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L'Odore e la Neve

“Il centro del film è il rapporto tra dei padri e dei figli che vivono un vuoto, una mancanza”. Andrea Segre

22 Ottobre 2013

Andrea Segre mette la sua camera all'altezza di una bambina africana di meno di un anno che gattona sul pavimento. Suo padre non le parla, non la guarda, quando si mette a piangere si alza dalla sedia e si allontana. Una giovane donna, forse afghana, la prende in braccio e camminando avanti e indietro per una cucina disadorna la calma. Inizia così La prima neve, presentato nella sezione Orizzonti dell'ultima Mostra veneziana, ora nelle sale dopo un'affollata serie di anteprime. Ci fa ricordare subito che un cucciolo di uomo placa il suo pianto ritrovando il movimento. Quello avvertito nella pancia della madre, quello che costituisce un ricordo ancestrale, che lo rimanda allo stato naturale dell'essere nomade. Muoversi, spostarsi, migrare è nella natura dell'essere umano. Dani, partito da una grande città del Togo e attraversata la Libia in guerra, pensa che la piccola Fatou vorrebbe imparare a camminare, ma prima bisogna sapere dove andare. Le sue prime parole sono “io non volevo venire qui”. Il secondo lungometraggio di finzione di Segre non nasconde l'affinità alla sua regia documentaria per raccontare una storia di affetti spezzati, che ha tra le sue ragioni una delle più dolorose contraddizioni del nostro tempo: quella che nega all'uomo il diritto di praticare un bisogno primitivo, reso ineludibile dagli scenari di guerra e sofferenza che si riproducono in molti Paesi. Il diritto di scegliere la terra dove vivere, di essere protagonista del proprio destino.

Dani ha alle spalle la perdita di Layla, giovane moglie morta dando alla luce Fatou dopo una drammatica traversata. Una delle tante, troppe vite recise rimandate dalle cronache di questi giorni. E’ in un luogo provvisorio di accoglienza, in attesa che venga legittimamente riconosciuto il suo stato di uomo che vuole andare altrove. Il vuoto che ha dentro si incrocia con quello di Michele, undicenne scugnizzo di montagna, che ha da poco perso il padre (come, lo scopriremo un po’ alla volta): inquieto, vitale, fortemente provato da una perdita di cui conserva il dettato secondo cui “a scuola si va quando si ha voglia” (ma suo padre ci andava sempre). Tra queste due polarità di felicità frantumate la scrittura dello stesso Segre, nuovamente con Marco Pettenello, organizza un percorso di avvicinamento progressivo: un reciproco soccorso non dichiarato che trascende le intenzioni dei protagonisti, obbedendo per successive approssimazioni a una sorta di magnetismo primario. Dopo la laguna di Chioggia è ancora uno scenario naturale in grado di conferire un forte senso di intimità a fare da sfondo: la valle dei Mocheni, piccola valle chiusa che dalla Valsugana si arrampica verso le montagne. Luogo culturalmente perimetrato, connotato da un dialetto che trae le sue origini dal bavarese del 1400, gli abitanti visti come un po’ “strani” dalle popolazioni delle zone vicine. La fotografia di Luca Bigazzi ha buon gioco nel valorizzarne le declinazioni cromatiche, consegnando alla natura un ruolo centrale in attesa che cada la prima neve d’autunno.

Non è solo una mancanza a caratterizzare Dani e Michele, sono accomunati da una forma di risentimento diversamente consapevole. Quello straziato di Dani, che in Fatou riconosce gli occhi di sua madre, vede la prosecuzione di una vita a scapito di quella della donna amata: un pensiero respingente che confonde il suo affetto, in nome di una possibile migliore qualità della vita per lei. Quello irrazionale di Michele, che ritiene sua madre responsabile della morte del padre: incapace di coglierne la fragilità e la vulnerabilità, sembra cercare nel conflitto con questa giovane donna la forza per far fronte alla perdita di un padre che con un colpo solo era capace di abbattere due cervi. La fisarmonica gli serve per scaricarsi quando è arrabbiato, esattamente come accade nella vita a Matteo Marchel, straordinario protagonista, realmente abitante nella valle. Attorno a loro una piccola comunità riservata e solidale in cui lo zio un po’ cialtrone e un po’ sognatore e il taciturno nonno paterno che accoglie Dani nella sua piccola falegnameria rappresentano il confine di una divaricazione generazionale. Consegnato alla mancanza di prospettive l'uno, portatore di una saggezza orgogliosa e antica l'altro. Ruvido e solido, è lui a insegnargli, con un po’ del miele che produce e un pezzo di legno spezzato, che le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme. Ma Dani non sa più quale sia il suo odore.

In questo incontro di mondi e di solitudini, in questo incrocio di dialetti e di lingue, le immagini di Segre alternano scenari di vette e di boschi, le tonalità di una natura silenziosa nel mezzo del suo cambio di pelle, con i primi piani dei suoi attori, professionisti e non, portando la sua camera vicinissima ai volti, agli occhi e ai sentimenti, mettendo il nostro sguardo il più vicino possibile alle loro psicologie. Elaborando queste percezioni è possibile cogliere la determinazione con cui Dani viene poco alla volta sottratto alla sua categoria convenzionale di immigrato (peggio: clandestino) appannata e uniformata dalle cronache e dalle statistiche, per essere riconsegnato al ruolo drammaticamente concreto di padre che sta smarrendo le ragioni della sua stessa paternità. Si avverte come la rabbia di Michele compia una parabola, progressivamente denunciando il proprio avvicinamento al punto di rottura nella disperata e istintiva ricerca di un percorso di ritorno, di sopravvivenza. Quando la prima neve cadrà - raffreddando rancori, modificando paesaggi, indicando nuovi orizzonti - ricoprirà sentieri rifiutati e proibiti rendendoli finalmente praticabili. E forse lassù, nella prima luce del mattino, odori dimenticati sapranno riconoscersi.

 
 

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