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Miracolo a Le Havre - Recensione

di Marco Rigamo

5 Dicembre 2011

Quando Marx fa miracoli

“Nel mondo delle favole preferisco la versione in cui Cappuccetto Rosso mangia il  lupo”.  Aki Kaurismaki

di Marco Rigamo

Le favole ci piacciono. Piacciono a tutti, non provate nemmeno a barare. Le amiamo perché in ciascuno di noi è rimasto qualcosa del bambino che siamo stati e perché il fiabesco è ottimo cibo per la mente. C’è in tutti noi  (spero) qualcosa che ci accomuna a George, il protagonista di Hereafter del grande Eastwood: ognuno ha il suo Charles Dickens da ascoltare. Ci affascina, nei racconti, la capacità di coniugare fantastico e impegno sociale, realismo e fantasmagoria, il lato avventuroso intrecciato a quello edificante. Lo sa bene Aki Kaurismaki e con Miracolo a Le Havre ci mette davanti all’ultima e la più sfacciata delle sue favole. Prende Welcome (2009), struggente storia d’amore e di amicizia tra un ruvido istruttore di nuoto e un giovane curdo girata da Philippe Loiret, ne scardina il lirismo amaro nell’affrontare la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili, e ne capovolge completamente la determinazione tragica. Si sposta da Calais a Le Havre mettendo dall’altra parte della Manica, al posto della giovane innamorata,  una madre che il piccolo africano Idrissa cerca clandestinamente di raggiungere. In luogo di Simon, che deve fare i conti con un mondo avverso e inospitale sfidando le delazioni dei vicini di casa e la legge sull’immigrazione che condanna i cittadini per favoreggiamento, mette Marcel Marx (un nome - una promessa), che al contrario può contro ogni aspettativa contare sulla solidarietà fattiva non solo della panettiera e del fruttivendolo, ma di tutto intero il quartiere e finanche dell’impassibile e apparentemente cinico e misantropo commissario della squadra investigativa.

Kaurismaki si circonda ancora una volta affettuosamente dei suoi attori feticcio. Il Marcel di Vita da bohème è diventato lustrascarpe, il massimo dello snobismo per un intellettuale bohèmienne. La Fiammiferaia amante del topicida Iris è qui al suo sesto film con l’unico regista che l’ha mai diretta. Il bambino ribelle de I 400 colpi, dopo tanto Truffaut, è in squadra dai tempi di Ho affittato un killer e si gioca il ruolo dell’unica carogna del film, guarda caso contro un bambino che sfugge alla Legge. Nel protagonista trasferisce il suo tabagismo – memorabile la conferenza stampa a Cannes 2011 dove riuscì a non spegnere mai la sigaretta – e il suo spirito anarcoide, la sua pulsione irriducibile a sgambettare la guardia che insegue il ladro. Polemizza senza urlare contro la legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy, che infligge pesanti sanzioni ai residenti colpevoli di aiutare i migranti, rendendo grottesco l’impegno di tutta la gendarmeria di Le Havre nel tentativo di arrestare il “pericoloso” ragazzino del Gabon. Costruisce un racconto morale mettendone al centro l’Altro, il corpo estraneo da sfruttare o da espellere, senza alcuna possibilità di integrazione, portando lievemente la nostra attenzione sulla mercificazione delle vite nel processo di disumanizzazione che riguarda tutta l’Europa contemporanea. Anche se gioca a spiazzare le coordinate di tempo con automobili anni ’60 – ’70, telefoni in bachelite e dischi in vinile (ma il cellulare dell’infame Léaud e le divise tecnologiche dei poliziotti sono assolutamente contemporanei). Dimostrando che la sopraffazione del più debole, se è analoga a tutte le latitudini, non sempre è ineluttabile.

Nel suo cinema fatto di sogno e di sguardo, di poche e parsimoniose parole, di luci sfumate e di interni minimalisti dai colori malinconici, da laico incorruttibile porta la sua fiaba oltre i confini dell’ottimismo mettendo a fianco del protagonista una moglie malata che solo grazie a un miracolo potrebbe guarire. Perché “i miracoli a volte accadono” le dice il medico: “non nel mio quartiere” risponde lei. Ed è una felice coincidenza con il David Byrne del film di Sorrentino l’esibizione live a scopo di supporto economico di Little Bob, al secolo Roberto Piazza, autentica star del rock vintage, tra uomini che dissertano sulla pulizia del pesce. Se la coscienza collettiva è assente o rallentata da egoismi, bassezze e diffidenze, terreno di coltura dell’intolleranza verso le minoranze, Kaurismaki ci suggerisce che, se vogliamo, possiamo sempre rimetterci in gioco. Dal coraggio del singolo alla sedimentazione di una comunità solidale il passo può essere magicamente breve.

 
 
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