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Royal Blood - Royal Blood

by MonkeyBoy, Vinylistics

10 Settembre 2014

Voto: 7,5/10

Giusto da un paio di giorni è stato reso noto che William&Kate aspettano il secondo figlio reale e proprio oggi vi parlo di una band che si chiama Royal Blood. Coincidenza? No, non credo.

Mike Kerr e Ben Thatcher si conoscono da quando sono due adolescenti a Worthing, città di mare della contea del West Sussex. Il primo suona il basso e canta, il secondo ha scelto di menare le bacchette sulla batteria e per qualche tempo fanno parte separatamente di qualche gruppo di quartiere. Poi Kerr prende tutto e va in Australia e lì forma i primi Royal Blood con un certo Matt Swan come batterista. Evidentemente ci sono troppi koala e dopo solo 9 mesi Kerr torna in UK. Appena arrivato all’aeroporto indovinate chi incontra? Ma ovviamente Thatcher, che si trovava lì forse per vedere la gente che parte, non so, fatto sta che siamo all’inizio del 2013 e la formazione della band è ora completa. Il magico duo comincia a farsi conoscere suonando in alcuni club ma la svolta la dà Matt Helders degli Arctic Monkeys che non ha di meglio da fare che indossare una maglietta col logo dei Royal Blood durante l’esibizione delle Scimmie a Glastonbury. Da lì è tutto hype e discesa, nel novembre dello stesso anno esce il primo singolo Out Of The Black/Come On Over, a maggio supportano proprio i Monkeys a Finsbury Park, a febbraio 2014 esce Little Monster mentre un mese dopo è la volta di un EP solo per il mercato nordamericano. Inizia l’estate e suonano giusto in qualche festival di paese, tipo: SXSW, Glastonbury, T In The Park e Reading. Il 25 agosto via Warner Bros. Records è il momento del loro omonimo debutto e noi siamo qui apposta per raccontarvelo.

Registrato nei Rockfield Studios in Galles, il disco è autoprodotto dalla band con la collaborazione di Tom Dalgety, che ha già lavorato con gente come Band Of Skull e Killing Joke. La produzione è volutamente minimale, non vi sono sample né sovraincisioni, strutturata su voce + basso + batteria con in aggiunta solo qualche tamburello e degli shakers. Quando comincia Out Of The Black, però, di tutta questa ‘povertà’ non c’è traccia perché i due riescono a fare molto rumore, creando una specie di garage-noise per dare ai brani un wall of sound che altrimenti non potrebbero avere. In questa opener e già primo singolo spiccano due elementi in particolare: un ottimo sound di batteria, semplice ma assolutamente efficace, e la voce di Kerr che non fa nulla per mascherare il suo debito con Jack White. E’ comunque un inizio furbo perché devastante, setta il tono di tutto il disco e tira fuori un testo niente male. C’è molta rabbia sia nelle liriche che nella musica di questo Royal Blood, si percepisce l’urgenza di esprimersi anche nella successiva Come On Over dove emerge forte anche un altro aspetto non secondario, ossia l’ottimo lavoro di post-produzione e di mixaggio, grazie al quale vengono esaltati tutti i suoni per riempire il più possibile le battute e per fare in modo che davvero sembrino più di due a suonare.

E’ un album sicuramente derivativo, non possiamo dire di no, dal blues al noise fino al simil hard-rock di brani come Figure It Out - in cui i nostri strizzano l’occhio ai Black Sabbath prima ancora che ai Metallica – è evidente come il terreno di partenza siano Led Zeppelin e White Stripes (e The Black Keys) per la parte più blues. Il pregio più evidente dei Royal Blood è però quello di portare questo genere fuori dalla sua storica nicchia per farlo incontrare con un’altra nicchia, quella dell’indie. Detta così sembra una cosa folle, ma funziona. L’importate è essere essenziali – Kerr e Thatcher l’hanno capito molto presto - e dare l’idea di sapere sempre quello che si sta facendo. Pure in una canzone come You Can Be So Cruel che parte con un giro di bass-guitar molto simile (giuro) a qualcosa dei Muse, soprattutto nelle note più alte, il riff un po’ facilotto viene subito annegato in un mare di sound, così che poi si finisce assai lontano da dove si era iniziato.

Un focus va fatto sulla prestazione vocale di Kerr, a volte Jack White a volte Josh Homme a seconda della necessità (per non citare Plant che non mi pare proprio il caso) ma che a conti fatti è lo strumento aggiunto, soprattutto nei brani più blues tipo la bellissima Blood Hands, nella quale il registro raggiunge il punto più alto di tutto il disco. Avrete facilmente capito che i due Royal Blood sanno quello che fanno, sono sempre molto lucidi e in cose tipo Little Monster quasi meccanici nell’esecuzione e nel mood generale. Sono molto seriosi di loro, parlano molto poco con la stampa e non sembrano divertirsi eccessivamente in quello che fanno. Che sia una posa o meno, ciò non influisce sull’effetto finale che a tratti mi ha ricordato il fervore che avevano i migliori Guns’N’Roses, ormai più di vent’anni fa.

In mezzo a tante cose buone, probabilmente la pecca è quella di suonare sempre un po’ troppo simile, troppo uguale a se stesso, soprattutto nel trio di canzoni formato da Loose Change, Careless e Ten Tonne Skeleton. Ok che qui non si inventa nulla e forse nemmeno si vuole farlo, ma al di là della sapienza tecnica, dell’uso ampio (e ovvio) di pedali per dare ampiezza al suono, se quelle tre canzoni fossero state in uno dei due album solisti di Mr. White nessuno avrebbe avuto nulla da ridire, oltre al fatto che nessuno se ne sarebbe accorto. Detto ciò, quello che sarebbe potuto essere un finale in sordina ha nella conclusiva Better Stragers il colpo di coda definitivo, il vero coniglio dal cappello. E’ la canzone che i Black Keys avrebbero voluto scrivere al posto di metà delle song di Turn Blue, un fottuto blues come si deve, acido e pesante, nel senso di avere un peso specifico notevole, che rimanga ben oltre i quattro minuti e rotti del brano.

Royal Blood è uno degli esordi notevoli di quest’anno. Non sarà nulla di eccezionale, ma in poco più di mezz’ora appaga moltissimo la fame di chitarra che c’è in giro, e tanto basta. Kerr e Thatcher si sono fatti le ossa in un sacco di live e questo ha conferito loro un sound ed una mentalità da stadio, nel senso di suono pieno, avvolgente, quasi ridondante in alcuni momenti. Questo è di sicuro il loro merito maggiore, saper suonare e saper dare alla gente quello che vuole ma in un modo che non sapeva di volere così tanto. Per il resto dovremo aspettare il seguito della storia, l’impressione è che i Royal Blood possano solo migliorare, magari ridere un attimo di più, scegliere un producer che possa allargare i loro orizzonti, ma la chimica è quella e se non sono dei predestinati poco ci manca. Siate felici, abbiamo trovato pane per i nostri denti.

 
 

Tratto da:
vinylistics.altervista.org

 
 

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