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Attenzione al vetro

Recensione del lungometraggio "Il passato" di Ashgar Farhadi

4 Dicembre 2013

"La cosa triste è che il passato in realtà non esiste”.  Ashgar Farhadi

Mentre Ahmad, appena atterrato, si aggira nello spazio riservato ai passeggeri in arrivo dell'aeroporto di Parigi in cerca del suo bagaglio, Maria prova invano ad attirare la sua attenzione al di là di uno spesso vetro che rende impercettibili i suoi richiami. E' una donna di passaggio a indicargliela. Si parlano attraverso il vetro che rende incomprensibili a noi e a loro le parole. Ma subito avvertiamo, palpabile e inquietante, l’affiorare della tensione che si instaura tra un uomo e una donna che certamente non si incontrano da tempo. Tensione sottile che prosegue e si accentua in automobile, mentre alle loro spalle il tergicristallo continua a scivolare inutilmente sul vetro del lunotto posteriore. L'iraniano Ashgar Farhadi apre il suo ultimo lungometraggio Il passato con l'unico momento appena un po' didascalico che ci verrà proposto per tutta la durata della narrazione, con ciò però facendoci entrare immediatamente nel clima della storia che ha concepito dopo il fortunato Una separazione, premio Oscar nel 2012. E ancora di una separazione è fatta la trama di fondo del suo film: Ahmad è venuto da Teheran per firmare i documenti del divorzio da Marie. Pensava di dormire in albergo e ripartire, ma le cose non sono (mai) così semplici. C'è stato qualche vuoto di comunicazione (la posta elettronica svolge un suo ruolo): per cominciare l'albergo non c'è.

Di ritorno in occidente dopo quattro anni Ahmad non ritrova solo la donna che lo ha amato ma non lo ha voluto o saputo trattenere. Ritrova - cresciute -  le due figlie Léa e Lucie, una piccola e una adolescente, che Maria ha avuto da una precedente relazione, le quali nutrono per lui un affetto ricambiato. Trova il piccolo Fouad, figlio di Samir, che dovrebbe sposare Maria. Che ha una moglie in coma dopo un tentato suicidio. Maria aspetta un figlio da Samir. Che per Lucie è solo “un maghrebino di merda”. Farhadi distilla queste informazioni un poco alla volta, senza fretta, dandoci il tempo di concentrarci sui dialoghi con cui riempie ogni inquadratura, sulle espressioni dei volti, ognuno dei quali rispecchia coordinate diverse di sofferenza. Sulla convinzione che per successive approssimazioni si fa strada: niente e nessuno è come sembra. La separazione da luogo di definizione amministrativa diventa terreno di tensioni e di incertezze, di confessioni e di conflitti, in cui ognuno dei protagonisti cerca di accantonare il proprio passato. Ahmad è molto cool, affronta con apparente calma e buon senso ognuno dei problemi inscritto nelle pulsioni che governano le relazioni tra i personaggi. Diventa improvvisamente il centro di un universo familiare in cui ognuno è alla ricerca della propria via di salvezza. Assieme a lui accumuliamo notizie che costantemente ridefiniscono le prospettive di futuro prossimo, ma allo stesso tempo non possiamo non chiederci perché non se lo è scelto lui un albergo, invece di restare intrappolato in una famiglia allargata.

Con precisione chirurgica, attraverso una cura minuziosa del dettaglio, Asghar attraversa senza sbavature una complessità di racconto fatta di molti personaggi e di molte verità possibili. Mette sotto il vetro del microscopio legami, recriminazioni, paure. Segreti e condizionamenti. Una complessità di relazioni che condensa tutte le difficoltà che si incontrano nello svolgimento di quel difficile compito che è tenere assieme affetti, aspettative, desideri di felicità quando il destino ti dice che è ora di voltare pagina, di dare una svolta alla tua vita. La parola pronunciata è spesso contraddetta dal linguaggio del corpo, i ruoli convenzionalmente assegnati sono spesso sovvertiti dalla imprevedibilità dei comportamenti. La macchina da presa indaga senza vezzi e senza ricercatezze un microcosmo sospeso, proteso verso la ricerca di un equilibrio che si ridefinisce in continuazione, spezzandosi e cercando con sempre maggiore affanno una forma condivisibile di ricomposizione. In cui l'incidenza del Caso ancora e sempre gioca il suo ruolo decisivo, oltre i desideri e le intenzioni. Un lavoro di casting impeccabile, una preparazione di mesi prima di iniziare le riprese per strutturare negli interpreti il proprio vissuto, più di due ore che scorrono via in un lampo. Osservando questo Gruppo di famiglia in un interno è come se osservassimo noi stessi, la nostra struttura sociale, le nostre dinamiche relazionali. Protetti da un vetro.


 
 

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