Password dimenticata?

Il Nostro Uomo

Recensione del film All is lost di Jeffrey C. Chandor

12 Febbraio 2014

“E' come osservare la generazione di mio padre prepararsi a lasciare il pianeta”.  J. C. Chandor

E' l'incubo di ogni velista, soprattutto di quelli che in solitudine viaggiano di notte. Un po' come per il motociclista la spolverata di sabbia a metà di una curva cieca affrontata a velocità sostenuta. E' un corpo galleggiante alla deriva, prevalentemente sommerso, che centra la tua barca danneggiandone gravemente lo scafo.

In All is lost, secondo lavoro di Jeffrey C. Chandor, è un container pieno di scarpe da ginnastica ad aprire uno squarcio nella fiancata a dritta del “Virginia Jean”, elegante sloop in vetroresina di 12 metri. Ad alzarsi nel cuore della notte, quando l'acqua sale rapidamente di livello sopra il pagliolato, è Robert Redford. Abbiamo sentito la sua voce in apertura parlare brevemente di sé, dell'aver cercato di riempire di valori la sua vita, dell'amore che nutre per chi vorrebbe raccogliesse le sue ultime parole. Restano viveri per una giornata. Tutto è perduto, tranne il corpo, la mente, il cuore.

Sono le ultime parole che sentiremo anche noi, fatta eccezione per un tentativo di comunicare via radio e una sequenza di imprecazioni gridata a metà film. Subito dopo torniamo indietro di otto giorni, quando il Nostro Uomo (Our Man come unico nome del cast artistico nei titoli di coda) si sveglia di soprassalto mentre l'acqua scroscia abbondante sopra il tavolo da carteggio e la strumentazione di bordo. Il Nostro Uomo è un navigatore solitario, in mezzo all'Oceano Indiano. Le carte nautiche dicono forse in rotta verso il Madagascar.

J.C. Chandor, classe 1973, è stato premiato al Sundance nel 2011 per Margin Call, originale sguardo sul disastro economico, conquistando Redford al punto da coinvolgerlo in un progetto temerario. Un uomo solo per tutta la durata di un lungometraggio convenzionale, il set circoscritto a un piccolo yacht prima e a un autogonfiabile di salvataggio poi. E, naturalmente, l'Oceano.

Chi è abituato ad andare per mare (e verosimilmente anche chi non ha questa fortuna) si concentra istintivamente sulle cose da fare, sull'ordine delle priorità. La prima è liberare lo scafo da quel container rosso che continua a rosicchiarne la struttura, la seconda è riparare la falla con mezzi di fortuna. Poi il punto nave, il tentativo di rimettere in funzione gli strumenti, la scorta d'acqua. Ma quando il Nostro Uomo si è issato in testa d'albero per riconnettere l'antenna della radio il cielo annuncia una tempesta tropicale. Prima di affrontarla si rade con cura.

Lentamente, mentre il susseguirsi degli avvenimenti assume una progressione catastrofica, la nostra concentrazione si sposta dall'azione all'Uomo, cerca di oltrepassarne la maschera per scavare nei sentimenti. Di lui non sappiamo niente. Possiede una bella barca, ma non particolarmente lussuosa. Porta un anello etnico, ha l'aria istruita, è in mezzo a una traversata di settimane, conosce bene la sua barca e certamente la sua rotta. Non conosce i suoi limiti, ma il destino lo costringe a fare i conti con loro. La stessa cosa sembra fare l'attore (e regista) Robert Redford, che a 77 anni suonati accetta una sfida in solitario che comporta anche l'aver girato in prima persona, senza stunt, molte scene complicate e pericolose. Alle sue rughe, perdonando il colore dei capelli e qualche licenza atletica, si deve il richiamo a superare la dinamica degli avvenimenti per interrogarci su noi stessi, sui nostri limiti, sul nostro istinto di sopravvivenza. Su qual' è il nostro punto di rottura, qual' è il momento in cui l'unico atto possibile è lanciare la spugna o un messaggio in bottiglia. Quando tutto ti è contro, quando anche i tuoi gesti più avveduti vengono vanificati dalla sfortuna.

Servono a nulla i riferimenti letterari e cinematografici, scordarsi Il vecchio e il mare o Cast Away. Sorvegliatamente elettronico, il lavoro sperimentale di Chandor e Redford spariglia le coordinate del genere, conferendo al protagonista un'umanità spogliata di qualsiasi valenza eroica e perciò riconoscibile come vicina, familiare, percettibilmente interna all'epica spesso crudele che riempie la vita quotidiana. I pensieri che cerchiamo di indovinare dietro le rughe ormai bruciate dal sole sono i nostri pensieri. La soglia della rassegnazione all'accanimento del destino che nel Nostro Uomo fino all'ultimo non riusciamo a individuare è quella che temiamo di dover prima o poi riconoscere. Il Nostro Uomo siamo noi. Dentro un finale che non si può e non si deve rivelare.

 
 

di Marco Rigamo

Links utili:
J C Chandor su Wikipedia
Robert Redford su Wikipedia

 
 

Commenti

Per inserire un commento devi effettuare il login utilizzando il modulo in alto a destra.

Sei nuovo? Registrati subito utilizzando il modulo di iscrizione che trovi qui.

CalendarioSherwood
MappaSherwood
loading... loading...