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Hermano

Recensione del film "La gabbia dorata" di Diego Quemada-Diez

20 Novembre 2013

"Tutto quello che vedete nel film, anche se non è un documentario, è vero". Diego Quemada-Diez

di Marco Rigamo

Immaginate di essere una giovane donna guatemalteca che ha deciso di raggiungere illegalmente gli Stati Uniti attraversando il Messico. Immaginate di dover prendere la pillola perché date per scontato che durante il viaggio sarete violentata. Fatelo. Capirete come sulla scorta di un’esperienza del genere e di molte altre simili testimonianze raccolte in anni di indagini Diego Quemada-Diez abbia potuto costruire La gabbia dorata, suo primo lungometraggio. Facendone uno di quei rari film capaci di esprimere dolorosamente senso, valore, necessità. Assistente operatore in Terra e libertà di Ken Loach, in squadra con Coixet, Inarritu, Meirelles e molti altri autori solidamente hollywoodiani, spagnolo trapiantato nel continente americano, documentarista affermato, con questo lavoro è premiato a Cannes 2013 nella sezione Un certain regard. Un progetto inseguito caparbiamente, tra mille difficoltà economiche, sostanziato da centinaia di voci che divengono memoria collettiva. Un racconto serrato e crudele, girato in sequenza, tutto sulle spalle e nello sguardo di tre giovanissimi debuttanti in stato di grazia, scelti tra 3000 coetanei dopo un casting di otto mesi.

I fidanzati Jaun e Sara con l’amico Samuel lasciano la ricerca di qualche cosa da recuperare nelle discariche della periferia di Città del Guatemala per mettersi in viaggio verso una nuova vita. Non hanno nulla da perdere, se non la sicurezza della loro miseria. Jaun nasconde un po' di soldi, Sara si taglia i capelli e fascia stretto il seno per sembrare un maschio. Incontrano Chauk, indio del Chiapas che parla solo dialetto Tzotzill e ha Rambo sulla maglietta. Riescono solo a superare la frontiera con il Messico, giusto il tempo per essere derubati dai poliziotti e rimpatriati. Nuovo tentativo, Samuel rinuncia, un altro treno da prendere al volo. Il viaggio vero comincia adesso. Piccoli hobos del nuovo millennio, corpi non ancora usciti dall'adolescenza, conferiscono subito un carattere epico alla narrazione riportando a galla letteratura, cinematografia e musica dimenticate. Quante strade un uomo deve percorrere prima di poter essere chiamato un uomo. Quante vite devono essere messe in gioco per un sogno, un’idea di libertà, di riscatto, di autodeterminazione del proprio destino. Quante sono (centinaia, migliaia?) le persone che ogni giorno salgono sul tetto di un treno merci per attraversare il continente latino-americano, per cercare di superare quel muro lungo migliaia di chilometri, sorvegliato da uomini armati che alla vita umana non danno alcun valore. Quante di loro sopravvivono.

Quemada-Diez stravolge l’epopea della frontiera a cui il cinema ci ha abituato girando in luoghi violenti e pericolosi, attraversando zone molto complesse, con vere folle di migranti sui treni, accumulando oltre 120 location, cercando e ottenendo i permessi e la protezione dei boss locali. Che in alcuni casi compaiono nella finzione, mentre qualcuno nella realtà gli ha tenuto la pistola puntata alla testa per un quarto d'ora perché aveva commesso l'errore di rivolgersi alla persona sbagliata. Un’esperienza diretta il cui peso si avverte nella narrazione. Se il suo occhio tradisce l’affetto verso i tre giovani protagonisti e le dinamiche che tra di loro si sviluppano, se lungo la strada non mancano gesti di solidarietà dal basso, è con lucidità oggettiva che guarda ai poliziotti violenti e predatori, alle bande di criminali sequestratori di donne, ai narcotrafficanti che fanno di loro animali da soma, ai cecchini in divisa che concretizzano la criminalità istituzionale. E’ la declinazione centroamericana dello sfruttamento della condizione di illegalità imposta ai migranti, spogliata di qualsiasi enfasi e sovrastruttura ideologica. Realtà che conosciamo, ma non ci è dato vedere mai sul grande schermo.

E’ qui che l’autore trova il suo massimo punto di forza. Nell’originalità di una costruzione che sovverte i paradigmi convenzionali del mito della frontiera per consegnarci un’epica del dolore e dell’ingiustizia, della possibilità di affrancamento non più legata al valore, al coraggio e alla forza dei singoli, ma al caso, alla fortuna, all’esito di quella roulette russa che è l’intrapresa di un viaggio clandestino: un attimo, è la fine. Non c’è retorica, nessuna astuzia narrativa nel descrivere il tragitto come una sorta di ellissi, facendolo iniziare in mezzo ai rifiuti della più grande metropoli dell’America Centrale e terminare tra gli scarti sul pavimento di una fabbrica per la lavorazione delle carni. L’imposizione dello stato di illegalità alla condizione di migrante, qui come in Europa e in ogni altra parte del mondo, viene rappresentata nella sua nuda e cruda realtà di violazione istituzionalmente condivisa del diritto naturale universale. Il cuore di questo film è l’autenticità, la capacità di coinvolgimento a partire dal vero, il darsi come strumento di interpretazione dell’ingiustizia, la determinazione a parlarci con onestà e a penetrare nelle nostre coscienze. Di uomini e donne fortunati.

 
 

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