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Thee Oh Sees - Mutilator Defeated At Last

by MonkeyBoy (Vinylistics)

3 Giugno 2015

Partiamo subito con un po’ di numeri. Si tratta del nono album per i Thee Oh Sees da quando hanno questo nome, il quattordicesimo in assoluto ed il sesto negli ultimi cinque anni. Questa bulimia compositiva di John Dwyer e compagni – molti si sono avvicendati nella formazione e molti continueranno a farlo – è culminata lo scorso anno con Drop, album che non sarebbe dovuto nemmeno esistere viste le dichiarazioni di pausa sabbatica da parte del frontman che però poi ci ha ripensato ed in pratica ha fatto tutto da solo, e che precede questo Mutilator Defeated At Last.

Registrato a Sacramento e pubblicato ovviamente via Castle Face Records, è il primo disco in cui entrano in pianta stabile sia Tim Hellman al basso che Nick Murray alla batteria, dopo anni di onorata carriera in cui si univano alla band solo nei live. Dwyer (voce, chitarre, synth, mellotron) richiama Brigid Dawson alle controvoci e conferma Chris Woodhouse (synth, mellotron, percussioni) anche per il recording ed il mixaggio, mentre masterizza il tutto John Golden (Soundgarden, Ty Segall). Il trasloco a L.A. produce i suoi frutti anche a 12 mesi di distanza: rispetto a Drop – più poppy, esplorativo e derivativo – qui torna forte il carattere garage con forti venature psych ed anche punte di krautrock. Il tutto adornato da una produzione in alcuni momenti mai così ricercata e patinata.

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Impossibile non fare un’analisi track-by-track di queste 9 canzoni cominciando dall’inizio. Perché Web è al tempo stesso la presentazione e la cartina di tornasole del ritorno del gruppo a sonorità crude e dirette, senza tanti orpelli. Si tratta di uno psych-rock turbolento, dove il fervore viene sintetizzato in chitarre distorte ed un basso carichissimo che accompagnano una voce al solito sinuosa e demoniaca. Il frontman di San Francisco aveva dichiarato che il futuro dei Thee Oh Sees sarebbero state le chitarre e col singolo Whitered Hand (ma in generale con tutto il disco) si mostra uomo di parola. Al di là dei primissimi secondi di atmosfera, come fosse un ronzio di un paesaggio oscuro e alieno, il resto è un pezzo garage tiratissimo e stridente, in cui una voce screamy si fonde con schitarrate poderose ed una sezione ritmica finalmente incisiva e di altissima qualità.

Qui il merito va ascritto alla coppia Hellman/Murray, che crea un tappeto sonoro ideale per i raptus noise e psichedelici di Dwyer, con le sue vocalità sempre riverberate e sporche. In questo senso, la successiva Poor Queen va oltre i delay ed il fuzz e finisce per essere quella dove si sente maggiormente la pulizia e la consistenza di una produzione più curata, dove tutto riesce ad essere più a fuoco e la ricerca della melodia, almeno in questo caso, riesce facilmente. E Brigid Dawson? Ecco, lei compare in Turned Out Light come voce principale, in quello che è il primo episodio in cui si allenta la presa per confezionare un brano che strizza l’occhio ai 70’s dei Led Zeppelin più blues e non solo; un momento leggero e divertente che abbassa il livello qualitativo e di attenzione ma che dura talmente poco (circa due minuti ) da andarsene senza fare danni.

 

Poi arriva la parte centrale di Mutilator Defeated At Last, quella migliore, che varrebbe da sola il prezzo del biglietto. Lupine Ossuary oltre a citare e forse essere la continuazione naturale di Lupine Dominus contenuta in Putrifiers II, spinge di nuovo sull’acceleratore come nemmeno le macchine impazzite di Mad Max, ed è uno spettacolo di furia ed urgenza con pochi pari anche in un catalogo vasto come quello dei Thee Oh Sees. Frenetiche le chitarre, pieno e denso il basso, kraut la batteria e riverberi in ogni dove. Sono questi gli ingredienti con cui la band originaria della Bay Area dà vita a quattro minuti elettrizzanti dove ancora una volta la voce androgina di John Dwyer non lascia scampo e ti costringe in una vera e propria uncomfort zone costantemente immersa in un’atmosfera di disagio e minaccia, in realtà già a partire dalla cover firmata Tetsunori Tawaraya.

Lupine Ossuary chiude una prima metà più dura ma non può essere trattata separatamente dalla seguente Sticky Hulks, proprio per il contrasto emotivo che crea passare dai 100 ai 60 km/h di una lunga, lunghissima (6 minuti) jam psych dove la linea principale di organo elettrico sta lì a dimostrare che non di sole chitarre si può vivere. Queste ultime ovviamente arrivano di tanto in tanto a tagliare a fette il gioco di alti e bassi che si alternano in continuo – giusto per dilaniare il nostro spettro emotivo già messo duramente alla prova – e sul finale si prendono tutta la scena, ma l’effetto complessivo è grandioso e forse rappresenta lo slancio più esplorativo del lotto.

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L’ultima frazione è decisamente più calma, anche se non si può parlare di pacatezza quando si parla dei Thee Oh Sees. Però il tono generale muta, i testi che al solito trattano di morte e quando va bene di carni in decomposizione, lasciano spazio alla strumentale Holy Smoke giusto il tempo per riconoscere una chitarra acustica in una sorta di cavalcata folk-pop che ci fa staccare emotivamente la presa. La successiva Rogue Planet, che coi suoi due minuti scarsi dovrebbe essere un semplice intermezzo, è invece l’ultimo momento d’attacco dell’album, veloce e vagamente krautrock. Dimostra l’eclettismo vocale di Dwyer che di volta in volta si adatta la vestito che deve indossare, qui impolverato e non proprio pulito, vellutato ed accattivante nella conclusiva Palace Doctor. In questo caso il richiamo alla Heavy Doctor di Carrion Crawlers/The Dream è un po’ più complicato da riconoscere, perché qua siamo ai confini tra surf psych e garage, in un mood dreamy e barocco che nasconde male qualcosa di sinistro. Come nel resto del disco: c’è qualcosa che inquieta, che preme, che stringe ma non si riesce mai ad afferrare del tutto.

Essenzialmente, Mutilator Defeated At Last è quello che ci voleva, è ciò di cui la band ed i fan della stessa avevano bisogno. Più vicino a Floating Coffin (anche se forse meno immediato) piuttosto che al recente Drop, si distingue da quest’ultimo anche per il procedimento con cui è stata affrontata la fase compositiva, non più registrazioni praticamente live con singoli take ma, come detto, una produzione degna di questo nome, attenta a valorizzare la carica adrenalinica che Dwyer si porta dietro da sempre. Frontman che probabilmente fa l’unica mossa giusta che gli restava da fare per continuare a produrre fottuta buona musica. Demanda, condivide il carico di lavoro e le responsabilità e tutto ciò concorre a rendere quest’ultima fatica un successo. Quello che rimane alla fine, oltre ad una mezz’ora abbondante di grande sound, è un senso di ammirazione misto a frustrazione. Perché se si cerca di capire il mondo Thee Oh Sees, se si prova anche solo a predire quello che faranno e dove o come lo faranno si perde malamente in partenza. D’altra parte come non ammirare una band che, come fatto giustamente notare, fa quello che vuole quando lo vuole assimilando voracemente ogni secondo di nuova musica e riproducendola secondo quella che è la loro anima: drogata, caotica ed in incessante movimento.

 
 

Vinylistics

 
 

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