Password dimenticata?

Quaglie Combattenti

Come pietra paziente di Atiq Rahimi

12 Aprile 2013

Nella nostra cultura il soggetto, quindi l'individuo, non esiste
Atiq Rahimi

Le prime immagini sono di una tenda leggera, mossa dal vento. Sagome scure di uccelli migratori in volo. Uno solo di loro va in direzione opposta. O almeno così mi è sembrato di percepire. Comunque sia è questa la determinazione che progressivamente prende forma in Come pietra paziente, di Atiq Rahimi. Le sagome si riflettono in una ciotola d'acqua in cui rinfresca una benda una giovane donna senza nome: sarà lei a prendere il volo. A liberarsi un po' alla volta della sua vita precedente per reinventarne una nuova, in direzione ostinata e contraria. Possiamo ascoltarla mentre racconta di sé alla sua “pietra paziente”, quella che la credenza vuole possa ascoltare ciò che le donne devono tacere fino a quando non va in pezzi, liberando la confidente dal suo dolore. La sua pietra è un uomo, un combattente mujaheddin con una pallottola nel collo. Suo marito. Immobile, assente, muto. Solido. Lo accudisce, gli parla. “Tu sei quello ferito, io sono quella che soffre”.

Afghano, classe 1962, fuggito nel 1984, rifugiato politico in Francia, formatosi artisticamente a Parigi, Rahimi trae il suo secondo lungometraggio (Sygué Sabour) da un suo stesso romanzo, sceneggiandolo assieme a Jean Claude Carrière e ambientandolo in qualche luogo tra le montagne, forse attorno a Kabul. Girando in farsi (ma per noi colonizzati è in italiano) nei colori e nella luce che rendono inconfondibili quelle coordinate geografiche. Organizzando una combinazione tra racconto morale e suggestione visiva di avvincente progressione. In una confezione cinematografica asciutta e senza orpelli eppure densa di atmosfera e di suggestioni. Un lavoro di casting impeccabile con al suo centro la protagonista, la giovane iraniana Golshifteh Farahani, attrice versatile e qui di rara intensità. Il racconto senza segreti e senza pudori della sua vita al marito in coma assomiglia a una lunga seduta di autocoscienza, in cui l'affetto e la devozione resi obbligatori dal contesto culturale subiscono una sorta di dissolvenza incrociata con l'emergere di una nuova consapevolezza di sé. Ed è difficile non restare incantati da questo inarrestabile processo di trasformazione.

Attraverso i suoi gesti e le sue parole possiamo mettere a valore quei pensieri sparsi che costituiscono il nostro povero bagaglio di conoscenza in ordine a ciò che costituisce nel concreto il sistema delle relazioni sociali e delle dinamiche culturali di quelle genti, in particolare se riferito alla condizione dell'essere donna. Scopriamo di padri le cui uniche carezze sono state riservate alle loro quaglie da combattimento, padri che hanno venduto figlie dodicenni per onorare debiti di gioco. Mariti rappresentati dal proprio ritratto e dal proprio pugnale il giorno delle nozze, concentrati unicamente sulla loro anima e sul loro orgoglio anche durante i rapporti sessuali. La loro aridità fatta di mancanza di parola, di gesto, di considerazione. O semplicemente la loro mancanza, perché da un quarto di secolo in guerra. In una guerra in cui non è più comprensibile chi lotta contro chi. Scopriamo che la giovane donna ha dovuto iniziare a difendersi da questo mondo molto presto. Per non essere umiliata e condannata all'emarginazione. Per non essere violentata. Per restare viva.

Attraverso la voce della protagonista Rahimi racconta la sofferenza di milioni di donne, inserendo nel racconto innumerevoli spunti di riflessione. La parola che è stata negata in quanto donna diventa un flusso rivelatore incontenibile e liberatorio. Tratteggia nitidamente un quadro dominato da una società patriarcale, connotata dalla frustrazione sessuale e dalla supremazia della religione. Ma apre anche sguardi non convenzionali su un universo femminile che dietro le mura domestiche e sotto gli indumenti che coprono i volti cerca vie di sopravvivenza alla tirannia culturale fino ad affrancarsene definitivamente nell'unica maniera possibile, la prostituzione. Una narrazione, che potrebbe essere universale, di riconquista del diritto alla dignità, all'affetto, al piacere. Di ridefinizione della consapevolezza del proprio corpo e dei propri desideri, di affrancamento dal dominio maschile e religioso, ma anche di salvezza tutt'altro che certa, di assunzione consapevole di rischio. Quando uscendo di casa indossa risolutamente il burqa il vento lo gonfia sui suoi fianchi, creando ripetutamente un disegno particolare. Ci si mette un po' a realizzare che sono le ali di un uccello.


Guarda il trailer di
Come pietra paziente(Syngué Sabour)
di
Atiq Rahimi

 
 

Leggi le altre recensioni di Marco Rigamo

 
 

Commenti

Per inserire un commento devi effettuare il login utilizzando il modulo in alto a destra.

Sei nuovo? Registrati subito utilizzando il modulo di iscrizione che trovi qui.

Articoli correlati

CalendarioSherwood
MappaSherwood
loading... loading...