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Arcade Fire - Reflektor

di MonkeyBoy, Vinylistics

5 Novembre 2013

Voto: 9/10

Ho sempre avuto questa teoria che ogni album degli Arcade Fire fosse associato ad una diversa stagione dell’anno. Quindi Funeral è l’autunno, non solo perché le rivoluzioni avvengono in ottobre, ma per l’atmosfera crepuscolare che permea quel disco, così da giorno dei morti, come una festa barocca. Seguendo questa logica strampalata, il successivo Neon Bible è l’inverno - oscuro e glaciale - ed infine The Suburbs è la primavera, vuoi perché maggio è il mese primaverile per eccellenza, vuoi perché si parla di adolescenza - ancorché perduta, che si scontra con l’entrata nel mondo adulto così spersonalizzante e frustrante - e di ritrovata gioia di vivere, temi che sono assai assimilabili a quei mesi dell’anno. Detto questo, Reflektor è più estate di quanto mi sarei mai potuto immaginare e, se mi si perdona la similitudine, è come l’estate più cool che vi possiate ricordare, tipo quella della prima limonata in spiaggia con una tipa dopo una festa in cui hai ballato e bevuto troppo.

Il quarto album della band di Montreal chiude l’immaginario cerchio delle stagioni, non a caso aprendosi con la grandiosa title track Reflektor, che comincia con un sample preso direttamente da Tunnels ed è lì per dare subito l’idea di cosa sarà per i successivi 85 minuti, spazzando via ogni dubbio sul peso della produzione di James Murphy e sulla direzione che la band ha voluto intraprendere. Una sezione ritmica ricchissima ci immerge direttamente nel mezzo del caos etnico che gli Arcade Fire hanno costruito in questi ultimi tre anni, dove bongas, sax, synth e quant’altro si mischiano in un pezzo assolutamente dance, almeno fino a quando entra Bowie in controcanto e completa questa odissea disco che guarda insieme al passato ed al futuro, un "miscuglio tra Studio 54 e voodoo di Haiti", come l’ha descritta lo stesso Butler. Il tema portante è quello del doppio, ciò che si vede riflesso in uno specchio - che per gente di assoluto successo deve necessariamente significare anche la frizione tra vita pubblica e privato - mutuato, pare, direttamente da un pensiero di Kierkegaard sui suoi "tempi moderni" (del 1846) ma che pare valere tutt’ora; le liriche sembrano per la prima volta mettere in dubbio la fede in un aldilà promesso al prezzo della perdita delle persone amate. Alienazione e comprensione di sé nel mondo. Roba grossa.

Grossa è proprio l’ispirazione di base di Reflektor, originata da un viaggio che Win e Régine hanno fatto ad Haiti (dove sono nati i genitori di lei) e dove Butler ha scoperto la musica Rara. Un successivo viaggio in Jamaica col produttore di sempre Markus Dravs ha portato la band dagli studi Dockside della Louisiana al Trident Castle dell’isola caraibica, dove i sei si sono rinchiusi per un mese intero, abbracciando la cultura ed i ritmi circostanti. Gran parte di questo background emerge con forza nei sei minuti e passa di Here Comes The Night Time, uno dei capolavori del disco, che finge un inizio da carnevale celebrativo per virare improvvisamente verso un ritmo più lento, quasi dub, dove il mix tra beat Rara, le suddette influenze isolane e qualcosa dei New Order suonati al tramonto, fanno da sfondo ad una sorta di confessione personale, che più che una preghiera pare una testimonianza istantanea del conflitto tra haitiani e cristiani, probabilmente vissuto dallo stesso Butler. Gli Arcade Fire si fingono in un live improvvisato anche nella successiva Normal Person, un magnifico e tiratissimo rock quasi blues, dove in modo piuttosto sarcastico il cantante di origini californiane ma cresciuto in Texas chiede al pubblico “Do you like rock and roll music? ‘Cause I don’t know if I do”, di fatto smascherando uno degli intenti principali di Reflektor, ossia l’uso dell’ironia per dire le cose.

Perché anche dopo You Already Know – dove il gruppo è introdotto dalla voce di Jonathan Ross della BBC e si lancia nella song più ska di tutta la loro carriera, mostrando di divertirsi anche in studio oltre che nei live – appare chiaro come la band si impegni a demolire la sua imponente immagine di divinità della musica, usando appunto l’ironia e sdoppiandosi nei The Reflektors, così come in passato erano nati gli alter ego di Ziggy Stardust o di Mr. The Fly: si fanno beffe del rock anglosassone degli ultimi vent’anni, compresi loro stessi, e di tutti coloro che criticando questa svolta forse sembrano non capirla e non ballano mai per un’ora e mezza. Quando si parla del lavoro di Murphy in questo doppio LP, il paragone con quello di Eno appare quanto mai ovvio e indubbio, così se in Normal Person si era avvertita l’eco degli anni ’80, We Exist fa ancora meglio riuscendo a tirare fuori un giro di basso che è sputato Billie Jean, accompagnato da una chitarra scintillante, di nuovo dal sax, da ottoni e dal synth, per creare un gioco di pause e ripartenze che riconnette questo brano ai lavori degli Arcade Fire del passato (tipo Wake Up, per intenderci), ma con molta meno epicità, e non sfigura affatto nel confronto. Con questa canzone vengono anche introdotti i temi della paranoia e della privazione dei diritti, che ritroviamo un po’ ovunque nell’album, a partire da Joan Of Arc, traccia conclusiva della prima parte. Il giochino è sempre lo stesso, si parte come se la band volesse suonare il punk e si finisce con la band che pare voler suonare glam, ma che poi suona sempre incredibilmente come se stessa e dà vita ad un pezzo imponente, dove Win e Régine si rincorrono duettando lui in inglese lei (magnificamente) in francese, in un gioco di chiamata e risposta che crea un’atmosfera un po’ inquieta.

Se la prima metà è selvaggia e pesante, il disco 2 è arioso, cosmico ed in generale un po’ meno consapevole; il posto delle chitarre e delle percussioni viene preso dal synth e dall’elettronica, ed è la reale svolta sonora della band. Win Butler ha affermato che il film del 1959 Orfeo Negro di Marcel Camus è stata una delle maggiori ispirazioni per Reflektor, richiamandogli alla mente tutti insieme il carnevale brasiliano, un festa cattolica che il cantante ha avuto modo di vedere in Jamaica, il Mardi Gras della Louisiana ed il carnevale haitiano di Port-au-Prince. Dopo il breve reprise di Here Comes The Night Time II, è Awful Sound (Oh Eurydice) che apre le danze, ed è la canzone sicuramente più controversa del disco. E’ tanto arrogante nel tentare di suonare come i Beatles (e riuscendoci in parte nel coro finale à la Hey Jude), quanto è ammirevole per il tentativo fatto; mostra un enorme lavoro in fase di post produzione, con quel beat di percussioni tribali che suona poliritmico - anche se in realtà è semplicemente in 4/4 - combinato ad una chitarra acustica che poi deriva in un assolo quasi psichedelico e che mantiene la leggerezza del tutto nonostante la mole di suoni profusa. I testi parlano di rifiuto e di disperazione - perché ehi, stiamo parlando del mito di Orfeo ed Euridice! - ed è con la seguente It’s Never Over (Hey Orpheus) che si chiude il cerchio, ricreando ancora una volta il gioco del doppio in cui Win e Régine si incarnano alla perfezione. Perché sebbene sia il primo album dove la Chassagne non canta da protagonista in una canzone, la sua presenza è maggiormente distribuita, ed anche qui la ritroviamo a rendere eterea una canzone di indole piuttosto pesante, influenzata da un funk industriale fatto di linee di basso cariche, costruite per creare qualcosa di surreale e angosciante. Il fatto che ricordi molto Sprawl II (Mountains Beyond Mountains), dà una certa idea di dove si debbano cercare le radici di questo mastodontico lavoro.

el finale torna di nuovo il discorso sulla collaborazione con James Murphy, che ha creato tanto scalpore. Chiariamoci: ciò che rende Reflektor un album enorme è proprio il mix tra l’attitudine dance del leader degli LCD Soundsystem, quella post-punk degli Arcade Fire e l’incontro che entrambi hanno avuto coi ritmi dei Caraibi. Il risultato è una frustata dance che va sempre in crescendo, come Afterlife coi suoi beat afro, i synth strazianti e le voci sinuose che fanno passare anche in secondo piano la questione sul fatto che questo sia un concept album o meno. Di sicuro è un lavoro ricercato in modo quasi maniacale, che vuole sorprendere e confondere continuamente chi ascolta fino al finale di Supersymmetry, un anti-climax dove i coniugi Butler non cantano più in parallelo ma si sovrappongono (appunto) simmetricamente sopra un tappeto elettronico calmo e rilassato, che termina in un lungo feedback che dà l’idea che la band abbia lasciato gli strumenti in studio accesi all’infinito.

Reflektor è stato paragonato, a ragione, ad altri album di svolta nella storia recente della musica, come Kid A ed Achtung Baby. In comune, questi tre album hanno il fatto di aver rappresentato un rischio ancor prima di un cambiamento radicale nel sound delle band che li hanno composti, e si sono portati dietro il loro strascico di critiche e di acclamazioni. Dopo tre album eccellenti, gli Arcade Fire hanno sì osato, ma hanno anche fatto quello che per loro è più naturale fare: andare avanti, assorbire, progredire ed evolversi pur mantenendo quello spirito che li ha accompagnati fin dall’inizio. Perché erano folk anche nel primo album, erano indebitati con Bowie e con una certa idea di progressive anche nel 2003, e per chi ha sensibilità, erano dance anche in molte cose degli esordi: con questo disco hanno semplicemente tirato fuori qualcosa che era in loro da sempre ed hanno composto un doppio capolavoro.

Come Orfeo negli inferi, agli Arcade Fire non è mai stato permesso voltarsi all’indietro, guardare al passato; il loro percorso va solamente in avanti, verso la luce dei riflettori che è riservata solo a chi deve diventare la più grande band del mondo.

 
 

Tratto da:
http://vinylistics.altervista.org

 
 

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