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“Mia Madre” di Nanni Moretti

Recensione a cura di Luigi Finotto

26 Aprile 2015

Sono un "morettiano" e, credo, che neanche sotto tortura potrei trovare e men che meno rivelare pecche e difetti di un opera del Nanni, eppure questo film, per quanto intelligente e interessante, mi ha convinto assai poco e nel complesso leggermente deluso.

Ho letto che per molti questo film registra una maturità' ulteriore del regista,una sua evoluzione,una sua emancipazione dal suo perenne "io" ipertrofico. Qualcuno lo ha paragonato alla “Stanza del figlio” un precedente film di Moretti ma, decisamente quest'ultimo film non ha la forza e lo spessore della “Stanza del figlio” .

Io ho trovato, invece,un Moretti stanco e un film che cerca in continuazione un colpo d'ala, un decollo che , pero' mai avviene. Da una parte c'è' la vicenda di un regista, interpretato mirabilmente da Margherita Buy, alter ego di Moretti, alle prese con un rapporto con la propria professione, giunto quasi al capolinea: incapace di raccontare una realtà' che non afferra, inadeguata nel rapporto con gli altri e con sensi di colpa irrisolti che si allargano dalla professione alla vita privata. Poi c'è' la vicenda del fratello della regista (interpretato da Moretti):un ingegnere in crisi,afflitto anche lui da vuoti sempre più "corposi " e, fastidiosamente, in atteggiamento perenne da grillo parlante. I due sono uniti e legati dalla Madre , malata ,ricoverata in ospedale. Una donna della quale si intuisce un passato delicato,di studio,di attenzione verso le persone,di amore per la bellezza, di sobrietà' di modi, insomma un'esponente di quella che un giorno si sarebbe definita borghesia colta e illuminata.

La madre si spegne e di riflesso sembra che i figli perdano la luce,la forza,l'energia che provenivano da quella madre. Raccontare crisi , fallimenti e vuoti esistenziali ,in special modo in soggetti che hanno alle spalle la gioventù' ma ancora molto di la da venire la vecchiaia e l'impressione di non avere abbastanza benzina per coprire il tragitto mancante,e' un classico:una traccia narrativa che esiste dalla notte dei tempi. Nel film, pero', la traccia si risolve in una sorta di autocompiacimento, di un estetica della stanchezza . E un film su una donna che muore e su due figli che si lasciano vivere stancamente e proseguendo, seminano solo ricordi sterili. C'è' un che di incompiuto,la sensazione di qualcosa che forse era solo una bozza da sviluppare.

L'elemento assolutamente più' creativo e vitale del film e', secondo me, l'incursione di John Turturro. Turturro interpreta un divo protagonista del film nel film che Margherita sta girando. Gli intermezzi di Turturro sono tra il comico, il malinconico, comunque sempre sopra le righe. E' l'attore americano, cosi come un certo luogo comune lo vorrebbe: bambinone, eccessivo, incontenibile, dai sentimenti sempre estremi e sempre con qualche "pregresso" problematico . Turturro e' bravo nel non renderlo macchietta ma persona reale e a dargli una verve comica che,in effetti,ha la funzione di spezzare una certa certa tristezza e lentezza narrativa.

Ovviamente la sceneggiatura e' ben curata,i dialoghi sono stimolanti e la costruzione del film e' articolata mai banale. Talune interpretazioni sono sublimi:oltre al citato Turturro , c'è Margherita Buy ma, soprattutto Giulia Lazzarini che fa il ruolo della madre,meravigliosa e toccante ma mai patetica e ne tanto meno a uso e consumo della lacrimuccia facile. Eppure alla fine il film li' rimane, imbrigliato e legato dai tentativi di raccontare sensazioni e disagi che stanno tra il dolore per la morte della madre e le crisi esistenziali : potremmo anche dire piacevolmente abbozzati con mestiere e perizia ma appunto,tutto li' . Quando mestiere e abilita' interpretative la fanno da padrone vuol dire che mancano le forze e le risorse sia per andare in profondita' che per volare in alto.

 
 

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