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Riflessioni post Manu Chao a cura di Ivan Grozny

Manu Chao: cuore, testa e pancia

Sherwood Festival 2012

28 Giugno 2012

Ci sono momenti, eventi, che ti danno esattamente la misura di ciò che è chi li organizza. Come è stato una decina di anni fa per il Tora Tora, che vedeva alternarsi sul nostro palco le band più in voga della scena indipendente italiana (Modena City Ramblers, Estra, Subsonica, Afterhours, Morgan tanto per fare dei nomi) ci si rende conto di essere, eccome, in grado di organizzare grandi eventi, in modo umano.

Quando sono uscito al mattino, verso le undici, a sentire le impressioni e a cercare di capire da dove arrivassero i ragazzi che già sostavano di fronte ai cancelli, ho visto la sorpresa di chi si è sentito accolto con calore. Umano, appunto. Gente che si era fatta la notte in treno, e che si aspettava la solita area militarizzata neanche ci fosse chi lo sa quale rischio. Invece no. Di fronte si sono trovati ragazzi come loro, che per passione e ideale hanno scelto di vivere così questo mese di festival, stando dall’altra parte delle transenne.

Ragazzi che credono nella condivisione, nello stare insieme, nel costruire percorsi comuni. E divertirsi, ovviamente. Un concetto che può apparire difficile all’orda dei bacchettoni sempre pronti a giudicare o a criticare, ma noi siamo questo. Siamo una realtà unica, una realtà che riesce, in autonomia e autodeterminandosi, nella massima libertà e indipendenza, di organizzare qualcosa che in tutta Europa non esiste. Dove trovate trecento persone di tutte le età che si prestano per un mese caldo e difficile per costruire un’esperienza così coinvolgente?

Sfugge che l’aspetto dell’autoproduzione significa sì libertà, ma anche fatica. E rimango sempre di stucco, come un ingenuo bambino di fronte alla notizia che Santa Klaus è una bufala e non esiste, quando la stampa locale e non solo, invece di esaltare giovanissimi che scelgono di condividere esperienze e di fare fatica assieme, li definisce con i soliti luoghi comuni. E lo stesso vale per chi poi viene a viverselo da utente, questo spazio incredibile.

La libera comunità di Sherwood lunedì, ospitando più di diecimila persone che sono arrivate non solo dall’Italia tutta, ha dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere in grado di costruire, progettare e portare avanti qualsiasi progetto, perché è forte della convinzione e della determinazione di chi fa parte di questa comunità. Sentirsi parte di qualcosa perché quando qualcosa si è costruito insieme non ha prezzo. Ci si lamenta dei giovani (non sto parlando per me, quindi) e poi quando fanno scelte anche difficili, quando si mettono alla prova, quando si sacrificano per costruire, perché non dare loro il merito che gli spetta?
E anche coloro che giovanissimi non sono più, che ancora si spendono per il Festival nonostante ritmi che sono tutto fuori che leggeri. Gente che lavora durante il giorno, e che ha ancora voglia di darsi, senza timore di stanchezza. Alla faccia di quelli che pensano che viviamo di aria..

Questo è Sherwood. Poi il fatto che i concerti siano apprezzati, che un sacco di gente si ferma a vedere spettacoli teatrali e i concerti di gruppi meno noti, e che lo stand più frequentato sia quello di libri e comics, non può che dare soddisfazione. E quindi che la Pravda locale ci critichi usando argomenti triti e ri-triti, è solo il segno che non è mai un problema di generazione, ma di persone. E quindi ci può essere un giovane apprendista de “Il Mattino” che per fare bella figura con il direttore spari una cifra di luoghi comuni contro di noi.

E questo sì che mi lascia un po’ amaro in bocca. Non per le critiche sterili che sono poi sempre le solite, ma per la tristezza che mi da sapere che un aspirante giornalista invece di metterci del suo, si piega a logiche antiche pensando che questo gli darà il pass per potere poi diventare un professionista. Triste vero? Nulla è più grigio di un giovane vecchio. E’ vero, non è un problema di generazione, ma di testa, di cuore e di pancia.

E così abbiamo vissuto la giornata di lunedì. Con testa perché tutto è stato pensato e messo in atto senza che si verificasse un solo problema. Con cuore perché sapevamo chi stavamo accogliendo. E mi riferisco sia a Manu Chao che a tutti coloro che hanno reso unica questa data. E pancia perché, pure essendo tutti impegnati non potevamo non sentire le emozioni collettive che l'aria sprigionava.
Noi siamo Sherwood. Non prendetevela se siamo unici.

 
 

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