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Amari - Kilometri

Riot Maker, 2013

11 Gennaio 2013
 - Momo

Evento:

Mercoledì 16 Gennaio 2013

Gli Amari

saranno ospiti negli studi Sherwood

per presentare il loro nuovo album

Kilometri

La trasmissione è aperta al pubblico
e
in diretta streaming video su www.sherwood.it

Ingresso ad offerta libera

Ulteriori informazioni qui

Recensione:

Si può salire sul carro dei vincitori, ed è facile.
Si può seguire l'hype, ed è facile.
Si può stare silenti ed osservare, per imparare ad apprezzare davvero. Ed è bello.

Ritorno alla seconda o terza adolescenza della mia vita, quando di colpo ti rendevi conto che i tuoi amici indossavano un parquet di spille sulla giacca, Enver ci aveva addirittura rivestito una borsa, iniziavi con lo shopping compulsivo su siti dal nome curioso come Threadless ed iniziavi a fare proselitismo per una serie di band scoperte da poco con lo stesso entusiasmo di un Testimone di Geova nella maratona del 20 dicembre 2012.

Di colpo vieni a contatto per davvero con gli Amari. Un po'per similitudine, perché anche la tua realtà ha sempre imparato ad essere divisa tra Bologna e il Nordest (senza voler attingere da Mariadele). Un po'perché c'è qualche amica che a ragione o torto millanta intrallazzi e limoni. Un po'perché siamo vicini al Po, che è più di una linea gotica, quello stesso fiume che, mentre lo attraverso con un qualsiasi mezzo di trasporto, ancora mi fa dire qualcosa in dialetto veneto girato da una parte e qualcosa in bolognese girato da un'altra.

E un po'perché Bolognina è il quartiere dove ho lavorato per un periodo, vivendo tra l'uscita Carracci della stazione della Dotta e le defunte e piene d'amianto Officine di Casaralta, nella quiete dopo la tempesta del Traffic di Torino incontri proprio loro per puro caso e decidi di dare al loro Grand Master Mogol una chance in più di quegli ascolti distratti usati per aver di che discorrere con la myspacer di turno.

È proprio da quella intro di Bolognina Revolution che ri-comincia tutto. Dalle pagine Myspace di Balordoababordo, dalle chiacchiere di musica fuori dall'Estragon per l'ultimo concerto degli Arab Strap, mentre Dariella stende il common ground di band di formazione contro i pallosi romanzi di formazione, che si comincia a parlare lo stesso linguaggio ed a breve gli Amari mi entrano dentro, senza sodomia alcuna. Si tratta di ascoltare un pezzo e ridacchiare dicendo "ma, cazzo, è vero!" ogni trenta secondi, come se avessi ascoltato un pezzo sulle migliori creme anticomedoniche a 15 anni o se negli stessi anni qualcuno avesse scritto qualcosa su come è morto l'Uomo Ragno o una sala giochi. Che idea assurda.

Il polpettone che può sembrare autoreferenziale che stai leggendo, caro amico, non servirà a capire se ho limonato in collinetta a Sherwood grazie alle loro canzoni o se mi sono ritrovato a piangere nel momento-Dalla di se si nomina l'amore, accarezza un malore di quel capolavoro che manca solo del patrocinio Unesco chiamato "Scimmie d'Amore", ascoltato per mesi senza poterne diffondere il verbo nell'oscurità del mio iPod tra un concerto del FIB 2007 e l'altro. E nemmeno gli abbracci durante una tardiva 30 anni che non ci vediamo nello strano tour di Poweri sono importanti senza un disco o un pentagramma, anche quando per far finire la canzone con Un altro giro attorno a casa stai fermo in macchina, indeciso se baciarla o meno.

La realtà è che gli eventi da quel 2006 sembrano scorrere nella mia vita scanditi dal ritmo della base di "Love management", con le stesse pause di meditazione, suoni dal passato ad 8 bit, strani cori che arrivano da un surround che qualcuno ha disposto per te. Forse perché "Amari" ha deciso di significare più di Brancamenta e Braulio da quando "hai provato questa volta ad ascoltare", citando altri.

Ci sei arrivato, stai tranquillo.

Aspettare, Aspetterò
Questo non è decisamente il mio primo ascolto. Un buon 30% delle volte che ho fatto partire questo disco, nell'autoradio, nell'iPod o canticchiandolo dai miei pensieri mi sono chiesto perché questa traccia non sia stata curata un po'di più nelle armoniche. Ogni volta, puntualmente, ho imparato a rispondermi da solo. È una intro, e dopo Celentano all'Arena di Verona nemmeno mia madre con le sue Vanoni ha più diritto di farmi notare eventuali 'stecche' dei miei gusti musicali. Mentre scrivo queste parole mi rendo conto che non ho fatto in tempo a dire due stronzate ed il pezzo è finito, ma nella mia testa resta un "Omaggio, Tributo, un Riconoscimento": aspetto che arrivi l'ispirazione, che cada dritta in testa come da un piccione, aspetto che mi guardi, aspetto che mi chiami, aspetto che mi paghi, aspetto le tue mani e mi chiedo cosa io stia aspettando, anche da questo disco. Sarà il basso di fondo, ma penso a quella Take Five il cui autore ci ha lasciati da poco, senza sapere che interesse avrebbe mai potuto prendere da Banca Mediolanum.
Tutta la vita a cercare

Ti ci voleva la guerra parla di traffico, di quartiere, di una rivoluzione ad ogni malumore, e del fatto che per rompere la bolla non basta una canzone, mentre il synth scandisce tutto il pezzo che, come siamo abituati, parte dalle piccole azioni da supereroe del quotidiano per arrivare agli sforzi del traffico interiore.

Strade da notare anche in Africa, realtà ben diversa dalla provincia dove la domenica sera è una scoperta e una rotonda è sempre una novità. Gli amici stanno sempre nel bar, mi vogliono spiegare, si sanno lamentare. L'Africa è l'ascoltatore che si aspetta esotici racconti in realtà farciti di nebbia senza manager e leoni, di campioni del bancone e di-sillusione.

Il tempo passa e il lettore scippa, com'è che siamo qui a parlar del tempo dopo un terzo di album, quando comincia Il tempo più importante, canzone che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare da mesi, grazie a un video che forse non è girato abbastanza. Ricordi quelle lotte fatte perse in segreto, e gli altri che ridevano azzardavano scommesse su di noi. Il fatto che molte persone non abbiano sentito un tale gioiellino sembra cosa tanto grave e degna d'indignazione che fa sbottare, un po'come quando ci sentiamo dire quanto poco basti a salvare qualcuno dall'altra parte della barricata dell'economia. Questo è il momento della pelle d'oca. Questi sono i suoni che gli Amari sanno bene essere in grado di fissarsi nella testa, nelle ferite rattoppate addosso, nel prendere per mano il logorio dei giorni che non abbiamo più passati assieme, del ricordati quel bacio, uno solo, anche breve, mentre il ritornello è incalzato da un suono sterile di sottofondo che sembra la lancetta stiracchiata di un Cucù o di uno di quegli orologi il cui ticchettio batte in testa di "artisti del rimpianto". Precisi come i voli dei tuoi amici che scappano: La frase con cui hanno detto tutto. La frase messa in gioco. La frase dell'album, forse, per un ascoltatore qualsiasi quale sono io. E la canzone è finita e tu hai ancora i peli rizzati e gli occhi a reclamare un giusto lavaggio. Centro perfetto: complimenti, stronzi. 

Il cuore oltre la siepe è un amico da chiamare per sapere se sta bene, un amico smarrito tra le figuracce per impazienza, con il quale prendersela ma perdonarlo, senza correre il rischio viziarlo ulteriormente. Me la prendo con te / ti do colpe anche se / io lo so che non vuoi / rispondere mentre la mia testa vola a una "Rocks" dei Primal Scream senza motivo. È qui che l'importanza torna al suono, in un piccolo stacchetto a lui concesso dalle tante parole e da tutto ciò che hanno bisogno, necessità vera di comunicare a chi (non) sta ascoltando.

Ti hanno detto / che ero stronzo da bambino / mi dispiace / che non c'eri dal principio è un tormentone che resta da La ballata del bicchiere mezzo vuoto, più voce e un po'di batteria che altro, ma tutt'altro che un pezzo povero. Cresce, cresce bene e le dissonanze rendono giustizia a ciò che ci si aspetta il testo significhi mentre non riesco a fare a meno di pensare al passaggio di batteria del bridge di una "Drop it's like it's hot" d'annata.

A questo punto è uno splendido esempio dei pezzi più cantabili a cui gli Amari ci hanno introdotto almeno da 'Grand master mogol". La modulazione dell'accoppiata "ue" in "questo", più che il ritornello stesso, senza dignità né di dittongo né di iato, fa pensare ad un solo riferimento: Max Pezzali. Al primo ascolto l'ho creduto un difetto. Poi no. Ogni volta che premo play, però, continuo a ripensarci. Sarà che siamo figli, vista l'età, visto il background imprescindibile di quel preservativo virtuale che difende le vocali di uno dei pavesi non-edibili più famosi d'Italia. Sarà che questo pezzo scorre benissimo ed è un peccato che mi ritrovi a discorrere, anche con me stesso, ogni volta di questo punto di vista sulla canzone, per quanto mi ci provi a concentrare sopra. Come un ottico che deve vendere occhiali a Niki Lauda. Bel groove, ottima chitarra non invadente, un fantastico pezzo che potrebbe sconfinare anche al di là del muro (scusa, Barbarossa) dei 'grandi' network. Quando eravamo codardi, lanciavo petardi, spaventavo la gente un silenzioso allarme quando una cosa sta per crescere, ora puoi ascoltarmi, ti giuro che possiamo crescere. Chi può dire come mai siamo arrivati a questo punto. La sento, la risento, ci ripenso e mi viene l'intervista che proprio gli Amari hanno fatto a Raf.

La title-track pesa tantissimo. Kilometri è cupa, cupissima nella sua montagna di pensieri da scalare. Parla di draghi infilzati, di Kilometri che saran solo Kilometri, soltanto numeri in fila tra di noi due. Ma è quel lungo e continuato fendente del crescendo verbale di Ma al momento del tuo incontro io non piazzerò un bel punto, forse finirò quel testo che mi aspetta accanto al letto, per ritornare a raccontar di noi, per scrivere di viaggi leggendari che resta nel post-it appiccicato in giro per la testa a parlarmi di questo album che si sta per chiudere. Chapeau, direbbero altri dotti.

Rubato è la "Cose semplici e banali" degli Amari. Un pezzo apparentemente leggero che va a chiudere propositivo un disco importante. E domani avrò memoria, avrò pure un po'di orgoglio, non chiuderò più a chiave, mi fiderò di te. Ho rubato da ladri migliori di me, ho imparato da ladri migliori di me, ho rubato il futuro e il futuro ora c'è, futuro ora c'è, futuro ora c'è.

Futuro ora c'è. Se qualcuno mai avesse avuto qualche dubbio in merito, se lo incarti e, se vuole, lo riproponga al prossimo album.

 
 

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