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Innocenti menzogne

“Non siamo abituati agli happy end in Danimarca”. Thomas Vinterberg

10 Dicembre 2012

L'ultimo lavoro di Thomas Vinterberg Il sospetto ha come titolo originale “Jagten”, “The hunt” nella distribuzione internazionale: La caccia. Titolo che come sempre restituisce maggiore coerenza al costrutto del film. La caccia è anche il titolo di un film di Arthur Penn del '66, con un Marlon Brando già massiccio e masochista e Jane Fonda e Robert Redford belli e non ancora trentenni. E' la storia di un evaso che raggiunge la moglie nella cittadina natia e della piccola comunità ottusa scatenantesi in una caccia che si trasforma in linciaggio. Un racconto decisamente formativo per quella generazione che di lì a un paio d'anni avrebbe dato fuoco alle barricate. Uno di quei film in cui era consentito al pubblico urlare il proprio punto di vista a scena aperta. Mi è capitato qualcosa di simile guardando Il sospetto: un bel “bravo, fatto bene!” all'indirizzo del protagonista (quando, lo si scopre andandolo a vedere) perché è di nuovo un linciaggio quello che viene rappresentato. Un linciaggio in ragione di un delitto non accertato, una vicenda che ci riporta dritti a Festen, 1998, primo pluripremiato lungometraggio del regista danese che assieme a Lars von Trier ha dato vita al cartello Dogma 95. Ancora la pedofilia. Allora al centro della denuncia di un figlio contro il padre in una feroce festa di famiglia, ora risultato di una suggestione collettiva innescata da una piccola allieva di asilo nei confronti di uno dei suoi educatori, il migliore amico di suo padre.

Racconta alla stampa Vinterberg di come in Danimarca sia diffuso un proverbio che dice che la gente ubriaca e i bambini dicono sempre la verità e di come ciò sia completamente falso. Che l'accusa della piccola Klara sia infondata lo sappiamo subito perché vediamo sullo schermo cosa accade e d'altra parte anche lei è pronta ad ammetterlo. Ma il meccanismo che inconsapevolmente mette in moto è inarrestabile, il sospetto in una manciata di ore si tramuta in certezza. I bambini non mentono. Da questo assunto la palese inadeguatezza della responsabile della scuola prima, dello psicologo poi e infine dei genitori generano una rapida mutazione nella comunità tutta. Serenità, amicizia, solidarietà si trasformano in paura, odio, violenza. Vinterbreg consegna a noi il compito di indagare sulle personalità dei protagonisti. La bambina tenera e dolce non può calpestare le righe quando cammina ed esibisce un tic frequente: forse la sua famiglia non è in realtà una sufficiente difesa di fronte all'infelicità e la solitudine. Il quarantenne Lucas che l'avrebbe molestata sta con fatica tentando di rimettere assieme una vita affettiva dopo un matrimonio andato in frantumi, può vedere il figlio adolescente solo ogni due settimane: questa è la sua “diversità”. Gli amici più veri e se vogliamo più rozzi sono vittime dei propri pregiudizi e della propria ignoranza. Quelli che resistono al contagio non sembrano dubitare di lui, ma restano distaccati. La comunità mite e coesa riflette la propria cattiva coscienza nel bisogno di identificare un mostro al proprio interno, atterrita/affascinata dal fatto che l'orco sia uno “normale”, moralmente ineccepibile, avvitandosi in una paranoia collettiva al punto che tutta la scolaresca si dirà molestata. Sarà la giustizia formale, per una volta, a ristabilire la verità. Ma può bastare perché tutto torni come prima?

La pedofilia è un delitto che prescinde dal tempo, dal luogo e dalle coordinate sociali. Vinterberg rovescia il paradigma di Festen. Lì in una lussuosa residenza di campagna, ritrovo di alta borghesia danese, la denuncia di un primogenito verso il padre accusato di incesto e del suicidio della sorella, che nemmeno per un momento ci fa dubitare della sua fondatezza . Qui gli effetti della stessa accusa rivolta a un innocente - con il quale immediatamente e istintivamente non si può che solidarizzare - da un' intera comunità di provincia. Che nella sua semplicità, nella apparentemente solida irreprensibilità morale, non esita a rovinare la vita di un suo membro in nome di una presunzione infame che riesce a insinuare il dubbio anche nella donna innamorata di lui. Mettendoci davanti alle sabbie mobili, alla ragnatela di insipienza cui sembra impossibile sottrarsi. Forse Vinterberg non ne sa nulla, ma è il caso di ricordare cosa è accaduto alle maestre di Rignano, assolte nel maggio scorso dopo sette anni di emarginazione e vergogna. E delle proporzioni che in quella vicenda ha assunto una psicosi collettiva che ha coinvolto impeccabili e blasonate autorità, scientifiche e non.

 
 

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