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"Nordest Boulevard on stage" all'Orto Botanico di Padova

"Raptus Proserpinae" di Elena Candeo e Federica Tavian Ferrighi

a cura di Alice Arcaro, Elena Donatello, Laura Poli, Silvia Zanardi

10 Luglio 2012

L'Orto Botanico di Padova

Origini
L'Orto botanico di Padova è il più antico Orto universitario del mondo ad aver conservato la sede originaria e praticamente inalterata la struttura. Fu istituito nel 1545, su delibera del Senato della Repubblica Veneta, per la coltivazione delle piante medicinali, che allora costituivano la grande maggioranza dei “semplici”, cioè di quei medicamenti che provenivano direttamente dalla natura. La sua istituzione era intesa a facilitare gli studenti patavini nello studio e nel riconoscimento di tali piante.
Il suo carattere eccezionale deriva da un lato dal suo elevato interesse scientifico in termini di sperimentazione, attività didattica e collezionismo botanico, e dall’altra dalla singolarità delle caratteristiche architettoniche, che nei secoli ne hanno fatto un modello per istituzioni analoghe in Italia e nel mondo: da Leida a Lisbona, passando per Uppsala e Bratislava.
Questo complesso dallo straordinario valore scientifico, storico, artistico e naturalistico è ubicato nel mezzo del centro storico di Padova, tra le grandi basiliche di Sant’Antonio e di Santa Giustina, in un’area urbana che annovera nelle immediate vicinanze complessi di grande valore storico e artistico come il Prato della Valle, la Loggia e l’Odeo Cornaro, la porta Pontecorvo e la cinta muraria cinquecentesca, a poca distanza dalla sede storica dell’Università – Palazzo Bo – e dai più importanti monumenti cittadini (Cappella degli Scrovegni, Palazzo della Ragione, complesso delle Piazze e Battistero).

Unesco
Nel 1997 l’Orto botanico di Padova è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, riconoscenza conseguita con la seguente motivazione: “ l’orto botanico di Padova è all’origine di tutti di tutti gli orti botanici del mondo e rappresenta la culla della scienza, degli scambi scientifici e della comprensione delle relazioni tra la natura e la cultura. Ha largamente contribuito al progresso delle numerose discipline scientifiche moderne, in particolare la botanica, la medicina, la chimica, l’ecologia e la farmacia “.

L’Orto oggi
Attualmente all’Orto botanico di Padova sono coltivate 3.500 specie vegetali provenienti da ogni angolo del mondo. Particolare attenzione è rivolta alle piante rare del Triveneto, alla vegetazione dei Colli Euganei, della Laguna Veneta e di tutto l’arco alpino. Centrale è il suo ruolo per la conservazione della biodiversità, con una fornita banca del germoplasma composta da semi di oltre 2.000 specie. A questo compito si affiancano la didattica e l’educazione ambientale, rivolta principalmente agli studenti, e la ricerca scientifica, caratteristica imprescindibile di un istituto universitario.

Raptus Proserpinae
di Elena Candeo e Federica Tavian Ferrighi.
01.07 – 30.09.2012 Orto Botanico di Padova

Elena Candeo, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha frequentato corsi di incisione, illustrazione, cinema d’animazione presso la Facultad de Bellas Artes de Granada nel 2002. Dal 2004 conduce corsi di pittura, disegno, incisione e cinema d’animazione e dal 2005 insegna discipline artistiche presso la scuola secondaria. Vanta numerose esposizioni personali e collettive, spaziando tra la pittura, l’incisione, la land art, la performance, la video arte, conseguendo importanti pubblicazioni.

Federica Tavian Ferrighi è un’artista la cui elaborazione artistica passa attraverso l’occhio attento della telecamera. Trasferisce attraverso questo mezzo la sua ricerca, affidando al video pensieri, riflessioni, critiche sul mondo, sulle cose, sulle persone, sugli animali, sui luoghi e sui paesaggi. Non solo un indagare, ma un rivivere la vita dentro l’immagine, nelle pieghe della realtà nei silenzi del tuono, di una specie di tempesta che nella nostra esistenza passa attraverso gli incontri, lo scorrere dell’acqua, la carezza alla criniera di un cavallo, le fusa di un gatto, l’abbaiare di un cane o il volo di un airone. Lavora sul segno, che si fa disegno di in territorio, le mappe sono flussi mentali e fisici che disegnano percorsi e segnano la storia dei luoghi.
Mappe geopoetiche ricamate di Federica evidenziano la pregnanza del segno e delle parole, dei miti e  dei temi che riguardano  l'aspetto  naturalistico, territoriale, politico, culturale del contemporaneo dei luoghi, documentati da interviste ed installazioni nello spazio.

Il ratto di Proserpina
La dea Cerere era particolarmente amata dagli uomini. Proteggeva il lavoro dei campi, faceva maturare i frutti e biondeggiare il grano, ricopriva la terra di fiori e di erbe.
Ella aveva una figlia, Proserpina, una fanciulla bionda e soave, sempre sorridente, con due grandi occhi fiduciosi e profondi.
In un mattino sereno in cui il sole illuminava ogni cosa Proserpina, in compagnia di altre ninfe, si divertiva a correre sui prati ricoperti di erba rugiadosa e di fiori multicolori. Le splendide creature ridevano, scherzavano, gareggiavano nel raccogliere rose, giacinti, viole per fame ghirlande e adornarsi le vesti.
Ad un tratto avvenne un fatto prodigioso, un terribile boato lacerò l'aria. La terra si spaccò e dal baratro balzò fuori, su un cocchio d'oro trainato da quattro cavalli nerissimi, un dio bello e vigoroso ma dallo sguardo triste. Con le sue braccia possenti afferrò Proserpina e la trascinò con sé incitando i cavalli a correre velocemente.
Era Plutone il dio delle tenebre che, preso dalla bellezza di Proserpina, si era innamorato perdutamente di lei. Aveva chiesto e ottenuto da Giove di poterla sposare, perciò era venuto sulla terra e l'aveva rapita.
La fanciulla atterrita levò in alto terribili grida, ma nessuno udì la sua voce. Implorò il padre Giove ma questi, avendo permesso il ratto, non poté aiutarla.
I cavalli intanto galoppavano veloci. Proserpina, prima di entrare nel grembo della terra, rivolse alla madre un'ultima e disperata invocazione. Il suo grido fu così forte che montagne, boschi e prati fecero eco alla sua voce.
Cerere l'udì dall'Olimpo. Sconvolta dall'ansia, scese volando in terra. Cercò ovunque l'adorata figlia, vagò per nove giorni e nove notti. Visitò gli angoli più nascosti e lontani senza mai assaggiare né ambrosia né nettare tanto era il suo dolore. La cercò persino negli antri marini, chiese notizie all'aurora, al tramonto, ai fiumi, ma nessuno volle dirle la verità.
All'alba del decimo giorno, quando ogni ricerca risultò vana la dea, in preda alla più folle angoscia, interrogò il sole. - Dimmi la verità - implorò - tu, che dal cielo tutto illumini, dimmi chi l'ha rapita e in quale luogo la vedesti.
Il sole ebbe pietà di lei e volle rassicurarla:
- È stato Plutone, il dio delle tenebre, a rapire la tua diletta figlia per farla sua sposa. Ora Proserpina è laggiù e con il suo sorriso rallegra quel tristissimo luogo.
Cerere, sempre più disperata, si allontanò dall'Olimpo e si rifugiò ad Eleusi, in un tempio a lei consacrato, dimenticandosi della terra che aspettava la sua protezione.
Così a poco a poco i frutti marcirono, le spighe seccarono, i fiori e i prati ingiallirono e infine la terra divenne brulla e riarsa.
Allora Giove ebbe compassione degli uomini, chiamò Iride e la mandò da Cerere perché l'invitasse a tornare tra gli dei. Ma la dea messaggera non riuscì ad ottenere nulla.
Tutti gli dei, uno dopo l'altro, andarono a supplicarla offrendole doni magnifici, ma Cerere non si lasciò convincere. Rispondeva che non avrebbe donato né messi né ricchezze ai campi se prima non avesse riavuto sua figlia.
Giove mandò allora Mercurio dal re degli inferi affinché lo persuadesse a rendere la fanciulla alla madre.
Plutone non osò disubbidire al volere di Giove, ma meditò in cuor suo di non restituire Proserpina per sempre. Esortò la fanciulla a salire sul carro che doveva ricondurla sulla terra. Prima che ella si allontanasse però le offrì alcuni chicchi di melograno. Proserpina li accettò, ignorando che per un'antica legge divina i rossi chicchi di quel frutto l'avrebbero per sempre legata agli inferi.
Insieme a Mercurio la fanciulla ritornò nel mondo della luce e si recò nel tempio di Eleusi, dove trovò Cerere. Al solo vederla la dea si trasfigurò in volto, corse incontro alla figlia, l'abbracciò teneramente. Si consolarono a vicenda, parlando a lungo tra loro.
Allora Cerere comprese che il legame tra la sua amata figlia e Plutone era ormai indissolubile e perciò chiese a Giove di poterla avere con sé almeno per una parte dell'anno.
Il dio dell'Olimpo acconsentì, così Cerere ritornò finalmente fra gli dei e la natura si risvegliò.
Da quel giorno, ogni volta che Proserpina torna nel mondo, i prati si coprono di fiori, i frutti cominciano a maturare sugli alberi e il grano germoglia nei campi.
È la stagione della Primavera.

 
 

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