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Sherwood Festival 2013

"Lost in Veneto" di Loris Contarini e Massimo Carlotto - Live Report

18 giugno 2013 - Open Stage

19 Giugno 2013

Che cosa vuol dire essere veneti?

Il teatro, da sempre, ha la capacità di porre domande a cui spesso prova a dare anche delle risposte. Il quesito che aleggia su "Lost in Veneto", lo spettacolo che ha aperto la serie di appuntamenti teatrali di Sherwood Festival 2013, è di sicuro spinoso e attuale.

È lo spaesamento il vero protagonista. Viene evocato già dalle battute iniziali, dall'estratto del vigoroso, tremante e viscerale Amleto vicentino di Luigi Meneghello.

È un gioco di parallelismi, di angosce che si somigliano, di incertezze sul cosa si è e sul cosa fare.

L'apertura sheaksperiana è doppiamente emblematica e allo stesso tempo paradossale. Amleto, principe di Danimarca e dei dubbi esistenziali, ben si presta ad essere il simbolo della mancanza di certezze. La sua trasposizione in un universo linguistico in cui non siamo abituato a collocarlo amplifica questa sensazione. Pure se quella stessa lingua è più o meno la nostra, quella che parliamo da sempre.

Che cosa vuol dire essere veneti?

La domanda ritorna e a quel punto Loris Contarini, protagonista e autore con Massimo Carlotto dello spettacolo, opta per la manovra diversiva. Prova a farci vedere cosa voleva dire essere veneti, quando non c'era la ricchezza, quando si moriva di fame, quando i migranti d'Europa venivano dalla Pianura Padana e non da posti con nomi più esotici.

Ci racconta la storia di un uomo ormai vecchio che ricorda la sua vita, segnata dalla miseria, dall'essere stato venduto dai suoi genitori per sconfiggere la fame di tutti, dall'aver girovagato. Senza una patria?

Le domande non si fermano, anzi si accumulano.

Cosa vuol dire essere veneti?

Si arriva finalmente al presente. Se fino a quel momento si era respirata un'atmosfera grave e sofferta, adesso qualcosa sembra rassenerarsi. In scena c'è un "veneto moderno". Ci da delle risposte, le risposte alle nostre domande.

Ma sono quelle giuste? Il suo monologo scivola via nel sorriso, nella risata, nella farsa. Quello che lui, l'orgoglioso padano dei giorni nostri, va predicando non può essere la risposta allo spaesamento perchè è esso stesso fonte di spaesamento. Parte dal lavoro, dall'onestà e via via slitta, si lascia attirare dall'esatto opposto, da quello di cui vengono accusati gli altri, i diversi, gli stranieri. Diventa altro anche lui.

I musicisti che accompagnano le parole di Contarini, Rachele Colombo e Paolo Valentini, sono bravissimi a sottolineare i momenti che si susseguono, ora con discreti sottofondi, ora con veri intermezzi musicali che irrompono nello spettacolo stesso. Contarini stesso è abilissimo ad accompagnare gli spettatori attraverso mondi e registri molto diversi tra loro.

La parabola del veneto moderno non si ferma e viene portata all'estreme conseguenze. Si passa ad altri esempi dell'assurdità e dell'illogicità di certe pretese, di certi modi di vivere e di richiamare le proprie radici. Il tutto diventa ancora più straniante perchè si tratta di fatti realmente accaduti, come l'assalto a Piazza San Marco da parte dei sedicenti Serenissimi del 1997.

Nel racconto di questo episodio lo spettacolo raggiunge la sua massima carica comica ma, allo stesso tempo, il suo massimo senso di straniamento. Nascosto sotto le risate che si prendono gioco di quell'impresa così scalcagnata, non ha mai smesso di serpeggiare e di ricordarci le domande iniziali.

Che cosa vuol dire essere veneti? Cosa fare adesso? Adesso che non c'è più il mondo che abitavamo, che la nostra lingua e la nostra cultura si contamina con altre che vengono da lontano, che il lavoro, il lavoro che c'ha reso quelli che siamo, inizia a scarseggiare, inghiottito dalle fauci della crisi.

Che fare? Dove guardare?

La risposta arriva dallo stesso posto dal quale sono partite le domande. Dalla cultura veneta e in particolare dalle parole di un altro grandissimo veneto, Andrea Zanzotto.

È il sublime l'unica cosa che può salvarci, la poesia, il teatro, l'arte gli strumenti coi quali non soccombere, la beltà il terreno dove le nostre radici possono affondare, salde, sicure, senza il rischio degli smottamenti dell'ignoranza e dei teatrini squallidi e farseschi.

Perchè siamo veneti. Ma ancor prima siamo umanità.

Al termine dello spettacolo il numerosissimo pubblico ha tributato ai tre artisti in scena un lungo e convinto applauso. Succede quando si riesce a toccare l'animo delle persone.

 
 

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