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Stefano Cucchi: continua lo scempio sul suo corpo

Una riflessione dopo la perizia istituita per accertare le cause del suo decesso

18 Dicembre 2012

La storia purtroppo la conosciamo bene tutti.
Stefano Cucchi, romano, 31 anni, un passato da tossicodipendente, viene arrestato nell'ottobre 2009 con l'accusa di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. E' oggetto di un pesante pestaggio. Dopo una settimana muore all'ospedale Pertini. La famiglia e i movimenti riescono a spezzare il muro di omertà che circonda questa ennesima morte di Stato costringendo l'avvio di un'inchiesta giudiziaria. Il pubblico ministero accusa tre agenti della polizia penitenziaria di aver percosso Stefano fino a cagionare lesioni gravissime, tre infermieri e sei medici di falso e abbandono. La vicenda rilancia subito la necessità di porre limiti precisi all'uso della forza da parte delle nostre quattro polizie, di normare le operazioni di fermo in ordine alle modalità e le garanzie dei diritti del fermato - primo tra tutti quello di non finire ammazzato di botte, di introdurre nel nostro ordinamento penale il reato di tortura, così come prescritto da un'antica risoluzione ONU. Molte ed eterogenee le voci che indicano questo orizzonte. Da anni.

Ora viene resa nota la perizia disposta dalla terza Corte di Assise di Roma per accertare le cause del decesso. Le conclusioni dei sei professori dell'istituto Labanof di Milano dicono che Stefano Cucchi morì per colpa dei medici, i quali sottovalutarono la carenza di cibo e di liquidi, il suo grave stato di malnutrizione. Spendono 190 pagine per mettere in dubbio la relazione tra morte e pestaggio. Le fratture alla schiena potrebbero essere il risultato forse di un'aggressione, forse di una caduta a terra: “non vi sono elementi che facciano propendere per l'una piuttosto che per l'altra dinamica lesiva”. Imperizia, negligenza, superficialità, omissioni: una condotta semplicemente “colposa”. Attuata sul corpo di un ragazzo malato che chiedeva di un avvocato per denunciare i fatti e che invece non ha potuto incontrare nemmeno i familiari. Servono dei professori di rango per garantire in via preventiva l'assoluzione degli agenti e di tutto il sistema che garantisce la loro impunità.

Questo accade malgrado lo stillicidio di episodi di questo tenore che negli ultimi anni sono stati resi pubblici. Malgrado la realtà delle squadrette della polizia penitenziaria - e il relativo salvacondotto giudiziario - sia universalmente nota. Malgrado la frase registrata e uscita dalla bocca di quel comandante di un carcere qualche anno fa secondo cui “il negro si massacra di sotto, non in sezione”. E infatti Stefano Cucchi non lo hanno massacrato in sezione: lo hanno fatto bene al riparo da telecamere a circuito chiuso e occhi indiscreti, in sezione non ci è mai arrivato. Accade nonostante le immagini del suo cadavere martoriato siano in rete, a disposizione di tutti. Nitide e tragicamente eloquenti.
Accade mentre Marco Pannella mette in pratica l'ennesimo sciopero della fame e della sete per richiamare l'attenzione sulle condizioni inumane in cui continua a versare il sistema carcerario di questo paese. Che è al tracollo in ragione del cinismo delle politiche securitarie. Accade perché nessuno è ancora riuscito ad ottenere che si affronti concretamente il tema della giustizia svincolata dalla politica come tema forte e strategico nel quadro del conflitto sociale.

Nell'aula bunker di Rebibbia la Corte, dopo più di tre anni di attività istruttoria, dovrà assumere le proprie determinazioni. Qualunque sia la sentenza episodi come quello legato al nome di Stefano Cucchi (ma la lista dei nomi è lunga) sono destinati a ripetersi fino a che il “bisogno di sicurezza” del paese verrà alimentato per conquistare voti. Fino a che resterà irrisolto il nodo dell'abuso della forza sul terreno del controllo sociale e della repressione dei movimenti. Così come quello che riguarda le politiche di criminalizzazione della circolazione delle sostanze stupefacenti e di chi ne fa uso. I processi per le giornate del G8 Genova 2001 si sono conclusi con una manciata di attivisti condannati a pene spropositate per aver danneggiato degli oggetti, lasciando sostanzialmente impuniti i pochi tra le forze di polizia a essere rinviati a giudizio. Per falso e abuso di ufficio. Niente violenze, niente torture loro ascrivibili. I violenti da reprimere stanno da una parte sola, annidati tra gli studenti o in Val di Susa.

Ma che altro è stato praticato sul corpo di Stefano Cucchi da quando ha portato fuori il suo cane a quando è morto su un letto d'ospedale se non una forma di tortura?

 
 

Links utili:
http://perstefanocucchi.blogspot.it

 
 

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