un mondo abitato da junkies digitali, con i motori di ricerca sempre spinti al massimo della potenza.

BVDUB – Epilogues For The end Of The Sky – Glacial Movements 2017

MB+ABUL MOGARD – Split Ep – Ecstatic 2017

RAN SLAVIN – Digital Junkies In Strange Times - Crònica2017

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Vivo in una terra dai confini indistinti, un luogo nel quale la vita scorre come soffice allegato alle immagini. Forme, apparenze in-definite che emanano inebrianti odori capaci di rapire e rendere dipendenti. Sono uno sniffatore di sogni e questa è la mia storia.

 Potrebbe iniziare così il racconto mai scritto, ideato come preambolo all'opera artistica di Maria Assunta Karini, un film meravigliosamente intitolato Dreamsmellers.

Si oltrepassano i quaranta minuti di visione entrando ed uscendo dalla materia indefinita che la contiene, scivolando soffici attraverso tentativi descrittivi che evaporano al solo contatto con l'alfabeto che tutto tende a racchiudere e catalogare.

Immaginare visioni, viverle mescolandole con la realtà del presente che subito si inceppa perché incapace di sostenere il ritmo della lenta corsa: la nuotata del pesce appeso che ancora conserva il ricordo del ranocchio che fatica a camminare, immerso com'è nel cotone. Il canto delle cicale lungo le assolate distese estive mentre una ragazzina sogna di essere donna. Lo spago annodato alle dita dei piedi sporchi di terra madre, la stessa che forse ora li sta tirando a sè.

Siamo tutti dei Dreamsmellers, tutti amiamo sognare e tutti vorremmo vivere i nostri sogni, vorremmo vederli realizzati ma pochi sono coloro che riescono a fermare il momento nel quale il sogno si struttura, pochi riescono a carpirne la forma e il vero odore. Karini è una di questi medium che sanno vedere oltre il semplice scorrere delle immagini, un'artista che usa il bianco e nero in modo stupefacente, creando poesia anche nell'attimo semplice del raccogliere in un sacco cemento con le mani. Una regista che sa altresì riprendere contatto subitaneo con la durezza della realtà rappresentata da una figura femminile goffamente danzante sullo scheletro in cemento armato di uno stabile in costruzione. Sogni nei sogni che si amalgamano con la realtà anch'essa sognata ma realmente vissuta.

Dreamsmellers è una sorta di nuovo sur-realismo che usa tecniche diversamente moderne per creare lo stesso stato di sospensione dal reale usato da Man Ray con l'obbiettivo della sua cinepresa puntato sulle infinite sfaccettature di un vetro che rendeva indistinta la visione. Karini usa lo stesso metodo alternando immagini e dialoghi a visioni, piegando le stesse e portandole in dimensioni altre, solo apparentemente simili al reale. Inutile indagare sul significato di quanto si vede, importante è capire quanto si immagina, perché in fondo tutti tentiamo di usare quel soffice toner che ci permette di trasportare vicino a noi qualcosa che appartiene ad un mondo altro, quello dei sogni.

Dreamsmellers viene fornito in un pacchetto speciale con incluse foto originali 20x20 cm, DVD, note e crediti stampate su carta trasparente (inglese / italiano) e due 20x20 cm forex.

Limitato a 30 copie numerate a mano e firmate dall'artista.

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http://www.dreamsmellers.com

Edito da 13_silentes - store.silentes.it

 

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Un collettivo di artisti che in meno di una settimana autoproduce un brano per dire no al razzismo: questo è il piccolo grande miracolo che ruota intorno alla canzone “Gente do sud”. Il brano nasce da un’idea di Massimo Jovine che, in occasione della visita dell’11 marzo a Napoli di Matteo Salvini, ha pensato di smuovere le coscienze, contrapponendo al razzismo la grande capacità della gente del Sud, quella di allargare le braccia per accogliere.

Gente do sud” è una canzone che ha preso forma in corso d’opera, man mano che gli artisti, le collaborazioni, i contributi, sono cresciuti, fino a formare un vero e proprio collettivo dal nome “Terroni Uniti”, che coinvolge ben trenta artisti che vanno dai nomi che hanno fatto la storia della musica napoletana, fino alle nuove leve come: Massimo Jovine (99 Posse), Ciccio Merolla, Enzo Gragnaniello, James Senese, O’ Zulu’ (99 Posse), Eugenio Bennato, Speaker Cenzou, Valentina Stella, Daniele Sepe, Franco Ricciardi, Dario Sansone (Foja), Valerio Jovine, M’Barka Ben Taleb, Pepp-Oh, Francesco Di Bella, Simona Boo, Tommaso Primo, Andrea Tartaglia, Tueff, Gnut, Nto’, Roberto Colella (La Maschera), Dope One, Gianni Simioli, Carmine D’Aniello (‘O Rom), Oyoshe, Djarah Akan, Joe Petrosino, Massimo De Vita, Giuseppe Spinelli, Alessandro Aspide (Jovine), Sacha Ricci (99 Posse).

L’occasione della visita di Matteo Salvini a Napoli è stata solo un pretesto per accendere il fuoco creativo degli artisti che vivono, cantano e suonano all’ombra del Vesuvio. “Gente do sud” non è una canzone di odio e il leader della lega non ne è di sicuro il protagonista. Il brano è un inno d’amore, un invito all’accoglienza che parla di solidarietà e di fratellanza. Il Mediterraneo è sempre stato crocevia di storia e cultura, Napoli stessa è una felice mescolanza di popoli e razze che ha fatto delle differenze tra gli individui, una forza. Il brano si avvale di un videoclip per la regia di Luciano Filangieri che racconta in presa diretta il clima che hanno respirato gli artisti mentre registravano la canzone.

Gente do Sud” non è solo un brano che ha messo insieme un’importante fetta di musicisti del Sud, ma è un progetto che ha unito diverse realtà imprenditoriali che operano nella città di Napoli. Etichette, studi di registrazione, professionalità diverse, scese in campo con l’unico scopo di dar vita ad un progetto importante destinato a diventare esempio per le generazioni future, un inno contro tutte le forme di razzismo, un invito a restare umani. Da tutto questo fermento è nata una compilation, formata da brani degli artisti del collettivo Terroni Uniti, i cui proventi saranno devoluti ad Alarm Phone di Watch The Med,  istituito nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti e rappresentanti della società civile in Europa e NordAfrica. Il progetto ha creato una linea telefonica diretta e autorganizzata per rifugiati in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo (https://alarmphone.org/it ).

Ecco la genesi del brano “Gente do Sud” dal racconto di Massimo Jovine.

Gente do Sud nasce da quegli incroci multipli tipici del centro antico. Qualche giorno fa scendo a prendere un caffè con mio fratello Egidio. Subito gli chiedo curioso come sta andando la costruzione della manifestazione contro Salvini. La Lega è un nostro vecchio pallino e negli ultimi anni ce ne hanno fatte talmente tante che l’idea che il segretario del partito che odia Napoli e i napoletani pensi di sfilare impunemente a Napoli per raccattare una manciata di voti, mi manda al manicomio. Egidio è ottimista. Mi spiega che la città è pronta, il clima positivo, la Lega troppo odiata per lasciare indifferenti ma mi dice anche che la partecipazione al corteo non è conseguenziale a quello che leggiamo sui social e che c’è tanto, davvero tanto da lavorare. A un certo punto, proprio mentre mi racconta dei preparativi e del resto, mi propone un'idea.

Fra ce vulesse ’na canzone”. E’ una frase buttata lì. In tanti anni mi sarà capitato un milione di volte in un milione di occasioni di sentirmi dire che ci sarebbe voluta una canzone. Ma stavolta mi fermo. Egidio ha ragione. Ognuno contro Salvini deve fare la sua parte. I napoletani devono scendere a migliaia in piazza e noi che siamo artisti dobbiamo fare una canzone. Comincio a pensare astrattamente a come e soprattutto con chi.

Ed è a questo punto che entra in scena Ciccio Merolla.

Ciccio è un vecchio amico, un fratello, uno con cui ho pensato immediatamente di condividere l’idea della canzone contro la Lega. Io ed Egidio cominciamo a parlargli dell’ipotesi. Il corteo è l’11, il tempo è pochissimo. Chiunque avrebbe detto “siete matti”. Ciccio no. Si appassiona all’istante. E’ dei nostri e in tre il progetto diventa già realtà. Per me e Ciccio è fatta. Il giorno dopo si comincia a registrare.Chiaramente coinvolgiamo subito Alessandro Aspide, l’unico che avrebbe potuto “sopportare” l’invasione degli artisti uniti contro la lega per tutto il tempo necessario a produrre il brano.

Fogli alla mano cominciamo le telefonate. I primi contributi sono quasi scontati, sono i fratelli più stretti, i compagni di avventure di una vita. Luca (Zulù), mio fratello Valerio, Simona Boo, Speaker Cenzou. Il pezzo prende forma attorno a un ritornello che ascoltiamo e canticchiamo e più lo riascoltiamo, più lo canticchiamo e più ci convince. Quello che è successo dopo è difficile da raccontare. Lo studio di Alessandro e gli altri in cui abbiamo registrato si sono trasformati nella piazza dell’underground di una città che si dimostra sempre una spanna sopra il mondo. In pochi giorni l’elenco delle collaborazioni è arrivato a contare trenta artisti. Agli astri più o meno nascenti della città: Foja, La Maschera, Gnut, Carmine ‘O Rom e ad alcuni dei più noti rapper campani si sono rapidamente aggiunti i nomi che della musica napoletana hanno fatto la storia. Eugenio Bennato, James Senese, Enzo Gragnaniello, Francesco di Bella, Daniele Sepe, Valentina Stella e tanti altri. Musicisti straordinari come i miei compagni della 99 Posse, Marco Messina e Sacha Ricci, che hanno messo a disposizione i loro strumenti per arricchire la melodia della canzone. Tanti tecnici hanno lavorato giorno e notte in una corsa contro il tempo che ha entusiasmato tutti.

In una settimana è nato un brano bellissimo in cui ognuno ha messo a disposizione della città e di tutto il sud le proprie migliori parole di solidarietà, amore e disprezzo per tutti i razzismi. E ancora di più: il progetto si è allargato fino a diventare una compilation di brani degli artisti che hanno collaborato al pezzo, i cui ricavi saranno devoluti tutti a progetti di solidarietà.

Gente do sud è Napoli che contro la Lega sceglie di restare umana.

CREDITS “GENTE DO SUD”

VALERIO JOVINE, CICCIO MEROLLA, SIMONA BOO, DJARAH AKAN, OYOSHE, VALENTINA STELLA, O' ZULU’

ANDREA TARTAGLIA, EUGENIO BENNATO, TOMMASO PRIMO, CARMINE D’ANIELLO ('O ROM), SPEAKER CENZOU, DARIO SANSONE (FOJA), M'BARKA BEN TALEB, PEPP-OH, FRANCESCO DI BELLA, DOPE ONE, ROBERTO COLELLA (LA MASCHERA), FRANCO RICCIARDI, TUEFF, GNUT, ENZO GRAGNANIELLO, NTÒ, GIANNI SIMIOLI

Musicisti:

GIUSEPPE SPINELLI (chitarra), JOE PETROSINO (mandolino), MASSIMO DE VITA (synth e flauto), DANIELE SEPE (fiati), MASSIMO JOVINE (basso), ALESSANDRO ASPIDE (basso), SACHA RICCI (synth), CICCIO MEROLLA (percussioni), JAMES SENESE (sax),

Tecnici:

ALESSANDRO ASPIDE, MARCO MESSINA (mix/additional programming), DANILO VIGORITO (mix/mastering), ANTONIO ESPOSITO, DAVIDE IANNUZZO, TONICO 70

Studi di registrazione:

BEAT BOX STUDIO, TP STUDIO, RR SOUND, KATANGA STUDIO

Compositori

MASSIMO JOVINE, CICCIO MEROLLA, ALESSANDRO ASPIDE

Direzione esecutiva

FIORITA NARDI, LUCIANO CHIRICO, DIEGO MAGNETTA, LUCA NOTTOLA, CLAUDIA FOGLIA MANZILLO, MARCO JAPPELLI, EGIDIO GIORDANO

Illustrazione:

ZEROCALCARE

Grafica

LUCA COPPOLA

Segretaria di produzione

FRANCESCA GUERRIERO

Ufficio stampa

MANUELA RAGUCCI

VIDEOCLIP

Regia: LUCIANO FILANGIERI 

Sceneggiatura: LUCA DELGADO 

Fotografia: PEPPE DE MURO

Assistente alla regia: ELIANA MANVATI 

Organizzatore: STEFANO MARIA CAPOCELLI 

Con: DALAL SULEIMAN e il piccolo CRISTIAN FILANGIERI


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<![CDATA[Snatura Rock del 19 marzo 2017]]>

h15.15 Intervista ai Soviet Soviet
"Endless" è il quarto album dei Soviet Soviet, uscito alla fine del 2016 per Black Candy per il mercato italiano e per Felte Records per l'estero. Un disco ombroso, claustrofobico, ma anche granitico e per una piccola parte brioso. Non ci si distanzia comunque da un'inquadratura dark new wave. Qualche giorno fa hanno avuto una brutta avventura negli Stati Uniti che ha impedito loro di fare le date ma non si sono scoraggiati e forti come la struttura delle loro canzoni continuano la loro tournée incendiaria. Ne parliamo con il batterista Alessandro Ferri.

h16.00 Intervista agli En Roco
Ogni volta che esce un nuovo album degli En Roco, vorrei avere un megafono per farlo ascoltare a più gente possibile. "L'Ultimo Sguardo" è il loro quinto atto creativo. Un disco ricco di ospiti e di realtà creative ma soprattutto canzoni piene di delicatezza e di intimità, eleganti e profonde. Canzoni di ieri e di oggi che suddividono tra la prima e la seconda parte ma che fa venire fuori uno spirito poetico rinascimentale che li contraddistingue e fa da trait d'union tra il passato e il presente. Quasi venti anni emozionanti di carriera. Ne parliamo con il bassista Rocco Spigno.

h16.30 Intervista agli Argo
Questo quartetto è all'esordio su ep omonimo, ma in realtà si conosce da ancora prima di imparare a suonare e questa con gli Argo è solo l'ultima esperienza musicale assieme. Un disco che lotta contro l'incomprensione degli altri e la monotonia della vita che strozza la creatività e i sogni. Il disco è uscito per V.S.G. di Poggibonsi e Alka Records e proprio Massimiliano Lambertini di quest'ultima è stato importante per la buona riuscita delle canzoni che hanno trovato la giusta fruibilità. Ne parliamo con il chitarrista Enrico Carlo Baldarelli.

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<![CDATA[Snatura Rock del 19 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 19 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]>

Lo si sa da sempre, a Venezia e nel suo hinterland vige l'antica regola della sigla ecumenica che risale ai tempi della Serenissima Repubblica: RRJ - Reggae, Rock, Jazz. Chi tenta di porsi trasversalmente a questa regola viene messo all'angolo e non gode del favore del folto pubblico che solitamente affolla i rumorosi luoghi nei quali i poveri musicisti tentano di farsi sentire, sopra un palco che non riesce a sovrastare il baccano procurato dagli avventori del bar sottostante e il frastuono creato dalle bottiglie di birra che rotolano sotto i tavoli. Gran rispetto quindi nei confronti del locale di Marghera che tenta una manovra decisamente controcorrente. Allo Spazio Aereo ci si va per ascoltare suono di altra matrice culturale, un suono comunemente definito con il termine 'elettronica' che a dir il vero non ha una sua specificità, significa tutto e niente ma, almeno dalle nostre parti, serve ad indicare una modalità di pensiero innovativo, altro.

Come si diceva prima, il termine 'elettronica' non ha una sua specificità se non viene abbinato alle molte derivazioni artistiche che vivono al suo interno. Pur essendo per i più forma espressiva 'minore' (soprattutto qui in terra serenissima) ha la facoltà di esprimersi in svariate modalità che partono dal dancefloor per giungere alla ricerca più sperimentale. Questo il campo d'azione del manipolo di coraggiosi utopisti che quotidianamente combattono contro l'invisibilità di un mondo nel quale a malapena si distinguono, scambiati per strani esseri alieni che si esprimono attraverso l'uso di sonorità altrettanto aliene. E' un mondo invisibile che agisce con la baldanza data dalla completa autonomia e indipendenza, sotto l'egida dello spericolato sperimentalismo.

Da qualche tempo un critico musicale toscano ha deciso di prendere in mano la situazione chiamando a raduno tutti gli intererssati che intendessero partecipare ad una sorta di campagna rivendicativa per imporre la propria identità artistica oltre il loro ristretto confine, nella convinzione che ogni suono ha libertà di appartenenza e deve essere riconosciuto e ascoltato a tutte le altitudini. Un pensiero utopistico che ha spinto molti musicisti e performers a farsi avanti e apparire nelle molte pagine che compongono quella sorta di enciclopedia del suono alternativo della nostra penisola che è Solchi Sperimentali Italia – 50 anni di italiche musiche altre. Una vera e propria raccolta di storie e nomi dello sperimentalismo italiano curata da Antonello Cresti per la casa editrice CRAC, un libro a cui è seguita, grazie all'opera del crowdfunding, la creazione di un dvd di prossima pubblicazione. Con questa sigla si è aperta anche un'etichetta discografica e altre iniziative si sono avviate tra cui una serie di serate che hanno toccato molte località della penisola sbarcando anche allo Spazio Aereo, lo scorso fine settimana.


Da semplice descrittore mi limiterò a commentare la serata, senza valutare personalmente un'operazione a livello nazionale che è oggettivamente positiva ma altresì inutile per colmare quel gap sempre esistito tra musica di consumo e musica altra. Da assertore dello 'snobismo sonoro' come arma di offesa, ho sempre pensato si debba mantenere le distanze tra due mondi impossibilitati ad interagire per problemi legati ai rispettivi dna.


Nel corso della serata si sono esibiti quattro interpreti, appartenenti a quattro diverse scuole di pensiero e a tre diverse 'ere musicali', come a rispettare il tratto inconfondibile del pensiero crestiano che usa la mescolanza di periodi e stili musicali spesso incompatibili se riuniti sullo stesso palco.

Alessandro Ragazzo è un sound artist veneziano che fa ricerca sul territorio usando come base il field recording sul quale agisce sovrapponendo e manipolando il rumore naturale che normalmente ci circonda. Il suo è stato un set altamente immersivo nel quale la dislocazione liquida del suono, filtrata attraverso l'uso della macchina, ha agito come leva aumentando la percezione, rendendo quasi visibile e palpabile il muro sonico creato in loop innanzi all'ascolto. Forse la presenza dei visuals avrebbe ancor di più aiutato il salto comunque notevole dentro la normalità che quotidianamente ci circonda ma di cui non riusciamo realmente a percepire la vera essenza.

Artcore Machine, duo formato da Moreno Padoan e Roberto Beltrame, due alchimisti che provengono da Rovigo e conoscono bene l'animo della bestia sonica. Autori di un set dal crescendo micidiale, hanno liberato dalle gabbie che le imprigionavano le cieche creature sintetiche, permettendo loro di studiare una via di fuga attraverso il tracciato di scie elettriche che le teneva prigioniere. Gli esseri hanno annusato le barriere, le hanno scoperte ed abbattute con furore di divinità che si erge imperiosa, mentre lo spazio perde forma piegato dall'urlo che disconosce il 4/4 e si esprime con violente onde d'urto schiumanti velocissimi bpm lanciati contro insormontabili muraglie di basse frequenze. Impressionanti.

Fausto 'Degada Saf' Crocetta rappresenta uno dei salti temporali cui si accannava prima. Fondatore dei Degada Saf, esponenti di spicco dello stilo sinth-pop degli anni '80. Autore del mai dimenticato vinile intitolato 'No Inzro', per la storica fanzine Rock Garage, nel corso degli anni non ha mai abbandonato gli strumenti. Lo ritroviamo sul palco con un set che ripercorre in chiave rivista e corretta quelle sonorità permeabili al quattro quarti che tanto hanno fatto danzare i new wavers del tempo. Una prima parte forse indecisa, in bilico tra sonorità d'ambiente incompiute e ripetitivi impulsi ritmici che sfocia però in una rivisitazione de La Rhumba De Shang Hai che ancora fa battere il cuore a chi, quegli anni colmi di fermento, li ha vissuti in pieno.

Opus Avantra rappresenta l'ennesimo ampio salto indietro nel tempo. Band seminale del rock progressivo e del crossover d'avanguardia italiano degli anni '70, da sempre considerata una formazione culto grazie anche alla vocalist Donella Del Monaco autrice tra i tanti, di un album in collaborazione con Elliot Sharp e Steve Piccolo. L'ensamble ha presentato un mini-live dal sapore forse troppo antico, dedicato a chi ancora è ancorato a sonorità che risultano appartenere ad una memoria ferma al periodo del prog-rock celebrativo di quegli anni. Musicisti estremamente preparati, il flautista Mauro Martello in testa, incapaci però di reinterpretare un suono che molto ha fatto per la crescita musicale di qualità ma che oramai è relegato nella memoria, impossibilitato a competere con la velocità e l'intensità del pensiero post-moderno.

Sia gloria quindi a questi indomiti sognatori e al suo (in?)coerente condottiero a cui va tutto il rispetto dovuto per la caparbietà e coraggio dimostrati nel continuare a segnare profondi solchi di sperimentalismo su terreni non sempre fertili.

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Te ne sei accorto, sì? Ti sei accorto che avere figli cambia la priorità delle cose? Che costringe a domandarti: Com'è il mondo visto da loro? Ti costringe a ripensare com'eri alla loro età e se quello che ha formato te ieri può essere utile anche oggi. Ti chiedi: com'ero io a 10/12 anni, cosa mi incuriosiva e cosa no?

Musicalmente parlando ricordo chiaramente le canzoni ascoltate con i cugini maggiori d'estate nel granaio di casa.

Avere dei cugini più vecchi ed appassionati di musica anticipa di qualche lustro la tua formazione musicale e nonostante fossero gli anni 80 le canzoni dei cantautori dei '70 erano le loro preferite. Ricordo L'Avvelenata di Guccini, La guerra di Piero di De Andrè, 4 marzo 1943 di Dalla... ma sicuramente quelle che più entravano nelle mie corde erano quelle di De Gregori. Forse perché la sua musica era più arrotondata, aggraziata, forse per i testi che sembravano frammenti di storie da ricostruire, canzoni d'amore senza le classiche parole delle canzoni d'amore. Ricordo perfettamente l'emozione che iniziava con queste parole “E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure” e continuava con istantanee di un enigmatico altrove da sempre cercato, anche inconsapevolmente, nella musica.

Questa introduzione serve, innanzitutto a me, per capire come mai mi trovo ad un concerto delle Luci della centrale elettrica nonostante i mei ascolti attuali volgono verso altri lidi e nonostante l'età media del pubblico sia di molto inferiore alla mia.

Semplicemente perchè trovo che Vasco Brondi sia tra i pochi che riesce a creare istantanee che possono far rivivere a mio figlio le emozioni provate quando io avevo la sua età.

Qualcuno storcerà il naso ma sono sicuro che questo qualcuno non è molto giovane.

Certo il linguaggio è molto cambiato, come è cambiato il mondo, ma come De Gregori coglieva l’urgenza più intima dei Settanta ora Vasco Brondi riesce a fare lo stesso per la “Millennial Generation”. E lo fa sul filo dell’evocazione e della metafora, riproducendo sentimenti e situazioni in cui questa generazione si può rispecchiare. Per questo emoziona.

Ma veniamo al concerto.

Alle 22.45 Brondi e la sua nuova formazione, formata da chitarra, basso/viola, batteria e tastiere, salgono sul palco. Si comincia con la canzone Qui. Si prosegue poi con diversi brani estratti da "Terra" alternati ad alcuni pezzi estratti dagli album precedenti come C'eravamo abbastanza amati e Quando tornerai dell'estero e una versione molto energica di Ti vendi bene. Emozionanti anche le canzoni più lente, canzoni d'amore come Chakra e Le ragazze stanno bene. Il pubblico conosce le canzoni a memoria e accompagna cantando ogni pezzo, segno che queste songs hanno lasciato un segno.

Il finale, e non poteva essere altrimenti, è Viaggi disorganizzati  il brano che chiude il nuovo album dedicato ad una generazione che per sopravvivere dovrà essere allegra e disperata come queste canzoni.

I tanti occhi lucidi mi segnalano che il concerto ha colpito il cuore di tanti, lo conferma anche qualche lacrima che scende su giovani visi macchiata di rimmel ..... allora tutto torna.

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Scaletta concerto:

Qui

Stelle Marine

Macbeth nella nebbia

C'eravamo abbastanza amati

A forma di fulmine

Quando tornerai dall'estero

Moscerini

Waltz degli scafisti

Ti vendi bene

Questo scontro tranquillo

Iperconnessi

Cara catastrofe

Chakra

Le ragazze stanno bene

Per combattere l'acne

Nel profondo Veneto

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Coprifuoco

I destini generali

Viaggi disorganizzati

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<![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

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Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

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<![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

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La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

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h15.15 Intervista a Luca Rinaudo
"Sonate di Terra e di Mare", appena uscito per Almendra Music, è il debutto del progetto del violoncellista Giovanni Sollima che condivide col producer Luca Rinaudo. C'è inoltre un terzo elemento composto e condiviso da Giacomo Cuticchio, Pietro Bonanno e Stefano Iannuzzo. Composizioni vivaci fino alle ombre più scure, spensieratezza alternata all'angoscia e le reinterpretazioni in chiave elettronica del violoncello di Sollima da Luca Rinaudo che si fa ispirare da "Le Città invisibili" di Calvino. Un disco vivo che pulsa.

h16.00 Intervista e live alla radio con Jet Set Roger
"Lovecraft nel Polesine" è il quinto disco di Roger Rossini in arte Jet Set Roger. Un disco che lo porta a uscire nuovamente per Snowdonia, etichetta che aveva prodotto il suo esordio "La vita sociale". Un packing arricchito da un fumetto di Aleksander Zograd che gira attorno al concept delle canzoni ispirate dall'articolo di Roberto Leggio che raccontava dell'avvistamento di Lovecraft nel Polesine. Roger riesce nell'intento di incarnarsi nelle trame musicali che raccontando, scherzando, inventando e divagando si mostra in tutta la sua bravura e il suo estro creativo.
Inoltre ci onora della sua presenza live alla radio.

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<![CDATA[Snatura Rock del 12 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Temples – Volcano]]>

Quando circa tre anni fa – nella recensione dell’esordio dei Temples, Sun Structures – scrissi che il tempo era dalla loro parte non avrei mai immaginato che la band originaria di Kettering ne avrebbe impiegato così tanto per dare alla luce un seguito. Certo il clamoroso successo di quel disco, il vinile più venduto del 2014 nei negozi indipendenti ed in classifica in 18 paesi, sarà stato un peso specifico non indifferente da portare sulle spalle. Perciò James Bagshaw e compagni hanno deciso di fare le cose con estrema calma e razionalità, com’è loro consuetudine. Volcano viene pubblicato per la Heavenly Recordings dopo essere stato registrato nello studio di proprietà, il Pyramid, e pur non stravolgendo nulla rappresenta una lieve ma decisiva evoluzione nel sound di un gruppo che può comodamente sedersi al tavolo dei grandi d’Inghilterra.

Si comincia col singolo Certainty che, come spesso accade, è una dichiarazione d’intenti bella e buona. Moog ondivago e tastiere innalzanti alla MGMT accompagnano tipici pattern psichedelici per un synth-pop che sa volutamente di Disney nel ritornello, ma con un sottofondo assai oscuro. La successiva All Join In rafforza il concetto con uno space-rock a due velocità in cui si avvertono gli echi del passato da cinefili (sci-fi ma non solo) della band. L’utilizzo massiccio della strumentazione elettronica è il tratto distintivo di gran parte di questi 50 minuti, meno mistici rispetto al passato ed in un certo senso più diretti. Ciò permette ad un brano barocco come (I Want To Be Your) Mirror di muoversi fra psichedelia a chamber-pop con la massima naturalità, implementata dalla produzione lussuosissima del frontman Bagshaw e dall’ottima interpretazione della band. Così come il folk mid-tempo di Oh The Saviour – col suo andamento dreamy ed un’orecchiabilità micidiale – diventa manifesto di grandi capacità melodiche ed allo stesso tempo attenzione maniacale per il groove.

A volte la tendenza alla rarefazione può portare a cortocircuiti inattesi come in How Would You Like To Go? vaporoso pezzo alla Tame Impala che potrebbe essere scambiato per un momento di totale auto-erotismo tanto si specchia e si bea della propria perfezione formale. Ma i Temples alzano il livello quando decidono di contrapporre alla mera tentazione pop una costruzione più sofisticata e profonda. Le ritmiche motorik dell’incalzante Open Air o la chirurgica applicazione della sezione ritmica di Tom Walmsley e Samuel Toms nella complicata In My Pocket hanno il miglior gusto psych-rock possibile oltre a confermare che in Volcano i quattro inglesi abbandonano quasi del tutto le vesti altrui e si cuciono addosso un abito tutto loro. La fluidità di Celebration è spia di una maturità oltraggiosa, stigmatizzata dall’eccellente performance vocale di Bagshaw la cui versatilità, vale la pena ricordarlo una volta ancora, è il vero valore aggiunto determinante di questo sophomore.

Se Sun Structures poteva essere visto come un viaggio nel tempo (verso il passato e ritorno), qui assistiamo ad un viaggio nello spazio, in cui la band aggiunge un’ulteriore dimensione al proprio già mirabile bagaglio. E nonostante il peso maggiore di Adam Smith e delle sue tastiere nell’economia generale, la chitarra rimane qua e là protagonista: guida con sicurezza Born Into The Sunset e glamizza un pezzaccio come Roman Godlike Man, il quale potrebbe essere stato scritto da uno a caso tra Kinks, Eno o i Beatles di Revolver, e tuttavia viene reso credibile ed efficace perché sono i Temples a suonarlo. Il finale affidato alla luccicante Strange Or Be Forgotten è l’inevitabile perfetta chiusura del cerchio. Si tratta forse dell’unica vera concessione alla musica da stadio che riempiva Structures ma con un groove funky ed un andamento melodico così inaspettati da nobilitarla come uno degli apici della loro pur giovane discografia.

Per ultimo mi sono tenuto un po’ di spazio per citare Mystery Of Pop. Non perché più di altre qui in mezzo meriti una menzione particolare, ma unicamente perché il titolo evoca in me la perfetta sintesi del disco: i Temples sciolgono il mistero del pop. Che detta così può sembrare una banalità, ma ad un ascolto maggiormente approfondito – assolutamente necessario in questo caso – Volcano vince quella sfida cruciale di includere ed accettare sonorità fortemente orecchiabili nella propria musica che in tantissimi altri hanno fallito e falliscono ogni giorno...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Side by Side: in marcia per l'umanità]]>

Domenica 19 marzo - Venezia - ore 14.00 Piazzale Santa Lucia

Side by Side: in marcia per l'umanità

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Pagina FB

Mail: 19marzo@meltingpot.org - 348.2483727

Mappa delle partenze 

Appello e adesioni on line

Evento della Marcia


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sul palco di Campo Sant'Angelo saranno con noi:
Pierpaolo_CapovillaSandro JoyeuxBeppe CasalesAnna Garbo.
L'iniziativa si concluderà con un concerto afro beat con uno dei più bravi chitarristi senegalesi Papiss Diof nella formazione Peace Diouf accompagnato Moulaye Niang alla batteria.

Al concentramento in piazzale Stazione Santa Lucia ci sarà un intervento di danza urbana della Compagnia VIAdanza

Durante il corteo la marching band Murga Saltinbranco e una performance di Socie Tapera Zioni.

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Articolo con tutti materiali utili per la promozione (cartacea e web):
http://www.meltingpot.org/Kit-promo-Side-by-side-in-marcia-…

Il 19 marzo a Venezia è una sfida: la possibilità di aprire uno spazio pubblico in cui tante e tanti si possano riconoscere, per chi crede che sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.
La vinceremo solo se riusciremo a portare altri a marciare con noi, al nostro fianco, side by side.

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Nell’agosto del 2015 siamo partiti da NordEst diretti verso l’Ungheria dove stava ricomparendo il primo dei tanti muri materiali eretti per bloccare il flusso di migranti in fuga dai propri paesi. Dal quel viaggio ha preso il via la campagna #Overthefortress: in tante e tanti, da tutta Italia, abbiamo percorso la rotta dei Balcani; da Vienna passando per Idomeni fino alle isole greche abbiamo conosciuto e narrato direttamente la realtà, guardato negli occhi e stretto la mano a migliaia di donne, uomini, bambini, anziani in cammino.

Ci siamo mescolati a loro e ascoltato le tante ragioni che li muovono in questo disperato viaggio; abbiamo compreso i loro bisogni e desideri, messo in campo azioni concrete di supporto nel campo di Idomeni. Siamo stati sui confini chiusi dell’Europa Fortezza, come Calais e il Brennero, per poi ritornare nei campi di Salonicco e ripartire in un viaggio di inchiesta attraverso il Sud Italia, sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo visitato centri di "accoglienza" inumani, ghetti fatti di baracche dove i migranti sono iper-sfruttati incontrando anche un’incredibile ricchezza di iniziative di buona accoglienza e solidarietà nati dalla cooperazione sociale tra "italiani" e "migranti".

I confini che discriminano e respingono però non sono solo quelli distanti centinaia di chilometri da noi. Li troviamo eretti e tangibili anche dentro i nostri territori. Sono visibili nei centri d’accoglienza isolati e disumani, sono fatti di rifiuto, di violenza e di razzismo diffuso nelle nostre società.
Si materializzano in quei comitati anti-profughi cavalcati dalla destra xenofoba e, in molti territori, trovano la complicità delle amministrazioni comunali che, rifiutandosi di accogliere, rendono impossibile lo svuotamento delle strutture sovraffollate.

Altri muri materiali ed immateriali stanno per essere eretti: sono quelli del Governo Gentiloni che vuole riaprire un CIE in ogni regione, aumentare i rimpatri forzati tramite gli accordi bilaterali con i paesi di origine dei migranti e contrarre ulteriormente il diritto d’asilo togliendo la possibilità di ricorrere in appello per il richiedente protezione internazionale. Con queste proposte il Governo italiano si pone nel solco delle politiche europee che hanno imposto l’"approccio Hotspot" e l’identificazione forzata dei migranti nel Paese comunitario di ingresso, e che hanno prodotto il vergognoso accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 con cui si assegna alla Turchia, in cambio di 6 miliardi di Euro, il ruolo di gendarme d’Europa. Nel frattempo però si chiudono cinicamente gli occhi di fronte ai morti nel Mediterraneo: in 13 mesi sono più 5.000 le vittime dell’assenza di canali umanitari sicuri!

Queste politiche di chiusura e contrazione totale dei diritti fondamentali, di fatto, legittimano un clima di intolleranza e odio che si manifesta in tutto il Paese.
In particolare il Veneto è diventato un caso nazionale: centri indecenti nei quali sono ammassate le persone, presidi fissi contro l’accoglienza, striscioni che promettono “l’’inferno ai profughi”, attentati incendiari contro le strutture ricettive, il rifiuto di ben 250 Sindaci ad accogliere i richiedenti asilo, comitati di cittadini persino contro la micro-accoglienza, ignobili istigazioni al suicidio.

In Veneto si sta superando il confine invalicabile tra umanità e barbarie.

Dobbiamo reagire di fronte alla violenza dei gesti e delle parole, alla guerra verso i migranti che rende più aridi i nostri territori. Non limitiamoci allo sdegno personale ma rendiamo visibile la solidarietà e quel tessuto sociale ricco di cittadini, associazioni, enti, operatori che lavorano quotidianamente per l’accoglienza e il rispetto dei diritti.

Per questo, proprio a partire dal Veneto, raccogliamo l’appello internazionale promosso dall’Hotel City di Plaza di Atene che invita alla mobilitazione sabato 18 marzo in occasione dell’anniversario dell’accordo UE-Turchia.
Crediamo che domenica 19 marzo possa essere l’occasione per dare corpo e parola al Veneto che accoglie, come la Marcia dei 1.000 piedi sul Montello ci ha dimostrato.

Costruiamo una grande giornata di incontro e di mobilitazione regionale per i diritti dei migranti e per esigere una buona accoglienza diffusa. 
Facciamolo tutti assieme, costruendo assemblee e momenti di confronto aperti e plurali in tutte le città, percorsi veri e partecipati con le tante persone che credono sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.

Il 19 marzo a Venezia è una sfida: la possibilità di aprire uno spazio pubblico in cui tante e tanti si possano riconoscere, per chi crede che sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.
La vinceremo solo se riusciremo a portare altri a marciare con noi, al nostro fianco, side by side.

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]>

Tornare indietro nel tempo, quanti di noi vorrebbero farlo. Tornare a rivedere chi non c'è più, tornare ad assaporare un tempo diverso, vivo, ancora capace di sorprendere. Capitombolare a tutta velocità nel soffice suono non più alieno, non più scontato come può esserlo un racconto meccanicamente letto per troppo, troppo tempo. Rinascere scoprendo che è ancora possibile ritrovare un suono da indossare, perfetto per la tua anima imbolsita dall'ascolto reiterato, freddo, esente dalle pulsazioni che riescono a far battere il muscolo del ricordo.

Avevo già vissuto questo magico fenomeno legato alla dislocazione animo-temporale, questo salto a piè pari dentro un universo illuminato dal sole, una luce che accompagnava un viaggio a due, fianco a fianco sul bagnasciuga di una spiaggia che si perdeva lontano, fino a quel confine oltre il quale era permesso il passaggio solo ad uno dei due amici. Vdb23/Nulla è andato perso, l'apparente incomprensibile formula che serviva come password per il salto indietro nel tempo. Era il 2014 e quel lavoro scritto da Claudio Rocchi e Gianni Maroccolo riscaldò per molto tempo il mio cuore.

Penso spesso a quella pausa, al momento di rigenerazione donatami da quell'ascolto. Con speranza ho cercato di ritrovarlo all'interno di altri lavori che tentavano una traduzione sperimentale del Rocchi pensiero ma il salto non è avvenuto, troppo pesante la celebrazione e artefatto lo sperimentalismo. Tentavo di rallentare la mia inquietudine negli ascolti di tutti i giorni finché non tornarono a giungermi quelle note, provenienti da un triplo album registrato dal vivo, un disco che contiene al suo interno l'edizione limitata di un 7” con due inediti dell'amato e mai scordato sciamano. Nulla è andato perso, un disco registrato durante l'omonimo tour che ha visto Gianni Maroccolo girare l'Italia durante i primi sei mesi del 2016.

Tornare nuovamente indietro ora si può.

 La Compagine:

Una serie di concerti che ha visto tanti nomi succedersi sopra il palco, molte collaborazioni com'è d'uso in casa Maroccolo: Alessandra Celletti, Ginevra di Marco, Federico Fiumani, Cristiano Godano, Francesco Magnelli, Ghigo Renzulli, Miro Sassolini, per citarne alcuni. Tanti gli artisti che hanno accompagnato la formazione composta da Marok all'inseparabile basso: alla voce un Andrea Chimenti in stato di grazia, Antonio Aiazzi colpevole di usare le tastiere come lame affilate create per incidere il cuore, il ritmo del viaggio regolato da Simone Filippi e ondate di antichi aromi orientali affidati alle corde del maestro Beppe Brotto; la perfezione. Il tutto stampato con la storica Contempo Records di Firenze, una ritrovata etichetta che ha contribuito non poco alla nascita del suono indipendente italiano.

 Il Contenuto:

diversamente dalla matrice originaria, la documentazione live contenuta nei tre albums esplora altri mondi, altri suoni. Non solo la galassia Rocchi, che ovviamente è la colonna portante del disco ma anche omaggi a Vinicio Capossela, Litfiba, CSI, sorprendentemente Philip Glass, i CCCP, Maroccolo stesso con la bella Elianto cantata da Ginevra Di Marco, sorprendentemente i Residents, ovviamente l'immancabile Battiato amatissimo dal Marok, un brano dello stesso Chimenti e un grande omaggio all'amata Sardegna con un canto tradizionale scritto negli anni '20, interpretato anche da Maria Carta e qui cantato in coro con il pubblico, si presume sardo.

La Filosofia:

Parafrasando Vdb23 userò anch'io un acronimo: ITeA - Indipendenza totale e assoluta. Nessun intermediario, nessuna major a controllare la stampa del disco, nessun management ad occuparsi dei live. Tutto il progetto è stato ideato, voluto, costruito e messo in atto da Gianni Maroccolo assieme a artisti seri, gente che ancora usa reverenza verso il termine 'indipendenza', sinonimo di libertà espressiva.

 La Musica:

Sembra di esser tornati ai tempi nei quali ci si ritrovava nel negozio di dischi preferito per commentare il nuovo album appena uscito. Sembra di esser tornati ai tempi nei quali si attendeva l'apertura del negozio – sempre quello del negoziante di dischi preferito – per ritirare il pacco di copie ordinate la settimana prima. Sembra di esser tornati ad ascoltare il rumore del vinile che scivolava fuori dalla sleeve che lo conteneva. Sembra di aver ritrovato il coraggio di ascoltare, per Dio! Ascoltare e riascoltare per ore lo stesso disco, un vinile piombato come un fulmine a stravolgere la tua discoteca. Sembra di esser tornati in quel luogo segreto dove si coltiva e fiorisce il ricordo perenne della giovinezza, un angolo di cielo non inquinato dal mercato, dalle finte celebrazioni, dalla retorica e dal rimpianto. Sembra di essere entrati nell'atelier di un artista che sa magicamente interpretare e tradurre i sogni altrui, stanze accoglienti nelle quali si sorride di commozione, convinti che nulla andrà mai perso.

PS: Sia per te un buon viaggio Claudio!

 

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<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]>
h15.15 Intervista a Mercuri
Il cantante e chitarrista Fabio Mercuri, in arte solo Mercuri, dopo un EP nel 2012 "La voce della Tartaruga" e l'esordio nel 2009 sulla lunga distanza "Di Tutto quello che c'è", torna con il disco nuovo "Progetti per il futuro" appena uscito per Adesiva Discografica. Canzoni che girano attorno alla considerazione che la nostra epoca faccia perdere per strada la poesia sempre più impalpabile e così si alza il mal d'anima per la consapevolezza di assomigliare all'omino standard intristito dall'abitudine. La struttura delle canzoni è appoggiata sulla voce raccontante su un flusso melodico ornato di cori, strumenti a fiato, pianoforte.
 
h16.00 Intervista ai Senura
I Senura sono un quartetto di Venturina (LI) all'esordio omonimo. Hanno un particolare appeal che arriva dritto sulla strada lastricata da diversi ascolti di crossover e che si erge e diventa urgenza di assecondare, parafrasandoli, la voglia di sudore. Canzoni cantate in italiano da Giacomo Giorgi, ultimo componente entrato nel gruppo, che ha completato la quadra di un'ottima band che ci ha esaltati seguendo una spirale metallica dalle tinte sempre più scure ascoltando il disco dall'inizio alla fine. Come la rabbia che cresce ma si fa consapevolezza che un'altra mondo è possibile. Ed è così che ci si quieta nonostante tutto. Ne parliamo con il chitarrista Francesco Banti.
 
h16.30 Intervista ai Rickson
Il quartetto dei Rickson si conosce dalle superiori, due di loro sono fratelli e nuotano a tutta foga sulle note del beat anni 60. Non mancano le esplorazioni nell'elettro pop che si confà perfettamente e non manca l'amore finito da piangere e ricordare incorniciandolo nella scatola da chiudere di un'estate ormai passata. "Chi ti Aiuterà" è il loro esordio ufficiale appena uscito per The Beat Production. Canzoni concepite in spontaneità e freschezza da quattro ragazzi che raccontano con la melodia rotonda e le parole il proprio sentire. Ne parliamo con Cesare Capuani, voce, basso, chitarre e pianoforte. Completano il gruppo Adriano Capuani, voce, chitarre, basso e synth; Francesco Menghini, chitarre e basso e Fabrizio Aiudi, batteria  e percussioni. 
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<![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]>

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

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h15.15 Intervista ai The Regal
Dopo il debutto omonimo di quattro anni fa tornano i The Regal con "The Shade of Human job" titolo del disco estrapolato da una poesia di Dino Campana. Le canzoni nuove hanno una struttura che per ispirazione e assonanze volge lo sguardo creativo verso i classici Rem e Neil Young. Tutte i brani sono scritti e composti dal cantante e chitarrista Angelo Badalamenti con cui parliamo. Completano il gruppo Alessio Consoli (basso, chitarra e voce) e Manuel Pio (batteria e voce).

h16.00 Intervista ai Julie's Haircut
"Invocation and Ritual Dance of my Demon Twin" è il settimo album dei Julie's Haircut appena uscito per Rocket Recordings e arriva dopo quattro anni da "Ashram Equinox". Un disco che accoglie come nuovo elemento Laura Agnus al sassofono tenore e sassofono alto, intensificando così nel suono del gruppo la presenza dei fiati. Un disco delicato e confortevole con suoni indiani, cori angelici, trip che battono per stanchezza o noia alla fine delle prove e che diventano un'idea e poi una canzone vera inquadrata dalla loro creatività. Ne parliamo con Luca Giovanardi, chitarrista, cantante e compositore.


h16.30 Intervista ai Cacao
I Cacao da Ravenna sono Matteo Pozzi alla chitarra e Diego Pasini al basso (oggi anche nei Ronin). "Astral" è il loro esordio uscito alla fine del 2016 per Brutture Moderne. Si erano conosciuti soprattutto per aver fatto parte entrambi della band hardcore Actionmen. L'esordio del duo è pieno di suoni metafisici, destrutturazioni di reggae e di colonne sonore anni 70, canzoni dritte che incontrano diversi suoni che s'inglobano e rimandi allo stile morriconiano dei Ronin. Insomma diversi spunti per stare bene ascoltando il risultato di questa bella intesa musicale. Ne parliamo con Diego Pasini.

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<![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Elbow – Little Fictions]]>

Gli Elbow non sono mai stati una band entusiasmante, almeno non nell’accezione comune del termine. Se vi piacciono i paragoni potreste considerarli un po’ come i Wilco d’Inghilterra, ma meno dotati. Nonostante questo hanno avuto il loro momento ‘in cui tutto è cambiato’, coinciso con The Seldom Seen Kid del 2008 e relativo Mercury Prize. Ma di tutto ciò ho già parlato a proposito di The Take Off And Landing Of Everything, capitolo che ha preceduto quest’ultima, settima, fatica intitolata Little Fictions. Rileggendo quel pezzo mi sono accorto di esserci andato giù piuttosto duro con loro, non digerivo affatto le ottime premesse non trasformate in altrettanti ottimi risultati.

Da allora sono cambiate molte cose all’interno del gruppo mancuniano: Guy Garver (voce), Craig Potter (tastiere, piano e produzione), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso) sono rimasti orfani – dopo ben 25 anni – del batterista Richard Jupp, andatosene sbattendo porte in faccia a tutto spiano. Perciò i quattro restanti hanno deciso di registrare fra la Scozia ed i Blueprint Studios di Salford; a differenza di quanto successo con Take Off qui le sessioni sono state condivise da tutti i membri contemporaneamente: scrittura e composizione collettive, quello che si dice un ‘band album’. Accompagnati dal turnista Alex Reeves alla batteria ma soprattutto dalla The Hallé Orchestra ed il suo coro, gli Elbow aprono con una delle migliori canzoni dei loro ultimi dieci anni, Magnificent (She Says). In quest’inizio ci sono molte delle novità di Garvey e compagni: l’orchestra d’archi, un accattivante riff di chitarra elettrico, un senso ritrovato di gioia e positività che si uniscono alla solita voce educata e avvolgente, ed all’ottima melodia.

L’abbandono di Jupp ha costretto o forse solo suggerito alla band di porre molta più attenzione al groove. Nella discreta Trust The Sun giri di basso e chitarra leggera rendono sabbioso lo sfondo vagamente ansiogeno ed un po’ masticato, mentre l’ottima Gentle Storm si focalizza appunto sulle ritmiche, con un loop di percussioni semi-industrial che si ripete all’infinito mentre il frontman con una prova vocale notevolissima canta “Fall in love with me, every day” riuscendo nell’impresa titanica di non apparire sdolcinato né mieloso. A conti fatti, è la nuova vita di Garvey a tinteggiare di colori vivaci questa tela. La scorsa estate si è sposato con l’attrice Rachael Stirling e tutto trasuda amore e serenità ritrovata, seppur in alcuni momenti Little Fictions sia parecchio intimista e personale. Le tematiche tradizionali degli Elbow – senso di comunità, solidarietà, malinconia e passare del tempo – sono avvolte da una calma dello spirito invidiabile, anche quando nella pacata Head For Supplies o nella conclusione solenne ed orchestrale di Kindling emerge tutta l’incertezza che segue l’abbandono del compagno di una vita. Persino K2, sorta di lievissima invettiva contro Brexit sui generis (“I’m from a land with an island status, makes us think everyone hate us”), declina il tema più generale dell’isolamento su toni soavi, coadiuvati da echi e beat motorik sì presenti ma mai ingombranti.

E forse sta qui il demerito principale di questo disco, e per estensione di questa fase della carriera degli Elbow, ossia quello di bastarsi così come si è, non provare mai a fare il passo più lungo della gamba in maniera tale da starsene al sicuro nella propria comfort zone. Per carità, sono 48 minuti assai meno scontati e piatti rispetto all’album che li ha preceduti, ed anche gli episodi non proprio memorabili – la All Disco ispirata da una chiacchierata con Black Francis dei Pixies, la convenzionale Montparnasse e l’incalzante Firebrand & Angel – hanno più o meno tutte elementi distintivi non banali: una chitarra psych tardi anni ’60 là, un groove ipnotico qua, un testo esilarante ancora là (“Let your obsession go, it’s really all disco”). Dunque non ci si annoia mai veramente e la lunga title-track da sola potrebbe bastare a supporto di questa tesi. Complessa ed a suo modo epica, ha nel basso e nella batteria di Reeves il cuore pulsante che tra pause e ripartenze anima un crescendo progressivo che trionfa fra archi schizofrenici ed un’ispirazione cristallina (“We protect our fictions, like it’s all we are”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Snatura Rock del 19 febbraio 2017]]>
h15.15 Intervista ai Blitz
"Marte è un paradiso" è l'esordio del duo Blitz formato da Silvio Pasqualini, pianoforte, batteria, chitarra elettrica basso e testi, e Maddalena Zavatta alla voce. Il disco appena uscito per Irma records, racconta di fughe, di allontanamenti amorosi da accettare, di atmosfere giuste create per se stessi dimenticandosi di invitare gli e quindi rimanendo soli. Concetti chiari che rimangono impressi. La linea del pianoforte guida la melodia e l'emotività del significato delle parole è ben accentuata dalla cantante che spesso usa la voce come strumento espressivo. 
 
h16.00 Intervista a Matteo Sacco
"La Dolce Vita" uscito per A Buzz Supreme e Mam/Record è il debutto del romano Matteo Sacco. Un disco spesso commovente che parte dalle storie e si muove per i sentimenti. Una canzone "Stella" cantata in dialetto sprigiona emozioni intime che struggono dentro. Personaggi descritti dal punto di vista di chi emana umanità e voglia di farsi sentire per sue parole e il suo saperle cantare, spesso tra l'altro sulla linea melodica di Fabrizio De Andrè anche se lui è cresciuto cantando De Gregori.
 
h16.30 Intervista a Giovanna Dazzi
Giovanna Dazzi è una cantante e musicista molto talentuosa di Parma ed è appena uscito il suo EP "Orione" che arriva dopo il suo EP d'esordio "A mente aperta". In "Orione" troviamo solo tre canzoni, ma si spera che il disco sulla lunga distanza arrivi presto. La title track è la consapevolezza che il destino che porta a combinazioni perfette è tutta un'illusione. Canzoni che sembrano pensate, sentite e composte con intenti consapevoli.
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<![CDATA[Snatura Rock del 19 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 19 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Sampha – Process]]>

Sampha Sisay è uno di quelli che lo conosci anche se non lo sai. Attivo fin dal 2009, ha lavorato per e con alcuni dei nomi più altisonanti del neo-pop ed hip hop moderni – che in un modo o nell’altro abbiamo tutti ascoltato – tra cui vale la pena citare Kanye West, Drake, Frank Ocean, Solange Knowles e Katy B. Ma soprattutto ha prodotto l’esordio di SBTRKT, collaborando anche nel sophomore del producer inglese, al secolo Aaron Jerome. Tutto questo per dire che, nonostante Process sia un debutto tardivo, a 28 anni il nativo di Morden (South London) ha già fatto parecchia legna, compresi un paio di EP: l’elettronico Sundanza (2010) ed il neo-soul Dual (2013).

A differenza dei due mini-album precedenti, Process è stato registrato in studi professionali – uno a Londra l’altro all’Ocean Sound Recordings di Grisk, sperduta isola norvegese – con la preziosa coproduzione dello scozzese Rodaid McDonald, gentilmente fornito dalla XL Recordings, casa madre della fedelissima Young Turks. Per quanto detto fino ad ora si capisce facilmente come attorno a questo primo LP si sia creata un’attesa di quelle che capiteranno due o tre volte in un anno, e che in un modo o nell’altro ne ha profondamente influenzato sia la fruizione sia il giudizio di merito. Dal canto suo Sampha ha fatto di tutto per complicarci la vita, non ha strafatto per assecondare l’hype ma ha tirato giù un album personale e meditativo, se non cupo sicuramente nebbioso, che parla di amore, fama, religione stringendosi attorno a due temi fondamentali: l’elaborazione del lutto e la scoperta di sé.

A meno di trent’anni, Sampha ha già avuto una vita piuttosto tragica. Suo padre è morto di cancro quando lui aveva solo 8 anni, la madre per la stessa malattia se n’è andata nell’autunno del 2015. È a lei che si rivolge in Kora Sings – elettro-tribal percussivo ingentilito dall’arpa africana (la kora, appunto) – quando canta “You’ve been with me since the cradle” e poi la chiama angelo e le chiede di non sparire. Ed è sempre la donna che l’ha cresciuto che ritorna nel vertice compositivo che è (No One Knows Me) Like The Piano, struggente ballata in cui l’autore ed il pianoforte regalatogli dal padre da bambino si fondono in un’unica essenza trascendente che però cerca in ogni modo di rivelarsi al mondo (“You should show me I had something some people call soul”). Deve essere questo il ‘processo’ di metabolizzazione del dolore che muove il cielo e le stelle di Sampha, come nella conclusiva What Shouldn’t I Be? in cui la memoria va alla sua infanzia travagliata e all’isolamento auto-imposto (“I should visit my brother, but I haven’t been there in months”) salvo poi trovare nella catarsi finale la sola conclusione possibile (“You can always come home”).

Process è dunque un disco pervaso da un senso profondo e palpabile di mortalità, in cui il songwriter fa i conti con la morte senza troppe sovrastrutture. Nell’iniziale Plastic 100°C, aggrovigliata in un’accattivante struttura non convenzionale fra sample di astronauti famosi e vaga elettronica, c’è una parte di testo (“Sleeping with my worries, I didn’t really know what that lump was”) dolorosamente autobiografica – in cui emergono la paura e l’incertezza all’indomani della scoperta di un nodulo alla gola – ma che si impone come punto di partenza per una crescita personale tanto desiderata quanto difficile da realizzare. Al punto che la sua voce solitamente educata si fa intensa e quasi disperata nella magnifica Blood On Me in cui il nostro è chiaramente in cerca d’aiuto (“I’m on this road now, I’m so alone now, swervin’ out of control now”).

Probabilmente è questa attitudine confessionale a spiazzare, ancor più dell’aver relegato la componente elettronica della sua musica sullo sfondo o poco più. Al di là di un paio di episodi come Reverse Faults e Under – che si muovono guardinghe fra basi hip hop, sintetizzatori e beat micidiali – è la sua voce soul a prendersi nettamente il centro della scena. Sia con la forza di Blood ma soprattutto con la fragilità dei falsetti di Take Me InsideIncomplete Kisses o ancora con la calorosa calma di Timmy’s Prayer, un r&b parecchio classico ma di enorme sensibilità artistica, scritto forse non a caso con Kanye West.

Non so esattamente cosa mi aspettassi da questo album, però so che all’inizio sono rimasto alquanto deluso. Per una serie di coincidenze, poi, mi sono trovato a riascoltare questi 40 minuti quasi forzatamente e allora sono riuscito a cogliere quell’essenza che molti avevano già intravisto ma che mi era sfuggita, o per lo meno questo è quello che mi piace pensare al posto di ‘non ci ho capito un cazzo’. Sia chiaro, Process non è un capolavoro assoluto (e forse proprio queste erano le attese) e pur essendo tutto molto bello e introspettivo manca la scintilla, quel qualcosa che fa entusiasmare e che ti colpisce con una forza tale da farti mancare il fiato...continua su Vinylistics

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<![CDATA[I Maleizappa arriveranno e vi faranno la festa. Questo Dorem Ipsum è il secondo capitolo della loro storia.]]>

Maleizappa
"Dorem Ipsum"
Autoprod.

I Maleizappa con “Dorem Ipsum” sono arrivati al secondo album dopo “I successi non ancora successi” (la raccolta di inediti tra il 2006 e il 2012) uscita 5 anni fa. Un gruppo unito e vivace che racconta le storie senza filtri. La voce di Victor assomiglia molto a quella di Elio di Elio e Le Storie Tese. E del gruppo milanese i Maleizappa hanno certamente anche l’attitudine ironica e dissacrante.
“Cassettina da 90” vuole essere un’autoesaltazione del fare parte della band, cercando di giocare con il proprio stupore di vedere atti corporali o sessuali auto provocati. Accettare le loro provocazioni significa entrare nel loro mondo. Spero non vogliano dedicare “Ragazzina” ad una loro innamorata, perché non è una ballata d’amore, ma è un pezzo da cantare rimarcando la voce inquietante, quasi da maniaco sessuale che fa il cantante e questo però con gli amici in allegria. “Mi meraviglio dell’aldilà” racconta l’esperienza di un viaggio quasi mistico. Il controllo delle emozioni incorniciate comunque nei loro mille imput che prorompono e cercano di uscire. Come in “Scienziati in america” un po’ cabaret anni 30 e un po’ varietà alla Raffaella Carrà.
“Introspettivo” è l’unico brano strumentale che li vede comunque divertiti tra i fiati e il piano. Oltre il già nominato Victor alla voce e ai testi, completano i Maleizappa: Lawrence alle chitarre, Girolamo al basso, Maximilian al piano e alle tastiere e Corrado alla batteria. In più ben undici musicisti ospiti che completano i suoni. Dal vivo devono essere molto divertenti.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Tre insegnanti di musica insieme per il progetto Garcino iniziano il loro percorso con l'esuberante Mother Earth’s Blues]]>

Garcino
"Mother Earth’s Blues"
Autoprodotto

Garcino è il progetto musicale che ha ideato e prodotto il chitarrista e cantante Nicola Garassino e che condivide con altri due insegnanti di musica come lui. Ovvero Andrea Griffone alle tastiere e Roberto Leardi alla batteria. Un trio che parte dal rock progressive per arrivare al blues, addirittura all’hard rock e al cantautorato rabbioso alla Venditti, famelico di ideali da rispettare.
“Mother Earth’s Blues” ha un approccio live di chi calca i palchi da un bel po’con canzoni che affrontano diversi input. Così arriva “Genova” per me canzone che racconta un particolare, un episodio, un momento di riflessione di chi l’ha scritta che durante un viaggio fa delle considerazioni sull’inquinamento come ostacolo alla bellezza della natura.
“Trains of Tanaria” tra le canzoni in inglese fa duettare il trio con i Bad Bones e questo crea un’alchimia hard rock molto efficace. Quasi tutta la canzone è serrata come un lungo ritornello, invece sul finale dilatano la melodia per esporre il cuore della storia.
La title track li porta a mettere dentro il loro background più imponente e infatti è stata questa parte che si nutre di blues la prima canzone composta da Garassino e che quindi ha dato il la per le altre. Anche se non seguendo lo stesso genere.
C’è energia e determinazione tra le trame di queste canzoni. Qualità che potrebbero portare ancora buone composizioni, da suddividere stavolta per i tre componenti. Non so poi se decidere che lingua usare per le canzoni o quale genere fare gioverebbe alla fruibilità. In fondo va bene anche così. Immaginiamo che per il prossimo disco cambieranno anche i numerosi ospiti che hanno contribuito alla veste quasi da presa diretta delle canzoni. Quindi il prossimo disco sarà una sorpresa che ci piacerà conoscere.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Torna il quintetto dei Movin' K con un terzo disco grintoso, corale ma anche spirituale]]>

Movin’K
"Waitin’ 4 the Dawn"
Autoprodotto

Dopo un EP “Park Your Butt” nel 2014 i Movin’ K tornano con “Waitin’ 4 the Dawn”, terzo album sulla lunga distanza. Rock psichedelico con dinamiche aperte e coralità fitte o dilatate. Francesco K Epiro guida il quintetto cantando e suonando il piano e le tastiere. La voce di Maria Rita Briganti dalle diverse potenzialità porta al gruppo un impatto coinvolgente da musical. Salvatore Gagliano ricama fraseggi arcobaleno alle chitarre, Fede Mongelli alla batteria spazia tra tempi alla Metallica arrivando a Sting e Ricky ‘L’ al basso equilibra l’atmosfera con le sue tinte scure ma veloci. Diversi ospiti arricchischino le melodie tra cui ricordiamo Davide ‘DaG’ Gullotto alle chitarre acustiche e elettriche. Ma anche la voce ospite di Paola Lautieri dà il meglio di sé nel finale in “Ghost”. Canzone quest’ultima davvero trascinante per innesti rock classici di matrice psichedelico che ricorda diverse icone del genere però sempre rispettosamente, giusto accennando.
“Faded” alterna le voci e la melodia come per far guardare la stessa cosa che cambia perché osservata dalle diverse personalità. “Disturbed” distinta dalla batteria dirompente, racconta di come si possa cambiare dopo una scossa e una delusione.
Il disco è poi suddiviso in tre atti: the Fall, The Journey e The Realease. L’idea quindi è di attraversare diverse atmosfere ora serrate, ora sognanti. Tentativo ben riuscito direi. Del resto hanno tutti gli elementi giusti per creare e comporre. Immagino questo direttore d’orchestra di una cascata di emozioni che si lasciano andare e scorrono attraversando le brutture per passare oltre con un sorriso a trentadue denti.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 12 febbraio 2017]]>

h15.15 Intervista ai Garcino
"Mother heath's Blues" è l'esordio dei Garcino nato da un'idea musicale del chitarrista e cantante Nicola Garassino che coinvolge diversi musicisti e forze creative per portarla a compimento. Andrea Griffone alle tastiere e Roberto Leardi alla batteria. Quindi due musicisti in particolare sono diventati il 33.3 del gruppo per l'esecuzione delle canzoni e presto lo saranno anche per la composizione. Questo esordio ha diversi ali che si aprono verso il cantautorato alla Venditti anni 70, il blues rurale, schitarrate colte alla Santana e l'hard rock. Ci sono quindi diversi elementi che vengono fuori e per come è strutturato il disco si è trovato l'equilibrio per risultare brioso e coinvolgente.

h16.00 Intervista ai Moon In June
Il bassista e cantante Giorgio Marcelli, già nei Annie Hall, Le Man Avec Les Lunettes, Claudia Is On The Sofa, Kaufman e Angela Kinzcly è l'anima dei Moon In June. Un gruppo che unisce diversi musicisti della scena bresciana già 'rodati'. Ovvero Massimiliano "Budo" Tonolini alla batteria e Cristian Barbieri, chitarra e seconda voce. Un gruppo che a quanto pare c'è da qualche anno come idea. Era in un posto dove stava crescendo nella consapevolezza, fatto di canzoni che per gli altri progetti non andavano bene perché troppo personali. Le esperienze con gli altri gruppi non si sentono. Dentro l'album si trova tutta la spontaneità di chi realizza canzoni che avevano care. Gli umori pop dark blues psichedelici sono da sempre i miei preferiti e qui svolgono bene il loro compito musicale.

h16.30 Intervista ai Maleizappa
Dopo "Soniche Avventure X" del 2011 e "I successi non ancora successi" del 2012, i Maleizappa da Caserta sono tornati con il disco nuovo autoprodotto "Dorem Ipsum". Ascoltarli significa subito entrare nel loro immaginario irruente che vuole essere ironico e impudente ma sincero, senza maschere e finzioni. Suonano benissimo e hanno in mano i mille input che gli arrivano addosso velocissimi ma li vanno ad equilibrare, passando dal varietà alla Raffaella Carrà allo swing anni 30, al pop rock facendoli protagonisti della festa. Ne parliamo con Victor (testi e voce) e Lawrence (chitarre e arrangiamenti). Completano il quintetto Girolamo al basso, Maximilian al piano e tastiere e Corrado alla batteria.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 12 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 12 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Corso di Sound Design]]>

Dal 15 Marzo 2017

Spazio Aereo – Via delle Industrie 27/5 Marghera (VE)

SOUND DESIGNCorso base per sonorizzazioni immagini in movimento

Ogni mercoledì dalle 20:00 alle 23:00 dal 15 Marzo per 6 incontri. 
Termine iscrizioni al corso: Lunedì 13 Marzo 2017

Iscriviti via mail scrivendo a cineforumlabirinto@gmail.com

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Cineforum Labirinto, in collaborazione con Spazio Aereo, propone un nuovo corso teorico e pratico dedicato al mondo del suono sincronizzato e del Sound Design.

Il corso, ideato e curato da Geremia Vinattieri (sound designer ed ex collaboratore di Fabrica), è rivolto a studenti, videomaker, insegnanti, musicisti, appassionati di Cinema e Musica che vogliano cimentarsi con una delle professioni più interessanti dell’industria filmica e musicale, che ha ridefinito e arricchito il linguaggio audiovisivo.

Agli iscritti è richiesto di essere laptop muniti e di avere dimestichezza con uno o più software per l’editing audio (Audition, Logic, Cubase, Live, Pro Tools…).

Il corso si articola in 6 incontri da 3 ore che si terranno di mercoledì dalle ore 20.00 alle 23.00 a partire dal 15 Marzo 2017 presso Spazio Aereo, centro di produzione artistico multidisciplinare situato a Marghera in Via delle Industrie 27/5 all’interno del Parco Scientifico Vega.

Il costo del corso è pari ad 120 euro.

Al termine del corso, su richiesta dei corsisti, verrà rilasciato un attestato di frequenza.

Per iscriversi e per maggiori informazioni: cineforumlabirinto@gmail.com


PROGRAMMA DEL CORSO

Il linguaggio audiovisivo:

– soundtrack: dialoghi/suoni/musica – suono diegetico / extra diegetico
– semantica del suono

I suoni al cinema: storia ed evoluzione del sonoro

– Analisi del suono
– La musica e lo spazio sonoro
– Sound design: Maestri e pioneri

Il montaggio sonoro

– editing audio
– campi sonori
– la spazializzazione e missaggio – montaggio audio e video

Sound design

– foley
– creare i propri suoni – ( campionamento e sintesi) – plug-in “creativo”
– imparare a “barare” con i suoni!

LABORATORIO

Durante la durata del corso agli iscritti sarà richiesto di doppiare una scena tratta da un film a piacimento tra quelle suggerite durante il corso.

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<![CDATA[Snatura Rock del 5 febbraio 2017]]>

h15.15 Intervista ad Alessandro Fiori
"Plancton" appena uscito per Woodworm Music è il quarto album solista sulla lunga distanza del cantante autore e polistrumentista Alessandro Fiori, già amato come leader dei Mariposa. Le sue canzoni spesso sono riuscite esplorazioni intime emozionali autoriali ora commoventi ora sorprendenti per evoluzioni della sua forma canzone. Il disco nuovo accarezza gli spigoli rimanendo informe ma, come una nuvola, trovando il suo senso di esistere provocando la pioggia. Emozioni concrete e futuriste.

h16.00 Intervista ai Movin' K
"Waiting 4 the Dawn" è il terzo album sulla lunga distanza per i Movin'K anticipato da un ep nel 2014. Voci coinvolgenti che raccontano di atmosfere sfavillanti, storie di opportunità, di stili che si alternano rimanendo però ancorati ad una tempra di base molto energica: da gospel, da musical, inebriati dal rock psichedelico. Ne parliamo con Francesco K Epiro, voce e tastiere. Completano il gruppo Maria Rita Briganti alla voce, Salvatore Gagliano alla chitarra, Federico Mongelli alla batteria e Ricky"La Elle" Sostene al basso.

h16.30 Intervista a Hibou Moyen
Hibou Moyen, aka Giacomo Radi, dopo l'esordio del 2014 "Inverni" e l'ep "Ancora Inverno" del 2015 è tornato con il secondo album sulla lunga distanza "Fin dove si tocca". Continua la sua bellissima storia iniziata con l'esordio e ci fa sentire disarmati all'ascolto delle sue parole e delle sue melodie. C'è sempre questa sensazione che per scrivere le sue canzoni si infili sotto una foglia e racconti così della libellula, degli odori, delle solitudini da superare, della vita da prendere sotto braccio. Inebriante.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 5 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 5 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[SOHN – Rennen]]>

Uno degli aspetti più affascinanti del linguaggio è il modo in cui esso possa assumere significati diversi a seconda del contesto in cui esprime qualcosa.

Quando tre anni fa SOHN, aka Christopher Taylor, esordì da solista e protagonista con Tremors, il messaggio arrivò forte e chiaro: i “tremori” dell’artista londinese non erano altro che frammenti di una densa ricetta sonora le cui scosse non sarebbero partite dalla terra sotto i nostri piedi, bensì, dalle terminazioni nervose che rivestono i nostri corpi. Quella formula potente, combinata tra una voce emozionante e un’elettronica raffinata strizzante l’occhio al nu-soul, fece sicuramente sussultare (solo per un attimo, sia chiaro) James Blake che di questa sperimentazione sonora era sovrano indiscusso. Nel corso di questi ultimi anni sono stati in tanti, troppi, a seguire questo filone electro-minimalista sposato ai generi musicali delle culture oltreoceano e, bisogna dirlo, Blake ancora adesso ne reincarna uno dei più esemplari portabandiera.

SOHN, invece, che di londinese ha solo le origini, non bada molto alle tendenze del momento e ai paragoni che si possono fare tra i vari artisti. Lui abbraccia più bandiere e continua la sua corsa (che guarda caso è il significato di “rennen” in tedesco) verso orizzonti sempre nuovi e panorami sonori variegati. Il suo spirito cosmopolita l’ha portato nel giro di poco tempo a piantare le proprie radici da Londra a Vienna (luogo di nascita di Tremors) a Los Angeles. Nel mezzo ci son stati un matrimonio e l’arrivo di un figlio. Il buon Christopher non si è fatto mancare proprio nulla e quindi, visto che le esperienze ci son state, la luce della creatività è sempre rimasta accesa, il momento propizio per sfornare il sophomore non poteva che essere questo.

Rennen, però, vede la luce all’inizio di un anno che ancora una volta ci offre come portata principale la ricetta dell’elettronica ricercata e suggestiva. Pochi giorni fa si faceva lo stesso discorso parlando del nuovo dico di Bonobo, oggi per fortuna si può uscire dal claustrofobico giro di parole sempre uguali e parlare di un disco con una forte impronta personale e poco interessato a immedesimarsi nelle emozioni comuni rispetto ai disagi odierni. Infatti, la prima cosa che colpisce dei dieci brani che compongono questo lavoro è il modo di esprimere afflizioni e fragilità da un punto di vista strettamente personale, mettendo prontamente in chiaro che questo non è un disco per il sociale, nonostante le liriche siano rivolte in più di un pezzo a temi politici e ambientali.

Tutto in questo disco suona come un continuo invito a ricercarne il vero significato. Il produttore londinese corre alla ricerca di un nuovo luogo? Di una nuova avventura? Oppure è una corsa contro le avversità e le proprie debolezze?

È sempre stato il gioco di SOHN, in effetti: creare diramazioni sonore delicate, intime, capaci di diventare qualsiasi cosa nella loro esecuzione. Signal è uno dei frutti più luminosi di questa multidimensionalità: una delicata ballata atmosferica che quasi richiama il precedente Tremors, si trasforma, man mano, in un turbinio di transizioni elettroniche sospese. L’onirismo di questo mood soffuso si protrae per buona parte dell’album, passando per brani che finalmente tornano a toccare le corde black dell’ r’n’b come la successiva Dead Wrong più oscura, oppure quelle “blues” della minimale Still Waters. Su quest’ultima scia anche l’accoppiata iniziale di Hard Liquor e Conrad, quest’ultima a tema ambientalista con i suoi riferimenti ai cambiamenti climatici. La prima, invece, dà il via alle danze con un intrigante soul, carico di ritmo e immediatezza sonora. Poi c’è Primary, scritta durante l’inizio delle elezioni presidenziali degli USA, che si lancia in un sentitissimo “Give me patience to wait for another day…” (ahimè, molta di più te ne servirà, caro Chris) e ancora una volta l’intimismo scarno iniziale si trasforma in un accelerato tappeto sonoro all’insegna delle manipolazioni elettroniche. Gli umori di Taylor cambiano repentinamente nel corso delle dieci trace; la tensione nervosa di Proof (che tanto ricorda Thom Yorke nei suoi ultimi lavori da solista) contrasta l’ipnotica Falling. L’unica costante resta il suo timbro vocale che emerge in ogni brano dando a ognuno di esso  la giusta morbidezza.

SOHN stavolta riduce al minimo indispensabile ogni pavimentazione sonora ma coinvolgendo nelle sue produzioni impeccabili molteplici correnti stilistiche. Paradossalmente, questa risulta essere una scelta più coraggiosa di quanto si possa immaginare: nessuna rivoluzione sonora, nessun adeguamento all’eccentricità, a volte esasperante, del periodo. Eppure gli ingredienti di questo lavoro, pochi ma ben selezionati, mettono a punto un sound limato e ben confezionato che riesce a raggiungere picchi eclettici ed emotivi pur rimanendo di base immediato e accessibile a tutti...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]>

solo quando si trovò sulla soglia della cecità Nietzsche smise di leggere le opere altrui e si concentrò sulla scrittura delle proprie, senza più maestri, né guru” (L.V. Arena – Brian Eno Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014)

 

L'ho accolto in casa con una certa freddezza, un comportamento che si addice quando l'ospite risulta troppo ingombrante o gli si vuol celare l'ansietà dell'incontro. L'ho tenuto in disparte per un lungo periodo, lasciando che la mia curiosità ancora galleggiasse assieme al battello che per qualche tempo è rimasto ormeggiato a Palazzo Tè, in quel di Mantova.

Una mostra, un disco che hanno saputo nuovamente colpirmi nell'intimo anche se qualcosa di ancora più nascosto e lontano mi sussurrava che non era abbastanza, ci voleva di più, più giù, più in fondo.

  Ho posato il nuovo cd di Eno nel lettore una settimana fa, da una settimana sto levitando ben oltre i territori conosciuti, viaggio mentre il tempo si annienta e l'idea stessa del confine da raggiungere diventa un racconto lontano, immerso nel ricordo di un passato indefinito mentre continuo a volare leggero tra un rimbalzo e l'altro di note che si confrontano tra loro nell'istante senza fine di un riflesso.

 Quando uscì Reflection, un mese fa circa, sentii il bisogno di esprimermi usando però modalità di scrittura diverse. Cercavo un approccio più scientifico, cattedrattico, lucido e distaccato. Dovevo valutare ciò che ascoltavo seguendo pareri, ricordi, tesi, calcoli che apparivano nei vari testi letti, pagine che avevano come minimo comune denominatore Brian Eno, uno dei maggiori assertori del “non insegnamento”, praticamente era pura contraddizione.

 “E' una tragedia che l'educazione sia giunta al punto di dirti che non dovresti provare a farti tue teorie sulla filosofia, ma soltanto imparare ciò che ha detto o fatto il filosofo” (Brian Eno, Lezione alla Red Bull Music Academy)

 Conoscevo questo suo lato, così come conosco l'appartenenza della musica di Eno alla scuola cosiddetta popular. Quando ti imbatti nei suoi suoni sai che non stai viaggiando nel paludato e stretto spazio del pensiero contemporaneo, lì dove anche la non regola è regola ferrea da seguire sullo spartito sospeso nell'assenza del non silenzio. Sai che Mr. Le Baptiste de la Salle ha senz'altro guardato – non certo studiato - quegli spartiti ma lo ha fatto con ancora vivo il ricordo delle piume che adornavano il suo costume, in quel tempo lontano trascorso assieme all'altro Brian, nei Roxy Music.

Credo sia fondamentale tenere a mente le sue origini per meglio comprendere il suo percorso. Così come è importante conoscere il motivo che lo ha indotto a lasciare il palco imbellettato del rock per andare alla ricerca della materia primaria, il vero suono che non ha bisogno di frontmen, assoli impossibili di synth, folle ondeggianti sotto al palco. Un'idea, un viaggio iniziati nel 1975 con Discreet Music o, come asserisce lui stesso, nel '73 con Robert Fripp o forse con la prima traccia musicale da lui registrata alla Ipswich Art School nel 1965.

 Penso al suo lungo percorso di crescita, di ascolto infinito, di instancabile ricerca. Penso al nostro notevole debito nei suoi confronti. A come ora, per esempio, possiamo facilmente dare un indirizzo musicale ambient alla nostra etichetta digitale informando velocemente e con precisione coloro che non conoscono la nostra linea editoriale. Penso mentre il suono fluido continua a sgorgare da casse mai sazie del suo silenzioso e dolce fluire.

 Ascolta Reflection qui

 Più scrivo e più mi allontano dallo stile che intendevo usare. Tutte le nozioni acquisite esplodono al rallentatore davanti ai miei occhi mentre l'immagine sfocata prende forma. E' un enorme sfera di suono, quella che sto attraversando. Si espande in continuazione mentre le note che la compongono si rigenerano senza fine. Il pensiero matematico si unisce a quello filosofico e il tutto si nutre di musica. Suono illimitato, questo il motivo della nascita di Reflection, la app creata da Eno assieme a Peter Chilvers, capace di generare all'infinito molteplici suoni, mai simili tra loro. Un viaggio che il lettore del cd non può permettersi, fermando a 54 minuti circa la sua corsa silenziosa. Una sorta di compromesso con il mercato musicale, o ciò che ne è rimasto. Racchiudere un lavoro di tale portata all'interno di un cd equivale a far crescere una splendida balena azzurra all'interno di una boccia per i pesci rossi ma...così funzionano le cose.

Insisto nell'ascolto o forse è l'ascolto che mi ha inglobato trasportandomi in luoghi lontani da me stesso. L'attesa dell'usuale e famigliare tocco di pianoforte è vana. Sono le macchine e la loro sensibilità ultramondo a governare questo spazio. L'uomo ha interagito con loro il tempo necessario per istruirle. Per noi un lungo dialogo appena iniziato. Per loro, abituate alle distanze incommensurabili degli anni luce, uno spazio temporale breve come il brillare di un lampo. Forse sta giungendo il tempo dell'abbandono da parte dell'uomo dell'idea stessa di musica suonata, irrigidita dentro regole di stile o ritmiche. Forse è ora di incontrarsi non più negli spazi riempiti di assordante e antica elettricità o canonica e colta elettronica. Forse è giunto il momento di abbracciare il silenzio e il suono che esso trasporta, capace di avvolgere e rigenerare anche anche l'ambiente che ci circonda.

Utopie?

  “...non è tanto una questione di suonare ma di saper ascoltare” Brian Eno

--> Brian Eno – Reflection – Warp - Gennaio 2017

--> Brian Eno/ Peter Chilvers – Reflection – Opal – 2017 (generative app)

 

Lettura consigliata:

--> Leonardo Vittorio Arena – BRIAN ENO Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014

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<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]>

La Vulnerata

Scorcio interno

Cerchi disperatamente di trasformare ai suoi occhi ciò di cui ti accusa − la tua volubilità, quando in realtà quel che vorrebbe da te è solo una sovrumana disponibilità alla rassicurazione, per tamponare la sua insicurezza e la sua ansia di controllo congenite − in una specie di relativismo gnoseologico nel momento in cui gli scrivi (sull’agenda del collezionista copertinata di velluto azzurro che stai riempiendo di questo amore): «Per mia natura, sin dall’infanzia, non sono mai riuscita a prendere delle posizioni radicali che escludessero le alternative. Finora l’avevo considerata come una certa capacità di comprensione delle differenze, un mio essere sempre in movimento, interiormente intendo, come se dentro di me ci fosse una massa magmatica che non riesce né vuole cristallizzarsi, ma che si alimenta di tutto ciò che conosce», metà della pagina occupata dalla fotografia di un quadro intitolato Milano vecchia − Carosello dei tram in Piazza Duomo con neve.

Su un’altra pagina, una delle prime, hai incollato invece il tuo disegno, con didascalia, del “mattone Ti Amo”, in risposta a un suo discorso che ti aveva colpita fino alle lacrime, tenuto a tarda notte, in macchina, davanti alla lenta rotazione delle pale di un vecchio mulino montano, discorso con cui ti catechizzava sul peso delle parole d’amore («Sono come dei mattoni») e sulla nostra responsabilità nel loro uso. Senza ancora arrivare a proiettare sulle tue esperienze relazionali passate quel senso di vacuità e fallimento che il suo giudizio avrebbe presto scatenato, con patetica sollecitudine, sotto il tuo mattone, gli hai scritto: «È più friabile di una zolletta di zucchero. Vorrebbe solo sciogliersi dentro di te e darti nutrimento (un cibo dolce e leggero, un tepore soffuso, una segreta energia), senza saziarti né pesare». Quel che non avevi ancora intuito quando scrivevi era che il problema stava proprio lì: nella faccenda della sazietà. Lui non si sarebbe mai sentito appagato, pieno, nutrito da te e dai tuoi sforzi; ne avrebbe chiesti sempre di più una volta constatata la tua disponibilità a concederne.

Metaforizzando (lo ammiri così tanto per la naturalezza con cui lo sa fare), ti ha parlato di una stanza dalle molte finestre che potrebbero aprirsi come anche restare chiuse per sempre, e intanto, giorno dopo giorno, ti sta murando viva mentre tu, completamente fuori strada, dall’agenda azzurra dei pittori gli dici, metaforizzando, che il tuo amore si è fatto spazio aperto e lui deve solo respirarlo, gli dici di essere fiduciosamente accoccolata su una solida roccia circondata dalla distesa delle possibilità e di attendere che dal mare arrivino messaggi, gli dici di voler fare della tua vita qualcosa di bello, di pulito, di arioso. E tutta quest’aria, questo respiro, questa ruah sta soltanto nelle tue parole, per il resto è una lenta asfissia, malgrado la tua ostinazione a fare di lui il punto di arrivo («La mia vita passata ha tinte smorte, è lontanissima. Ho vissuto sinora perché dovevo arrivare a questo, dovevo arrivare a te»).

«Tu sei stato l’arco che mi ha scagliata al centro di me stessa» gli hai scritto, metaforizzando, in una pagina che in alto a destra ha la foto di un quadro intitolato Malinconia (cinque persone vestite di allucinato giallo e rossoarancio sedute ai tavoli di un bar, nessuno sguardo reciproco, solo una pentade di solitudini).

Cazzate. Ciò che ha fatto e continua a fare, di quel centro di te che gli hai così docilmente consegnato, è una camera del sarcofago. Vedi forse delle aperture, un’uscita?

Da Planctus.

 


Inizia così questo incontro con Laura Liberale, con la lettura di un estratto tratto dal suo romanzo Planctus (Meridiano Zero 2015). Poche righe che rivelano la forza di una scrittura dirompente. Piccole gocce di analisi interpersonale ad alto potenziale esplosivo che deflagrano micidiali una volta assunte tramite la lettura. Una lunga chiaccherata attorno al personaggio e al mondo che lo circonda, una assaggio dell'universo letterario di un'autrice che nutre il suo fascino nella fierezza di una scrittura dura e femmina.

Per essere come sempre coerenti con l'argomento trattato, la scrittura, parto subito con una domanda riguardante il rock in casa Liberale, giusto per metterci a nostro agio curiosando nella vita di una poetessa che ama il basso.

Ho iniziato a suonare il basso a diciannove anni. L'esperienza più lunga e appagante è stata con le École Maternelle, un gruppo torinese tutto al femminile (e, per un certo periodo, femminile per 3/4). Sono cresciuta con la musica dark e new wave, il rock e il punk. E tanti concerti dal vivo.

Mi sono sempre chiesto quale sia la differenza tra scrittrice e poetessa, in realtà una mia idea ben precisa ce l'ho ma vorrei sentire il parere di una poetessa che è anche scrittrice o il contrario, come meglio preferisci.

Giovanni Giudici ha detto che la poesia è spesso una conquista casuale, va perseguita con discrezione e poche pretese affinché si manifesti. Se così è, e per me lo è, il narratore rappresenterebbe invece l'ostinazione dello scavo, l'intenzionalità massima. Quanto a me, è il porsi che cambia: mettersi in ascolto, in un caso, e sforzarsi di parlare, nell'altro.

Prima di iniziare la grande corsa attraverso la tua vita letteraria, mi premeva chiederti il motivo della scelta che ti ha portato al dottorato in Studi Indologici, dopo una laurea in Filosofia e Religione dell'India e dell'Estremo Oriente. Quale motivo ha stimolato la tua attrazione verso questa complessa materia filosofico-religiosa.

All'esame di terza media feci un tema su Gandhi. Mi piace vederlo come un assaggio di futuro, una finestrella aperta per un attimo su quel che sarebbe venuto, con grande passione, poi, al tempo dell'università. La cultura orientale è vastissima, le sue filosofie sono per lo più sconosciute o (mal)reinterpretate in chiave new age... Introdurne lo studio nei nostri licei sarebbe un grande passo in avanti. Il motivo? Il principale? La concezione che alcune di queste visioni filosofiche hanno del dolore, e le vie pratiche indicate per il suo superamento. 

Un percorso questo che ti ha aiutato nella scrittura?

Mi ha aiutata nella vita, dunque sì, anche nella scrittura.

Veniamo al tuo lavoro. Come definiresti la tua passione iniziata inspiegabilmente da ragazzina e proseguita con la pubblicazione di raccolte poetiche, romanzi, premi letterari, corsi di scrittura creativa e qui mi fermo sapendo di poter proseguire, volendo.

Un modo possibile di stare al mondo, e di interpretarlo.

In te esistono i due mondi legati, uno alla poesia e l'altro alla scrittura pensata per il racconto. Dato per certo che la poesia stessa è racconto, quale la diversità tra questi due universi e in quale la tua anima meglio si raccoglie.

Credo di aver già risposto sopra.

Il poeta non è personaggio molto conosciuto, al giorno d'oggi. Si pensa alla poesia come a certa musica sperimentale, una realtà nascosta frequentata solo dagli appassionati. Un ristretto circolo nel quale tutti si conoscono e che difficilmente apre le porte palesandosi alla realtà che lo circonda.

In realtà, oggi molti lamentano una deleteria diffusione "a macchia d'olio" della poesia, o sedicente tale, un suo impoverimento, un appiattimento. Sicuramente esistono i circoli massonici(\massificati) anche in questo appiattimento, il "chi fa parte di", ecc. ecc. Ma ha importanza? Il punto non è: conoscersi tutti e/o palesarsi alla realtà. Il punto dovrebbe essere: poesia come conoscenza e palesamento della propria realtà.     

Sono un semplice de-scrittore di suoni, non mi pregio della qualità di critico letterario ma azzardo una sorta di sensibilità che mi fa percepire i tuoi versi come scritti provenienti da un mondo altro, lì dove regna la dura saggezza della femmina e non si fanno sconti nella descrizione dei sentimenti espressi. Parole contenenti aguzzo fascino che irrimediabilmente attira e taglia lasciando cicatrici che si rimarginano solo usando la saliva, un agglomerato chimico antico come la natura umana.

Ne sono onorata. Dici "femmina", e non sbagli. L'archetipo della Grande Madre è fondamentale per me, sia negli studi indologici sia nella scrittura. Vado esplorandone l'ampiezza e la profondità nelle sue manifestazioni tanto positive quanto negative.

Laura Liberale, sei autrice di svariati testi poetici, compari nella raccolta Nuovi Poeti Italiani 6 per Einaudi e stai uscendo con una nuova raccolta di poesie per Oedipus intitolata La Disponibilità della Nostra Carne. Ne parliamo?

Non c'è da dire altro rispetto a quanto scritto in quarta di copertina: La disponibilità della carne: che sempre oscilla fra l’apertura ad accogliere l’altro e l’abissale libertà di decidere per lui, di disporne, appunto.
 Nel mezzo, la verità e la responsabilità delle parole. È una poesia "ossificata", in cui il dato biografico tenta di asciugarsi in direzione epigrammatica. Vi è anche una sorta di dialogo esplicitato tra alcuni versi e le fonti letterarie della sapienza indiana.

È ritornato il grande morto
per riportarti ai morti piccoli
per darti infine casa.

Gli duole il petto a camminare
e la Gran Madre è un tempio
che non riconosci:
finestre di alghe e muschi
una cova d’acqua.
Il cuore che gli tocchi

si rivela un grumo di foglie marce.
***
Quando ti attornieranno i vivi
chiedendoti: Mi riconosci?
non sentirai che la membrana
di due bocche a sfiorarti
il pochissimo dei pugni nelle orbite
a strappare lo sguardo che negasti.
Vedranno sé stessi una volta sola
attraverso i tuoi occhi liminari:
Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

I parenti circondano il moribondo e dicono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”.

Chāndogya-upaniṣad, VI, 15, 1

 Da La disponibilità della nostra carne.


Non solo poesia. Anche la scrittura narrativa accompagna il tuo andare. Nei romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero 2009) e Planctus (Meridiano Zero 2015) elabori la temuta morte, sulla figura femminile è incentrato Madreferro (Perdisa Pop 2012). Amerei tu ci spiegassi il tuo scrivere raccontando quanto è contenuto in quelle righe e nelle altre che compongono la tua bibliografia in forma di romanzo.

In Tanatoparty volevo parlare di rimozione della morte nella società contemporanea, e al contempo della sua spettacolarizzazione; già lì "dialogavo" con l'Oriente (le pagine sono incorniciate da citazioni del Libro tibetano dei morti). Madreferro è un piccolo viaggio nella genealogia familiare, nel mio matriarcato, un sinistro omaggio ai luoghi della mia infanzia e giovinezza. Planctus ha a che fare con il lutto e la sua elaborazione, nella finzione narrativa e nella mia stessa vita.  Sono storie massimamente condensate, addensate nel respiro breve.

 Alla tua attività abbini anche quella formativa con corsi di scrittura creativa. Domanda: quanto può servire la frequentazione a tali corsi ai fini di un possibile futuro letterario.

 I corsi di scrittura possono servire ad accrescere la consapevolezza critica, la "potenza di fuoco" della lettura; aiutano a smontare i testi altrui e i propri, ad affinare l'artigianato. Non insegnano il talento e non dovrebbero alimentare false illusioni. Inoltre, non esiste un generico "corso di scrittura". Esistono delle persone, degli scrittori si suppone, che portano un'esperienza, un percorso, degli strumenti, una visione peculiare da condividere con altre persone. È il docente a fare il corso di scrittura.  

 

Com'è la vita vista attraverso il foglio scritto e com'è quel mondo che a noi sembra così pieno di passione e urgenza espressiva. Secondo te esiste una componente egocentrica nello scrivere, se si che rilevanza ha?

 Ti rispondo con due citazioni. "Credeva di aver scelto la vita, e invece aveva scelto la pagina seguente", parola di P. Roth. "Nessuna lode, nessun onore, se lo merita, gli toglierà di restare ai propri occhi il pover'uomo che è", parola di Sbarbaro.

Chiuso un libro se ne apre un altro, che programmi nascondi tra quelle nuove pagine.

Al momento vorrei chiudere un saggio indologico sugli inni dei nomi di Śiva. Ci lavoro da tanto − un lavoro filologico, comparativo − ma non con la dedizione che dovrei riservargli. Poi c'è l'idea di un romanzo horror, ma è ancora presto per parlarne, e potrebbe anche non vedere mai la luce. Diciamo che, negli ultimi tempi, sto molto più dietro ai lavori dei corsisti che ai miei.

Grazie, Mirco, per le domande, il tempo e l'ospitalità.

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<![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'11 dicembre 2016]]>

h15.15 Intervista a Khompa
Davide Compagnoni in arte Khompa è il batterista degli Stearica alle prese con suo progetto solista "The Shape of drums to come". Un disco coinvolgente che si fa guidare dal gusto e dall'armonia del battito che si espande per poi tornare minimale. Taigen Kawabe superospite rappa in giapponese in "Upside-down world". Il flusso uditivo dà soddisfazione perché le mani le batterista sono consapevoli e potenti.

h16.00 Intervista a Marco Iacampo
Dopo due dischi con gli Elle e due dischi e un EP come Goodmorningboy, Marco Iacampo ha iniziato la sua carriera solista usando il suo nome e cognome e cantando in italiano. Così sono arrivati l'esordio omonimo del 2010, Valetudo del 2012 e Flores uscito qualche mese fa per Urtovox e The Prisoner Records. Oggi parleremo proprio di quest'ultimo disco composto da canzoni, per la maggior parte cantate a bassa voce sul mood della tranquillità. Storie e viaggi interiori che fa piacere ascoltare.

h16.30 Intervista a Capobranco
"Il Grande Zoo" è il secondo album del trio dei Capobranco di Padova dopo l'esordio omonimo di due anni fa. Un disco spinto dall'orecchiabilità del rock che ammicca in modo spontaneo trovando giri di ritornello molto appicicaticci come in "Benvenuti nel grande zoo". Non manca la bella canzone d'amore "Miele di vespa" e il pezzo divertente "Il rock è fuori moda" da cui è stato tratto anche un video.

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<![CDATA[Snatura Rock dell'11 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'11 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 18 dicembre 2016]]>

h15.15 Intervista a Lo Straniero
I Lo Straniero, gruppo di Asti/ Alessandria, hanno appena esordito per La Tempesta. Il loro disco attraverso i sinth che incontrano un suono new wave, raccontano di stati emotivi e fisici da superare per conoscere meglio se stessi. Canzoni che sembrano scavare nella profondità dell'animo quindi ma che non dimenticano di curare la melodia e l'appeal che fa gioco e funziona. Ne parliamo con Gio, ovvero Giovanni Facelli, voce, chitarra e synth. Completano il gruppo Federica Addari, voce e sinth; Luca Francia, synth, piano elettrico e drum machine; Valentina Francini, basso, e Francesco Seitone, chitarra e drum machine.

h16.30 Intervista ai Moostroo
"Musica per adulti" è il secondo album dei Moostroo dopo il debutto omonimo uscito nel 2014. Musica d'autore, amori andati in putrefazione come cadaveri ma anche in grado di profumare l'aria mentre ci si mostra fragili difronte a lei come in "Regalami". Chiari riferimenti al grande Fabrizio De Andrè in "Lacci". Un racconto di un uomo arrabbiato di girare attorno alla sua stessa routine. Canzoni raccontanti che rimangono tra le pieghe e parafrasandoli 'nel tempo fugace l'amore ci cuce', così ci si può abbandonare alle loro melodie fatte per sognare. Ne parliamo con Francesco Pontiggia, detto Franz, batterista del gruppo. Dulco Mazzoleni è il cantante e chitarrista e Igor Malvestiti il batterista.

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<![CDATA[Snatura Rock del 18 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'8 gennaio 2017]]>

h15.15 Intervista agli AABU
"Basta scegliere" è l'album d'esordio del quintetto di Bologna AABU. Cantano in italiano e hanno diviso le loro otto canzoni in due cd e due versioni. Un cd registrato con il suono pulito e ha il simbolo del fiore e l'altro più rumoroso e sporco col suono del pugno. Ma non c'è molto di rancoroso in queste canzoni. C'è "L'Assassino" che, ad esempio, mi ha ricordato Ferdinando Il Toro di Munro Leaf. Il toro che amava starsene tranquillo ad annusare i fiori. Bravi ragazzi che compongono canzoni.

h16.00 Intervista a Cato
Cato, in arte Roberto Picinali, dopo due anni dal suo debutto solista torna con "+ Love - Stress". Canzoni venute fuori in momenti particolari. Concitati in "Tranquillo" che vuole essere uno sfogo contro quella gente che critica e basta. O anche momenti di disperazione dopo una storia finita e tutte le gesta della quotidianità rallentano e si fanno claudicanti: così succede in "Senza Fretta". Canzoni passionali insomma con Cato circondato da numerosi amici musicisti che lo supportano completando il disco.

h16.30 Intervista a L'Albero
L'Albero è Andrea Mastropietro che ricordiamo come cantante e chitarrista dei Vickers, gruppo meraviglioso di Firenze ispirato dalla psichedelia americana che canta in inglese. Ma questa volta Andrea vuole mettersi alla prova cantando in italiano e il risultato è davvero ottimo. La prima canzone con cui si è 'esposto' è stata una cover di Lucio Battisti, "Nel cuore, nell'anima". Ed è stato come se quella canzone (da cui è venuto fuori anche un video) l'avesse ispirato dandogli coraggio. Infatti proprio Battisti assieme a Elliott Smith sono i riferimenti che vengono subito fuori. Quasi tutte le canzoni sono pazze d'amore e coinvolgono nei momenti più scuri. Gran bell'esordio.

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<![CDATA[Snatura Rock dell'8 gennaio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'8 gennaio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Flaming Lips – Oczy Mlody]]>

Lo scorso tredici gennaio i Flaming Lips hanno pubblicato il loro quattordicesimo album in studio, Oczy Mlody. In più di trent’anni di carriera Wayne Coyne e soci hanno fatto tutto quello che potete immaginare, ma moltiplicato per tre. Hanno stravolto il proprio sound con un LP, Zaireeka, che in realtà erano quattro cd da ascoltare contemporaneamente; hanno inciso il loro nome su pietre miliari della modernità come The Soft Bulletin e Yoshimi Battles the Pink Robots; ma più di tutto hanno sperimentato, spostato avanti i propri limiti, donandoci dischi complessi e discussi come Embryonic The Terror, la loro ultima fatica datata 2013.

Ovviamente questa è solo una piccola parte della storia ma non potevo dilungarmi troppo nello spiegone per quelli di voi che hanno più o meno sedici anni o che sono rimasti chiusi in un bunker a digitare sei numeri ogni 108 minuti. Dunque arriviamo al punto: Oczy Mlody – che in polacco significa ‘eyes of the young’ (lo scrivo in inglese perché poi capirete) – vede il nucleo dei Flaming Lips così come lo avevamo lasciato dopo la cacciata di Kliph Scurlock. Wayne Coyne, Michael Ivins, Steven Drozd, Derek Brown ed un paio di altri collaboratori hanno registrato tra la natia Oklahoma City e New York insieme al fidato Dave Fridmann (col supporto di Scott Booker). Gli ultimi anni sono stati quelli dei lavori della serie Fwends e della collaborazione con Miley Cyrus ed il suo Dead Petz. Prima di capire quanto tutto ciò abbia influenzato questo album lo stesso Coyne ha dato una vaga idea di cosa aspettarci, con un laconico ed inquietante “Syd Barrett che incontra A$AP Rocky” e tanti saluti alla sanità mentale.

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Che poi non è nemmeno una metafora così strampalata. La title-track che apre i giochi, al di là di essere poco più di una (in)utile intro in stile xx, ha però il merito di dimensionare l’ascoltatore al mood che seguirà: beat pulsanti, atmosfere livide, synth ed elettronica a piovere. Quindi la quota A$AP Rocky deve risiedere nel groove, idea rafforzata dalla stupenda How??, un synth-rock acquoso coi bassi super carichi, che dipinge scenari a metà tra utopia (“Legalize it, every drug right now”) e distopia (“We were young with our baby guns”) nella tipica maniera fintamente ingenua dei Lips. La quota Barrett allora risiede per forza nel carattere trippy e malinconico che pervade l’intero disco, a partire dall’elettro-pop di There Should Be Unicorns, brano interessante in cui la voce delicata di Coyne contrasta con la pesantezza della confezione, purtroppo rovinato da un discutibile finale in cui la voce narrante di Reggie Watts disquisisce di unicorni dagli occhi viola, della loro cacca e di amore universale. Va be’.

Oczy Mlody è stato pensato e realizzato nell’ottica di uno stacco, un cambio di direzione rispetto all’oscurità di The Terror ed in generale all’inclinazione acida delle ultime cose della band. Vuole essere melodico ed orientato alla forma-canzone come in Sunrise (Eyes Of The Young) – una contro title-track, ballad gentile di sintetizzatore e pianoforte ma che ad un ascolto più attento si rivela in parte cover di The Floyd Song (Sunrise) della dannata (scherzo) Cyrus. Ebbene, questo riferirsi ai sopracitati Soft Bulletin e Yoshimi, con un carico di allegria in più, rigettando in qualche modo le inclinazioni sperimentali e complicate di Embryonic e, di nuovo, di Terror riesce solo in parte. Perché di questi ultimi due Oczy è indubbiamente figlio, e lo si capisce da pezzi come Nidgy Nie (Never No) Galaxy I Sink. Il primo è un delicato brano semi-strumentale a metà tra r&b d’avanguardia e funk robotico, il secondo è una specie di filastrocca dissonante impreziosito dagli archi; entrambi mutuano dal recente passato la lentezza e la cupa nebulosità rarefacendola in spazi più ampi e meno claustrofobici, è vero, ma il cordone ombelicale c’è e si vede.

Uno dei problemi con questo lavoro è che vive di momenti tutto sommato trascurabili (tipo Almost Home) ed altri invece grandiosi. Tra questi c’è di sicuro il prog elettronico e percussivo di One Night While Hunting for Faeries and Witches and Wizards to Kill che al di là del titolo impossibile (ma in piena tradizione) spacca letteralmente in due l’album e sottolinea – con gli unicorni di prima e The Castle poi – quello che è il tema lirico fondamentale: il mondo della fiabe, declinato sul doppio binario della vita e della morte, come in un piano della realtà apocalittico ma esilarante al tempo stesso. Senza soluzione di continuità arriva l’intrigante Do Glowy – ed il suo uso massiccio di Auto-Tune alternato al cantato naturale – che a sua volta fluisce nella neo-psichedelia della lunga Listening To The Frogs With Demon Eyes che, oltre a reiterare il tema della morte (“Have you seen someone die?”), è significativa di una seconda parte più luminosa ed affermativa. Il dream-pop angelico e fluttuante della notevole The Castle non fa confermare questa tendenza: arpeggi di synth cosmici e testi trasognanti (“Her eyes were butterflies, her smile was a rainbow”) ci dicono che dopo averci messo per anni alla prova e deliziato in ogni modo, ora i Flaming Lips forse vogliono solo lasciarsi ascoltare.

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Hanno sempre usato concetti e temi anche piuttosto astrusi per migliorare la fruizione della loro musica e qui non fanno diversamente. Certo, ci sono un paio di questioni da capire bene. La prima riguarda Miley Cyrus. Ora dobbiamo affrontare la cosa: se da una parte è chiaro il reciproco beneficio del loro rapporto – lei si dà tono ed importanza attraverso di loro, i Lips si svecchiano e trovano un’improbabile musa sui generis per il loro finale di carriera – dall’altra rimane oscuro cosa resterà della sua influenza sulla band a lungo andare...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Sundara Karma – Youth Is Only Ever Fun In Retrospect]]>

Per chi come la sottoscritta nell’anno appena concluso si è lamentato della mancanza di una buona dose di (indie)rock, questo 2017 forse non è iniziato in modo poi così malvagio.

Certo, siamo ancora quelli che se la devono vedere con i buoni propositi giurati a morte nelle notti di poca lucidità del 2016 ma, anche se la maggior parte di noi dovesse fallire (e senza dubbio questo succederà), qualcuno che non ha avuto difficoltà a mantenere i propri propositi c’è e noi dobbiamo prendere ispirazione da loro: i Sundara Karma.

Sundara Karma sono Oscar Pollock (voce e chitarra), Haydn Evans (batteria), Ally Baty (chitarra) e Dom Cordell (basso) e Youth Is Only Ever Fun In Retrospect è il loro primo LP che salta fuori direttamente dalla calza della befana il 6 gennaio.

Con ben otto brani non inediti su dodici, questo disco potrebbe inaugurare la categoria “Debutti che non lo sono” eppure questo quartetto sbucato dal Regno Unito  ormai già qualche anno fa, pare proprio voglia imporsi come una vera e propria novità di quest’anno.

Ma, parlando sempre di buoni propositi, se tra i loro c’era anche quello di dare vita a pezzi epici che facessero scatenare le masse, si deve purtroppo dire che l’obiettivo sia stato centrato solo in parte.

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Oscar Pollock e compagni non so esattamente che rapporto abbiano col karma ma se il concetto del suddetto è strettamente legato al tempo, loro hanno il gran merito di averlo saputo gestire riuscendo a mettere in piedi un lavoro ben confezionato senza perdere negli anni quella freschezza genuina, trascinante senza uno specifico motivo, che ti fa dire Sì. E ti fa finire su ticketone a comprare biglietti.

Poi insomma, basta guardarli. Il look è quello giusto: “zero pretese curate nei minimi dettagli”. Poi il frontman è un vero frontman che mette una grande impronta su tutti e dodici i brani, sia per la personalità vocale sia per la scrittura dei testi. Poi l’energia emerge fin da subito, anzi, proprio nei primi pezzi in scaletta i Sundara Karma partono in quarta mettendoci immediatamente nella condizione di scatenarci come se non ci fosse un domani.

A Young Understanding, già nota al pubblico dallo scorso febbraio, apre le danze e mette subito in chiaro qual è il mood di questo disco all’insegna di chitarre frenetiche e batteria instancabile. Si prosegue con Loveblood, uno dei pezzi forti, anzi il più forte, che oltre a non volerne sapere nulla di rallentare il ritmo, spicca come vero e proprio manifesto di un album che parla di giovinezza e questo brano ne rappresenta perfettamente l’essenza attraverso la scrittura di Oscar, romantica e drammatica allo stesso tempo. È proprio questo a dare personalità a tutto il lavoro: l’impeto nelle liriche,il tirare tutto fuori, l’avere paura ed essere drammatici ma anche passionali e poi tornare ad avere paura. I battiti cardiaci possono solo accelerare con i loop di chitarra ipnotici di Olympia e poi rallentare, ma solo per un attimo, nel farsi sorprendere da quel velo di nostalgia in Happy Familyall’insegna di cori solenni e vagamente malinconici. Ma in sei minuti di musica questo pezzo si riserva il diritto di cambiare le nostre sensazioni più e più volte. Poi sì, pezzi come Flame e Be Nobody i Kings Of Leon si staranno mangiando le mani per non averli composti loro.

Dopo una prima parte scintillante ne arriva una seconda che sinceramente, senza troppi giri di parole, è semplicemente un’inutile ripetizione di cose già sentite. Si va a colpo abbastanza sicuro con She Said e Vivienne che riescono a mantenere un’atmosfera elettrica e potente ma paradossalmente tutto ciò si protrae fin troppo in modo talmente uniforme e standard da far scemare gradualmente tutta l’intensità piacevole dei primi pezzi...continua su Vinylistics

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<![CDATA[The xx – I See You]]>

Una manciata di anni fa ascoltare gli xx permetteva di essere quelli che alle feste potevano fare di una parete la propria ombra ed essere comunque dalla parte dei giusti. Perché ascoltare gli xx significava aprire una porta, chiudersela alle spalle, ed entrare in una piccola dimensione parallela, lontana da tutto e tutti, con le luci basse e i soli battiti sonori a scandire emozioni e stati d’animo. In fondo questo è quello che ha sempre caratterizzato l’anima di questo trio, pacato e riservato, sempre sfuggente agli occhi dei media e di chiunque volesse saperne di più delle loro vite private. Ciò non ha comunque impedito loro di ritirare il Mercury Prize vinto con l’esordio del loro omonimo album e di attirare negli anni una gran fetta di pubblico.

xx

Se fino a poco tempo fa erano Madley Croft e Oliver Sim ad avere maggior visibilità (sia dal vivo che su disco) e a creare magiche connessioni musicali, senza dubbio oggi il leader indiscusso di questo trio è Jamie xx  che, dopo il suo ultimo lavoro da solista, aveva fatto presagire una grossa trasformazione anche nel percorso intrapreso con i due amici di sempre. Ebbene, a cinque anni di distanza da Coexist, gli xx sono tornati con “l’hypatissimo” (eheh) I See You e questa trasformazione in parte c’è stata ma in parte anche no. Perché sì, sicuramente non è un caso che i due singoli che hanno anticipato l’uscita del disco, On Hold e Say Something Loving, abbiano campioni vocali come ingredienti fondamentali e saranno pezzi che sentiremo in radio e ci faranno ondeggiare da qui fino alla fine dell’anno, ma a dispetto di quanto questi pezzi potessero farci intuire, il discorso può svilupparsi in qualcosa di più profondo e interessante.

Certo, l’inizio affidato a Dangerous, elettronica, “funkeggiante” e cinematica, ti mette davanti i primi quattro minuti di musica completamente dissociata da tutto ciò che era fino al momento di Coexist. Poi ascolti anche un pezzo come I Dare You e pensi che ormai la frittata è stata fatta: i passaggi elettronici sono sempre più presenti e la virata pop pare stia completando il suo loading. Eppure senti la Croft cantare in questo brano e ti sembra la sua voce non sia mai suonata tanto sincera e appassionata. E quando canta “I’ve been a romantic for so long…  All I’ve ever had are love songs”  sembra quasi voler allungare il braccio e avere un contatto maggiore con tutto ciò che la circonda. Allora sì, è vero che gli xx vogliono uscire dal guscio e abbattere i propri limiti ma tutto ciò solo a patto di poter essere ancora se stessi  e di non perdere l’intimità della loro musica. Questa intimità la ritroviamo eccome in pezzi come Brave For You, una ballata al piano romantica e inquieta che ancora una volta mette a nudo le loro fragilità nei versi “And when I’m scared / I imagine you’re there / Telling me to be brave… So I will be brave for you… Stand on a stage for you” finendo per diventare il rimedio contro le proprie paure.

Tutti e dieci i brani giocano nella stessa atmosfera crepuscolare ma ognuno di essi aggiunge una sfumatura diversa al mood generale: diventa estremamente sensuale con Lips, dove ancora una volta la presenza di Jamie è imponente ma senza alterare gli equilibri di Madley e Oliver. E se I Say Something Loving ricorda vagamente un r’n’b che esplora Marte, A Violent Noise non si accontenta e amplia maggiormente gli spazi. Replica si aggiunge al lotto di ritmi seducenti fatti per corpi che si devono muovere. Ma sempre lentamente, s’intende.

Tutto ciò, si deve dire, alla fine lascia un po’ la sensazione che la potenzialità di questo gruppo non sia ancora sbocciata appieno...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]>

Usare il suono al pari di una matrice su cui allineare gli elementi che sviluppandosi andranno a comporre la formula algebrica capace di unire calcolo matematico e purezza visionaria, una costruzione virtuale che passa attraverso la musica trasformandosi in visione. Andiamo a conoscere Edisonnoside, uno di questi alchimisti abitanti dell'universo virtuale, li dove l'esperienza immersiva è regola.

 

First of all: spiegami il significato del tuo moniker, sempre ne abbia uno.

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<![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Building Virtuality Through The Sound]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 27 novembre 2016]]>
h15.15 Intervista a Martino Adriani
Dopo l'ep d'esordio del 2012 "Non date retta a me", esce per questo 2016 "Agrodolce - Racconti d'amore fra fegato e cuore", primo album sulla lunga distanza del cantante e chitarrista. Canzoni che spesso cercano il sorriso e così doveva essere per tutto il disco ma poi la scrittura ti scopre e così viene fuori anche la parte malinconica del cantautore che completa il quadro e l'intento di parlare d'amore.
 
h16.00 Intervista ai Flame Parade
"A New Home" è il disco d'esordio dei Flame Parade appena uscito per Materiali Sonori. Atmosfere distese e idee ispirate per ciascuna canzone, così si passa da un ammaliante Elvis Presley che gioca col 2016 in "Seahorse" alla chitarra acustica di "Surrender" che ricorda quella di Eddy Vedder in "Into the Wild". Ne parliamo con Letizia Bonchi, violinista e seconda voce. Completano il gruppo Marco Zampoli (voce e chitarra), Niccolò Failli (batteria) e Mattia Calosci (chitarra/basso/voce).
 
h16.30 Intervista ai Silent Carnival
Marco Giambrone - voce, chitarra, loops, drones, synth e e tapes - ci racconta del secondo album dei Silent Carnival intitolato "Drowning at low tide" e uscito per Viceversa/Old Bicycle Records che arriva dopo l'esordio omonimo del 2014. Un disco meravigliosamente inquietante e pieno di momenti emozionanti che lasciano senza fiato. Ma arrivano anche i momenti di conforto in un esperimento ben riuscito pensando ad un filo conduttore fatto di ombre, luci, voce profonde, destrutturazioni del rock e noise. Completano il trio Caterina Fede all'organo, i synth, seconda voce e effetti e Alfonso De Marco alle percussioni, basso e chitarra.
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<![CDATA[Snatura Rock del 27 novembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 27 novembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 4 dicembre 2016]]>

h15.15 Intervista agli OVO
"Creatura" è l'ottavo disco sulla lunga distanza degli Ovo di Bruno Dorella e Stefania Pedretti. Per questo disco troviamo novità nel loro sound che li portano sempre di più verso l'elettronica metal. Ascoltandoli hai sempre la sensazione che, disco dopo disco, in questa storia musicale che seguiamo sin dall'inizio, di ricevere da loro un dono, una conoscenza in più sulla musica che prima non sapevi e ti fanno vivere così ogni loro disco come una vera e propria esperienza musicale per le orecchie che ringraziano e gli si affezionano sempre di più tra feald recording, zombie, batterie disturbate, storie da costruire per la creatura uscita degli abissi. Ne parliamo con Bruno Dorella.

h16.00 Intervista ai MS/Elvina Pinto
MS sta per le sigarette e per Matteo Santarelli, che compone le musiche e canta, mentre Elvina Pinto suona l'autoharp e canta. Un duo dunque che s'incontra in Bosnia e porta con sé Aki Kaurismaki, notti fumose, lingue mutanti, romanticherie e barcollamenti in un ipnotico linguaggio compositivo che trasporta un mare di piccole sensazioni che si fanno canzone e creano un'identità precisa quanto indefinibile. Se trovate la porta giusta, entrare nel loro immaginario sarà interessante. Ne parliamo con Matteo Santarelli.

h16.30 Intervista a Fabio Cinti
"Forze Elastiche" è il quarto album sulla lunga distanza per Fabio Cinti, appena uscito per Marvis Labl. Un disco raccontato con la forza della melodia e del canto in 20 pagine musicali. Canzoni in perfetto equilibrio tra intuizioni melodiche e giostre compositive impreziosite dai diversi ospiti. Il senso della misura della poetica di Fabio Cinti è ricercata e curata con consapevolezza della metrica e qualche semplice ma efficace carezza.

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<![CDATA[Snatura Rock del 4 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 4 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[A due anni dall'esordio omonimo tornano i Capobranco con nuovi coinvolgimenti funk/rock]]>

Capobranco
"Il Grande Zoo"
Jetglow Recordings

Dopo il primo EP omonimo del 2014 i padovani Capobranco tornano con un secondo EP “Il Grande Zoo”, rimanendo su una linea breve ma intensa che punta sul funk rock conturbante e diretto cantato in italiano. Alex Boscaro, voce e chitarra, Valerio Nalini, basso e voce ed Enrico Carugno alla batteria. La musica come divertimento e scusa per aggregarsi come ‘liberi animali in un grande zoo’ parafrasandoli dalla canzone che apre il disco “Benvenuti nel grande zoo”. Un brano cantato in modo funk e che gli permette con parole semplici di arrivare al loro unico e rispettabile intento: fare ballare il pubblico o l’ascoltatore. Quello che mi convince soprattutto è il loro sapersi fermare all’arrivo dei fronzoli di default, rimanendo asciutti e diretti.
“Ad un tratto”, con un inizio sul rock blues, mostra ancora la loro ironia e questi giochi di parole che sulle e fanno un interessante e coinvolgente tiro e molla sulla storia di un trattore che si mette davanti, mentre in macchina hai fretta perché non puoi arrivare in ritardo.
“Il rock è fuori moda” cantata in un adorabile cadenza della voce svigorita che però ammicca impavida, viene estrapolata dall’EP dai ragazzi anche per il video. Scelta azzeccata perché davvero rappresentativa.
“La solitudine del fonico” ci porta a un altro gioco di parole con ‘check’ che diventa il ritornello, il punto saliente e il finale per raccontare un momento importante, ovvero lo stato umorale del fonico. Ricordandosi che vige e imperversa una preponderante dose di autoironia per tutto il disco.
Un disco suonato e cantato con una bella spinta e consapevolezza di chi ha già visto tante teste ai propri concerti e tante altre se ne aspetta ancora.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Agnes Obel – Citizen Of Glass]]>

“These bare bones are made of glass “

Per le nostre ossa di vetro l’imminente arrivo dell’inverno può solo moltiplicare il numero di ostacoli che affrontano ogni giorno nello scontrarsi con la vita. Questa è una delle interpretazioni più tristi – ma certamente non l’unica – che gravita intorno al concetto di “vetro”, espresso nel nuovo disco di Agnes Obel.

La cantautrice danese è tornata col suo terzo album in studio, sempre lì a Berlino dove vive ormai da un po’ di anni e dove ha dato i natali anche ai suoi due precedenti capitoli Aventine e Philharmonics. Stavolta però la storia è molto più di una serie di brani che esprimono l’essenza elegante e minimalista di una musicista folk che deve parecchio alla sua formazione classica. Stavolta la Obel ha sviluppato una vera e propria opera ispirata ad un articolo del Der Spiegel che tratta il concetto di “Gläserner Bürger” (cittadino di vetro, appunto) parlando degli uomini come delle “persone trasparenti” in balia della costante e ossessiva necessità di condividere le proprie informazioni, dalle meno alle più private, col resto del mondo.

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La giovane compositrice parte da questa idea sviluppandola attraverso varie interpretazioni impegnate nell’elaborazione di noi stessi sia in chiave introspettiva ma anche rispetto alla visione percepita dagli altri. Il tutto è immerso in atmosfere spettrali ed evocative, tanto che sembra quasi di essere catapultati in un thriller in piena tensione emotiva. E non solo per la copertina fortemente ispirata a Gli Uccelli di Hitchcock. Citizen Of Glass apre una nuova fase evolutiva anche dal punto di vista sonoro che diventa più corposo distanziandosi dal minimalismo del passato, affidato più che altro alla voce e al piano, incorporando in questo lavoro una serie di elementi orchestrali (clavicembalo e quartetti d’arco in primis) incaricati di tirare su una struttura più complessa ma sempre all’insegna della seducente eleganza che caratterizza dagli inizi Agnes Obel.

Stretch Your Eyes è il perfetto manifesto di questa opera dal mood dark: cinque minuti di bellezza trattenuta in una cadenzata marcia spettrale, cullata dalla delicatezza degli archi e resa conturbante dall’utilizzo del Trautonium, una sorta di antenato del sintetizzatore.

È anche e soprattutto la voglia di sperimentare con le nuove tecnologie che sostiene tutte queste strutture senza che ci sia mai un momento ridondante in questi dieci brani. In Familiar, che a dispetto del titolo ha poco di familiare e rassicurante, Agnes intraprende un duetto con…se stessa: con una tecnica alla Låpsley si cala nei panni di un uomo, grazie alle regolazione della voce, abbassandola di parecchie ottave. Manipola e distorce la sua voce più volte nella riproduzione di questo disco. Lo fa anche in brani come Trojan Horses e Citizen Of Glass: la prima è la traccia da cui è stata tratta la citazione fatta all’inizio di questo articolo ed è uno dei pezzi più suggestivi del lotto con la sua atmosfera oscura e solenne allo stesso tempo. La voce della Obel proprio come il vetro è fragile e sembra quasi frantumarsi in tanti piccoli pezzi pronti a fluttuare nell’aria. La title-track invece è una ballad eterea che suona in punta di piedi sul filo della malinconia.

Per la Obel è sconvolgente, quasi inaccettabile, che la gente oggi respinga in questo modo il proprio diritto alla privacy. Infatti i suoi testi, al contrario del tema trattato, sono tutt’altro che trasparenti e diretti. I suoi pensieri e sentimenti più intimi sono celati dietro la delicatezza di una voce straordinaria, capace di elevarsi dalla sfera terreste in acuti celestiali e di tornare a toccare la profondità terrene con un timbro caldo e seducente. Perfetto esempio di ciò è Golden Green, brano ispirato al libro del 1927 Envy di Yuri Olesha, che parla di come il pensiero della mente possa essere influenzato dall’invidia distorcendo la realtà dei fatti. La vocalità di Agnes si intreccia in un loop di cori sovrapposti e si distende su una base sonora evocativa ed esotica.

Nonostante le tematiche sociali riguardanti la collettività, c’è tanto di personale in questo lavoro. Due anni fa la Obel ha perso suo padre e anche se in nessuna delle dieci canzoni parla esplicitamente di perdita o di morte, il senso di tristezza che le lega tutte si fa sentire forte. Soprattutto nei due pezzi strumentali Red Virgin Soil e Grasshopper che emozionano profondamente con la sezione d’archi, indiscussa protagonista del disco...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Il film "Solchi Sperimentali"]]>

Di “Solchi Sperimentali” di Antonello Cresti ne avevamo già parlato qui. Avevamo recensito quel prezioso libro che nel frattempo è diventato un progetto molto più complesso e intrigante. Dopo una serie crescente di iniziative e presentazioni, visto l’interesse suscitato, l’autore ha pensato ad una svolta, ovverosia quello di saldarsi con forme di espressione diverse, in modo di uscire dalla nicchia di partenza e conquistare un pubblico diverso, inaspettato. Il progetto, folle e ambizioso, è quello di far diventare il nostro lavoro un film.- ci racconta l'autore - Ci sarà certamente – importantissima – la parte documentaristica, con interviste, performance, brani sonori di quasi 200 artisti della nostra scena di ricerca, ma il tutto sarà inserito in una cornice filmica tradizionale, con una storia, attori, riprese a giro per l’Italia… Il tutto diverrà un doppio DVD, uno col film, l’altro con una sorta di enciclopedia interattiva coi vari contributi artistici, in versione estesa, testi informativi etc..

Insomma dopo decenni a scavare nell'underground, nella convinzione che le musiche siano spesso simili ad asce di guerra che stanno lì sepolte, in attesa, finché qualcuno non decide di dissepelirle, è ora di mostrarle queste storie sonore.

Il progetto, dicevamo, è ambizioso e per realizzarlo chiede  il vostro sostegno (che peraltro è una sorta di prevendita anticipata); per questo è stata avviata una campagna di crowdfunding su MusicRaiser.

Ogni contributo è essenziale e importantissimo per il proseguio dell’intero progetto.

Il progetto è co-firmato da Antonello Cresti e dal regista Francesco Paladino.

Contribuisci su:https://www.musicraiser.com/it/projects/6650-solchi-sperimentali-italia-the-movie

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<![CDATA[The Blackbeat - Grindadrap]]>

Porfirio sosteneva che: gli Animali non solo comunicano i flussi e i movimenti plurali dell’anima, ma pensano al loro vissuto interiore prima di emettere la voce.

Deleuze ci dice nel suo Abecedario: Cosa mi affascina di un animale? La prima cosa è che ogni animale ha un mondo. E’ curioso, perché ci sono un sacco di enti umani che non hanno mondo, ambiente, vivono una vita qualunque.

Kafka nella metamorfosi ci racconta il senso del divenire-scarafaggio del protagonista del racconto, Gregor Samsa, inteso come un processo metamorfico per accedere ad una via d’uscita da una situazione antropica insostenibile.

Secondo zoologi, geologi, climatologi e oceanografi siamo ormai entrati nell’ Antropocene, l’era geologica del pianeta determinata dalle attività umane che rendono il clima instabile bruciando idrocarburi, e minacciano la sopravvivenza di tutte le specie, inclusa quella umana. Insomma trovare una via di fuga da una situazione antropica insostenibile non è più solo un'esigenza kafkiana ma oramai un'esigenza improrogabile e necessaria.

Nonostante questo esistono malvagità che dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, come l’umano abbia perso ogni sensazione di appartenere ad un mondo che contiene molti altri mondi.

Ad esempio la pratica della Grindadrap è una delle più macabre e violente tradizioni ancora in atto tra le popolazioni delle Isole Faroe nella civile Danimarca Europea durante la quale, ogni anno, vengono massacrati centinaia di globicefali. Le immagini di tale mattanza ormai sono sotto gli occhi di tutti, la rete implacabile le diffonde regolarmente. 

Fortunatamente esistono anche umani che non hanno dimenticato che il mondo contiene molti mondi e che questa biodiversità è la bellezza della vita. Ad esempio ci sono gli attivisti di Sea Shepherd con le loro battaglie, ci sono artisti che per sostenerli non hanno paura di guardare nel buio delle malvagità umane cercando di combatterle attraverso la bellezza della loro arte.

GRINDADRAP - the BLACKBEAT from Giorgio Ricci on Vimeo.

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Questo video nasce dall'esigenza di diffondere ulteriormente attraverso altri canali, non necessariamente documentativi, una denuncia contro questa atrocità utilizzando un linguaggio più vicino alla videoart.

Elemento fondamentale di questo lavoro è Alice Rusconi Bodin, attivista volontaria di Sea Shepherd, organizzazione da sempre in prima linea per la difesa dei mari, che ha vissuto direttamente l'esperienza della grindadrap quando con altri attivisti ha fatto scudo tra gli abitanti delle Faroe, armati di uncini e coltelli, e le balene portate a riva dalle barche. Alice ha un background di danza contemporanea unita ad altre esperienze nel campo dell'arte. Il video prova a descrivere, attraverso il movimento del corpo, l'esperienza drammatica e traumatica che questi preziosi animali si trovano ad affrontare. La voce di Romina Salvadori (Estasia, Ran..) utilizza un testo scritto da Captain Paul Watson, fondatore di Sea Shepherd mentre la parte sonora è curata dai Blackbeat.

Blackbeat è un progetto di Giorgio Ricci, Simone Scarani e Massimiliano Griggio un vero e proprio collettivo che si occupa di produzioni multimediali e discografiche sotto svariati nomi: First Black Pope, Templebeat, Monosonik, Templezone e inoltre hanno collaborato con band europee quali Wumpscut, Suicide Commando, Tying Tiffany, Delenda Noia e altri ancora. 

Il video di Grindadrap vede anche la collaborazione di Luciano Calore alla direzione della fotografia e Lara Guerra al Make up.

Quando accade che attivismo ed arte si intersecano, cosa che avviene assai raramente in questi ultimi anni, quando una danza riesce a creare profonda empatia con l'altro da sè, quando succede che voce e suono si ritrovano per ricreare sintonie già sperimentate e amate, quando una eclissi sonora riesce ad illuminare di risplendente bellezza, ecco che la speranza di trovare vie d’uscita da questo mondo malato si riaccende magicamente. Che poi è lo scopo di questo splendido lavoro.

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<![CDATA[Palace – So Long Forever]]>

Il 2016 è già stato di suo un anno di notevoli esordi. Se a ciò si aggiunge l’hype tipicamente britannico per ogni nuova band che si affaccia sul panorama musicale portando in dote anche solo un minimo di aria fresca, non ci si stupisce più di tanto che il debutto sulla lunga distanza dei Palace, So Long Forever (via Fiction Records), fosse atteso come il Natale a Vienna. Due EP in saccoccia – Lost In The Night e Chase The Light nel biennio 2014-15 – sono bastati alla band londinese per guadagnarsi l’etichetta di ‘sonic valium’, l’apertura dei concerti europei di Jamie T e la partecipazione a Glastonbury e Reading & Leeds.

Niente male per quattro regazzini – Leo Wyndham (voce, chitarra), Matt Hodges (batteria), Rupert Turner (chitarra) e Will Dory (basso) – che si sono conosciuti a scuola e che da quattro anni hanno messo su un gruppo dichiaratamente ispirato a WU LYF e Jeff Buckley, tra gli altri. Per questo lavoro hanno scelto un deposito di Tottenham, un centro creativo artistico chiamato The Arc, per registrare sotto la guida di Adam Jaffery (già al lavoro con Dev Hynes) e di Cenzo Townshend (Florence, Wild Beasts, Maccabees) al mixer. La copertina, così come quelle realizzate per i mini-album, è opera di Wilm Danby. Le coordinate sono quelle dell’indie più soul, con qualche blanda deviazione verso il blues e l’art-rock.

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Inteso per stessa ammissione della band come un compendio della loro pur breve storia musicale, So Long Forever è il culmine di un attento e certosino lavoro su vecchi e nuovi brani, in cui i Palace elaborano alcuni concetti cardine come la perdita degli affetti ed il modo in cui ci si relaziona ad essa. Fortemente influenzato dal divorzio dei genitori di Wyndham, l’album trasuda emotività fin dall’iniziale Break The Silence. Atmosfere arrotondate e mai spigolose, una voce educata, una batteria pulsante ed un intreccio sofisticato di chitarre danno vita ad un brano assolutamente riuscito, che promette molto. “I wanna see in your soul, I wanna tame this animal. You give me shame, you show me lies. I wanna change my alibis” è quello che si definisce un manifesto d’intenti chiaro e forte, sostenuto dalla successiva Bitter, una via di mezzo fra art-rock e coro da stadio. È bastato poco, ma i Palace fanno sfoggio di un sound elegante in una confezione molto ben curata che, pur ricordando qua e là Foals, Local Natives e qualcosa dei Kings Of Leon, pare volersi ritagliare un posto tutto suo nel sovraffollato panorama musicale odierno.

La prima parte del disco sembra affrontare la componente negativa della perdita, quella che ci distrugge invece di fortificarci. It’s Over è una sorta di mantra purificatore, ben guidato dal basso e molto orecchiabile, mentre Live Well si concentra sul rifiuto del dolore, immaginando qualcosa di mai accaduto veramente ma che potrà succedere in un futuro si spera il più prossimo possibile. Sono sfumature piuttosto semplici, sentimenti basici cui corrispondono strutture melodiche piuttosto complesse, coadiuvate da una versatilità vocale davvero notevole. Verso metà album, tuttavia, si comincia ad intravedere il limite forse fondamentale di questa band. Fire In The SkyFamily e la title-track sono episodi penalizzati dall’ostinata ripetizione della stessa formula che, non essendo peraltro particolarmente originale già per natura, finisce per appiattire il tutto. So Long Forever, se da un lato almeno aumenta il passo rispetto alle altre due, dall’altro mutua le tematiche di Live Well, perdendo comunque il confronto con la positività e la vitalità di Have Faith.

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In effetti la seconda metà è quella vagamente più positiva ed affermativa, in cui le interpretazioni sempre molto sentite e vissute dei Palace trovano corrispettivo in brani intensi come la notevole ballad Blackheat o nella vulnerabilità degli arpeggi della lenta e vagamente blues Holy Smoke...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Snatura Rock del 20 novembre 2016]]>

h15.15 Intervista ai Sir Rick Bowman
Dopo qualche ep e l'esordio autoprodotto del 2013 "Shades of the Queue", i Sir Rick Bowman tornano con il secondo album "A Quiet Life" che esce per New Model Label. Un disco in cui le idee compositive sono maggiormente condivise rispetto al passato. Le melodie sono ben strutturate tanto da ricordare i REM con un ventaglio di psichedelia e di voci che duettano. Canzoni che ti vien voglia di cantare e imparare a memoria. Ne parliamo con Riccardo Caliandro voce e chitarra.

h16.00 Intervista ai Tunguska
"A Glorious Mess" è l'esordio del duo dei Tunguska. Gennaro Spaccamonti voce e chitarra e Nicola Monti alla batteria suonano un pop che vocalmente sembra provenire dalla scena di Canterbury, contrapponendosi però al marcio dei suoni che danno spessore e sentimento. Ne parliamo con Nicola.

h16.30 Intervista ai Please Diana
Il gruppo di Assisi dopo "L'inevitabile" del 2013 è tornato con "Esodo" appena uscito per Phonarchia Dischi. Cantano in italiano e tra senso di esplosioni delle chitarre e atmosfere dirompenti raccontano di fragilità, dell'indifferenza, della disumanità che affievolisce la speranza che comunque resiste e reagisce. Ne parliamo con Federico Croci.

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<![CDATA[Snatura Rock del 20 novembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 20 novembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network)