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Timbuktu di Abderrahmane Sissako

Recensione a cura di Luigi Finotto

10Maggio2015

Timbuctu è il nuovo film del regista mauritano Sissako.

La trama e' esile e in fin dei conti assolutamente marginale nell'economia del film. Comunque giusto per farne un breve cenno: 
Timbuctu, una volta città di tolleranza,è oramai nelle mani di un gruppo di jiadisti, che impongono un ordine grottesco quanto brutale attraverso leggi che proibiscono la musica, il calcio e il fumo, e impongono un codice di abbigliamento per le donne. Kidane, invece, con la sua famiglia vive lontano dalla città e sente solo gli echi di ciò che avviene a Timbuctu e la sua distanza e', di per se, una forma di ribellione o forse segno di un fatalismo atavico che ritiene che l'ordine naturale, comunque, alla fine prevarrà. Kidane è un uomo tranquillo che vive sulle rive del fiume Niger, lavora come pastore aiutato dal giovanissimo Issan. A un certo punto un pescatore pazzoide Amadou, che vive nelle vicinanze, spara al suo gregge, uccidendo una mucca, colpevole di aver invaso la sua rete da pesca Kidane per proteggere lavoro, vita e famiglia, affronta il pescatore e accidentalmente, nel corso di una colluttazione lo uccide:la scena dell'omicidio e' una delle più' intense del film, una di quelle che rimangono, nel tempo , nella memoria visiva/emozionale.

Un campo lungo e orizzontale dove da una parte si vede Kidane che, consumato l'omicidio raggiunge la riva e dall'altra il pescatore che galleggia sullo specchio dell'acqua e muore in un ultimo movimento/rantolo che lo fa sembrare come un insetto scoordinato che si dissolve nell'acqua.

Le tragedie rappresentate con la tecnica dei campi lunghi perdono in morbosità e drammaticità ma conferiscono un senso sacro e misterioso all'evento, elevandolo ad archetipo . Da quel momento il suo destino scorre rapidamente verso il tragico epilogo. Viene scaraventato in quel mondo che era riuscito fino ad allora ad evitare e finisce incastrato in un meccanismo rapido surreale e violento,quello della giustizia jiadista,tanto efficace quanto incomprensibile.


Ripeto, la trama e' esile, sviluppata in modo forse anche elementare, la sceneggiatura non e' lineare e omogenea , si limita a puntellare il film, svolge quasi una funzione didascalica ma a tratti anche poetica,sempre comunque ha un taglio evocativo e ieratico, per certi versi evoca alcuni momenti della cinematografia di Pasolini.

La forza del film e', però, altrove.

L'opera di Sissako e' come un mosaico costituito da diverse tessere quasi autonome tra loro ma che nell'insieme costituiscono un meraviglioso e crudele affresco di uno squarcio d'Africa, violato violentato dalla follia jiadista:un orrore totalmente estraneo e altro dalla storia e dalla cultura di quei popoli e,proprio per questo piu' lancinante ancora. L'irruzione delle milizie jiadiste stravolge un “ecosistema” e la crudeltà di quest'azione e' proprio amplificata dalla banalità inverosimile del male che nel caso specifico, scivola sovente persino nel ridicolo e nella farsa sadica.
L'ecosistema resiste ma e' una resistenza particolare, disarticolata e multipla:una sommatoria di momenti e personaggi,una specie di torrente carsico che,irriducibile sbuca tra le rocce,invincibile proprio perchè fragile e imprevedibile. La forza etica ed estetica del film e' proprio nella rappresentazione fumettistica grottesca dell'orrore jiadista a cui fa da contrappeso il lirismo struggente, dolente e immaginifico di chi resiste e sopravvive.

E' soprattutto un film di “immagine” di pulsioni visive:per lo spettatore non e' possibile adagiarsi su una sceneggiatura o storia lineare, quanto piuttosto accettare, subire ed essere folgorato da continui piccoli e disomogenei shock alla retina, cioè a quello che è il primo ingresso fisico di qualsiasi emozione.

Lo sviluppo narrativo e' lento ma questa lentezza è attraversata e turbata da scene assolutamente memorabili ,autentiche scorribande poetiche, immagini tragiche , un orrore sempre presente che il lirismo latente non stempera ma, piuttosto gli conferisce un identità africana che sa conciliare da sempre il dolore e la tragedia con un senso fatalista ma anche ludico e sacro della vita.

Il miracolo (artistico) di Sissako e' quello di aver fatto un film lento ma tutt'altro che noioso,un opera con una trama scarna ma con una sensazione perenne di incombenza e attesa . Le apparenti contraddizioni che poi si dipanano nello sviluppo,sono da sempre un tratto distintivo di un opera d'arte di valore e cosi e' anche per questo film.
L'incipit e' folgorante: due sequenze immediate .

La prima, una jeep con un gruppo di jihadisti e la bandiera nera svolazzante che insegue una gazzella Sparano con i kalashnikov e lo fanno in maniera assolutamente sproporzionata rispetto all'obiettivo,come se volessero mitragliare l'intera natura che protegge l'animale in fuga . La gazzella corre, fugge mentre uno di loro dice: "Sfiancala!",” non ucciderla”(qualcosa che ricorda “ Cuore di tenebra di Conrad).

La seconda sequenza è una serie di inquadrature di statuette di arte africana, per lo più rappresentazioni di figure femminili e ,quindi,della fertilità, le quali vengono crivellate dai proiettili:inermi vengono rase al suolo e affondano nella sabbia. Due sequenze forti e simboliche, nelle quali si esibisce a mo di metafora l'assassinio di una cultura ma anche di una società, in cui la sacralità della natura e del passato antico costituiscono il presente e sono tutt'uno.

L'incipit si ricollega al finale con la corsa a tre, in un montaggio alternato e spettacolare, tra i jihadisti che rincorrono un uomo tra le dune ,il giovane pastore, Issan aiutante di Kidane, che rincorre il suo gregge di buoi, e la corsa disperata di Toya, la figlia di Kidane. Toya corre verso il pubblico in sala intonando una nenia:tutti e tre i soggetti corrono ma appaiono spacciati e sconfitti. Una sensazione lancinante di fuga, di un pezzo d'Africa braccato . E' evidente la contrapposizione tra il senso del sacro degli abitanti di Timbuctu e il dogma che si tramuta in legge e persecuzione degli Jiadisti .Sia gli uni che gli altri sono islamici e ciò toglie qualsiasi intenzione antiislamica o meramente propagandistica del film.

D'altra parte poco più di un secolo prima quelle terre furono stuprate da chi issava croci e fucili e prima ancora croci e spade e anche in quel tempo come ora ,la sacralità' di quelle genti fu l'ultimo e unico baluardo contro il dogma del progresso civile che si rappresentava nel colonialismo o nella civilizzazione.

Momenti del film imperdibili sono diversi e si alternano . Non si fuma, non si canta, non si ascolta la musica, non ci si siede davanti casa e non si gioca a calcio:ciò stabilisce il nuovo potere. Agisce sulla libertà fisica e spirituale, sul reale e sull'immaginario, dirotta una cultura secolare verso nuovi dogmi da assimilare cosi' al buio:una cosuccia a cui l'Africa e' abituata. Un gruppo di ragazzini gioca in un campo di calcio dal terreno sabbioso ma senza il pallone . Scattano , dribblano, colpiscono di testa, effettuano passaggi, tirano in porta ma,appunto il pallone non ce'. 
Ciò che rimane e' immaginare la palla e giocare lo stesso, in un atto di sfida che e' anche un sobbalzo di ironia e vitalità. Una scena meravigliosa e non nascondo che per me, amante dell'Africa e del calcio e' stato persino commovente. Poi uno stacco macabro:vediamo,poco dopo, che nello stesso campo un uomo e una donna sono sotterrati in piedi, solo la loro testa resta fuori. Li uccidono entrambi con la lapidazione,colpevoli di adulterio. Le teste che spuntano dal campo di calcio sembrano due palloni a cui lanciare pietre. Il potere sa essere orribile e arriva financo a violentare e deturpare l'immaginazione e la fantasia, fare di un luogo ludico una esibizione di sadismo senza pietà'.

Altro momento e' quello dei ragazzi fustigati per aver cantato e suonato , per essere stati nella stessa stanza e per averlo fatto andando incontro a quel inevitabile destino. Una figura particolare, e' quella della donna,che potremmo definire la pazza del villaggio,una specie di griot,cantastorie,una cassandra sulle rive del Niger,un maschera africana,un totem che si muove tra le vie del villaggio come una sorta di versione ancestrale dell'Africa e monito minaccia per il futuro. Una “folle” che sfida la follia e che in quanto senza tempo e logica mai potrà essere sconfitta...

E', quindi, la follia l'ultimo rifugio e difesa dell'Africa?...

PS. Per quei pochi che vedranno questo film come un manifesto antiislamico suggerisco questo pensiero semplice: ciò che gli jiadisti fanno all'Africa di Kidane segue le stesse modalità distruttive e destrutturanti che hanno applicato francesi , inglesi ,belgi ,spagnoli e italiani nei secoli precedenti e in tutto il continente.

Buona visione

 
 

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