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Jacco Gardner – Hypnophobia

by MonkeyBoy (Vinylistics)

8 Maggio 2015

Di Jacco Gardner e della sua ossessione retromaniaca per tutto quello che è musica e ruota attorno ad essa ne avevamo già parlato qui. A due anni da quel brillante esordio che fu Cabinet Of Curiosities, il produttore e polistrumentista olandese torna nel suo Shadow Shoppe Studio di Zwagg – un tranquillo villaggio a 40 minuti da Amsterdam – per realizzare l’atteso sophomore, anticipato da un paio di singoli, da un video un po’ strano che se ti droghi lo apprezzi anche meglio e pubblicato via Polyvinyl.

Dal 2013, con la benedizione sempre ben accetta di gente come Allah-Las e Frank Maston continua la sua instancabile collaborazione con la side-band The Skywalkers ed ora, dopo un tour in giro per il mondo, si circonda nuovamente di una moltitudine di strumenti più o meno retrò come clavicembalo, Optigan, mellotron, un antico Steinway verticale, piano elettrico e metallofono. Al solito fa quasi tutto lui e si avvale della collaborazione di Jos van Tol alla batteria e di Nic Niggerbrugge alle percussioni mentre la fantastica cover di Hypnophobia è stata realizzata da Julian House, un artista che ha già collaborato con Stereolab e Broadcast oltre ad essere co-proprietario della Ghost Box Records.

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Le coordinate di riferimento non si allontanano molto dal baroque pop e dalla neo-psichedelia del debutto, ma va notato come l’intensa attività live abbia lasciato un segno profondo sul cantautore. A detta sua, scoprire posti che non pensava nemmeno che esistessero è stata una rivelazione che ha in qualche modo cambiato il suo approccio alla composizione. Qui Jacco Gardner cerca di combinare la sua passione per il viaggio e la scoperta all’amore per la strumentazione vintage di cui sopra, e quest’ultima alla dotazione hi-tech moderna (vi è grande uso di software per samples e loops) per spingere ancora più in avanti il concetto a lui tanto caro di retrofuturismo.

Ha affermato che quest’album è il passo successivo verso un realtà alternativa influenzata dal presente e che è così ispirato dalla tecnologia moderna che molte delle cose che fa non sarebbero state possibili nel passato. Parallelamente non manca un certo gusto cinematografico che guarda sia a Morricone sia alle colonne sonore anni ’70 (gli italianissimi Goblin su tutti) mentre i temi portanti sono quelli del sogno e della paranoia, del controllo e della perdita dello stesso. Non stupisce, quindi, che il titolo gli sia venuto in mente mentre si stava addormentando, quando una parte del cervello è già assopita e l’altra invece è ancora accesa.

 

L’inizio affidato ad Another You è di sicuro un modo per mettere a proprio agio l’ascoltatore, che riscopre il tipico stile barocco di Gardner, la sua voce eterea multistrato ed una certa ariosità che più avanti ritroveremo anche nella notevole Brightly e nel suo arpeggio di chitarra psych-folk. Liricamente è proprio la seconda a contenere uno dei messaggi più significativi di Hypnophobia: “In the beautfiul life find the darkness in high, shining brightly it seems while it’s cold in my dreams”. È difficile chiedere ad un compositore come Jacco Gardner, che ha fatto del controllo maniacale e della precisione stilistica il suo tratto distintivo, di essere meno cerebrale ma alla lunga il rischio è quello di risultare inconsistente. Quindi non stupisce che alcune delle cose migliori siano proprio quelle in cui c’è più calore e un po’meno distacco. Il singolo Find Yourself, pur essendo immerso in un’atmosfera di apparente beatitudine, è ipnotica e tortuosa quanto basta da suscitare un certo disagio e non lasciare indifferenti. Rappresenta l’anima psichedelica di questo lavoro ed assieme alla più posata e strumentale Grey Lanes (da notare, qui, è l’utilizzo del Wulritzer) è più di un semplice richiamo all’acidità dei Tame Impala, pur a velocità dimezzata.

Al di là della conclusiva All Over che si fa ricordare unicamente per l’uso un po’ snob del clavicembalo, l’altro pezzo (semi) strumentale è la title-track che si muove sinuosa e dreamy su una linea di basso da Spaghetti Western mentre il metallofono (glockenspiel) è accompagnato da percussioni incalzanti. C’è un senso di pericolo imminente da spy movie alla John Barry ed un’oscurità che contrasta col tono generalmente solare e spensierato del disco, ma è uno dei pochi momenti di reale distacco ed evoluzione, soprattutto se confrontato con riempitivi come il minuto e mezzo dell’inutile Make Me See. Rispetto al passato sono pressoché assenti le canzoni catchy così come i ritornelli che si fissano, ed a volte l’omogeneità imperante che emerge in canzoni come Outside Forever o Face To Face (che pure ci prova a darsi un tono con droni ronzanti e synth ondeggianti) è eccessiva, pare un mero esercizio di stile, e soffoca quelli che sono gli spunti che catturano maggiormente l’ascolto.

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Tra questi c’è sicuramente l’elettro-prog di Before The Dawn, otto (!) minuti che volano via in cui si dilata e sviluppa una suite dal gusto cosmico e fantasy a cavallo fra 70’s e primi 80’s, a suo modo epica e vagamente minacciosa. Parte al solito barocca e sofisticata anche se verso metà muta con naturalezza verso qualcosa di progressive, con assonanze ai Kraftwerk (ed ai già citati Goblin) più che ai numi tutelari Zombies, che marca comunque un secondo spunto di (chiamiamola) originalità di questo disco. Hypnophobia è sicuramente un album suonato alla perfezione, musicalmente inappuntabile ed elegante, con tante piccole cose che vale la pena notare con un ascolto più approfondito ma in definitiva non è così lontano Cabinet Of Curiosities.

E qui sta il vero peccato originale di Jacco Gardner, ossia non essersi mosso dal terreno a lui più congeniale avvitandosi su se stesso piuttosto che allungandosi verso la sperimentazione, che pure è nelle sue corde. Tutto qui è più ricercato, studiato ed in alcuni aspetti addirittura esasperato, ma a tratti manca un po’ troppo di spessore e consistenza per essere giudicato un passo avanti del tutto convincente nella carriera di Jacco Gardner.

 
 

Vinylistics

 
 

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