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Pills and Stripes Forever

Recensione del film The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese

5 Febbraio 2014

“Onestamente non capisco molto del mercato, ma sono convinto che siano tutti più o meno ladri”. Martin Scorsese

Siamo necessariamente abituati a pensare al capitalismo finanziario generato dalle contrattazioni in Borsa come a qualcosa di immateriale, metafisico. L’intermediazione di denaro finalizzata alla produzione di interesse non ha consistenza, non possiede concretezza né peso. Come funziona ce lo spiega bene il wasp di successo Matthew McConaughey (segnatevi questo nome) a pochi minuti dai titoli di testa di The Wolf of Wall Street, ultima fatica di Martin Scorsese: nessuno sa se la Borsa andrà su, giù o se si metterà a girare in tondo e men che meno lo sanno i broker, che non fanno altro che convincere investitori privati e istituzionali a mettere i soldi sui loro titoli. Polvere di stelle. Bla bla bla. Il suo interlocutore è Jordan Belfort (dalla sua autobiografia il film) al suo primo pranzo di lavoro al 120 Broadway. Giovane determinato ambizioso arrampicatore che presto diventerà Wolfy. Il figlio venticinquenne di due ragionieri in un colloquio illuminante presagisce che viaggerà in Ferrari (ma bianca, come quella di Don Johnson in Miami Vice), che entrerà nella fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, che si farà tutte le donne e le droghe del pianeta, che la Stratton Oakmont (Sobrietà, Integrità, Orgoglio) gli farà guadagnare milioni di dollari lanciando nani sul bersaglio, che solo attraverso onanismo quotidiano e sesso sistematico eviterà l’implosione, che sarà il Re del Mondo (e per Di Caprio – gigantesco – è la seconda volta). Poco importa che al suo primo giorno da broker Wall Street lo digerisca e lo rigetti dopo poche ore, travolta dal Lunedì Nero del 19 ottobre 1987.

La sua filosofia è sintetizzata all’inizio, nel mucchietto di coca in cui tuffa il naso mentre ci dice che quella è la sua droga: precisando che sta parlando del biglietto da dieci che arrotola per tirare. Tutto il resto è una lunga scorribanda di Quei Bravi Ragazzi a Wall Street. Passati dalla strada e dallo spaccio di erba a riprodurre lo stile di vita di Jordan: soldi, droga, testosterone, conditi da fluidi corporei vari. Si parte dai penny stock, titoli spazzatura, per volare sempre più in alto. Bidonando tutti, perché non c’è alcuna nobiltà nella povertà, mentre ce ne è molta nel lanciare ai giovani lupi affamati un Rolex da 40.000 US $. Jordan non ha costruito un gruppo di lavoro, ma una setta. Che lo adora perché lui è l’unico che sa chi sono Moby Dick e il capitano Achab (capitano chi?) e del Dio Denaro è il Gran Sacerdote. E’ bello, potente, simpatico. Una retorica che quando non ti fotte ti conquista. Scorsese sfrutta il suo budget milionario e le sue personali competenze in tema di consumo di droghe (vedere gli effetti del Quaalude Lemmon 714 consumato oltre scadenza) per confezionare un impianto filmico connotato da alto tasso adrenalinico e assenza totale di moralità.

I poveracci da spennare (che non vediamo mai) sono messi in ginocchio. Le donne sono meri oggetti di consumo sessuale diversamente costoso. Lady Macbeth poco glamour come la prima moglie estetista che lo spinge a fare il salto e a fottere anche i ricchi, prostitute di fascia alta, media o bassa, discepoli adoranti come la broker vestita Chanel che Jordan scambia per Armani, ex modelle patinate e loro sì molto glamour come la nuova moglie Naomi. Scorsese non mette in campo alcuna emotività: la cricca di Jordan vuole solo godere, scopare, drogarsi e fare soldi per godere, scopare, drogarsi. Per 180 minuti che scorrono in un lampo. Fine del discorso. Coca e Troie. Pelo (rasato) e Vizio. Molto Delitto e poco Castigo. Qualcuno ha censito 569 declinazioni della parola fuck, altri hanno contato preziosismi tecnici e virtuosismi di macchina, a nessuno è sfuggita la suggestione del montaggio, tutti riconoscono in Scorsese un maestro dell'inquadratura, del ritmo e della scansione narrativa. Dosaggio impeccabile della voce off e degli sguardi in macchina. Ma a molti dalle parti di NY City e non solo la cosa non è andata giù: un farabutto (vivente, dopo due anni di galera gira tuttora il mondo tenendo stage di motivazione – ben pagati) reso fin troppo simpatico e brillante a fronte di famiglie messe sul lastrico, bande di giovani trader che lo applaudono a scena aperta, giuristi democratici che in una sorta di class action chiedono a regista e produttori che parte degli incassi del film vengano destinati al fondo speciale per i risarcimenti ai truffati. Perché, diciamocelo chiaro, Jordan Belfort è un vero pezzo di merda, che quando arriva il momento se la canta e consegna al Fbi tutti i suoi amici. Casomai ci fosse qualche dubbio.

Dopo tre ore in cui Di Caprio, in scena dall’inizio alla fine, si conferma interprete carismatico perfettamente sintonizzato - dopo cinque film - con il suo regista e attento studioso della lezione di Orson Welles. Dopo che Scorsese dà l’ennesima dimostrazione di saper maneggiare in modo folgorante qualsiasi materia narrativa. Dopo chilometri di polvere bianca, spogliarelliste, puttane, nani e ballerine, chi vuole può andare a prendere una boccata d’aria fresca e incontrare nuovamente Mattew McConaughey, con un bel po’ di chili di meno, in Dallas Buyers Club. Ritrovando la stessa epoca, la seconda metà degli anni ’80, ancora un protagonista realmente esistito, ma ben altro contesto. Meno Pillole e sempre tante Strisce, of course, ma soprattutto tanto Hiv. E il potere delle case farmaceutiche, l’ottusità opportunista del Fda, il cinismo degli sperimentatori, la negazione dell’autodeterminazione, l’omofobia diffusa, i confini con il Messico più povero ma più adulto, le iniziative di auto aiuto figlie delle lotte femministe degli anni ’70. Dirige senza ricercatezze ma senza banalità il canadese Jean-Marc Vallée, il cowboy omofobo McConaughey si porta alla grande tutto sulle spalle, menzione speciale al trans Jared Leto. Film nitido, lineare, teso, istruttivo. A ricordare anche che l’ Hiv è un retrovirus straordinariamente versatile, non circoscritto a omosessuali e tossici, in grado di sviluppare resistenza ai trattamenti farmacologici, durissimo da far regredire. Particolare non inutile perché, come diceva un mio vecchio amico: noi abbiamo avuto la fortuna di essere entrati in pista dopo la sifilide e prima dell’Aids. Noi, appunto.

 
 

di Marco Rigamo

 
 

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