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Lunedi 18 Giugno - Second stage
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Beni comuni: che fare?

Il concetto di “beni comuni” rischia di essere spesso banalizzato e talvolta utilizzato strumentalmente. Proponiamo invece di approfondirne il significato e soprattutto di discutere in quali pratiche di conflitto esso possa tradursi.

Coordina: Vilma Mazza, Global Project

Ne discutiamo con: Marco Bersani (Attac Italia - Forum Italiano Movimenti per l’acqua), Guido Viale (economista), Beppe Caccia (Centro Studi Alternativa Comune), Ugo Mattei (giurista), Giuliana Beltrame (Circolo Il Manifesto di Padova), Antonio Musella (Rete Commons)

Che cosa sono i beni comuni? Soltanto quelle risorse naturali, esauribili o rinnovabili che siano, disponibili e necessarie per la vita sociale o piuttosto anche il prodotto della comune attività umana, della cooperazione stessa? Possono essere considerati oggetto di una neutra definizione scientifica, oppure determinati attraverso categorie giuridiche, vecchie o nuove che siano? O piuttosto costituiscono il permanente campo di una contesa, in cui la definizione stessa di ciò che è comune segue necessariamente lo stabilirsi sempre mobile dei rapporti di forza sociali?
Affrontare una più precisa qualificazione del concetto di beni comuni è il primo passo per evitare che si trasformino in una buzzy word, un termine alla moda nella retorica del linguaggio politico, in cui tutto (e quindi niente!) diventa un bene comune.

O, peggio, si produce l'impercettibile, ma assai denso di conseguenze, slittamento semantico dalla molteplicità costitutiva dei beni comuni all'unicità del Bene Comune, singolare e maiuscolo: nozione quest'ultima che nega lo scontrarsi di ben precisi punti di vista e annacqua la consistenza di solidi interessi di parte in un interesse generale, corrispondente invece al punto di vista e agli interessi di classe dominanti. Un'idea che serve, in ultima istanza, a conservare lo stato di cose presente.

Viceversa la determinazione materiale e plurale dei beni comuni, a partire dai conflitti stessi per il loro statuto proprietario e il loro controllo, può pure contribuire ad evitare che sulla descrizione troppo astratta di essi si costruisca una rinfrescata modellistica ideologica.
Se questa idea-forza ricorre infatti, negli ultimi anni, sempre di più tra le parole d'ordine qualificanti dei movimenti sociali reali che si battono contro le privatizzazioni e più in generale contro una gestione della crisi all'insegna dei sacrifici, del peggioramento delle condizioni di vita e della distruzione dei diritti di tutti - da quello per l'acqua, a quelli di studenti e ricercatori per i saperi fino a quelli a difesa di territori ed ambiente - è forse perché i beni comuni possono davvero costituire il cuore della ricerca di un'alternativa, che sia di modello produttivo e di sistema sociale al tempo stesso.

La loro individuazione nel vivo dei conflitti corrisponde perciò al tentativo di costruire un orizzonte comune di cambiamento radicale dell'esistente, in cui molte e molti possano riconoscersi e per cui possano battersi. E ciò spiega perché la carica trasformativa dei movimenti per i beni comuni non possa diventare un punto tra gli altri di un programma elettorale, né debba essere piegata alle logiche e ai riti della rappresentanza politico-istituzionale, perimetrata e depotenziata. Piuttosto essi indicano il terreno di una pratica culturale e politica che apre nuovi spazi di democrazia diretta, di decisione condivisa intorno a ciò che è comune.

 
 

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