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Shakespeare al braccio G 12

"E’ un film sorprendente e inaspettato anche per noi". Paolo e Vittorio Taviani

6 Marzo 2012

La prima battuta che istintivamente memorizziamo è "la giustizia non è uno scannatoio": perché troppo spesso è vero l’esatto contrario. Siamo nel ventre della casa circondariale Rebibbia Nuovo Complesso, reparto G 12 Alta Sicurezza. E’ qui che è ambientato Cesare deve morire, ultimo lavoro degli utraottantenni registi pisani, Orso d’Oro al recente Festival di Berlino. Le sbarre a losanghe (acciaio armonico cavo, suona se attaccato da un seghetto) provocano uno slittamento subliminale dell’effetto di oppressione normalmente indotto dalle tradizionali inferriate. Anche questa, come tutta l’edilizia che caratterizza il complesso, è scelta fatta in osservanza dello spirito che innervava il Nuovo Ordinamento Penitenziario entrato in vigore nell’ormai lontano 1975 e oggi disatteso più o meno ovunque in ragione del drammatico sovraffollamento che caratterizza l’intero circuito penitenziario. In questa sezione opera dal 2003, sotto la guida del regista e drammaturgo Fabio Cavalli, la compagnia teatrale dei “Liberi Artisti Associati”, già protagonista della messa in scena di studi su La Tempesta e Amleto da Shakespeare. Molti di questi liberi artisti hanno scritto fine pena mai nel loro fascicolo personale. E anche i fratelli Taviani, come quasi tutti coloro che assistono a uno spettacolo teatrale in carcere, sono rimasti folgorati dalla loro naturale capacità di provocare emozione. Decidendo e ottenendo di filmare l’allestimento del Giulio Cesare.

 

L’ambizione non si riduce a un mero intento documentaristico, ma punta a fondere e confondere i diversi scenari che si sovrappongono al contesto propriamente teatrale. Il dolore, la sofferenza e la rabbia sono immediatamente condensati nei provini cui vengono sottoposti i detenuti, dei quali viene svelata imputazione e condanna, prima di connotare ogni successiva sequenza. Sapremo poi che qualcuno di loro tornato in libertà continua a recitare: decisamente bravi, Bruto su tutti. Perché in carcere si impara a recitare fin dal primo giorno, fino da quando osservi incredulo le tue dita nere di inchiostro all’ufficio matricola. Perché pensi che lì impazzirai e subito dopo comprendi che per sopravvivere, alla condanna e alla società reclusa, devi imparare a recitare una parte. I piani, le realtà, si incrociano così in continuazione, offrendo spaccati delle ansie e delle speranze, delle tensioni e degli scontri, dell’osservanza dei codici e dell’immanenza della tragedia. Sono un naturale spazio drammatico i corridoi e i cubicoli da passeggio coperti da grate, sono un corollario di mortificazione e comunanza i fili da cui pendono i panni ad asciugare e le notti consumate ipnotizzati dal soffitto. Persino la biblioteca appare come (è) un luogo triste, anche se per capire del tutto quale tristezza affiori alla fine di un colloquio con i familiari bisogna proprio averlo provato.

 

Mentre è fin troppo facile coniugare l’orazione di Antonio sull’essere uomini d’onore - Bruto e gli altri - con il vissuto degli attori, più sottili e sfumate sono le connessioni che legano amicizie, lealtà, tradimenti, sconfitte, solitudini. Caratterizzate tutte da dialetti spesso estremi e sottotitolati, da una fisicità dolente costantemente impegnata a imbrigliare la disperazione, dall’adesione totale degli interpreti, ben oltre le ore di lavoro, alle coordinate dei loro personaggi. Se determinati passaggi del testo shakespeariano sembrano scritti apposta per uomini imprigionati (tutta la libertà ho rischiato in una sola battaglia, e ho perso) qualche altra battuta imposta dagli autori (da quando ho conosciuto l’arte ‘sta cella è diventata una prigione) e qualche semplificazione sul cortocircuito onore – infamia rischiano però di rendere troppo didascalico un contesto già nitido nella sua infinita sofferenza e desolazione. Le barbe, le collane e i braccialetti, l’omologazione dell’abbigliamento, i tatuaggi costituiscono un dispositivo inconscio a che il marchio del crimine trovi continua messa a fuoco, così come tutto dicono i volti di quegli uomini fin da quando recitano i lori dati anagrafici. Non serve spiegare nulla. Convince, invece, il limitare all’inizio e alla fine del film le poche immagini a colori, relative alla rappresentazione teatrale davanti a un pubblico esterno intimidito da portoni blindati e chiavistelli, prima dell’esplosione in un urlo che vorrebbe essere liberatorio. Perché, come soleva dire il grande Samuel Fuller, “la vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico”.

 
 

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