<![CDATA[ webzine | Sherwood - La migliore alternativa]]> http://www.sherwood.it <![CDATA[Snatura Rock del 14 maggio 2017]]>

h15.15 Intervista ai Big Whales
"Bubble Blower" è l'esordio autoprodotto dei Big Whales, trio da Teramo. La voce del cantante e chitarrista Stefano Paris delicata e sottile guida la melodia caratterizzandola con toni psichedelici, sussurranti o animosi, a volte persino jazz. Le tinte scure e graffianti del basso di Federico Fazia e della batteria di Luca Di Pancrazio sferzante e a passo stretto rendendo credibili i momenti noise e stoner. Ne parliamo con il bassista.

h16.00 Intervista agli Ofeliadorme
"Secret Fires" è il terzo disco degli Ofeliadorme e registrato nel corso di due anni di frequentazione con Howie B che ha quindi prodotto e registrato il disco e ha firmato per registrarne altri due con il trio da Bologna. Francesca Bono alla voce chitarra e sinth, Michele Postpischi alla batteria e percussioni e Tato Izzia Chitarra al basso e sinth. Canzoni rigorose e disarmanti che si portano dentro tante movenze musicali dal dream pop al trip hop al dark wave che s'insinuano dentro e la voce di Francesca prende il controllo della linea melodica e delle sue trame creative creando dei vortici emotivi che diventano abissi. Ne parliamo con Francesca.

h16.30 Intervista a Marta Collica
Marta Collica sa sussurrare e urlare da dentro la malinconia di un desiderio. Già con i Micevice, Sepiatone, Hugo Race solista, John Parish ecc., la cantante e polistrumentista torna con "Inverno" - appena uscito per Brutture Moderne - a occuparsi del proseguo della sua carriera solista, dopo "About Anything" che risale a otto anni fa. Momenti musicali, piccole preziosità conservate in un cassetto della memoria e tirate fuori in un momento di estasi creativa e compositiva. Il produttore Brio Tagliaferro sapeva di queste canzoni "nascoste" è ha dato il LA al disco. Ascoltarlo è come immergersi nei pensieri intimi di chi parla a sé stessa e si immagina di riuscire a cambiare il proprio immaginario osservando il di fuori e il di dentro. Un disco suonato assieme a Cam Butler e Deko in trio ma dentro ci sono anche i suoi meravigliosi amici musicisti che fanno parte della sua musica.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 14 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 14 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Black Angels – Death Song]]>

Da quando abbiamo aperto questo blog, nell’ormai lontano 2013, è la prima volta che riesco a scrivere dei Black Angels. Per uno come me che – tra le altre cose – ama la retromania fatta bene, la band texana è uno di quei riferimenti imprescindibili quando si parla della devozione alla psichedelia degli anni ’60. Dal 2004 ad oggi, Alex Maas e compagnia hanno esplorato e dissezionato ogni sfaccettatura dell’immensa eredità lasciata da gente come 13th Floors Elevators, Velvet Underground e perché no anche i Doors. Il loro quinto album, Death Song (il primo per la Partisan Records), si colloca in questo magico solco ma ci dice anche qualcosa in più sullo stato attuale della neopsichedelia del Sud.

Scritto e registrato – tra Seattle e la natia Austin – durante le recenti elezioni americane, Death Song è essenzialmente una radiografia della pessima esperienza che l’incredibile corsa elettorale ha rappresentato per tutti, al di là di come sia poi finita. Un’oscura e cinica riflessione sull’era Trump che fin dal primo singolo Currency si manifesta diretta e senza sconti. In questo notevole pezzo stoner-rock, la band tira in ballo il ruolo dominante del sistema monetario USA nella vita di tutti i giorni, paventando una fine inevitabile quanto apocalittica (“One day this will be over, one day you will be gone”).

In realtà questo è più che altro uno spunto per andare oltre, verso una critica storico-politica del Paese, come nella feroce Comanche Moon – cantata dalla prospettiva dei Nativi Americani – un acido space-stoner che focalizza l’attenzione sulla questione del Dakota Access Pipeline (“They’ve stolen the land we’ve been rooming”“I swear it’s the end of the line”). Ma è anche il punto di partenza per capire cosa sia rimasto sul terreno, quali siano i cocci che dovremo raccogliere. I’d Kill For Her – piena di fuzz e organo Hammond – è appunto una provocazione, una sorta di farsa che finge di ritrarre in astratto la relazione che intercorre tra amore, bellezza e paura, mentre in realtà si concentra sulla violenza reale che da quest’ultima si genera: “I will not kill for her again” non si riferisce ad una donna generica ma all’America stessa, che evidentemente ha tradito il suo sogno ed i suoi stessi figli.

I Black Angels, ora nella formazione a cinque con l’ingresso definitivo di Jake Garcia, danno a vita a loro modo ad un album politico e di protesta, riuscendo a cogliere il massimo dal clima di divisione ansietà ed agitazione che attraversa la loro terra. Una buona parte di merito è da ascrivere al produttore Phil Ek (che ha già lavorato con Father John Misty, Fleet Foxes e The Shins) che incanala tutte queste ispirazioni, assieme al classico sound del gruppo, lungo le spirali tentacolari di Grab As Much (As You Can) o nel mezzo delle atmosfere cupe della labirintica I Dreamt. Sono questi alcuni dei momenti di massimo splendore, nei quali la tradizionale inclinazione verso i Velvet – ora chiudono finalmente il cerchio con quella The Black Angel’s Death Song da cui tutto era cominciato – si unisce in matrimonio con la sapienza musicale e l’abilità strumentale di Estimate – ballata psych-folk, un po’ western un po’ Brian Jonestown Massacre – tanto quanto con la ricercatezza di un momento addirittura ballabile come Medicine, dove le tastiere godono quasi degli stessi privilegi della chitarra di Christian Bland.

Il precedente Indigo Meadow aveva esplorato nuove soluzioni per vecchie questioni, finendo col dividere i fan sulle scelte un po’ mainstream della band. Personalmente avevo molto gradito il risultato, ma il valore aggiunto che abbiamo in Death Song è quello di un gruppo ancora alla ricerca di risposte, che aggiunge un’ulteriore dimensione al suo status già consolidato. Da un lato, momenti personali come il lento incedere ipnotico della magnifica Half Believing avvolgono l’ascoltatore in un mood trasognante, mentre i cinque scavano a fondo nella natura confusa della devozione (“It’s like my spell on you it’s useless”). Dall’altro troviamo le allucinazioni di Death March – brano che dà il nome al grandioso tour che i Black Angels porteranno in giro per il mondo – che al di là di un leggero ammiccamento ai Jefferson Airplane affascina per la sua incompiutezza ed il suo manierismo perfetto, ben oltre il debole garage-noise di Hunt Me Down.

Come fosse una summa della loro carriera, in questo durissimo LP i Black Angels mettono tutto quello che hanno imparato, e confezionano un finale clamoroso con Life Song ...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[I tre gradi di separazione e le referenze degli addetti ai lavori del mondo culturale italiano]]>

Ben sapendo di incorrere in una generica sanzione o, più semplicemente, nella definizione di Paranoico, espongo pubblicamente un pensiero ricorrente. Sembrerebbe, quest'ultima, una frase tratta da qualche lirica firmata Battiato, in realtà è un vissuto che da sempre segna il mio procedere verso quel luogo indefinito dove tutti coloro che si adoperano culturalmente spererebbero di trovare limpide acque con le quali, finalmente e dopo un lungo cammino, calmare vincenti e riconosciuti la propria sete di passione.

L'occasione mi è stata data dalla lettura di un post su Facebook nel quale si leggeva come richiedere l'accredito per partecipare alla vernice di “Light Music”, la mostra che Brian Eno ha inaugurato a Trani dove gli inviti venivano concessi solo a “persone referenziate”. A prescindere dal metodo di selezione, sul quale si potrebbe aprire un altro confronto, la lettura di questa notizia mi ha sollecitato una domanda: chi sono le “persone referenziate” che affollano un mondo culturale sempre più alieno e infrequentabile.


Credo esistano almeno tre Gradi di Separazione che distinguono i frequentatori di questo mondo.

Coloro che nascono in famiglie da sempre a contatto con il “mondo dell'arte e della cultura” inteso in senso lato. Queste persone non troveranno certo difficoltà nel loro procedere verso luoghi ad altri “proibiti” o raggiungibili solo attraverso pesanti fatiche e pratiche infernali. Prescindendo dalla preparazione e bravura, fanno parte di un sistema elitario loro malgrado, conoscono personalmente chi potrà aprir le porte, sanno a chi rivolgersi e come farlo e difficilmente aiuteranno altri ad entrare, tenendo ben stretta la chiave d'accesso.

Ci sono poi coloro che nascono comuni mortali ma da subito iniziano un percorso altro, legato alla cultura artistica contemporanea che non prevede “aperture popolari”. Per loro il cammino è comunque difficile, comunque devono armarsi di preparazione e bravura ma si muovono in una realtà ben circoscritta, che continuamente si confronta solo con sé stessa e fatica a capire e concedere dialogo a chi proviene dal mondo esterno.

Il terzo grado di separazione riguarda gli altri, coloro che sulle spalle hanno un lungo percorso di normale crescita culturale legata però all'espressione artistica popolare indipendente, nel mio caso musicale. Anni di pubblicazioni su mensili storici nazionali tutt'ora non riconosciuti come cool magazines, giornali che seppur indipendenti, ahimè non “fanno moda”. Una militanza radiofonica decennale, lunghe frequentazioni giovanili come programmatore nel circuito delle discoteche un tempo chiamate “di tendenza”, una declinazione sonora partita dal rock trasformatosi nel corso degli anni in suono elettronico e di ricerca. Una solida appartenenza ad un mondo di mezzo costruito anche sulla diffusione culturale digitale, una presenza concreta distinguibile solo da chi lo frequenta ma incredibilmente invisibile se visto da fuori, da coloro che appartengono alle realtà sopra descritte. Quando raramente avviene il contatto, la sensazione che si percepisce è quella di un'accettazione critica immersa in una sorta di paternalismo ironico che cade dall'alto, assolutamente inaccettabile per una persona con un lungo bagaglio di esperienza sulle spalle, che supera largamente il mezzo secolo di età, come lo scrivente.

Chi vive questa condizione fatica moltissimo, non dico ad imporsi ma proprio a farsi notare. All'irruenza giovanile che permetteva un faticoso, continuo e inconsapevolmente inutile tentativo di aperture verso la visibilità, si sostituisce una sorta di serena calma nella continuità di un percorso indissolubilmente legato alla passione ma che prevede lunghi periodi di 'inattività' con qualche breve licenza espressiva, quasi sempre mai pagata – e qui si dovrebbe aprire un'altra lunghissima parentesi -. Un viaggio infinito all'interno del limbo dei passionari indipendenti che raramente trovano la via della 'redenzione culturale pubblica'.

Fin qui il racconto personale che descrive però una diffusa realtà italiana nella quale vige l'estrema osservanza dei gradi di separazione. Guai a ritrovarsi soggetto autonomo, battitore Libero all'interno di una macchina culturale ben confezionata che assolutamente non ama ricevere sollecitazioni esterne, non le prevede e comprende. O sei parte dei suoi complicati ingranaggi, o sei irrimediabilmente fuori, relegato al ruolo marginale di strillone che cerca di distribuire il suo quotidiano ad un pubblico di addetti ai lavori che ne userà le pagine per pulirsi le scarpe, senza neanche tentare di leggerlo. Con questo ci si deve confrontare quotidianamente, con persone che non conoscono il termine modestia, o lo usano falsamente per nascondere la loro irrinunciabile presunzione.

Per concludere non posso che ringraziare la mia inesauribile passione, unica eroica Amica che mi permette di continuare la frequentazione di un mondo altrimenti ostico, mai riconoscente o amico. Un ingombrante universo nel quale non è consentito lo scambio alla pari, nel quale devi sempre presentare le tue referenze prima di varcare i suoi ben controllati confini.

'Cause we're lovers, and that is a fact
Yes we're lovers, and that is that …

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 7 maggio 2017]]>

h15.15 Intervista ai Dorian Gray
"Moonage Mantra" è il settimo album sulla lunga distanza dei Dorian Gray. Un disco che li fa 'sdoppiare' rimanendo Dorian Gray quando continuano a cantare in italiano e diventano Golem In Love quando cantano in inglese. La ricerca nei testi e nell'espressività delle melodie sin dall'inizio della loro storia musicale li ha portati nella cerchia dei gruppi concettuali a cui ci si poteva affidare se alla ricerca di poesia e contenuti. "Moonage Mantra" è semplicemente il proseguo del loro discorso sempre piacevole da ascoltare e con numerosi ospiti tra cui ricordiamo Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon. Ne parliamo con il cantante e polistrumentista Davide Cantinari.

h16.00 Intervista Roberto Vitale
"Di Legno e di Cenere" è il disco d'esordio del bolognese Roberto Vitale. Canzoni che si appoggiano a emozioni profonde in cui immergersi non dimenticando di respirare l'aria intorno, di farsi conquistare da un tramonto e trovare il ricordo di lei portandosi una conchiglia all'orecchio. Chiari/scuri, ombre che rimangono dentro, tra le trame di queste canzoni supportate inoltre dalle movenze intriganti della chitarra acustica e cantate in italiano da una voce che rassicura, si dispera e ama.


h16.30 Intervista a Marti
"King of the Minibar" è il terzo disco di Andrea Bruschi in arte Marti. Un disco in cui ogni canzone è ambientata in una stanza di un hotel di Berlino e il minibar e l'ospite sono i due elementi a cui gira attorno. Storie di stelle cadenti che ripensano al passato anche se senza malinconia, amori finiti per la cui fine si vuol dare spiegazioni improbabili, megafoni pieni di amore per lei/lui. Insomma personaggi ubriachi di sentimenti che si sfogano diventando protagonisti. Ammaliati e affascinati dal rock, new wave, dark, colonne sonore patinate, non si può che apprezzare questo disco di Marti che chiude la trilogia iniziata con "Unmade beds" del 2006 e proseguita con "Better Mistakes" nel 2011.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 7 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 7 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[10 Festival in Veneto che anticipano lo Sherwood 2017]]>

Manca meno di un mese all'inizio dello Sherwood Festival di Padova. L'edizione 2017 è in programma da mercoledì 7 giugno a sabato 15 luglio al Park Nord dello stadio Euganeo e presenta in cartellone nomi, come sempre, di primissimo piano. Tra questi sicuramente Baustelle, Brunori Sas, The Zen Circus e Fast Animals and Slow Kids. Ci sono poi nomi caldi come Lo Stato Sociale, Ex-Otago e Ghali, o ancora la coppia Giorgio Poi e Gazzelle, che uno dopo l'altro apriranno la rassegna di concerti. C'è spazio per grandi ritorni come The Bloody Beetroots, Dente, Sick TamburoEspaña Circo Este e Cattive Abitudini, e per appuntamenti fissi come Altavoz de Dia, Holi - Il festival dei colori, Hip Hop Day con Murubutu + freestyle battleSherwood Goes Hardcore con gli statunitensi Suicidal Tendencies. Da segnalare la chiusura con ospiti i bosniaci Dubioza kolektiv e le tante serate con la formula "1€ può bastare": da Willy Peyote a Birthh, dai Patois Brothers ai Voina, da Blindur ai Moplen, fino a Cut e Universal Sex Arena nella Sisma Night. Infine due opening act molto interessanti come Pietro Berselli e Verano.

Nel frattempo qui sotto trovate una lista con DIECI appuntamenti per intrattenervi da qui a giugno.


13 MAGGIO // VENEZIA HARDCORE FESTIVAL, Centro Sociale Rivolta (Marghera)

Torna per la quinta edizione il principale festival hardcore del Veneto. Al Rivolta porte aperte dalle 14:30 con un programma che recita "2 Stages, 1 huge skate ramp, 26 live bands, Illustration area, Merch area, Vinyls and Distros, bar and vegan food." La line up qui sotto non ha bisogno di ulteriori commenti.


17-21 MAGGIO // CEREBRATION FEST, Parco Fistomba (Padova)

Mercoledì 17 parte l'ottava edizione di un festival che comprende laboratori gratuiti, dibattiti, teatro, aperitivi culturali, concerti e dj-set. La location è il Parco Fistomba, zona verde vicino al quartiere studentesco del Portello. In concerto La Rappresentante di Lista, Pinguini Tattici Nucleari, Groov A Nation, Mistaman + ROC BEATS aka DJ SHOCCA & Frank Siciliano, più tanti altri ospiti.

CEREBR


18-21 MAGGIO // SAN PRECARIO SPORT FESTIVAL, Parco Milcovich (Padova)

Nel quartiere Arcella si celebrano i dieci anni della Polisportiva San Precario con quattro giorni di sport, musica e cultura. Il programma è ricco di appuntamenti: tornei di basket, calcio e volley, ma anche allenamenti di boxe e capoeira, concerti, dibattiti, documentari e spettacoli teatrali.


19-22 MAGGIO // LIDO - Carmignano Sabbiadoro, Carmignano di Brenta (Padova)

Carmignano di Brenta diventa Sabbiadoro per quattro giorni di eventi che strizzano già l'occhio all'estate. Di sicuro è la mia impressione quando penso alle camicie di Bruno Belissimo, che sarà presente nel cartellone insieme a Mudimbi, Bee Bee Sea, Senzabenza, Oceanicmood e tanti altri. 

LIDO


20-21 MAGGIO // AWAKEN FEST, Torreglia (Padova)

Ritorna per il secondo anno consecutivo Awaken Fest, "24 ore di cultura, arte e musica nella splendida cornice naturale dei Colli Euganei". Sabato c'è spazio per l'arte e lo sport prima di assistere alle esibizioni sul palco di Phil Reynolds, Nautilus, Talk To Her, Soviet Soviet, Thalos e Moseek. La domenica show acustico di Ulisse Schiavo, yoga e teatro. È possibile dormire in tenda nell'area campeggio.


26-28 MAGGIO // TREVISO STREET FESTIVAL, ModularSpace (Villorba, Treviso)

In un nuovo spazio polifunzionale della città arriva Treviso Street Festival. Venerdì 26 la presentazione, in anteprima nazionale, della rivista CITIES, a cura di Italian Street Photography. Gli scatti sono dedicati alle città di Torino, Milano, Genova, Venezia, Roma e Catania. Una sala espositiva di 1500 mq ospiterà inoltre le esibizioni di 25 artisti da tutta Italia, oltre a workshop, talk e dj-set. 


26 MAGGIO-3 GIUGNO // SUMMER STUDENT FESTIVAL (JE T'AIME), Golena San Massimo (Padova)

Il Je t'aime si svolge a Padova da 16 anni e propone ogni sera concerti ricercati e imperdibili, oltre a proiezioni, incontri e dibattiti. Il Festival, organizzato da ASU Padova, Il Sindacato Degli Studenti e da Pulse, ha appena annunciato i primi nomi di questa edizione: Croatian Amor, Lorenzo Senni e Nite Jewel. Occhio ai prossimi! 


28 MAGGIO // OSTIGLIA RAILSOUND, Ex Stazione Cocche (San Giorgio delle Pertiche, Padova)

Per il quarto anno consecutivo viene organizzata una giornata circondati nel verde sullo sfondo della vecchia ferrovia militare Ostiglia-Treviso. In programma una lezione di Hatha Yoga, un laboratorio per bambini e tanta musica, oltre alla possibilità di godersi la ciclopedonale Ostiglia-Treviso in mezzo alla natura.


1-4 GIUGNO // HORTIS FESTIVAL, Parco Ca' Diedo (Oderzo, Treviso)

A Oderzo giunge alla quarta edizione anche Hortis Festival con quattro giorni densi di appuntamenti. Sul palco saliranno tra gli altri Naives, the Cyborgs, Piotta, Altre di B e Canova, band milanese che sta ricevendo ottimi consensi negli ultimi mesi con l'uscita del disco "Avete ragione tutti".


2-3 GIUGNO // FABRIK FESTIVAL, Jara Park (Fontaniva, Padova)

La seconda edizione presenta concerti di artisti italiani importanti come Altre di B e i lanciatissimi Gomma, ma anche The Slaps e I Botanici. In aggiunta dj-set e un'esposizione di illustrazioni. Il tutto sarà "garantito con qualsiasi condizione meteorologica", il che non guasta mai.

A cura di Enrico Brunetta


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Gorillaz – Humanz]]>

Gorillaz sono sempre stati un progetto piuttosto strambo. Per i primi due – notevoli – album la band virtuale di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha rappresentato qualcosa di fresco ed in parte innovativo, uno sfogo concesso all’incessante creatività del leader dei Blur allorquando il ciclo vitale di questi pareva esaurirsi per sempre. È curioso pensare che se con la sua main band non era mai riuscito a sfondare in America, coi Gorillaz il buon Damon finalmente ci riuscì. Inoltre, avere hip hop, trip hop, elettronica, rap, rock, britpop, dub e quant’altro tutti insieme nella stessa stanza era una sensazione straniante ma comunque dotata di una visione, di un’idea. Dall’ultimo lavoro The Fall, sono ormai passati sei anni, e per resuscitare 2-D, Noodle, Murdoc e Russell serviva più di un semplice pretesto tipo ‘bella rimpatriata tra amici’. Perché Humanz potesse nascere, occorreva qualcosa che fosse così penetrante e carico di significato da convincere loro due a comporre un nuovo disco e noi ad ascoltarlo.

Quando verso la fine del 2015 Albarn comincia a radunare il solito stuolo di amiz/collaboratori, per motivarli rivolge loro – l’aneddoto ci è raccontato da Pusha T ma vale per tutti – il più classico dei what if?: cosa succederebbe se accadesse, che ne so tipo a novembre 2016, qualcosa di così sconvolgente da cambiare il mondo come lo conosciamo? Come sarebbe se vincesse LUI? Di certo non sarà stato l’unico a porsi la domanda – sarà stato uno dei pochi a farsela un anno e mezzo fa – ma ora che è stato pubblicato dopo così tanto tempo il rischio è che Humanz possa finire nel calderone delle espressioni artistiche post-Trump insieme alle innumerevoli altre. Ed è un peccato perché, almeno sulla carta, dietro c’è un progetto che parte da lontano e si snoda in mille posti, tra cui Londra, Parigi, NYC, Chicago e la Jamaica. Composto per la maggior parte sull’iPod di Albarn, il quinto LP dei Gorillaz è una risposta emotiva del suo autore alla politica dei nostri giorni, la conseguenza (un po’ di pancia un po’ di cervello) di un evento inaspettato.

I brani che mordono alla gola il tema politico-sociale sono disseminati qua e là senza un preciso costrutto. Il singolo di lancio Hallelujah Money – che vanta Benjamin Clementine alla voce principale – è un notevole elettro-gospel contro il capitalismo, la Let Me Out in cui si alternano Mavis Staples e Pusha T è stata scritta durante un viaggio in treno e si snoda a ritmo di hip hop su cupe meditazioni (“Together we mourn, I’m praying for my neighbors”), mentre l’unico episodio in cui si fa riferimento esplicito a The President è in The Apprentice, forse la migliore delle bonus-track dell’edizione deluxe. Quella di tenere la figura di Trump in ombra è stata una scelta espressamente voluta da Albarn, che paga i maggiori dividendi nell’ottima Ascension, dove il poderoso flow di Vince Staples può essere piuma (“The sky’s falling baby, drop that ass ‘fore it crash!”) o ferro (“This is the land of the free […] Where you can live your dreams long as you don’t look like me. Be a puppet on a string, hanging from a fucking tree”) senza soluzione di continuità.

Humanz, vale la pena ricordarlo, è stato presentato come un party-album, un disco da club. Analizzandolo da quest’ottica, se Saturn Barz – impreziosito dalla geniale performance auto-tunizzata di Popcaan – fa da apripista, l’elementare Charger – che resuscita l’altrettanto giamaicana Grace Jones (!) in duetto con il ‘vecchio’ 2-D – si addentra decisamente nell’intimità notturna (“I am the ghost. I’m the soul. I’m gonna take you for a ride. No antennas”) ma è Andromeda a cristallizare alla perfezione le atmosfere del vecchio nightclub di Colchester in cui si suonava il soul. Qui Damon, insieme a D.R.A.M. (e ai cori di Roses Gabor), ci invita nei suoi ricordi adolescenziali in pieno mood Billie Jean e dà vita, con la successiva Busted And Blue, all’unico e vero ‘momento Albarn’ dell’album. Dagli inizi, l’ingombro del songwriter si è via via affievolito, finendo per relegarlo quasi solo a mero accompagnatore, lontano dal faro illuminante cui eravamo abituati. La contraddizione che si è andata creando dà come risultato il non capire più se i Gorillaz sono al meglio quando Albarn c’è o quando non c’è, e tutto ciò si ripercuote anche sul resto. Tipo che alla fin fine, per essere un qualcosa di ballabile, di dance qui c’è solo Sex Murder Party, un pezzo house sì nobilitato da Jamie Principle e Zebra Katz ma di certo non memorabile.

Dunque se lo schema teorico di partenza è lo stesso di sempre – scenario apocalittico imminente dipinto da un narratore di ritorno da un futuro oscuro e distopico – quello reale ricalca la tradizione fatta di ospitate e collaborazioni con qualche problema in più nell’amalgama e nell’equilibrio della formula. Ciò fa inevitabilmente di Humanz più una playlist (o mixtape) che un concept vero e proprio. Si vive di episodi, alcuni come Submission – con Danny BrownKelela e la chitarra di Graham Coxon – sono per forza migliori di altri, soprattutto quelli che non riescono a sfruttare in pieno il loro potenziale. È il caso di Momentz, dove De La Soul, Jean-Michel Jarre (!) ai synth e pure quell’Azekel che avevamo apprezzato coi Massive Attack sono così sottoutilizzati da far venire le lacrime agli occhi pensando a quello che sarebbe potuto essere e invece no.

Purtroppo non sono pochi i brani trascurabili (tra cui StrobeliteCarnival o She’s My Collar) tuttavia vengono ampiamente compensati da una produzione impeccabile, frutto anche del lavoro di The Twilite Tone of D/\P, Remi Kabaka Jr. e Fraser T. Smith. Insieme ad Albarn confezionano un prodotto che tutto sommato funziona (ottima la scelta di seminare lo Humanz Choir ovunque) nonostante l’eccessiva lunghezza (gli intermezzi narrati da un Ben Mendelsohn a metà tra il Pope di Animal Kingdom ed il Krennic di Rogue One può essere spassoso quanto noioso) e che si conclude in gran bellezza coi 2 minuti e poco più di We Got The Power. Nel synth-punk che tira giù il sipario si respira l’aria dei bei tempi andati che furono, con tutte le cose al posto giusto: la vivacità di Jehnny Beth, la classe di Jarre ed il duetto tra Albarn e quello furbo dei Gallagher a mettere il fiocco ad un ventennio ormai quasi dimenticato...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]>

14:50 Intervista ai Big Bang Muff
"Crash test" è l'esordio del duo dei Big Bang Muff. La loro particolarità più evidente è che sanno coinvolgere e hanno l'espressività di un gruppo nonostante siano solo in due. Canzoni tra rabbia e stanchezza cantate dritte con battiti irruenti e chitarre che accarezzno la melodia come sanno targliarla. Il disco è uscito per la neo label "Rosso al tramonto".

15:30 Intervista a Firmani
Dopo l'EP "The 4th row" e "We say goodbye, we always stay" arriva per Antonio Firmani il secondo album sullla lunga distanza "La Galleria del Vento". Con questo disco nuovo comincia a cantare in italiano e così diventa un nuovo inzio per il cantante che si ritrova a guardarsi allo specchio e viene fuori la sua passione per il cinema, quando ad esempio anima dei personaggi come in "Pacey Witter". Le pennellate creative sfumate dal pop, dal jazz e da spunti di vista e di emozioni provate.

16:00 Intervista agli Asymmetry
"Tomorrow's Inner Space" è l'esordio degli Asymmetry, quintetto di Milano. Canzoni ipnotiche che raccontano i momenti solitari che vanno a sbattere e tornano indietro. Momenti tragici che cercano di risalre con forza e potenza nello snodo cruciale chitarra e batteria. Un disco davvero apprezzabile.

16:30 Intevista agli An Italian Tale
An Italian tale è il duo composto da Antonio Cicero al fagotto e Luciano Troja al pianoforte, per un progetto ispirato alle canzoni di Giovanni D'Anzi e uscito per Almendra. Momenti musicali piacevoli e intensi tra le sfumatore più o meno intensificate dai due strumenti che raccontano uno stile della canzone italiana dagli anni 30 agli anni 60 innestando qui sorrisi ammiccanti, il bisogno di leggerezza e la libertà del jazz che apriva diverse strade alla struttura della canzone. Ne parliamo con Antonio Cicero.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 30 aprile 2016]]>

h16:00 Intervista ai I Dei Degli Olimpo
Dopo un primo EP omonimo registrato quando avevano 16/17 anni, i Dei Degli Olimp sono arrivati alla meta dell'album d'esordio "Uno". Canzoni di ragazzi che si vattono per la bellissima di turno e nel frattempo imbracciano per bene le loro chitarra e fanno uscire coinvolgenti melodia. Un cantate con una voce molto potente che guida la forma della canzone e se in "Mille anni dell'ombra" si avvicina alle timbriche di Branduardi in "Taci, Miserabile" la voce s'ingrassa e diventa rock

h16:30 Intervista a Paolo Cattaneo
"Una piccola tregua" è il quarto album di Paolo Cattaneo uscito per Lavorare Stanca ed Eclectic Music alla fine del 2016. Un disco eclettico e ricco di primi piani sulle emozioni che vengono aristicizzate con cognizione di causa ed effetto. Immergersi in questo disco significa entrare nel mondo del cantante musicista e attraversarlo con le paure, le insicurezze, le prese di posizione, le scoperte e le malinconie da far diventare semplicemente il saggio passato.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 30 aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]>

Ho avuto modo di vederli, vederli e ascoltarli. Li ho accolti con il cuore libero da ricordi, ricordi per me fondamentali, vitali come i ricordi che appartengono al periodo più veloce della tua vita a cavallo tra i '70 e gli '80. Li chiamavo per nome, i miei cantautori preferiti. Divoravo i loro dischi, cantavo a memoria tutti i loro testi, parole che erano le mie e quelle di una generazione che molto aveva da dire e molto ha fatto per dirlo. Ho avuto modo di vederli, ora, i “nuovi cantautori”. Li ho visti dietro i loro nomi, sempre più arditi e giocosamente cool, appiattiti al limite della triste resa immaginativa. Li ho visti intonare una canzone, mettere assieme degli accordi, tentare una recita di liriche per me aliene. Ho visto la loro spavalda pochezza, vestita di vuota convinzione poetica e inascoltabile superbia pseudo-sociale. Eccomi quindi testimone della decadenza intimista italiana di ultima generazione, un diluvio del nulla che genera vuoto assoluto e crea irresistibile voglia di passato, anche in chi se lo è lasciato alle spalle e corre veloce verso l'oltre.

Nulla di nostalgico ben s'intenda! Ad ognuno la sua stagione, oggi vuota e muta, un tempo viva e straripante.

Nulla di nostalgico, dicevo, anzi. Le celebrazioni d'antan hanno sempre portato con loro disastri come le reunion o le riapparizioni che solo tristezza sanno donare. Quella stagione ha segnato tutti, tutti abbiamo perso qualcosa. Il nostro sguardo si perde spesso nel vuoto e le costole ancora dolgono per le batoste ricevute. Comunque però si canta, a volte lo si fa con fierezza a fianco di chi non c'è più, a volte con chi porta lo stesso nome ma continua a calpestare le assi dei palchi portandosi dentro il grande freddo e il calore di una poesia lucida e incredibilmente attuale.

Claudio Lolli torna con un suo ennesimo album completamente autoprodotto grazie alla raccolta fondi tramite crwodfounding. Torna e rinnova quella magia che mai ha abbandonato l'ascolto dei suoi lavori.

      

Ora lo spazio è pieno, direbbe qualcuno. I testi si riappropriano del loro ruolo, la poesia riesplode finalmente libera. Niente mode insulse, niente gratuito e ignorante nichilismo ma 'semplici' testi che riescono, come un tempo, a rapire l'attenzione.

Non discutere più di niente
i biglietti sono già pagati
le valigie chiuse da qualche parte
con quegli stracci dimenticati

Con quella vita da dimenticare
persa nel sole di un povero mare
e pensare che ci avevo creduto
io, il solo che parla in un cinema muto

E non importa se è un gioco di carte
oppure un racconto fantascientifico
ma in questo mondo io sono
un prigioniero politico

Pensa le strade le risonanze
gli autobus fermi e il futuro meccanico
pensati nuda quando piangevi
solo davanti a un mio “ciao” malinconico

E pensaci insieme nel caldo del tempo
stretti negli occhi e risate magnifiche
pensaci lì tra la Russia e l’America
la gioventù che pescava i suoi numeri

E non importa la luce negli angeli
né la bellezza di un sorriso equivoco
ma nei tuoi occhi io ero
un prigioniero politico

E poi la storia lancia ossi di seppia
e pagliacci che recitano nel seminterrato
ma anche lei ha bisogno di nebbia
e soprattutto di riprendere fiato

La vecchiaia è una tassa impagabile
e la poesia l’accompagna lontano
poi le sorelle camminano sempre
e le sorelle si danno la mano

Ma non è chiaro se è rosso il futuro
o se è il passato che si finge pacifico
ma a questo punto io mi dichiaro
un prigioniero politico

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-590b0d1095dd7_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-590b0d1095dd7") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-590b0d1095dd7 .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-590b0d1095dd7") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });});

“Il Grande Freddo” è questo, uno splendido libro di poesia contemporanea ed intimista, questa si veramente intimista! scritto da di chi sa come raccontare un vissuto a cavallo tra il cuore e la passione, tra il privato e il pubblico, un percorso comune a molti di noi. Un lavoro che punta sulle parole con arrangiamenti che sostengono la voce e raramente prendono la scena, se non per le note di un sax che difficilmente si può dimenticare.

************************************************************************

link utili:

http://www.sem.gte.it/claudiololli/

http://www.associazionemusicalbox.com/claudio-lolli.html

https://www.facebook.com/Lolli.Claudio.Bologna/

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]>

Vite aggrappate ad una realtà vuota, anonima. Uno stanzone asettico sulla cima di un grattacielo che domina un'umanità resa schiava dal controllo assoluto sulle proprie vite. Nella stanza si aggira una donna, tra sedie in plastica e distributori automatici di numeri, nel vuoto totale dell'attesa. Vicino, in un'altra stanza, il controllore. Un ragazzo che spia la vita altrui e la valuta. Due solitudini che forse si incontreranno, forse riusciranno a sopravvivere nel sottovuoto vitale, forse useranno la poesia per abbattere la fredda determinazione tirannica. Teatro, danza e musica, quella composta da Teho Teardo per questo nuovo dramma firmato Enda Walsh. Una collaborazione nata con Ballyturk nel 2014 e proseguita con Arlington, il nuovo dramma che debutta a New York in questi giorni.

Il suono di Teardo ci accoglie come sempre acquattato, nascosto nell'angolo più oscuro del nostro ascolto. Si fa intravvedere ma lentamente, molto lentamente. Scivola verso di noi con la sapiente eleganza del mago che sa dosare lo stupore in chi lo guarda. Oramai conosci il tocco, l'andamento ondivago, ipnotico del suono. Attendi solo il suo classico stacco finale, il momento nel quale il puro silenzio irrompe, ed è lì che ti getti a capofitto e cadi. Cadi dentro le immagini che via via ti suggerisce, le suggestione che riesce a richiamare, la grave potenza del suo lieve tocco classico volutamente e amorevolmente contaminato di splendida poetica contemporanea.

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-590865660f140_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-590865660f140") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-590865660f140 .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-590865660f140") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });});

Pur non avendo visto le due anime vagare sul palco riesci a percepire la loro tensione, il drammatico gioco che le unisce, l'incredibile danza di respiri e sguardi che forse le unirà. Il mestiere dell'attore si trasforma in arte poetica così come il suono di Teardo che commuove, fitto com'è di sentimento vero, udibile, concreto.

E' sempre più complicato ascoltare, di questi tempi. Si fatica notevolmente nel trovare produzioni che possano soddisfare un'antica e nobile esigenza, nata con il vinile e mai sopita. Teardo è uno dei pochi che permettono il salto indietro nel tempo, quando ci si alzava più e più volte dalla sedia, mai stanchi nello spostare nuovamente il braccio del giradischi sul primo solco di un disco già ascoltato decine e decine di volte.


Arlington è disponibile dal 28 Aprile solo attraverso download digitale su iTunes.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Kendrick Lamar – DAMN.]]>

Facciamo così, io eviterei direttamente la parte in cui scrivo il recap per quelli che sono arrivati solo alla fine, e confido che, visto che lo conosce anche mia madre, ormai tutti sappiano chi sia Kendrick Lamar Duckworth. Andiamo dritti al punto: il 23 marzo scorso, l’MC di Compton pubblica il brano The Heart Part 4 in cui ad un certo punto dichiara Y’all got ‘til April the 7th to get y’all shit together”. Poi quel giorno arriva ma porta con sé soltanto l’annuncio che il quarto album in studio, DAMN., sarebbe uscito una settimana dopo, di Venerdì Santo. Non una coincidenza. Da lì in avanti, l’internet è già bruciato una decina di volte, il singolo HUMBLE. è arrivato al n°2 di Billboard, Drake ha visto la sua ‘season’ finire ancora prima di iniziare e, se ce ne fosse ancora bisogno, abbiamo capito con certezza chi sia il più grande rapper sul pianeta Terra.

Registrato in vari studi a Hollywood, Santa Monica e New York, DAMN. è stato pubblicato via TDE, Aftermath e Interscope e co-prodotto da una sfilza impressionante di collaboratori che elencherò di volta in volta, tra cui vale la pena citare Dr. Dre come produttore esecutivo e collegamento nemmeno troppo ideale col rap degli anni ’90. Come per i due ultimi dischi, Vlad Sepetov si è occupato della cover definita ‘carica ed abrasiva’, in questo già emblematica di quello che ci aspetta nei 55 minuti successivi.

L’introduzione di BLOOD. ci sbatte subito molto realisticamente in faccia la filosofica questione dell’eccellenza nera soffocata dal razzismo istituzionale e dalla brutalità della polizia americana. In mezzo ai violini ed al contributo vocale di Bēkon (alias Daniel ‘Danny Keyz’ Tannenbaum) – che produce la track insieme ad Anthony ‘Top Dawg’ Tiffith – Eric Bolling e Kimberly Guilfoyle di Fox News si esibiscono in un grottesco commento all’esibizione di Lamar ai Grammy del 2016. Quel “I don’t like it”, il consapevole rovesciamento di ciò che quel momento ha significato, sono parole tanto scellerate quanto invece è determinante la riflessione sul senso che abbia, oggi, essere ancora buoni in un mondo irrimediabilmente cattivo. Il colpo di pistola che riecheggia segna simbolicamente lo strappo del velo illusorio che avvolge le nostre vite, che ci impedisce di vedere la vera realtà delle cose. In questo percorso di illuminazione, King Kenny non ci porta per mano ma ci spinge letteralmente nell’abisso della successiva DNA., un pezzo che colpisce e fa male, in cui sulle onde di un flow micidiale, rivendica la sua discendenza nera (I got loyalty, got royalty inside my DNA” ) di fronte ai deliri dell’anchorman della Fox Geraldo Riviera e della sua idea che per i giovani afroamericani il rap abbia prodotto più danni del razzismo. E non inganni l’ironia con cui K-Dot decanta le lodi della sua gente (Sex, money, murder – our DNA”): in un assalto frontale come questo non c’è tempo per respirare, figurarsi per ridere.

Tuttavia restringere il discorso alla Black Nation sarebbe colpevolmente riduttivo. Quello che gigioneggia nel languido r&b di YAH. è un uomo che si innalza sulla famiglia e sulla razza (“Fox News wanna use my name for percentage, somebody tell Geraldo this nigga got ambition”) entrando diretto nella sfera religiosa, definendosi israelita e quindi redentore dei soppressi di tutte le epoche e di tutte le nazioni. L’urgenza che esprime ogni minuto di DAMN. è dunque il riflesso di una duplice esigenza. Da un lato, quella di smarcarsi dall’aura trascendente in cui l’avevamo lasciato dopo To Pimp A Butterfly, per cui ora abbiamo un lavoro estremamente più diretto e meno influenzato dal jazz e dalla strumentazione tradizionale suonata dal vivo, mentre rientrano beat lineari, samples e TR-808. Dall’altro, la delusione di chi è arrivato in cima alla montagna più alta, oltre le nuvole, solo per accorgersi di essere tremendamente solo.“Last LP I tried to lift the black artists, but it’s a difference between black artists and wack artists” è l’epigrafe incisa a fuoco su ELEMENT. e su buona parte del disco, l’esatto momento in cui il californiano si riappropria degli stilemi del rap/hip hop tradizionale (If I gotta slap a pussy-ass nigga, I’ma make it look sexy”). Nel brano in cui collaborano Sounwave, James Blake e Ricci Riera (più l’intro di Kid Capri), Kendrick, attraverso gli spazi lasciati vuoti dal piano e dalla drum machine, rinnova la sfida di Heart Part 4 rivolta ai suoi più autorevoli rivali ed in fondo anche a se stesso. Sfida che nell’ormai già classica HUMBLE. – su cui c’è ben poco altro da aggiungere che non sia già stato scritto – raggiunge un’incisività ed una precisione chirurgica senza eguali, merito anche del lavoro di Mike Will Made It, vero valore aggiunto di questo album.

Il producer di Atlanta è anche l’eminenza grigia dietro al miracolo di XXX. ed alla chiacchierata collaborazione con gli U2 che tanto ha, giustamente, spaventato l’umanità. In realtà, insieme a DNA. e HUMBLE.XXX. – oltre ad essere esempio di produzione virtuosa per come riesca ad integrare le varie parti con naturalezza – esprime il potere della semplicità come rinnovato mezzo per veicolare l’immane talento del rapper di Compton. Una semplicità più a livello mentale che tecnico – perché poi, dopo ripetuti ascolti, si percepisce quanto lavoro ci sia sotto anche solo per dare quest’idea in apparenza – ma che permette di gestire le guest-star senza snaturare nessuno dei protagonisti. In LOYALTY. è Rihanna (nel ruolo di Bad gyal RiRi) a duettare con Lamar (nel ruolo di Kung Fu Kenny) – con Terrace MartinDj Dahi e Kuk Harrell a fare da preziosissimi ornamenti – in un pezzo che parla del difficile rapporto tra la fede ed il denaro, e che inonderà le radio nella prossima estate. Nella ballad poppy LOVE. la voce femminea di Zacari Pacaldo porta il brano verso un curioso incrocio new wave tra pop ed hip hop, in territorio quasi drakeiano, mentre nella melliflua LUST. Lamar si riprende la scena con l’incredibile versatilità vocale che la natura gli ha donato, accompagnato da mr. Kamasi Washington agli archi, Kaytranada e Rat Boy alle voci ed i Badbadnotgood dietro al mixer.

L’errore da evitare, che a conti fatti sarebbe stato un peccato imperdonabile, era quello di scavare ancora di più nella mitologia (musicale ed ideologica) di TPAB, dopo che già la compilation untitled unmastered. aveva detto tutto quello che c’era da dire. DAMN. non è super politicizzato come il capolavoro del 2015, né così melodico come Good Kid, M.A.A.D City (di cui possiamo dire sia il seguito ideale), ma in alcuni dei suoi episodi migliori è una sintesi dei suddetti. FEEL., sostenuta dal basso di Thundercat, è un abbagliante flusso di coscienza (“The world is ending, I’m done pretendin’. And fuck you if you get offended, I feel like friends been overrated, I feel like the family been fakin”) in cui l’autore riversa le sue meditazioni sull’isolamento dovuto al successo di cui parlavamo sopra. Dubbi che investono la sfera personale e che fanno luce su come lo stesso Kendrick Lamar non si senta più un messia ma piuttosto un martire dannato (I feel like the whole world want me to pray for ‘em, but who the fuck prayin’ for me?”). Un approccio che viene sublimato in FEAR., forse il pezzo più introverso di tutta la sua carriera, nel quale affronta la paura di chi è lasciato solo dalla sua comunità attraverso tre punti di vista differenti.

È dunque un Kendrick Lamar decisamente più spirituale ed umano quello che si affaccia in GOD., un uomo alla ricerca non tanto di Dio, quanto di quello che solitamente Dio rappresenta per le varie comunità del mondo (“This what God feels like”). Tra glitch a 8 bit e duetto con CardoGOD. è la ricerca ultima del senso del sacrificio (“Seen it all, done it all, felt pain, more. For the cause, I done poured blood on sword”) di un capo-popolo contro la sua volontà, che ora si scopre mortale. Perché pur non essendo un concept album (ed è la prima volta, almeno da Section.80), il tema della morte e della mortalità attraversa DAMN.da cima a fondo in modo inequivocabile. Se è solo accennato nella gigantesca PRIDE.(“Love’s gonna get you killed, but pride’s gonna be the death of you”) – che si riallaccia alla These Walls di Butterfly – deflagra come mille bombe atomiche che esplodono nella conclusiva DUCKWORTH.. In questo titanico finale gestito in collaborazione con 9th Wonder la classe sopraffina da storyteller di K-Dot viene declinata in un’incredibile storia su quanto il boss della TDE, l’Anthony Tiffith di cui parlavamo all’inizio, sia andato vicino ad uccidere il padre del nostro amato Kung Fu Kenny, rischiando sì di privarci della benefica esistenza di quest’ultimo, ma soprattutto realizzando un corto circuito clamoroso con lo sparo di BLOOD., cui si torna riavvolgendo il nastro di quella che paradossalmente potrebbe essere una qualunque vicenda di un qualunque uomo afroamericano (Just remember what happens on Earth stays on Earth! We’re going to put it in reverse!”) nato a Compton, California.

Diciamoci la verità, chi tra noi si sarebbe aspettato un altro passo di queste dimensioni verso la leggenda dopo TPAB?

continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Presentazione di "Libia 1911 - 1912"]]>

Venerdì 28 aprile dalle ore 18:00

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Presentazione del libro
Libia 1911 - 1912 - Immaginari coloniali ed italianità
di Gabriele Proglio 

*********************************************************************************************

 

L'altra sponda del Mediterraneo, vista dall'Italia, è la Libia. Oggi ne parliamo comunemente come il punto di partenza dei barconi con cui migliaia di persone sfidano la sorte e la morte per cercare una chance di vita in Europa. Poco più di cent'anni fa fu l'Italia di Giolitti a conquistare militarmente la Libia: all'insegna del razzismo, guidata da un immaginario di supremazia della modernità "bianca" sull'arretratezza africana. Questo stereotipo duro a morire continua ad essere vivo, il discorso razzista ancora oggi pervade l'opinione pubblica e la retorica dell'invasione è alla base degli accordi bilaterali sottoscritti da Gentiloni con la Libia del post-Gheddafi.
Il libro di Gabriele Proglio offre una prospettiva storica per approfondire la condizione attuale dello stato africano.
Ne parliamo con:
Gabriele Proglio, docente di storia contemporanea presso l'Università di Tunisi;
Nadia Zingarelli, ricercatrice di storia dell'Africa mediterranea presso l'Universtà di Perugia
Antonio Pio Lancellotti, co-direttore di Globalproject.info

Nota biografica:Gabriele Proglio è docente di storia contemporanea e studi postcoloniali presso l'Università di Tunisi 'El Manar' e lavora nel progetto 'Bodies Across Borders: Oral and Visual Memory in Europe and Beyond' presso lo European University Institute. La sua ricerca verte sulla storia orale sulle diaspore dal Corno d'Africa in Europa. È tra i fondatori di Intergrace - Interdisciplinary Research Group on Race and Racism. Sta lavorando ad un contributo nell'opera collettanea "Fortress Europe, Border Lampedusa" e "Decolonizing the Mediterranean Area, Colonial Cultural Heritage, between Europe and North Africa" previste in uscita nel 2017.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA["Gekrisi" è il secondo album per la carriera solista di Loris Dalì che continua a stupire e divertire sperimentando attorno al folk rock]]>

Loris Dalì
"Gekrisi"
Autoprodotto

Loris D’Alimonte, in arte Loris Dalì, dopo l’esordio solista del 2015 “Scimpanzè” torna con il disco nuovo “Gekrisi” dove continua a sperimentare cantando in italiano, interrogandosi sul come divertire, stupire e far riflettere. Istrionico e sicuro nella presenza sul palcoscenico il cantautore e polistrumentista piemontese porta anche su disco il suo approccio live. Mette sul piatto canzoni ubriache da fine della festa, parole che ululano alla luna, aldilà della voce e della melodia io mi inchino e ringrazio chiunque tu sia da “Aldilà”. Una canzone sul proprio sentirsi ebbri di gioia dopo aver trovato orecchie attente nell’ascoltare quel che si aveva da dire. Davvero non facile oggi.
“Jack Risi”, altra canzone sul suo essere cantante, ironizza sulle sue capacità canterine e nel frattempo le esalta mostrando la sua versatilità sui toni e sui generi puntando sul blues dal folk rock.
Diverse citazioni di cantanti del Bel Paese e scrittori americani di cui si è nutrito e così ricco li infila nelle sue canzoni. Anche il vecchietto che fa parlare in “Altri Tempi” che incontravamo spesso e ci diceva quanto le cose andavano meglio ai suoi tempi, potrebbe essere una citazione del paese sul sociale. “Migrante”, la traccia più vicina alla forma canzone, racconta il momento della separazione di una coppia che è costretta a lasciarsi per nuove speranze per il futuro a cui aggrapparsi. E si trovano attimi di estrema e struggente malinconia fotografati e descritti con cura e rispetto per un dolore urlato da dentro.
“3 accordi, fischio e delay” che chiude il disco in modo buffo è una canzone senza pretese che ti aspetteresti canticchiare proprio da lui con questo suo aspetto con i suoi baffetti all’insù e una barba rassicurante.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Cinque giovani innamorati del rock progressive al loro esordio con "Uno" e innalzano un nome roboante "I dei degli Olimpo"]]>

I Dei Degli Olimpo
"Uno"
Ed. Music. 22R

Dopo l’EP omoniomo il quintetto dei laziali I Dei Degli Olimpo sono tornati con l’album sulla lunga distanza uscito alla fine del 2016 e prodotto da Matteo “Kutso” Gabbianelli e Marco “Cinghio” Mastrobuono. Il loro nome era uno scherzo risalente ai giorni del liceo che poi però si è diffuso diventando virale e quindi hanno pensato di tenerlo.
Sono giovanissimi ma questo non traspare da nessuna parte. Riferimenti anni 70 con le chitarre in primo piano e una voce imponente che preferirei andasse sempre dritta per non ricordare Ligabue ma rimanere originali.
Angelo Branduardi e il rock progressive aleggiano e s’impongono nella struttura di “Mille anni dall’ombra”. Una storia proiettata nel passato e piena di catene che privano della libertà di essere felici e spensierati. Pensieri pesanti invece che fanno mancare l’aria in un’atmosfera quasi rinascimentale: ci si aggrappa alla speranza che sia solo un incubo e si riaprono gli occhi sulla coda rock progressive molto interessante.
“Taci, Miserabile” una filastrocca velocizzata che descrive una persona abbietta che non ha nessuna possibilità di essere perdonato e così a colpi di slanci di chitarroni, imbracciate da Nicolò Baldini e Simone Marini, il basso di Valeria Scaparro e la batteria di Roberto Cataldi, le parole cantate da Andrea Stocchino diventato schiaffi.
“Verdiana”, la più giocosa del disco, è una storia per conquistare una ragazza che rimane immobile fino ad andarsene e così i bollori di lui, che prima era sicuro e baldanzoso e poi era arrivato a supplicarla, si spengono per sempre. Il gioco di saliscendi delle note sembra andare di pari passo ai sentimenti del borioso co-protagonista alla fine umiliato.
Proposta interessante.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]>

h14.50 Intervista a Milo Scaglioni"A Simple Present" è l'esordio solista di Milo Scaglioni, già bassista in diverse formazioni ma qui intento a forgiare una personale creatura che si nutre delle sue elucubrazioni più intime già elaborate e corrette. Sentimenti musicali già provati e adesso messi a lucido con amici musicisti d'eccezione a fare da ciliegina sulla torta. Un disco pensato quindi ma che non perde la sua spontaneità e passione sempre in evidenza nella ricerca melodica d'ispirazione pop psichedelica.

h15.30 Intervista ai Via LatteaDopo un ep omonimo uscito nel 2015 tornano i Via Lattea. Una voce imponente quella del cantante e piena di ombrosità e concretezza per raccontare quello che accade, mentre la musica raccoglie i dettagli delle sfumature. Un disco capace di essere struggente su diversi momenti e che rimane nell'aria come un bel sogno molto intenso. Ne parliamo con il cantante e chitarrista Giovanni Rafanelli.

h16.00 Intervista a Rosso PetrolioAntonio Rossi - aka Rosso Petrolio - è al suo esordio omonimo, un ep di cinque canzoni un po' in italiano e un po' in inglese che va a corredare con un libricino che contiene alcuni suoi scritti e quindi il suo lavoro diventa un cd libro che intitola "Chronicles of a Naufragio". Buone canzoni e buone poesie con una struttura molto curata. L'inglese porta la sua voce a cantare più solare e si fa più carnosa. Grazie alla linea melodica si riconoscono le atmosfere descritte dalle parole. La lontananza e la difesa dei propri desideri diventano punti di vista diversi.

h16.30 Intervista a Massimo Torresi"Possibilità" è l'esordio solista di Massimo Torresi già con i Bluff per più di dieci anni. Un disco malinconico che la fisarmonica e le parole descrivono intersecandosi nella poesia nera della vita che ci sa straziare in un istante per fatti tragici, come anche farci aspettare diversi anni per la guarigione dai dispiaceri. Non mancano descrizioni di favole per trattenere un sogno e farlo combaciare con la realtà come "Credi anche tu" o anche la goliardia folk wave come in "Possibiltà" o i diversi umori raccontati dalle mutazioni della voce nella romantica "Miele". Un esordio che ha avuto davvero il suo perché.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Jesus and Mary Chain – Damage and Joy]]>

La recensione del nuovo album dei Jesus and Mary Chain sarebbe già dovuta uscire da tempo, purtroppo per impegni personali ho dovuto rimandare fino ad ora. Ma il fatto che proprio la domenica di Pasqua sia il giorno in cui vi parlo di Damage and Joy è certamente un segno del destino. Atteso più o meno da ben 19 anni, il settimo lavoro della band scozzese alternative rock guidata dai fratelli Jim e William Reid ha suscitato lo stesso interesse che c’è stato per i recenti ritorni dei My Bloody Valentine o dei Pixies: curiosità, timore, nostalgia canaglia.

Già una decina di anni fa i Reid erano tornati a guardarsi negli occhi dopo essersi presi a pizze in faccia per una vita, tuttavia nulla di serio era uscito da quei timidi abboccamenti. Cos’è cambiato, allora? Di preciso non si sa, deve essere stato qualcosa a metà tra voglia di rimettersi in gioco ed esigenza di dare un seguito ad un storia durata sei album ma interrotta forse prematuramente. Ai due nativi di Glasgow si affiancano Brian Young alla batteria e Phil King al basso, più un terzetto di voci femminili ospiti che scopriremo più avanti. La scelta determinante, però, è stata quella di avere Martin Glover (aka Youth) come produttore e bassista occasionale. Il sound di Damage and Joy – registrato per lo più in Spagna – risulta così abbastanza ricercato e robusto da non far notare la ruggine che i fratelli coltelli si portano inevitabilmente addosso, e questa è già una mezza vittoria. Brani come War On Peace o Facing Up To The Facts pur non brillando di magia sono solide e dense, stoner-jangle con chitarre fuzzate la prima, rumorosa e (banalmente) confessionale (“I hate my brother and he hates me, that’s the way it’s supposed to be”) la seconda.

Ben sette brani su quattordici sono già stati pubblicati in altra forma, in altri anni. L’iniziale Amputation, per distacco forse il pezzo migliore in assoluto, è una ri-registrazione di quella che si chiamava Dead End Kids composta dal solo Jim; a tutti gli effetti potrebbe essere un brano indie dei ’90, sfido chiunque non lo sapesse ad accorgersi della differenza. All Things Pass era invece nella colonna sonora della serie tv Heroes con un ‘Must’ in più nel titolo ed ha conservato l’andamento motorik assicurato dalla coppia batteria/drum machine rimandando alle atmosfere di Automatic anche nei testi (“Each drug I take, it’s gonna be my last”). Ancora, le due discrete canzoni con Isobel Campbell (ex Belle And Sebastian per chi avesse poca memoria) Song For A Secret e The Two Of Usrisalgono addirittura al 2005; dello stesso anno, infine, è la conclusiva Can’t Stop The Rockdove stavolta il duetto è con Linda Fox, la sorella di William e Jim, che proprio con quest’ultimo aveva messo su il progetto Sister Vanilla.

Accanto a questo conservatorismo, che penso nessuno possa davvero biasimare fino in fondo, troviamo qualcosa di nuovo di cui i Jesus and Mary Chain vogliono parlarci, ovviamente con il loro attuale linguaggio. Non sarà super originale, ma buona parte di Damage and Joy ci tiene molto a farci sapere che il tempo è passato anche per loro, e che maturando alcuni angoli si sono smussati, per non dire ammorbiditi. Alla soglia dei sessant’anni non possono di certo essere più quelli dei concerti che durano venti minuti e che finiscono in rissa, e state certi che si drogheranno anche con moderazione evitando pure i carboidrati per cena. In quest’ottica, allora, dobbiamo guardare a momenti come Always Sad in cui la voce sconosciuta di Bernadette Denning – al secolo fidanzata di William Reid – ci accompagna in una love story agrodolce molto melodica e pop, quasi un compendio della perfetta storia finita male (“I think I’m always gonna be sad, because you’re the best I ever had”).

Il problema vero, semmai, è che se come band i Reid sono tutt’ora venerati come strambo oggetto di culto, a livello personale nessuno si interessa più realmente di loro, con la logica conclusione di farli sentire fuori luogo nella musica di oggi. A ciò, secondo me, va imputata la volontà di continuare ad apparire stronzi e provocatori, che da un lato li porta a citare una vecchia leggenda metropolitana degli anni ’90 non abbastanza dimenticata ed inutile (“I killed Kurt Cobain, I put the shot right through his brain”) nell’episodio invece forse più esplorativo ed interessante di tutti, quella Simian Split livida di batteria e graffiata dal sax; mentre dall’altro fa recitare loro “God bless America! […] the land of the free, wishing they were dead” nella luminosa ed acustica Los Feliz (Blues And Greens), dove di nuovo insieme alla sorella Linda, danno sfoggio di un nichilismo gratuito e pretestuoso. È l’essere rimasti troppo legati alla loro epoca d’oro, questa mitizzazione revivalistica delle icone discusse e discutibili che furono trent’anni fa, a rappresentare la vera zavorra di questo disco.

Perché quando si liberano delle loro pur ingombranti ombre e si lasciano affiancare da una come Sky Ferreira nell’ottima Black And Blues, una pepita d’argento a metà tra una ballata americana classica ed i Velvet Underground, riescono a tirare fuori il meglio di sé non solo come musicisti ma anche come uomini di mondo che ti prendono sottobraccio e davanti ad una birra al pub ti lasciano il loro testamento spirituale (“I don’t have nothing to give, but if I could I’d give my heartbeat”)...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]>

Mi avvicino con passo guardingo, fingo di non conoscere l'essere impalpabile che governa il mondo nel quale mi trovo. So per certo che al minimo cenno lui si volterà, cercherà i miei ricettori sensoriali e trovati, inizierà la danza circolare che pian piano avvolgerà tutte le mie difese trascinandomi tanto così, vicino alla sorgente della sua magia.                               

 Succede sempre, immancabilmente da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi lavori, nel 2009. Brock Van Wey in arte BVDUB espande nuovamente l'eco irresistibile della sue visioni, la sostanza metafisica che le compone e lo fa attraverso una delle più prestigiose labels in circolazione, l'italiana Glacial Movements che produce l'ultima possente produzione del sound artist americano: Epilogues For The End Of The Sky.

 Il suo tratto, oramai noto, ha la capacità di non stancare. Al pari di qualche misteriosa soluzione chimica, una volta assunta richiede di essere riproposta all'ascolto per un numero svariato di volte. Ad ogni assunzione i particolari si sommano ai particolari, la base ambient allarga all'infinito le sue spire accogliendo al suo interno esplosioni musicali che si dilatano e abbracciano e si mescolano in un unico codice d'ascolto che si erge maestoso al limite dello spleen e dello splendore tardo romantico. Iterazione infinita, voci in loop, echi, droni e uso massiccio di melodia, questa la riserva immaginaria che serve per raggiungere l'angolo remoto dove termina il cielo.

La traversata continua, abbandonati i cieli infiammati dal dolce languore elettronico, mi ritrovo nel vasto territorio abitato dai suoni taglienti e dolorosi di Maurizio Bianchi che occupa una side delle due che compongono questo split EP prodotto assieme ad Abul Mogard. Due mondi decisamente lontani che hanno in comune un luogo d'origine: la fabbrica. Da sempre referente sonico per MB e la sua filosofia industriale, reale luogo di vita lavorativa per Abul Mogard, abbandonato solo dopo la raggiunta pensione.

Come sempre il suono di MB ci penetra da parte a parte, non permette tregua, si irradia lucido e diretto usando i canoni della ripetitività industriale. Tutto attorno il caos di un mondo in delirio che gira vorticoso attorno al ritmo della battuta imposta dalle macchine. Danza folle, trasfigurata belle èpoque meccanica, trionfo del vuoto dell'anima schiacciata dagli ingranaggi di un'ansia che appare come Hydra, creatura che si rigenera, ferita dopo ferita

 

Tutto si placa, all'improvviso. Una dolce, gentile litania sale lenta iniziando ad avvolgermi. Abul Mogard è qui, vicino a me. Lo sento. Ascolto le amate antiche onde soniche del suo synth modulare, la soffusa melodia del Farfisa, la grazia sconfinata di un suono che non riesco ad abbandonare. Il suo gesto artistico è colmo di antica gentilezza e celata poesia, la sua musica colloquia con te, ti permette di aprire pagine di lettura intima. Con lui a fianco ti commuovi pensando ad un passato per sempre fermo nell'attimo del ricordo.

Durante questo breve viaggio ho incontrato varie tipologie di sound artists ma quello che mi attende nell'angolo più buio e metropolitano del paesaggio sonoro che sto attraversando, è forse il più misterioso e complicato da capire. Si chiama Ran Slavin, principalmente si occupa di video installazioni, ma il suono ha sempre accompagnato il suo respiro.

Digital Junkies In Strange Times è il suo ultimo lavoro, l'ennesimo per la portoghese Crònica che lo distribuisce in free download via Bandcamp. Un titolo che meglio non poteva rappresentare l'attualità di un popolo curvo sul proprio pc, totalmente assuefatto al suono che quei circuiti producono, musica che veste perfettamente la taglia di questi strani tempi. Quattro traccie che non rispondono a nessun canone di genere, sbandano volutamente tra l'ambient, il jazz, il soul, la ricerca e l'improvvisazione. Un melting pot metropolitano nel quale stranamente ci si riconosce e 'piacevolmente' ci si immerge, convinti di far parte di un mondo abitato da junkies digitali, con i motori di ricerca sempre spinti al massimo della potenza.

BVDUB – Epilogues For The end Of The Sky – Glacial Movements 2017

MB+ABUL MOGARD – Split Ep – Ecstatic 2017

RAN SLAVIN – Digital Junkies In Strange Times - Crònica2017

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[We All Are Digital Junkies]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[We All Are Digital Junkies]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[We All Are Digital Junkies]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[We All Are Digital Junkies]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il Soffice Toner Onirico di Maria Assunta Karini]]>

Vivo in una terra dai confini indistinti, un luogo nel quale la vita scorre come soffice allegato alle immagini. Forme, apparenze in-definite che emanano inebrianti odori capaci di rapire e rendere dipendenti. Sono uno sniffatore di sogni e questa è la mia storia.

 Potrebbe iniziare così il racconto mai scritto, ideato come preambolo all'opera artistica di Maria Assunta Karini, un film meravigliosamente intitolato Dreamsmellers.

Si oltrepassano i quaranta minuti di visione entrando ed uscendo dalla materia indefinita che la contiene, scivolando soffici attraverso tentativi descrittivi che evaporano al solo contatto con l'alfabeto che tutto tende a racchiudere e catalogare.

Immaginare visioni, viverle mescolandole con la realtà del presente che subito si inceppa perché incapace di sostenere il ritmo della lenta corsa: la nuotata del pesce appeso che ancora conserva il ricordo del ranocchio che fatica a camminare, immerso com'è nel cotone. Il canto delle cicale lungo le assolate distese estive mentre una ragazzina sogna di essere donna. Lo spago annodato alle dita dei piedi sporchi di terra madre, la stessa che forse ora li sta tirando a sè.

Siamo tutti dei Dreamsmellers, tutti amiamo sognare e tutti vorremmo vivere i nostri sogni, vorremmo vederli realizzati ma pochi sono coloro che riescono a fermare il momento nel quale il sogno si struttura, pochi riescono a carpirne la forma e il vero odore. Karini è una di questi medium che sanno vedere oltre il semplice scorrere delle immagini, un'artista che usa il bianco e nero in modo stupefacente, creando poesia anche nell'attimo semplice del raccogliere in un sacco cemento con le mani. Una regista che sa altresì riprendere contatto subitaneo con la durezza della realtà rappresentata da una figura femminile goffamente danzante sullo scheletro in cemento armato di uno stabile in costruzione. Sogni nei sogni che si amalgamano con la realtà anch'essa sognata ma realmente vissuta.

Dreamsmellers è una sorta di nuovo sur-realismo che usa tecniche diversamente moderne per creare lo stesso stato di sospensione dal reale usato da Man Ray con l'obbiettivo della sua cinepresa puntato sulle infinite sfaccettature di un vetro che rendeva indistinta la visione. Karini usa lo stesso metodo alternando immagini e dialoghi a visioni, piegando le stesse e portandole in dimensioni altre, solo apparentemente simili al reale. Inutile indagare sul significato di quanto si vede, importante è capire quanto si immagina, perché in fondo tutti tentiamo di usare quel soffice toner che ci permette di trasportare vicino a noi qualcosa che appartiene ad un mondo altro, quello dei sogni.

Dreamsmellers viene fornito in un pacchetto speciale con incluse foto originali 20x20 cm, DVD, note e crediti stampate su carta trasparente (inglese / italiano) e due 20x20 cm forex.

Limitato a 30 copie numerate a mano e firmate dall'artista.

***********************************************************************************

http://www.dreamsmellers.com

Edito da 13_silentes - store.silentes.it

 

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Il Soffice Toner Onirico di Maria Assunta Karini]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il Soffice Toner Onirico di Maria Assunta Karini]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il Soffice Toner Onirico di Maria Assunta Karini]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il Soffice Toner Onirico di Maria Assunta Karini]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Terroni Uniti Presenta “Gente Do Sud”]]>


Un collettivo di artisti che in meno di una settimana autoproduce un brano per dire no al razzismo: questo è il piccolo grande miracolo che ruota intorno alla canzone “Gente do sud”. Il brano nasce da un’idea di Massimo Jovine che, in occasione della visita dell’11 marzo a Napoli di Matteo Salvini, ha pensato di smuovere le coscienze, contrapponendo al razzismo la grande capacità della gente del Sud, quella di allargare le braccia per accogliere.

Gente do sud” è una canzone che ha preso forma in corso d’opera, man mano che gli artisti, le collaborazioni, i contributi, sono cresciuti, fino a formare un vero e proprio collettivo dal nome “Terroni Uniti”, che coinvolge ben trenta artisti che vanno dai nomi che hanno fatto la storia della musica napoletana, fino alle nuove leve come: Massimo Jovine (99 Posse), Ciccio Merolla, Enzo Gragnaniello, James Senese, O’ Zulu’ (99 Posse), Eugenio Bennato, Speaker Cenzou, Valentina Stella, Daniele Sepe, Franco Ricciardi, Dario Sansone (Foja), Valerio Jovine, M’Barka Ben Taleb, Pepp-Oh, Francesco Di Bella, Simona Boo, Tommaso Primo, Andrea Tartaglia, Tueff, Gnut, Nto’, Roberto Colella (La Maschera), Dope One, Gianni Simioli, Carmine D’Aniello (‘O Rom), Oyoshe, Djarah Akan, Joe Petrosino, Massimo De Vita, Giuseppe Spinelli, Alessandro Aspide (Jovine), Sacha Ricci (99 Posse).

L’occasione della visita di Matteo Salvini a Napoli è stata solo un pretesto per accendere il fuoco creativo degli artisti che vivono, cantano e suonano all’ombra del Vesuvio. “Gente do sud” non è una canzone di odio e il leader della lega non ne è di sicuro il protagonista. Il brano è un inno d’amore, un invito all’accoglienza che parla di solidarietà e di fratellanza. Il Mediterraneo è sempre stato crocevia di storia e cultura, Napoli stessa è una felice mescolanza di popoli e razze che ha fatto delle differenze tra gli individui, una forza. Il brano si avvale di un videoclip per la regia di Luciano Filangieri che racconta in presa diretta il clima che hanno respirato gli artisti mentre registravano la canzone.

Gente do Sud” non è solo un brano che ha messo insieme un’importante fetta di musicisti del Sud, ma è un progetto che ha unito diverse realtà imprenditoriali che operano nella città di Napoli. Etichette, studi di registrazione, professionalità diverse, scese in campo con l’unico scopo di dar vita ad un progetto importante destinato a diventare esempio per le generazioni future, un inno contro tutte le forme di razzismo, un invito a restare umani. Da tutto questo fermento è nata una compilation, formata da brani degli artisti del collettivo Terroni Uniti, i cui proventi saranno devoluti ad Alarm Phone di Watch The Med,  istituito nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti e rappresentanti della società civile in Europa e NordAfrica. Il progetto ha creato una linea telefonica diretta e autorganizzata per rifugiati in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo (https://alarmphone.org/it ).

Ecco la genesi del brano “Gente do Sud” dal racconto di Massimo Jovine.

Gente do Sud nasce da quegli incroci multipli tipici del centro antico. Qualche giorno fa scendo a prendere un caffè con mio fratello Egidio. Subito gli chiedo curioso come sta andando la costruzione della manifestazione contro Salvini. La Lega è un nostro vecchio pallino e negli ultimi anni ce ne hanno fatte talmente tante che l’idea che il segretario del partito che odia Napoli e i napoletani pensi di sfilare impunemente a Napoli per raccattare una manciata di voti, mi manda al manicomio. Egidio è ottimista. Mi spiega che la città è pronta, il clima positivo, la Lega troppo odiata per lasciare indifferenti ma mi dice anche che la partecipazione al corteo non è conseguenziale a quello che leggiamo sui social e che c’è tanto, davvero tanto da lavorare. A un certo punto, proprio mentre mi racconta dei preparativi e del resto, mi propone un'idea.

Fra ce vulesse ’na canzone”. E’ una frase buttata lì. In tanti anni mi sarà capitato un milione di volte in un milione di occasioni di sentirmi dire che ci sarebbe voluta una canzone. Ma stavolta mi fermo. Egidio ha ragione. Ognuno contro Salvini deve fare la sua parte. I napoletani devono scendere a migliaia in piazza e noi che siamo artisti dobbiamo fare una canzone. Comincio a pensare astrattamente a come e soprattutto con chi.

Ed è a questo punto che entra in scena Ciccio Merolla.

Ciccio è un vecchio amico, un fratello, uno con cui ho pensato immediatamente di condividere l’idea della canzone contro la Lega. Io ed Egidio cominciamo a parlargli dell’ipotesi. Il corteo è l’11, il tempo è pochissimo. Chiunque avrebbe detto “siete matti”. Ciccio no. Si appassiona all’istante. E’ dei nostri e in tre il progetto diventa già realtà. Per me e Ciccio è fatta. Il giorno dopo si comincia a registrare.Chiaramente coinvolgiamo subito Alessandro Aspide, l’unico che avrebbe potuto “sopportare” l’invasione degli artisti uniti contro la lega per tutto il tempo necessario a produrre il brano.

Fogli alla mano cominciamo le telefonate. I primi contributi sono quasi scontati, sono i fratelli più stretti, i compagni di avventure di una vita. Luca (Zulù), mio fratello Valerio, Simona Boo, Speaker Cenzou. Il pezzo prende forma attorno a un ritornello che ascoltiamo e canticchiamo e più lo riascoltiamo, più lo canticchiamo e più ci convince. Quello che è successo dopo è difficile da raccontare. Lo studio di Alessandro e gli altri in cui abbiamo registrato si sono trasformati nella piazza dell’underground di una città che si dimostra sempre una spanna sopra il mondo. In pochi giorni l’elenco delle collaborazioni è arrivato a contare trenta artisti. Agli astri più o meno nascenti della città: Foja, La Maschera, Gnut, Carmine ‘O Rom e ad alcuni dei più noti rapper campani si sono rapidamente aggiunti i nomi che della musica napoletana hanno fatto la storia. Eugenio Bennato, James Senese, Enzo Gragnaniello, Francesco di Bella, Daniele Sepe, Valentina Stella e tanti altri. Musicisti straordinari come i miei compagni della 99 Posse, Marco Messina e Sacha Ricci, che hanno messo a disposizione i loro strumenti per arricchire la melodia della canzone. Tanti tecnici hanno lavorato giorno e notte in una corsa contro il tempo che ha entusiasmato tutti.

In una settimana è nato un brano bellissimo in cui ognuno ha messo a disposizione della città e di tutto il sud le proprie migliori parole di solidarietà, amore e disprezzo per tutti i razzismi. E ancora di più: il progetto si è allargato fino a diventare una compilation di brani degli artisti che hanno collaborato al pezzo, i cui ricavi saranno devoluti tutti a progetti di solidarietà.

Gente do sud è Napoli che contro la Lega sceglie di restare umana.

CREDITS “GENTE DO SUD”

VALERIO JOVINE, CICCIO MEROLLA, SIMONA BOO, DJARAH AKAN, OYOSHE, VALENTINA STELLA, O' ZULU’

ANDREA TARTAGLIA, EUGENIO BENNATO, TOMMASO PRIMO, CARMINE D’ANIELLO ('O ROM), SPEAKER CENZOU, DARIO SANSONE (FOJA), M'BARKA BEN TALEB, PEPP-OH, FRANCESCO DI BELLA, DOPE ONE, ROBERTO COLELLA (LA MASCHERA), FRANCO RICCIARDI, TUEFF, GNUT, ENZO GRAGNANIELLO, NTÒ, GIANNI SIMIOLI

Musicisti:

GIUSEPPE SPINELLI (chitarra), JOE PETROSINO (mandolino), MASSIMO DE VITA (synth e flauto), DANIELE SEPE (fiati), MASSIMO JOVINE (basso), ALESSANDRO ASPIDE (basso), SACHA RICCI (synth), CICCIO MEROLLA (percussioni), JAMES SENESE (sax),

Tecnici:

ALESSANDRO ASPIDE, MARCO MESSINA (mix/additional programming), DANILO VIGORITO (mix/mastering), ANTONIO ESPOSITO, DAVIDE IANNUZZO, TONICO 70

Studi di registrazione:

BEAT BOX STUDIO, TP STUDIO, RR SOUND, KATANGA STUDIO

Compositori

MASSIMO JOVINE, CICCIO MEROLLA, ALESSANDRO ASPIDE

Direzione esecutiva

FIORITA NARDI, LUCIANO CHIRICO, DIEGO MAGNETTA, LUCA NOTTOLA, CLAUDIA FOGLIA MANZILLO, MARCO JAPPELLI, EGIDIO GIORDANO

Illustrazione:

ZEROCALCARE

Grafica

LUCA COPPOLA

Segretaria di produzione

FRANCESCA GUERRIERO

Ufficio stampa

MANUELA RAGUCCI

VIDEOCLIP

Regia: LUCIANO FILANGIERI 

Sceneggiatura: LUCA DELGADO 

Fotografia: PEPPE DE MURO

Assistente alla regia: ELIANA MANVATI 

Organizzatore: STEFANO MARIA CAPOCELLI 

Con: DALAL SULEIMAN e il piccolo CRISTIAN FILANGIERI


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 19 marzo 2017]]>

h15.15 Intervista ai Soviet Soviet
"Endless" è il quarto album dei Soviet Soviet, uscito alla fine del 2016 per Black Candy per il mercato italiano e per Felte Records per l'estero. Un disco ombroso, claustrofobico, ma anche granitico e per una piccola parte brioso. Non ci si distanzia comunque da un'inquadratura dark new wave. Qualche giorno fa hanno avuto una brutta avventura negli Stati Uniti che ha impedito loro di fare le date ma non si sono scoraggiati e forti come la struttura delle loro canzoni continuano la loro tournée incendiaria. Ne parliamo con il batterista Alessandro Ferri.

h16.00 Intervista agli En Roco
Ogni volta che esce un nuovo album degli En Roco, vorrei avere un megafono per farlo ascoltare a più gente possibile. "L'Ultimo Sguardo" è il loro quinto atto creativo. Un disco ricco di ospiti e di realtà creative ma soprattutto canzoni piene di delicatezza e di intimità, eleganti e profonde. Canzoni di ieri e di oggi che suddividono tra la prima e la seconda parte ma che fa venire fuori uno spirito poetico rinascimentale che li contraddistingue e fa da trait d'union tra il passato e il presente. Quasi venti anni emozionanti di carriera. Ne parliamo con il bassista Rocco Spigno.

h16.30 Intervista agli Argo
Questo quartetto è all'esordio su ep omonimo, ma in realtà si conosce da ancora prima di imparare a suonare e questa con gli Argo è solo l'ultima esperienza musicale assieme. Un disco che lotta contro l'incomprensione degli altri e la monotonia della vita che strozza la creatività e i sogni. Il disco è uscito per V.S.G. di Poggibonsi e Alka Records e proprio Massimiliano Lambertini di quest'ultima è stato importante per la buona riuscita delle canzoni che hanno trovato la giusta fruibilità. Ne parliamo con il chitarrista Enrico Carlo Baldarelli.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 19 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 19 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]>

Lo si sa da sempre, a Venezia e nel suo hinterland vige l'antica regola della sigla ecumenica che risale ai tempi della Serenissima Repubblica: RRJ - Reggae, Rock, Jazz. Chi tenta di porsi trasversalmente a questa regola viene messo all'angolo e non gode del favore del folto pubblico che solitamente affolla i rumorosi luoghi nei quali i poveri musicisti tentano di farsi sentire, sopra un palco che non riesce a sovrastare il baccano procurato dagli avventori del bar sottostante e il frastuono creato dalle bottiglie di birra che rotolano sotto i tavoli. Gran rispetto quindi nei confronti del locale di Marghera che tenta una manovra decisamente controcorrente. Allo Spazio Aereo ci si va per ascoltare suono di altra matrice culturale, un suono comunemente definito con il termine 'elettronica' che a dir il vero non ha una sua specificità, significa tutto e niente ma, almeno dalle nostre parti, serve ad indicare una modalità di pensiero innovativo, altro.

Come si diceva prima, il termine 'elettronica' non ha una sua specificità se non viene abbinato alle molte derivazioni artistiche che vivono al suo interno. Pur essendo per i più forma espressiva 'minore' (soprattutto qui in terra serenissima) ha la facoltà di esprimersi in svariate modalità che partono dal dancefloor per giungere alla ricerca più sperimentale. Questo il campo d'azione del manipolo di coraggiosi utopisti che quotidianamente combattono contro l'invisibilità di un mondo nel quale a malapena si distinguono, scambiati per strani esseri alieni che si esprimono attraverso l'uso di sonorità altrettanto aliene. E' un mondo invisibile che agisce con la baldanza data dalla completa autonomia e indipendenza, sotto l'egida dello spericolato sperimentalismo.

Da qualche tempo un critico musicale toscano ha deciso di prendere in mano la situazione chiamando a raduno tutti gli intererssati che intendessero partecipare ad una sorta di campagna rivendicativa per imporre la propria identità artistica oltre il loro ristretto confine, nella convinzione che ogni suono ha libertà di appartenenza e deve essere riconosciuto e ascoltato a tutte le altitudini. Un pensiero utopistico che ha spinto molti musicisti e performers a farsi avanti e apparire nelle molte pagine che compongono quella sorta di enciclopedia del suono alternativo della nostra penisola che è Solchi Sperimentali Italia – 50 anni di italiche musiche altre. Una vera e propria raccolta di storie e nomi dello sperimentalismo italiano curata da Antonello Cresti per la casa editrice CRAC, un libro a cui è seguita, grazie all'opera del crowdfunding, la creazione di un dvd di prossima pubblicazione. Con questa sigla si è aperta anche un'etichetta discografica e altre iniziative si sono avviate tra cui una serie di serate che hanno toccato molte località della penisola sbarcando anche allo Spazio Aereo, lo scorso fine settimana.


Da semplice descrittore mi limiterò a commentare la serata, senza valutare personalmente un'operazione a livello nazionale che è oggettivamente positiva ma altresì inutile per colmare quel gap sempre esistito tra musica di consumo e musica altra. Da assertore dello 'snobismo sonoro' come arma di offesa, ho sempre pensato si debba mantenere le distanze tra due mondi impossibilitati ad interagire per problemi legati ai rispettivi dna.


Nel corso della serata si sono esibiti quattro interpreti, appartenenti a quattro diverse scuole di pensiero e a tre diverse 'ere musicali', come a rispettare il tratto inconfondibile del pensiero crestiano che usa la mescolanza di periodi e stili musicali spesso incompatibili se riuniti sullo stesso palco.

Alessandro Ragazzo è un sound artist veneziano che fa ricerca sul territorio usando come base il field recording sul quale agisce sovrapponendo e manipolando il rumore naturale che normalmente ci circonda. Il suo è stato un set altamente immersivo nel quale la dislocazione liquida del suono, filtrata attraverso l'uso della macchina, ha agito come leva aumentando la percezione, rendendo quasi visibile e palpabile il muro sonico creato in loop innanzi all'ascolto. Forse la presenza dei visuals avrebbe ancor di più aiutato il salto comunque notevole dentro la normalità che quotidianamente ci circonda ma di cui non riusciamo realmente a percepire la vera essenza.

Artcore Machine, duo formato da Moreno Padoan e Roberto Beltrame, due alchimisti che provengono da Rovigo e conoscono bene l'animo della bestia sonica. Autori di un set dal crescendo micidiale, hanno liberato dalle gabbie che le imprigionavano le cieche creature sintetiche, permettendo loro di studiare una via di fuga attraverso il tracciato di scie elettriche che le teneva prigioniere. Gli esseri hanno annusato le barriere, le hanno scoperte ed abbattute con furore di divinità che si erge imperiosa, mentre lo spazio perde forma piegato dall'urlo che disconosce il 4/4 e si esprime con violente onde d'urto schiumanti velocissimi bpm lanciati contro insormontabili muraglie di basse frequenze. Impressionanti.

Fausto 'Degada Saf' Crocetta rappresenta uno dei salti temporali cui si accannava prima. Fondatore dei Degada Saf, esponenti di spicco dello stilo sinth-pop degli anni '80. Autore del mai dimenticato vinile intitolato 'No Inzro', per la storica fanzine Rock Garage, nel corso degli anni non ha mai abbandonato gli strumenti. Lo ritroviamo sul palco con un set che ripercorre in chiave rivista e corretta quelle sonorità permeabili al quattro quarti che tanto hanno fatto danzare i new wavers del tempo. Una prima parte forse indecisa, in bilico tra sonorità d'ambiente incompiute e ripetitivi impulsi ritmici che sfocia però in una rivisitazione de La Rhumba De Shang Hai che ancora fa battere il cuore a chi, quegli anni colmi di fermento, li ha vissuti in pieno.

Opus Avantra rappresenta l'ennesimo ampio salto indietro nel tempo. Band seminale del rock progressivo e del crossover d'avanguardia italiano degli anni '70, da sempre considerata una formazione culto grazie anche alla vocalist Donella Del Monaco autrice tra i tanti, di un album in collaborazione con Elliot Sharp e Steve Piccolo. L'ensamble ha presentato un mini-live dal sapore forse troppo antico, dedicato a chi ancora è ancorato a sonorità che risultano appartenere ad una memoria ferma al periodo del prog-rock celebrativo di quegli anni. Musicisti estremamente preparati, il flautista Mauro Martello in testa, incapaci però di reinterpretare un suono che molto ha fatto per la crescita musicale di qualità ma che oramai è relegato nella memoria, impossibilitato a competere con la velocità e l'intensità del pensiero post-moderno.

Sia gloria quindi a questi indomiti sognatori e al suo (in?)coerente condottiero a cui va tutto il rispetto dovuto per la caparbietà e coraggio dimostrati nel continuare a segnare profondi solchi di sperimentalismo su terreni non sempre fertili.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'(In?)-Coerente Solcatore di Italiani Sperimentalismi]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]>

Racconto di Mirco Salvadori

Suoni a cura di Andrea De Rocco

foto scattate lungo i sentieri della Val d’Ultimo (BZ)

************************************************************************

Se ne stava come in trance a fissare quel che restava di due girasoli nati, cresciuti e morti sul bordo di un prato che terminava sul ciglio di uno stretto sentiero, un viottolo che portava lontano, fin dove le gambe riuscivano a sorreggere il passo. Ciò che in realtà vedeva non erano che i miseri resti di due fiori un tempo signori incontrastati della silenziosa e verde distesa, alte vedette al servizio del signore del cielo, lo sguardo sempre rivolto verso il suo accecante volere. Ciò che ora lui vedeva erano due fulgide macchie di colore che dondolavano incerte sopra gli steli sconfitti dalla neve e dal freddo, rinsecchiti per mancanza di affetto, quello della natura che si era ritirata lasciandoli soli ad affrontare il gelo, nella lunga grigia stagione durante la quale il cielo si inchina alla terra rigenerandola nell’abbraccio mortale del ghiaccio.

 

 Una voce lo distolse dai suoi pensieri macchiati di psichedelia, lo incitava a muoversi a correre per controllare cosa dicesse un cartello scritto in una lingua che doveva essere tedesco o forse dialetto del luogo. A fatica si incamminò lungo l’ennesima salita fino a raggiungere un bivio segnalato con due frecce intagliate nel legno massiccio. Indicavano sicuramente qualcosa, qualche meta lontana, qualche luogo nascosto nel folto di un bosco che da lì a qualche decina di metri iniziava la sua salita verso la cima della montagna. I loro sguardi si incrociarono, sembrava guardassero nella stessa direzione, ma non era certo quella indicata dalle due frecce.                  

 

Avevano preso l’auto e percorso centinaia di chilometri cercando di lasciarsi alle spalle la silenziosa liquidità di un rapporto che proseguiva da anni nell’immobilità, nell’attesa di una spinta che facesse ripartire quel meccanismo un tempo lucente di perfezione. Si erano allontanati da quel bivio che puntualmente ritrovavano davanti alla porta di casa, la sera al rientro dal lavoro. Volevano scordarlo con la falsa speranza di non incontrarlo nuovamente, una volta tornati. Ma quel pensiero tanto odiato, quel movimento non voluto, quel passo in più verso il folto di un bosco sconosciuto ora si ripresentava invadendo i loro ricordi che da giorni vagavano lungo sentieri di montagna in compagnia dei rispettivi e segreti amanti, gente viva che attendeva il loro ritorno immersa nel rumore soffocante di una città lontana.

 Si sedettero sopra una vecchia cassapanca seminascosta dai rovi, addossata al muro di una casa abbandonata, giusto di fronte a quel bivio che non indicava semplicemente due mete da raggiungere ma rappresentava il possibile inizio di un nuovo lento viaggio e un tabù da abbattere, una scelta da compiere per non ripiombare nella liquidità silenziosa che tutto avvolge ma nulla cambia. Aprirono gli zaini appoggiando sulla cassapanca l’occorrente per uno spuntino di mezzogiorno. Gesti lenti e complici eseguiti decine di volte: uno appoggiava le posate avvolte nelle salviette bianche mentre l’altra versava nei bicchieri di plastica l’acqua fredda dal recipiente termico. Uno tagliava i panini mentre l’altra li riempiva con fette di formaggio di malga. Una scena di vita comune sospesa come le altre nel nulla di un’attesa senza fine. Il respiro della montagna non riusciva a coprire il rumore dei loro ricordi mentre in silenzio consumavano l’immagine dell’ultimo incontro avvenuto segretamente. Mescolare il presente con il passato prossimo, l’affettuosa intimità con la furia dei sensi ancora incredibilmente desti, la solita vacanza nel posto alla moda con la fuga notturna da casello a casello. La calma stabilità da sempre in bilico con l’irrequieta quotidianità di un futuro forse mai veramente cercato e voluto. Tutto questo sotto lo sguardo di un crocefisso sanguinolento che sfinito, stancamente li osservava dietro l’intrico delle braccia meccaniche di una ruspa anch’essa immobile nell’attesa della neve che forse sarebbe caduta da lì a un anno.

Finita la colazione al sacco riposero l’occorrente negli zaini e guardando in direzione di quel bivio pronunciarono all’unisono la stessa parola: idromassaggio! Sorridendo voltarono le spalle al sentiero che si divideva scomparendo nel bosco e si avviarono verso l’accogliente piscina della spa che li avrebbe ricevuti con la sua morbida e rassicurante carezza che tutto avvolge ma nulla cambia.

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-58d3ea4139c7f_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58d3ea4139c7f") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-58d3ea4139c7f .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58d3ea4139c7f") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });}); ]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Al Bivio]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]>

Un mondo sospeso che usa il silenzio per nutrirsi e si nasconde nell'immobilità colma di vita di una boscaglia ancora ricoperta da un sottile strato di neve, ultimo ricordo di un inverno distante.

Entrare in contatto con questa realtà a parte, questo universo che respira lento e si nutre dei suoni che vivono in bilico tra l'intimità dello sfioramento di una mano e il dolce scivolare del tocco digitale, crea beneficio e permette di conoscere le fattezze di una scuola musicale altra, che ancora crede nella gentilezza e nella passione, nella creatività e nel lavoro artigianale, tutte qualità che si svelano immediate, non appena le prime note sprigionate dalla sua essenza vengono a contatto con il nostro sorriso di esploratori volontariamente perduti in quell'immobile boscaglia, alla perpetua ricerca di amati fantasmi a cui chiedere storie da ascoltare.

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-58cfc79ba4bb4_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58cfc79ba4bb4") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-58cfc79ba4bb4 .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58cfc79ba4bb4") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });});

La narrazione inizia con Ghost Figures di Benjamin Finger. Diversamente dal titolo del suo primo album, quel "Woods Of Broccoli" che probabilmente risulta divertente solo a noi italiani, l'artista norvegese si è sempre distinto per una serietà professionale che abbraccia le arti visive e la musica. Notevole polistrumentista, fin dal 2009 ci accompagna lungo un viaggio all'interno di un universo sonoro di non semplice catalogazione. Una particolarità che appartiene ad altri pochi musicisti, gente che sa come rapire l'ascolto senza dover osservare scuole di pensiero oramai consunte. L'italiana Oak Editions, dei lodevoli Giannico&Ballerini, ci offre il suo nuovo delicato lavoro permeato di dolce memoria e voluta improvvisazione avvolta di spleen e penombra, immersa nel profumo dei fiori e nel sussurro dei fantasmi.

Il battito continua a scorrere lento anche nell'ottava stella del sistema governato dal suono di James Murray. L'ascolto di Killing Ghost, uscito su Home Normal è un viaggio all'insegna del silenzio che governa la profondità del nostro pensiero. Ci addentriamo in questo ambiente seguendo i passi virtuali creati dalla testina del giradischi che insiste nel volere valicare il confine che la divide dal vinile, quasi avessimo oramai esaurito tutti gli ascolti e solo l'onda d'urto di una melodia esplodente sub-bass e lucida visionarietà potesse trasportarci oltre. Un'esperienza in bilico tra l'ascensione e la caduta, la redenzione e l'ineluttabile fine o forse l'immobilità nell'eterna stasi del respiro sonico/narcotico, laggiù nel limbo infinito.

 

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Il mondo sospeso e i suoi amati fantasmi ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 12 marzo 2017]]>

h15.15 Intervista a Luca Rinaudo
"Sonate di Terra e di Mare", appena uscito per Almendra Music, è il debutto del progetto del violoncellista Giovanni Sollima che condivide col producer Luca Rinaudo. C'è inoltre un terzo elemento composto e condiviso da Giacomo Cuticchio, Pietro Bonanno e Stefano Iannuzzo. Composizioni vivaci fino alle ombre più scure, spensieratezza alternata all'angoscia e le reinterpretazioni in chiave elettronica del violoncello di Sollima da Luca Rinaudo che si fa ispirare da "Le Città invisibili" di Calvino. Un disco vivo che pulsa.

h16.00 Intervista e live alla radio con Jet Set Roger
"Lovecraft nel Polesine" è il quinto disco di Roger Rossini in arte Jet Set Roger. Un disco che lo porta a uscire nuovamente per Snowdonia, etichetta che aveva prodotto il suo esordio "La vita sociale". Un packing arricchito da un fumetto di Aleksander Zograd che gira attorno al concept delle canzoni ispirate dall'articolo di Roberto Leggio che raccontava dell'avvistamento di Lovecraft nel Polesine. Roger riesce nell'intento di incarnarsi nelle trame musicali che raccontando, scherzando, inventando e divagando si mostra in tutta la sua bravura e il suo estro creativo.
Inoltre ci onora della sua presenza live alla radio.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 12 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Temples – Volcano]]>

Quando circa tre anni fa – nella recensione dell’esordio dei Temples, Sun Structures – scrissi che il tempo era dalla loro parte non avrei mai immaginato che la band originaria di Kettering ne avrebbe impiegato così tanto per dare alla luce un seguito. Certo il clamoroso successo di quel disco, il vinile più venduto del 2014 nei negozi indipendenti ed in classifica in 18 paesi, sarà stato un peso specifico non indifferente da portare sulle spalle. Perciò James Bagshaw e compagni hanno deciso di fare le cose con estrema calma e razionalità, com’è loro consuetudine. Volcano viene pubblicato per la Heavenly Recordings dopo essere stato registrato nello studio di proprietà, il Pyramid, e pur non stravolgendo nulla rappresenta una lieve ma decisiva evoluzione nel sound di un gruppo che può comodamente sedersi al tavolo dei grandi d’Inghilterra.

Si comincia col singolo Certainty che, come spesso accade, è una dichiarazione d’intenti bella e buona. Moog ondivago e tastiere innalzanti alla MGMT accompagnano tipici pattern psichedelici per un synth-pop che sa volutamente di Disney nel ritornello, ma con un sottofondo assai oscuro. La successiva All Join In rafforza il concetto con uno space-rock a due velocità in cui si avvertono gli echi del passato da cinefili (sci-fi ma non solo) della band. L’utilizzo massiccio della strumentazione elettronica è il tratto distintivo di gran parte di questi 50 minuti, meno mistici rispetto al passato ed in un certo senso più diretti. Ciò permette ad un brano barocco come (I Want To Be Your) Mirror di muoversi fra psichedelia a chamber-pop con la massima naturalità, implementata dalla produzione lussuosissima del frontman Bagshaw e dall’ottima interpretazione della band. Così come il folk mid-tempo di Oh The Saviour – col suo andamento dreamy ed un’orecchiabilità micidiale – diventa manifesto di grandi capacità melodiche ed allo stesso tempo attenzione maniacale per il groove.

A volte la tendenza alla rarefazione può portare a cortocircuiti inattesi come in How Would You Like To Go? vaporoso pezzo alla Tame Impala che potrebbe essere scambiato per un momento di totale auto-erotismo tanto si specchia e si bea della propria perfezione formale. Ma i Temples alzano il livello quando decidono di contrapporre alla mera tentazione pop una costruzione più sofisticata e profonda. Le ritmiche motorik dell’incalzante Open Air o la chirurgica applicazione della sezione ritmica di Tom Walmsley e Samuel Toms nella complicata In My Pocket hanno il miglior gusto psych-rock possibile oltre a confermare che in Volcano i quattro inglesi abbandonano quasi del tutto le vesti altrui e si cuciono addosso un abito tutto loro. La fluidità di Celebration è spia di una maturità oltraggiosa, stigmatizzata dall’eccellente performance vocale di Bagshaw la cui versatilità, vale la pena ricordarlo una volta ancora, è il vero valore aggiunto determinante di questo sophomore.

Se Sun Structures poteva essere visto come un viaggio nel tempo (verso il passato e ritorno), qui assistiamo ad un viaggio nello spazio, in cui la band aggiunge un’ulteriore dimensione al proprio già mirabile bagaglio. E nonostante il peso maggiore di Adam Smith e delle sue tastiere nell’economia generale, la chitarra rimane qua e là protagonista: guida con sicurezza Born Into The Sunset e glamizza un pezzaccio come Roman Godlike Man, il quale potrebbe essere stato scritto da uno a caso tra Kinks, Eno o i Beatles di Revolver, e tuttavia viene reso credibile ed efficace perché sono i Temples a suonarlo. Il finale affidato alla luccicante Strange Or Be Forgotten è l’inevitabile perfetta chiusura del cerchio. Si tratta forse dell’unica vera concessione alla musica da stadio che riempiva Structures ma con un groove funky ed un andamento melodico così inaspettati da nobilitarla come uno degli apici della loro pur giovane discografia.

Per ultimo mi sono tenuto un po’ di spazio per citare Mystery Of Pop. Non perché più di altre qui in mezzo meriti una menzione particolare, ma unicamente perché il titolo evoca in me la perfetta sintesi del disco: i Temples sciolgono il mistero del pop. Che detta così può sembrare una banalità, ma ad un ascolto maggiormente approfondito – assolutamente necessario in questo caso – Volcano vince quella sfida cruciale di includere ed accettare sonorità fortemente orecchiabili nella propria musica che in tantissimi altri hanno fallito e falliscono ogni giorno...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Side by Side: in marcia per l'umanità]]>

Domenica 19 marzo - Venezia - ore 14.00 Piazzale Santa Lucia

Side by Side: in marcia per l'umanità

*********************************************

Pagina FB

Mail: 19marzo@meltingpot.org - 348.2483727

Mappa delle partenze 

Appello e adesioni on line

Evento della Marcia


**************************************************************************************************************************************************************

sul palco di Campo Sant'Angelo saranno con noi:
Pierpaolo_CapovillaSandro JoyeuxBeppe CasalesAnna Garbo.
L'iniziativa si concluderà con un concerto afro beat con uno dei più bravi chitarristi senegalesi Papiss Diof nella formazione Peace Diouf accompagnato Moulaye Niang alla batteria.

Al concentramento in piazzale Stazione Santa Lucia ci sarà un intervento di danza urbana della Compagnia VIAdanza

Durante il corteo la marching band Murga Saltinbranco e una performance di Socie Tapera Zioni.

**************************************************************************************************************************************************************

Articolo con tutti materiali utili per la promozione (cartacea e web):
http://www.meltingpot.org/Kit-promo-Side-by-side-in-marcia-…

Il 19 marzo a Venezia è una sfida: la possibilità di aprire uno spazio pubblico in cui tante e tanti si possano riconoscere, per chi crede che sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.
La vinceremo solo se riusciremo a portare altri a marciare con noi, al nostro fianco, side by side.

**************************************************************************************************************************************************************

Nell’agosto del 2015 siamo partiti da NordEst diretti verso l’Ungheria dove stava ricomparendo il primo dei tanti muri materiali eretti per bloccare il flusso di migranti in fuga dai propri paesi. Dal quel viaggio ha preso il via la campagna #Overthefortress: in tante e tanti, da tutta Italia, abbiamo percorso la rotta dei Balcani; da Vienna passando per Idomeni fino alle isole greche abbiamo conosciuto e narrato direttamente la realtà, guardato negli occhi e stretto la mano a migliaia di donne, uomini, bambini, anziani in cammino.

Ci siamo mescolati a loro e ascoltato le tante ragioni che li muovono in questo disperato viaggio; abbiamo compreso i loro bisogni e desideri, messo in campo azioni concrete di supporto nel campo di Idomeni. Siamo stati sui confini chiusi dell’Europa Fortezza, come Calais e il Brennero, per poi ritornare nei campi di Salonicco e ripartire in un viaggio di inchiesta attraverso il Sud Italia, sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo visitato centri di "accoglienza" inumani, ghetti fatti di baracche dove i migranti sono iper-sfruttati incontrando anche un’incredibile ricchezza di iniziative di buona accoglienza e solidarietà nati dalla cooperazione sociale tra "italiani" e "migranti".

I confini che discriminano e respingono però non sono solo quelli distanti centinaia di chilometri da noi. Li troviamo eretti e tangibili anche dentro i nostri territori. Sono visibili nei centri d’accoglienza isolati e disumani, sono fatti di rifiuto, di violenza e di razzismo diffuso nelle nostre società.
Si materializzano in quei comitati anti-profughi cavalcati dalla destra xenofoba e, in molti territori, trovano la complicità delle amministrazioni comunali che, rifiutandosi di accogliere, rendono impossibile lo svuotamento delle strutture sovraffollate.

Altri muri materiali ed immateriali stanno per essere eretti: sono quelli del Governo Gentiloni che vuole riaprire un CIE in ogni regione, aumentare i rimpatri forzati tramite gli accordi bilaterali con i paesi di origine dei migranti e contrarre ulteriormente il diritto d’asilo togliendo la possibilità di ricorrere in appello per il richiedente protezione internazionale. Con queste proposte il Governo italiano si pone nel solco delle politiche europee che hanno imposto l’"approccio Hotspot" e l’identificazione forzata dei migranti nel Paese comunitario di ingresso, e che hanno prodotto il vergognoso accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 con cui si assegna alla Turchia, in cambio di 6 miliardi di Euro, il ruolo di gendarme d’Europa. Nel frattempo però si chiudono cinicamente gli occhi di fronte ai morti nel Mediterraneo: in 13 mesi sono più 5.000 le vittime dell’assenza di canali umanitari sicuri!

Queste politiche di chiusura e contrazione totale dei diritti fondamentali, di fatto, legittimano un clima di intolleranza e odio che si manifesta in tutto il Paese.
In particolare il Veneto è diventato un caso nazionale: centri indecenti nei quali sono ammassate le persone, presidi fissi contro l’accoglienza, striscioni che promettono “l’’inferno ai profughi”, attentati incendiari contro le strutture ricettive, il rifiuto di ben 250 Sindaci ad accogliere i richiedenti asilo, comitati di cittadini persino contro la micro-accoglienza, ignobili istigazioni al suicidio.

In Veneto si sta superando il confine invalicabile tra umanità e barbarie.

Dobbiamo reagire di fronte alla violenza dei gesti e delle parole, alla guerra verso i migranti che rende più aridi i nostri territori. Non limitiamoci allo sdegno personale ma rendiamo visibile la solidarietà e quel tessuto sociale ricco di cittadini, associazioni, enti, operatori che lavorano quotidianamente per l’accoglienza e il rispetto dei diritti.

Per questo, proprio a partire dal Veneto, raccogliamo l’appello internazionale promosso dall’Hotel City di Plaza di Atene che invita alla mobilitazione sabato 18 marzo in occasione dell’anniversario dell’accordo UE-Turchia.
Crediamo che domenica 19 marzo possa essere l’occasione per dare corpo e parola al Veneto che accoglie, come la Marcia dei 1.000 piedi sul Montello ci ha dimostrato.

Costruiamo una grande giornata di incontro e di mobilitazione regionale per i diritti dei migranti e per esigere una buona accoglienza diffusa. 
Facciamolo tutti assieme, costruendo assemblee e momenti di confronto aperti e plurali in tutte le città, percorsi veri e partecipati con le tante persone che credono sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.

Il 19 marzo a Venezia è una sfida: la possibilità di aprire uno spazio pubblico in cui tante e tanti si possano riconoscere, per chi crede che sia possibile costruire una società dove l’umanità prevale sulla barbarie.
La vinceremo solo se riusciremo a portare altri a marciare con noi, al nostro fianco, side by side.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]>

Tornare indietro nel tempo, quanti di noi vorrebbero farlo. Tornare a rivedere chi non c'è più, tornare ad assaporare un tempo diverso, vivo, ancora capace di sorprendere. Capitombolare a tutta velocità nel soffice suono non più alieno, non più scontato come può esserlo un racconto meccanicamente letto per troppo, troppo tempo. Rinascere scoprendo che è ancora possibile ritrovare un suono da indossare, perfetto per la tua anima imbolsita dall'ascolto reiterato, freddo, esente dalle pulsazioni che riescono a far battere il muscolo del ricordo.

Avevo già vissuto questo magico fenomeno legato alla dislocazione animo-temporale, questo salto a piè pari dentro un universo illuminato dal sole, una luce che accompagnava un viaggio a due, fianco a fianco sul bagnasciuga di una spiaggia che si perdeva lontano, fino a quel confine oltre il quale era permesso il passaggio solo ad uno dei due amici. Vdb23/Nulla è andato perso, l'apparente incomprensibile formula che serviva come password per il salto indietro nel tempo. Era il 2014 e quel lavoro scritto da Claudio Rocchi e Gianni Maroccolo riscaldò per molto tempo il mio cuore.

Penso spesso a quella pausa, al momento di rigenerazione donatami da quell'ascolto. Con speranza ho cercato di ritrovarlo all'interno di altri lavori che tentavano una traduzione sperimentale del Rocchi pensiero ma il salto non è avvenuto, troppo pesante la celebrazione e artefatto lo sperimentalismo. Tentavo di rallentare la mia inquietudine negli ascolti di tutti i giorni finché non tornarono a giungermi quelle note, provenienti da un triplo album registrato dal vivo, un disco che contiene al suo interno l'edizione limitata di un 7” con due inediti dell'amato e mai scordato sciamano. Nulla è andato perso, un disco registrato durante l'omonimo tour che ha visto Gianni Maroccolo girare l'Italia durante i primi sei mesi del 2016.

Tornare nuovamente indietro ora si può.

 La Compagine:

Una serie di concerti che ha visto tanti nomi succedersi sopra il palco, molte collaborazioni com'è d'uso in casa Maroccolo: Alessandra Celletti, Ginevra di Marco, Federico Fiumani, Cristiano Godano, Francesco Magnelli, Ghigo Renzulli, Miro Sassolini, per citarne alcuni. Tanti gli artisti che hanno accompagnato la formazione composta da Marok all'inseparabile basso: alla voce un Andrea Chimenti in stato di grazia, Antonio Aiazzi colpevole di usare le tastiere come lame affilate create per incidere il cuore, il ritmo del viaggio regolato da Simone Filippi e ondate di antichi aromi orientali affidati alle corde del maestro Beppe Brotto; la perfezione. Il tutto stampato con la storica Contempo Records di Firenze, una ritrovata etichetta che ha contribuito non poco alla nascita del suono indipendente italiano.

 Il Contenuto:

diversamente dalla matrice originaria, la documentazione live contenuta nei tre albums esplora altri mondi, altri suoni. Non solo la galassia Rocchi, che ovviamente è la colonna portante del disco ma anche omaggi a Vinicio Capossela, Litfiba, CSI, sorprendentemente Philip Glass, i CCCP, Maroccolo stesso con la bella Elianto cantata da Ginevra Di Marco, sorprendentemente i Residents, ovviamente l'immancabile Battiato amatissimo dal Marok, un brano dello stesso Chimenti e un grande omaggio all'amata Sardegna con un canto tradizionale scritto negli anni '20, interpretato anche da Maria Carta e qui cantato in coro con il pubblico, si presume sardo.

La Filosofia:

Parafrasando Vdb23 userò anch'io un acronimo: ITeA - Indipendenza totale e assoluta. Nessun intermediario, nessuna major a controllare la stampa del disco, nessun management ad occuparsi dei live. Tutto il progetto è stato ideato, voluto, costruito e messo in atto da Gianni Maroccolo assieme a artisti seri, gente che ancora usa reverenza verso il termine 'indipendenza', sinonimo di libertà espressiva.

 La Musica:

Sembra di esser tornati ai tempi nei quali ci si ritrovava nel negozio di dischi preferito per commentare il nuovo album appena uscito. Sembra di esser tornati ai tempi nei quali si attendeva l'apertura del negozio – sempre quello del negoziante di dischi preferito – per ritirare il pacco di copie ordinate la settimana prima. Sembra di esser tornati ad ascoltare il rumore del vinile che scivolava fuori dalla sleeve che lo conteneva. Sembra di aver ritrovato il coraggio di ascoltare, per Dio! Ascoltare e riascoltare per ore lo stesso disco, un vinile piombato come un fulmine a stravolgere la tua discoteca. Sembra di esser tornati in quel luogo segreto dove si coltiva e fiorisce il ricordo perenne della giovinezza, un angolo di cielo non inquinato dal mercato, dalle finte celebrazioni, dalla retorica e dal rimpianto. Sembra di essere entrati nell'atelier di un artista che sa magicamente interpretare e tradurre i sogni altrui, stanze accoglienti nelle quali si sorride di commozione, convinti che nulla andrà mai perso.

PS: Sia per te un buon viaggio Claudio!

 

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-58c68a1474afd_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58c68a1474afd") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-58c68a1474afd .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58c68a1474afd") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });}); ]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Le accoglienti stanze dove nulla è andato perso]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]>
h15.15 Intervista a Mercuri
Il cantante e chitarrista Fabio Mercuri, in arte solo Mercuri, dopo un EP nel 2012 "La voce della Tartaruga" e l'esordio nel 2009 sulla lunga distanza "Di Tutto quello che c'è", torna con il disco nuovo "Progetti per il futuro" appena uscito per Adesiva Discografica. Canzoni che girano attorno alla considerazione che la nostra epoca faccia perdere per strada la poesia sempre più impalpabile e così si alza il mal d'anima per la consapevolezza di assomigliare all'omino standard intristito dall'abitudine. La struttura delle canzoni è appoggiata sulla voce raccontante su un flusso melodico ornato di cori, strumenti a fiato, pianoforte.
 
h16.00 Intervista ai Senura
I Senura sono un quartetto di Venturina (LI) all'esordio omonimo. Hanno un particolare appeal che arriva dritto sulla strada lastricata da diversi ascolti di crossover e che si erge e diventa urgenza di assecondare, parafrasandoli, la voglia di sudore. Canzoni cantate in italiano da Giacomo Giorgi, ultimo componente entrato nel gruppo, che ha completato la quadra di un'ottima band che ci ha esaltati seguendo una spirale metallica dalle tinte sempre più scure ascoltando il disco dall'inizio alla fine. Come la rabbia che cresce ma si fa consapevolezza che un'altra mondo è possibile. Ed è così che ci si quieta nonostante tutto. Ne parliamo con il chitarrista Francesco Banti.
 
h16.30 Intervista ai Rickson
Il quartetto dei Rickson si conosce dalle superiori, due di loro sono fratelli e nuotano a tutta foga sulle note del beat anni 60. Non mancano le esplorazioni nell'elettro pop che si confà perfettamente e non manca l'amore finito da piangere e ricordare incorniciandolo nella scatola da chiudere di un'estate ormai passata. "Chi ti Aiuterà" è il loro esordio ufficiale appena uscito per The Beat Production. Canzoni concepite in spontaneità e freschezza da quattro ragazzi che raccontano con la melodia rotonda e le parole il proprio sentire. Ne parliamo con Cesare Capuani, voce, basso, chitarre e pianoforte. Completano il gruppo Adriano Capuani, voce, chitarre, basso e synth; Francesco Menghini, chitarre e basso e Fabrizio Aiudi, batteria  e percussioni. 
]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 5 marzo 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]>

Copio, incollo e remixo una frase che appare nei visuals usati da Cristiano Deison nei suoi live acts. Parole che descrivono quel lontano mondo apparentemente isolato e lontano, un piccolo universo nel quale il sound artist udinese si muove a proprio agio da decenni. Figura schiva, autore di un volume impressionante di lavori, spesso in collaborazione con altri instancabili ricercatori, lo abbiamo incontrato nella penombra dell'eco costante creato dal loop che regola il flusso della sua creatività: un bel racconto, pari a “qualcosa che palpita nel fondo”.

 

Partiamo dagli inizi, quelli dello spontaneismo: i Meathead. Serbi ancora qualche ricordo degli echi complottisti pordenonesi nati, a dir il vero, quando eri ancora un bimbo. Esistevano sospiri di Great Complotto nei Meathead

Per ovvie questioni anagrafiche non ho vissuto quell’epoca se non attraverso materiale ascoltato posteriormente, ma durante il periodo nei Meathead, nell’ambiente di Pordenone, sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi che popolavano quei dischi e che tutt’ora frequento.

Al mio arrivo di spontaneo nella band c’era ben poco; arrivati al terzo disco tutto era molto più definito; ma dovendo fare un parallelo con il G.C. posso rilevare che anche nei Meathead c’era una sorta di urgenza creativa che si sfogava in un’estetica freak e una curiosità verso stili musicali diversi che fondevano noise rock, industrial ed elettronica in maniera molto originale. L’esperienza nei Meathead è stata un percorso importante e formativo per diverse ragioni: imparare a stare su un palco, registrare dischi, entrare nelle dinamiche dell’industria discografica (soprattutto “alternativa”); ma forse ancora di più per le relazioni instaurate con le persone che ne hanno fatto parte.

Continuiamo a procedere con calma. Cosa ti ha spinto ad aprire una tua label, la Loud! Etichetta specializzata, tra l'altro, in produzioni su cassetta. Una modalità diffusa al tempo e che ora sembra stia diventando una moda.

Agli inizi degli anni ’90 gran parte della musica che seguivo girava attraverso il “tape-network” che, oltre alle cassette e ai dischi, veicolava cataloghi, fanzines, mail art…Provocato da questo mondo sotterraneo, ribollente di creatività, ho deciso di sperimentare con quello che avevo a portata di mano: un registratore, un microfono e degli effetti. L’autoproduzione conseguente è stata una necessità, ma anche il mezzo più conveniente, pratico e sovversivo di dare forma a quello che sperimentavo. Così è nata Loud! (conducevo una trasmissione in una radio che aveva lo stesso nome) con la quale ho stabilito centinaia di contatti e scambi in tutto il mondo e con cui ho pubblicato anche il lavoro di altri musicisti e sperimentatori che sentivo affini; oltre a proporre le mie release su altre labels (in Giappone, Grecia, Usa, Germania…). All’epoca non c’era internet e tutto viaggiava molto più lentamente: pacchi ingombranti pieni di cassette dalle confezioni più assurde, lettere, file in posta, fotocopie…Insomma era tutto molto più artigianale, spontaneo e stimolante. Può essere che la produzione su cassetta ora sia diventata una moda; per me è il mezzo degli inizi, quello con cui sono nato e tutt’ora se capita l’occasione non disdegno la pubblicazione su quel supporto: è uscita da poco una mia nuova tape “Mutazioni” sull’etichetta Dokuro.

Visto che siamo in tema, parlaci anche dell'altra collaborazione editoriale, la Final Muzik con Gianfranco Santoro.

Conosco Gianfranco da oltre vent’anni, ci siamo sempre frequentati e interessati alle rispettive attività, Final Muzik è nata da una sua idea dopo aver gestito Discipline (fanzine), Sin Organisation e Nail (etichette e negozio di dischi). Nel 2004 quando ha deciso di gestire a tempo pieno l'etichetta mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Si tratta di una label che vuole innanzitutto proporre qualità ed originalità al di là del genere musicale: in catalogo possono convivere sperimentazioni anni '80, cacofonie noise, musica elettronica ma anche pop music (!!!).

In quanto a collaborazioni, Cristiano Deison non può certo lamentarsi. Vorresti citare quelle che più hanno influenzato il tuo percorso artistico e perché.Da cosa nasce questa sorta di affezione per le collaborazioni

Tra la fine anni ’80 e inizio ’90 la mia crescita musicale, ma anche personale e lavorativa è avvenuta all’interno di spazi fisici (Centri Sociali Occupati, club, radio) in cui diverse individualità si incontravano per interessi, visioni e finalità comuni in cui spesso si creavano delle connessioni piuttosto innovative. Nella mia mentalità è quindi spontaneo pensare che sia proprio nelle collaborazioni che possa nascere qualcosa di inaspettato che solo con l’interazione tra diversità può accadere. Non posso non citare quelle più’ “famose” con Thurstone Moore e KK Null nate quasi casualmente, ma anche tutte le altre hanno contribuito a una sorta di “visione” più ampia dello spettro sonoro, spesso arrivando a dei risultati sorprendenti (penso a “In The Other House” assieme a Matteo Uggeri) impensabili in un percorso solitario. D’altronde quello di ricercare nuove soluzioni è alla base del mio lavoro. Al momento la collaborazione più prolungata e che mi ha dato molte soddisfazioni è quella con Andrea Gastaldello (Mingle) che ha trovato il giusto equilibrio in un paio di dischi registrati e in una ricerca/sperimentazione sempre in movimento verso nuove idee.

Per comprendere bene il tuo percorso nell'universo indefinito del suono elettronico, credo sia interessante ascoltare la tua ultima uscita: Recordings 1996-2016, scaricabile tra l'altro in free download dalla tua pagina Bandcamp. Sarebbe un vero piacere intraprendere con te un viaggio attraverso il tuo suono con le tue parole. Cosa significa per Deison il termine elettronica e come si è sviluppato lungo tutti questi anni trascorsi inseguendo un suono.

L’idea di quella compilation è nata casualmente dal ritrovamento nel famoso “cassetto” dimenticato di alcuni nastri, master e vecchie compilation a cui ho partecipato; mi è sembrato interessante riascoltare e mettere un po’ di ordine nei miei archivi. Penso che l’attitudine con cui mi approccio al suono non sia così cambiato dai primi esperimenti: rimane una forte curiosità verso i suoni in tutte le loro forme. L’intenzione è sempre quella di mescolarli per creare atmosfere che, se all’inizio erano concentrate su cut-ups, noise e tape collage, successivamente si sono ripiegate sul noise puro. Indagando ancora più a fondo ho cercato di spogliare la massa rumorosa per arrivare a del materiale diciamo molto più“silenzioso”.

Senti un senso di appartenenza a qualche 'scuola di pensiero' o ami semplicemente definirti come ricercatore.

Non avendo una classica formazione musicale, non ho un’impronta da “scuola di pensiero”. Cerco di evitare nel mio lavoro le teorie sonore, non mi interessano; mi reputo un non-musicista e per me la musica è in primis un’esperienza. I concetti legati ad essa mi interessano fino ad un certo punto: è la musica che deve per prima in qualche modo colpirmi.

Nel tuo suono esiste una forte componente ambient, sostenuta dall'uso di droni, loop, field recording, noises. Sembra quasi tu voglia creare una sorta di suono cinematico, la rappresentazione di una realtà altra. Spiegaci.

L’idea di potere creare delle sensazioni dalla semplice manipolazione e mescolanza dei suoni mi affascina da sempre, spesso solo due suoni combinati assieme possono trascinarti in un’altra realtà. Quindi lavoro proprio su questo e spesso inseguo i suoni nel loro divenire altro. Uso spesso la modalità del loop e drone per creare delle ripetizioni che in qualche modo possano incantare o evocare delle visioni. Dedico molto lavoro a studiarli per manipolarli fino ad arrivare a ciò che ho in mente. E’ l’energia che sprigionano quello che mi affascina.

Esiste un suono in particolare a cui non puoi rinunciare, quando componi nuove produzioni

Bella domanda! Non me lo sono mai chiesto ma se mi soffermo a pensarci credo che ci sia sempre, spesso inconsapevolmente, una parte più o meno predominante da ricercare nel “disturbo”, una nota fuori posto, un rumore, una frequenza non proprio amichevole…Spesso questi suoni nascono da errori o processi inconsci, ma li inglobo nella registrazione rendendoli protagonisti nella composizione.

Il silenzio trova spazio nei tuoi lavori, se si in che percentuale e cosa significa per te

Sono sempre stato attento ai suoni e rumori nascosti che ci circondano, quelli laterali, quelli impercettibili ma anche quelli più fragorosi. Nel silenzio puoi captare molta “musica” ed è questo che mi piace introdurre nelle mie registrazioni, quindi spesso mi soffermo a registrare qualsiasi rumore per amplificare il silenzio.

Può sembrare una specie di esplorazione uditiva che a volte genera mondi immaginari. Spesso questi suoni/rumori sono l’intuizione o ispirazione per la nascita di nuovi elaborati.

Le tue scelte musicali vengono influenzate dagli ascolti? Tu appartieni alla categoria di artisti che continuano ad ascoltare musica altrui o, come molti, ti limiti a sperimentare con i tuoi suoni. Nel primo caso: quali sono i nomi di rilievo che hai incontrato ultimamente

Non potrei immaginare di vivere senza l’ascolto di nuova musica. E non riesco a immaginarmi in un contesto diverso da quello musicale, per cui gli ascolti e la curiosità verso la musica di altri sono fondamentali anche nella capacità di influenzarmi. Potrei citare decine di dischi interessanti che ho ascoltato ultimamente ma mi limito ai tre che ultimamente ho accanto allo stereo che sono: Jeff Bridges “Sleeping Tapes” (il disco dell’attore Bridges, composto da canzoni per dormire a metà tra spoken word e l’ambient), il doppio album dei Controlled Bleeding‎ “Larva Lumps And Baby Bumps” e il disco “54 synth Brass” dei folli Shit and Shine.

Il tuo punto di vista sulla sperimentazione elettronica italiana nel 2017.    Che ne pensa Deison di questo diffuso fervore sperimentale che ultimamente permea la ricerca musicale italiana. Sembra quasi che il mondo esterno, quello che mai si è interessato e mai si interesserà al suono d'avanguardia, sia in attesa di qualche segnale alieno da parte di una realtà invisibile. Quanto di marketing può esserci, secondo te, in operazioni che testardamente cercano di divulgare suoni difficilmente assimilabili dal pubblico mainstream.

Credo che le infinite possibilità offerte dalla tecnologia abbiano spinto una maggiore produzione in questo ambito. Non si contano più le uscite di dischi “sperimentali” che di sperimentale hanno davvero poco. Sono sempre stato interessato ai generi ai margini della cultura musicale mainstream, quelli di rottura che però prevedono una certa consapevolezza e approfondimento della materia; ed invece “sperimento” troppo spesso la prevedibilità. Inoltre nonostante le decine di collaborazioni, gli scambi e le condivisioni, alla fine ognuno gestisce il proprio orticello: una sorta di autocompiacimento fine a se stesso senza la volontà di mettersi in gioco, di impegnarsi e di partecipare ad un vero e proprio network di supporto (vedi concerti con pochissima gente o vendite ridicole). Questo non significa che non esistano dei percorsi artistici che con convinzione portano avanti un discorso di ricerca di spessore. Inevitabilmente la “velocità” con cui l’ascoltatore fruisce di troppi lavori in circolazione penalizza con ascolti distratti quello che di buono comunque c’è in giro; serve attenzione all’ascolto ed invece tutto è appiattito da file mp3 che si accumulano sul computer. Non mi interessa minimamente l’idea di marketing applicata a certa musica per essere appetibile ad un pubblico mainstream che, concordo con te, non lo sarà mai.

Rimanendo in tema moda e marketing, qual è il tuo rapporto con il suono d'avanguardia italiano degli anni '60/70. Sei un seguace o, trovi poco interessanti le composizioni risalenti a quegli anni.

Rimango un avido ascoltatore anche di quelle musiche che trovo in alcuni casi assolutamente originali e precorritrici dei tempi soprattutto per le tecniche creative utilizzate. Ultimamente trovo inflazionate le miriadi di ristampe che nulla aggiungono al valore di quell’epoca; ho approfondito specialmente quei personaggi all'ombra di Berio, Maderna e Nono e dei frequentatori dello Studio di Fonologia della Rai come Zaffiri, Zuccheri, Rampazzi e Grossi.

Correggimi se sbaglio ma mi sembra tu frequenti poco i palchi. Non ti si vede spesso dal vivo. E' una scelta precisa o esistono difficoltà nel reperire luoghi adatti al tuo suono.

In realtà ho sempre favorito l’aspetto compositivo e di registrazione rispetto a quello “live”, negli ultimi anni pero’ mi sono proposto sempre più’ frequentemente in questa veste suonando in vari contesti, certo che la mancanza di spazi idonei e situazioni di ascolto attente alla proposta sono sempre più rari.

Quale strumentazione usa Deison per comporre le sue releases.

La mia strumentazione è cambiata parecchio da quando ho iniziato, ricordo all’inizio usavo molto le cassette con nastri modificati, giradischi, radio, microfoni e mixer poi il mio primo campionatore e alcune tastiere mi hanno decisamente aiutato a costruire meglio cio’ che avevo in mente; negli anni 2000 ho sperimentato maggiormente con software esclusivamente con il computer mentre ultimamente sto cercando un’equilibrio tra il mondo digitale del computer e strumenti analogici anche autocostruiti, piccoli synth con effetti e ho ripreso anche l’uso di cassette e microfoni a contatto per il gusto di una maggiore manualità’.

Se pronuncio la parola Radio, che mi dici?

Dal 1990 è una parola che associo ad un luogo fisico ovvero Radio Onde Furlane, una radio libera ed indipendente di Udine in cui da semplice ascoltatore sono passato dietro ai microfoni creando una mia trasmissione ”Loud!” con la completa libertà di proporre le musiche più’ difficili in circolazione; ho condotto Loud! per oltre due decenni e dopo una pausa di 6 anni quest’anno ho ripreso le trasmissioni in una versione più’ estesa e notturna.

A cosa stai lavorando ora, che novità ci riservi.

Quest’anno si concretizzeranno delle pubblicazioni le cui registrazioni/genesi risalgono a parecchio tempo fa. Innanzitutto il terzo ed ultimo capitolo della collaborazione con Andrea Gastaldello (Mingle) “Innsersurface” che completerà la trilogia di releases iniziata sulla label americana Aagoo per due episodi (“Everything Collapse(d)”e“Weak Life”) che trova ora casa sulla neonata label St.An.Da. distribuita da Silentes. Da tempo ho in cantiere registrazioni assieme a Cristiano Luciani (CrisX), Devis G. (Lunus, Teatro Satanico) e ultimamente con Francesco Calandrino in un progetto (“Eject”), che ci vede coinvolti improvvisando solamente armati di nastri e registratori a cassetta, senza computer o strumenti digitali. Ah, poi dopo dieci anni dalla nostra prima collaborazione sono nuovamente coinvolto in un disco assieme al giapponese KK Null (Zeni Geva).

www.deison.net

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-58bd50be6d03f_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58bd50be6d03f") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-58bd50be6d03f .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-58bd50be6d03f") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });});

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Deison - Sillabe Contratture Elisioni, Mutazioni]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]>

h15.15 Intervista ai The Regal
Dopo il debutto omonimo di quattro anni fa tornano i The Regal con "The Shade of Human job" titolo del disco estrapolato da una poesia di Dino Campana. Le canzoni nuove hanno una struttura che per ispirazione e assonanze volge lo sguardo creativo verso i classici Rem e Neil Young. Tutte i brani sono scritti e composti dal cantante e chitarrista Angelo Badalamenti con cui parliamo. Completano il gruppo Alessio Consoli (basso, chitarra e voce) e Manuel Pio (batteria e voce).

h16.00 Intervista ai Julie's Haircut
"Invocation and Ritual Dance of my Demon Twin" è il settimo album dei Julie's Haircut appena uscito per Rocket Recordings e arriva dopo quattro anni da "Ashram Equinox". Un disco che accoglie come nuovo elemento Laura Agnus al sassofono tenore e sassofono alto, intensificando così nel suono del gruppo la presenza dei fiati. Un disco delicato e confortevole con suoni indiani, cori angelici, trip che battono per stanchezza o noia alla fine delle prove e che diventano un'idea e poi una canzone vera inquadrata dalla loro creatività. Ne parliamo con Luca Giovanardi, chitarrista, cantante e compositore.


h16.30 Intervista ai Cacao
I Cacao da Ravenna sono Matteo Pozzi alla chitarra e Diego Pasini al basso (oggi anche nei Ronin). "Astral" è il loro esordio uscito alla fine del 2016 per Brutture Moderne. Si erano conosciuti soprattutto per aver fatto parte entrambi della band hardcore Actionmen. L'esordio del duo è pieno di suoni metafisici, destrutturazioni di reggae e di colonne sonore anni 70, canzoni dritte che incontrano diversi suoni che s'inglobano e rimandi allo stile morriconiano dei Ronin. Insomma diversi spunti per stare bene ascoltando il risultato di questa bella intesa musicale. Ne parliamo con Diego Pasini.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 26 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Elbow – Little Fictions]]>

Gli Elbow non sono mai stati una band entusiasmante, almeno non nell’accezione comune del termine. Se vi piacciono i paragoni potreste considerarli un po’ come i Wilco d’Inghilterra, ma meno dotati. Nonostante questo hanno avuto il loro momento ‘in cui tutto è cambiato’, coinciso con The Seldom Seen Kid del 2008 e relativo Mercury Prize. Ma di tutto ciò ho già parlato a proposito di The Take Off And Landing Of Everything, capitolo che ha preceduto quest’ultima, settima, fatica intitolata Little Fictions. Rileggendo quel pezzo mi sono accorto di esserci andato giù piuttosto duro con loro, non digerivo affatto le ottime premesse non trasformate in altrettanti ottimi risultati.

Da allora sono cambiate molte cose all’interno del gruppo mancuniano: Guy Garver (voce), Craig Potter (tastiere, piano e produzione), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso) sono rimasti orfani – dopo ben 25 anni – del batterista Richard Jupp, andatosene sbattendo porte in faccia a tutto spiano. Perciò i quattro restanti hanno deciso di registrare fra la Scozia ed i Blueprint Studios di Salford; a differenza di quanto successo con Take Off qui le sessioni sono state condivise da tutti i membri contemporaneamente: scrittura e composizione collettive, quello che si dice un ‘band album’. Accompagnati dal turnista Alex Reeves alla batteria ma soprattutto dalla The Hallé Orchestra ed il suo coro, gli Elbow aprono con una delle migliori canzoni dei loro ultimi dieci anni, Magnificent (She Says). In quest’inizio ci sono molte delle novità di Garvey e compagni: l’orchestra d’archi, un accattivante riff di chitarra elettrico, un senso ritrovato di gioia e positività che si uniscono alla solita voce educata e avvolgente, ed all’ottima melodia.

L’abbandono di Jupp ha costretto o forse solo suggerito alla band di porre molta più attenzione al groove. Nella discreta Trust The Sun giri di basso e chitarra leggera rendono sabbioso lo sfondo vagamente ansiogeno ed un po’ masticato, mentre l’ottima Gentle Storm si focalizza appunto sulle ritmiche, con un loop di percussioni semi-industrial che si ripete all’infinito mentre il frontman con una prova vocale notevolissima canta “Fall in love with me, every day” riuscendo nell’impresa titanica di non apparire sdolcinato né mieloso. A conti fatti, è la nuova vita di Garvey a tinteggiare di colori vivaci questa tela. La scorsa estate si è sposato con l’attrice Rachael Stirling e tutto trasuda amore e serenità ritrovata, seppur in alcuni momenti Little Fictions sia parecchio intimista e personale. Le tematiche tradizionali degli Elbow – senso di comunità, solidarietà, malinconia e passare del tempo – sono avvolte da una calma dello spirito invidiabile, anche quando nella pacata Head For Supplies o nella conclusione solenne ed orchestrale di Kindling emerge tutta l’incertezza che segue l’abbandono del compagno di una vita. Persino K2, sorta di lievissima invettiva contro Brexit sui generis (“I’m from a land with an island status, makes us think everyone hate us”), declina il tema più generale dell’isolamento su toni soavi, coadiuvati da echi e beat motorik sì presenti ma mai ingombranti.

E forse sta qui il demerito principale di questo disco, e per estensione di questa fase della carriera degli Elbow, ossia quello di bastarsi così come si è, non provare mai a fare il passo più lungo della gamba in maniera tale da starsene al sicuro nella propria comfort zone. Per carità, sono 48 minuti assai meno scontati e piatti rispetto all’album che li ha preceduti, ed anche gli episodi non proprio memorabili – la All Disco ispirata da una chiacchierata con Black Francis dei Pixies, la convenzionale Montparnasse e l’incalzante Firebrand & Angel – hanno più o meno tutte elementi distintivi non banali: una chitarra psych tardi anni ’60 là, un groove ipnotico qua, un testo esilarante ancora là (“Let your obsession go, it’s really all disco”). Dunque non ci si annoia mai veramente e la lunga title-track da sola potrebbe bastare a supporto di questa tesi. Complessa ed a suo modo epica, ha nel basso e nella batteria di Reeves il cuore pulsante che tra pause e ripartenze anima un crescendo progressivo che trionfa fra archi schizofrenici ed un’ispirazione cristallina (“We protect our fictions, like it’s all we are”)...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 19 febbraio 2017]]>
h15.15 Intervista ai Blitz
"Marte è un paradiso" è l'esordio del duo Blitz formato da Silvio Pasqualini, pianoforte, batteria, chitarra elettrica basso e testi, e Maddalena Zavatta alla voce. Il disco appena uscito per Irma records, racconta di fughe, di allontanamenti amorosi da accettare, di atmosfere giuste create per se stessi dimenticandosi di invitare gli e quindi rimanendo soli. Concetti chiari che rimangono impressi. La linea del pianoforte guida la melodia e l'emotività del significato delle parole è ben accentuata dalla cantante che spesso usa la voce come strumento espressivo. 
 
h16.00 Intervista a Matteo Sacco
"La Dolce Vita" uscito per A Buzz Supreme e Mam/Record è il debutto del romano Matteo Sacco. Un disco spesso commovente che parte dalle storie e si muove per i sentimenti. Una canzone "Stella" cantata in dialetto sprigiona emozioni intime che struggono dentro. Personaggi descritti dal punto di vista di chi emana umanità e voglia di farsi sentire per sue parole e il suo saperle cantare, spesso tra l'altro sulla linea melodica di Fabrizio De Andrè anche se lui è cresciuto cantando De Gregori.
 
h16.30 Intervista a Giovanna Dazzi
Giovanna Dazzi è una cantante e musicista molto talentuosa di Parma ed è appena uscito il suo EP "Orione" che arriva dopo il suo EP d'esordio "A mente aperta". In "Orione" troviamo solo tre canzoni, ma si spera che il disco sulla lunga distanza arrivi presto. La title track è la consapevolezza che il destino che porta a combinazioni perfette è tutta un'illusione. Canzoni che sembrano pensate, sentite e composte con intenti consapevoli.
]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 19 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 19 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Sampha – Process]]>

Sampha Sisay è uno di quelli che lo conosci anche se non lo sai. Attivo fin dal 2009, ha lavorato per e con alcuni dei nomi più altisonanti del neo-pop ed hip hop moderni – che in un modo o nell’altro abbiamo tutti ascoltato – tra cui vale la pena citare Kanye West, Drake, Frank Ocean, Solange Knowles e Katy B. Ma soprattutto ha prodotto l’esordio di SBTRKT, collaborando anche nel sophomore del producer inglese, al secolo Aaron Jerome. Tutto questo per dire che, nonostante Process sia un debutto tardivo, a 28 anni il nativo di Morden (South London) ha già fatto parecchia legna, compresi un paio di EP: l’elettronico Sundanza (2010) ed il neo-soul Dual (2013).

A differenza dei due mini-album precedenti, Process è stato registrato in studi professionali – uno a Londra l’altro all’Ocean Sound Recordings di Grisk, sperduta isola norvegese – con la preziosa coproduzione dello scozzese Rodaid McDonald, gentilmente fornito dalla XL Recordings, casa madre della fedelissima Young Turks. Per quanto detto fino ad ora si capisce facilmente come attorno a questo primo LP si sia creata un’attesa di quelle che capiteranno due o tre volte in un anno, e che in un modo o nell’altro ne ha profondamente influenzato sia la fruizione sia il giudizio di merito. Dal canto suo Sampha ha fatto di tutto per complicarci la vita, non ha strafatto per assecondare l’hype ma ha tirato giù un album personale e meditativo, se non cupo sicuramente nebbioso, che parla di amore, fama, religione stringendosi attorno a due temi fondamentali: l’elaborazione del lutto e la scoperta di sé.

A meno di trent’anni, Sampha ha già avuto una vita piuttosto tragica. Suo padre è morto di cancro quando lui aveva solo 8 anni, la madre per la stessa malattia se n’è andata nell’autunno del 2015. È a lei che si rivolge in Kora Sings – elettro-tribal percussivo ingentilito dall’arpa africana (la kora, appunto) – quando canta “You’ve been with me since the cradle” e poi la chiama angelo e le chiede di non sparire. Ed è sempre la donna che l’ha cresciuto che ritorna nel vertice compositivo che è (No One Knows Me) Like The Piano, struggente ballata in cui l’autore ed il pianoforte regalatogli dal padre da bambino si fondono in un’unica essenza trascendente che però cerca in ogni modo di rivelarsi al mondo (“You should show me I had something some people call soul”). Deve essere questo il ‘processo’ di metabolizzazione del dolore che muove il cielo e le stelle di Sampha, come nella conclusiva What Shouldn’t I Be? in cui la memoria va alla sua infanzia travagliata e all’isolamento auto-imposto (“I should visit my brother, but I haven’t been there in months”) salvo poi trovare nella catarsi finale la sola conclusione possibile (“You can always come home”).

Process è dunque un disco pervaso da un senso profondo e palpabile di mortalità, in cui il songwriter fa i conti con la morte senza troppe sovrastrutture. Nell’iniziale Plastic 100°C, aggrovigliata in un’accattivante struttura non convenzionale fra sample di astronauti famosi e vaga elettronica, c’è una parte di testo (“Sleeping with my worries, I didn’t really know what that lump was”) dolorosamente autobiografica – in cui emergono la paura e l’incertezza all’indomani della scoperta di un nodulo alla gola – ma che si impone come punto di partenza per una crescita personale tanto desiderata quanto difficile da realizzare. Al punto che la sua voce solitamente educata si fa intensa e quasi disperata nella magnifica Blood On Me in cui il nostro è chiaramente in cerca d’aiuto (“I’m on this road now, I’m so alone now, swervin’ out of control now”).

Probabilmente è questa attitudine confessionale a spiazzare, ancor più dell’aver relegato la componente elettronica della sua musica sullo sfondo o poco più. Al di là di un paio di episodi come Reverse Faults e Under – che si muovono guardinghe fra basi hip hop, sintetizzatori e beat micidiali – è la sua voce soul a prendersi nettamente il centro della scena. Sia con la forza di Blood ma soprattutto con la fragilità dei falsetti di Take Me InsideIncomplete Kisses o ancora con la calorosa calma di Timmy’s Prayer, un r&b parecchio classico ma di enorme sensibilità artistica, scritto forse non a caso con Kanye West.

Non so esattamente cosa mi aspettassi da questo album, però so che all’inizio sono rimasto alquanto deluso. Per una serie di coincidenze, poi, mi sono trovato a riascoltare questi 40 minuti quasi forzatamente e allora sono riuscito a cogliere quell’essenza che molti avevano già intravisto ma che mi era sfuggita, o per lo meno questo è quello che mi piace pensare al posto di ‘non ci ho capito un cazzo’. Sia chiaro, Process non è un capolavoro assoluto (e forse proprio queste erano le attese) e pur essendo tutto molto bello e introspettivo manca la scintilla, quel qualcosa che fa entusiasmare e che ti colpisce con una forza tale da farti mancare il fiato...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[I Maleizappa arriveranno e vi faranno la festa. Questo Dorem Ipsum è il secondo capitolo della loro storia.]]>

Maleizappa
"Dorem Ipsum"
Autoprod.

I Maleizappa con “Dorem Ipsum” sono arrivati al secondo album dopo “I successi non ancora successi” (la raccolta di inediti tra il 2006 e il 2012) uscita 5 anni fa. Un gruppo unito e vivace che racconta le storie senza filtri. La voce di Victor assomiglia molto a quella di Elio di Elio e Le Storie Tese. E del gruppo milanese i Maleizappa hanno certamente anche l’attitudine ironica e dissacrante.
“Cassettina da 90” vuole essere un’autoesaltazione del fare parte della band, cercando di giocare con il proprio stupore di vedere atti corporali o sessuali auto provocati. Accettare le loro provocazioni significa entrare nel loro mondo. Spero non vogliano dedicare “Ragazzina” ad una loro innamorata, perché non è una ballata d’amore, ma è un pezzo da cantare rimarcando la voce inquietante, quasi da maniaco sessuale che fa il cantante e questo però con gli amici in allegria. “Mi meraviglio dell’aldilà” racconta l’esperienza di un viaggio quasi mistico. Il controllo delle emozioni incorniciate comunque nei loro mille imput che prorompono e cercano di uscire. Come in “Scienziati in america” un po’ cabaret anni 30 e un po’ varietà alla Raffaella Carrà.
“Introspettivo” è l’unico brano strumentale che li vede comunque divertiti tra i fiati e il piano. Oltre il già nominato Victor alla voce e ai testi, completano i Maleizappa: Lawrence alle chitarre, Girolamo al basso, Maximilian al piano e alle tastiere e Corrado alla batteria. In più ben undici musicisti ospiti che completano i suoni. Dal vivo devono essere molto divertenti.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Tre insegnanti di musica insieme per il progetto Garcino iniziano il loro percorso con l'esuberante Mother Earth’s Blues]]>

Garcino
"Mother Earth’s Blues"
Autoprodotto

Garcino è il progetto musicale che ha ideato e prodotto il chitarrista e cantante Nicola Garassino e che condivide con altri due insegnanti di musica come lui. Ovvero Andrea Griffone alle tastiere e Roberto Leardi alla batteria. Un trio che parte dal rock progressive per arrivare al blues, addirittura all’hard rock e al cantautorato rabbioso alla Venditti, famelico di ideali da rispettare.
“Mother Earth’s Blues” ha un approccio live di chi calca i palchi da un bel po’con canzoni che affrontano diversi input. Così arriva “Genova” per me canzone che racconta un particolare, un episodio, un momento di riflessione di chi l’ha scritta che durante un viaggio fa delle considerazioni sull’inquinamento come ostacolo alla bellezza della natura.
“Trains of Tanaria” tra le canzoni in inglese fa duettare il trio con i Bad Bones e questo crea un’alchimia hard rock molto efficace. Quasi tutta la canzone è serrata come un lungo ritornello, invece sul finale dilatano la melodia per esporre il cuore della storia.
La title track li porta a mettere dentro il loro background più imponente e infatti è stata questa parte che si nutre di blues la prima canzone composta da Garassino e che quindi ha dato il la per le altre. Anche se non seguendo lo stesso genere.
C’è energia e determinazione tra le trame di queste canzoni. Qualità che potrebbero portare ancora buone composizioni, da suddividere stavolta per i tre componenti. Non so poi se decidere che lingua usare per le canzoni o quale genere fare gioverebbe alla fruibilità. In fondo va bene anche così. Immaginiamo che per il prossimo disco cambieranno anche i numerosi ospiti che hanno contribuito alla veste quasi da presa diretta delle canzoni. Quindi il prossimo disco sarà una sorpresa che ci piacerà conoscere.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Torna il quintetto dei Movin' K con un terzo disco grintoso, corale ma anche spirituale]]>

Movin’K
"Waitin’ 4 the Dawn"
Autoprodotto

Dopo un EP “Park Your Butt” nel 2014 i Movin’ K tornano con “Waitin’ 4 the Dawn”, terzo album sulla lunga distanza. Rock psichedelico con dinamiche aperte e coralità fitte o dilatate. Francesco K Epiro guida il quintetto cantando e suonando il piano e le tastiere. La voce di Maria Rita Briganti dalle diverse potenzialità porta al gruppo un impatto coinvolgente da musical. Salvatore Gagliano ricama fraseggi arcobaleno alle chitarre, Fede Mongelli alla batteria spazia tra tempi alla Metallica arrivando a Sting e Ricky ‘L’ al basso equilibra l’atmosfera con le sue tinte scure ma veloci. Diversi ospiti arricchischino le melodie tra cui ricordiamo Davide ‘DaG’ Gullotto alle chitarre acustiche e elettriche. Ma anche la voce ospite di Paola Lautieri dà il meglio di sé nel finale in “Ghost”. Canzone quest’ultima davvero trascinante per innesti rock classici di matrice psichedelico che ricorda diverse icone del genere però sempre rispettosamente, giusto accennando.
“Faded” alterna le voci e la melodia come per far guardare la stessa cosa che cambia perché osservata dalle diverse personalità. “Disturbed” distinta dalla batteria dirompente, racconta di come si possa cambiare dopo una scossa e una delusione.
Il disco è poi suddiviso in tre atti: the Fall, The Journey e The Realease. L’idea quindi è di attraversare diverse atmosfere ora serrate, ora sognanti. Tentativo ben riuscito direi. Del resto hanno tutti gli elementi giusti per creare e comporre. Immagino questo direttore d’orchestra di una cascata di emozioni che si lasciano andare e scorrono attraversando le brutture per passare oltre con un sorriso a trentadue denti.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 12 febbraio 2017]]>

h15.15 Intervista ai Garcino
"Mother heath's Blues" è l'esordio dei Garcino nato da un'idea musicale del chitarrista e cantante Nicola Garassino che coinvolge diversi musicisti e forze creative per portarla a compimento. Andrea Griffone alle tastiere e Roberto Leardi alla batteria. Quindi due musicisti in particolare sono diventati il 33.3 del gruppo per l'esecuzione delle canzoni e presto lo saranno anche per la composizione. Questo esordio ha diversi ali che si aprono verso il cantautorato alla Venditti anni 70, il blues rurale, schitarrate colte alla Santana e l'hard rock. Ci sono quindi diversi elementi che vengono fuori e per come è strutturato il disco si è trovato l'equilibrio per risultare brioso e coinvolgente.

h16.00 Intervista ai Moon In June
Il bassista e cantante Giorgio Marcelli, già nei Annie Hall, Le Man Avec Les Lunettes, Claudia Is On The Sofa, Kaufman e Angela Kinzcly è l'anima dei Moon In June. Un gruppo che unisce diversi musicisti della scena bresciana già 'rodati'. Ovvero Massimiliano "Budo" Tonolini alla batteria e Cristian Barbieri, chitarra e seconda voce. Un gruppo che a quanto pare c'è da qualche anno come idea. Era in un posto dove stava crescendo nella consapevolezza, fatto di canzoni che per gli altri progetti non andavano bene perché troppo personali. Le esperienze con gli altri gruppi non si sentono. Dentro l'album si trova tutta la spontaneità di chi realizza canzoni che avevano care. Gli umori pop dark blues psichedelici sono da sempre i miei preferiti e qui svolgono bene il loro compito musicale.

h16.30 Intervista ai Maleizappa
Dopo "Soniche Avventure X" del 2011 e "I successi non ancora successi" del 2012, i Maleizappa da Caserta sono tornati con il disco nuovo autoprodotto "Dorem Ipsum". Ascoltarli significa subito entrare nel loro immaginario irruente che vuole essere ironico e impudente ma sincero, senza maschere e finzioni. Suonano benissimo e hanno in mano i mille input che gli arrivano addosso velocissimi ma li vanno ad equilibrare, passando dal varietà alla Raffaella Carrà allo swing anni 30, al pop rock facendoli protagonisti della festa. Ne parliamo con Victor (testi e voce) e Lawrence (chitarre e arrangiamenti). Completano il quintetto Girolamo al basso, Maximilian al piano e tastiere e Corrado alla batteria.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 12 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 12 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Corso di Sound Design]]>

Dal 15 Marzo 2017

Spazio Aereo – Via delle Industrie 27/5 Marghera (VE)

SOUND DESIGNCorso base per sonorizzazioni immagini in movimento

Ogni mercoledì dalle 20:00 alle 23:00 dal 15 Marzo per 6 incontri. 
Termine iscrizioni al corso: Lunedì 13 Marzo 2017

Iscriviti via mail scrivendo a cineforumlabirinto@gmail.com

********************************************************************************************


Cineforum Labirinto, in collaborazione con Spazio Aereo, propone un nuovo corso teorico e pratico dedicato al mondo del suono sincronizzato e del Sound Design.

Il corso, ideato e curato da Geremia Vinattieri (sound designer ed ex collaboratore di Fabrica), è rivolto a studenti, videomaker, insegnanti, musicisti, appassionati di Cinema e Musica che vogliano cimentarsi con una delle professioni più interessanti dell’industria filmica e musicale, che ha ridefinito e arricchito il linguaggio audiovisivo.

Agli iscritti è richiesto di essere laptop muniti e di avere dimestichezza con uno o più software per l’editing audio (Audition, Logic, Cubase, Live, Pro Tools…).

Il corso si articola in 6 incontri da 3 ore che si terranno di mercoledì dalle ore 20.00 alle 23.00 a partire dal 15 Marzo 2017 presso Spazio Aereo, centro di produzione artistico multidisciplinare situato a Marghera in Via delle Industrie 27/5 all’interno del Parco Scientifico Vega.

Il costo del corso è pari ad 120 euro.

Al termine del corso, su richiesta dei corsisti, verrà rilasciato un attestato di frequenza.

Per iscriversi e per maggiori informazioni: cineforumlabirinto@gmail.com


PROGRAMMA DEL CORSO

Il linguaggio audiovisivo:

– soundtrack: dialoghi/suoni/musica – suono diegetico / extra diegetico
– semantica del suono

I suoni al cinema: storia ed evoluzione del sonoro

– Analisi del suono
– La musica e lo spazio sonoro
– Sound design: Maestri e pioneri

Il montaggio sonoro

– editing audio
– campi sonori
– la spazializzazione e missaggio – montaggio audio e video

Sound design

– foley
– creare i propri suoni – ( campionamento e sintesi) – plug-in “creativo”
– imparare a “barare” con i suoni!

LABORATORIO

Durante la durata del corso agli iscritti sarà richiesto di doppiare una scena tratta da un film a piacimento tra quelle suggerite durante il corso.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 5 febbraio 2017]]>

h15.15 Intervista ad Alessandro Fiori
"Plancton" appena uscito per Woodworm Music è il quarto album solista sulla lunga distanza del cantante autore e polistrumentista Alessandro Fiori, già amato come leader dei Mariposa. Le sue canzoni spesso sono riuscite esplorazioni intime emozionali autoriali ora commoventi ora sorprendenti per evoluzioni della sua forma canzone. Il disco nuovo accarezza gli spigoli rimanendo informe ma, come una nuvola, trovando il suo senso di esistere provocando la pioggia. Emozioni concrete e futuriste.

h16.00 Intervista ai Movin' K
"Waiting 4 the Dawn" è il terzo album sulla lunga distanza per i Movin'K anticipato da un ep nel 2014. Voci coinvolgenti che raccontano di atmosfere sfavillanti, storie di opportunità, di stili che si alternano rimanendo però ancorati ad una tempra di base molto energica: da gospel, da musical, inebriati dal rock psichedelico. Ne parliamo con Francesco K Epiro, voce e tastiere. Completano il gruppo Maria Rita Briganti alla voce, Salvatore Gagliano alla chitarra, Federico Mongelli alla batteria e Ricky"La Elle" Sostene al basso.

h16.30 Intervista a Hibou Moyen
Hibou Moyen, aka Giacomo Radi, dopo l'esordio del 2014 "Inverni" e l'ep "Ancora Inverno" del 2015 è tornato con il secondo album sulla lunga distanza "Fin dove si tocca". Continua la sua bellissima storia iniziata con l'esordio e ci fa sentire disarmati all'ascolto delle sue parole e delle sue melodie. C'è sempre questa sensazione che per scrivere le sue canzoni si infili sotto una foglia e racconti così della libellula, degli odori, delle solitudini da superare, della vita da prendere sotto braccio. Inebriante.

Francesca Ognibene

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 5 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 5 febbraio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[SOHN – Rennen]]>

Uno degli aspetti più affascinanti del linguaggio è il modo in cui esso possa assumere significati diversi a seconda del contesto in cui esprime qualcosa.

Quando tre anni fa SOHN, aka Christopher Taylor, esordì da solista e protagonista con Tremors, il messaggio arrivò forte e chiaro: i “tremori” dell’artista londinese non erano altro che frammenti di una densa ricetta sonora le cui scosse non sarebbero partite dalla terra sotto i nostri piedi, bensì, dalle terminazioni nervose che rivestono i nostri corpi. Quella formula potente, combinata tra una voce emozionante e un’elettronica raffinata strizzante l’occhio al nu-soul, fece sicuramente sussultare (solo per un attimo, sia chiaro) James Blake che di questa sperimentazione sonora era sovrano indiscusso. Nel corso di questi ultimi anni sono stati in tanti, troppi, a seguire questo filone electro-minimalista sposato ai generi musicali delle culture oltreoceano e, bisogna dirlo, Blake ancora adesso ne reincarna uno dei più esemplari portabandiera.

SOHN, invece, che di londinese ha solo le origini, non bada molto alle tendenze del momento e ai paragoni che si possono fare tra i vari artisti. Lui abbraccia più bandiere e continua la sua corsa (che guarda caso è il significato di “rennen” in tedesco) verso orizzonti sempre nuovi e panorami sonori variegati. Il suo spirito cosmopolita l’ha portato nel giro di poco tempo a piantare le proprie radici da Londra a Vienna (luogo di nascita di Tremors) a Los Angeles. Nel mezzo ci son stati un matrimonio e l’arrivo di un figlio. Il buon Christopher non si è fatto mancare proprio nulla e quindi, visto che le esperienze ci son state, la luce della creatività è sempre rimasta accesa, il momento propizio per sfornare il sophomore non poteva che essere questo.

Rennen, però, vede la luce all’inizio di un anno che ancora una volta ci offre come portata principale la ricetta dell’elettronica ricercata e suggestiva. Pochi giorni fa si faceva lo stesso discorso parlando del nuovo dico di Bonobo, oggi per fortuna si può uscire dal claustrofobico giro di parole sempre uguali e parlare di un disco con una forte impronta personale e poco interessato a immedesimarsi nelle emozioni comuni rispetto ai disagi odierni. Infatti, la prima cosa che colpisce dei dieci brani che compongono questo lavoro è il modo di esprimere afflizioni e fragilità da un punto di vista strettamente personale, mettendo prontamente in chiaro che questo non è un disco per il sociale, nonostante le liriche siano rivolte in più di un pezzo a temi politici e ambientali.

Tutto in questo disco suona come un continuo invito a ricercarne il vero significato. Il produttore londinese corre alla ricerca di un nuovo luogo? Di una nuova avventura? Oppure è una corsa contro le avversità e le proprie debolezze?

È sempre stato il gioco di SOHN, in effetti: creare diramazioni sonore delicate, intime, capaci di diventare qualsiasi cosa nella loro esecuzione. Signal è uno dei frutti più luminosi di questa multidimensionalità: una delicata ballata atmosferica che quasi richiama il precedente Tremors, si trasforma, man mano, in un turbinio di transizioni elettroniche sospese. L’onirismo di questo mood soffuso si protrae per buona parte dell’album, passando per brani che finalmente tornano a toccare le corde black dell’ r’n’b come la successiva Dead Wrong più oscura, oppure quelle “blues” della minimale Still Waters. Su quest’ultima scia anche l’accoppiata iniziale di Hard Liquor e Conrad, quest’ultima a tema ambientalista con i suoi riferimenti ai cambiamenti climatici. La prima, invece, dà il via alle danze con un intrigante soul, carico di ritmo e immediatezza sonora. Poi c’è Primary, scritta durante l’inizio delle elezioni presidenziali degli USA, che si lancia in un sentitissimo “Give me patience to wait for another day…” (ahimè, molta di più te ne servirà, caro Chris) e ancora una volta l’intimismo scarno iniziale si trasforma in un accelerato tappeto sonoro all’insegna delle manipolazioni elettroniche. Gli umori di Taylor cambiano repentinamente nel corso delle dieci trace; la tensione nervosa di Proof (che tanto ricorda Thom Yorke nei suoi ultimi lavori da solista) contrasta l’ipnotica Falling. L’unica costante resta il suo timbro vocale che emerge in ogni brano dando a ognuno di esso  la giusta morbidezza.

SOHN stavolta riduce al minimo indispensabile ogni pavimentazione sonora ma coinvolgendo nelle sue produzioni impeccabili molteplici correnti stilistiche. Paradossalmente, questa risulta essere una scelta più coraggiosa di quanto si possa immaginare: nessuna rivoluzione sonora, nessun adeguamento all’eccentricità, a volte esasperante, del periodo. Eppure gli ingredienti di questo lavoro, pochi ma ben selezionati, mettono a punto un sound limato e ben confezionato che riesce a raggiungere picchi eclettici ed emotivi pur rimanendo di base immediato e accessibile a tutti...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]>

solo quando si trovò sulla soglia della cecità Nietzsche smise di leggere le opere altrui e si concentrò sulla scrittura delle proprie, senza più maestri, né guru” (L.V. Arena – Brian Eno Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014)

 

L'ho accolto in casa con una certa freddezza, un comportamento che si addice quando l'ospite risulta troppo ingombrante o gli si vuol celare l'ansietà dell'incontro. L'ho tenuto in disparte per un lungo periodo, lasciando che la mia curiosità ancora galleggiasse assieme al battello che per qualche tempo è rimasto ormeggiato a Palazzo Tè, in quel di Mantova.

Una mostra, un disco che hanno saputo nuovamente colpirmi nell'intimo anche se qualcosa di ancora più nascosto e lontano mi sussurrava che non era abbastanza, ci voleva di più, più giù, più in fondo.

  Ho posato il nuovo cd di Eno nel lettore una settimana fa, da una settimana sto levitando ben oltre i territori conosciuti, viaggio mentre il tempo si annienta e l'idea stessa del confine da raggiungere diventa un racconto lontano, immerso nel ricordo di un passato indefinito mentre continuo a volare leggero tra un rimbalzo e l'altro di note che si confrontano tra loro nell'istante senza fine di un riflesso.

 Quando uscì Reflection, un mese fa circa, sentii il bisogno di esprimermi usando però modalità di scrittura diverse. Cercavo un approccio più scientifico, cattedrattico, lucido e distaccato. Dovevo valutare ciò che ascoltavo seguendo pareri, ricordi, tesi, calcoli che apparivano nei vari testi letti, pagine che avevano come minimo comune denominatore Brian Eno, uno dei maggiori assertori del “non insegnamento”, praticamente era pura contraddizione.

 “E' una tragedia che l'educazione sia giunta al punto di dirti che non dovresti provare a farti tue teorie sulla filosofia, ma soltanto imparare ciò che ha detto o fatto il filosofo” (Brian Eno, Lezione alla Red Bull Music Academy)

 Conoscevo questo suo lato, così come conosco l'appartenenza della musica di Eno alla scuola cosiddetta popular. Quando ti imbatti nei suoi suoni sai che non stai viaggiando nel paludato e stretto spazio del pensiero contemporaneo, lì dove anche la non regola è regola ferrea da seguire sullo spartito sospeso nell'assenza del non silenzio. Sai che Mr. Le Baptiste de la Salle ha senz'altro guardato – non certo studiato - quegli spartiti ma lo ha fatto con ancora vivo il ricordo delle piume che adornavano il suo costume, in quel tempo lontano trascorso assieme all'altro Brian, nei Roxy Music.

Credo sia fondamentale tenere a mente le sue origini per meglio comprendere il suo percorso. Così come è importante conoscere il motivo che lo ha indotto a lasciare il palco imbellettato del rock per andare alla ricerca della materia primaria, il vero suono che non ha bisogno di frontmen, assoli impossibili di synth, folle ondeggianti sotto al palco. Un'idea, un viaggio iniziati nel 1975 con Discreet Music o, come asserisce lui stesso, nel '73 con Robert Fripp o forse con la prima traccia musicale da lui registrata alla Ipswich Art School nel 1965.

 Penso al suo lungo percorso di crescita, di ascolto infinito, di instancabile ricerca. Penso al nostro notevole debito nei suoi confronti. A come ora, per esempio, possiamo facilmente dare un indirizzo musicale ambient alla nostra etichetta digitale informando velocemente e con precisione coloro che non conoscono la nostra linea editoriale. Penso mentre il suono fluido continua a sgorgare da casse mai sazie del suo silenzioso e dolce fluire.

 Ascolta Reflection qui

 Più scrivo e più mi allontano dallo stile che intendevo usare. Tutte le nozioni acquisite esplodono al rallentatore davanti ai miei occhi mentre l'immagine sfocata prende forma. E' un enorme sfera di suono, quella che sto attraversando. Si espande in continuazione mentre le note che la compongono si rigenerano senza fine. Il pensiero matematico si unisce a quello filosofico e il tutto si nutre di musica. Suono illimitato, questo il motivo della nascita di Reflection, la app creata da Eno assieme a Peter Chilvers, capace di generare all'infinito molteplici suoni, mai simili tra loro. Un viaggio che il lettore del cd non può permettersi, fermando a 54 minuti circa la sua corsa silenziosa. Una sorta di compromesso con il mercato musicale, o ciò che ne è rimasto. Racchiudere un lavoro di tale portata all'interno di un cd equivale a far crescere una splendida balena azzurra all'interno di una boccia per i pesci rossi ma...così funzionano le cose.

Insisto nell'ascolto o forse è l'ascolto che mi ha inglobato trasportandomi in luoghi lontani da me stesso. L'attesa dell'usuale e famigliare tocco di pianoforte è vana. Sono le macchine e la loro sensibilità ultramondo a governare questo spazio. L'uomo ha interagito con loro il tempo necessario per istruirle. Per noi un lungo dialogo appena iniziato. Per loro, abituate alle distanze incommensurabili degli anni luce, uno spazio temporale breve come il brillare di un lampo. Forse sta giungendo il tempo dell'abbandono da parte dell'uomo dell'idea stessa di musica suonata, irrigidita dentro regole di stile o ritmiche. Forse è ora di incontrarsi non più negli spazi riempiti di assordante e antica elettricità o canonica e colta elettronica. Forse è giunto il momento di abbracciare il silenzio e il suono che esso trasporta, capace di avvolgere e rigenerare anche anche l'ambiente che ci circonda.

Utopie?

  “...non è tanto una questione di suonare ma di saper ascoltare” Brian Eno

--> Brian Eno – Reflection – Warp - Gennaio 2017

--> Brian Eno/ Peter Chilvers – Reflection – Opal – 2017 (generative app)

 

Lettura consigliata:

--> Leonardo Vittorio Arena – BRIAN ENO Filosofia Per Non Musicisti – Mimesis 2014

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Riflessioni di un meta-viaggiatore dell'in(de)finito]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]>

La Vulnerata

Scorcio interno

Cerchi disperatamente di trasformare ai suoi occhi ciò di cui ti accusa − la tua volubilità, quando in realtà quel che vorrebbe da te è solo una sovrumana disponibilità alla rassicurazione, per tamponare la sua insicurezza e la sua ansia di controllo congenite − in una specie di relativismo gnoseologico nel momento in cui gli scrivi (sull’agenda del collezionista copertinata di velluto azzurro che stai riempiendo di questo amore): «Per mia natura, sin dall’infanzia, non sono mai riuscita a prendere delle posizioni radicali che escludessero le alternative. Finora l’avevo considerata come una certa capacità di comprensione delle differenze, un mio essere sempre in movimento, interiormente intendo, come se dentro di me ci fosse una massa magmatica che non riesce né vuole cristallizzarsi, ma che si alimenta di tutto ciò che conosce», metà della pagina occupata dalla fotografia di un quadro intitolato Milano vecchia − Carosello dei tram in Piazza Duomo con neve.

Su un’altra pagina, una delle prime, hai incollato invece il tuo disegno, con didascalia, del “mattone Ti Amo”, in risposta a un suo discorso che ti aveva colpita fino alle lacrime, tenuto a tarda notte, in macchina, davanti alla lenta rotazione delle pale di un vecchio mulino montano, discorso con cui ti catechizzava sul peso delle parole d’amore («Sono come dei mattoni») e sulla nostra responsabilità nel loro uso. Senza ancora arrivare a proiettare sulle tue esperienze relazionali passate quel senso di vacuità e fallimento che il suo giudizio avrebbe presto scatenato, con patetica sollecitudine, sotto il tuo mattone, gli hai scritto: «È più friabile di una zolletta di zucchero. Vorrebbe solo sciogliersi dentro di te e darti nutrimento (un cibo dolce e leggero, un tepore soffuso, una segreta energia), senza saziarti né pesare». Quel che non avevi ancora intuito quando scrivevi era che il problema stava proprio lì: nella faccenda della sazietà. Lui non si sarebbe mai sentito appagato, pieno, nutrito da te e dai tuoi sforzi; ne avrebbe chiesti sempre di più una volta constatata la tua disponibilità a concederne.

Metaforizzando (lo ammiri così tanto per la naturalezza con cui lo sa fare), ti ha parlato di una stanza dalle molte finestre che potrebbero aprirsi come anche restare chiuse per sempre, e intanto, giorno dopo giorno, ti sta murando viva mentre tu, completamente fuori strada, dall’agenda azzurra dei pittori gli dici, metaforizzando, che il tuo amore si è fatto spazio aperto e lui deve solo respirarlo, gli dici di essere fiduciosamente accoccolata su una solida roccia circondata dalla distesa delle possibilità e di attendere che dal mare arrivino messaggi, gli dici di voler fare della tua vita qualcosa di bello, di pulito, di arioso. E tutta quest’aria, questo respiro, questa ruah sta soltanto nelle tue parole, per il resto è una lenta asfissia, malgrado la tua ostinazione a fare di lui il punto di arrivo («La mia vita passata ha tinte smorte, è lontanissima. Ho vissuto sinora perché dovevo arrivare a questo, dovevo arrivare a te»).

«Tu sei stato l’arco che mi ha scagliata al centro di me stessa» gli hai scritto, metaforizzando, in una pagina che in alto a destra ha la foto di un quadro intitolato Malinconia (cinque persone vestite di allucinato giallo e rossoarancio sedute ai tavoli di un bar, nessuno sguardo reciproco, solo una pentade di solitudini).

Cazzate. Ciò che ha fatto e continua a fare, di quel centro di te che gli hai così docilmente consegnato, è una camera del sarcofago. Vedi forse delle aperture, un’uscita?

Da Planctus.

 


Inizia così questo incontro con Laura Liberale, con la lettura di un estratto tratto dal suo romanzo Planctus (Meridiano Zero 2015). Poche righe che rivelano la forza di una scrittura dirompente. Piccole gocce di analisi interpersonale ad alto potenziale esplosivo che deflagrano micidiali una volta assunte tramite la lettura. Una lunga chiaccherata attorno al personaggio e al mondo che lo circonda, una assaggio dell'universo letterario di un'autrice che nutre il suo fascino nella fierezza di una scrittura dura e femmina.

Per essere come sempre coerenti con l'argomento trattato, la scrittura, parto subito con una domanda riguardante il rock in casa Liberale, giusto per metterci a nostro agio curiosando nella vita di una poetessa che ama il basso.

Ho iniziato a suonare il basso a diciannove anni. L'esperienza più lunga e appagante è stata con le École Maternelle, un gruppo torinese tutto al femminile (e, per un certo periodo, femminile per 3/4). Sono cresciuta con la musica dark e new wave, il rock e il punk. E tanti concerti dal vivo.

Mi sono sempre chiesto quale sia la differenza tra scrittrice e poetessa, in realtà una mia idea ben precisa ce l'ho ma vorrei sentire il parere di una poetessa che è anche scrittrice o il contrario, come meglio preferisci.

Giovanni Giudici ha detto che la poesia è spesso una conquista casuale, va perseguita con discrezione e poche pretese affinché si manifesti. Se così è, e per me lo è, il narratore rappresenterebbe invece l'ostinazione dello scavo, l'intenzionalità massima. Quanto a me, è il porsi che cambia: mettersi in ascolto, in un caso, e sforzarsi di parlare, nell'altro.

Prima di iniziare la grande corsa attraverso la tua vita letteraria, mi premeva chiederti il motivo della scelta che ti ha portato al dottorato in Studi Indologici, dopo una laurea in Filosofia e Religione dell'India e dell'Estremo Oriente. Quale motivo ha stimolato la tua attrazione verso questa complessa materia filosofico-religiosa.

All'esame di terza media feci un tema su Gandhi. Mi piace vederlo come un assaggio di futuro, una finestrella aperta per un attimo su quel che sarebbe venuto, con grande passione, poi, al tempo dell'università. La cultura orientale è vastissima, le sue filosofie sono per lo più sconosciute o (mal)reinterpretate in chiave new age... Introdurne lo studio nei nostri licei sarebbe un grande passo in avanti. Il motivo? Il principale? La concezione che alcune di queste visioni filosofiche hanno del dolore, e le vie pratiche indicate per il suo superamento. 

Un percorso questo che ti ha aiutato nella scrittura?

Mi ha aiutata nella vita, dunque sì, anche nella scrittura.

Veniamo al tuo lavoro. Come definiresti la tua passione iniziata inspiegabilmente da ragazzina e proseguita con la pubblicazione di raccolte poetiche, romanzi, premi letterari, corsi di scrittura creativa e qui mi fermo sapendo di poter proseguire, volendo.

Un modo possibile di stare al mondo, e di interpretarlo.

In te esistono i due mondi legati, uno alla poesia e l'altro alla scrittura pensata per il racconto. Dato per certo che la poesia stessa è racconto, quale la diversità tra questi due universi e in quale la tua anima meglio si raccoglie.

Credo di aver già risposto sopra.

Il poeta non è personaggio molto conosciuto, al giorno d'oggi. Si pensa alla poesia come a certa musica sperimentale, una realtà nascosta frequentata solo dagli appassionati. Un ristretto circolo nel quale tutti si conoscono e che difficilmente apre le porte palesandosi alla realtà che lo circonda.

In realtà, oggi molti lamentano una deleteria diffusione "a macchia d'olio" della poesia, o sedicente tale, un suo impoverimento, un appiattimento. Sicuramente esistono i circoli massonici(\massificati) anche in questo appiattimento, il "chi fa parte di", ecc. ecc. Ma ha importanza? Il punto non è: conoscersi tutti e/o palesarsi alla realtà. Il punto dovrebbe essere: poesia come conoscenza e palesamento della propria realtà.     

Sono un semplice de-scrittore di suoni, non mi pregio della qualità di critico letterario ma azzardo una sorta di sensibilità che mi fa percepire i tuoi versi come scritti provenienti da un mondo altro, lì dove regna la dura saggezza della femmina e non si fanno sconti nella descrizione dei sentimenti espressi. Parole contenenti aguzzo fascino che irrimediabilmente attira e taglia lasciando cicatrici che si rimarginano solo usando la saliva, un agglomerato chimico antico come la natura umana.

Ne sono onorata. Dici "femmina", e non sbagli. L'archetipo della Grande Madre è fondamentale per me, sia negli studi indologici sia nella scrittura. Vado esplorandone l'ampiezza e la profondità nelle sue manifestazioni tanto positive quanto negative.

Laura Liberale, sei autrice di svariati testi poetici, compari nella raccolta Nuovi Poeti Italiani 6 per Einaudi e stai uscendo con una nuova raccolta di poesie per Oedipus intitolata La Disponibilità della Nostra Carne. Ne parliamo?

Non c'è da dire altro rispetto a quanto scritto in quarta di copertina: La disponibilità della carne: che sempre oscilla fra l’apertura ad accogliere l’altro e l’abissale libertà di decidere per lui, di disporne, appunto.
 Nel mezzo, la verità e la responsabilità delle parole. È una poesia "ossificata", in cui il dato biografico tenta di asciugarsi in direzione epigrammatica. Vi è anche una sorta di dialogo esplicitato tra alcuni versi e le fonti letterarie della sapienza indiana.

È ritornato il grande morto
per riportarti ai morti piccoli
per darti infine casa.

Gli duole il petto a camminare
e la Gran Madre è un tempio
che non riconosci:
finestre di alghe e muschi
una cova d’acqua.
Il cuore che gli tocchi

si rivela un grumo di foglie marce.
***
Quando ti attornieranno i vivi
chiedendoti: Mi riconosci?
non sentirai che la membrana
di due bocche a sfiorarti
il pochissimo dei pugni nelle orbite
a strappare lo sguardo che negasti.
Vedranno sé stessi una volta sola
attraverso i tuoi occhi liminari:
Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

I parenti circondano il moribondo e dicono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”.

Chāndogya-upaniṣad, VI, 15, 1

 Da La disponibilità della nostra carne.


Non solo poesia. Anche la scrittura narrativa accompagna il tuo andare. Nei romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero 2009) e Planctus (Meridiano Zero 2015) elabori la temuta morte, sulla figura femminile è incentrato Madreferro (Perdisa Pop 2012). Amerei tu ci spiegassi il tuo scrivere raccontando quanto è contenuto in quelle righe e nelle altre che compongono la tua bibliografia in forma di romanzo.

In Tanatoparty volevo parlare di rimozione della morte nella società contemporanea, e al contempo della sua spettacolarizzazione; già lì "dialogavo" con l'Oriente (le pagine sono incorniciate da citazioni del Libro tibetano dei morti). Madreferro è un piccolo viaggio nella genealogia familiare, nel mio matriarcato, un sinistro omaggio ai luoghi della mia infanzia e giovinezza. Planctus ha a che fare con il lutto e la sua elaborazione, nella finzione narrativa e nella mia stessa vita.  Sono storie massimamente condensate, addensate nel respiro breve.

 Alla tua attività abbini anche quella formativa con corsi di scrittura creativa. Domanda: quanto può servire la frequentazione a tali corsi ai fini di un possibile futuro letterario.

 I corsi di scrittura possono servire ad accrescere la consapevolezza critica, la "potenza di fuoco" della lettura; aiutano a smontare i testi altrui e i propri, ad affinare l'artigianato. Non insegnano il talento e non dovrebbero alimentare false illusioni. Inoltre, non esiste un generico "corso di scrittura". Esistono delle persone, degli scrittori si suppone, che portano un'esperienza, un percorso, degli strumenti, una visione peculiare da condividere con altre persone. È il docente a fare il corso di scrittura.  

 

Com'è la vita vista attraverso il foglio scritto e com'è quel mondo che a noi sembra così pieno di passione e urgenza espressiva. Secondo te esiste una componente egocentrica nello scrivere, se si che rilevanza ha?

 Ti rispondo con due citazioni. "Credeva di aver scelto la vita, e invece aveva scelto la pagina seguente", parola di P. Roth. "Nessuna lode, nessun onore, se lo merita, gli toglierà di restare ai propri occhi il pover'uomo che è", parola di Sbarbaro.

Chiuso un libro se ne apre un altro, che programmi nascondi tra quelle nuove pagine.

Al momento vorrei chiudere un saggio indologico sugli inni dei nomi di Śiva. Ci lavoro da tanto − un lavoro filologico, comparativo − ma non con la dedizione che dovrei riservargli. Poi c'è l'idea di un romanzo horror, ma è ancora presto per parlarne, e potrebbe anche non vedere mai la luce. Diciamo che, negli ultimi tempi, sto molto più dietro ai lavori dei corsisti che ai miei.

Grazie, Mirco, per le domande, il tempo e l'ospitalità.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[I finimenti dolorosi che permettono il grande volo ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'11 dicembre 2016]]>

h15.15 Intervista a Khompa
Davide Compagnoni in arte Khompa è il batterista degli Stearica alle prese con suo progetto solista "The Shape of drums to come". Un disco coinvolgente che si fa guidare dal gusto e dall'armonia del battito che si espande per poi tornare minimale. Taigen Kawabe superospite rappa in giapponese in "Upside-down world". Il flusso uditivo dà soddisfazione perché le mani le batterista sono consapevoli e potenti.

h16.00 Intervista a Marco Iacampo
Dopo due dischi con gli Elle e due dischi e un EP come Goodmorningboy, Marco Iacampo ha iniziato la sua carriera solista usando il suo nome e cognome e cantando in italiano. Così sono arrivati l'esordio omonimo del 2010, Valetudo del 2012 e Flores uscito qualche mese fa per Urtovox e The Prisoner Records. Oggi parleremo proprio di quest'ultimo disco composto da canzoni, per la maggior parte cantate a bassa voce sul mood della tranquillità. Storie e viaggi interiori che fa piacere ascoltare.

h16.30 Intervista a Capobranco
"Il Grande Zoo" è il secondo album del trio dei Capobranco di Padova dopo l'esordio omonimo di due anni fa. Un disco spinto dall'orecchiabilità del rock che ammicca in modo spontaneo trovando giri di ritornello molto appicicaticci come in "Benvenuti nel grande zoo". Non manca la bella canzone d'amore "Miele di vespa" e il pezzo divertente "Il rock è fuori moda" da cui è stato tratto anche un video.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock dell'11 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'11 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 18 dicembre 2016]]>

h15.15 Intervista a Lo Straniero
I Lo Straniero, gruppo di Asti/ Alessandria, hanno appena esordito per La Tempesta. Il loro disco attraverso i sinth che incontrano un suono new wave, raccontano di stati emotivi e fisici da superare per conoscere meglio se stessi. Canzoni che sembrano scavare nella profondità dell'animo quindi ma che non dimenticano di curare la melodia e l'appeal che fa gioco e funziona. Ne parliamo con Gio, ovvero Giovanni Facelli, voce, chitarra e synth. Completano il gruppo Federica Addari, voce e sinth; Luca Francia, synth, piano elettrico e drum machine; Valentina Francini, basso, e Francesco Seitone, chitarra e drum machine.

h16.30 Intervista ai Moostroo
"Musica per adulti" è il secondo album dei Moostroo dopo il debutto omonimo uscito nel 2014. Musica d'autore, amori andati in putrefazione come cadaveri ma anche in grado di profumare l'aria mentre ci si mostra fragili difronte a lei come in "Regalami". Chiari riferimenti al grande Fabrizio De Andrè in "Lacci". Un racconto di un uomo arrabbiato di girare attorno alla sua stessa routine. Canzoni raccontanti che rimangono tra le pieghe e parafrasandoli 'nel tempo fugace l'amore ci cuce', così ci si può abbandonare alle loro melodie fatte per sognare. Ne parliamo con Francesco Pontiggia, detto Franz, batterista del gruppo. Dulco Mazzoleni è il cantante e chitarrista e Igor Malvestiti il batterista.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock del 18 dicembre 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'8 gennaio 2017]]>

h15.15 Intervista agli AABU
"Basta scegliere" è l'album d'esordio del quintetto di Bologna AABU. Cantano in italiano e hanno diviso le loro otto canzoni in due cd e due versioni. Un cd registrato con il suono pulito e ha il simbolo del fiore e l'altro più rumoroso e sporco col suono del pugno. Ma non c'è molto di rancoroso in queste canzoni. C'è "L'Assassino" che, ad esempio, mi ha ricordato Ferdinando Il Toro di Munro Leaf. Il toro che amava starsene tranquillo ad annusare i fiori. Bravi ragazzi che compongono canzoni.

h16.00 Intervista a Cato
Cato, in arte Roberto Picinali, dopo due anni dal suo debutto solista torna con "+ Love - Stress". Canzoni venute fuori in momenti particolari. Concitati in "Tranquillo" che vuole essere uno sfogo contro quella gente che critica e basta. O anche momenti di disperazione dopo una storia finita e tutte le gesta della quotidianità rallentano e si fanno claudicanti: così succede in "Senza Fretta". Canzoni passionali insomma con Cato circondato da numerosi amici musicisti che lo supportano completando il disco.

h16.30 Intervista a L'Albero
L'Albero è Andrea Mastropietro che ricordiamo come cantante e chitarrista dei Vickers, gruppo meraviglioso di Firenze ispirato dalla psichedelia americana che canta in inglese. Ma questa volta Andrea vuole mettersi alla prova cantando in italiano e il risultato è davvero ottimo. La prima canzone con cui si è 'esposto' è stata una cover di Lucio Battisti, "Nel cuore, nell'anima". Ed è stato come se quella canzone (da cui è venuto fuori anche un video) l'avesse ispirato dandogli coraggio. Infatti proprio Battisti assieme a Elliott Smith sono i riferimenti che vengono subito fuori. Quasi tutte le canzoni sono pazze d'amore e coinvolgono nei momenti più scuri. Gran bell'esordio.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Snatura Rock dell'8 gennaio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'8 gennaio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Flaming Lips – Oczy Mlody]]>

Lo scorso tredici gennaio i Flaming Lips hanno pubblicato il loro quattordicesimo album in studio, Oczy Mlody. In più di trent’anni di carriera Wayne Coyne e soci hanno fatto tutto quello che potete immaginare, ma moltiplicato per tre. Hanno stravolto il proprio sound con un LP, Zaireeka, che in realtà erano quattro cd da ascoltare contemporaneamente; hanno inciso il loro nome su pietre miliari della modernità come The Soft Bulletin e Yoshimi Battles the Pink Robots; ma più di tutto hanno sperimentato, spostato avanti i propri limiti, donandoci dischi complessi e discussi come Embryonic The Terror, la loro ultima fatica datata 2013.

Ovviamente questa è solo una piccola parte della storia ma non potevo dilungarmi troppo nello spiegone per quelli di voi che hanno più o meno sedici anni o che sono rimasti chiusi in un bunker a digitare sei numeri ogni 108 minuti. Dunque arriviamo al punto: Oczy Mlody – che in polacco significa ‘eyes of the young’ (lo scrivo in inglese perché poi capirete) – vede il nucleo dei Flaming Lips così come lo avevamo lasciato dopo la cacciata di Kliph Scurlock. Wayne Coyne, Michael Ivins, Steven Drozd, Derek Brown ed un paio di altri collaboratori hanno registrato tra la natia Oklahoma City e New York insieme al fidato Dave Fridmann (col supporto di Scott Booker). Gli ultimi anni sono stati quelli dei lavori della serie Fwends e della collaborazione con Miley Cyrus ed il suo Dead Petz. Prima di capire quanto tutto ciò abbia influenzato questo album lo stesso Coyne ha dato una vaga idea di cosa aspettarci, con un laconico ed inquietante “Syd Barrett che incontra A$AP Rocky” e tanti saluti alla sanità mentale.

flaming-lips-2017

Che poi non è nemmeno una metafora così strampalata. La title-track che apre i giochi, al di là di essere poco più di una (in)utile intro in stile xx, ha però il merito di dimensionare l’ascoltatore al mood che seguirà: beat pulsanti, atmosfere livide, synth ed elettronica a piovere. Quindi la quota A$AP Rocky deve risiedere nel groove, idea rafforzata dalla stupenda How??, un synth-rock acquoso coi bassi super carichi, che dipinge scenari a metà tra utopia (“Legalize it, every drug right now”) e distopia (“We were young with our baby guns”) nella tipica maniera fintamente ingenua dei Lips. La quota Barrett allora risiede per forza nel carattere trippy e malinconico che pervade l’intero disco, a partire dall’elettro-pop di There Should Be Unicorns, brano interessante in cui la voce delicata di Coyne contrasta con la pesantezza della confezione, purtroppo rovinato da un discutibile finale in cui la voce narrante di Reggie Watts disquisisce di unicorni dagli occhi viola, della loro cacca e di amore universale. Va be’.

Oczy Mlody è stato pensato e realizzato nell’ottica di uno stacco, un cambio di direzione rispetto all’oscurità di The Terror ed in generale all’inclinazione acida delle ultime cose della band. Vuole essere melodico ed orientato alla forma-canzone come in Sunrise (Eyes Of The Young) – una contro title-track, ballad gentile di sintetizzatore e pianoforte ma che ad un ascolto più attento si rivela in parte cover di The Floyd Song (Sunrise) della dannata (scherzo) Cyrus. Ebbene, questo riferirsi ai sopracitati Soft Bulletin e Yoshimi, con un carico di allegria in più, rigettando in qualche modo le inclinazioni sperimentali e complicate di Embryonic e, di nuovo, di Terror riesce solo in parte. Perché di questi ultimi due Oczy è indubbiamente figlio, e lo si capisce da pezzi come Nidgy Nie (Never No) Galaxy I Sink. Il primo è un delicato brano semi-strumentale a metà tra r&b d’avanguardia e funk robotico, il secondo è una specie di filastrocca dissonante impreziosito dagli archi; entrambi mutuano dal recente passato la lentezza e la cupa nebulosità rarefacendola in spazi più ampi e meno claustrofobici, è vero, ma il cordone ombelicale c’è e si vede.

Uno dei problemi con questo lavoro è che vive di momenti tutto sommato trascurabili (tipo Almost Home) ed altri invece grandiosi. Tra questi c’è di sicuro il prog elettronico e percussivo di One Night While Hunting for Faeries and Witches and Wizards to Kill che al di là del titolo impossibile (ma in piena tradizione) spacca letteralmente in due l’album e sottolinea – con gli unicorni di prima e The Castle poi – quello che è il tema lirico fondamentale: il mondo della fiabe, declinato sul doppio binario della vita e della morte, come in un piano della realtà apocalittico ma esilarante al tempo stesso. Senza soluzione di continuità arriva l’intrigante Do Glowy – ed il suo uso massiccio di Auto-Tune alternato al cantato naturale – che a sua volta fluisce nella neo-psichedelia della lunga Listening To The Frogs With Demon Eyes che, oltre a reiterare il tema della morte (“Have you seen someone die?”), è significativa di una seconda parte più luminosa ed affermativa. Il dream-pop angelico e fluttuante della notevole The Castle non fa confermare questa tendenza: arpeggi di synth cosmici e testi trasognanti (“Her eyes were butterflies, her smile was a rainbow”) ci dicono che dopo averci messo per anni alla prova e deliziato in ogni modo, ora i Flaming Lips forse vogliono solo lasciarsi ascoltare.

rs-flaming-lips02-1e56f0ef-92f0-4a73-b580-54bbd8ff35d6

Hanno sempre usato concetti e temi anche piuttosto astrusi per migliorare la fruizione della loro musica e qui non fanno diversamente. Certo, ci sono un paio di questioni da capire bene. La prima riguarda Miley Cyrus. Ora dobbiamo affrontare la cosa: se da una parte è chiaro il reciproco beneficio del loro rapporto – lei si dà tono ed importanza attraverso di loro, i Lips si svecchiano e trovano un’improbabile musa sui generis per il loro finale di carriera – dall’altra rimane oscuro cosa resterà della sua influenza sulla band a lungo andare...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Sundara Karma – Youth Is Only Ever Fun In Retrospect]]>

Per chi come la sottoscritta nell’anno appena concluso si è lamentato della mancanza di una buona dose di (indie)rock, questo 2017 forse non è iniziato in modo poi così malvagio.

Certo, siamo ancora quelli che se la devono vedere con i buoni propositi giurati a morte nelle notti di poca lucidità del 2016 ma, anche se la maggior parte di noi dovesse fallire (e senza dubbio questo succederà), qualcuno che non ha avuto difficoltà a mantenere i propri propositi c’è e noi dobbiamo prendere ispirazione da loro: i Sundara Karma.

Sundara Karma sono Oscar Pollock (voce e chitarra), Haydn Evans (batteria), Ally Baty (chitarra) e Dom Cordell (basso) e Youth Is Only Ever Fun In Retrospect è il loro primo LP che salta fuori direttamente dalla calza della befana il 6 gennaio.

Con ben otto brani non inediti su dodici, questo disco potrebbe inaugurare la categoria “Debutti che non lo sono” eppure questo quartetto sbucato dal Regno Unito  ormai già qualche anno fa, pare proprio voglia imporsi come una vera e propria novità di quest’anno.

Ma, parlando sempre di buoni propositi, se tra i loro c’era anche quello di dare vita a pezzi epici che facessero scatenare le masse, si deve purtroppo dire che l’obiettivo sia stato centrato solo in parte.

sundarakarma

Oscar Pollock e compagni non so esattamente che rapporto abbiano col karma ma se il concetto del suddetto è strettamente legato al tempo, loro hanno il gran merito di averlo saputo gestire riuscendo a mettere in piedi un lavoro ben confezionato senza perdere negli anni quella freschezza genuina, trascinante senza uno specifico motivo, che ti fa dire Sì. E ti fa finire su ticketone a comprare biglietti.

Poi insomma, basta guardarli. Il look è quello giusto: “zero pretese curate nei minimi dettagli”. Poi il frontman è un vero frontman che mette una grande impronta su tutti e dodici i brani, sia per la personalità vocale sia per la scrittura dei testi. Poi l’energia emerge fin da subito, anzi, proprio nei primi pezzi in scaletta i Sundara Karma partono in quarta mettendoci immediatamente nella condizione di scatenarci come se non ci fosse un domani.

A Young Understanding, già nota al pubblico dallo scorso febbraio, apre le danze e mette subito in chiaro qual è il mood di questo disco all’insegna di chitarre frenetiche e batteria instancabile. Si prosegue con Loveblood, uno dei pezzi forti, anzi il più forte, che oltre a non volerne sapere nulla di rallentare il ritmo, spicca come vero e proprio manifesto di un album che parla di giovinezza e questo brano ne rappresenta perfettamente l’essenza attraverso la scrittura di Oscar, romantica e drammatica allo stesso tempo. È proprio questo a dare personalità a tutto il lavoro: l’impeto nelle liriche,il tirare tutto fuori, l’avere paura ed essere drammatici ma anche passionali e poi tornare ad avere paura. I battiti cardiaci possono solo accelerare con i loop di chitarra ipnotici di Olympia e poi rallentare, ma solo per un attimo, nel farsi sorprendere da quel velo di nostalgia in Happy Familyall’insegna di cori solenni e vagamente malinconici. Ma in sei minuti di musica questo pezzo si riserva il diritto di cambiare le nostre sensazioni più e più volte. Poi sì, pezzi come Flame e Be Nobody i Kings Of Leon si staranno mangiando le mani per non averli composti loro.

Dopo una prima parte scintillante ne arriva una seconda che sinceramente, senza troppi giri di parole, è semplicemente un’inutile ripetizione di cose già sentite. Si va a colpo abbastanza sicuro con She Said e Vivienne che riescono a mantenere un’atmosfera elettrica e potente ma paradossalmente tutto ciò si protrae fin troppo in modo talmente uniforme e standard da far scemare gradualmente tutta l’intensità piacevole dei primi pezzi...continua su Vinylistics

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)