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Se il fascista Rocco era un tecnico

L'Italia condannata per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante”

Avvilito rammarico?

11 Gennaio 2013

La Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante”.

Le intima di pagare 100mila euro a sette detenuti che alla Corte avevano fatto ricorso per le condizioni inaccettabili cui erano stati costretti in ragione della loro detenzione.

Le dà un anno di tempo per mettere mano a interventi che correggano concretamente le coordinate di vita nel nostro sistema penitenziario, diversamente darà corso ai 550 ricorsi in giacenza: il calcolo della somma risarcitoria complessiva non è difficile.

La Corte peraltro non sembra fare riferimento, forse per ragioni di protocollo, alla terrificante realtà che caratterizza i nostri Centri di Identificazione ed Espulsione, veri non luoghi del diritto. Alla nota sdegnata del presidente Napolitano che parla di “mortificante conferma” fa seguito immediato quella del guardasigilli “tecnicoSeverino che mette in evidenza il proprio “avvilito rammarico”. La stessa ministra che poche ore prima, nel dibattito al Senato relativo alla legge sulla corruzione, aveva spiegato orgogliosa che anche Alfredo Rocco, padre dell’attuale codice penale, era stato un tecnico del diritto. Detto fuor di metafora: ma chi credete di prendere per il culo?

La ministra finge di non sapere che Rocco fu il filosofo dello stato etico e che il suo Codice fu il fondamento teorico del fascismo e della dittatura. La sua “provocazione rivelatrice” allunga ulteriormente le ombre che si stagliano sul modo di intendere la “tecnica” da parte del Governo in carica: è stato grazie al Codice Rocco che questa estate la Cassazione ha distribuito decine di anni di galera ai manifestanti rimasti impigliati nel reato di devastazione e saccheggio - dal tecnico Rocco coniato - loro contestato per la partecipazione alle giornate del G8 di Genova ed è sempre Rocco a suffragare la condanna a sei anni per lo stesso reato inflitta a una manciata di manifestanti, estratti a sorte tra coloro che si sono dovuti difendere dalle violenze poliziesche in piazza San Giovanni nell’ottobre 2011. Mentre, vale sempre ricordarlo, prescrizioni a nastro e galera neanche da lontano per i massacratori in divisa delle strade di Genova, della scuola Diaz, della caserma di Bolzaneto. Per gli assassini di Cucchi, Aldrovandi, Sandri e via tristemente enumerando.

Napolitano (che siede in Parlamento dal ’53 ed è stato ministro dell’Interno) e Severino fingono di non ricordare che la Corte di Strasburgo ha negli ultimi anni condannato già quattro volte l’Italia per gli stessi motivi: sovraffollamento e condizioni di vita indegne di un paese civile.
Le nostre carceri sono luogo di sofferenza. Punto. Quella della riabilitazione è una bufala cui nessuno crede e ha mai creduto. Basti pensare che la percentuale dei detenuti lavoranti è del 20%, con un 30% in meno dei fondi assegnati negli ultimi cinque anni, con le retribuzioni ferme al 1994: il restante 80% dei reclusi è consegnato all’ozio e alla divisione in tre di celle da uno e in dodici o più di celle da quattro. Se le presenze sono 67.000 a fronte di 41.000 posti di capienza non è un problema di edilizia penitenziaria, non si risolve con piani carcere in cui entra il capitale privato, con la costruzione di nuovi edifici per i quali mancano comunque gli agenti di custodia, con i supercommissari, con i tandem Ionta-Bertolaso, con le navi carcere di cui farneticava il leghista Castelli. La Corte europea ingiunge all’Italia di dotarsi di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali per denunciare le condizioni di vita e chiederne risarcimento: un orizzonte per cui tra un anno i ricorsi da 550 potrebbero passare a circa 70.000.

Fingono di ignorare, i mortificati e avviliti, che tutti gli analisti del nostro sistema penitenziario concordano nell’attribuirne le condizioni di invivibilità alle leggi carcerogene che negli ultimi decenni si sono drammaticamente sovrapposte in nome di una “sicurezza” che ha l’unico proposito di spazzare via i diritti dei più deboli. Che i principali veicoli di ingresso in carcere sono legati alle contraddizioni espresse dalle normative relative alla circolazione delle sostanze stupefacenti, ai flussi migratori, all’inasprimento delle pene per recidiva. Normative che si chiamano Bossi-Fini, Fini-Giovanardi (Fini, il moderato centrista!), ex Cirielli. Non si ritengono complici della strategia che della dimensione simbolica del carcere fa il principale strumento di controllo sociale, che dal suo carattere puramente afflittivo estrae rinnovamento di comando e di gestione autoritaria delle dinamiche del conflitto sociale. Non credono (davvero?) di avere responsabilità nella mancata applicazione delle misure alternative alla detenzione in carcere, del rafforzamento dell’area penale esterna, del diritto penale minimo, della depenalizzazione dei reati minori, di un provvedimento di amnistia e indulto che porti un alleggerimento almeno temporaneo nei gironi maggiormente infernali, dell’istituzionalizzazione della figura del Garante dei detenuti. Nella mancata applicazione di quella ormai datata risoluzione Onu che impone al nostro paese di introdurre nel proprio ordinamento penale il reato di tortura. Che movimenti, società civile ed anche qualche magistrato chiedono da anni. A proposito. La sentenza di Strasburgo fa esplicito riferimento alla questione tortura. Sistematicamente affossata in perfetto stile bipartisan alla Commissione Giustizia.

Mentre negli Stati Uniti viene disposto un risarcimento di 5,28 milioni di dollari per quei detenuti nel carcere iracheno di Abu Ghraib che denunciarono “ampie e feroci torture”, noi dobbiamo occuparci di sei anni di carcere inflitti a un ragazzo che guardava da lontano bruciare un blindato, di attivisti agli arresti per ragioni inesistenti, delle fandonie con cui il presidente della commissione Antimafia Pisanu (ex paleodemocristiano moroteo, ex berlusconiano, oggi montiano) cerca pateticamente di coprire i rapporti Stato-Mafia dei primi anni ’90 (implicati i vertici del Ros, Scalfaro, Ciampi, Amato, Ciancimino, Mancino ecc.), del marciume della “struttura delinquenziale” costituitasi a Napoli tra faccendieri, Finmeccanica, prefetti, provveditorato alle opere pubbliche e vertici della questura. Così è con nessuno stupore che vi troviamo implicato (e tempestivamente assegnato agli arresti domiciliari) l’ex questore Oscar Fioriolli. Si tratta di quell’alto funzionario chiamato nell’agosto 2001 a sostituire il questore di Genova Colucci, “saltato” dopo il G8: il suo primo atto ufficiale fu coprire il massacro della Diaz e le torture a Bolzaneto, denunciando alla Procura per calunnia la stampa genovese. E guarda caso in questi giorni rispunta la deposizione del superpoliziotto antiterrorismo Salvatore Genova (operazione Dozier) circa l’interrogatorio di una brigatista: “Sta interrogando Fioriolli. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo ragazzo la sente e viene picchiato duramente…”. Verona 1982, Genova 2001, le strade le piazze le galere i Cie le camere di sicurezza oggi.

Vorremmo che la ministra Severino ci spiegasse cosa c’è di tecnico in tutto questo.

 
 

Tratto da www.globalproject.info

 
 

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