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… chi era quel negro?

"Tutti i miei lavori sono molto divertenti. Prendo un tema serio e lo cospargo di cazzate" Quentin Tarantino

22 Gennaio 2013

Scena 93, interno, coffee shop, mattino. Pulp Fiction. Pumpkin e Honey Bunny (Zucchino e Pasticcino) raccolgono in un sacco della spazzatura i portafogli dei clienti. Zucchino vorrebbe la valigetta di Jules, ma basta un momento di distrazione e si ritrova la sua grossa 45 automatica puntata in faccia, cane alzato. Jules: “hai sbagliato uomo, Ringo” (“wrong guy, Ringo”). Quindi: il gangster nero vestito come una Jena impersonato da Samuel L. Jackson, che prima di premere il grilletto recitava un passo della Bibbia (impeccabile messa a fuoco di Garbat) e ora dice a Zucchino “io mi sforzo, faccio del mio meglio per essere un pastore”, conosceva gli spaghetti western, Ringo, Django, Sartana e tutti gli altri. Ci avvisava, mentre dopo 150 minuti si stavano inesorabilmente avvicinando i titoli di coda, che anche il suo autore li conosceva bene e che se tutto andava per il meglio prima o dopo ci avrebbe fatto un film sopra. E il film, dopo quasi vent'anni, è arrivato. Anche se è sempre lo stesso film. Ma è proprio per questo che ci piace.

Con il titolo che nel '94 gli faceva portare a casa la Palma d'oro, un quasi sconosciuto ragazzone di Knoxville, Tennessee, formatosi cinematograficamente in un videostore di Manhattan Beach (L.A.), dichiarava con disarmante sincerità la materia di cui era fatto il suo cinema (i suoi sogni, senza scomodare il Bardo). Dopo una tragedia elisabettiana travestita da film di rapina, non priva di difetti ma subito diventata cult (Reservoir Dogs), tornava con un grande schermo, pellicola di alta qualità, cast sontuoso, soundtrack indimenticabile e la potente Miramax alla distribuzione di una storia circolare che avremmo voluto durasse ancora qualche ora. Innervato di cultura videoclippara e post pubblicitaria, zeppo di citazioni, alcune già autoreferenziali, ci faceva capire di non essere uno che semplicemente cita il cinema: Tarantino lo saccheggia, se ne appropria, lo divora voracemente, lo digerisce rumorosamente, lo sputa ridacchiando. Dedicando a Godard la propria casa di produzione (Band Apart) provoca un corto circuito tra cinema e culture diverse, tra l'immediatezza emozionale dell'immagine cinematografica e la complessità dell'universo condiviso delle culture visive, letterarie, musicali. Tra la fisicità dei corpi e l'invenzione per immagini apre una terza via. Squaderna in modo vertiginoso la classificazione autoriale dei linguaggi e la collocazione meritocratica delle pellicole, con un rimescolamento che vedrà protagonista del film successivo (Jackie Brown) Pam Grier, principessa indiscussa dei B movies della Blaxploitation, affiancata però dal superdivo Bob De Niro.

Azione come pura attesa e contemplazione, atmosfere di classicismo assoluto interrotte da dialoghi di anomalia altrettanto assoluta per durata e contenuti. Perché, quando l'immagine non (gli) basta, in primo piano arriva il dialogo demenziale, insensato, che però abbiamo attraversato tutti: da quello sull'opportunità della mancia alle cameriere (Le Jene) a questo ultimo - strepitoso - sui buchi nei cappucci. Violenza improvvisa ma attesa, eccedente ma esilarante, colorata e densa, dissolvenza e parentesi. Tutto è linguaggio cinematografico inedito eppure è tutto già visto, perduto all'indietro nel tempo. Imitato, clonato, reinventato. Una massa di materia morbida, informe e quasi liquida (pulp) ricomposta, compattata e cavalcata con l'entusiasmo di un adolescente a cavallo del suo pony: “...fantastica questa scena! Ma ora ne giriamo un'altra. Perché? Perché amiamo fare cinema!” Un adolescente che fa di tutto per avere sul set il Django storico Franco Nero (Sergio Corbucci, 1966) ce lo tiene tre settimane al posto dei due giorni concordati per poi ridurre la sua presenza sullo schermo a meno di tre minuti. Ma quando Nero risponde a Foxx che la faccenda della “D” muta la sa, siamo tutti in piedi ad applaudire!

Certo chi vuole può evocare i nomi di Leone, Bava, Corbucci, Castellari e tutti gli altri, ma Django Unchained è soprattutto un nuovo capitolo della riflessione tarantiniana sul tema della punizione, del castigo che arriva, una volta o un'altra, in un modo o nell'altro, per l'empio e persino, in spregio alla giustizia terrena, per l'uomo giusto e timorato di Dio (cfr. Ezechiele 25, 17). Alla giustizia terrena ci pensa il dottor Shultz, illustrandocene senza scandalo l'assoluta assenza di morale, che è la stessa in cui è scaduta l'America dell'epoca, e l'indifferenza della Legge davanti alla vita o la morte (dead or alive) nell'esercizio di una violenza letale ma normata e condivisa. La violenza di Django è invece fortemente etica nelle sue radici ancestrali. Non bada a dolersi del male che la circonda, motivata com'è dalla (ri)conquista di un bene fisiologico e primario quale è la libertà: per sé e per la donna amata. Il male definito dalle convenzioni va distinto dal male espresso dalla contraddizione legalità/legittimità. In questo Tarantino reitera la figura classica dell'eroe del West, dell'outlaw hero che è tale non tanto perché infrange le leggi stabilite dagli uomini per garantire sicurezza e ordine, ma perché ha il permesso non scritto di trasgredire le leggi naturali e universali senza macchiarsi di colpa. In un luogo in cui tutto è soggetto a contrattazione, in cui la colta retorica del bounty killer Shultz anticipa quella dell'odierna politica, la determinazione, il coraggio e la caparbietà dell'eroe vanificano qualsiasi contraddizione espressa dalle sue azioni.

Chi vuole può annotare che sui titoli di testa “d'epoca” scorre la musica di Bacalov cantata da Rocky Roberts nel film di Corbucci e le altre decine di omaggi e sberleffi, da Ford a Griffith, elencando infinite connessioni e rimandi. Identificare la quantità di attori non più giovani, già famosi, ora quasi irriconoscibili, vecchi, bellissimi. Domandarsi perché Spike Lee ha contato tutte le volte che viene pronunciata la parola negro (ma nell'originale mi risulta che le declinazioni siano diverse). Quanto entrino in scena Melville e Poe. Quanto conti, come sempre per Tarantino, una colonna sonora eterogenea che gira la boa attorno a “Freedom” cantata da Richie Havens sul palco di Woodstok. Propenderei invece a valorizzare al massimo la Derringer a due colpi del dottor Shultz e il suo “non ho potuto resistere!” in sottofinale come compendio assoluto - ma provvisorio - del pensiero tarantiniano. Poi, per chi insiste, il suggerimento è confrontare Django (Freeman) e la sua bella che cavalcano verso un nuovo orizzonte con Vincent Vega e Julius Winnfield che in calzoni corti escono dal coffee shop. Sulle loro t-shirt c'è scritto rispettivamente “UC Santa Cruz” e “Vesto Stupido”. Perché Django siamo noi.

 
 

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