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Intervista a Roy Paci

Musica è cultura, largo ai giovani!

12 Novembre 2013

Trombettista, compositore, arrangiatore, produttore, Roy Paci è un musicista impegnato, in tutti i sensi. Non solo perché riesce a portare avanti tanti progetti artistici diversi, da Banda Ionica ad Aretuska fino a CorLeone, passando per le collaborazioni con Manu Chao, ZU, Mike Patton e The Ex Orchestra, ma perché ha a cuore il delicato e complicato tema del lavoro musicale in Italia. Un artista in prima linea, che non si è mai risparmiato sulle battaglie da compiere per migliorare la situazione, con un occhio di riguardo per i giovani di talento.




Intervista a Roy Paci


Perché in Italia è così difficile accogliere l’idea che la musica è un lavoro? C’è un problema di mentalità?

C'è senza dubbio un problema di mentalità, ma c'è anche un problema di percezione. La percezione di tutte le professioni che hanno in qualche modo a che fare con l'arte, purtroppo, dipende anche dall'approccio che le istituzioni hanno sempre avuto con questi settori. È vero che in Italia manca persino un piano industriale per le categorie produttive "classiche", figuriamoci per noi artisti. Ma mi preme sottolineare come il nostro settore non sia mai stato considerato nell'insieme come un comparto produttivo, e questo ovviamente incide nella percezione che la gente ha dei musicisti e degli artisti in particolare.

E perché spesso la musica non viene considerata cultura, a meno che non si tratti di musica classica? Eppure abbiamo una lunghissima e ricchissima tradizione, non solo nella musica classica, ma anche nell’opera e nella canzone d’autore.
Perché in Italia c’è la tendenza a considerare cultura qualcosa che abbia almeno cent’anni. È proprio per questo motivo che ci troviamo indietro rispetto tanti altri paesi europei, sebbene giovani e interessanti progetti musicali non avrebbero da temere nessun confronto. Penso che sia adducibile al sistema gerontocratico che gestisce gran parte di radio, festival e manifestazioni.

Quali sono le carenze più gravi del sistema della musica e dello spettacolo in Italia?
Il sistema della musica e dello spettacolo è molto complesso, comprende tante realtà molto diverse fra loro, nel funzionamento, nella produzione, in tutto. Se qualcuno iniziasse a mappare questo sistema sarebbe forse chiaro che le differenze implicano delle linee di azioni diverse. È difficile individuare le carenze più gravi ed essere esaustivi in così poco spazio, ma le prime cose che mi vengono in mente sono legate, per esempio, alla condizione dei lavoratori dello spettacolo, che molto spesso pagano contributi previdenziali che non riusciranno mai a riscuotere, che sono lavoratori atipici ma nessuno ha mai pensato a una forma di sussidio per i periodi di fermo lavorativo. Penso al fatto che la tassazione sui prodotti musicali non sia sempre in regime agevolato, come succede invece per i libri. Mi vengono in mente molte cose, questo è un dibattito che andrebbe affrontato in tutta la sua complessità dai protagonisti. È una cosa che noi musicisti non abbiamo mai fatto.



Pensi che il nuovo decreto (Decreto Valore Cultura) sui concerti e gli spettacoli dal vivo rappresenti una buona soluzione? In che cosa potrebbe essere migliorato?
Non ho ancora letto il testo definitivo – quello successivo alle modifiche che normalmente vengono apportate durante un iter parlamentare – ma mi pare di poter dire che quello dello spettacolo dal vivo in posti che ospitino meno di 200 persone sia solo un tassello di un mosaico molto più grande e complesso. Sicuramente è un buon inizio, ma io – se fossi il legislatore – eviterei di fare piccole leggi senza guardare quell'insieme complesso di cui abbiamo già parlato. Perché se si perde la visione di insieme si rischia di continuare sulla strada dell'approssimazione, che è quella che oggi fa soffrire chi prova a fare della musica un lavoro.

Nel resto del mondo i grandi festival musicali, di ogni genere, sono considerati una risorsa economica, perché attraggono migliaia di persone. In Italia, invece, ogni anno “muoiono” tanti festival. Qual è il nostro problema?
In Italia abbiamo una serie di problemi che contribuiscono al fallimento di molte belle realtà. In primis c'è questa specie di convinzione che i festival debbano essere finanziati interamente dagli enti pubblici, cosa che ovviamente non è possibile. Non è possibile in paesi in cui l'investimento pubblico in cultura è di gran lunga maggiore rispetto all'Italia, figuriamoci da noi. C'è anche da dire che in Italia abbiamo avuto ministri che non si sono vergognati di dire che "con la cultura non si mangia", quindi non ci si stupisce se in periodi di ristrettezze economiche i primi tagli vengono effettuati su quei settori considerati "inutili". La realtà dei fatti, e anche i numeri di chi ha continuato a investire in cultura, in realtà smentiscono i teorici del "con la cultura non si mangia". Un altro problema è senza dubbio quello che vede il pubblico forse un po' troppo abituato agli eventi gratuiti. In Europa non funziona così, ed è forse anche per questo che lì i festival continuano ad avere lunga vita mentre qui da noi chiudono anche realtà molto consolidate. C'è un meccanismo virtuoso che vede lavorare insieme pubblico e privato, e i risultati sono notevoli.

Tu sei un artista eclettico, hai tanti progetti diversi. Dove trovi gli stimoli per ricominciare ogni volta?
La mattina appena mi sveglio e guardo fuori dalla finestra penso che sarebbe impossibile vivere senza il suono, senza la minima frequenza che fa vibrare l’intero universo. Da quel principio fondamentale si divampa in me il fuoco raro della musica che con naturalezza apre varchi e libera emozioni che agli occhi dell’indifferente possono sembrare apparentemente normali. Quelle emozioni sonore invece sono particelle elementari che cesellano strutture armoniche nuove e che, se raccolte in tempo reale, irrorano il nostro cervello con un costante flusso d’energia creativa.



Mi fai qualche esempio di realtà positiva in Italia (festival, scene cittadine, etichette…)?
Come ben puoi immaginare in trent’anni di carriera musicale e quasi 5000 concerti in giro nel mondo ho avuto la possibilità di vedere tantissime realtà diverse tra loro ma molto affascinanti. In Italia ultimamente ho conosciuto ragazzi che nel corso degli anni, con sacrifici e tanta buona volontà, sono riusciti a portare alla ribalta dei festival con le loro forze e renderli veramente eccezionali: mi riferisco a Balla coi Cinghiali e Albizzate Valley Festival. Avevo tentato di far partire un festival in Calabria chiamato L’urlo degli Enotri, esattamente a Tortora, con la prima edizione riuscitissima tra concerti tutto il giorno, show cooking e laboratori etici, ma quest’anno è stato boicottato. Oltretutto avevo anche coinvolto molti artisti della mia etichetta discografica indipendente Etnagigante, che mi stanno dando moltissime soddisfazioni, come John Lui e i suoi See You Downtown e Grazia Negro.

Negli ultimi due anni sono stati occupati e “aperti” tanti teatri e spazi per la cultura. Credi che possano rappresentare una risorsa concreta nel lungo periodo?
Abbiamo già vissuto in Italia un periodo in cui gli spazi occupati hanno regalato all'Italia una linfa preziosissima in ambito culturale e musicale. Questo periodo è finito, siamo in molti a chiederci ancora il perché. Adesso si ricomincia, e ovviamente si ricomincia in modo diverso, perché il contesto è cambiato e perché le cose non si ripetono mai nella stessa maniera, non sarebbe giusto. Io mi auguro che ci sia un lungo periodo per queste realtà e mi auguro che diventino importanti nel panorama generale. Non riesco a fare previsioni, perché vivo nel paese più strano del mondo, però auguro a loro il meglio.

CorLeone è un progetto particolare, non proprio “pop”, eppure ha avuto un ottimo riscontro. In quali spazi l’avete promosso e presentato dal vivo?
Sì, hai ragione, CorLeone non è per niente un progetto "pop". Per l'ottimo riscontro devo senza dubbio ringraziare chi ha collaborato con me, sia in fase di realizzazione che di promozione del disco e dei live. Siamo stati ospiti di diverse radio, abbiamo girato i club più interessanti d'Italia e in estate siamo anche stati in giro per molte piazze all'aperto. Devo dire che chi ha apprezzato il nostro lavoro – sia fra gli addetti ai lavori che fra il pubblico – è la spinta motivazionale più grande per continuare a tracciare percorsi diversi, difficili, alternativi, d'avanguardia che però danno tantissima soddisfazione a un musicista come me.

 
 


Riguarda il live di
Roy Paci e CorLeone
allo Sherwood Festival 2013

 
 

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