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La recensione del film "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino

Le radici sono importanti

3 Giugno 2013

"Ogni paragone con la grandezza di Fellini è improponibile". Paolo Sorrentino

Non (mi) bastano due visioni per comprendere la vera natura de La grande bellezza, ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, anche sceneggiatore assieme a Umberto Contarello. Accolto molto favorevolmente (ma non premiato) a Cannes 2013, poco lodato invece da certa parte dei guru della critica del suo paese, forse proprio per questa impermeabilità alla “spiegazione” immediata. Oggetto difficile da maneggiare primariamente perché (almeno a partire da una certa quota anagrafica) è arduo sottrarlo al confronto con La dolce vita e Roma di Fellini, cui si aggiunge d'autorità La terrazza di Scola. L'elenco delle connessioni, dei rimandi, quando non le citazioni e gli omaggi, rischia di portare troppo lontano. Fuori strada. Conviene condividere l'opzione dell'autore sull'improponibilità dell'operazione. O limitarsi a sintetizzare il confronto nell'equazione secondo cui La grande bellezza sta a La dolce vita come la Via Veneto di oggi sta alla Via Veneto del '59 (Alessandra Levantesi Kezitc su La Stampa).

Pazienza se il protagonista de La dolce vita è un giornalista che ha rinunciato alle ambizioni letterarie e si aggira superficiale e insoddisfatto in un società in via di putrefazione. Ma certo la Via Veneto che Sorrentino filma è vuota, triste, forse un tantino squallida. I Paparazzi non ci sono più, al loro posto qualcuno che dorme con la testa appoggiata sul tavolino di un bar deserto.

Apre il suo film su fondo nero con una lunga citazione da “Viaggio al termine della notte” di Céline: “Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario... è tutto inventato...”. Lo schermo di seguito abbaglia sui tetti di una Roma al mattino dalla bellezza antica, suggestiva al punto tale da provocare un infarto Stendhaliano in un turista giapponese, che collassa davanti al Gianicolo assieme alla sua Nikon. Il coro femminile che intona musica sacra viene interrotto da un urlo improvviso che introduce Raffaella Carrà versione 2.0 mentre è calata la notte su una enorme terrazza in festa sguaiata, adeguatamente illuminata dallo sponsor Martini, vero sole di mezzanotte. La mdp aerea restringe le sue lenti in un montaggio serratissimo, impreziosito dalla fotografia di Luca Bigazzi: sintonie di rara precisione tra dettaglio musicale e clip cinematografico.

Mentre le nostre pupille si dilatano in una sequenza moderatamente lisergica i più metodici hanno messo in fila le prime tre frasi udite. Che sono, nell'ordine: ahò, m' hai veramente rotto er cazzo! (al mattino), ma te ne voi annà?!, ma checcazzo fai?! (alla festa). Pensando ingenuamente che sia la miglior chiave interpretativa da mettere via mentre impazza il festeggiamento per i 65 anni di Jep Gambardella, giornalista che ha rinunciato alle sue ambizioni letterarie (sì, tocca ripetersi...) e si aggira in una società in via di putrefazione. Il confronto potrebbe - meglio ancora dovrebbe - finire qui (ma non sarà così).

Anche Sorrentino sembra suggerire di mollarla lì: prende le immagini scintillanti della festa, la front line dei suoi ospiti, e la fa ruotare di 180° sull'asse orizzontale, riportandoci dritti al David Byrne di This must be the place. Quasi a dire occhio che questo è il mio, di cinema, Jep è altro da Marcello. Jep è il re della città. Jep è la città. Non è l'alter ego dell'autore che segnava il rapporto tra Fellini e Mastroianni. Né d'altra parte lì si creava la stessa alchimia che si intuisce legare Sorrentino e Servillo, amici-napoletani, nella costruzione del personaggio. La cui maschera è impastata di una napoletanità variamente declinata, che non trascura omaggi da Totò a Eduardo.

Eppure Servillo è in grado di esprimere sempre una misura di rara precisione, al punto di rendere impossibile distinguere - a noi come ai personaggi di contorno - una commozione autentica da una falsa (vedi le sequenze del funerale: "l'appuntamento mondano per eccellenza”). Jep ha scritto un unico libro di successo a vent'anni. Ora da sovrano della mondanità intervista simulacri demenziali di Marina Abramovic, scrive alle dipendenze di una nana seconda madre, ha voluto e fortissimamente ottenuto il potere di fare fallire le feste. La battuta pronta spesso assomiglia a una sentenza. Quando gli altri si alzano lui va a dormire. E alla sua età non ha più tempo di fare cose che non ha voglia di fare. Attento a non farsi rubare la scena dalla seconda protagonista del film: Roma.

Roma dalla millenaria bellezza monumentale, Babilonia e Mecca del presenzialismo frenetico, del trionfo dell'immagine, centro del mondo che conta o che vorrebbe contare o che comunque è professionista dell'apparenza, massimamente cafonal, sciaguratamente triste. Territorio popolato di mostri. Che vanno dalla bambina che non può giocare causa i suoi obblighi di diva dell' action painting al cardinale in predicato del soglio pontificio che sa solo dissertare di cucina, dalla radical snob che millanta un inesistente passato rivoluzionario al farlocco della recitazione che cita Proust perché è il suo autore preferito assieme ad Ammaniti, dal più grande poeta vivente che non parla mai al lanciatore di coltelli da salotto, dai corpi svestiti che si dimenano dentro teche di vetro a quelli sfatti o rifatti, dal Grande Maestro del botulino mirato al Grande Maestro della criminalità organizzata. Ma attenti a parlare di grottesco: Sorrentino non gradisce.

A dispetto del vuoto e della volgarità, dei “trenini che non portano da nessuna parte”, Roma periodicamente riappare nella sua bellezza austera e indiscutibile, con i suoi silenzi e i suoi fantasmi, accompagnando Jep quando abbandona la maschera del divertimento obbligatorio e sembra capace di sintonizzarsi, per brevi momenti, con quella bellezza e con quel talento che quasi mezzo secolo prima lo ha portato e eleggervi dimora, ora con vista sul Colosseo. Se non fosse che “Roma ti fa perdere un sacco di tempo”, perché gestire il nulla è difficile e nemmeno un genio come Flaubert è riuscito trasporre felicemente l'argomento in scrittura. Jep e Roma hanno in comune la decadenza, il cinismo, la disillusione, in un film che ha due facce e due velocità.

Sorrentino non tenta nemmeno per un istante di celare la sua voglia di virtuosismo confezionando un elaborato pop, visionario, lirico e avvolgente, ma gravato da almeno una quindicina di minuti di troppo. Dalla complessità di intenti esce nitido quello di raccontare un disfacimento culturale, sociale, religioso e politico, al punto da contestualmente rendere non facile comprendere appieno la scelta di non includere alcunché che riguardi televisione e politica: cause primarie, a detta dell'autore, del disfacimento stesso. Creando un vortice di immagini che non sembra puntare alla costruzione di un disegno unitario, quanto a quella di una sorta di algoritmo determinato a penetrare direttamente nelle coscienze, oltre i canoni del racconto convenzionale.

La somma delle suggestioni suggerisce che la morte della speranza e la dissipazione del talento sono questioni con cui tutti dobbiamo fare i conti in un'epoca fortemente connotata dal sonno della ragione, ma che la ricerca anche disperata di riscatto può fino all'ultimo essere intrapresa. Come sentenzia un improbabile doppio di Madre Teresa “le radici sono importanti”: determinazione che Jep farà sua dopo opportuna translitterazione . Consegnandoci un film complesso e imperfetto, folle e malinconico, alternante momenti e personaggi di grande potenza ad altri francamente irrisolti. Ma con il pregio di avventurarsi a parlare dell'oggi. Assumendosene il rischio. E perciò restando in contatto con noi.

 
 

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