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"Abbiamo perso la memoria del ventesimo secolo"

Il Teatro degli Orrori Live Report

Sabato 16 Giugno - Sherwood Festival 2012

17Giugno2012

Live Report: Il Teatro degli Orrori + Putiferio

Il successo del Teatro degli Orrori che vede tutto lo staff di Sherwood come primi fan, ha reso spontanea la redazione del report del concerto. Tanto da averne prodotti addirittura due! Le nostre trasmissioni Spiaggia Nudisti e A Dispetto Della Discrezione hanno messo nero su bianco il flusso naturale dei pensieri post concerto. Buona lettura!

Teatro Degli Orrori + Putiferio - Sabato 16 giugno - Sherwood Festival 2012

A cura di Spiaggia Nudisti

Vulcanico, caustico, su di giri, poetico e triste. Immancabile sul main stage dello Sherwood Festival 2012 sale il Teatro degli Orrori.
Si comincia dando l'addio, e il pubblico si gasa, salta, sorretto dai chitarroni di Non vedo l'ora. E come solo loro sanno fare un attimo dopo, ti stringi a te stesso sentendo la storia di Ion, Doris o Tom. Dei simboli.
"Non sono io che parlo, ma è la storia di questo ragazzo!" esordisce Pierpaolo, zittendo qualche fan un po' troppo affettuoso, il momento richiede silenzio.
E più di qualcuno dei presenti, è sicuramente riuscito a capire di chi e cosa parla questo pezzo.
Continuando la performance, dopo questo momento più intimista, il teatro cala il poker: Vita mia, Dio mio, Lei venne, Teresa. Intramontabili ed immancabili. Sotto il palco si poga, di nuovo.
Macchina rodatissima ed efficace, la compagine di Capovilla non sbaglia un colpo, vederli dal vivo è sempre garanzia di qualità; nonostante la prima calda e afosa sera d'estate, la forma è ottima.
La fine del concerto è prossima, le gambe pesano e la chiusura è quella che non ti aspetti.
Niente botti finali, ma un ennesimo, sentito e lucido omaggio, alla vita.
La Canzone di Tom, struggente ricorda (e ci ricorda), la perdita di una persona cara. Ciascuno di noi, ha il suo Tom da qualche parte. Ciascuno di noi avrebbe voluto dirgli tante cose e forse la più importante non ce se la ricorda più.
Simboli. Il Teatro tramite l'utilizzo di questi simboli, fa della propria arte strumento per divulgare un messaggio. Arrivare alla coscienza del pubblico, per giungere finalmente alla realtà.
In “questo bellissimo paese” (cit. Pierpaolo) c'era chi si lamentava che in questo delicato periodo storico e culturale mancasse un gruppo in grado di dare un suono alla protesta.
Siamo sicuri che manchi davvero?

A cura di A Dispetto Della Discrezione

Partiamo dalle note positive. Il Teatro Degli Orrori version three visto in azione sul palco dello Sherwood Festival è diventato una macchina da guerra, lontanissimo parente delle stonature alcoliche dei live periodo “Dell’Impero Delle Tenebre”, poco meno equidistante dalla consapevole teatralità “potabile” di “A Sangue Freddo”. Chiusure (quasi) impeccabili, onesti turnisti, il filo di uno svolgimento che riesce a non ingarbugliarsi mai. Pierpaolo Capovilla è il sacerdote di un rito liturgico che si muove tra nuova forma rock, squilibri post-core ed afflati istrionici da melodramma, capace di abbracciare con lo sguardo il pubblico (il “suo” pubblico, direbbe ormai qualcuno) e di zittirlo quando la fame di decibel sembra avere la meglio sulla religiosa contemplazione di cronache tanto orrende da non poter essere vere: Gionata Mirai unisce fraseggio e verve, potenza valvolare e delicatezza acustica, dando mostra di una sensibilità d’approccio che nessuno avrebbe osato supporre, sino a qualche anno fa; la sezione ritmica, Francesco Valente (superba la sua prova) e Giulio Ragno Favero (quando i bassi travolgono tutto e tutti…) ispessiscono e irruvidiscono le trame di canzoni a tratti ben incuneate in alveoli pop.

L’innegabile distacco dalle incarnazioni precedenti – a scanso di equivoci: bravissimi e discreti i turnisti, ma Nicola Manzan e Tommaso Mantelli erano ben altra cosa! –, l’innegabile distacco dalle incarnazioni precedenti, stavamo dicendo, si fa sentire anche sotto un altro aspetto, marcatamente meno felice. Quello del Teatro Degli Orrori, lungi dall’essere solo e soltanto un concerto, è ora uno show in piena regola, con ogni cosa al suo posto, poche divagazioni, tempistiche da rispettare: qualcosa, insomma, che si avvicina al concetto di performance “televisiva”, terminologia inadeguata ma non troppo, aldilà dei consueti strali di Capovilla contro l’elettrodomestico più diffuso nel mondo, contro Facebook e contro Twitter. “Siete scesi in piazza!”, urla trionfante il frontman del quartetto veneto. Ma il risultato, bisogna essere sinceri, non galvanizza granché. Complesso sicuramente, “Il Mondo Nuovo”, come disco da portare live in giro per lo Stivale: controverso, a tratti sovrabbondante, in più episodi fuori fuoco, e certamente non all’altezza delle due prove precedenti. Dal vivo, sì, dal vivo è un’altra cosa e tutto, vuoi per la sapienza con cui gli ingredienti vengono rimescolati sul palco, vuoi per l’interazione magnetica con chi le assi le guarda da sotto in su, assume altri connotati, migliori. Apprezzabile, ad esempio, la scelta – coraggiosa – di escludere dalla scaletta l’ultimo singolo, “Io Cerco Te”, e l’anthem etno-something di “Gli Stati Uniti D’Africa”, due dei brani peggiori mai composti dal Teatro Degli Orrori, strutturalmente fragili ed onticamente banali. Un po’ meno l’apertura con “Dimmi Addio”, non esattamente quello che si dice un cavallo di battaglia (ci si sarebbe aspettati “Rivendico”…), e soprattutto con la decisione di dedicare uno spazio fin troppo ridotto, sul declinare del concerto, a “Dell’Impero Delle Tenebre”.

Assolutamente eccellente la resa sonora. I bassi di “Non Vedo L’Ora”, di ben altra pasta rispetto a quelli (non) sentiti a Roma, in occasione della festa del lavoro, scatenano il pogo nelle prime file. Ci si muove ancora, e ancora, e ancora, sopra e sotto. Ancora nulla da dire sull’onestà, qualche appunto sulla naturalezza dell’insieme. “È Colpa Mia”, con chiusura corale, riporta la mente alla straordinaria prova di forza padovana di due anni fa, ma lo scorrere del brano è come filtrato da una patina di compostezza che gli impedisce di prendere il volo: “A Sangue Freddo” e “Due” si confermano carneficine a tutto tondo, eppure non avrebbe guastato meno rigore metodologico – finita una, avanti la prossima – e più anarchia decostruttiva. In questo contesto entrano in gioco i gusti personali, e il discrimen, la barriera tra ciò che è giusto e ciò che piace si assottiglia pericolosamente: riserviamo ulteriori approfondimenti per la prossima occasione. Inevitabile sottolineare, tuttavia, come le pause e gli stacchi troppo prolungati – nell’ordine anche di una decina di secondi – tra un pezzo e l’altro tendano a smorzarne il ritmo belluino, a far calare l’attenzione. Particolarmente evidente, quest’aspetto, nell’esecuzione magistrale – dopo un tormentato, toccante intermezzo acustico, con la storia di Ion Cazacu trasposta nel fingerpicking sentito di “Ion” – del poker d’avvio dell’esordio datato 2007, una tempesta sulfurea di dissonanza e maledettismo non simulato (“Vita Mia”, “Dio Mio” – sempre un grandissimo sentire –, “E Lei Venne!” e il tripudio di pugni sinistri chiusi in “Compagna Teresa”), brani storici composti e pensati come un ideale unicum e per questo non facilmente disgiungibili. Un peccato. Anche perché, d’altro canto, le scelte interessanti nella scaletta non mancano: una “Majakovskij” inaspettata, recital luciferino dilatato a dismisura e sferzato da aguzzi orientalismi, il finale di micidiale accumulo noise in “Skopje”, “Doris” che inocula gocce di Valium al contorto fil di ferro shellachiano salvo poi farlo saltare in aria, la sontuosa “Nikolaj”, dove il violino stride in un apologo di forma doom e sostanza dark francamente impagabile. Di consumato mestiere e primitiva essenza l’epilogo: e a ben pensare, “La Canzone Di Tom” non potrebbe suonare male nemmeno se riletta in chiave grind.

Dove arriverà il Teatro Degli Orrori? Ce lo potrà dire solo il tempo. L’esegesi dei Putiferio, azzeccatissimo open act per un pugno di fortunati, parla invece di un gruppo relativamente recente dalla gavetta ventennale. A citare tutti i gruppi in cui hanno avuto modo di militare i quattro ragazzi padovani si scriverebbe un’altra recensione, e chi ha voglia di informarsi può tranquillamente farlo via web. Ciò che conta è quel che si dice ora, e come lo si dice. Ad entrambi i quesiti il feedback è, trionfalmente, positivo. “Lov Lov Lov” è il secondo, ultimo disco del quartetto patavino, scritto a quattro anni di distanza dal dinamitardo esordio “Ate Ate Ate”, e la quasi integralità della scaletta è incentrata su canzoni che sono, in realtà, spasimi nevrotici, violente schegge di schizofrenia post-core e disturbo elettronico di fondo, noise azzannato alla giugulare e trapanato di colpi. Fa un po’ strano, per chi li conosce, vedere all’azione i Putiferio su un palco così lontano dai loro consueti, ma le dimensioni non scoraggiano: anzi, amplificano. Così “Amazing Disgrace” è la bomba d’apertura, l’incalzare isterico e spasmodico di due formidabili chitarre: “Void Void Void” un saggio di teatro dietro la tendina dell’Amphetamine Reptile; “Hopileptic!” lo stupendo farsi e disfarsi free form di un’epopea d’altri tempi; “Now The Knife Is My Shrink” un’accorata ed ironica confessione urlata e sputata in faccia a chi non se lo aspetterebbe. Vent’anni di tradizione ed innovazione che scivolano via in poco più di mezz’ora. Che gran prova, ragazzi.

 
 

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