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Della coscienza e della tempesta

Piergiorgio Svaluto per Sherwood.it

9 Dicembre 2011

"Io sono l'Impero alla fine della decadenza, che guardapassare i grandi Barbari bianchicomponendo acrostici indolenti inaureo stilein cui danza il languore del sole”
(Paul Verlaine).

La Tempesta al Rivolta inizia come una cena in cui mangi sia pasta sia pizza: non è tributo all'amido, ma un tributo alla sezione ritmica e ai testi espressionisti: sul palco c'è Il Cane, due batterie, un basso e le parole. Le parole che fanno parte della nostra tradizione cantautorale, ma prima ancora poetica, come la pasta e la pizza fanno parte della tradizionale dieta mediterranea. Le parole vittima dell'abbrutimento televisivo ed elettorale di un popolo degradato dai consumi. Le parole che mancano e con esse le coscienze e allora si riempie il vuoto con il vuoto di un trapianto di cuoio capelluto: “nulla è dove la parola manca” scriveva il poeta tedesco George. D'altra parte qualcosa è e lo si deve pur dire e “c'è forza nelle tue parole/ sopra le portate lasciate a metà e i tovaglioli usati […] sapevi di trovare l'uragano”, così il grido cadenzale di Emidio Clementi dei Massimo Volume. E noi abbiamo trovato la forza nelle parole che da dieci anni escono dalle nuvole torve de La Tempesta. Dieci anni. Che sono la metà di un ventennio. Che sono sopravvissute a un ventennio (breve, ma pur sempre tale). Parole oblique, randage. Parole che sono disseminazione in cui nulla si realizza, perché, al contrario tutto vi accade. E allora Pierpaolo Capovilla de Il Teatro degli Orrori, in questa occasione giù-dal-palco parla delle parole di Céline e dice “esse sono la rivolta” e Cèline stesso ci dice che sono fatte “per esprimere i veri sentimenti della miseria […] per permettere all'operaio di dire al padrone che detesta: tu vivi bene e io male, tu mi sfrutti e giri su un macchinone, ti farò fuori...” (in Céline e l'attualità letteraria, SE, Milano 2001, p. 134). Parole disperate perché “la disperazione è una forma superiore di critica/ per ora la chiameremo felicità”: così Leo Ferrè rivive in Vasco Brondi. Per avere una coscienza nella lacerazione. Per fare esperienza della coscienza, traccia cinerea di una vita che “non ammette se non l'incenerazione in corso, di cui essa resta il monumento più o meno taciuto” (Derrida J., Ciò che resta del fuoco, Sansoni, Firenze 1984, p.11).
Cenere o fuoco fatuo: è questo che siamo?

 
 

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