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Burial - Rival Dealer

di MonkeyBoy, Vinylistics

8 Gennaio 2014

Voto: 8/10

Se non conoscete ancora Burial, dovreste rimediare prontamente. Se lo conoscete e pensate di sapere realmente tutto su di lui, dovreste ricredervi al più presto. Se aspettate da 6 anni il terzo LP come una redenzione, be’ mangiatevi una fetta di pandoro avanzato perché l’attesa sarà ancora lunga. Nel frattempo, a metà dicembre è uscito Rival Dealer - l’ennesimo EP di William Bevan, il quarto in tre anni – ed è una piccola rivoluzione.

Di rivoluzioni Burial se ne intende abbastanza visto che dopo aver debuttato nel 2005 con il mini-album South London Boroughs, l’anno successivo fonde dubstep e 2-step garage, dà vita all’omonimo full-length d’esordio e diventa la punta di diamante della Hyperdub. Bissa nel 2007 con Untrue, per il quale riceve anche una nomination al Mercury Prize assurgendo ad icona incontrastata di questo tipo di musica che fonde ambient, house, elettronica e dubstep, roba da nerd insomma. Su di lui, però, non si sa nulla. La sua identità è avvolta nel mistero più fitto: non rilascia che rarissime interviste, fotografarlo è praticamente impossibile e pare che solo cinque persone al mondo sappiano chi si nasconde dietro il moniker. Fino all’agosto del 2008, quando il nome di William Emmanuel Bevan viene associato a quello di Burial grazie ad una ricerca dell’Indipendent, che scopre anche una connessione con Kieran Hebden (in arte Four Tet) dato che i due califfi del dubstep avevano frequentato la londinese Elliot School. La coppia unisce le forze nel 2009 con il singolo Moth/Wolf Club e poi nel 2011 insieme a Thom Yorke con Ego/Mirror.

Nel frattempo, Burial ha ancora il tempo di rilasciare l’EP Street Halo - che presenta piccole variazioni rispetto alla formula di Untrue - e di collaborare con i Massive Attack, che gli affidano il remix di due brani tratti dal loro Heligoland, ossia Four Walls e Paradise Circus. Col senno di poi questa collaborazione sarà determinante per l’evoluzione stilistica di Bevan, ormai pronto ad esplorare nuovi territori. Dopo altri due mini lavori – Kindred e Truant/Rough Sleeper che rompono decisamente col passato – nel 2013 arriva il momento di Rival Dealer.

Già con le ultime uscite, Burial ha mostrato di saper ampliare la tavola dei suoi colori grazie ad arpeggi di synth, venature house e melodie eteree, tutti elementi che sono riusciti ad andare al di là del suo marchio di fabbrica blu e grigio. Rival Dealer si inserisce in questo solco, ma il balzo stilistico compiuto con questo lavoro è di gran lunga più netto ed evidente che in qualsiasi altro momento del suo già corposo catalogo. E’ senza dubbio la pubblicazione migliore dai tempi del già citato Untrue ed è un pugno nello stomaco che non si subiva da Kindred; la prova che quasi tutto quello che pensavamo di conoscere sul producer eremita è sbagliato, ed allo stesso tempo la dimostrazione che non conosciamo il fottuto stile di Burial per davvero. La title-track, ad esempio, è facilmente una delle cose migliori e più immediate che Bevan abbia mai fatto - instabile e nervosa, con una parte ritmica metallica e caotica - che ci riconnette agli anni '90, alla trasmutazione della techno hardcore in jungle, con una buona dose di gusto industrial ad avvolgere il tutto. Insomma, se non conosci la materia alla perfezione, non puoi arrivare a manipolarla a tal punto, non puoi creare un beat così devastante, almeno nelle prime due parti di canzone. Perché i dieci minuti e rotti di Rival Dealer si possono suddividere in almeno tre parti differenti, dove l’aggressione iniziale scompare in un incandescente plasma di sample - sancito dalla quote del rapper Lord Finesse "Hey yo, you know my fucking style?" (capita la sottile allusione?!) - e poi cambia ancora in un movimento finale dove la batteria scompare ed una voce vocoderizzata alla grande, geme un "I've been watching you" su un’arida distesa di synth.

Rival Dealer appare fin da subito come il frutto di un lavoro monumentale, che mantiene l’architettura chill della musica di Burial e vi innesta sopra nuovi elementi al fine di trovare soluzioni innovative, stilistiche ed emozionali. La seconda traccia, Hiders, deve molto ad un certo gusto anni ’80 ed è un momento di relativa decompressione, grazie alla lunghezza ‘umana’ del pezzo ed al fatto che sia una prova di ambient quasi in purezza, dove un vitreo pianoforte entra ed esce di scena calmo come le onde di bonaccia. Anche qui la struttura è più complessa di quanto non appaia, visto che si parte con questa specie di stop and go di synth – ogni volta variando accuratezza e precisione – per poi lasciar spazio ad un drum-beat gloriosamente house ma mai sopra le righe, che sul finale va in pezzi tra rumori di pioggia e sample vocali di carattere naturalistico. Il finale è lasciato a Come Down To Us vero fulcro di tutto l’EP, già solo per il fatto che sample del suo titolo vengono ripetuti ed annunciati qua e là nei precedenti brani. Sono 13 minuti di sitar echeggianti, quieti beat pulsanti e bassi ronzanti, che mano a mano prendono corpo e diventano qualcosa di molto reale, qualcosa a cui ci si può connettere intimamente e senza difficoltà, mentre ascoltando si ha vagamente la sensazione del pop di stampo new age. Non fosse già abbastanza, il pezzo si conclude con un breve estratto dal discorso che il regista transgender Lana Wachowski ha tenuto in occasione dello Human Rights Campaign Visibility Award e che rimanda al vero spirito con cui Burial si è messo al lavoro per questo EP, cioè comporre "tre brani contro il bullismo che possano aiutare qualcuno a credere in se stesso, a non avere paura, a non arrendersi, a sapere che a qualcuno là fuori importa e si interessa di loro". Bam!

C’è molto di personale in questo Rival Dealer, l’aura di mistero e di isolamento in cui (per volontà o per necessità) Burial si è rinchiuso praticamente da sempre si è spezzata almeno in parte ed ha lasciato intravedere un’empatia che è molto rara da trovare nel mondo dell’elettronica. A Bevan importa. Importa di essere un pezzo grosso, qualcuno per cui vale sempre la pena di discutere non appena pubblica qualcosa; importa di cambiare atteggiamento e cercare una maggiore immediatezza nella sua musica. Gli interessa infine, non senza un giustificatissimo motto di presunzione, mostrare come riesca a mutare ed evolversi, divertendosi - ormai l’abbiamo capito - a spiazzare tutti una volta l’anno, così senza fretta ma con grande attenzione e dovizia di particolari, rendendoci sempre più chiaro come, dopo quasi dieci anni di musica, Burial riesca ancora ad affascinare ed intrigare come il primo giorno. Tutto ciò che sapevamo di lui è sbagliato, abbiamo appena iniziato a conoscerlo.

 
 

Tratto da:
http://vinylistics.altervista.org

 
 

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