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10 gennaio 2013 - Il Manifesto

Ribellarsi è giusto, anche nei Cie

Una sentenza storica

11 Gennaio 2013

di Annamaria Rivera
da Il manifesto
10 gennaio 2013

Nei lager per migranti le rivolte e la loro repressione, così come gli atti di autolesionismo, sono talmente endemiche che ormai non fanno più notizia, se non allorché convenga tornare ad additare il pericolo pubblico dei “clandestini”. Sicché quello che si è consumato fra il 9 e il 15 ottobre scorsi nel Cie “S. Anna” di Isola Capo Rizzuto è stato solo uno dei tanti episodi di ribellione alla illegittima sottrazione della libertà personale e a condizioni di reclusione intollerabili: negazione di cure sanitarie basilari, materassi lerci e privi di lenzuola, latrine altrettanto luride, pasti ridotti al minimo e consumati per terra…

Nel corso di quella rivolta alcuni “ospiti” salirono sul tetto e lanciarono grate e altre suppellettili divelte contro il personale di servizio e di vigilanza. Tre di loro – un algerino, un marocchino e un tunisino – si arresero dopo ben sei giorni di rivolta e di digiuno, e furono arrestati con l’accusa di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

Come spesso accade, ad accendere la miccia della rivolta erano state alcune odiose pratiche routinarie. Ad A.A., onesto cittadino algerino che viveva a Viareggio lavorando come cameriere, erano stati sottratti alcuni innocui effetti personali durante una “operazione di bonifica” del Cie, come si dice con formula eufemistica degna di un lager. Ad A.H., altrettanto onesto cittadino marocchino, che abitava con la famiglia a Gioia Tauro e lavorava da artigiano, era stato rifiutato il permesso di visitare la madre moribonda. Quanto al terzo, D.A., cittadino tunisino, egli, che viveva a Cosenza da molti anni con la sua compagna, allora incinta di tre mesi, si era ritrovato di punto in bianco ammanettato per strada, imprigionato in una caserma di polizia, poi trascinato in quell’inferno.

Si dirà che tutto questo non è che la consueta banalità del male. In tal caso, però, è l’esito processuale ad essere tutt’altro che consueto e banale: il 12 dicembre scorso il giudice del tribunale di Crotone, Edoardo D’Ambrosio, ha assolto e resi liberi i tre rivoltosi – anzi “dimostranti”, come li definisce rispettosamente – con una motivazione che non potrebbe essere più limpida e più fedele alla Costituzione italiana e alla Convenzione europea dei diritti umani: reagire ad offese ingiuste, scrive il giudice, è un atto di legittima difesa. Allorché la dignità umana è calpestata e la giustizia oltraggiata, egli afferma, ribellarsi è legittimo. E lo è non solo sul piano morale, ma anche su quello specifico del diritto, nazionale ed europeo.

Il giudice D’Ambrosio non si limita a enunciare un principio, bensì lo inserisce nel contesto concreto. I tre cittadini stranieri, scrive nella sentenza, “sono stati trattenuti” in strutture “al limite della decenza, intendendo tale ultimo termine nella sua precisa etimologia, ossia di conveniente alla loro destinazione: che è quella di accogliere essere umani”. E rimarca: “esseri umani in quanto tali, non in quanto stranieri irregolarmente soggiornanti sul territorio nazionale”, i quali andrebbero trattati secondo lo standard qualitativo che si applica (o dovrebbe applicarsi) al cittadino medio, senza distinzione di origine, nazionalità, condizione sociale.

E non solo. Egli contesta che il “trattenimento” dei tre cittadini stranieri nel Cie sia stata una misura proporzionata all’entità della violazione amministrativa e, fra le righe, mette in dubbio la stessa legittimità dei lager per migranti: l’offesa alla dignità umana, soggiunge, è ancor più grave per il fatto che si tratta di persone le quali, “costrette ad abbandonare i loro Paesi di origine per migliorare la propria condizione”, sono state private della libertà personale senza aver commesso alcun reato.

Quella del tribunale di Crotone è una sentenza che non è ampolloso definire storica. Se poi si considera che due giorni fa la Corte europea per i diritti umani con voto unanime ha condannato l’Italia per il trattamento inumano inflitto a sette detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, si può auspicare che qualche crepa vada aprendosi nel fortilizio lugubre del sistema detentivo italiano. Ma il parlamento e il governo che scaturiranno dalle prossime elezioni vorranno occuparsi della violazione dei diritti fondamentali di coloro che sono ristretti nelle carceri e nei Cie? L’esperienza ci rende pessimisti, la volontà politica ci fa sperare.

 
 

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