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Tutti in Argentina si interessano alle problematiche sociali e tutti hanno capito che la crisi non è soltanto una questione economica, ma una guerra sociale.

L'Argentina e la crisi infinita

La crisi argentina vista dal suo cuore: Buenos Aires

16 Febbraio 2013

Buenos Aires, 15 febbraio 2013
@ivangrozny3

"Mi daresti una Quilmes? Preferisco bere una birra argentina, visto che sono qui.." "Non esistono più - la risposta del gestore - sono state acquistate dalla Brahma, tutte. Ormai le birre argentine sono brasiliane."

Questo dialogo può sembrare non troppo significativo, ma se pensiamo a quanta birra si beve da queste parti, forse è un indice anche questo della situazione economica. Considerando che assieme alla Coca Cola è la bevanda più consumata, qualche riflessione bisognerà pur farla.

In questi giorni a Buenos Aires ho potuto riscontrare che la crisi e la preoccupazione rispetto alla situazione economica e sociale sono notevoli. I muri parlano per tutti. E di tutto. Ma andiamo per ordine...

Le manifestazioni in città sono innumerevoli. Quotidiane. Continue. Se capita poi che qualcuno voglia fermare la capitale, ostruendone vie di accesso alle arterie stradali principali, questo ha un effetto che senza dubbio potrete immaginare. Ma la gente che rimane bloccata nel traffico non protesta perché non può raggiungere il lavoro o casa, piuttosto solidarizza, sostiene. Per lo più. Non ho ancora visto nessuno polemizzare per questo.

Di fronte alla Casa Rosada, sede del governo, rimangono appesi gli striscioni delle varie manifestazione che si susseguono. Questo fa una certa impressione. È un po' come le scritte sui muri. Ce ne sono alcune di vecchissime, altre più che recenti. Quelle più datate può anche darsi rimangano perché nessuno le rimuove o ci scrive sopra, ma riflettendo e confrontandomi con alcune persone sono arrivato alla conclusione che restano li perché hanno ancora una valenza importante. Come quelle che richiamano al diritto all'aborto. E' evidente che risalgono a diversi anni fa, ma il problema è ancora liontano dall'essere risolto.

Le donne protestano molto. Contro le violenze, domestiche e non. Contro la giustizia e la comunicazione, che sono smaccatamente sessiste e machiste. E soprattutto per avere il diritto alla maternità, all'assistenza sanitaria. Tutto in Argentina ha tempi lunghissimi, e la gente fa la coda per tutto. Impressionante da vedere, per noi difficile da sopportare, ma nessuno straniero si permette di obiettare o di manifestare insofferenza. Sarebbe alquanto fuori luogo.

Si protesta per il lavoro che non c'è. E quando c'è contro lo sfruttamento da parte delle varie cooperative del lavoro. Che funzionano più o meno come da noi. Si protesta per il costo dell'energia ed è usuale imbattersi in proteste di questo tipo.

Gli immigrati anche qui sono sfruttati e impiegati nei lavori più umili e faticosi. boliviani soprattutto. Ma loro non hanno diritto neppure alla protesta, visto che per la maggior parte si tratta di clandestini.

Un aspetto che colpisce positivamente è la notevole consapevolezza delle persone. Colpisce che tutti, ma davvero tutti, si interessano alle problematiche sociali e che tutti, ma proprio tutti, hanno capito che la crisi non è una questione economica soltanto, ma una guerra sociale.

Emblematica l'immagine di La Plata, della sua piazza principale. Se si sale fino in cima alla famosa cattedrale che guarda al municipio, cosa si vede, oltre al panorama mozzafiato?
Dei murales enormi, disegnati sul pavimento che divide i due palazzi: uno ricorda le inutili morti dei soldati in occasione della guerra delle Malvinas, uno Maryano Ferreira, un sindacalista ucciso nel 2010, perché un po' troppo attivo nell'organizzare proteste. L'ultimo raffigura la sparizione, datata 2006, di un noto intellettuale militante politico di cui non si hanno più notizie. La sua colpa? Denunciare la continuità tra chi faceva scomparire la gente durante il regime e chi oggi occupa ancora ruoli importanti di potere. Come si legge ovunque, verità e giustizia per Julio Lopez, el desaparecido en democrazia.

Nessuno si permetterà di cancellarli. Neppure chi governa qui.
È come se tutti si camminasse su un impercettibile filo. Fino a che regge.

 
 

Links utili:

Leggi le altre corrispondenze dal Brasile a Ergentina di Ivan Grozny

 
 

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