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Il Coltello e la Carne

Una recensione del film Moebius di Kim ki-duk

19 Settembre 2013

“Spesso mi si accusa di fare film molto violenti, ma io credo di elaborare la realtà della società”Kim ki-duk

Un Nastro di Moebius (o Mobius, il matematico cui deve il nome) può essere realizzato partendo da una striscia rettangolare di carta e unendone i lati corti dopo aver impresso a uno di essi un mezzo giro di torsione. Se si percorre il nastro con una matita, partendo da un punto casuale, si noterà che la traccia si snoda sull'intera superficie del nastro. Di conseguenza non è possibile stabilire convenzionalmente un lato superiore o inferiore, oppure interno o esterno. Non è inutile tenere presente la faccenda approcciando la visione di Moebius, ultimo lavoro del coreano Kim ki-duk, presentato fuori concorso alla recente Mostra veneziana.

Diversamente si rischia di restare zavorrati dalle cronache che raccontano di signore che alla proiezione del mattino in Sala Grande sono dovute uscire, alla prima evirazione, per vomitare la colazione senza recare disturbo agli altri spettatori. Altre cronache narrano di centinaia di persone rimaste fuori dopo un'ora di coda davanti alle piccolissime sale che ospitavano le altre due proiezioni, altre più recenti fanno riferimento a pochissime copie distribuite in Italia, con tenitura di una settimana al massimo e sale vuote. Copie che si sono viste sforbiciare di poco meno di tre minuti la versione originale per passare la censura (sempre meglio delle venti scene tagliate della versione coreana). Il “problema” di Moebius sta qui, nel clima di attesa del film maledetto - fatto di peni recisi a coltello, stupri e violenze singoli e di gruppo, onanismi classici e non, incesti, sadomasochismo ecc. - che ha preceduto le proiezioni.

Kim ki-duc lo scorso anno si era portato a casa, non senza blasonati mugugni, il Leone d'oro con Pietà, estremo manifesto anticapitalista contro l'orrore del potere del denaro, andato malissimo al botteghino. Ora sviluppa il suo film mettendo la matita sul nastro e riparte da Ferro 3 (2004), citato palesemente in apertura, sognante riflessione sul tema della libertà. Film come quest'ultimo fortemente connotato dall'assenza assoluta di dialoghi. E subito ruota di 180 gradi riportandoci al tema della vendetta, nuovamente di una Madre, centrale nel suo lungometraggio precedente. In una trama che non posso e non voglio raccontare i quattro personaggi (Moglie Marito Figlio Amante) scorrono sul nastro in un percorso elicoidale che continuamente ci mette davanti al loro essere e al loro doppio in una sistemica successione di opposti. Vendetta perdono odio amore morte vita dolore piacere. Ma anche disturbante ridicolo angosciante liberante sgradevole divertente drammatico comico. Ai più incapaci di penetrare il tema del doppio offre la possibilità di riflettere sul fatto che i ruoli della moglie/madre e dell'amante sono interpretati dalla stessa attrice. Alla signora debole di stomaco offre la possibilità di ridere (impossibile trattenersi) quando uno dei vari peni mozzati finisce sotto le ruote di un autobus. Non c'è bordo, non c'è confine, si scivola sempre dall'altra parte.

Se un pensiero depresso può essere rivolto alle centinaia di sgomitanti alle proiezioni del Lido e per converso alle sale pressoché vuote del resto del Paese, una considerazione altrettanto mesta va riferita al lavoro della censura. Nel senso che la privazione dell'esibizione dei genitali più o meno insanguinati sembra compromettere proprio quel fluido equilibrio del doppio/complementare ricercato dal regista. Fermo restando che la parola censura non dovrebbe esistere, l'effetto di sottrazione è particolarmente (questo sì) disturbante. Ciò nonostante Moebius non è probabilmente il film migliore di Kim ki-duc, ma rappresenta comunque una continuità di pensiero coraggioso e sincero, uno spiazzante attraversamento di una realtà culturale e sociale certamente non circoscrivibile alla società sudcoreana.

Un viaggio nell'anima e nel corpo confezionato a bassissimo costo che sfocia in uno spettacolo sicuramente non innocuo. Verosimilmente destinato a un nuovo fallimento commerciale si propone come un'altra stazione di sosta della meditazione dell'autore sul tema della società, della famiglia, della reversibilità dei sentimenti e dei ruoli. A chi ha storto il naso davanti a un finale sospetto di spiritualismo artefatto potrebbe essere ricordato che il Figlio prega sì davanti alla immagine di Buddha, ma prega e si prostra come farebbe un islamico. L'elicoidale, il doppio interscambiabile e complementare del Nastro di Moebius continuano.

 
 

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