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By The Way

Recensione del film Nebraska di Alexander Payne

28 Gennaio 2014

“I miei genitori invecchiano, volevo passare più tempo con loro e facendo questo film ci sono riuscito”. Alexander Payne

A proposito di Nebraska, ultimo lungometraggio di Alexander Payne, debbo socializzare qualche riflessione pervenuta sul tema del denominatore comune a questo lavoro e a Il capitale umano: la crisi. Che da Virzì era vista attraverso quattro angoli borghesi e l'unico proletario - per di più sfruttato da un nero - era stato lasciato sullo sfondo a dare il titolo al film, mentre in Nebraska è il territorio a parlare: di soldi che non ci sono, di imprese familiari in lotta con il fallimento, di mancanza di vie di fuga. Se nel film di Virzì la crisi finisce strutturata in “noia barocca italiana come al solito” in quello di Payne viene rappresentata per quello che veramente è, nella sua nuda e drammatica semplicità. Perché tutto si paga, dalla sanità alla birra al sogno di avere una barchetta per pescare e per accompagnare tuo padre anziano in un viaggio di due giorni devi fingerti malato. “Tutti bianchi e tutti a fare i conti con i quattro cazzuti dollari rimasti sul tappeto dopo che Wall Street ha drenato tutto, anche i sogni”. Timidi personaggi-verità di una crisi che ha raso al suolo il midwest americano. Il denaro è importante, non è vergognoso parlarne.

Sia pure. Ma il protagonista di Nebraska è il bianco e nero. Il vecchio b/n, tanto più vecchio del grande Bruce Dern, classe 1936, che a Cannes 2013 si è giustamente portato via la Palma per la migliore interpretazione maschile, dopo che Tarantino lo aveva nascosto tra i personaggi di contorno di Django Unchained. E’ il colore della provincia americana, che di giorno abbaglia con immagini leggermente sovraesposte in cui rovi rotolano per strade poco trafficate e di notte è appannato e sgranato negli interni solitari e silenziosi di Edward Hopper. Il b/n è un’atmosfera, uno stato d’animo. E’ una chiave d’accesso alla narrazione, è il marchio del cambiamento crepuscolare. E’ quello che dopo pochi minuti di proiezione, introdotta dal vecchio logo Paramount, ti rimanda a pellicole altamente formative come L’ultimo spettacolo (1971) dello sfortunato Peter Bogdanovich, che raccontava il triste morire di un cinema di provincia ai primi anni ‘50 e del vuoto esistenziale di chi, giovane e meno giovane, a quella provincia era condannato ad appartenere per sempre. Spazi a perdita d’occhio, case di legno con veranda, anonimi dinner, distributori di benzina, persino una bottiglia di birra è più malinconica se filmata in b/n.

La crisi dunque, certo. Ma anche ballate di Springsteen, che del regista di Omaha è conterraneo, quando narrano di una Grande Depressione mai finita, attraversata da un’umanità da sempre sospesa nel nulla. Le coordinate del road movie in qualche modo sintonizzate, nella lentezza e nella scansione, con quelle del Lynch di Una Storia Vera, ma aggiornate e rese originali da un punto di sottile ambiguità. Perché è vero che Woody Grant è vecchio e probabilmente preda di una incipiente demenza senile, ma siamo portati a chiederci se sia davvero così. Dopo la guerra in Corea e gli incubi che ne sono residuati, dopo aver tentato di costruire una famiglia e un lavoro, a Woody è rimasta la passione per l’alcol. Ma non siamo più così certi che sia caduto completamente nel tranello di un dozzinale annuncio fasullo, ricevuto per posta, che gli comunica la vincita di un milione di dollari. Woody sembra determinato a voler percorrere anche a piedi i milleduecento chilometri che separano Billings, Montana, da Lincoln, Nebraska, per riscuotere il suo premio. Ogni tanto scompare, si infortuna, perde la dentiera. E’ cocciuto con i familiari, con le bottiglie da cui dovrebbe stare alla larga, con i vecchi amici nemici (menzione speciale per Stacy Keach) che ritrova lungo la strada. Ma in più di un’occasione i suoi occhi emanano la straordinaria lucentezza del baro.

Piccoli gesti, tensioni, collassi emotivi, nessun rimpianto. Un padre e un figlio riscoprono faticosamente le parole, ma comunicano più spesso con i silenzi e gli sguardi. Personaggi minori presi a prestito dalla cinematografia dei Coen sono resi indispensabili per contraltare struggimento, tenerezza, affetto, in lampi di ironia tanto inattesa quanto significante. E’ un doppio viaggio quello in cui Payne ci accompagna. Quello compiuto dalla Subaru Outback del figlio David, l’unico della famiglia che ha voglia di guardare ancora suo padre dal basso, attraverso quattro Stati di un’ Unione che non si è mai veramente realizzata. Quell’altro che rimette in comunicazione due esistenze apparentemente avviate su percorsi di divaricazione inarrestabile e attraverso questa chimica estende il processo a una moglie petulante e volgare e a un altro figlio distaccato e carrierista. E’ questo il premio che vuole andare a riscuotere Woody. E’ questa la sua America, i cui confini sono segnati da un pick up nuovo e un compressore che sostituisca quello fregatogli dall’amico Ed. Così profondamente vera e diversa da quella rappresentata nel monte Rushmore, dove Woody vede che solo Washington è vestito e a Lincoln addirittura manca un orecchio. Un’opera incompiuta, così come incompiuta, oltre le retoriche letterarie e cinematografiche, resta l’illusione del Sogno Americano.

 
 

di Marco Rigamo

 
 

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