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Recensione del film Lei (Her) di Spike Jonze

La Voce di Samantha

25 Marzo 2014

"Ognuno indica all'altro modi diversi di guardare le cose". Spike Jonze

di Marco Rigamo

La questione preliminare è la seguente: Her o Lei? Intendo la versione originale sottotitolata o quella doppiata, che dal dopoguerra in poi viene imposta a noi vinti colonizzati ad alto tasso di analfabetismo? La voce calda e arrotata o quella vivace e giovanile? Dell'ultimo lavoro del regista americano Spike Jonze la distribuzione su 170 copie ne ha destinate 65 alla v.o. Cavalcando l'onda del premio quale migliore attrice assegnato nell'ultimo Festival del Film di Roma a Scarlett Johansson, voce di Samantha, sistema operativo OS, si inscrive in questa operazione culturale anche la possibilità di raddoppiare un bel po' di biglietti grazie a coloro i quali intendono confrontare le due versioni. Chi non abbocca naturalmente opta per l'originale, con tutto il rispetto per Micaela Ramazzotti che alla versione italiana presta la voce. E il corpo. Nel senso che il suo non è un vero doppiaggio, non c'è un sinc labiale da rispettare. E' una voce, una tonalità, una personalità, uno spessore. Un personaggio. Cui viene istintivo associare un corpo femminile: per gli anglofoni quello familiare di Johansson, attrice del momento, per gli italiani quello meno frequentato di Ramazzotti, stella in divenire. L’esercizio dell’opzione risulta di rilevanza non indifferente.

Ciò premesso a Jonze va riconosciuto il merito di essersi lanciato, autore anche di soggetto e sceneggiatura (premiata con l'Oscar), in un'operazione cinematograficamente spericolata. Theodore (Joaquin Phoenix, come sempre portatore di valore aggiunto) alla Belleletterescritteamano.com, sito frequentato da imbranati sentimentali, scrive per loro con diverse calligrafie. Matrimonio finito, socialità per lo più limitata all'amica del cuore Amy (Adams - American Hustle). Solitudine in crescita in una Los Angeles proiettata in un futuro non troppo lontano, nelle immagini il risultato di un processo di fusione con Hong Kong attraverso computer graphic. Per alleviarla si attrezza con un sistema operativo vocale - sorta di upgrade di Siri, interfaccia sonoro di Apple - espressione di un' intelligenza artificiale che da interlocutore di servizio diviene rapidamente oggetto di una relazione vera e propria: gli scambi verbali progressivamente strutturano pulsione reciproca, condivisione di pensiero, desiderio di azione comune. Che diventa qualcosa di molto simile all'amore.

La regia gioca uno scenario fantascientifico molto cool. Una soleggiata metropoli del benessere fatta di acciaio, vetro e silicio in cui un semplice impiegato può godere di un appartamento ampio e luminoso. Ordine, pulizia, moderata velocità. Elettronica diffusa a sopperire il ridursi della rete delle relazioni. Theodore resta imbarazzato e muto alla domanda finale che personalizza l'accesso al sistema “come descriveresti il rapporto con tua madre?” mentre noi andiamo al “sai che ti dico di mia madre?” prima che il replicante Leon scarichi la sua pistola da sotto il tavolo contro l'agente Holden all'inizio di Blade Runner, in una distopica Los Angeles del 2019. Niente piogge acide qui, niente cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Al contrario ciò che accade tra l'Uomo e il Sistema Operativo rimanda a un immaginario conosciuto ed eternamente attuale: le dinamiche di attrazione tra i sessi, il loro trasformarsi in rapporto, sentimento, complicità, erotismo. Il loro complicarsi nelle divaricazioni della crescita, l'affermarsi di una personalità a scapito dell'altra, il potere devastante degli equivoci, l'inclinazione fisiologica all'autodistruzione.

Jonze riporta con fluidità sorprendente gli eterni interrogativi sulla chimica che determina il riprodursi delle relazioni all'interno del rapporto che si crea tra Theodore e Samantha. Lo rende plausibile. Costringendoci a considerare come avremmo nel 1982, anno di Blade Runner, valutato gli odierni sistemi di comunicazione gestiti dalla telefonia mobile. Che tutti, ma proprio tutti, utilizziamo. Sono passati solo poco più di trent'anni. La tecnologia si è evoluta modificando profondamente i nostri veicoli di rapporto con l'altro. I sentimenti sono rimasti gli stessi, ma sempre più esposti a una regressione imputabile alla tecnologia stessa. Resta un filo di ottimismo, attaccato allo stratagemma che Theodore adopera per far sì che l'occhio della camera spunti dal taschino troppo grande in cui infila il suo smartphone. Il caro, vecchio, duttile, insostituibile spillo da balia.

 
 

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