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Beck - Morning Phase

di MonkeyBoy, Vinylistics

28 Febbraio 2014

Ad un certo punto della vita di un artista può capitare di perdere l’istinto, di commettere errori grossolani per eccessiva sicurezza o per timore o ancora perché si è arrivati ad un tale livello di grandezza che nessuno attorno a te osa dire nulla. Qualche anno fa a Beck Hansen è stato proposto di curare la colonna sonora di Mad Men ed il nostro ha gentilmente rifiutato, pensando che una serie tv su dei pubblicitari degli anni ’60 fosse una cagata mai vista e dunque evitando di caderci dentro con entrambi i piedi. Bene, nel frattempo Mad Men è diventata una delle migliori serie di ogni tempo e quello rischia facilmente di essere l’unico vero grande errore di Beck perché anche il suo ultimo lavoro, Morning Phase, è un limpido esempio di come il suo raffinato istinto non lo abbia mai abbandonato nel corso di una carriera ormai ventennale.

Pubblicato per l’etichetta Capitol (Virgin in UK) è per stessa ammissione dell’autore (che qui è anche in veste di produttore) il seguito ideale di Sea Change del 2002 e per questo motivo ha richiamato a collaborare il gruppetto di regaz che hanno lavorato con lui su quell’album: Joey Waronker (batteria), Justin Meldal-Johnsen (basso), Roger Joseph Manning Jr. (tastiere) e Smokey Hormel (chitarra) sono la squadra vincente che non si cambia, ma su tutti svetta Mr. David Campbell, signore assoluto dell’orchestra nonché padre dello stesso Beck.
Risulta evidente fin dalla copertina come, dopo qualche tempo in cui si è trovato ad esplorare (non senza qualche difficoltà) territori più o meno sconosciuti, Beck sia tornato dove si sente più a suo agio, seguendo appunto quell’inclinazione istintiva di cui sopra. Ma vi sono una serie di sfumature in Morning Phase che suggeriscono che non si tratti di un semplice ritorno a casa; mentre Sea Change - richiamando alla mente Serge Gainsbourg e Nick Drake - era un’onesta ed emotiva confessione circa l’amarezza e la desolazione dopo la fine di un lungo rapporto sentimentale, qui il cantante torna sì allo stile più diretto possibile ma lo fa cedendo totalmente al sound estatico degli anni a cavallo tra la fine dei 60’s e l’inizio dei 70’s (The Byrds, Neil Young), portandolo a definire questo LP come una “ode alla musica Californiana” di quegli anni.

Sebbene sia stato etichettato frettolosamente come acustico, Morning Phase è più sinfonico di quanto si possa pensare e la breve introduzione di Cycle (come più avanti nel disco farà l’intermezzo Phase) serve per definire il tono generale lasciando che sia la seducente e lasciva Morning - con la sua chitarra appena strimpellata e la delicatissima batteria che ricordano il fluttuare delle onde del mare - a fare da dichiarazione d’intenti, schietta seppur venata di tristezza. Ed in effetti questo album ha, a tratti, la stessa malinconia del suo fratellastro, qui però declinata come il sentimento dell’artista ormai maturo di fronte al mondo, l’accettazione del fatto di essere, in ultima istanza e per sua intrinseca natura, davvero solo. E’ solamente questo background che può spiegare un brano come Blue Moon, uno dei punti più alti e di sicuro il più accattivante di Beck da molto tempo a questa parte. E’ una lamentosa preghiera, un’invocazione a non esser lasciato solo nel cuore della notte; nonostante un matrimonio e due figli, l’artista sensibile ammette di aver bisogno degli altri, e questa sorta di incertezza è ben stigmatizzata nella struttura della canzone a due strati sovrapposti, uno ritmico fatto di rotonda batteria e mandolino, l’altro più leggero fatto di cori ariosi ed eterei. Su questa linea, Unforgiven si riconnette direttamente a Blue Moon, stesso mood anche se diversa resa (è sensibilmente più deboluccia), ma resta degna di nota la prova vocale del cantante, forse la migliore di tutto il disco, un cantato quanto mai chiaro e netto, sopra il wall of sound orchestrale composto dal padre, il cui apporto generale è evidente pur non andando mai a sopraffare il materiale originario.

Giocando ancora coi parallelismi, Morning Phase è più consapevole, più filosofico del suo antenato, giungendo a noi dopo che Mr. Hansen ha passato questi ultimi 12 anni evitando di tornare al suo lato più intimo e nascosto. Dunque non è un caso che l’episodio forse più oscuro, la splendida Wave, sia posto a metà album, chiudendo il mini cerchio aperto dalle due precedenti canzoni. E’ praticamente un’aria, una sezione d’archi su cui si staglia la voce di Beck che sul finale ripete in modo straziante “isolation”, quasi ad esorcizzare le proprie paure. Possiamo dire sia il vero fulcro del disco pur trascendendone l’essenza, il momento più buio prima dell’irrompere del mattino. Si sarà già capito, ma in sostanza il dodicesimo album di Beck è tutto un metaforone gigante sull’irrompere del giorno come una benevola forza che ci riporta all’equilibrio perduto – il  superamento di una sensazione di tumulto e confusione dovuto alla nera notte dell’anima - sul venire fuori dal quel tipo di situazione. Giocoforza sono necessari anche momenti solari, come in Blackbird Chain che ricorda qualcosa dei Belle and Sebastian nel suo essere melodica, sognante e vivace allo stesso tempo, una promessa del cantautore americano a chi gli vuole bene e gli sta vicino.

Morning Phase nasconde male un certo ottimismo, una capacità di accoglienza che Sea Change invece non aveva. La produzione piuttosto ricercata – voci stratificate, suoni di post produzione - è ancora più notevole per il fatto di non diventare mai eccessivamente elaborata, conferendo all’album un ritmo assai definito: ogni cosa si muove lenta, con un incedere cadenzato e glaciale dove Heart Is A Drum è una delle poche eccezioni. Brano che ricorda Crosby, Still & Nash - sorretto da una strumentazione pulita, armonie zuccherose ed un vago sapore psichedelico - prepara il terreno per Say Goodbye, cioè la California che incontra il Canada di Neil Young, un country cosmico dove il furbesco utilizzo del banjo rompe un’atmosfera altrimenti fin troppo confortevole. Il trittico citazionista è chiuso magistralmente da Turn Away, in soldoni l’omaggio a Simon & Garfunkel; song riflessiva e con una spruzzata psych, dimostra la capacità penetrativa dell’acustica di Beck, la sua naturale predisposizione a suscitare sensazioni con la semplicità apparente di una melodia di chitarra. Discorso a parte per la conclusiva Waking Light, sicuramente uno dei picchi assoluti di questo LP, una gemma che spiazza l’ascoltatore per tutti i cinque minuti della sua durata. Finalmente irrompe il mattino, la catarsi può compiersi con il risveglio; una stoccata da grande maestro Jedi di Beck che in un colpo solo fa il verso ai Beatles (soprattutto all’Harrison più epico e ricercato) e dà compimento al suo lavoro, dimostrando una sincerità e pulizia d’animo a tratti imbarazzante.

Per chi vi scrive un album come questo ha enormi meriti e piccolissime pecche. Può essere accusato qua e là di eccessiva leggerezza, ma il rischio di inconsistenza viene annullato dalla qualità delle canzoni, dalla loro melodia allo stesso tempo semplice eppure molto ricercata (gli arrangiamenti risentono molto della passata frequentazione con Nigel Godrich) ed in definitiva dal loro potere di fissarsi facilmente nella testa di chi ascolta. Anche i paragoni col Beck dei tempi che furono lasciano il tempo che trovano. Siamo onesti, tutti cambiano ed è anche giusto che sia così; se si fanno le stesse cose si è conservatori, se si provano territori nuovi si fa il passo più lungo della gamba e giù pietre, tralasciando il fatto che nella sua lunga carriera Beck ci ha già abituato a svolte più o meno decise, quindi si valuti in prima istanza la caratura artistica del lavoro in questione. E Morning Phase è di bellezza cristallina, realizzato con la giusta miscela di testa e cuore, nuovo eppure con radici che affondano nel passato del suo stesso creatore: non è un semplice seguito, è un climax.

 
 

Tratto da:
Vinylistics

Links utili:
Beck official

 
 

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